La “Buona novella” della Terra di Mezzo: Tolkien e le allegorie invisibili

Contemporaneo di C.S.Lewis, uomo di lettere e storico, linguista e filologo e, a ragion veduta, consacrato padre della letteratura fantasy moderna, John Ronald Ruel Tolkien è un autore che non ha bisogno di presentazioni. 
Dalla loro pubblicazione, i suoi romanzi non hanno mai abbandonato gli scaffali delle librerie e sono già tre i volumi, curati dal figlio Christopher Tolkien (recentemente scomparso), pubblicati postumi.
Contemporaneo dell’autore de Le cronache di Narnia, Tolkien forgia le sue opere dando fondo alla sua vasta cultura e agli arricchimenti e suggerimenti che gli vengono dalla compagnia di accademici di Oxford. 
Tuttavia, nonostante l’ambiente culturale comune, la contemporaneità, le tematiche affini e l’amicizia che legava i loro autori, Le cronache di Narnia e Il Signore degli Anelli appaiono più che mai distanti, quasi agli antipodi.

L’intento pedagogico, e chiaramente evangelizzatore, di Lewis è declinato in una trama semplice con una spartizione netta tra bene e male, tra divino e malefico; gli stessi personaggi sono figure precise che, tanto nei nomi quanto nei tratti, richiamano figure bibliche ed evangeliche.
Il contesto quasi fiabesco in cui si muovono i beniamini di Lewis resiste,  alla moda di Tolkien, ne Lo Hobbit, antefatto de Il Signore degli Anelli e favola dell Terra di Mezzo, e nei primi capitoli de La compagnia dell’anello, per poi cedere il passo a scenari ereditati dai poemi epici medievali e germanici. 

Come l’autore a più riprese afferma, Il Signore degli Anelli non può essere considerato una parafrasi religiosa, né può essere utilizzato per leggere il contesto storico (caratterizzato da due guerre mondiali) in cui esso vede la luce. 
Tolkien è,  prima di tutto, un linguista e solo in seconda battuta uno scrittore: la Terra di Mezzo,  e tutti i suoi abitanti, sono conseguenti agli esperimenti linguistici compiuti nella creazione delle lingue degli elfi e delle altre creature che vivono in questo mondo. Sempre Tolkien è fermo nel chiarire i natali della sua opera e la sua natura meramente fantastica in cui trovano spazio personaggi nati per caso o emersi improvvisamente dalle ombre senza nome di una locanda.
Nonostante la sua caparbietà ad affrancare l’opera da qualsiasi interpretazione religiosa, filosofica e politica; l’autore non nega l’esistenza di un messaggio invisibile che, come un fiume sotterraneo, scorre dietro le pagine dei suoi romanzi.

Se identificare Aslan come figura cristica è automatico, quasi scontato, lo stesso non si può dire de i personaggi de Il Signore degli Anelli.
Molti hanno cercato di decifrare l’opera alla luce della fede cristiana, ma questi tentativi si sono rivelati per lo più fallimentari o forzati.
La salita di Frodo sul Monte Fato, piegato dal peso dell’Anello e reduce dalle torture degli orchi, è facilmente paragonabile alla salita di Cristo sul monte Golgota e tale analogia è rafforzata dal fatto che la distruzione dell’ Unico Anello avviene il 25 Marzo: festa dell’Annunciazione e data che, secondo un’antica tradizione inglese, coinciderebbe con il primo Venerdì Santo. 
Tuttavia questa interpretazione non tiene conto del fatto che, giunto al momento decisivo, Frodo sceglie di non distruggere l’Anello e, di fatto, tradisce la sua missione e tutti coloro che su di lui avevano riposto le loro speranze e fiducia.
Tolkien scrive un romanzo che parla di creature tanto fantastiche quanto umane e per questo corruttibili.
I limiti che vincolano lo scrittore: le sue debolezze, paure e iniquità; sono le stesse che zavorranno i suoi personaggi facendoli oscillare costantemente tra il bene e il male senza negare a nessuno un’opportunità di riscatto.
Alla luce di queste considerazioni un protagonista “perdente”, sconfitto, è quanto mai apprezzabile, perché ci permette di empatizzare e comprendere meglio la sua condizione mentale e spirituale.

Sempre l’episodio culmine della trilogia, permette di introdurre in maniera tanto silenziosa quanto incisiva il concetto della Provvidenza. 
La forza divina che muove le vicende de I promessi sposi, è, nelle opere tolkieniane, personaggio invisibile ma non silenzioso: camaleontico nel suo cambiare volto e voce senza mai diventare didascalico o moralista.

Frodo (parlando di Gollum): Che peccato che Bilbo non l’abbia ucciso quando poteva.

Gandalf: Peccato? È stata la pena che gli ha fermato la mano. Molti di quelli che vivono meritano la morte e molti di quelli che muoiono meritano la vita. Tu sei in grado di valutare Frodo? Non essere troppo ansioso di elargire morte e giudizi. Anche i più saggi non conoscono tutti gli esiti. Il mio cuore mi dice che Gollum ha ancora una parte da recitare nel bene o nel male, prima che la storia finisca. La pietà di Bilbo può decidere il destino di molti.

(Il signore degli anelli: La compagnia dell’Anello, Peter Jackson, 2001)

Ed è proprio Gollum, la vile creatura consumata dell’Anello che è sua croce e delizia, suo inizio e sua fine, l’ultimo personaggio ad incarnare la Provvidenza che, mentre Frodo e Sam sono dinnanzi alle fiamme del Monte Fato, segna con il suo intervento il destino dell’Anello e mette la parola “fine” all’intera faccenda .

È dunque sbagliato cercare a tutti i costi un senso religioso a Il Signore degli Anelli? Quale significato hanno le allegorie invisibili che compongono il messaggio nascosto di Tolkien, la “Buona novella” della Terra di Mezzo?
Il signore degli Anelli, come abbiamo già chiarito, non è Le cronache di Narnia né ambisce ad avere lo stesso scopo.
Lo stile e le tematiche non sono per bambini e, abbandonato ogni intento pedagogico, Tolkien alza il tiro costringendo personaggi e lettori a confrontarsi con un concetto che supera la mera distinzione tra bene e male, che restano comunque due concetti chiari tanto nella distinzione di determinati ruoli quanto nell’intimo dei personaggi, e tocca nel profondo le coscienze.
Isildur e Sauron per primi e poi Frodo, Boromir, Aragorn, Galdriel e tutti gli altri protagonisti dell’opera vengono posti davanti ad una domanda che supera le barriere del tempo e dello spazio: “Come reagire alla tentazione?”
E questa domanda è subito seguita da un’altra: “Si è in grado di riconoscere il male?”
Coloro che sono maggiormente tentati e che più soffrono del distacco dell’anello sono coloro che non ne comprendono appieno la minaccia o che hanno la presunzione di esserne immuni o in grado di domarlo.
Il signore degli Anelli non è meno formativo di altri romanzi, semplicemente non fa dell’insegnamento il fine, lasciando al lettore la libertà di approcciarsi a una storia fantasy ben scritta piuttosto che ad una parabola su valori immortali quali: amicizia, fedeltà, onore, sacrificio, onestà e amore.

*Jo

Leggi anche Il leone, la fede e il libro – Il simbolismo del leone ne “Le cronache di Narnia”

I 100 libri del secolo – Le Monde

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Seguendo il filone iniziato con “100 libri imperdibili secondo la BBC Big Reads”, vi propongo i 100 libri del secolo, lista stilata dal quotidiano parigino Le mondenella primavera del 1999. Lo scopo? Identificare quali fossero i 100 libri migliori del XX secolo.

Voi aggiungereste (o togliereste) qualche titolo?

