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Ne abbiamo fatta di strada in questi anni, ma siamo consapevoli che il meglio debba ancora venire ma, per migliorare, abbiamo bisogno di te!
Abbiamo creato un breve sondaggio a cui ti invitiamo caldamente a partecipare: rispondendo alle domande che ti verranno poste ci aiuterai a capire quali sono i nostri punti di forza e dove, invece, dobbiamo correggere il tiro e ci darai preziose informazioni sui lettori che visitano il nostro scaffale virtuale.
Non è richiesta alcuna forma di registrazione e non verranno richiesti dati sensibili, se non vuoi rispondere ad una o più domande scegli “altro” e vai avanti.

Bastano pochi minuti per rispondere, che cosa aspetti? Arcadia wants you!
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*Lo staff

Dreamer Whale – Conversazione con Daniela Vittoria

I primi mesi del 2018 hanno portato con loro l’inizio dell’avventura di Dreamer Whale, la prima bookish box completamente made in Italy! Noi di Arcadia adoriamo presentare a voi lettori le iniziative più interessanti nel mondo della letteratura, e questa sicuramente attirerà l’attenzione di tutti voi bibliofili!
Siete curiosi di scoprire cos’è una bookish box e magari come ottenerne una? Daniela Vittoria ha risposto ad alcune delle domande di Volpe, presentandoci il suo marchio attraverso la sua esperienza.

Buona lettura!

  • Per i nostri lettori più disinformati: che cosa è, esattamente, una bookish box? Che servizi offrite voi di Dreamer Whale?

Una bookish box è una scatola a sorpresa a tema, con all’interno un libro e vari gadget libreschi inerenti al tema annunciato. 
Il mercato delle scatole a sorpresa ormai è molto diffuso all’estero da parecchio tempo e spazia in ogni genere – trucchi, moda, libri, elettronica, anche cibo particolare – e credo che anche in Italia un po’ alla volta stia prendendo piede. 
Le scatole libresche però ancora mancavano, ed è qui che Dreamer Whale entra in gioco!
Per chi è appassionato di libri Young Adult fantasy, ogni due mesi potrà ricevere una box con una nuova uscita e vari gadget a sorpresa ispirati al tema di quell’edizione.

  • Cosa ti ha spinto a portare questo fenomeno anche in Italia? 

Da tempo, da amante dei libri, in particolare i Young Adult fantasy, mi sono appassionata a varie box inglesi, americane e francesi che portavano avanti questo progetto.
Ce ne sono di famose come la Fairyloot che è inglese, o la Owlcrate, la Faecrate, la Illumicrate che sono americane. Ho notato che era un’idea che non era ancora stata realizzata in Italia da nessuno, perciò mi sono detta, perchè non crearla io?

  • E’ stato difficile mettere in piedi Dreamer Whale? Quali sono i problemi che avete riscontrato nel processo di creazione di quello che sta diventando un vero e proprio brand?

Purtroppo si, abbiamo riscontrato varie difficoltà, proprio perchè non è una cosa ancora diffusa in Italia.
Il problema principale è stata la reperibilità dei materiali, cose basiche come la scatola stessa e trovare qualcuno che la vendesse. Ci sono grossisti per aziende, ma la qualità non sarà mai quella delle scatole inglesi o americane, senza contare che quando poi domandi se sia possibile farci della grafica, pare un’impresa impossibile!
Altre difficoltà, inizialmente, hanno riguardato le collaborazioni artistiche.
Che si tratti di un’art o di un gadget a tema di un personaggio o di un fandom di un libro, il problema è trovare gli artisti italiani che possano conoscere di cosa stai parlando e realizzarlo come vuoi, molto spesso è un’esperienza che non hanno mai fatto.
Da una parte è bello poter spingere a diffondere sempre di più l’idea del prodotto, dall’altra parte molto spesso è più facile collaborare con artisti esteri, sia per la loro maggior esperienza, sia per la differenza di prezzo più abbordabile, essendo abituati ad un tariffario differente per le bookish box.

  • Quali sono i criteri con cui viene selezionato il tema della mystery box letteraria? Scegliete prima il tema, trovando poi un romanzo adatto alla vostra box, o selezionate prima di tutto il libro e da lì costruite la scatola?

Un po’ e un po’ a dir la verità. Molto spesso la scelta dipende da cosa mi ispira, possono essere libri che ho letto, nuove uscite molto attese, o semplicemente idee che mi vengono mentre cammino per strada!
L’ideale in un futuro sarebbe cercare di costruire la box il più possibile in base alle uscite YA fantasy di quel mese, ma purtroppo in Italia questo è praticamente impossibile, non essendoci un calendario ufficiale.

  • L’iniziativa ha avuto il riscontro che speravate?

In realtà anche più di quanto speravo, e questo mi ha veramente sorpreso e fatto molto piacere! Si è creata una bella community, e sono contenta che molte persone siano così tanto appassionate all’iniziativa.
La community è il vero cuore pulsante di Dreamer Whale ed io non posso che essere grata a ciascuno di loro per il sostegno e la passione che mostrano. Mi ritengo molto fortunata al riguardo!

  • Per voi Dreamer Whale è semplicemente un hobby o state cercando di renderlo il vostro vero e proprio lavoro (o lo è già)?

Attualmente si, lo definirei un hobby, un hobby molto dispendioso di energie ma sopratutto gratificante e stimolante!
Certo, la speranza è che possa ampliarsi e un giorno divenire qualcosa di più!

  • Siete riusciti a creare delle collaborazioni con case editrici, gradi o piccole che siano, che vi aiutano a reperire i tesi che inviate ai lettori?

Per il momento no, ma è nostra intenzione poterlo fare. Abbiamo recentemente contattato la Mondadori che parrebbe essere interessata, perciò incrociamo le dita.
La collaborazione con le case editrici è un elemento fondamentale delle bookish box estere, e speriamo di portare questa mentalità anche qui.

  • Per quale motivo avete scelto come vostro simbolo una balena? Ha qualche significato particolare per voi? 

