Contro la guerra (sempre)

Promemoria
Ci sono cose da fare ogni giorno:
lavarsi, studiare, giocare,
preparare la tavola,
a mezzogiorno.
Ci sono cose da far di notte:
chiudere gli occhi, dormire,
avere sogni da sognare,
orecchie per sentire.
Ci sono cose da non fare mai,
né di giorno né di notte,
né per mare né per terra:
per esempio, la guerra.
(Gianni Rodari)

Non esistono guerre giuste, guerre sante o guerre buone. Tutti lo sanno eppure, di tanto in tanto, qualcuno sembra dimenticarsene e preferisce voltare lo sguardo ed ignorare le pagine nere che compongono il libro della storia mondiale.
Si sottovaluta ciò che non si è mai vissuto sulla propria pelle e si disprezza ciò che altri hanno duramente conquistato per noi.
Non abbiamo molte parole, oggi, per ciò lasciamo che a parlare siano coloro che hanno scritto della guerra con quella delicatezza che da sempre distingue l’uomo dalle belve.

Uomo del mio tempo
Sei ancora quello della pietra e della fionda,
uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,
con le ali maligne, le meridiane di morte,
-t’ho visto- dentro il carro di fuoco, alle forche,
alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu,
con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,
senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,
come sempre, come uccisero i padri, come uccisero,
gli animali che ti videro per la prima volta.
E questo sangue odora come nel giorno
quando il fratello disse all’altro fratello:
“Andiamo ai campi”. E quell’eco fredda, tenace,
è giunta fino a te, dentro la tua giornata.
Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue
salite dalla terra, dimenticate i padri:
le loro tombe affondano nella cenere,
gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore.

(Salvatore Quasimodo)

Tagliate gli alberi, imbecilli
Voi disboscate imbecilli
voi disboscate
Tutti i giovani alberi con la vecchia ascia
voi distruggete
Disboscate
imbecilli
voi disboscate

E gli annosi alberi con le loro radici
le loro vecchie dentiere
voi li conservate
E un cartello attaccate
Alberi del bene e del male
Alberi della Vittoria
Alberi della Libertà
E la foresta deserta appesta il vecchio bosco crepato
e partono gli uccelli
e voi restate là a cantare
Voi restate là
imbecilli
a cantare e a fare la parata.

(Jacques Prévert)

Generale
Generale, il tuo carro armato
è una macchina potente

Spiana un bosco e sfracella cento uomini.
Ma ha un difetto:
ha bisogno di un carrista.

Generale, il tuo bombardiere è potente.
Vola più rapido d’una tempesta e porta più di un elefante.
Ma ha un difetto:
ha bisogno di un meccanico.

Generale, l’uomo fa di tutto.
Può volare e può uccidere.
Ma ha un difetto:
può pensare.

(Bertolt Brecht)

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La guerra dei Papaveri

LA GUERRA DEI PAPAVERI

Autore: R.F. Kuang
Casa editrice: Mondadori
Anno: 2020

.: SINOSSI :.

Orfana, cresciuta in una remota provincia, la giovane Rin ha superato senza battere ciglio il difficile esame per entrare nella più selettiva accademia militare dell’Impero. Per lei significa essere finalmente libera dalla condizione di schiavitù in cui è cresciuta. Ma la aspetta un difficile cammino: dovrà superare le ostilità e i pregiudizi. Ci riuscirà risvegliando il potere dell’antico sciamanesimo, aiutata dai papaveri oppiacei, fino a scoprire di avere un dono potente. Deve solo imparare a usarlo per il giusto scopo…

Rin ha passato a pieni voti il kējǔ, il difficile esame con cui in tutto l’Impero vengono selezionati i giovani più talentuosi che accadranno a studiare all’Accademia. Ed è stata una sorpresa per tutti: per i censori, increduli che un’orfana di guerra della provincia di  potesse superarlo senza imbrogliare; per i genitori affidatari di Rin, che pensavano di poterla finalmente dare in sposa e finanziare così la loro impresa criminale; e per la stessa Rin, finalmente libera da una vita di schiavitù e disperazione. Il fatto che sia entrata alla Sinegard – la scuola militare più esclusiva del Nikan – è stato ancora più sorprendente. Ma le sorprese non sono sempre buone. Perché essere una contadina del Sud dalla pelle scura non è una cosa facile alla Sinegard. Presa subito di mira dai compagni, tutti provenienti dalle famiglie più in vista del Paese, Rin scopre di avere un dono letale: l’antica e semileggendaria arte sciamanica. Man mano che indaga le proprie facoltà, grazie a un insegnante apparentemente folle e all’uso dei papaveri da oppio, Rin si rende conto che le divinità credute defunte da tempo sono invece più vive che mai, e che imparare a dominare il suo potere può significare molto più che non sopravvivere a scuola: è forse l’unico modo per salvare la sua gente, minacciata dalla Federazione di Mugen, che la sta spingendo verso il baratro di una Terza guerra dei papaveri. Il prezzo da pagare, però, potrebbe essere davvero troppo alto.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Ed eccoci qua a recensione in via definitiva La guerra dei papaveri libro approdato nelle librerie di tutta Italia proprio oggi. Per prima cosa, ringraziamo la casa editrice Mondadori per averci offerto una copia gratuita in anteprima chiedendoci in cambio solo “una recensione che più vera non si può”.
La guerra dei Papaveri è un libro che, a mio giudizio, ha tanti punti di forza ma anche tanti punti deboli: cercherò di sviscerarli tutti al meglio in modo che i futuri lettori abbiano un’idea chiara del libro che stanno per leggere.