1. Lo straniero, Albert Camus
2. Alla ricerca del tempo perduto, Marcel Proust
3. Il processo, Franz Kafka
4. Il piccolo principe, Antoine de Saint-Exupery
5. La condizione umana, André Malraux
6. Viaggio al termine della notte, Louis-Ferdinande Celine
7. Furore, John Steinbeck
8. Per chi suona la campana, Ernst Hemingway
9. Il grande Meaulnes, Alain-Fournier
10. La schiuma dei giorni,  Boris Vian
11. Il secondo sesso, Simone de Beauvoir
12. Aspettando Godot, Samuel Beckett
13. L’essere e il nulla, Jean-Paul Sartre
14. Il nome della rosa, Umberto Eco
15. Arcipelago Gulag, Aleksandr Solzenicyn
16. Paroles, Jaques Prevert
17. Alcools, Guillaume Apollinaire
18.  Il loro blu, Hergé
19. Diario, Anna Frank
20. Tristi Tropici, Claude Levi-Strauss
21. Il mondo nuovo, Aldus Huxley
22. 1984, George Orwell
23. Asterix il gallico, René Goscinny e Albert Uderzo
24. La cantatrice calva, Eugene Ionesco
25. Tre saggi sulla teoria sessuale, Sigmund Freud
26. L’opera al nero, Marguerite Yourcenar
27. Lolita, Vladimir Nabokov
28. Ulisse, James Joyce
29. Il deserto dei tartari, Dino Buzzati
30. I falsari, André Gide
31. L’ussaro sul tetto, Jean Giorno
32. Bella del signore, Albert Cohen
33. Cent’anni di solitudine, Gabriel Garcia Marquez
34. L’urlo e il furore, William Faulkner
35. Thérèse Desqueyroux, François Mauriac
36. Zazie del metro, Raymond Queneau
37. Sovvertimento dei sensi, Stefan Zweig
38. Via col vento, Margaret Mitchell
39. L’amante di Lady Chatterley, D.H. Lawrence
40. La montagna incantata, Thomas Mann
41. Bonjour Tristesse, Françoise Sagan
42. Il silenzio del mare, Vercos
43. La vita, istruzioni per l’uso, Georges Perec
44. Il mastino dei Baskerville, Arthur Conan Doyle
45. Sotto il sole di Satana, Georges Bernanos
46. Il Grande Gatsby, F. Scott Fitzgerald
47. Lo scherzo, Milan Kundera
48. Il disprezzo, Alberto Moravia
49. L’assassinio di Roger Ackroyd, Agatha Christie
50. Nadja, André Breton
51. Aurélien, Louis Aragon
52. Le Soulier de Satin, Paul Claudel
53. Sei personaggi in cerca d’autore, Luigi Pirandello
54. La resistibile ascesa di Arturo Ui, Bertold Brecht
55. Il venerdì o il limbo pacifico, Michel Tournier
56. La guerra dei mondi, H. G. Wells
57. Se questo è un uomo, Primo Levi
58. Il signore degli anelli, J.R.R. Tolkien
59. Viticci, Colette
60. Capitale de la douleur, Paul Eluard
61. Martin Eden, Jack London
62. Una ballata del mare salato, Hugo Pratt
63. Il grado zero della scrittura, Roland Barthes
64. L’onore perduto di Katharina Blum, Heinrich Boll
65. La riva delle Sirti, Julien Gracq
66. Le parole e le cose, Michel Faucault
67. Sulla strada, Jack Kerouac
68. Il viaggio meraviglioso di Nils Holgersson, Selma Lagerlof
69. Una stanza tutta per sé, Virginia Woolf
70. Cronache Marziane, Ray Bradbury
71. Il rapimento di Lol V. Stein, Marguerite Duras
72. Il Verbale,  J.M.G. Le Clézio
73. Tropisme, Nathalie Sarraute
74. Diario, Jules Renard
75. Lord Jim, Joseph Conrad
76. Scritti, Jaques Lacan
77. Il teatro e il suo doppio, Antonin Artaud
78. Manhattan Transfer, John Dos Passos
79. Finzioni, Jorge Luis Borges
80. Moravagine, Blaise Cendrars
81. Il generale dell’armata morta, Ismail Kadare
82. La scelta di Sophie, William Styron
83. Romancero Gitano, Federico Garcia Lorca
84. Pietro il lettone, Georges Simeon
85. Notre Dame des Fleurs, Jean Genet
86. L’uomo senza qualità, Robert Musil
87. Fureur et Mystère, René Char
88. Il giovane Holden, J.D. Salinger
89. Niente Orchidee per miss Blandish, James Hadley Chase
90. Blake e Mortimer, Edgar P. Jacobs
91. I quaderni di Malte Laudris Brigge, Rainer Maria Rilke
92. La modificazione, Michel Butor
93. Le origini del totalitarismo, Hannah Arendt
94. Il maestro e Margherita, Michail Bulgakov
95. Crocifissione in rosa, Henry Miller
96. Il grande sonno, Raymond Chandler
97. Amers, Saint-John Perse
98. Gaston, André Franquin
99. Sotto il vulcano, Malcom Lowry
100. I figli della mezzanotte, Salman Rushdie

Consigli pratici per un non-lettore – SCEGLIERE UN LIBRO

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Come avete notato ho aspettato un po’ prima di scrivere questo articolo che si baserà in parte sulle domande che ci avete posto e in parte sulla mia esperienza e “conversione” da non lettrice a lettrice.
La volta scorsa (per chi se lo fosse perso lascio il link in fondo all’articolo) abbiamo descritto, in maniera il più esaustiva possibile, quelle che sono le cause o i problemi che spingono una persona a non leggere o ad abbandonare quello che per tanti è molto più che un passatempo.
In quello che possiamo considerare l’ultimo capitolo di questa “guida”, abbiamo lasciato il nostro eroe non-lettore con un piccolo vademecum che potesse aiutarlo a sopravvivere alle critiche dei suoi amici lettori e, allo stesso tempo, potesse farlo sentire più a suo agio in mezzo agli scaffali della libreria in cui, suo malgrado, viene puntualmente trascinato dall’amico/parente/partner deciso a farlo diventare un lettore accanito: una missione che molti prendono sul personale e di cui, se avranno successo, si vanteranno per giorni, settimane, ed anni finché morte non vi separi.

In questo nuovo capitolo riprendiamo da qui: la libreria.

Il nostro non-lettore è sulla soglia di una libreria: tentenna, sbircia i libri in vetrina (per lo più copertine colorate che dovrebbero attirare i bambini e distrarli dalle applicazioni dello smartphone di mamma e papà), si aggira circospetto davanti alla porta assumendo uno sguardo pensieroso, dondolando i piedi e cercando il coraggio di varcare la soglia e tuffarsi in quell’oceano di carta da cui, è sicuro, potrebbe non riemergere più.
Un ultimo accorgimento prima di entrare: il nostro non-lettore si palpa le tasche e controlla di avere il portafoglio nel caso dovesse accampare una scusa per non comprare il romanzo che la commessa cerca di rifilargli insieme alla tessera punti della libreria o, al contrario, volesse comprare qualcosa.
Entra.

Come andrà a finire l’avventura del nostro non-lettore lo lascio decidere a voi, per il momento lo lasciamo oltre la soglia della libreria e, dopo questa piccola narrazione, comincio a dispensare qualche consiglio su come scegliere un libro quando si è alle prime armi.
Sui social è molto diffusa l’usanza di chiedere consiglio su gruppi di lettura dove, puntualmente, si innesca una vera e propria competizione tra i membri che sciorinano titoli su titoli,  e che il più delle volte finiscono per confondere solamente le idee del lettore neofita.
Altra pratica abbastanza consolidata è quella di affidarsi alle recensioni che fioccano un po’ ovunque: servizi televisivi , quotidiani e riviste periodiche, pubblicità sbattute tra un video e l’altro di Youtube; che per quanto dettagliate e ben fatte non riescono mai a soddisfare la curiosità del lettore e a trasmettergli quel “quid” che lo invogli a comprare il romanzo così decantato.

La mia esperienza come lettrice non è cominciata né su un gruppo di lettura né frugando tra le recensioni di un qualche settimanale: è stata mia madre che pazientemente ha cominciato a passarmi qualche libro, scegliendo tra le tante proposte editoriali quelle che secondo lei meglio rispondevano ai miei interessi e potevano soddisfare i miei gusti di lettrice allora adolescente.
Alla luce della mia esperienza e del “modus operandi” adottato da mia madre, quando mi viene chiesto di consigliare un libro, rispondo a mia volta ponendo due domande:
– qual è la fascia d’età del lettore?
– quali sono i suoi interessi?

Se mia madre mi avesse iniziata alla lettura mettendomi tra le mani Orgoglio e Pregiudizio o Il signore degli anelli, sicuramente a quest’ora non sarei qui a scrivere recensioni di romanzi.
Il primo libro che ho letto completamente da sola è stata Matilda di Roald Dahl a cui, poche settimane dopo, è seguita la saga di Harry Potter: andavo ancora alle elementari, ero una bambina introversa che ai numeri preferiva le ore di italiano in cui poteva scrivere e inventare storie popolate da maghi, elfi, draghi e avventure fantastiche; la compagnia di Matilda, piccola topolina di biblioteca che fa amicizia con un’insegnante che le consiglia sempre libri nuovi, e di Harry Potter era ciò che mi serviva per avvicinarmi ad un mondo che, fino ad allora, mi era sempre sembrato troppo “da adulti” e non adatto a me. Quelle storie semplici erano lo schizzo di un ponte che mi permetteva di approfondire i miei interessi, ampliando il mio mondo di immaginazione e magia con le invenzioni di altre fantasiose menti.
Era giusto così: a 11 anni sarei scappata a gambe levate se mia madre mi avesse messo in mano Il signore degli anelli nel goffo tentativo di spronare la mia fantasia e, ammettiamolo, anche ora che ho quasi 26 anni tentenno sempre un po’ prima di fiondarmi tra le pagine di un classico.
Quando devo consigliare un libro, conoscere l’età del lettore mi aiuta a focalizzarmi sui titoli papabili e eliminare quelli che, basandomi solamente sulla fascia d’età, non reputo adatti: non consiglierei mai a un giovane lettore amante del medioevo Narciso e Boccadoro né metterei tra le mani di un lettore “vissuto” l’ultimo romanzo fantasy ambientato in un medioevo più o meno realistico.
Parallelamente mi informo sugli interessi del lettore.
Se mia madre, sull’onda dei film con Johnny Deep e Orlando Bloom che spopolavano allora, mi avesse rifilato l’opera omnia di Salgari sui corsari del Mar dei Caraibi e i pirati del sudest asiatico, avrei, ancora una volta, cambiato hobby.
Malgrado l’entusiasmo suscitato dalla serie Pirati dei Caraibi (allora avevo una bella cotta per Orlando Bloom), di bucanieri e isole del tesoro non mi è mai importato gran che e se ho letto Il Corsaro Nero di Salgari è stato solamente per far felice il mio professore d’italiano delle scuole medie.
Per scegliere un libro è di fondamentale importanza partire dai propri interessi: cercare un argomento che conosciamo, che stuzzica la nostra curiosità e di cui vorremmo sapere di più; così facendo l’esperienza della lettura non sarà solamente un passatempo, ma diventerà un incontro in cui due esperienze, quella del lettore e quella dell’autore, si confrontano e si completano in modo unico e irripetibile.
Per citare un esempio di come gli interessi possono essere una molla, o un ponte, verso i libri, vi voglio raccontare di una carissima amica a cui spesso mi capita di dover consigliare qualche nuova lettura: nel corso della nostra amicizia mi sono ritrovata a consigliarle romanzi storici, polizieschi, thriller, romantici e addirittura Young Adult in base a quelli che, di volta in volta, erano i suoi gusti e gli interessi che più solleticavano la sua curiosità. La morale della favola? Ora legge più libri lei in un mese di quanti ne legga io in un anno (no ok, un anno no, ma una stagione sì).
Un’abitudine, fortuita per noi lettori, che accomuna molti scrittori è la loro tendenza a trattare più o meno sempre gli stessi argomenti ( la regola d’oro del “scrivi di ciò che conosci”) il che, almeno in un primo momento, aiuta non poco un neo lettore a familiarizzare con un determinato scrittore prima di gettarsi tra le pagine dei suoi colleghi e affrontare nuovi punti di vista.
Dopo aver conosciuto le trame, interiorizzato lo stile e il punto di vista che caratterizzano gli scritti di un determinato autore, il lettore neofita è pronto, con l’aiuto di un libraio esperto (cosa sempre più rara) o di un amico paziente, per veleggiare verso altri scrittori procedendo per tentativi, cercando storie simili a quelle che lo hanno appassionato per poi azzardare con qualche lettura nuova e completamente diversa da quelle già fatte.
In questo salto verso il nuovo può essere d’aiuto conoscere quali siano le linee editoriali delle case editrici presenti sul mercato.
Per conoscere meglio le proposte delle singole case editrici potete raggruppare i libri che trovate sugli scaffali in base alle case editrici o, più semplicemente e senza mettere a soqquadro intere librerie, fare qualche ricerca online partendo ancora una volta dai libri che vi sono piaciuti; così facendo riuscirete senza troppa fatica a delineare quali siano le tendenze di una casa editrice rispetto ad un’altra e ad orientarvi con maggiore sicurezza verso le proposte di un determinato catalogo.

