La sovrana lettrice

.: SINOSSI :.

A una cena ufficiale, circostanza che generalmente non si presta a un disinvolto scambio di idee, la regina d’Inghilterra chiede al presidente francese se ha mai letto Jean Genet. Ora, se il personaggio pubblico noto per avere emesso, nella sua carriera, il minor numero di parole arrischia una domanda del genere, qualcosa deve essere successo. E in effetti è successo qualcosa di semplice, ma dalle conseguenze incalcolabili: per un puro accidente, la sovrana ha scoperto quegli oggetti strani che sono i libri, non può più farne a meno e cerca di trasmettere il virus della lettura a chiunque incontri sul suo cammino. Con quali ripercussioni sul suo entourage, sui sudditi, sui servizi di sicurezza e soprattutto sui lettori lo scoprirà solo chi arriverà all’ultima pagina, anzi all’ultima riga. Perché oltre alle irrefrenabili risate questa storia ci regala un sopraffino colpo di scena – uno di quei lampi di genio che ci fanno capire come mai Alan Bennett sia considerato un grande maestro del comico e del teatro contemporaneo.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

La Sovrana Lettrice di Alan Bennett è un romanzo che si legge tutto d’un fiato.
In un primo momento il lettore, anche a causa dello stile scevro di fronzoli e minimalista con cui Bennett ha scritto il suo romanzo, crede di trovarsi di fronte ad un saggio o, almeno, di leggere un racconto che abbia un fondo di verità. La storia che Bennett racconta è invece di finzione e i personaggi sono solo mezzi con cui l’autore cerca di raggiungere il suo fine: parlare di quello che un lettore sente quando scopre di amare la lettura.

In questo caso, sebbene lo sia sulla carta, la regina Elisabetta non è la vera protagonista del romanzo: protagonisti sono i sentimenti e le sensazioni che accomunano i novelli lettori. E’ una storia che a me ha parlato molto: se mi paragono ad altri lettori, mi rendo conto di aver iniziato ad amare i libri tardivamente, non che prima non ne comprendessi il valore o non li desiderassi, solo che non sentivo la lettura come qualcosa di mio.
Proprio come la regina Elisabetta ne La sovrana lettrice, anche io sono stata aiutata da un accanito bibliofilo nella mia scoperta; anche io ho subito il fascino della lettura e sono stata vittima del bisogno di divorare, pagina dopo pagina, più libri possibili come a voler colmare il vuoto che anni di lettura saltuaria avevano formato.
Questo è, a mio avviso, il pregio de La sovrana Lettrice: l’autore riesce a mettere su carta, con parole semplici e un fraseggio lineare, l’avidità con cui un lettore afferra la lettura dopo tanti anni di digiuno.
Se si toglie questo significato profondo che può colpire le persone che hanno provato quelle stesse sensazioni, la storia è banale e lo stile niente più che un esercizio di retorica con cui Bennett dimostra di poter scrivere un romanzo con i tipici toni del saggio.

I personaggi, tranne la regina, sono relativamente piatti: si dividono tra affamati lettori e detrattori della lettura. Nessun personaggio ha un arco narrativo ben definito e sono tutte comparse che gravitano attorno alla regina e alla sua nuova passione per i romanzi.
Buono invece lo humor britannico che attraversa tutto il romanzo: il libro non fa sbellicare dalle risate, ma strappa più di un sorriso a chi ha la pazienza e la voglia di intravedere una battuta là dove il discorso sembra estremamente serio. Anche la caratterizzazione della regina, tra il rispettoso e il satirico, è ben riuscita: il caratterino tutto pepe della sovrana è credibile e aiuta, assieme ai finti estratti dai diari di Sua Maestà, a creare la sensazione di trovarsi nel mezzo della lettura di un saggio.
In generale, il romanzo si merita un 7.5/10. E’ una lettura interessante e soprattutto estiva, adatta ad un periodo in cui si è stanchi e si vuole avere tra le mani un libro che faccia sì riflettere senza però impegnare troppo la testa.

*Volpe

L’uomo che scrisse la Bibbia

.: SINOSSI :.

Questo romanzo narra la storia di William Tyndale il Traduttore, l’uomo che scrisse il libro più letto nella storia dell’Occidente: la Bibbia in inglese. È una storia popolata da sicari, vescovi oltranzisti, avidi mercanti, subdoli traditori, alchimisti e re, e ambientata in una delle epoche più turbolente, complesse e avvincenti che l’Europa abbia conosciuto: la prima metà del Cinquecento, il secolo che si apre con la scoperta dell’America, la Riforma luterana e la definitiva spaccatura fra Oriente e Occidente.
Narra di un genio che osò scrivere la Bibbia come se fosse la prima volta, nella lingua del popolo e non dei potenti, e che, così facendo, inventò l’inglese moderno, la lingua di Shakespeare. Dalla sua penna sono scaturiti neologismi come «il sale della terra», «i segni dei tempi», «capro espiatorio» e frasi piene di ritmo che Tyndale afferra «a orecchio» dalla gente comune, dal modo di esprimersi di quei commercianti, tessitori, marinai, tosatori, sarti e venditori di stoffe che ha conosciuto da ragazzo, nel Gloucestershire, la terra di confine affacciata sul mare dove è nato e cresciuto.
È, infine, il racconto di un viaggio, avventuroso e insidioso come quello dei primi esploratori, che porta da una lingua misteriosa, l’ebraico del Vecchio Testamento, a una lingua non ancora nata. Un viaggio in cui, per un libero pensatore alle prese con i demoni della propria creatività, per un rivoluzionario braccato da potenti nemici, il prezzo da pagare è sempre molto alto.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