Sebbene il romanzo non rientri, a mio avviso, pienamente nella categoria Young Adult, ha molti punti in comune con questo genere. In primo luogo, la protagonista, Rin, è molto giovane e il lettore assiste nelle prime pagine del romanzo alla sua scalata da povera orfana di guerra destinata ad un matrimonio combinato ad essere ammessa alla più prestigiosa accademia del paese. Quello che ho apprezzato di questa prima conquista di Rin, è stato che la protagonista si sia oggettivamente impegnata, per altro mostrando un po’ a noi lettori occidentali l’esagerazione della cultura asiatica per lo studio, per passare l’esame di ammissione: l’opportunità non le è caduta tra le mani come un meritato dono divino.
Un altro punto che fa scivolare il romanzo verso lo Young Adult sono le origini della protagonista che la rendono in qualche modo speciale rispetto agli altri personaggi.
Ciò che distanzia il romanzo dalla categoria Young Adult è invece la massiccia presenza di personaggi adulti con un ruolo importante (personaggi che, per esempio, in Hunger Games; Divergent, Trono di Ghiaccio o Una corte di Rose e Spine hanno solo ruoli marginali o forzatamente malvagi); la mancanza di un triangolo amoroso (per fortuna!) e il fatto che la protagonista non sia del tutto infallibile: Rin sbaglia, come facciamo tutti, e questo la rende un po’ più simpatica al lettore.

Il romanzo è diviso in tre parti, le prime due le ho trovate interessanti e coinvolgenti, mentre la terza secondo me è stata un flop totale: con la descrizione eccessivamente sbrigativa di una guerra, l’autrice riempie il lettore di dettagli macabri. Sebbene io abbia sopportato piuttosto bene le scene di violenza, che invece hanno infastidito altri lettori e che probabilmente rendono il romanzo adatto ad un pubblico leggermente più navigato rispetto che degli adolescenti, ho trovato assolutamente esagerato e ingiustificabile il finale che l’autrice ha scelto per Rin.

Uno dei punti di forza più grandi di questo romanzo è il world building: Kuang crea un mondo che ricalca la realtà asiatica e porta i suoi lettori alla scoperta delle tradizioni, delle leggende e degli eroi della sua cultura. Il romanzo può essere letto come una allegoria storica: non sarà difficile per il lettore leggerne dei riferimenti alla prima e alla seconda guerra mondiale. Interessante è stata anche l’intenzione dell’autrice di trattare il tema del razzismo: ragazza dalla pelle scura, Rin è costantemente vittima di pregiudizi e razzismo da parte sia dei compagni di accademia, sia da uno dei professori.

Alcuni dei personaggi, per esempio Jiang, Chagan o Altan, mi sono piaciuti davvero molto soprattutto perché l’autrice li ha caratterizzati molto bene sia nei loro lati positivi sia soprattutto in quelli negativi. Rin, invece, soffre del complesso del protagonista: avendo la maggior attenzione del lettore, a volte sembra essere forzata a fare cose esagerate per mostrare di essere l’assoluto centro della storia.

In conclusione, non posso dire né di aver adorato il romanzo, né di averlo odiato. Il mio voto è un 7.5/10.
Per quanto mi riguarda, il mondo creato da Kuang vale la lettura del romanzo: consiglio dunque il libro agli amanti della storia asiatica o a chi, come me, è curioso riguardo alla spiritualità e allo sciamanesimo.
La scrittura dell’autrice è molto buona, mi hanno colpita in particolar modo le descrizioni che, a tratti oniriche, trascinano il lettore verso un mondo nuovo, diverso e particolare.
Per me, il romanzo era troppo lungo. So che può sembrare un commento strano da fare, ma credo siano successe troppe cose e troppo in fretta: forse diminuire la quantità degli avvenimenti in favore di un maggior approfondimento dei numerosi personaggi e del contesto, avrebbe giovato al libro.