Arrivati a questo punto potrebbe sorgervi spontanea una domanda: perché, sopratutto se si è alle prime esperienze di letture, cercare un libro basandosi sull’età e gli interessi?
Quelli che ho condiviso tra queste righe non sono comandamenti, ma consigli che ho estrapolato dalla mia esperienza come lettrice e, in seguito, come recensore.
Un lettore esperto troverà queste linee guida scontate e banali e, con tutta probabilità, cercherà tra le numerose recensioni il suo prossimo acquisto o chiederà consiglio ai membri del suo gruppo di lettura del cuore, sentendosi abbastanza sicuro per poter osare e correre il rischio di prendere un romanzo che non soddisfi le sue aspettative.
Quando si parla di un non-lettore o di un lettore neofita non ci si può concedere errori, se non piccolissimi, e la ricerca deve essere completamente tarata sul lettore che dobbiamo accompagnare e non, come spesso purtroppo capita in molti gruppi di lettura, sui gusti di chi consiglia.
Per questo motivo chiedersi quali siano gli interessi e in quale fascia rientri l’interessato sono domande che possono aiutare non solo un potenziale mentore, ma anche un neofita che decide di avvicinarsi ai libri senza alcun aiuto e armato solamente del proprio istinti e della propria buona volontà.

*Volpe

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Per leggere la prima parte => Consigli pratici per un non-lettore

Dei ed eroi del XXI secolo – Gli eroi della Marvel protagonisti dell’epica americana (parte 3)

Esce oggi nelle sale “Captain America – Civil War” il lungo metraggio Marvel che vede il paladino Steve Rogers combattere contro il suo amico ed alleato Tony Stark, alias Iron Man. Abbiamo già analizzato la figura di Captain America (ma per chi se lo fosse perso troverà il link in fondo a questo approfondimento) e come sempre la nostra analisi tenterà di portare alla luce tutte le caratteristiche che legano Iron Mani ai personaggi della letteratura europa o dell’epica antica.

3. IRON MAN: LA FURIA ROSSA DELLA MARVEL

3.1 – Rosso: il colore della rabbia

Ho finora accennato a grandi linee ad alcuni tra i simboli più ricorrenti all’interno della mitologia americana; a questo punto, per avere una panoramica più completa, ritengo utile considerare i colori che ravvivano questa mitologia dando un nuovo significato alle cose.
Fin dall’antichità l’uomo ha impresso sui supporti di cui disponeva la realtà che lo circondava colorandola con tinte che erano non solo pigmenti ma anche, e soprattutto, simboli. Le bandiere delle nazioni sono la prova più lampante della simbologia e del potere evocativo dei colori poiché a essi è affidato il compito di riassumere le qualità, le caratteristiche e i valori che guidano il paese che li ha scelti. I colori di Capitan America, per esempio, come già anticipato nel secondo capitolo, sono gli stessi della bandiera americana; diversamente, Iron Man, alias Tony Stark, preferisce i toni dell’oro e del rosso, due colori che hanno un forte valore simbolico e che fanno meritatamente guadagnare al supereroe il soprannome di “Furia rossa”.
Fin dall’antichità al rosso veniva associata l’idea di vita, energia, forza vitale: “già i Neandertaliani avevano l’abitudine rituale di cospargere i morti con materiali di color rosso, probabilmente per restiuir loro il ‘caldo’ colorito del sangue e della vita.”[1] Il culto di Cibele prevedeva tra i suoi riti un bagno di sangue: gli iniziati sostavano sotto una grata su cui era posta la carcassa sanguinolenta di un toro e venivano aspersi con il sangue dell’animale. Questo, e altri rituali, che si riscontrano in diverse culture, introduce una nuova accezione del rosso legato al significato di rinascita e nuovo inizio.
Il rosso del sangue e del fuoco ha per i cristiani un significato sacro: esso rappresenta il sangue di Cristo e dei martiri, la fiamma dello Spirito Santo, il roveto ardente e la colonna di fuoco in cui si manifesta la presenza di Jahvé. In altre culture il rosso è il colore della guerra, dell’energia e della forza; esso è legato alle divinità guerriere come Ares (per gli antichi Greci) alias Marte (per i Romani). Il rosso è il colore emblema del potere militare e politico dell’imperatore. Il codice di Giustiniano puniva con la morte chiunque commerciasse o comprasse stoffe trattate con la porpora in quanto questa era esclusiva dell’imperatore e ne rappresentava il potere supremo.[2]
Ma il rosso assume anche connotati negativi venendo associato al peccato, alla distruzione e alla morte. Sempre nella tradizione cristiana, nel racconto dell’Apocalisse San Giovanni racconta di una visione che sottolinea come al rosso scarlatto corrisponda l’idea di dissolutezza, vizio, lussuria e peccato:

Là vidi una donna seduta sopra una bestia scarlatta, che era coperta di nomi blasfemi, aveva sette teste e dieci corna. La donna era vestita di porpora e di scarlatto, adorna d’oro, di pietre preziose e di perle; teneva in mano una coppa d’oro, colma degli orrori e delle immondezze della sua prostituzione. Sulla sua fronte stava scritto un nome misterioso: «Babilonia la grande, la madre delle prostitute e degli orrori della terra».[3]

Il rosso è dunque percepito come il colore della vita, del sangue e della morte; il colore dell’amore e dei vizi, di Cristo risorto e dei demoni e dell’inferno.
Dopo queste considerazioni non è difficile capire il collegamento che unisce il personaggio di Iron Man al rosso e, proprio come il colore di cui si veste, questo super eroe possiede luci e ombre che non sempre lo portano ad agire in modo retto e sincero, a differenza del suo “collega” il capitano Rogers.

3.2 Iron Man: il figliol prodigo della Marvel

I think I gave myself a dare. It was the height of the Cold War. The readers, the young readers, if there was one thing they hated, it was war, it was the military. So I got a hero who represented that to the hundredth degree. He was a weapons manufacturer, he was providing weapons for the Army, he was rich, he was an industrialist. I thought it would be fun to take the kind of character that nobody would like, none of our readers would like, and shove him down their throats and make them like him … And he became very popular.[4]

Se si considerano i supereroi usciti dalla fantasia di Stan Lee e dalle matite dei suoi disegnatori, Tony Star / Iron Man risulta essere la pecora nera di questa famiglia di combattenti senza macchia e senza paura. Al contrario di Spider Man, Capitan America, e gli altri personaggi Marvel, egli sembra essere nato per spezzare questa dinastia di eroi amati dai lettori fin dalla loro prima comparsa sugli album.
Se si analizza il contesto storico e culturale in cui il supereroe viene alla luce non è difficile capire perché, a differenza dei suoi predecessori, esso abbia dovuto conquistare il suo pubblico. Iron Man compare per la prima volta nel numero 39 di Tale of Suspense nel 1963 grazie al genio di Stan Lee e il talento di Don Heck. Siamo nel cuore della guerra, la nazione americana è impegnata in Vietnam e concetti come “guerra”, “disciplina”, “autorità” e “potere attraverso le armi” sono quanto mai fastidiosi per un popolo che considera questa operazione militare un’insensata mattanza. In questo tragico panorama nasce Tony Stark, un genio la cui fortuna è stata costruita dalla sua intelligenza e dalle industrie belliche del padre Howard Stark.
Nei fumetti, come nei lungometraggi, il personaggio ama presentarsi come un “genio, miliardario, playboy, filantropo” ( The Avengers, Joss Whedon, 2012). Per Stark l’American Dream non è una conquista lenta e faticosa, ma il lascito di suo padre e, in quanto dono, egli non ne comprende fino in fondo il valore e spreca il suo tempo e le sue sostanze conducendo una vita da dissoluto come tutti i figli dell’alta società americana.
Dopo aver quasi perso la vita, a causa di una mina esplosa mentre Tony Stark si trova in Vietnam per valutare i contributi che le sue industrie avrebbero potuto dare al contingente americano,  comincia per il futuro supereroe un viaggio che trasformerà il rampollo di casa Stark in Iron Man. La prigionia, il dover suo malgrado costruire armi per il nemico, l’amicizia con lo scienziato Ho Yinsen e il sacrificio di quest’ultimo per permettere a Tony Stark di evadere segnano il personaggio e lo convincono a dare una svolta decisiva alla sua vita per mettersi al servizio della comunità. Attraverso la vicenda umana e storica di Tony Stark, la cui fortuna si è costruita sul commercio di armi di ultima generazione, Stan Lee sembra proporre al lettore, e al popolo americano in generale, una riflessione sulle armi valida oggi come cinquanta anni fa. Nei fumetti, come nei lungometraggi, a questa riflessione e alle sue conseguenze vengono concessi ampi spazi. Nel film del 2008 sono emblematiche le parole che il protagonista scambia con alcuni giornalisti prima e dopo il suo sequestro:

“Is it better to be feared or respected?” — I say, is it too much to ask for both? With that in mind I humbly present you the crown jewel of Stark Industries’ Freedom Line. It’s the first missile system to incorporate the latest in proprietary Repulsor Technology. They say that the best weapon is the one that you never have to fire. I respectfully disagree! I prefer… the weapon you only have to fire once. That’s how Dad did it, that’s how America does it… and it’s worked out pretty well so far. Find an excuse to let one of these off the chain, and I personally guarantee you the bad guys won’t even want to come out of their caves.  (Iron Man, Jon Favreau, 2008).

E ancora in seguito alla sua liberazione:

Tony Stark: “I never got to say goodbye to my father. There’s questions I would’ve asked him. I would’ve asked him how he felt about what his company did, if he was conflicted, if he ever had doubts.[…] I saw young Americans killed by the very weapons I created to defend them and protect them. And I saw that I had become part of a system that is comfortable with zero-accountability”.

Press Reporter: “Mr. Stark, what happened over there?”

Stark: “I had my eyes opened. I came to realize that I had more to offer this world than just making things that blow up. And that is why, effective immediately, I am shutting down the weapons manufacturing division of Stark Industries.” (Iron Man, Op. cit.)

Nei lungometraggi realizzati dalla Marvel e dalla Paramount è particolarmente evidente il cammino di redenzione che il supereroe intraprende attraverso le pellicole: Iron Man (Jon Favreau,2008), Iron Man 2 (Jon Favreau, 2010), The Avengers (Joss Whedon, 2012), Iron Man 3 (Shane Black, 2013). Nel corso di questa tetralogia cinematografica Tony Stark abbandona sempre di più le sue maniere da playboy in favore di una maggiore coscienza e, nell’ultimo film a lui dedicato, egli arriva a sacrificare se stesso per difendere le persone che ama.

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3.3 Iron Man: un altro volto del manifest destiny

Nel suo libro Il grande cerchio Ilaria Moschini introduce e spiega il significato di manifest destiny. Nel destino manifesto si riassume il compito della nazione americana di guidare il mondo verso un’era di benessere politico, economico e sociale; un nuovo mondo caratterizzato da un uso responsabile delle risorse naturali e delle nuove tecnologie, in cui le dittature saranno solamente un fantasma del passato e una parola sui libri di storia.
Se Steve Rogers incarna la missione americana di diffondere in tutto il mondo i valori della democrazia e della libertà, Tony Stark rappresenta l’avanguardia tecnologica e militare degli Stati Uniti d’America. Nel 1963 le tecnologie avevano più difetti che pregi: i rari e costosi computer erano molto più ingombranti dei laptop a cui siamo abituati e le loro potenzialità erano inversamente proporzionali alle loro dimensioni. La peculiarità e l’eccellenza delle Stark Industries risiede nel saper creare e domare le nuove tecnologie costruendo armi dall’elevato potenziale. Ciò che per il mondo è novità, per il genio di Tony Stark è già preistoria. La tecnologia e le armi hanno, è il caso di dirlo, più di un taglio: esse vengono usate per difendere la popolazione americana e mondiale da potenziali pericoli, ma in mani sbagliate possono diventare una minaccia difficile da gestire.
Sotto la maschera dell’uomo di mondo, si nascondono una mente geniale e un animo che vive con tormento il rapporto con la tecnologia. Tony Stark è infatti consapevole dei limiti e delle insidie che si celano dietro il benessere portato dalle avanguardie tecnologiche e la sua più grande paura è che qualcuno riesca a usare le sue creazioni per controllare l’armatura di Iron Man che, nel corso della storia, diventa un’arma intelligente sempre più raffinata, potente e per questo pericolosa.
D’altro canto però la tecnologia è anche il superpotere di Iron Man. Al contrario di alcuni suoi colleghi come Spider Man, Capitan America, Hulk, Thor o gli X-Men, Iron Man non va incontro a trasformazioni di alcun tipo né eredita i suoi poteri per diritto di nascita o genetica: Tony Stark è in un certo senso un self-made hero che sottopone il suo corpo a costanti e pesanti sessioni di allenamento. La vera fonte del suo potere e ciò che fa di lui un supereroe è, tuttavia, la sua armatura rossa e dorata, un gioiello di ingegneria: stivali jet che consentono a chi la indossa di volare, raggi laser, mitragliatrici, emettitori di impulsi elettromagnetici, generatori di ologrammi, e altre armi. Ma l’armatura non è l’unico fiore all’occhiello di cui Tony Stark può vantarsi: egli è anche l’ideatore della Stark Tower. In questo palazzo, che è il più alto di New York, il manifest destiny si incarna in quella che è la declinazione moderna del beacon: il grattacielo: “Stark Tower is about to become a beacon of self-sustaining clean energy” (The Avengers, Op. cit.). La dimora di Iron Man è un grattacielo con sistemi di sicurezza di ultima generazione e si autoalimenta grazie ad un piccolo reattore producendo energia pulita.

3.4 Achille, Grantaire, Boromir: la furia, il sacrificio e l’onore

Se tracciare i confini della personalità di Capitan America è semplice, lo stesso non si può dire Iron Man. Dietro alla maschera del genio, miliardario, playboy, filantropo si nasconde infatti un groviglio di sentimenti contrastanti tra loro in cui egoismo e spirito di sacrificio di affrontano in un duello che pare destinato a non trovare una soluzione. Questo conflitto, basato sulla perenne indecisione tra ciò che è facile e ciò che è giusto, tra i propri interessi e una causa più alta, ha sempre interessato e affascinato gli scrittori e i poeti di ogni epoca che si sono divertiti a contrapporre e affiancare all’eroe idealista la figura dello scettico.
Achille, l’eroe dell’esercito acheo, la cui ira rischia di causare la sconfitta greca nel corso della guerra di Troia; Grantaire, Pilade ubriaco, più interessato al vino e alle donne che alla rivoluzione; Boromir, capitando di Gondor, che al bene della Terra di Mezzo preferisce difendere gli interessi suoi e del padre.  Sono eroi che appartengono a saghe diverse, per l’esattezza l’Iliade, I Miserabili e Il signore degli anelli (The Lord of the Rings), e ai quali io ho deciso di fare riferimento per comprendere le caratteristiche dell’eroe americano, che in un certo senso ibrida in sé le più evidenti peculiarità dei tre eroi citati.

3.4.I  Achille, figlio di Peleo, re della Tessaglia, e della ninfa Teti, è il celeberrimo eroe dell’esercito acheo e il terrore del popolo troiano. Invincibile, indomito fino alla spavalderia; Achille è un guerriero conscio della sua forza e del fatto che, senza di lui, l’esercito greco non avrebbe alcuna possibilità di vittoria. La sua arroganza e il suo egoismo raggiungono l’apice in seguito alla rivendicazione da parte di Agamennone di Briseide: la schiava di Achille. Non potendo riaverla, l’eroe decide di ritirarsi dallo scontro insieme ai Mirmidoni, i suoi guerrieri, e di abbandonare l’esercito greco al massacro.