L’uomo che scrisse la Bibbia non è un romanzo per tutti, ma è un romanzo che tutti i lettori dovrebbero leggere. Marco Videtta regala al suo pubblico un trattato di linguistica e teoria della traduzione camuffato da romanzo storico e riesce, grazie a questo travestimento letterario, a parlare di temi che difficilmente trovano spazio tra la pagine di un romanzo senza scadere nel didascalico o senza essere lentamente accantonati.
La traduzione della Bibbia in inglese è il pretesto per discutere non solo di filosofia e teologia, ma getta sopratutto le basi per una seria e ben strutturata riflessione sul come nasca la lingua e quanto potere si celi in ogni parola sia essa vergata o sussurrata.
Una cosa tanto quotidiana quanto scontata diventa così un terreno su cui si scontrano religione e politica, tradizioni e inventiva e, accompagnando Tyndale nel suo ramingare da una città all’altra, abbiamo modo di approfondire sempre di più quella che può essere definita una vera e propria “questione linguistica”.

Come linguista e come credente ho amato questo libro sia per la riflessione religiosa, che pur non essendo sempre perfettamente coerente con la dottrina cattolica è comunque valida e stimolante; che per le pagine in cui, dalla viva voce di Tyndale (o da quella dei suoi compagni) si assiste alla nascita di neologismi come “peacemaker” (=operatori di pace nella versione italiana) o si ascoltano le ragioni per cui una traduzione è da preferire ad un’altra.
Le parti dedicate alla traduzione mi hanno fatto, letteralmente, vibrare l’anima e il mio piccolo cuore da linguista si è commosso più di una volta nel vedere comparire, come lo spettro dell’arcobaleno, sulla carta le mille e più sfumature di uno scritto o di una singola parola capace, se utilizzata, di cambiare un testo rendendolo ora più profondo, ora provocante e duro o al contrario discreto ed elegante.
Il libro si guadagna un pieno e più che meritato 10+/10; è una lettura che, pur non essendo semplicissima, scorre fluida grazie ad una scrittura che sembra ricamare intorno ai concetti cardine del libro e che risulta equilibrata: né appesantita da un’aggetivazione eccessiva né ridotta all’essenziale.

*Jo

Bridgerton

.: TRAMA :.

La serie, ambientata in una utopica Età della reggenza inglese, narra le vicende della famiglia Bridgerton: la madre Violet, Lady Bridgerton; i suoi quattro figli Anthony, Benedict, Colin e Gregory e le sue quattro figlie Daphne, Eloise, Francesca e Hyacinthe. Altra famiglia protagonista sono i Featherington, composti da: la madre Portia, Lady Featherington; suo marito, il barone; le tre figlie Philippa, Prudence e Penelope. Siamo nell’alta società londinese nella stagione in cui le giovani donne cercano marito e le madri sono in fermento, intente a trovare una buona sistemazione per le proprie figlie. Protagonista della prima stagione è Daphne Bridgerton che, al debutto nell’alta società, incontrerà il duca di Hastings, Simon, scapolo ambìto e amico di suo fratello Anthony. Per eludere politiche matrimoniali svantaggiose per entrambi, fingeranno di instaurare un legame.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Bridgerton la serie del momento, tanto amata quanto criticata.
Tra le più viste da sempre, secondo Netflix, Bridgerton ha saputo incantare il pubblico con i suoi colori e la sua freschezza; ma la sua presunta mancanza di realismo ha irritato molti spettatori.

Bridgerton è una serie statunitense, la prima stagione è basata sul romanzo Il Duca e io, di Julia Quinn ormai praticamente introvabile: dopo aver divorato la serie tv, uno stormo di fan è corso ad acquistare ogni singola copia esistente. Un bel colpo per Julia Quinn: dopo vent’anni di attesa si vede riconosciuto un discreto successo.
Il romanzo, e quindi il telefilm, è un harmony: ruotando attorno alla ricerca, da parte delle giovani protagoniste, di un marito, la trama non è altro che il racconto di una travagliata storia d’amore. Il pregio di questo racconto è la presenza di Lady Whistledown, una misteriosa dama pronta a rivelare al mondo, con ironia e uno spiccato senso dell’umorismo, gli scheletri nell’armadio delle nobili famiglie londinesi.

Se vi aspettate una serie televisiva sullo stile dei romanzi di Jane Austen, rimarrete inevitabilmente delusi: i romanzi sono stati scritti nel 2000 e, figli del nuovo millennio, raccontano in modo a dir poco spregiudicato la vita matrimoniale. Come è naturale, certe cose capitano oggi come capitavano allora, ma le acrobatiche avventure tra le lenzuola descritte in Bridgerton fanno sorridere lo spettatore per la loro assurdità. Del resto, come ho già sottolineato, si tratta di un Romance Storico: scene eccessivamente avventurose ed esplicite sono quasi un obbligo in questo tipo di letteratura.
Pur non arrogandomi il diritto di definire quanto accurata o meno sia la serie televisiva rispetto al periodo storico in cui è ambientata, sono sicura gli autori si siano presi non poche libertà nella rappresentazione dell’età della Reggenza: tra i “dettagli” più anacronistici spiccano l’elevatissimo numero di nobili di colore (impossibile, non solo improbabile, in un periodo in cui erano ancora presenti sia il colonialismo sia la segregazione razziale); i tacchi a spillo (ma la chiameremo “scelta editoriale”); la colonna sonora che, talvolta, si prende moderne libertà e trasforma un ballo in una festa dal sapore quasi liceale; la boxe, praticata dal bel Duca di Hastings, che fa somigliare il protagonista maschile più a Christian Grey che a Mr. Darcy.