*Volpe

Una merce molto pregiata

UNA MERCE MOLTO PREGIATA

Autore: Jean-Claude Grumberg
Casa Editrice: Guanda
Anno: 2019

.: SINOSSI :.

Questa è una favola, e come tutte le favole inizia con C’era una volta. C’era una volta un bosco, in cui vivevano un povero boscaiolo e sua moglie. I due non avevano figli, e se l’uomo era contento, perché questo significava bocche in meno da sfamare, per sua moglie il desiderio di un bambino da amare era quasi doloroso. 
Dopo lo scoppio della guerra, perché nelle favole ci sono le guerre, un treno attraversava spesso il bosco. La moglie del boscaiolo era contenta di veder passare quel treno, il marito le aveva spiegato che era un treno merci. Strane merci, più che altro sembravano persone, a giudicare dalle mani che a volte uscivano tra le sbarre per lanciare bigliettini. Poi un giorno quel treno che la donna ormai crede magico le regala una merce molto pregiata, come a voler esaudire il suo desiderio più grande… Perché la cosa che più merita di esistere, nelle favole come nella vita vera, è l’amore donato ai bambini.

.: IL NOSTRO GUDIZIO :.

“C’era una volta, in un grande bosco, una povera boscaiola e un povero boscaiolo.
No no no, state tranquilli, non si tratta di Pollicino! Nient’affatto. Io, proprio come voi, detesto quella storia ridicola. Quando mai, e dove poi, si sono visti dei genitori abbandonare i loro bambini perché non potevano sfamarli? Ma andiamo…”

Questa storia, questa favola come piace definirla all’autore, inizia con brutale ironia.
Il racconto inizia proprio come una favola e il linguaggio che l’autore utilizza è quello della narrazione per bambini, i temi tuttavia si fanno via più terribili mano a mano che si scorrono le pagine del romanzo.
Amore e morte si danno il cambio, pagina dopo pagina, lasciando il lettore alle sue amarissime lacrime. Sullo sfondo della seconda guerra mondiale e dell’orrore dell’olocausto, Grumberg ci parla di sentimenti umani, di amore e di redenzione.
La guerra prende la forma di una ferrovia, la forma dell’odio razziale e dell’orrore dello sterminio; la redenzione, invece, è come un bambino possa cambiare il cuore di un uomo.
Il romanzo è diviso in due parti che si intrecciano costantemente e, alla fine, si scontrano: da un lato ci sono la povera boscaiola e la bambina; dall’altro il padre della piccola internato nel campo di concentramento di Auschwitz.
L’autore con concretezza il senso di disperazione che provano i sopravvissuti e la forza, l’unico pensiero positivo, che li spinge ugualmente a lottare e restare in vita anche quando sanno di aver perso tutto.

A questo libro, a questa favola, io posso solo dare il massimo dei voti.
Grumberg parla di cose che conosce. In appendice ha inserito la storia vera che si cela dietro queste pagine con sapore di fantasia: la sua, o per meglio dire quella di suo padre, e quella di una coppia che è salita sullo stesso treno.
Il sentimento e il dolore queste pagine passano al lettore è tanto intenso che ora, anche se ho concluso la lettura da un paio di giorni, ancora sento gli occhi inumidirsi.
Non ho mai letto una prosa così emotivamente carica e spaventosamente disperata: penso che questo sia uno di quei romanzi che vadano semplicemente letti, per non dimenticare.
Non dimenticare che alcune persone hanno reso possibile l’orrore nazionalsocialista e altre, invece, si sono opposte: hanno resistito tenendo in casa un bambino in più, nascondendo qualcuno in cantina, dando occasione a un essere umano di sopravvivere. E’ un libro che parla di amore e resistenza e penso renda giustizia a personaggi come Oslar Schindler o ai ragazzi della Rosa Bianca.
Invito tutti i nostri lettori a prendere questo libretto tra le mani e passare un’oretta del loro tempo per leggerlo, terminarlo e riflettere.

*Volpe

Giornata Mondiale della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa

Le piazze di ogni città e di ogni paese, l’8 maggio si colorano di bianco e di rosso. In questa giornata di metà primavera, infatti, si festeggia la giornata mondiale della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa.