Cantami, o Diva, del Pelìde Achille
l’ira funesta che infiniti addusse
lutti agli Achei, molte anzi tempo all’Orco
generose travolse alme d’eroi,
e di cani e d’augelli orrido pasto
lor salme abbandonò (così di Giove
l’alto consiglio s’adempìa), da quando
primamente disgiunse aspra contesa
il re de’prodi Atride e il divo Achille.[5]

Nel poema Achille si pone in antitesi rispetto a Ettore: se infatti il secondo è disposto a sacrificare se stesso per la famiglia e la patria, Achille è di tutt’altro avviso e sceglie di abbandonare i propri fratelli per alimentare un suo capriccio. Achille può fare il prezioso, pretendere, e non si fa scrupoli ad avanzare minacce velate contro il suo sovrano:

– Ebbro! Cane agli sguardi e cervo al core!
Tu non osi giammai nelle battaglie
dar dentro colla turba; o negli agguati
perigliarti co’primi infra gli Achei,
ché ogni rischio t’è come morte-
[…] – Stagion verrà che negli Achei si svegli
desiderio d’Achille, e tu salvarli
misero! non potrai, quando la spada
dell’omicida Ettòr farà vermigli
di larga strage i campi: e allor di rabbia
il cor ti roderai, ché sì villana
al più forte de’Greci onta facesti.[6]

L’agire e il parlare di Achille rivela una personalità cinica ed egoista, interessata solamente all’esaltazione dell’io e delle sue necessità. Tuttavia anche questo principe aveva “la sua passione: che non era né un’idea, né un dogma, né un’arte, né una scienza; era un uomo”[7]: Patroclo. Dopo l’ennesimo tentativo fallito di riportare Achille sul campo di battaglia, Patroclo prende la parola e, ponendosi in antitesi ad Andromaca che cerca di dissuadere il marito dal combattere, cerca di convincere il compagno a imbracciare nuovamente le armi e tornare nella mischia. I due hanno un colloquio che termina con una preghiera che l’eroe rivolge a Zeus perché riporti a casa sano e salvo Patroclo:

– Perché piangi, Patròclo? […]-
– O Achille,
o degli Achei fortissimo Pelìde,
non ti sdegnar del mio pianto. Lo chiede
degli Achei l’empio fato.[…]
E tu resisti
Inesorato ancora? O Achille! Oh mai
Non mi s’appigli al cor, pari alla tua,
l’ira, o funesto valoroso! E s’oggi
sottrar nieghi agli Achivi a morte indegna,
chi fia che poscia da te speri aita?[8]

Giove che lontano fra i tuoni hai posto il trono, tu benigno ascoltasti i miei voti e mi rendesti l’onore. Anche questa volta adempi le mie preghiere. Invia la vittoria al mio diletto amico, rafforza l’ardire nel suo petto, affinché Ettore veda se il mio compagno sa combattere anche senza di me. Ma una volta respinto il furore nemico dalle navi achee, a me subito riconducilo illeso, con tutte le armi e con i suoi forti.[9]

Solo la morte di Patroclo per mano di Ettore convincerà Achille a tornare sul campo di battaglia per vendicare l’amico caduto. L’ira dell’eroe si scaglia sui troiani che cadono sotto i colpi della sua spada e del suo giavellotto. Per ultimo cade Ettore, che invano supplica Achille di risparmiargli la morte e prenderlo come prigioniero, supplica che viene bellamente ignorata dall’eroe che anzi risponde:

– Ettore, il giorno che spogliasti il morto
Patroclo, in salvo di credesti, e nullo
Terror ti prese del lontano Achille.
Stolto!
[…] Or cani e corvi
te strazieranno turpemente, e quegli (Patroclo n.d.r),
avrà pomposa dagli Achei la tomba.- [10]

Da queste parole trasuda non solo il dolore per la perdita dell’amato compagno, ma anche e soprattutto la violenza cieca che alimenta la furia dell’eroe fino a fargli dimenticare i doveri sacri della sua gente.

Tony Stark (reading Agent Romanoff assessment on him): -“Personality overview; Mr. Stark displays compulsive behavior. […] Textbook narcissism…”agreed.- ( Iron Man 2, Op. cit)

Incontrollabile e narcisista. Sono i due termini che meglio riassumono le personalità di Achille e di Iron Man, due personaggi che, benché appartenenti a due epoche storiche così lontane tra di loro, presentano non poche analogie.
La prima, e forse la più importante, è la rabbia di cui entrambi sono personificazione. Le azioni di Achille quanto quelle di Iron Man sono dettate dalla violenza, da un’ira cieca che li rende temibili agli occhi dei loro avversari ma al contempo minaccia i loro affetti. Il gruppo metal dei Black Sabbath ha dedicato una canzone al supereroe dall’armatura scarlatta e nelle sue strofe il collegamento Iron Man/furia è espresso in modo lampante:

Now the time is here/ For Iron Man to spread fear/ Vengeance from the grave/Kills the people he once saved/ Heavy boots of lead / Fills his victims full of dread/ Running as fast as they can/ Iron Man lives again![11]

Al pari di supereroi come Hulk, la Cosa o Deadpool, Iron Man non è un supereroe che infonde sicu-rezza in chi lo vede e alla sua apparizione non implica un imminente salvataggio o la risoluzione del problema.
Tony Stark, come lui stesso si definisce nel lungometraggio The Avengers, è una personalità volubile che, proprio come Achille, scende in campo solo ed esclusivamente per difendere i propri interessi o perché spronato dalle persone che ama. L’altro trait-d’union tra Achille e Iron Man è il loro rapporto controverso con l’autorità. Re, presidenti, dovere verso la patria e gli dei, la salvezza della terra,…; questi due antieroi non guardano in faccia niente e nessuno e in ogni momento cercano il modo migliore per soddisfare i loro capricci e i loro bisogni senza farsi alcuno scrupolo sul come i loro fini vengono perseguiti. Iron Man e Achille sono il negativo di Capitan America ed Ettore: al dovere preferiscono il piacere, al sacrificio prediligono i loro capricci, alla nazione favoriscono il proprio tornaconto e la ristretta cerchia di amici ed affetti che hanno.

3.4. II Grantaire è, nel romanzo I miserabili, il  cinico del gruppo dei les amis de l’ABC. La descrizione che di lui fa Victor Hugo è nutrita e ricca di particolari che fanno capire come questo giovane si ponga in contrapposizione all’idealista Enjolras:

Tra tutti quei cuori appassionati e quelle menti convinte c’era anche uno scettico.  E come mai? Per giustapposizione. Lo scettico si chiamava Grantaire e di solito firmava con un rebus: R. Grantaire era una persona che si guardava bene dal credere a qualche cosa.

[…] Corrotto, giocatore e libertino, spesso ubriaco, dava a quei giovani sognatori il dispiacere di cantare in continuazione: Amiamo le ragazze e amiamo il buon vino!, sull’aria di Viva Enrico IV.

Anche questo scettico aveva la sua passione, che non era una idea, né un dogma, né un’arte, né una scienza, ma un uomo: Enjolras. Grantaire ammirava, amava e venerava Enjolras.

Con chi legava questo dubbioso anarchico in quella falange di spiriti assoluti? Con il più assoluto. In che modo Enjolras lo soggiogava? Con le idee? No, con il carattere. Fenomeno non infrequente. Uno scettico che si lega a un credente, è semplice come i colori complementari.[12]

Lo scrittore utilizza altri paragoni e descrive minuziosamente il legame che unisce questo amante del vino e delle donne al carismatico leader della rivoluzione. Grantaire è, come Victor Hugo non si stanca mai di sottolineare, uno scettico che si avvede dal credere in qualsiasi cosa e per nulla animato da quello spirito di sacrificio che accende i suoi compagni.

– Puoi essere buono a qualcosa, tu?-
– Ne avrei la vaga ambizione.- disse Grantaire.
– Tu non credi a nulla.-
– Credo a te.-[13]

O ancora:

– Grantaire tu sei incapace di credere, di pensare, di volere, di vivere e di morire.-
Grantaire ribatté con voce grave:
– Vedrai.-[14]

Nel corso del romanzo il personaggio va incontro ad una lenta e radicale metamorfosi in cui il cinico muore e nasce un compagno fedele fino alla morte.
Questa metamorfosi non è dissimile da quella a cui va incontro Tony Stark/Iron Man nel corso del già citato film The Avengers che, quando la squadra subisce un attacco diretto in cui perde la vita un suo compagno ed amico, accantona la sua arroganza e i suoi crucci per impegnarsi seriamente nella lotta contro il cattivo di turno.
Lo scettico egoista si dissolve e si converte in uno spirito guerriero che lo scrittore paragona a quello di Pilade, il compagno di Oreste, paragone che viene consacrato nel corso del capitolo conclusivo della vicenda di Enjolras e Grantaire.

[…] quando tutt’a un tratto sentirono una voce forte accanto a loro gridare:
-Viva la repubblica! Anche io sono dei loro!-
Grantaire s’era alzato.
L’immenso luce di tutta la battaglia che non aveva visto e a cui non aveva partecipato, apparve nello sguardo acceso dell’ubriacone trasfigurato.
Ripeté – Viva la repubblica!-  attraversò la sala con passo fermo ed andò a piazzarsi davanti ai fucili in piedi accanto a Enjolras.
– Prendetene due in un colpo.- disse.
E voltandosi verso Enjolras gli disse con dolcezza:
– Permetti?-
Enjolras gli strinse la mano sorridendo.
Il sorriso non si era ancora spento che la detonazione echeggiò.
Enjolras,  trapassato da otto colpi, restò addossato al muro, come se i proiettili lo avessero inchiodato. Reclinò solamente la testa.
Grantaire, fulminato, gli si abbatté ai piedi.[15]

È questo l’atto finale che segna la fine della vicenda di Grantaire e la sua metamorfosi da giovane disinteressato e cinico, a compagno fedele pronto a condividere il destino di morte dell’amico e capitano.

3.4. III Boromir, un personaggio del citato The Lord of the Rings, chiude questa dinastia di antieroi. Il personaggio, a differenza di Faramir di cui si è parlato nel corso del secondo capitolo, non ha una descrizione dettagliata e fedele come quelle che vengono fatte del fratello minore e la sua personalità va intuita e costruita osservando il cammino che questo uomo compie all’interno del romanzo e le parole che altri utilizzano per descriverne la personalità.
All’interno della vasta opera che è The Lord of the Rings, Boromir risulta essere poco più che una comparsa. Egli giunge al consiglio di Elrond, la riunione in cui si deciderà il destino dell’anello del potere, non per rispondere alla chiamata del re degli elfi, ma perché turbato da un sogno di cui vuole conoscere il significato.
L’incontro con Frodo e con l’anello diventa per lui l’occasione per portare sotto gli occhi delle altre razze i problemi e le sofferenze di Gondor e della sua gente e, in questa occasione, egli chiede di poter usare l’arma del nemico contro se stesso, supplica che rimarrà disattesa.
A differenza dei personaggi che abbiamo analizzato fino ad adesso, Boromir non è cinico né scettico; tuttavia egli antepone al bene della Terra di Mezzo gli interessi della sua gente e le richieste del padre Denethor, sovraintendete di Gondor. Egli è risoluto nell’agire, un guerriero impavido, un amico fedele e un uomo d’onore; ma al pari dei grandi cavalieri del ciclo bretone o dei poemi cavallereschi, egli ha un lato oscuro contro cui combatte fino alla morte.
Boromir è arrogante e questa arroganza lo accompagna per tutta la sua breve avventura segnando, in un certo senso, la sua condanna a morte. Tuttavia la sua dipartita non va intesa come una punizione, come la morte di Achille, quanto il momento di redenzione del personaggio che, sacrificandosi per salvare due suoi compagni, accantona completamente i sogni di gloria e di potere per difendere due tra gli esseri più umili della Terra di Mezzo.