Tutto questo, dunque, è un problema?
Sì, e no.
Sì, perché in nome del politically correct un periodo storico è stato preso e ribaltato fino ad essere svuotato della sua oggettiva realtà.
No, perché comunque non è una serie televisiva da prendere sul serio. Guardata con la giusta superficialità, è una serie che permette di passare qualche ora tranquilla a godersi una storia piacevole e spensierata. Lanciarsi in spietate critiche riguardo alla presunta mancanza di accuratezza storica è abbastanza inutile: penso che rendere la serie tv il più simile possibile all’epoca storica in cui è ambientata fosse proprio l’ultimo dei pensieri dei suoi creatori. Bridgerton è una serie che non viene guardata né per la trama e tantomeno per l’ambientazione storica: viene guardata perché è una storia d’amore con la giusta tensione che, tutto sommato, funziona.
Parlo per cognizione di causa. Ascoltando i pareri di chi ha davvero amato Bridgerton, ci si rende conto che la maggior parte di essi ruotano tutti attorno ad un unico argomento: il duca di Hastings. Il resto della trama sembra scomparire di fronte alla sua presenza che ha letteralmente conquistato le (ed i) fans. Regé-Jean Page, il giovane attore che interpreta il duca, è ancora molto acerbo e non è dotato né di particolare bravura né di chissà quale espressività. E’ anche vero che è stato rinchiuso nello stereotipo del belloccio dannato e misterioso, ruolo che non dà molte possibilità di mostrare il proprio talento. Però è riuscito comunque, con il suo fisico e la sua aria misteriosa, a conquistarsi le simpatie del pubblico diventando quasi un sex symbol; pare che la scena in cui lecca un cucchiaino, di cui mi ero totalmente dimenticata ma che una conoscente mi ha ricordato con molto ardore (e prove fotografiche), sia stata molto provocante per alcuni spettatori.
Phoebe Dynevor, la giovane Daphne, promette piuttosto bene: riesce a coinvolgere lo spettatore con le sue emozioni, per esempio le urla di quando scoppia a piangere in teatro ancora mi echeggiano in testa.
I personaggi che ho amato, e che ho trovato ben interpretai dagli attori, sono stati: Penelope Featherington ed Eloise e Colin Bridgerton. I loro personaggi, nonché le loro sottotrame, sono quelle che ho trovato più interessanti e meglio studiate.

Il mio voto complessivo è un 7.5/10. Mentirei se non ammettessi di averla guardata con gusto, ma non penso che sia una di quelle serie tv che resteranno nella mia memoria per l’eternità. Divertente, leggera e piena di simpatica ironia, è uno show da guardare proprio come passatempo e soprattutto da non prendere sul serio! Non è una serie televisiva storica: è quasi reinterpretazione in chiave fantasy. E’ ambientata in un’epoca che somiglia alla reggenza ma non è la reggenza: qui, esiste una completa parità tra bianchi e neri; qui, una ragazza può permettersi di negare un “sì” a pretendenti non rifiutabili; qui, gli scandali svaniscono con la stessa facilità con cui sono venuti a crearsi; gli abiti sono reinterpretati in chiave moderna
Ciò che mi è piaciuto davvero molto dello show sono le ambientazioni: sarei rimasta ore ad osservare i dettagli dei palazzi, delle sale e dei negozi in cui si svolge la vicenda. Un’altra chicca è la totale mancanza di gusto, sia nei modi di fare sia nel vestire e nell’atteggiarsi, della famiglia Featherington: impossibile non sciogliersi in una risata!

*Volpe

La quattordicesima lettera

LA QUATTORTICESIMA LETTERA

Autore: Claire Evans
Anno di edizione: 2020
Casa editrice: Neri Pozza

.: SINOSSI :.

È una mite sera di giugno del 1881, la sera della festa di fidanzamento di Phoebe Stanbury. Mano nella mano di Benjamin Raycraft, il fidanzato appartenente a una delle famiglie più in vista della Londra vittoriana, Phoebe accoglie gli invitati con un sorriso raggiante di gioia. È il suo momento, l’istante che suggella la sua appartenenza alla buona società londinese. Un istante destinato a durare poco.
Dalla folla accalcata attorno alla coppia si stacca una sinistra figura, un uomo nudo, sporco di fango e col torace coperto da una griglia di tatuaggi, come un fiore gigante. L’uomo solleva il braccio verso Benjamin, facendo balenare la lama stretta nella mano: «Ho promesso che ti avrei salvato» dice, prima di avventarsi sull’ignara Phoebe e tagliarle la gola con un rapido gesto.
La mattina seguente, a pochi chilometri di distanza, William Lamb, ventitré anni e l’ambizione di diventare socio dell’avvocato Bridge una volta completato il praticantato, fa visita a un cliente molto particolare, Ambrose Habborlain, sino a quel momento seguito esclusivamente da Bridge. Si ritrova al cospetto di un uomo dai capelli canuti e dallo sguardo smarrito che, in preda alla paura, gli consegna un misterioso messaggio: «Dite a Bridge che il Cercatore sa».
Tornato allo studio, William spera di avere da Bridge delucidazioni sull’oscuro comportamento di Habborlain. Ma, contro ogni aspettativa, l’anziano avvocato viene colto anche lui dal terrore. Con affanno apre l’ultimo cassetto della scrivania, estrae un piccolo cofanetto in legno sul cui coperchio sono intagliati sette cerchi all’interno di un ottavo, a formare un grande fiore, e lo affida a William con la raccomandazione di tenerlo al sicuro e non farne parola con nessuno.
Tra rocambolesche fughe, una misteriosa setta disposta a tutto pur di realizzare i propri scopi e un terribile segreto che affonda le sue radici in un lontano passato, William vivrà giorni turbolenti in una Londra vittoriana che, come un gigantesco labirinto di misteri, custodisce antiche leggende e oscure macchinazioni, saperi secolari e nuovi pericolosi intrighi.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