Henry Dunant

E’ stato scelto come giorno l’8 maggio perché si tratta dell’anniversario di nascita di Henry Dunant, mondialmente riconosciuto come il padre della Croce Rossa Internazionale.
Per chi non lo sapesse, la patria di questo corpo volontario è stata, in un certo senso, l’Italia. Nonostante la Croce Rossa Internazionale sia stata formalmente costituita a Ginevra, in Svizzera, nel 1864, l’idea nacque in seguito alla battaglia di Solferino.
Nel 1859, Dunant si trovava in Italia per chiedere alcune concessioni all’Imperatore Napoleone III, tuttavia si scontrò con la dura realtà della guerra.
Rimase sorpreso e amareggiato dal massacro di Solferino, in particolare rimase sconvolto dalla scarsa preparazione medica dell’esercito, tanto che chiese all’imperatore di liberare alcuni medici austriaci affinché si prendessero cura dei feriti.

Tra il 1860 e il 1861, Dunant si prese del tempo anche per scrivere un libro simbolicamente intitolato Un ricordo di Solferino, nel quale illustra abilmente lo stato di abbandono di morti e feriti. Una parte importante del libro è dedicata ai soccorsi che le donne di Castiglione delle Stiviere prestarono ai soldati feriti che erano stati portati nella chiesa maggiore del paese per essere curati.
Sempre in questo volume, Dunant formula l’idea di un corpo volontario, ai tempi chiamato Società di soccorso ai militari feriti.

Da qui, una serie di eventi porta all’organizzazione della prima Conferenza Internazionale di Ginevra dove 14 paesi firmeranno la Carta Fondamentale che definisce i mezzi e le funzioni delle Società di Soccorso. In tale occasione, nacque anche il Movimento Internazionale della Croce Rossa.
La croce rossa che fa da logo e che da il nome al movimento non è un simbolo di natura religiosa, sebbene non tutti ne siano a conoscenza: fu scelta semplicemente invertendo i colori della bandiera Svizzera, come ringraziamento al paese che aveva dato i natali all’azione umanitario più imponente della storia dell’umanità. La CRI si basa su sette principi fondamentali (Umanità, Imparzialità, Neutralità, Indipendenza, Volontarietà, Unità e Universalità), enunciati per la prima volta nel 1965 in occasione della XX Conferenza Internazionale della Croce Rossa. Da allora, ogni manifestazione della Croce Rossa si apre con la lettura dei principi fondamentali per ricordare ai volontari e al mondo su cosa si basa il Movimento.

In Italia, i festeggiamenti dell’8 maggio saranno diversi a seconda del paese e della città, ma non mancheranno manifestazioni in piazza e fiaccolate a sostegno di questa associazione che, nel tempo, si è evoluta entrando a far parte del quotidiano di ognuno di noi.
La Croce Rossa non interviene più soltanto nelle zone di guerra o in occasione di imponenti catastrofi naturali, il suo operato ha luogo anche in ambienti più comuni quali il reparto di pediatria in ospedale e le feste dei più piccolini.
Lo scopo è quello di far sentire tutti uguali, tutti umani.

*Volpe


Oggi siamo vivi

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OGGI SIAMO VIVI

Autore: Emmanuelle Pirotte
Anno: 2017
Casa Editrice: Nord Editore

.: SINOSSI :.

Dicembre 1944. I tedeschi stanno arrivando. Il prete di Stoumont, nelle Ardenne, ha un’unica preoccupazione: mettere in salvo Renée, un’orfana ebrea nascosta nella canonica. E, d’un tratto, il miracolo: una jeep con a bordo due soldati americani si ferma davanti alla chiesa e lui, di slancio, affida a loro la piccola.
Tuttavia quei due soldati hanno solo le divise americane. In realtà si chiamano Hans e Mathias e sono spie naziste.
Arrivati in una radura, Hans prende la pistola e spinge la bambina in avanti, in mezzo alla neve. Renée sa che sta per morire, eppure non ha paura. Il suo sguardo va oltre Hans e si appunta su Mathias.
È uno sguardo profondo, coraggioso. Lo sguardo di chi ha visto tutto e non teme più nulla. Mathias alza la pistola. E spara. Però è Hans a morire nella neve, con un lampo d’incredulità negli occhi.
Davanti a Mathias e Renée c’è solo la guerra, una guerra in cui ormai è impossibile per loro distinguere amici e nemici. E i due cammineranno insieme dentro quella guerra, verso una salvezza che sembra di giorno in giorno più inafferrabile. Incontreranno persone generose e feroci, amorevoli e crudeli. Ma, soprattutto, scopriranno che il loro legame – il legame tra un soldato del Reich e una bambina ebrea – è l’unica cosa che può dar loro la speranza di rimanere vivi…