Dreamer Whale ha anche un’altro obbiettivo importante, che è utilizzare la propria piattaforma come mezzo per promuovere la salvaguardia degli animali, in particolare le specie in pericolo.
Siamo molto sensibili alle varie problematiche ambientali in corso, allo scongelamento dell’Artico e a che cosa significa per specie come l’Orso Polare e i Pinguini.
Parte del ricavato delle vendite va’ infatti a queste iniziative, da una parte sosteniamo un canile locale, dall’altra parte siamo contenti d’aver potuto adottare tramite il sito del wwf un Orso Polare, una tartaruga Marina e un lupo. Speriamo, con la crescita di Dreamer Whale, di poter fare sempre di più al riguardo.
La scelta del simbolo della balena sia nel nostro logo sia nel nome deriva anche da questo.
La balena rientra purtroppo tra gli animali minacciati, a causa della caccia a questi cetacei che viene perpetrata da paesi come il Giappone o la Norvegia.
Forse non tutti lo sanno, ma è l’animale più grande mai esistito sulla faccia della Terra, più di qualsiasi dinosauro, ed è anche il più antico, al punto che ha avuto un significato tribale profondo per molteplici popoli. La balena ha rappresentato sempre una specie di spirito antico, un guardiano della vita e del mondo. E credo la dica lunga che stiamo sterminando una creatura del genere. L’ho trovato molto simbolico. 

Volete acquistare anche voi la vostra bookish box? Eccovi il link d’acquisto (https://www.dreamer-whale.com/shop/)

*Volpe

“D’Ark – Il Gioco dell’alfiere”, conversazione con Cristina Silvestri e Mirela Minkova Georgieva

Sono ormai quasi due anni che D’Ark – il gioco dell’alfiere ha trovato posto tra i romanzi della piccola editoria italiana.
La casa editrice Planet Book ha scelto di portare al pubblico un romanzo scritto a quattro mani i cui temi principali sono la giustizia, la corruzione e, naturalmente, la speranza.
Scoprire chicche dell’editoria è compito di noi blogger e come resistere a un romanzo che affianca alla fantasia temi terribilmente attuali?

Per questo motivo, Volpe ha scelto di intervistare Cristina Silvestri e Mirela Minkova Georgieva, autrici di D’Ark – Il gioco dell’alfiere, che hanno gentilemente risposto alle nostre domande.

1. Per prima cosa, vorrei ringraziarvi per il tempo che avete deciso di dedicarci con questa intervista. Mi chiedevo, innanzitutto, se questa fosse la vostra prima esperienza come scrittrici o se potete vantare nel vostro curriculum altri titoli.
CristinaVorremmo essere noi a ringraziarvi per questa opportunità. Rispondo alla prima domanda dicendovi che questo è il primo titolo, in realtà, che posso vantare nel mio curriculum. Ho sempre scritto in maniera sporadica, più per me che per il pubblico, ma avevo sempre tante idee che mi frullavano nella testa e così ho approfittato della nuova amicizia con Mirela per produrre qualcosa di vero e
tangibile.
MirelaGrazie a voi per l’interesse mostrato. Per me è stato il primo libro, ma non la prima esperienza con la scrittura. Prima di incontrare Cristina, scrivevo storie brevi e qualche poesia, anche se non ho mai provato a pubblicare nulla.

2. Qual è il vostro rapporto con la scrittura? E’ sempre stata con voi, come passione e ora come lavoro, oppure è nata con il tempo?
Cristina – La scrittura è sempre stata più una passione che un vero e proprio lavoro, anche quando è diventata tale. È nata piano piano, intrufolandosi tra le pagine di un tema scolastico per poi venir coltivata con ulteriore passione, e oggi posso dire che finchè scrivo le cose sembrano essere al loro posto.
Mirela – Io ho sempre amato leggere, e con il tempo, più leggevo, più volevo scrivere qualcosa di mio. Poi ho cominciato a scrivere sporadicamente, per passione ma anche per aiutarmi a superare alcuni periodi bui, con un discreto successo tra l’altro.

3. Come per ogni buono scrittore, immagino che la lettura sia stata una tappa
fondamentale anche per voi: quali sono i libri che avete letto più volentieri? Vi va di dirci qualche titolo?

Cristina – Assolutamente. La lettura credo sia il porto madre, se così vogliamo dire, dove tutti gli scrittori prima o poi approdano, volenti o nolenti. Quando ero più piccola ho cominciato con tantissimi fumetti e favole, per poi appassionarmi volentieri ai libri per i “bimbi più grandi” leggendo titoli del tipo Le Cronache di Narnia e Harry Potter. Poi la mia passione si è sviluppata grazie a Walden di Thoreau, L’ombra del vento di Zafon, Espiazione di McEwan, Pomodori verdi fritti di Flagg, Nelle Terre Estreme di Krakauer, I pilastri della terra di Follett, Dorian Gray di Wilde, Grandi Speranze di Dickens, Il conte di Montecristo di Dumas, Il Principe di Machiavelli, L’isola del tesoro di Stevenson, Peter Pan e tantissimi altri titoli.
Mirela – Io ho cominciato a leggere molto presto e i libri mi hanno sempre accompagnata, a volte per ore e ore. Mi piacciono diversi tipi di letteratura. Adoro le classiche favole, quelle di Hans Christian Andersen e dei fratelli Grimm. Harry Potter è stata la serie di libri che ho letto talmente tante volte che so quasi a memoria adesso. Il fantasma dell’opera è uno dei miei libri preferiti alla pari di Dracula di Bram Stoker. Mi piacciono molto anche storie distopiche come il grande classico 1984 di Orwell ma anche titoli più recenti come The hunger games. In realtá la lista potrebbe andare avanti per pagine e pagine perciò mi fermo qui per adesso.

Mirela Minkova Georgieva

4. Essendo un romanzo scritto a quattro mani, come vi siete organizzate per la stesura del racconto?
Cristina&Mirela – Ci siamo organizzate scrivendo e decidendo prima in maniera generale la trama e poi ci siamo divise i capitoli. Di solito ci sentiamo su Skype perché non viviamo mai nello stesso posto. All’inizio è stato più confusionario perché nessuna delle due aveva mai effettivamente scritto un libro quindi non sapevamo da dove iniziare, avevamo solo in mente “cosa” scrivere ma non il “come” e quindi abbiamo faticato un po’ prima di trovare il ritmo, ma poi ci siamo riuscite.