La quattordicesima lettera è, senz’ombra di dubbio, uno dei must read del 2020.
Alla pubblicazione del libro, sono stata, come tutti suppongo, immediatamente catturata dalla copertina e dal ricamo formato dai simboli e dai disegni che ricalca, seppur con tonalità e disposizione grafica differenti, la copertina della versione originale.
Tuttavia, leggendo la sinossi non ero stata particolarmente “agganciata” che, seppur interessante, sembrava proporre una variante più petulante di Sherlock Holmes.
Tornata in libreria qualche tempo dopo, la curiosità non si era sopita e così, decisa a togliermi lo sfizio, ho aperto il libro a metà e ho iniziato a leggere.
Il linguaggio fresco e, a tratti colorito, e una serie di situazioni grottesche mi hanno catapultato in una Londra di fine ‘800 decisamente diversa da quella descritta nei romanzi di Sir. Arthur Conan Doyle (senza nulla togliere al maestro del giallo) e, in men che non si dica, il libro è passato dallo scaffale al comodino e dal comodino alla borsa del lavoro.

Capitoli brevi scandiscono il ritmo di una trama avvicincente che ben si dipana tra misteri e complotti, suggestioni e brividi.
Come figure di un carillon, i personaggi danzano e si rincorrono senza mai intrecciarsi o afferrarsi e, almeno per una buona metà del libro, si ha la sensazione che le diverse trame viaggino con fuso orari differenti che non permettono alla vicenda corale di prendere veramente il via.
Alcune scene di tortura possono risultare, per i più sensibili, un po’ fastidiose; ma pur trattando di argomenti difficili da digerire, il libro non scade mai nello splatter e anche le scene più raccapriccianti sono tratteggiate con tatto.
L’evoluzione dei personaggi è ben studiata e, nonostante non tutti mi abbiano particolarmente entusiasmato, ognuno riesce a dare il proprio contributo alla storia senza mai alterare il delicato equilibrio tra un bel romanzo e una bella sceneggiatura.

Il voto è 9+/10.
La brevità dei capitoli è, oltre che vincente per il ritmo della storia, una vera benedizione per chi, come la sottoscritta, lavora e cerca di ritagliare un momento per la lettura anche durante pausa pranzo. Poche e ben scritte pagine permettono al lettore di mantenere il polso della situazione senza dover abbandonare i protagonisti nel bel mezzo di un inseguimento o di una schermaglia.
I personaggi mi hanno convinto quasi tutti e per la dipartita di alcuni sono stata lì lì per versare una lacrimuccia; alla fine, come in una favola vittoriana, il lieto fine arriva per tutti e ogni brutto ricordo annega in una tazza di buon té.
L’epilogo, che sembra copiato dal primo capitolo di una saga cinematografica, non mi è piaciuto per niente e mi è sembrato il proverbiale sgambetto sulla linea del traguardo dopo una corsa meravigliosa.

*Jo

Il libro della vita e della morte

IL LIBRO DELLA VITA E DELLA MORTE

Autore:  Deborah Harkness
Anno:  2011
Editore:  Piemme

.: SINOSSI :.