 “I’m volatile, self-obsessed, and don’t play well with others” (The Avengers, Op. cit.).

La prima somiglianza che si riscontra tra Boromir e Iron Man si riscontra, come per gli altri personaggi già analizzati, nel carattere. A differenza degli altri membri della compagnia dell’anello, che giungono al consiglio di Elrond per rispondere all’appello del re degli elfi e alle necessità della Terra di Mezzo, Boromir entra nella storia quasi di straforo e appare, fino alla comparsa dell’Anello del potere, completamente disinteressato ai problemi che affliggono gli altri popoli. Nella sua mentalità di principe di Gondor non c’è spazio se non per le necessità di suo padre, del suo popolo e sue.
Boromir è un principe e un soldato, la sua natura è dunque quella di ricercare in ogni momento la gloria e l’onore e accrescere così il prestigio del suo nome e della sua casata.
In questo non è poi così diverso da Tony Stark che, specialmente agli albori, dimostrava di avere a cuore solamente la fama e si ingegnava, anche a costo di procurare la morte di centinaia di persone, per incrementare il fatturato e la reputazione delle Stark’s Industries.
Il secondo livello su cui si realizza l’analogia tra Boromir e Iron Man è il loro rapporto con il potere. Entrambi sono affascinati dall’idea di poter controllare qualcosa che sfugga alle menti degli altri e fanno di tutto per accaparrarsi tale potere e piegarlo ai loro scopi. Per Boromir l’oggetto in cui si incarna tale potere è l’Unico Anello: oggetto potente quanto malvagio che nemmeno gli esseri più saggi della Terra di Mezzo, gli elfi e gli Istari (l’ordine degli stregoni a cui appartengono Gandalf e Saruman n.d.r), osano toccare per paura di essere contaminati dalla sua natura malvagia. Boromir, malgrado gli avvertimenti di Gandalf, Elrond, Galadriel ed Aragorn, continua ad nutrire l’ambizione di poter imbrigliare il potere dell’Anello per usarlo contro i nemici di Gondor, ambizione che lo spingerà a tentare di sottrarre l’Anello a Frodo e che, conseguentemente, segnerà la morte del personaggio.
Ciò che è l’Anello per Boromir è la tecnologia per Tony Stark. Ho già spiegato come Iron Man, al pari di Capitan America, incarni un aspetto del manifest destiny: il lato che presenta tante luci quante ombre e che si riscontrano appieno nel supereroe marveliano. Al contrario di Boromir, Tony Stark conosce e sa gestire la forza della tecnologia riuscendo a incanalarla per creare o armi di distruzione di massa o eccezionali armature per difendere chi ama. Tuttavia egli vive nel costante pericolo che qualcuno possa rubare questa sua arte e usarla non solo per creare scompiglio, ma anche, e soprattutto, per controllare Iron Man.
Gli altri supereroi, pur avendo degli alter ego, non vanno incontro a questo rischio poiché in ogni momento della loro vita essi sono il supereroe e il civile anonimo. Iron Man e Tony Stark sono invece due personalità separate che non possono esistere nello stesso istante in quanto, senza la sua armatura, Tony Stark è solamente un uomo senza alcun superpotere né particolare abilità.

Steve Rogers – Big man in a suit of armour. Take that off, what are you?- (The Avengers, Op. cit.)

Chiunque, come avviene nel corso del secondo lungometraggio a lui dedicato, può creare o riuscire a controllare l’armatura di Iron Man e scatenarne il potenziale distruttivo. Per Boromir il problema è conquistare il potere, per Tony Stark è mantenerlo e custodirlo da coloro che potrebbero farne un uso improprio.

3.4. IV Come Achille, Grantaire e Boromir; Tony Stark, il cadetto di questa nuova stirpe di supereroi americani non ha a cuore il bene comune né mostra particolare interesse e spirito di sacrificio per quelle cause più grandi di lui. È più dedito ai vizi che alle virtù e fa di questo suo stile di vita dissoluto il suo vanto, preferisce sorseggiare drink che combattere al fianco dei suoi colleghi e non esista a ribattere con pungente ironia a chi lo accusa di non essere serio.

Steve Rogers: Is everything a joke to you?
Tony Stark: Funny things are. (The Avengers, Op. cit.)

Tuttavia a questo egoismo scompare quando a essere minacciate o a pagare per la loro superficialità sono le persone che amano.

There was an idea […] called The Avengers Initiative. The idea was to bring together a group of remarkable people, see if they could become something more. See if they could work together when we needed them to, to fight the battles that we never could. Phil Coulson died still believing in that idea, in heroes.
Well, it’s an old fashioned notion. (The Avengers, Op. cit.)

Achille torna sul campo di battaglia per vendicare il compagno Patroclo ucciso da Ettore. Grantaire affronta la morte accanto all’amico e leader Enjolras. Boromir muore nel tentativo disperato di salvare due membri della compagnia dell’anello. Tony Stark non esista a sacrificare se stesso o le cose a lui più preziose per tutelare la sicurezza delle persone che ama. Sembra quasi che il sacrificio di sé, o la morte come nel caso di Achille, Grantaire e Boromir, sia la condizione sine qua non che rende possibile la trasformazione di questi apparentemente personaggi capricciosi e arroganti in eroi non meno validi dei loro colleghi.
Ettore, Enjolras, Faramir e Capitan America rappresentano l’ideale. Le loro vicende e la loro fibra morale sono un’ispirazione per il lettore che ne rimane inevitabilmente affascinato. Tuttavia è pressoché impossibile stabilire con essi un legame empatico poiché questi eroi, antichi o moderni che siano, sembrano appartenere al mono delle idee piuttosto che a quello umano.
Al contrario Achille, Grantaire, Boromir e Iron Man con le loro luci e ombre, con i loro vizi e difetti, con la loro reputazione sempre in bilico tra l’eroe e il cattivo; si presentano al lettore come amici e stabiliscono con esso un rapporto più umano. Essi non sono maestri, ma compagni con più esperienza su quella straordinaria e a volte grottesca avventura che è la vita. Quei lati della loro personalità che i loro compagni di avventura, e i critici, mal sopportano, sono per chi si avvicina al mondo della letteratura, dei fumetti e del cinema i motivi per cui il lettore, o lo spettatore, si affeziona a questi finti antieroi.

*Jo

Leggi la prima parte
Leggi la seconda parte

[1] Hans Biederman, Enciclopedia dei simboli (Knaurs Lexicon der Symbole, München 1989), Garzanti, Milano 1999, p 449.

[2] Jean Chevakuer e Alain Gheerbrant, Dizionario dei simboli ( Dictionnaire des symboles, Paris 1969), Dizionari Rizzoli, Milano 1986, pp.301-302.

[3] Apocalisse 17, 3-5.

[4] Stan Lee, clip da “Very, Very Live,”

https://www.blastr.com/2013-4-30/little-known-sci-fi-fact-stan-lee-thought-marvel%E2%80%99s-readers-would-hate-iron-man-first .

Vedi anche ( 25-04-2014).

[5] Omero, Iliade, Proemio, trad. di V. Monti, Itaca, Castel Bolognese, 2004, , versi 1-10, p 14.

[6] Omero, Iliade, Canto I, trad. di V. Monti, Itaca, Castel Bolognese, 2004, versi 321-327, p 24.

[7] Victor Hugo, Les misérables (1862), trad. it. I miserabili, Garzanti Editore, Milano, 1990, pp. p 696.

[8]  Omero, Iliade, Canto XVI , trad. di V. Monti, Itaca, Castel Bolognese, 2004, versi 7,26-33, 39-44, p 271-272.

[9] Ibid., versi 317-360,  p 279.

[10] Ibid versi 421-429, p 379.

[11] Black Sabbath, Iron Man, Paranoid, London, 1970  https://www.youtube.com/watch?v=dZJPYo-YUkA  Vedi anche (13/05/2014).

[12] Victor Hugo, Les misérables (1862), trad. it. I miserabili, Garzanti Editore, Milano, 1990,  pp.  695-696.

[13] Ibid., p  900.

[14] Ibid., p 1158.

[15]Victor Hugo, Les misérables (1862), trad. it. I miserabili, Garzanti Editore, Milano, 1990,  .p 1316.

Dei ed eroi del XXI secolo – Gli eroi della Marvel protagonisti dell’epica americana (parte 2)

In questa seconda parte dedicata ai supereroi della Marvel inizieremo ad analizzare la personalità di uno dei protagonisti del prossimo film Marvel “Captain America- Civil war”. La nostra analisi non si fermerà tuttavia ad una semplice descrizione del personaggio, ma cercheremo di portare alla luce tutte le caratteristiche che legano Captain America ad altri personaggi della letteratura europa o dell’epica antica. In fondo all’articolo troverete, nel caso ve lo foste perso, la prima parte di questo approfondimento.