4. Ora che abbiamo parlato di voi in quanto autrici, mi piacerebbe dedicarmi soprattutto al romanzo: qual è stata la vostra fonte di ispirazione?
Cristina – La realtà nelle sue infinite sfaccettature e un pizzico di fantasia fumettistica. Questa storia nasce non solo dalle esperienze personali, ma da tutto quello che ci circonda, il lato buono e cattivo della vita, ciò che amiamo, ciò che odiamo, ciò che riteniamo giusto far conoscere alle persone e sul quale speriamo possano riflettere. Il nostro non è soltanto un romanzo di intrattenimento, abbiamo trattato temi anche abbastanza profondi, e vorremmo che i lettori siano i primi a rendersi conto di quanto la realtà che ci circonda sia piena di contraddizioni e meraviglie allo stesso tempo.
Mirela – In primis era il mondo fumettistico ma con l’evoluzione della storia, i temi e gli ideali personali sono diventati un fattore cruciale nella nostra storia. Il nostro intento non è solo creare una storia coinvolgente ma far si che il lettore si soffermi a pensare alla realtà che ci circonda e a cosa possiamo fare nel nostro piccolo per essere degli ‘’eroi quotidiani’’ Non serve un mantello o una maschera, serve solo coraggio e persistenza. In tutto ciò, come ha detto Cristina, il mondo è comunque pieno di meraviglie, perciò parte dell’essere degli eroi è non soccombere ai pensieri negativi e al pessimismo.

5. Leggendo la sinossi e poi l’incipit, si intuisce che il romanzo è ambientato a Rocha. Ho fatto qualche, ricerca per cercare di capire se questa città fosse frutto della vostra immaginazione, e ho trovato che esiste una Rocha in Uruguaia. Si parla proprio di questa città? Se sì, come mai avete scelto questa ambientazione? Se no, cosa vi ha spinto a inventare questa cittadina?
Cristina – Si impara sempre qualcosa di nuovo. No, non eravamo assolutamente a conoscenza di questa cittadina, e dopo aver letto questa domanda ed essere andata alla ricerca del posto, devo dire che mi è venuta voglia di farmi un viaggetto. In realtà l’abbiamo totalmente inventata, avevamo in mente di crearne una che ricordasse un po’ qualche metropoli, anche Italiana, non troppo lontana dalla verità e neanche troppo vicina. Alcuni l’hanno persino paragonata alla Gotham di Batman, che non è esattamente come l’abbiamo vista noi, ma alla fine è il lettore a volare con la fantasia.
Mirela – Ecco, questo si che è interessante. Non avevamo idea che esistesse una città con questo nome nella realtà. Il nostro intento era creare un’ambientazione che rappresentasse ogni città nel mondo, quasi una metafora. Il nome Rocha è nato un po’ per l’assonanza con Roma (dopotutto era in Italia che abbiamo ideato la storia) e un po’ per l’assonanza con roccaforte. Ammetto, non era nostra intenzione che ricordasse alcune cittá del mondo fumettistico, ma credo che, in un certo senso, fosse inevitabile.

Cristina Silvestri

6. Il romanzo è chiaramente un noir, un thriller, e dalle vostre biografie posso intuire come mai abbiate scelto proprio genere: entrambe siete laureate in Scienze per l’Investigazione e la Sicurezza. Quanto vi sono state utili le vostre conoscenze per scrivere questo romanzo?
Cristina – Direi abbastanza. Ovviamente molto di ciò che c’è scritto è pura e assoluta fantasia, e molti che fanno questo mestiere o conoscono un po’ questo mondo se ne sono accorti, però volevamo comunque che fosse almeno lontanamente credibile, quindi abbiamo fatto alcune ricerche, scritto modus operandi che vengono descritti in alcuni manuali, e abbiamo attinto un po’ anche dalle nostre conoscenze universitarie. Possiamo dire che è un ottimo mix tra fantasia e realtá.
Mirela – Concordo con Cristina, volevamo che fosse verosimile per quanto possibile, considerando il genere letterario che abbiamo scelto e la storia in sé. Abbiamo fatto diverse ricerche, abbiamo discusso dove piazzare il confine tra fantasia e realtá, ed eccoci qui.

7. Parliamo ora dei personaggi: chi, tra i vostri personaggi, è quello che preferite e
perché.

Cristina – Questa è davvero un’ottima domanda, soprattutto considerano che ci sono diversi personaggi in ballo in questo romanzo. Amo la magior parte dei nostri personaggi ma personalmente devo dire che uno dei miei personaggi preferiti è Alex, ancora non del tutto approfondito, perciò posso dare poco spazio alla spiegazione (altrimenti rischierei di fare qualche spoiler), diciamo che in fin dei conti è un uomo buono, disposto a fare ciò che è giusto e a battersi quando è necessario.
Mirela – È davvero difficile non affezionarsi ai personaggi, soprattutto dopo aver speso ore a parlare del loro carattere e dello sviluppo che possono avere nella storia. Credo però che il mio preferito sia Michele, con i suoi pregi e i suoi difetti, perché sotto alcuni punti di vista io e lui ci somigliamo un bel po’, anche se quando abbiamo creato il personaggio, non era nostra intenzione che la sua storyline seguisse il percorso che poi ha seguito.

8. Un’ultima domanda prima dei saluti finali: so che avete iniziato la vostra avventura editoriale con il self publishing per poi passare a tutti gli effetti a una casa editrice. Potete raccontarmi brevemente entrambe le esperienze? Come vi siete trovate con il self publishing e poi come è cambiata la vostra esperienza con una casa editrice alle spalle?
Cristina – Si abbiamo cominciato pubblicando con StreetLib, cercavamo un modo sicuro e veloce per pubblicare il nostro libro per la prima volta. Non avevamo mai fatto niente del genere, e nel frattempo cercavamo qualche piccola casa editrice disposta a pubblicarci. Poi dopo aver mandato per un paio di anni il nostro romanzo in giro, senza ricevere risposta, ricevendo risposte negative, oppure dopo proposte non esattamente favorevoli, se così vogliamo dire, una ci ha risposto in maniera positiva, dicendosi interessata e che voleva pubblicare il nostro romanzo. Abbiamo fatto un paio di conti, letto le varie recensioni, e ci siamo buttate in questa avventura. Dobbiamo dire che fino adesso ci siamo trovate bene con entrambe le esperienze. Non è durata tantissimo la collaborazione con il selfpublish, non perché non ci piacesse, ma perché volevamo di più, semplicemente, e la Planet Book ci ha permesso di fare questo passo.
Mirela – Credo che entrambe le esperienze siano state positive, almeno per noi. Il self publishing ci ha permesso di cominciare da qualche parte, di far in modo che i lettori cominciassero a notarci. Era un primo passo che ci ha dato la confidenza nel cominciare a cercare una casa editrice. Ci è voluto del tempo, ma alla fine la Planet Book ci ha fatto un’offerta che apprezziamo davvero e da allora ci siamo trovate bene con la casa editrice.

9. Penso che la nostra intervista possa considerarsi conclusa, ancora una volta grazie per il vostro tempo! Fate un saluto finale ai nostri lettori!
Cristina – Ancora grazie a voi, un saluto a tutti coloro che hanno letto il nostro romanzo, che ancora devono leggerlo e chi ci segue con passione!
Mirela – Grazie a voi per questa opportunità e grazie alle persone ed ai lettori che ci hanno sostenuto e continuano a sostenerci! Grazie!