Quando Diana Bishop, una giovane storica studiosa di alchimia, scopre nella Bodleyan Library di Oxford un antico manoscritto che vi era rimasto celato per secoli, non si rende conto di aver compiuto un gesto decisivo per la sua vita. Discendente da una stirpe di streghe, Diana aveva sempre cercato di vivere una vita normale, da cui la magia era rigorosamente bandita. Ma ora sente che il potere del manoscritto è più forte di ogni sua decisione e, nonostante tutti i suoi tentativi, non riesce a metterlo da parte. Diana però non è la sola ad avvertirne con prepotenza l’attrazione. Perché le streghe non sono le uniche creature ultraterrene che vivono a fianco degli umani: ci sono anche demoni, fantasiosi e distruttivi, e vampiri, eternamente giovani; e tutti sono interessati alla scoperta di Diana. Uno in particolare si distingue dagli altri, Matthew Clairmont, un vampiro, professore di genetica appassionato di Darwin. Il cui interesse per il manoscritto viene presto superato da quello per la giovane strega. Insieme intraprendono il viaggio per sviscerare i segreti celati nell’antico libro. Ma l’amore che nasce tra loro, un amore proibito da leggi radicate nel tempo, minaccia di alterare il fragile equilibrio esistente tra le creature e gli umani, scatenando un conflitto che può avere conseguenze fatali.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Scritto cavalcando l’onda generata dai vampiri della Meyer, la Trilogia delle Anime offre ai lettori un fantasy contemporaneo in cui storia, romanticismo ed elementi fantastici si fondono in un intreccio convincente che soddisfa tanto gli amanti di streghe e vampiri quanto gli appassionati di storia e di filologia.
L’ambientazione, dopo tanta letteratura ambientata oltreoceano, è Europea e Oxford fa da cornice a una trama matura e tutto sommato avvincente che ha, come unica nota negativa, la scelta dei due protagonisti.
La storia è narrata in prima persona dal personaggio femminile Diana Bishop, che fin dalle prime pagine, riesce a risultare antipatico e contraddittorio.
Piccola enfant prodige, la strega viene  presentata come l’erede di una delle dinastie magiche più antiche e potenti del nuovo mondo e sfoggia un curriculum filologico e linguistico da far invidia a J.R.R. Tolkien; nonostante faccia parte di una delle schiatte più illustri della comunità magica, la  giovane precisa e ribadisce a più riprese il suo rifiuto per la magia, salvo poi utilizzarla a poche pagine dall’inizio del romanzo per una motivo piuttosto sciocco.
Altro tratto caratteristico e, alla lunga noioso, è la sua capacità di possedere e saper utilizzare ogni tipo di potere magico immaginabile: dal controllo degli elementi, alle visioni mistiche per finire con la capacità di piegare il tempo e lo spazio per passeggiate tra il passato, il presente e il futuro.
Basta quindi terminare il primo capitolo per capire di avere davanti una Mary Sue ritagliata seguendo perfettamente i contorni della sagoma che, nonostante la sua ribadita intelligenza, riesce a sorprendere con commenti e scelte non solo insensati, ma piuttosto inutili e volti soltanto a creare situazioni completamente prive di pathos e appositamente studiare per alimentare la storia d’amore tra Diana e il misterioso Matthew Clairmont.
Matthew Clairmont è la controparte maschile della storia ed è la prova scritta che “Dio li fa e poi li accoppia”. Con un comportamento sempre in bilico tra l’amante premuroso e lo stalker: Matthew è un vampiro centenario che nella sua lunga esistenza ha avuto modo di coltivare svariati interessi divenendo un’eccellenza nei campi in cui si è specializzato; un tratto in comune con la protagonista ma che, nel suo caso, è giustificato dal tanto tempo che il vampiro ha potuto dedicare allo studio e alla pratica. .
La caratterizzazione di Matthew è risultata, a mio parere, più convincente e mi ha permesso di empatizzare con questo personaggio la cui caratterizzazione, che ripropone un Edward Cullen più maturo e immune a crisi adolescenziali di qualsiasi tipo, è stata giustificata in maniera convincente dalla somiglianza del personaggio con i lupi e con la maggior parte dei predatori.
Gli altri personaggi sono, ad eccezione dei familiari stretti dei protagonisti, poco più che comparse che sfilando accanto a Diana e Matthew emergono come funghi da un capitolo all’altro senza alcuna spiegazione, fornendo informazioni e spunti interessanti, per poi sparire lasciando il lettore con un palmo di naso a domandarsi l’utilità di continuare ad introdurre nuovi personaggi ad una cinquantina di pagine dalla fine del romanzo.
Tralasciando la mediocrità dei personaggi e la loro inconsistenza, il romanzo propone una trama interessante che si sviluppa a metà tra un giallo e un fantasy storico.
la descrizione del misterioso Libro della Vita e della Morte, noto anche come Ashmole 782, è una gioia per gli occhi di chi, per studio o per passione, ha avuto il privilegio di poter lavorare con manoscritti e libri antichi e lo stesso vale per la descrizione della biblioteca Bodleiana di Oxford.
La descrizione delle creature che popolano l’universo della Harkness non eccelle di originalità, ma dopo tanta letteratura fantastica gli spunti per razze nuove ed originali cominciano a scarseggiare e, senza farne una colpa agli scrittori, tutto ricorda qualcosa di già letto o visto.
Lo stile con cui è vergato il romanzo è reso apprezzabile grazie a una buona aggettivazione; mentre poco convincente è la scelta del narratore in prima persona, ma tutto sommato la lettura è piacevole e, accantonata l’antipatia per la protagonista, le pagine scorrono ad una velocità impressionante. Molto interessante è la descrizione degli odori su cui la Harkness insiste molto: dopo aver creato un collegamento tra i lupi e i vampiri, l’autrice consolida questo legame accentuando i sensi “da predatore” dei suoi vampiri e facendo sì che anche le altre creature attingano alle stesse percezioni per individuare alleati o nemici o per allenare il proprio intuito.

Il voto che mi sento di dare al romanzo è 8/10: il capitolo conclusivo del romanzo è una sorta di corridoio letterario che suggerisce al lettore che, per arrivare a capo del mistero, dovrà leggere anche L’ombra della notte per sapere qualcosa di più; tuttavia, l’idea di avere a che fare per altre settecento pagine con Diana Bishop e la sua tendenza alla tuttologia mi ha fatto desistere dal cercare il secondo volume.
Consiglio il romanzo a chi è alla ricerca di una storia fantasy con protagonisti più “stagionati” e tematiche un po’ più mature e complesse di quelle proposte dagli Young Adult. La storia d’amore, travagliata e coraggiosa, di Diana e Matthew accontenterà i lettori più romantici, mentre i continui riferimenti alla storia faranno felici coloro che, pur amando le tematiche fantastiche, non vogliono distaccarsi troppo dalla realtà che li circonda.

*Jo

Robin Hood – L’origine della leggenda ~ Streaming and Pajamas

.: TRAMA:.

Robin di Loxley, un lord inglese, viene chiamato a servire nella Terza Crociata in Terra santa e lo ritroviamo insieme ai suoi commilitoni in una città in rovina, bloccato sotto il fuoco nemico di una potentissima balestra automatica. Robin sarà incaricato di neutralizzarla e in questa operazione si imbatte in un abile arciere e guerriero, che avrebbe la meglio su di lui se non venisse colpito alle spalle da Guy di Gisborne, il capitano di Robin e vice sceriffo di Nottingham. Quando questi minaccia di uccidere il figlio del prigioniero, Robin non riesce a stare a guardare e si mette in mezzo. La sua diserzione è punita con il ritorno a casa in disgrazia dove lo aspetta una Loxley caduta in rovina. Inoltre Robin è stato dato per morto da almeno due anni e la sua amata Marian si è trovata un nuovo compagno, Will Tillman. Il tutto mentre il pugno di ferro dello sceriffo di Nottingham, stretto alleato della Chiesa cattolica, spreme sempre più duramente un popolo ormai esasperato.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Ispirata dalla trama e aiutata dalla tranquillità che solo le feste sanno dare, ho pensato di guardarmi questo film in completa solitudine, sperando di aver trovato una pellicola interessante e piacevole da guardare.
Mai giudizio fu più affrettato!
Questo film si propone di raccontarci le origini di Robin Hood come non le abbiamo mai viste, portando sullo schermo una storia nuova, piena di adrenalina e piuttosto cruda. In effetti, per quanto riguarda la leggenda di Robin Hood è sicuramente un film “nuovo”, peccato che non abbia niente di diverso da un qualsiasi film americano che parli di guerra.