2. CAPITAN AMERICA: IL BUON SOLDATO 

1.1 Di secolo in secolo: immagini e modelli che non muoiono mai                                 

Che si tratti di romanzi o racconti brevi, fumetti o lungometraggi, ogni storia racconta le vicissitudini più o meno realistiche di personaggi realmente esistiti o frutto della fantasia. Attraverso la narrazione prendono forma e vita gli ideali, le speranze, i sogni e le paure della società a cui appartengono i personaggi di cui si scrive. La mitologia americana non è in questo senso da meno: i suoi supereroi, così come i loro antagonisti, sono l’incarnazione degli ideali in cui il popolo americano si riconosce e delle crociate che esso ha intrapreso per diffondere ovunque gli ideali espressi nella Dichiarazione di Indipendenza. Nelle pagine che seguono analizzerò due supereroi della casa Marvel soffermandomi sulle loro peculiarità quali la personalità, i loro poteri e la loro uniforme; per poi cercare all’interno della mitologia classica e della letteratura europea figure che presentano caratteristiche analoghe a quelle del supereroe trattato. Questo confronto servirà a mettere in luce come, di secolo in secolo, di paese in paese, di società in società, persista una tipologia di personaggio che può essere considerata un archetipo.

2.1 Capitan America: da grandi poteri derivano grandi responsabilità

Capitan America (Captain America) è senza dubbio il supereroe che meglio si presta a rappresentare gli ideali e la cultura americana; si può quasi affermare che esso sia un’incarnazione stessa dell’America. Tale personificazione ha inizio dallo pseudonimo adottato da Steve Rogers in seguito all’iniezione di un siero che lo trasforma in un super soldato programmato per combattere al fianco degli Alleati e sconfiggere i nazisti e, più nello specifico, il famigerato scienziato nazista Teschio Rosso (Red Skull).

La figura di Capitan America nasce dalla matita e dalle menti di Joe Simon e Jack Kirby nel 1941 e fin dalla sua comparsa incarna gli ideali democratici tanto cari alla nazione americana. Il primo numero del fumetto a lui dedicato vede la luce in un periodo storico particolarmente delicato per l’America e il mondo intero. Nato nel corso della seconda guerra mondiale, è fin da subito evidente come questo personaggio non sia solamente l’ennesima trovata dell’editoria fumettistica, ma abbia un importante ruolo all’interno di un conflitto che non era solo armato, ma anche propagandistico.A guerra finita il personaggio si evolve per seguire il ritmo degli eventi in cui è coinvolta l’America e da cacciatore di nazisti diventa, durante la guerra fredda, un cacciatore di comunisti anche se questa nuova missione non riscuote presso il pubblico lo stesso successo che aveva avuto la sua lotta contro Teschio Rosso e il regime hitleriano.

Capitan America è l’America e l’America si riflette in Capitan America. Questo spiega le continue mutazioni comportamentali a cui il personaggio va incontro nel corso degli anni in modo da corrispondere sempre più fedelmente alla nazione di cui è icona. Nel 1941 è il soldato che difende la libertà; nel corso della guerra fredda l’avversario dell’unico sistema totalitario rimasto in piedi al termine della seconda guerra mondiale; e oggi egli rappresenta la coscienza del popolo americano e in quanto tale lotta contro i mali della società contemporanea.

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Il primo livello su cui si realizza l’immedesimazione di Capitan America con la nazione americana è la sua uniforme. A differenza di Iron Man, Thor o altri supereroi Capitan America indossa un’uniforme che richiama idealmente alle sue origini militari. La sua tuta è di fatto una bandiera americana in cui l’azzurro si affianca al rosso e al bianco e sul cui petto campeggia una stella bianca a cinque punte, motivo che viene ripreso anche dallo scudo (per certi versi l’aspetto dello scudo di Captain America ricorda quello di Achille in cui vi era un ritratto della società greca dell’epoca) che il supereroe porta sempre con sé. Sul capo il capitano porta una maschera blu decorata con una “A” sulla fronte e due ali ai lati: richiamo alle ali che ornavano i calzari del dio greco Mercurio e all’aquila simbolo di libertà e forza.

Se la prima corrispondenza tra America e Capitan America è di tipo visivo e ci viene suggerita dall’uniforme del supereroe, la seconda fase del processo di identificazione  avverrà attraverso il  nome, la personalità e i comportamenti del personaggio. “Cap”, “La sentinella della libertà”, “La leggenda vivente”… sono tanti i nomi con cui viene chiamato Capitan America e ognuno di essi sottolinea come il capitano Rogers sia la massima e più completa espressione del sogno americano, la nemesi di tutte le forme di criminalità e di tirannia, l’ispiratore delle forze armate e l’emblema del coraggio e del valore militare e umano. Egli possiede tutte le caratteristiche che in passato erano proprie degli eroi greci: onestà, perseveranza, lealtà, autorevolezza, onore.

A più riprese, nelle saghe che hanno come protagonista Capitan America, viene messo in risalto il suo essere un uomo virtuoso: risoluto nei suoi intenti, ma capace di essere magnanimo con i nemici sconfitti, dotato di spirito di sacrificio e affatto interessato all’arrivismo o all’autoaffermazione:

 It was never about politics. It was never about me. It was about the country. It was always about the country.[1]

O ancora:

 Bobby Shaw of Texas did what so many young men and women did then, and continue to do to this day: he gave his life three thousand miles from home so that others might live free. I have been to the end of the skies and back. I have been in the company of heroes. Of all those heroes, he was the bravest I ever known.[2]

Malgrado la sua forza eccezionale e le sue capacità di gran lunga superiori alla media, Capitan America non si considera mai migliore degli altri o più  meritevole di encomi e medaglie rispetto ai suoi commilitoni. Egli considera i suoi “poteri” un dono e in quanto tali li usa con giustizia e,

soprattutto, senza mai perdere quell’umiltà che lo aveva caratterizzato fin da prima di diventare l’icona della lotta al nazismo.

Nonostante le mille imprese, i riconoscimenti e tutto quello che ha comportato diventare Capitan America, Steve Rogers rimane in fondo il ragazzino troppo gracile per il servizio di leva, ma non per questo meno determinato a diventare un soldato e a servire la propria nazione: “I never wanted to be Captain America. I was just supposed to be a soldier… I just wanted to serve.”[3]

2.3 Il manifest destiny: la buona battaglia della sentinella della libertà

Abbiamo avuto modo di vedere come a livello visivo vi sia una totale corrispondenza tra personaggio e nazione americana. Ma a livello ideologico dove si concretizza tale personificazione? Quali sono i valori che differenziano Capitan America dagli eroi dell’epica classica o dai protagonisti della letteratura? Quali sono i tratti – al di là del nome – che fanno di lui un eroe “made in USA”?

Capitan America è l’incarnazione del manifest destiny, ovvero della missione di cui il popolo americano si è fatto carico al fine di portare in tutto il mondo la luce della democrazia, i semi della speranza, i vantaggi del progresso, il diritto alla libertà e alla felicità e l’attaccamento fedele alla famiglia e alla patria. Steve Rogers è il paladino che combatte contro i sistemi totalitari che intendono mettere dei freni alla libertà e impedire all’individuo di realizzare la propria felicità a livello sia personale sia collettivo. Le sue imprese non sono dimostrazioni di forza o di abilità, ma vere e proprie crociate dove la vera protagonista è la libertà da ristabilire, da difendere o da trasmettere come valore sacro e per questo inviolabile.

2.4 Ettore, Enjolras, Faramir: il principe, il martire e il capitano

Scopo del presente lavoro è analizzare i legami che uniscono i personaggi della mitologia americana a quelli della letteratura e dell’epica europea. A partire dai poemi di età classica, per arrivare ai romanzi del novecento, si incontrano tra le pagine dei libri decine di personaggi che per fibra morale, coraggio, spirito di sacrificio e amore per la patria, la famiglia e la libertà; possono essere considerati come i fratelli maggiori di Capitan America.

A un’analisi più attenta ci si rende conto che Capitan America non è semplicemente un supereroe o un soldato, ma è l’eroe per eccellenza in quanto dotato di quelle caratteristiche che, nel corso dei secoli, hanno consacrato altre personalità, più o meno romanzate, iscrivendole di diritto nel pantheon delle figure associabili al concetto di eroismo. Tra i tanti vi sono: Ettore, il campione troiano che compare nel poema epico Iliade (VI secolo a.C) scritto da Omero, Enjolras, il giovane a capo della rivoluzione francese nel capolavoro di Victor Hugo Les Misérables (1862) , e Faramir, il capitano degli eserciti di Gondor nel romanzo di J. R. R. Tolkien The Lord of the Rings (1954).