Per ringraziare le autrici del tempo dedicatoci e per incuriosire un po’ voi lettori, lascio di seguito il retrocopertina del romanzo e un piccolo assaggio dell’incipit!
Tra qualche giorno, pubblicherò anche la mia recensione approfondita!
Buona lettura!

Trama: Noir metropolitano ambientato a Rocha, una città afflitta dalla piaga del crimine e dalla corruzione, che ricorda la Gotham City di Batman. E anche a Rocha, come nella celeberrima città fumettistica, il male assume il volto di un uomo, Guignol, capolavoro di malvagità e killer seriale, cui si oppone il paladino del bene e della giustizia, D’Ark, figura avvolta dalla bruma del sogno. In questo contesto si muovono gli altri due personaggi chiave del romanzo: Giorgia Mestri, profiler, e suo fratello Michele, giornalista.

Incipit: Combattere e vivere nel modo più onesto possibile è solo utopia: una semplice frase ripetuta più e più volte nei libri e nei saggi, e spesso urlata da uomini disperati. È considerata un’impresa difficile per individui comuni, immaginiamoci per un abitante di Rocha, ma da un diamante grezzo si può comunque ricavarne un bellissimo gioiello. Nessuno presterebbe attenzione a un semplice ciottolo se non sapesse comprenderne le potenzialità. In pochi nella città di Rocha avevano avuto la fortuna di cogliere l’opportunità di potersi rifugiare in un mondo onesto e pieno di speranza e saperne apprezzare le sottili sfaccettature.
Rocha non era mai stata una città libera e incorruttibile ma riusciva sempre, in qualche modo, a sollevarsi più in alto possibile, pur di dimostrare che non tutti coloro che regnavano in quella terra dimenticata, sfregiavano e massacravano tutto ciò che c’era di buono, ma godevano di quel privilegio che era stato concesso loro per proteggerla e per curarne le ferite in caso di guerra. Pur essendo dilaniata dal caos ciclico, si erano eretti anche uomini buoni, donne coraggiose e bambini affamati di giustizia, e Giò era una di questi.

*Volpe


“E alla fine c’è la vita”, Conversazione con Davide Rossi

Sugli scaffali italiani ci sono sempre grandi e piccole novità e noi di Arcadia adoriamo presentarvele come si deve.
In questo caso, vorremmo segnalarvi un romanzo uscito da poco e frutto del lavoro della piccola editoria italiana: E alla fine c’è la vita, scritto da Davide Rossi.
Un romanzo che sembra voler conversare direttamente con la nostra anima, mettendoci davanti ai nostri difetti e ai nostri, piccoli o grandi che siano, peccati quotidiani. Attraverso le storie di quattro improbabili protagonisti, l’autore ci racconta la disperazione di un futuro negato ma anche la voglia di vivere e di riscattarsi.

Per l’occasione, Volpe ha deciso di intervistare l’autore, Davide Rossi, che ha gentilmente risposto a tutte le nostre domande.

– Voglio iniziare ringraziandola per il tempo che ha deciso di dedicarci per parlare del suo primo romanzo E alla fine c’è la vita edito da Apollo Edizioni. E’ la sua prima esperienza da romanziere?
Buongiorno, la ringrazio per la splendida opportunità. Si è il mio esordio letterario, un’esperienza fin qui faticosa ma fantastica.

– E ancora, come si è trovato con la realtà editoriale Italiana?
Con la mia casa editrice molto bene, mi hanno lasciato estrema libertà decisionale, sono molto competenti e, per quanto possibile, presenti. La realtà italiana mi è parsa caotica, con libri che spuntano come funghi e autori che scrivono quattro romanzi all’anno. Direi che qualcosa andrebbe rivisto, soprattutto in termini di qualità.

– Dalla sua biografia, dice di aver sempre avuto il cinema e la scrittura come suoi hobby. Da dove sono nati? E cosa l’ha spinta a trasformarli da semplici passioni a un vero e proprio lavoro?
Non ricordo esattamente il momento in cui la passione ha preso il sopravvento sul semplice interesse. Sicuramente la visione quotidiana di film e la continua lettura di libri e, anni fa, di fumetti ha nutrito il mio cervello ed esercitato la fantasia. Oggi è quasi una professione, dedico molto tempo alla scrittura, alla lettura e, quando posso, alla visione di film. Tutto fa parte di un processo creativo atto a sviluppare le proprie capacità artistiche.

– Leggendo la sinossi del suo romanzo, è inevitabile pensare a un testo sia di protesta sia di riscatto. Si parla di temi come l’alcol, la droga e il sesso; di vite perse e aspettative lasciate a marcire tra una festa e l’altra: eppure, alla fine ho sentito profumo di speranza.
E’ stata solo la mia immaginazione? Qual è il messaggio che desidera comunicare con il suo romanzo?

Racconto storie disperate, di ragazzi che dividono la loro esistenza e condividono la rabbia e la disperazione per un futuro che quotidianamente gli viene negato. Dietro una sottile e apparente soddisfazione per ciò che fanno c’è una profonda malinconia per come vivono.
La speranza sta nel tentativo di riscatto, nel cambiamento che cercano di attuare, ma ciò lo compiono più per gli altri che non per loro stessi. Cambiare per vivere ed esistere, una sconfitta o una vittoria? Non saprei, lascerei al lettore la sentenza finale.

– Le piacerebbe raccontarci un po’ dei suoi personaggi? Chi tra Marco, Mario, Marika e Marianna è il personaggio che le sta più a cuore?
Ogni personaggio custodisce dentro di sè una forza intrinseca e una serie di debolezze che me lo fanno amare e lo rendono unico ai miei occhi. Marco è la leggerezza, sognatore e libertino, con questa irresistibile voglia di innamorarsi, ma anche di autodistruzione attraverso qualsiasi sostanza psicotropa; Marianna è una donna forte, dalla personalità apparentemente superficiale, che però nasconde un animo forte e combattivo; Marika è sensualità, debolezza, è l’amore negato e quello vissuto; Mario è un ragazzo fragile, dalla vita impegnata, in cerca di riscatto dalla vita. Tutti sono importanti, insieme rappresentano i ragazzi di oggi, problematici e disorientati, ma allo stesso tempo pronti e battaglieri.