Le sequenze iniziali dove Robin viene mandato al “fronte” sembrano riciclate da un qualsiasi film sulla guerra, solo che qui il regista si è fatto prendere la mano dal trash e anche dove il film poteva risultare drammatico, è scaduto nell’idiozia più completa. Robin entra a far parte dei crociati, che in questo contesto sono abbigliati proprio come dei marines (comprese magliette a mezze maniche e giubbotto antiproiettile vecchio stampo che non serve assolutamente a niente), e parte per la Città Santa. Qui, segue una scena di guerriglia degna del videogame “Call of Duty”, in cui i nostri eroi con archi usati alla stregua di fucili semi automatici combattono contro una balestra che fa le vedi di una mitragliatrice. Se questo non bastasse a rendere l’idea di quanto poco pensata sia stata la scena, i simpatici crociati si chiamano per cognome, alla faccia dei loro infiniti titoli nobiliari, come fossero dei soldati dei giorni nostri.

Tralasciando questa prima parte del film, il resto della pellicola non manca di essere satura di assurdità. La trama è strapiena di buchi, e il più evidente dal mio punto di vista è che nessuno si chieda dove Robin trovi il denaro se tutti sanno che è in rovina e non ha più neanche un centesimo, ed è di una banalità disarmante e, anche quando si giunge al climax della narrazione, lo spettatore è annoiato e quasi infastidito dagli eccessi di spettacolarismo del regista.
Insomma, dal punto di vista della sceneggiatura, manca davvero qualsiasi cosa.

Come se l’attualizzazione della narrazione non fosse già evidente, un ulteriore richiamo ai giorni nostri è l’abbigliamento dei personaggi che stona con l’ambientazione di sfondo prettamente medievale: Robin Hood sembra sempre essere vestito di marca, così come lo sceriffo di Nottingham che sfoggia una giacchina di pelle bianca niente male.
I personaggi non sono minimamente caratterizzati ed è assolutamente impossibile affezionarsi a loro.

Se il film, però, si salva da una completa stroncatura, è esclusivamente per la sua inventiva: portare il “medioevo ai giorni nostri” non deve essere stato affatto facile. L’inventiva non manca al regista e l’originalità è da premiare, anche se in questo contesto è stata un vero flop.
La colonna sonora del film salva un po’ tutto quanto: la musica è stata gestita molto bene così come la luce (a parte quando si trasformava in epiche vampate di fuoco con i protagonisti che ci camminano davanti come nei migliori film di spionaggio).
Insomma, nel complesso io non me la sento di dare la sufficienza a questo film che a stento arriva a un 4 per me.

*Volpe

Per amore delle parole. Vita e passioni di Virginia Woolf

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PER AMORE DELLE PAROLE. VITA E PASSIONI DI VIRGINIA WOOLF

Autore: Beatrice Masini
Casa editrice: EL
Anno di pubblicazione: 2005

.: SINOSSI :.

Un’infanzia felice interrotta dalla morte della mamma; una giovinezza di libertà, dedicata a far crescere la propria passione; un marito colto e acuto; una sorella adorata e adorante; amici e amiche brillanti, con cui scambiare pensieri e passioni. Ma anche il timore di non essere riconosciuta come scrittrice, e il pozzo nero della depressione sempre lì a un passo, insidioso, senza fondo. La vita di Virginia Woolf è stato tutto questo.
Età di lettura: da 9 anni.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

La vita di Virginia Woolf è un capolavoro e la sua biografia, scritta da Beatrice Masini, le rende pienamente giustizia raccontandone la vita con poesia ed eleganza, stile e attenzione alle parole a cui la Woolf era estremamente devota.
Raccontare gli anni di una scrittrice come Virginia Woolf non è un’impresa facile e, leggendo questo centinaio di pagine, si ha la sensazione di trovarsi ad un ballo: un ricevimento a cui sono stati invitati cavalieri affascinanti e terribili come la morte, la malattia e la disperata ricerca di un qualcosa che inesorabilemente sfugge; ma anche timide dame come la vita, l’amore e l’amicizia.
I capitoli sono istantanee di una vita che, pagina dopo pagina, ci sembra sempre più vicina e in un certo senso familiare e, ad un certo punto, i pensieri di Virginia Woolf diventano i nostri e non ci sembrano più così assurdi o frutto di una mente malata.
Nonostante questi doverosi apprezzamenti, sono costretta ad abbassare il voto del libro che ha mancato completamente il pubblico a cui è rivolto (dai 9 anni).
Lo stile poetico e musicale di Beatrice Masini non è facile e non lo trovo particolarmente adatto ai giovanissimi lettori che, il più delle volte, a nove anni stanno muovendo i primi passi nel cammino iniziatico che è la letteratura. La biografia stessa dell’autrice, complessa, spietata e allo stesso tempo romantica, non è stata adattata al pubblico per cui è pensata e alcuni paragrafi introducono il lettore in un mondo che, per il momento, è meglio tenere lontano dai bambini.

Fatte queste considerazioni, il mio voto è 6,5/10.
Mi dispiace assegnare un punteggio così basso ad un libro così ben scritto, ma nel recensirlo ho dovuto tenere conto anche dei dettagli di cui ho già scritto sopra.
Consiglio fortemente questo libro ai giovani lettori (dai 12/13 anni in su) e anche ai lettori più esperti e “stagionati” che, vedendolo tra i libri per bambini, rischiano di lasciarsi sfuggire un testo veramente ben scritto, poetico e realistico; che regala un bel ritratto di Virginia Woolf.