Ettore è l’eroe nella guerra contro i Greci: era un principe di Troia, primogenito di Priamo ed Ecuba, sposo di Andromaca e padre di Astianatte. Nell’Iliade egli ha un ruolo principale in quanto è l’unico ad avere il coraggio di affrontare sul campo di battaglia gli eroi più forti e valorosi dell’esercito greco tra cui Aiace, Patroclo e Achille. Nel poema Ettore incarna i valori del mondo antico: nobiltà d’animo, amore per la patria, coraggio, rispetto per gli dei, devozione per la famiglia e umanità. La sua presenza basta a infondere coraggio nei troiani; il suo valore e la sua fama di campione sono sufficienti a incutere terrore nei cuori dei nemici che scappano alla sua vista come davanti a “crudo lïone”:

[…] Finalmente Ettore

scintillante di foco nella folta

precipitossi. Come un’onda

gonfia dal vento assale impetüosa

un veloce naviglio, e tutto il manda

ricoperto di spuma; il vento rugge

orribilmente nelle vele, e trema

ai naviganti il cor, chè dalla morte

non sono divisi che d’un punto solo:

così tremava degli Achivi il petto;

ed Ettore parea crudo lïone

che in prato da palude ampia nudrito

un pingue assalta numeroso armento.[4]

A questa natura di guerriero temibile e inflessibile, Ettore affianca dimostrazioni di affetto e di devozione verso il padre e la patria e di amore verso la sua sposa e il piccolo Astianatte. Come Capitan America, Ettore sente il peso della responsabilità ed è costretto a scegliere tra ciò che è giusto e ciò che è facile, tra famiglia e dovere, tra vita e morte e, come l’eroe della Marvel, alla fine egli deciderà di adempiere al proprio dovere di principe, marito, figlio e guerriero e di sacrificare se stesso per il bene della comunità accantonando i propri interessi.

I passi in cui emerge questo conflitto sono l’ultimo incontro tra Andromaca ed Ettore e nel corso dello scambio di parole tra Ettore e il padre poco prima della caduta dell’eroe:

– O mio diletto, questo tuo coraggio

ti perderà! Né del figliuolo infante

pietà pur senti né di me meschina,

che vedova di te sarò ben presto

chè ben presto gli Achei ti uccideranno

tutti su di te gettandosi! […]

O Ettore, tu padre ora mi sei,

tu dolce madre, tu fratello; e sei

il mio florido sposo! Ora tu dunque

m’abbi pietà! Qui su la torre or resta,

si che render non debba orfano il figlio

e vedova la moglie!-

[…] A lei allor rispondendo disse

Ettore, il grande-agitator-dell’elmo:

– Oh ben questo anche a me pesa sul cuore,

o donna mia! Ma troppo l’onta io temo

delle Troiane dai-prolissi-pepli

e dei Troiani, se in disparte io stessi

come un codardo, fuor dalle battaglie.

Non vuol questo il cuor mio, chè sempre appresi

Ad esser prode, a battermi fra i primi,

onde sempre durasse intemerata

l’alta gloria paterna e la gloria mia!-[5]

In un passo successivo, invece, leggiamo:

Ululava , e colle mani

alto levate si battea la fronte il buon vecchio, e chiamava a tutta voce

l’amato figlio supplicandolo: e questi

fermo innazi alle porte altro non ode

che il desio di pugnar col suo nemico.

Allor le palme il misero gli tese

e questi profferì pietosi accenti:

– Mio diletto figliuolo, Ettore mio,

deh lontano da’tuoi da solo a solo

non affrontar costui che di fortezza

d’assai t’è sopra. […]

ei che di tanti

orbo mi fece valorosi figli […]

abbi pietade

di me meschino […]-

E così dicendo,

strappasi il veglio dall’augusto capo

i canuti capei; ma non si piega

l’alma d’Ettorre.[6]

Anche questo secondo appello è destinato a rimanere inascoltato dall’eroe che risponde alla supplica del padre dicendo di preferire la morte sul campo di battaglia a una vita da codardo e affronta il proprio fato certo che il suo nome, il suo coraggio e la sua impresa giungeranno alle orecchie dei posteri.

Enjolras è lo studente che, nel romanzo I miserabili di Victor Hugo, guida l’insurrezione invitando il popolo parigino a sollevarsi contro il re e a erigere barricate per riprendersi la libertà che gli è stata negata. Di lui lo scrittore scrive:

Enjolras era un ragazzo affascinante che poteva diventare terribile. […] natura da sommo sacerdote e da guerriero, assai poco comune in un adolescente. Era a un tempo officiante e militante: dal punto di vista immediato, soldato della democrazia; al di sopra del movimento contemporaneo, sacerdote dell’ideale.[…] Era l’amante marmoreo della libertà.[7]

Queste poche righe sono sufficienti per fissare la personalità di questo ragazzo poco più che adolescente che, malgrado la giovane età e l’irruenza tipica dei vent’anni, consacra tutto se stesso alla difesa della libertà e alla realizzazione di un mondo in cui nessuno debba più soffrire per i soprusi dei potenti, la fame e la violazione dei diritti fondamentali dell’uomo. Ancora di lui viene scritto: “Non aveva che una passione, il diritto, e un pensiero, rovesciare l’ostacolo.”[8]

Enjolras è l’incarnazione del desiderio di Victor Hugo di una Francia, e di un mondo, repubblicana, libera dallo spettro della monarchia e dalla perenne minaccia di un colpo di stato. Come Hugo, il giovane subisce una sorta di persecuzione per via della lealtà che dimostra verso le idee repubblicane: ideale per cui, a rivoluzione fallita, giungerà a dare la vita. Come Capitan America, Enjolras è risoluto e determinato. Tra gli amici dell’ABC egli viene indicato come il “capo” e gli appellativi che Victor Hugo riserva al personaggio si rifanno tutti a grandi guerrieri della mitologia greca e romana o leader della storia francese.

In quel manipolo di studenti universitari egli è colui che, anche a scapito della vita, si imbarca in crociate azzardate in difesa della libertà del popolo francese. Al pari del capitano Rogers egli non ha un’amante e tutto il suo essere, anima e corpo, è votato a un ideale: la patria.

 – […] Ebbene, Enjolras non ha una donna, non è innamorato e trova il modo di essere intrepido. È inaudito che si possa essere freddi come il ghiaccio e arditi come il fuoco. –

Sembrava che Enjolras non ascoltasse, ma se qualcuno gli si fosse stato vicino lo avrebbe udito mormorare sotto voce: Patria.[9]   

L’ultimo personaggio che ho preso in esame appartiene all’universo creato da Tolkien nel suo capolavoro Lord of the Rings. Tra i tanti personaggi che ruotano intorno alla vicenda di Frodo Baggins (il protagonista del romanzo) e dell’anello del potere ve ne è uno che per personalità può essere considerato l’alter ego dello scrittore stesso.

Faramir, figlio di Denethor, capitano di Gondor viene presentato da Tolkien come il personaggio che, insieme alla dama Eowyn, rappresenta il valore e l’incorruttibilità del genere umano davanti alla promessa di una facile ascesa al potere. Mentre gli altri rappresentanti della razza umana a contatto con l’Anello del potere vengono corrotti dal desiderio di possederlo insieme al grande potere che esso racchiude, Faramir non si lascia ingannare e, quando si ritrova tra le mani l’anello e il suo portatore, decide, a dispetto degli ordini e dei desideri del padre, di lasciare andare Frodo e il suo fardello. Se tracciare un quadro di Enjolras è facile grazie alle descrizioni accurate di Hugo, lo stesso non vale per Faramir la cui personalità viene tracciata come una trama, un disegno che si può ammirare nella sua interezza solo accostando le descrizioni e i dialoghi che il personaggio ha con gli altri:

Here was one with an air of high nobility such as Aragorn at times revealed, less high perhaps, yet also less incalculable and remote: one of the Kings of Men born into a later time, but touched with the wisdom and sadness of the Elder Race […]

He was a captain that men would follow, that he would follow, even under the shadow of the black wings.[10]

Al pari di Enjolras, Ettore e Capitan America, Faramir è una guida, una certezza in mezzo agli eventi che scuotono la realtà della Terra di Mezzo e il popolo degli uomini. Il personaggio compare nei capitoli che sono posti al centro del romanzo e ne costituiscono il cuore. Più le forze del male e le tenebre si addensano, tanto più luminose sono le figure che Tolkien pone a difesa del bene, del bello e del buono.

Faramir rappresenta per gli uomini di Gondor non solo una certezza militare, ma quella speranza che accende gli animi dei guerrieri e li invita a non cedere davanti al nemico e a continuare la battaglia. La sua sola presenza è sufficiente per richiamare al dovere gli uomini che non esitano a seguirlo in campo aperto contro le armate nemiche: 

Ever your desire is to appear lordly and generous as a king of old, gracious, gentle. That may well befit one of high race, if he sits in power and peace. But in desperate hours gentleness may be repaid with death.’

‘So be it,’ said Faramir.

‘So be it!’ cried Denethor.[11]

 

Infine, in linea con le figure eroiche già analizzate, il capitando di Gondor si distingue dagli altri umani per la sua moralità incorruttibile e la sua fedeltà cieca e totale agli ideali in cui crede. Egli non teme di affrontare la morte e la accoglie anzi con serenità pur di non essere costretto a rinnegare il suo codice d’onore.

*Jo

Leggi la prima parte

.: NOTE :.

[1] Cfr. http://goodmenproject.com/ethics-values/what-captain-america-means-to-me/ ( 07 -04 – 2014)

[2] Ibid.

[3]  Ibid.

[4] Omero, Iliade, Canto XV, trad. di V. Monti, Itaca, Castel Bolognese, 2004, , versi 604- 612, 623-625, p. 281.

[5]  Ibid, Canto VI, versi 407 – 432, 440- 446,  pp. 114-115

[6]  Ibid., Canto XXII, versi 40 – 55, 73-74, 100-104 , pp. 368-370.

[7] Victor Hugo, Les misérables (1862), trad. it. I miserabili, Garzanti Editore, Milano, 1990, pp. 685-686.

[8] Ibid.

[9] Ibid., p.  1275.

[10] J. R R. Tolkien,The Lord of the Rings, Unwin Paperbacks, London, 1968, p 842.

[11] Ibid., p. 844.