– Parlando proprio della scrittura in sé: qual è la sua più grande fonte di ispirazione? Per il suo romanzo ha preso spunto da storie conosciute o ha lavorato soprattutto di fantasia?
La vita quotidiana è fonte continua di spunti e ispirazione. Nel caso del mio romanzo la lettura, la cinematografia mi hanno aiutato nella scrittura del romanzo, in particolare lo scrittore statunitense B. E. Ellis, vero maestro, la cui opera “Le regole dell’attrazione” mi ha guidato durante la stesura del mio testo.

– Infine, ma non per importanza, dalla sua biografia ho letto che si è occupato spesso di sceneggiature e che una di queste ha avuto particolare successo trovando posto nel lungometraggio Benvenuti a casa Verdi, uscito nel 2013. Ci può parlare brevemente di questa sua esperienza?
Una bella esperienza, perchè ha rappresentato all’epoca per me un punto di arrivo. Il mio più grande sogno era quello di fare lo sceneggiatore, e mi venne proposto di scrivere a sei mani una sceneggiatura che parlasse dell’omonima casa di riposo sita in Milano, i cui ospiti sono tutti musicisti o famigliari di artisti che hanno calcato il palco dell’opera italiana. Devo ammettere che è stato un viaggio all’interno di un mondo che non conoscevo, attraverso a vite fantastiche, accompagnato dalla regista e dall’aiuto regista.

Per ringraziare l’autore del tempo dedicatoci e per salutarvi, lascio la sinossi completa del romanzo nonché il link all’incipit letto da Valter Zanardi. 
Buona lettura!

Marco si sveglia dopo l’ennesima notte di eccessi. Marianna vomita in un bagno dell’università. Mario si ritrova bloccato in un letto di ospedale. Marika finisce a letto con un professore. Tante vite che si bruciano, annientandosi con tutto ciò che è legale ed illegale, alla ricerca disperata di un’altra boccata di ossigeno. – Quale futuro mi riserva la vita?- pensa senza mai dirlo Marco. Osserva Marika, invece della lezione, fantastica su di lei, se ne innamora. Si innamora dell’idea di vita con lei. La insegue durante una delle mille feste, salvo perderla per sempre. Marianna vive la propria vita senza limiti. Si concede ai ragazzi. Ama le griffe, l’estetica, l’apparenza le illude la vita. La realtà le serve il conto facendole scoprire che aspetta un bambino. È innamorata di Marco, ma la loro relazione è finita lasciando dei conti in sospeso fra i due. Ora aspetta un bambino, e pensa sia suo. Mario frequenta l’ateneo da pendolare. Ha un’esistenza quieta e fatta di pochi fronzoli. Ha litigato con Marco perché ha frequentato Marianna. Ora, dopo un malore, la malattia e l’ospedale capisce che la vita è molto di più che tenersi a galla. Marika è una ragazza spagnola, arrivata a Pavia grazie ad uno dei tanti progetti Erasmus. Lavora e studia. Una routine che non le lascia grande spazio per una vita sociale amplia. La rottura con Jorge la spinge ad intraprendere un viaggio nei party bagnati dall’alcol e animati dalle droghe. Finirà in coma dopo un incidente stradale. Si riprenderà qualche giorno dopo, desiderosa di cancellare quella parentesi frenetica dai suoi ricordi. Un caleidoscopio su tante giovani vite, intrappolate dall’ansia di vivere la vita al massimo. Il raggiungimento dell’abisso li spingerà a riemergere, obbligandoli a prendere decisioni drastiche.

*Volpe

“LIEBESTRAUME – SOGNO D’AMORE”, CONVERSAZIONE CON DANIELA IANNONE

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E’ stato da poco pubblicato il terzo romanzo di Daniela Iannone “Liebestraume – Sogno d’amore”: un racconto che narra della malvagità e dell’avidità di un uomo crudele e della commovente storia d’amore senza tempo tra contessina Miranda Varriale e il giovane Laerte.
Passato e presente sono intrecciati, un incubo si trasforma in un sogno d’amore che, nelle dolci note melodiche e romantiche di “Liebestraume” suonato al pianoforte, ci riporta nell’Ottocento anche se sarà necessario aspettare oltre centocinquanta anni perché il sogno si realizzi.

Per salutare questa nuova uscita, Volpe ha intervistato l’autrice Daniela Iannone che ha gentilmente risposto a tutte le nostre domande.

-Per prima cosa, vorrei ringraziarla per il tempo che ci ha concesso e vorrei conglaturarmi per la pubblicazione di “Liebestraume”, il suo terzo romanzo. Una prima curiosità a riguardo: come mai, dopo due avvincenti gialli, ha deciso di dedicarsi alla scrittura di un romanzo fantasy?
Domanda molto interessante. Ci pensavo anche stamattina.
L’ho fatto per mia madre che un giorno mi ha rimproverato dicendo: “scrivi solo di omicidi, perché non racconti anche una bella storia d’amore?”.
Così ha provato con le prime idee, ma andando avanti con la scrittura è stato inevitabile inserire un paio di morti qua e là. Proprio ieri sera una mia amica, che sta leggendo il punto del romanzo in cui i personaggi fanno l’amore, mi ha detto: “E’ più forte di te, la trama gialla si intuisce anche nel romanzo rosa.”.
Il romanzo è comunque strutturato in tre parti, quando finisce la prima parte si rimane in sospeso fino alla terza. C’è suspense come se fosse un thriller pur rimanendo romantico.
Non mi sono, in ogni caso, mai pentita di aver provato un altro genere.

13181205_1381671091850416_732723509_n-Informandomi un po’, ho scoperto che una parte dei proventi ricavati proprio da “Liebestraume” andranno ad Asamsi, un’associazione che si occupa della SMA (Atrofia Muscolare Spinale). Cos’ha portato a questa sua decisione?
Io stessa sono affetta da questa malattia genetica che mi impedisce di camminare e i miei muscoli sono molto deboli.
Sono refente per il Lazio dell’associazione Asamsi e, in tutta sinicerità, vivendo io stessa in queste condizioni mi è venuto del tutto naturale.

-Posso immaginare!
Bene, torniamo un attimo al libro: ci può parlare un po’ dei protagonisti? Come sono Miranda Varriale e Laerte?
Miranda è una ragazza molto tenace: mette a rischio la propria vita pur di non rinunciare all’amore. Ha molto di me.
Sensibile ma pratica, dura e razionale seppur dolce.
Ho dedicato il libro a lei, a Miranda, che ha lottato tutta la vita e anche oltre. È un libro per tutte le Miranda che nella vita hanno un sogno, un progetto, un obiettivo e lo portano avanti fino in fondo a costo di tutto, non per testardaggine ma perché è lo scopo della loro esistenza. Altro non c’è, la vita è fatta solo di quello e tutti gli ostacoli vengono affrontati nonostante si sia stanchi e si potrebbe facilmente mollare.