*Jo

Urla nel silenzio

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URLA NEL SILENZIO

Autore: Angela Marsons
Casa editrice: Newton Compton editore
Anno di pubblicazione: 2016

.: SINOSSI :

Cinque persone si trovano intorno a una fossa. A turno, ognuna di loro è costretta a scavare per dare sepoltura a un cadavere. Ma si tratta di una buca piccola: il corpo non è quello di un adulto. Una vita innocente è stata sacrificata per siglare un oscuro patto di sangue. E il segreto che lega i presenti è destinato a essere sepolto sotto terra. Anni dopo, la direttrice di una scuola viene brutalmente assassinata: è solo il primo di una serie di agghiaccianti delitti che terrorizzano la regione della Black Country, in Inghilterra. Il compito di seguire e fermare questa orribile scia di sangue viene affidato alla detective Kim Stone. Quando però nel corso delle indagini tornano alla luce anche i resti di un altro corpo sepolto molto tempo prima, Kim capisce che le radici del male vanno cercate nel passato e che per fermare il killer una volta per tutte dovrà confrontarsi con i propri demoni personali, che ha tenuto rinchiusi troppo a lungo…

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Urla nel silenzio è un titolo che attira l’attenzione, che fa presupporre un ottimo romanzo giallo avventuroso.
Probabilmente, è anche la parte che ho apprezzato di più: ha un bel significato per quanto riguarda la sua correlazione alla trama.
Passiamo dunque l’analisi del testo in sé. Partirei dalla protagonista: la detective Kim Stone.
Kim Stone è descritta nei minimi dettagli e racchiude in sé tutti gli stereotipi dei telefilm gialli americani, non ne lascia indietro neanche uno: beve solo caffè, non mangia, non dorme, ha strane passioni chiuse dentro il garage, ha uno spiccato senso di osservazione (a volte quasi al limite del disturbo ossessivo-compulsivo senza peraltro avere una spiegazione a riguardo) e odia l’umanità tutta. Insomma sembra di vedere un miscuglio tra l’agente speciale Gibbs della serie TV NCIS e Sherlock Holmes.
Il suo passato è terribile, pieno di abusi indicibili che si riconducono alla trama principale del romanzo: anche qui, c’è esagerazione da ogni punto di vista. Ho avuto l’occasione di lavorare per i servizi sociali di un paese piccolo e un numero così elevato di casi di maltrattamento, abusi e violenze è davvero esagerato. Spero che sia frutto di invenzione e non di ricerche, altrimenti è meglio evitare l’Inghilterra!
Ho fatto davvero fatica a trovare Kim un personaggio realistico. Il solo personaggio che ho trovato davvero ben delineato ed umano è stato il collega che principalmente affianca Kim nelle indagini.
Passiamo dunque all’analisi della trama: i colpi di scena sono innumerevoli ma incredibilmente prevedibili, persino il killer è indovinabile forse e soprattutto perchè l’autrice sembra fare di tutto per sviare l’attenzione da questo particolare personaggio.
Per quanto riguarda il finale, sono ancora perplessa da quanto ho letto: l’autrice ha cercato di usare una stratagemma per confondere un po’ le acque e ha sostanzialmente inserito un doppio finale del quale non c’era bisogno e che risulta un po’ forzato e assurdo.
Per quanto riguarda lo stile, devo dire che è buono. Nonostante l’alto numero di stereotipi, è scritto piuttosto bene e vengono forniti dettagli anche interessanti. C’è un’ottima capacità descrittiva che risulta interessante.
Ho adorato le parti scritte dal punto di vista dell’antagonista: quelle sì che erano ben scritte e ben congegnate!

Per quanto mi riguarda merita un 6 su 10. Da accanita fan di gialli non sono riuscita ad apprezzarlo appieno.
Risulta invece essere ottimo per chi desidera avvicinarsi al genere: l’autrice è bravissima a riportare dettagli inquietanti specie quando si tratta di introdursi nella mente di un criminale. Avendo molti punti di contatti con telefilm e film gialli, è adatto anche lettori un po’ più giovani.

*Volpe

Leggere è una faccenda da gatti

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LEGGERE E’ UNA FACCENDA DA GATTI

Autore: Alex Howard
Casa editrice: Garzanti
Anno di pubblicazione: 2017

.:SINOSSI:.

Con una zampa bianca e una nera e i suoi baffi eleganti, il Gatto della Biblioteca non è un gatto come gli altri. Al calore di una casa preferisce la biblioteca dell’università di Edimburgo. I libri sono la sua vera passione, oltre al bacon e ai grattini dietro l’orecchio sinistro. È nei libri che trova le rispose ai rompicapo più stravaganti e scopre universali verità filosofiche. Sono le pagine di Nietzsche, Joyce, Shakespeare, Orwell e Heaney a farlo riflettere sulle cose del mondo. Ma soprattutto gli insegnano l’arte di leggere le profondità dell’animo umano e coglierne i segreti più nascosti. Gli uomini, infatti, sono esseri complicati, a volte fragili e ingenui. Eppure, in fondo, desiderano tutti le stesse cose: trovare l’amore, scoprire passioni nascoste, vivere emozioni forti. Da lettore esperto, il Gatto della Biblioteca sa bene che per ognuno di questi desideri c’è il libro giusto…

.:IL NOSTRO GIUDIZIO:.