-Davvero un bell’incoraggiamento! Oltretutto, Miranda sembra molto interessante come personaggio. Curiosando in internet, ho letto di un suo nuovo, grandissimo successo riguardante “Il veleno dei santi”: ll suo secondo libro, se non erro, verrà portato alla “Book Expo America” a Chicago! Si aspettava una tale notizia?
Ne sono molto felice, davvero! non me lo aspettavo è un riconoscimento molto importante: anche se è solo una esposizione, già sapere di essere dall’altra parte del mondo è una grandissima soddisfazione.

-Sì, credo anche io che sia un enorme traguardo! Una domanda un po’ più personale adesso: che cosa l’ha fatta avvicinare alla scrittura?

Credo che sia stata un po’ colpa è merito della malattia: non potendo partecipare ai giochi che facevano tutti gli altri bambini, io ho iniziato a fare cose diverse da loro come, per esempio, leggere e scrivere.
Ho iniziato a leggere a 4 anni e poi, alle elementari, ho scoperto i compiti in classe. Ero molto felice quando mi veniva data la possibilità di scrivere, ma per me non era mai abbastanza, così, scrivevo sempre appena ne avevo l’occasione!
Crescendo, ho cominciato a leggere Camilleri e uno degli ultimi libri che ho letto non mi è piaciuto: ne ho discusso il finale dicendo che io l’avrei scritto in modo diverso.
Lì mi si è accesa una lampadina! Perché non scrivere io un libro? Così ho cominciato, senza tante aspettative, non sapevo dove mi avrebbe portato quello quello che stavo scrivendo.  Una volta finito, ho preso in considerazione il fatto che anche altre persone avrebbero voluto magari leggerlo e così ho cominciato a contattare le case editrici finché “Il filo” non mi ha fatto la prima proposta di pubblicazione.
Per quanto riguarda il secondo libro, la cosa è un po’ più simpatica: mi mancavano i personaggi che avevo lasciato ne  “Il Volto dello Specchio” e così li ho fatti rinascere ne “Il Veleno dei Santi” continuando la loro vita. Ora sto scrivendo il terzo capitolo della saga pur gettando, ogni tanto, un occhio anche su altri argomenti.
Per quanto riguarda “Il Veleno dei Santi”, ne ho scritto anche la sceneggiatura e sto cercando di proporla a vari registi. So che questo progetto è molto ambizioso e difficile, purtroppo il mondo del cinema è “a numero
chiuso”: o sei figlio d’arte o uno scrittore affermato da milioni di copie. E’ difficile proporsi.

-Immagino che lei speri che l’esposizione alla Book expo possa aiutarla anche in questo abizioso progetto.
Sì, ci spero davvero molto.
Nella mia borsa c’è sempre una copia della sceneggiatura nella speranza di incontrare anche qualcuno per strada che sia disposto a produrla. So che sembro ironica, ma lo faccio davvero!

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Ciack del booktrailer de “Il Veleno dei Santi”, disponibile su YouTube

-Ammetto che un po’ lo spero anche io. Dopo quello che mi ha raccontato posso dire che lei potrebbe essere un’ottima fonte di ispirazione “per tutte le Miranda che nella vita hanno un sogno”, come ha detto lei. Le chiedo quindi di assumere qualche secondo il ruolo di mentore e di dare un consiglio a tutti quegli scrittori emergenti che stanno un po’ perdendo la speranza.
Mi viene da rispondere in modo naturale e di getto senza pensarci troppo: scrivere è senz’altro una passione innata. Molti lo fanno per far uscire le proprie emozioni ma credo che per quello ci sia lo psicologo. Se io dovessi scrivere secondo le mie emozioni non sarebbe molto interessante, infatti molti mi hanno chiesto se i miei libri trattino la mia malattia o comunque la mia vita, io rispondo che non è necessario scrivere di me: la malattia ha già preso tanto e non si merita anche dei libri! Bisogna scrivere per passione, bisogna scrivere pensando a chi leggerà se si vuole arrivare ad una pubblicazione, altrimenti è meglio scrivere un diario.
Dipende da ciò che si vuole, da che tipo di prodotto si vuol confezionare: mi è capitato, infatti, di leggere di persone che scrivono perché vogliono esternare le proprie emozioni non credo sia il modo giusto di iniziare a scrivere un libro da pubblicare. Si deve pensare ad un pubblico se si vuole vendere altrimenti, come dicevo prima, è meglio scrivere un diario
.
Non voglio essere cinica, ma il mondo di fuori è duro per tutti e scrivere non può essere solo un piacere per sé, deve esserlo anche per il lettore.
Se si vuole scrivere davvero lo si deve prendere come un lavoro. Un lavoro come tutti gli altri che va fatto con passione e deve avere delle regole: scrivere solo di sé o solo delle proprie emozioni non può essere un lavoro.
Dicendo questo voglio rivolgermi esclusivamente alle persone che scrivono con lo scopo di vendere, di fare della scrittura il proprio lavoro,  alle persone che non si fermano al primo libro ma comunque vanno avanti. Molti scrivono e si fermano al primo romanzo o comunque si autoproducono, bisogna credere che qualcun’altro creda nel nostro lavoro.

-Capisco: in sostanta dice che va bene mettere un po’ di sè nel proprio romanzo ma esagerare e scrivere solo di sé rende impossibile la produzione di un buon romanzo e ci fa credere un po’ nell’impossibile, dico bene?
Sì, nel senso che ho visto persone scrivere solo della propria situazione come, ad esempio, delle loro difficoltà emotive e mi è quasi parso di fare una seduta di gruppo. Non è per criticare né, tantomeno, per offendere, ma credo che il racconto della propria vita possa interessare a pochi intimi, non dà molti sbocchi professionali.
Molte persone, infatti, quando faccio le presentazioni, mi chiedono se nei miei libri io abbia raccontato la mia vita, credono che io abbia solo la mia malattia di cui parlare, ma in realtà ho una vita privata, ho un compagno e aspiro ad avere un bambino; vado a fare la spesa come tutti, mi piacciono i film con parecchi misteri da risolvere, le serie televisive poliziesche, guardo anche programmi divertenti. Quello che sono io non può diventare un libro. Posso dare alcune delle mie caratteristiche a qualche personaggio, questo è inevitabile, ma raccontare, ad esempio, che da bambina, mentre tutti giocavano a nascondino, io leggevo non lo trovo interessante per gli altri.
Con il mio ultimo libro ci si commuove, alla fine, ma è comunque finzione.
Purtroppo nessuno si aspetta da una ragazza sulla sedia a rotelle omicidi, autopsie, coppie gay che adottano bambini o sesso fatto sulla scrivania dell’ufficio del commissario. Ci sono molti pregiudizi.
Con i miei libri ho stupito molta gente, ma ho anche dato un’immagine di una persona che sta sulla sedia a rotelle e che può fare qualcosa di diverso oltre che discutere riguardo la propria condizione fisica.
Penso che far conoscere i miei libri sia importante proprio per questo: voglio essere da monito per tutti quelli che si chiudono nella propria disabilità pensando di non poter dare altro.
-Penso che dalla tua ultima affermazione passi un ottimo messaggio.
Bene, direi che la nostra intervista può ritenersi conclusa, tuttavia se c’è qualcosa che non ho toccato ma a lei sembra importante, siamo tutti orecchie.
No, mi sembra che abbiamo detto tutto.
Ci terrei soltanto a dire che ho scritto tutti e tre i miei romanzi con una sola mano, perché utilizzo soltanto la destra. Questo può essere un modo per dire a tutti che, quando si vuole davvero fare qualcosa, la si deve fare con tutta la forza che si ha in corpo. Non esistono le parole “non posso” o “non ce la faccio”. Quando si vuole fare qualcosa, la si fa e basta. Bisogna solo volerlo, volerlo con tutte le proprie forze.
Questo vale per qualsiasi cosa, a questo proposito mi piacerebbe citare una frase di Sant’Agostino che ho inserito nel libro: “Chi vuol raggiungere qualcosa ha l’ardore del desiderio il desiderio e la sede dell’anima.”
Riprende anche un po’ la dedica a Miranda di cui parlavo prima.
Come frase iniziale, invece, ne “Il Veleno dei Santi” ho pensato di scrivere: “Ci vuole coraggio per essere felici”. E’ un po’ quello che ho cercato di dire anche prima.

-Grazie ancora per questi contributi e piccoli insegnamenti di vita. Grazie per il tempo che ci ha dedicato, è stato molto illuminante!
Grazie a te per avermi dato la possibilità di far conoscere nuove realtà e per dar visibilità ai miei libri! Un abbraccio!
*Volpe

“Lo strano viaggio di un oggetto smarrito”, conversazione con Salvatore Basile

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Tra pochi giorni uscirà in libreria il primo romanzo di Salvatore Basile “Lo strano viaggio di un oggetto smarrito”: la storia di un capostazione solitario che conduce la propria esistenza tra gli oggetti smarriti che rinviene sull’unico treno che passa dalla piccola stazione di Miniera di Mare.
La favola di un quaderno rosso, un cuore schivo ed uno folle e coraggioso deciso a non arrendersi al dolore; di un viaggio che si trasforma in un pellegrinaggio per fare pace con il proprio passato e le ferite mai risanate.

Per salutare questa nuova uscita, Jo ha intervistato l’autore Salvatore Basile che si è gentilmente offerto di rispondere ad alcune domande.

– Voglio cominciare ringraziandola ancora per il tempo che ci dedica e farle i complimenti per l’uscita ormai prossima del suo romanzo “Lo strano viaggio di un oggetto smarrito“. E’ la sua prima esperienza da romanziere o può vantare altri titoli nel suo curriculum?
Da più di venticinque anni scrivo sceneggiature, credo di averne realizzate una quarantina, ma questa è stata la mia prima esperienza da romanziere. Un’esperienza davvero sorprendente. E’ stato come esplorare territori sconosciuti. 13087696_10154763693153448_187278473045248464_n

Curiosando in internet, in attesa di avere tra le mani il romanzo che ho già iscritto tra quelli da leggere, ho letto che l’ispirazione le è venuta leggendo la storia di un polmone di acciaio rinvenuto alla stazione Centrale di Milano e mai rivendicato. Potrebbe brevemente raccontarci cosa è successo e come questo fatto di cronaca così grottesco l’ha ispirata nello scrivere il suo romanzo?
La notizia del ritrovamento del polmone d’acciaio è vera e risale a qualche anno fa. Mi ha subito incuriosito, poi mi ha affascinato. Ho iniziato a curiosare nel fantastico mondo degli oggetti smarriti: volevo farne un film. Poi tutto è finito nel cassetto, fino a quando quel mondo mi è tornato alla mente all’improvviso. Sentivo l’esigenza di misurarmi nel campo del romanzo e l’ho afferrata al volo. Poi è nato Michele. Poi Elena. Infine la storia, che sono riuscito a terminare in 9 mesi. Come un parto.

La prima volta che ho letto di questo romanzo è stata sfogliando la rivista “Il libraio” che aveva nascosto tra le pagine un piccolo inserto con le prime righe della sua storia. Una storia di oggetti smarriti non solo di plastica o carta, ma anche di cuore e spirito perché, forse, il primo oggetto smarrito di questa favola è proprio Michele così come, allargando un po’ gli orizzonti, lo siamo anche noi. Dico bene?
Direi che hai centrato in pieno.

Può gentilmente spiegarci in che senso siamo “oggetti smarriti”? Per Michele il momento dell’abbandono è lampante, ma forse guardando la nostra storia personale scoprire quel momento non è poi così facile come sembra.
Si smarriscono, nel tempo e col tempo, non solo gli oggetti, ma anche i ricordi, i profumi, i sapori, i luoghi dell’infanzia, le parole ascoltate nel corso della vita, la persone che abbiamo amato e frequentato. E tutto ciò ci rende, a nostra volta, smarriti.

Parliamo ora del rapporto che c’è tra Michele e Elena (i due protagonisti del romanzo n.d.r): una danza tra un cuore schivo ed uno ferito ma caparbio e deciso a non arrendersi al dolore. Due oggetti smarriti che cercano di tornare a casa, perché alla fine lo smarrimento non è perdere il proprio proprietario, ma non saper più trovare la strada di casa. Ci può descrivere brevemente il rapporto tra questi due personaggi?
Sono due persone che hanno incontrato e provato il dolore, nel corso della vita. Il dolore vero, profondo e buio. Entrambi hanno subito un abbandono, seppur in modalità diverse. Michele si è fatto schiacciare da quel dolore, si è arreso. Elena, invece, vi si è immersa fino in fondo, ha trovato il modo affrontarlo, di cavalcarlo e di farne un motivo di rinascita. E sarà proprio questo che insegnerà a Michele: a fare in modo che il dolore non sia la causa della resa, anzi qualcosa da affrontare e riconoscere per ricominciare a vivere.