Ironico, audace e un po’ sarcastico, il romanzo prende presto un’ottimo ritmo e si lascia leggere con semplicità e velocità regalando qualche buona ora di lettura e pensiero Felino.
Il protagonista del racconto, G.B., ha un caratterino tutto particolare: solitario ma anche volubile come ogni gatto che si rispetti, altezzoso, sarcastico e desideroso di grattini e spuntini, ci accompagna zampa nella zampa attraverso il suo mondo fatto di quotidiano divertimento.
L’autore eccelle nelle descrizioni e nella simpatia, cala un po’ quando si parla di coerenza interna al romanzo. Il punto di vista non è sempre chiaro: in alcun casi sembrerebbe essere quello del felino; in altri sembra di essere accompagnati da un narratore onnisciente. Entrambi i punti di vista sono abilmente descritti, ma il continuo cambio destabilizza un po’ il lettore.
Per portarvi un esempio concreto: il protagonista felino non sa cosa sia una multa, tuttavia quando si guarda attorno è in grado di descrivere l’ambiente circostante tramite metafore che tirano in ballo oggetti non più in uso comune con i quali un gatto non può obiettivamente aver mai avuto a che fare. E’ vero che il romanzo presenta la terza persona e non la prima persona, ma sono piccoli accorgimenti che rendono il tutto più realistico.
Un altro punto un po’ ostico, almeno per me, è il fatto che spesso e volentieri riesco a percepire perfettamente il pensiero dell’autore: egli non tenta neanche di mascherarlo, mette proprio le proprie parole nelle piccole labbra feline di G.B. e, purtroppo, si nota.
E’ nella natura umana dare più peso ai difetti rispetto che ai pregi, ma io tenterò di non farlo perché questo romanzo presenta anche tante piccole chicche per le quali vale la pena ricordarlo.
L’acutezza dell’autore è percepibile in ogni riga: a fine di ogni capitolo il gatto in questione consiglia un romanzo che dovrebbe essere il “riassunto” della sua giornata, più di una volta mi sono trovata a sorridere cogliendo esplicite citazioni o bellissimi richiami dal romanzo in questione.
Come dicevo all’inizio, il romanzo ha davvero un’ottimo ritmo, rallenta quando deve dare l’impressione di immobilità perdendosi in lunghe e bellissime descrizioni e accelera al massimo quando le cose si fanno più movimentate dando davvero al sensazione della frenesia.

Per concludere, penso che questo romanzo si meriti un bell’8/10. Non è uno dei capolavori della letteratura mondiale contemporanea, ma la sua compagnia è stata piacevole e avevo voglia di continuare a leggerlo, a tratti non volevo proprio metterlo via.
Lo consiglio a chi ama i gatti, ovviamente, perché da un buon ritratto della felinitudine, e a chi ha voglia di una lettura piacevole, simpatica e  fresca.

*Volpe

L’ULTIMO CACCIATORE DI LIBRI

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L’ULTIMO CACCIATORE DI LIBRI

Autore: Matthew Pearl
Casa editrice: Rizzoli
Anno: 2016

. : SINOSSI : .

Sulle isole di Samoa, Robert Louis Stevenson, ormai molto anziano, lavora al suo ultimo romanzo. E il pensiero dell’ultima opera del grande autore accende l’immaginazione dei contrabbandieri di testi tradotti, una professione misteriosa e diffusa prima della regolamentazione dei diritti d’autore. Così un tale di nome Davenport insieme al suo assistente Fergins si imbarcano per il Pacifico, con l’obiettivo di rubare l’ultima perla letteraria del momento, prima che sia troppo tardi, ovvero prima che la legge tuteli il commercio estero delle opere di fantasia.

. : Il nostro giudizio : .

Un libro consigliato agli amanti dei libri, a chi sa apprezzare in modo autentico il peso delle pagine, la filigrana, la rilegatura, l’odore e i componenti di un volume.
Un libro consigliato a chi non si limita a leggere le parole stampate, ma si distrae a leggere la storia del libro come oggetto, cercando di risalire, come in una caccia al tesoro, alle sue origini.
Le prime pagine sembrano proporci una storia già letta e ci presentano due personaggi che potremmo inquadrare in un rapporto insegnante/allievo. Per alcuni capitoli questa sensazione persiste, complice una trama che sembra arrancare, per poi decollare trasportata dai ricordi di uno dei due protagonisti. La pittoresca New York sparisce e il lettore viene trasportato oltre oceano, a Londra, e poi ancora più a sud verso le Samoa e le incontaminate isole del Pacifico.
Lo stile è piacevole, scorrevole e si rifà a romanzi di altri tempi, aiutando il lettore a calarsi in un’atmosfera e in un contesto storico che pare sospeso tra due epoche: la fine di un secolo, il tramonto di una stirpe affascinante e disonesta, gli ultimi anni di uno scrittore e il difficile rapporto di un autore e la sua opera.
Tra le pagine, nascoste tra un uragano, un viaggio in nave e un incontro con gli indigeni samoani; si nascondono piccole perle: massime acerbe e riflessioni sulla letteratura, i libri e l’arte di narrare storie.
Un romanzo che merita e che sarà sicuramente apprezzato da chi si è lasciato rapire da capolavori come “L’isola del tesoro”, a cui il romanzo si ispira in un certo senso, e i romanzi di Stevenson.
Il mio giudizio è 9/10: ho davvero apprezzato questo romanzo che mi ha riportato sulle labbra e negli occhi una letteratura che avevo accantonato con la fine delle scuole medie/superiori.
Un romanzo di avventura, che è anche un romanzo dedicato al libro come oggetto, al libro come scrigno e al libro come occasione.
Un neo? L’aver speso solo 20 pagine per svelare i misteri e i segreti che si erano intrecciati nel corso delle precedenti 400 pagine.

*Jo