Parliamo della storia che ha portato il romanzo dall’essere un racconto nel cassetto al diventare un romanzo da scaffale, se mi concede questa licenza poetica. Un caso editoriale internazionale prima di essere pubblicato in Italia, una sorta, se mi viene permesso il paragone, di Pedro C. Freitas nostrano che va ad arricchire le fila e il catalogo della Garzanti. Può raccontarci il segreto di questo successo che ha preceduto di ben un anno l’uscita del suo romanzo?
E’ difficile spiegarlo, soprattutto per me che ne sono l’autore. Le lettere ricevute dalla Garzanti e dagli editori stranieri che mi pubblicheranno contenevano apprezzamenti che non mi sarei mai aspettato. Forse, il motivo di tutto ciò è la speranza che lascia intravedere. L’invito a lasciarsi andare all’imprevisto, ad affrontare la vita con fiducia.

La sua è senza dubbio una storia universale. Come ha detto lei poco fa: ognuno di noi è o ha degli oggetti smarriti e forse questo romanzo è proprio quello che serve a chi ha dei conti in sospeso con il passato e non riesce a chiuderli.
Le faccio ora una domanda sul panorama letterario italiano.
Basta aprire un qualsiasi social network per trovarsi davanti a scrittori esordienti che affidano le loro opere al self publishing. Il nostro sito ha trattato l’argomento, ma ci piacerebbe anche sapere l’opinione di un romanziere esordiente e autore con un’esperienza più che ventennale.
I tempi stanno cambiando, anzi sono già cambiati. Il web è una vetrina preziosa, capiente e, soprattutto, libera. Trovo giusto che chiunque abbia qualcosa da dire approfitti della rete per esporre le proprie idee e la propria arte. Ciò vale sia per la letteratura che per il cinema. Ma anche per la musica, la danza, la pittura. Riuscire a farsi notare e poi pubblicare o produrre è sempre stato difficile, soprattutto se non si hanno i mezzi per arrivare a chi ha potere decisionale in questi ambiti. Quindi, ben venga il self publishing: è un modo coraggioso di mettersi in gioco. Anche perché, alla fine, è sempre la qualità ad essere premiata grazie al giudizio del pubblico e/o dei lettori.

Certo, il self publishing rappresenta per molti un’occasione non da poco per dimostrare di che stoffa sia fatta la loro arte, tuttavia il rischio di questo tipo di pubblicazioni è che il potenziale capolavoro finisce inevitabilmente accanto alla storiella sciatta e priva di spessore, pubblicata più per capriccio che per reale amore della letteratura.
Come ha detto lei stesso, l’ostacolo più grande è rappresentato dai colossi editoriali che hanno ben poca considerazione per gli esordienti. Che consiglio darebbe ad uno scrittore emergente?
Intanto scrivere e non arrendersi. Poi, trovare una buona agenzia letteraria a cui affidare il proprio lavoro. Credo sia la strada più giusta e meno complicata.

– Grazie anche per questo consiglio. La nostra intervista si può considerare conclusa, ha un ultimo messaggio o una citazione che vorrebbe condividere con noi?
Mi piace concludere con un antico detto Inca che amo e che potrebbe racchiudere il cuore del mio romanzo: “Se un passero dalle ali spezzate riesce a prendere il volo, nessun condor avrà ali tanto robuste da poterlo raggiungere.”

– Molto bella davvero! Io la ringrazio ancora per il tempo che ci ha dedicato e le auguro tanta fortuna con questo suo romanzo d’esordio che spero sia il primo di una lunga serie.
Sono io a ringraziare te!

Come ultimo regalo, il nostro ospite ci ha fatto dono di un piccolo estratto dal suo romanzo “Lo strano viaggio di un oggetto smarrito“.

“Aprì l’ultimo sportello del vagone di coda e trattenne il fiato.
La prospettiva delle nove carrozze che si susseguivano in linea retta, una dopo l’altra, si spianò davanti al suo sguardo. Mosse il primo passo di quella lenta traversata serale che lo avrebbe condotto fino alla locomotiva di testa e inspirò con forza.
L’odore di ferro misto a quello di similpelle dei sedili gli invase le narici. Amava quell’odore come poche altre cose. Un odore sempre uguale e comunque ogni sera diverso. Al ferro e alla similpelle del vecchio treno, infatti, si mescolavano gli afrori del sudore e degli abiti dei passeggeri che si erano alternati all’interno dei vagoni durante il giorno; i sentori del cibo consumato durante il viaggio; il fumo delle sigarette aspirate furtivamente davanti ai finestrini aperti lungo i corridoi; le note persistenti dei medicinali, del caffè nei thermos.
Poi c’era il silenzio. E quel silenzio lo rassicurava. Nessuna voce, nessun volto. Né gli odori né gli avanzi di cibo, nulla di tutto ciò tratteneva in quei vagoni le persone che avevano occupato il treno. In quel silenzio rimaneva solo il riverbero delle loro vite misteriose. Nessuno l’avrebbe visto aggirarsi tra le carrozze, nessuno gli avrebbe rivolto domande, nessuno l’avrebbe messo in imbarazzo costringendolo a spiegare i perché della sua vita solitaria.
Michele cominciò a controllare che tutto fosse in ordine, tirò su i vetri dei finestrini rimasti aperti, ripulì i vagoni dai rifiuti, lucidò le maniglie cromate.
Quando raggiunse la locomotiva di testa, vi entrò. Raccolse alcune carte dal pavimento, un paio di bicchieri di plastica che odoravano di vino, un cartoccio unto che profumava ancora di cibo da rosticceria.
Poi si voltò verso la coda del treno e cominciò il suo viaggio di ritorno verso l’ultimo vagone. Passare in rassegna i posti a sedere era la parte finale del suo lavoro, quella che amava di più. I sedili morbidi conservavano impresse le sagome dei passeggeri. Immerso nella sua solitudine poteva esaminarli, con calma.
Giunto al terzo vagone, sul lato sinistro, al posto 24, vide qualcosa. Si avvicinò, con una leggera emozione, come accadeva sempre in questi casi.
Era una piccola bambola, grande quanto una mano, di gomma spessa leggermente consumata, il volto paffuto su cui spiccavano due occhi blu, grandi come lune. Indossava un vestito di cotone grezzo, il fondo verde punteggiato di fiori bianchi e gialli: margherite e girasoli.
Michele la prese tra le mani e sorrise.
«Bentrovata», sussurrò alla bambola, e la infilò nella tasca della giacca.”

*Jo

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