Ci sono momenti nella vita in cui siamo costretti a confrontarci con l’inevitabile. Momenti in cui tutto sembra ormai deciso. Eppure il romanzo di Emmanuelle Pirotte ci ricorda che non è mai troppo tardi per cambiare il nostro destino. Anche nell’ora più buia, basta un’unica, coraggiosa scelta per varcare il confine che separa la vita dalla morte, il bene dal male, l’aguzzino dall’eroe. Basta uno sguardo per sciogliere la neve che portiamo nel cuore. Basta un istante per ritrovare la pace.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Può esistere un lieto fine quando una bambina ebrea incontra un soldato nazista? Può la guerra regalare un piccolo miracolo o almeno un bagliore di speranza in mezzo alle atrocità e alla morte?
Emmanuelle Pirotte crede di sì e, con una scrittura semplice e allo stesso tempo incisiva, ci racconta quella che potrebbe sembrare una favola di natale dove l’umanità, l’amore e la speranza riescono a vincere sul male, la paura e la cattiveria del mondo.
Renée è una bambina di origine ebraica e fin dalle prime pagine si distingue per la sua prontezza di spirito e per il suo carattere fiero e sfrontato.
Mathias è l’ariano per eccellenza: perfetto sotto ogni punto di vista e tormentato dai fantasmi del passato e dalla sua coscienza.
Entrambi i personaggi sembrano due animali selvatici “costretti” ad allesarsi per sopravvivere.
Un romanzo piacevole che, nonostante le brutte avventure che i due protagonisti affrontano, regala al lettore un lieto fine e gli permette di tirare un sospiro di sollievo dopo trecento pagine in apnea.

Il libro di Emmanuelle Pirotte riesce a descrivere con eleganza e rispetto l’orribile capitolo della seconda guerra mondiale e, sulla falsa riga della Nemirovsky, si allontana dai campi di battaglia o dai campi di concentramento per descriverci realtà rurali dove ai pericoli della guerra si sommano quelli della cattiveria e della codardia degli uomini.
Il voto che mi sento di dare a questo romanzo è 7,5/10: una lettura adatta agli studenti delle scuole superiori, un po’ meno a quelli delle scuole medie per via di alcune scene di sesso abbastanza esplicite; una storia che è sopratutto una favola e che riesce a trattare con ottimismo un tema di cui è sempre difficile scrivere e parlare.
Dal punto di vista stilistico il romanzo non ha grosse pecche e la scrittura semplice sostiene il ritmo della storia che, nonostante il palcoscenico limitato ad una fattoria e al boschetto circostante, riesce ad essere incalzante a non annoiare.
Il carattere della piccola protagonista è un po’ esagarato considerata la sua età e a tratti risulta davvero antipatico.
Ho trovato poco credibili alcune parti come, per esempio, le reazioni di alcuni soldati davanti al tradimento di uno dei loro commilitoni e l’arroganza, a volte davvero esagerata, della piccola protagonista.

*Jo

La trilogia della città di K., Il grande quaderno

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LA TRILOGIA DELLA CITTA’ DI K, IL GRANDE QUADERNO

Autore: Agota Kristoff
Casa Editrice: Einaudi
Anno di pubblicazione: 2014

.:SINOSSI:.

Quando Il grande quaderno apparve in Francia a metà degli anni Ottanta, fu una sorpresa. La sconosciuta autrice ungherese rivela un temperamento raro in Occidente: duro, capace di guardare alle tragedie con quieta disperazione. In un Paese occupato dalle armate straniere, due gemelli, Lucas e Klaus, scelgono due destini diversi: Lucas resta in patria, Klaus fugge nel mondo cosiddetto libero. E quando si ritroveranno, dovranno affrontare un Paese di macerie morali. Storia di formazione, la “Trilogia della città di K” ritrae un’epoca che sembra produrre soltanto la deformazione del mondo e degli uomini, e ci costringe a interrogarci su responsabilità storiche ancora oscure.

.:IL NOSTRO GIUDIZIO:.

Essenziale, crudo, cinico e spietato, a tratti inquietante e terribilmente vero.
Il grande quaderno apre la celebre Trilogia della città di K e fin dalle prime pagine spiazza e cattura con la sua prosa ridotta all’osso, che trae la sua forza non dal virtuosismo descrittivo, ma dall’azione che si fa sempre più spietata pagina dopo pagina.
I due gemelli protagonisti sembrano usciti da una pellicola dell’orrore e questo sentimento di repulsione e curiosità si consolida ad ogni capitolo, si fa fatica a creare un legame empatico con questi personaggi poco inclini alle carinerie e alle lungaggini a cui siamo abituati.
L’autrice lascia ben pochi indizi per riuscire ad inquadrare la vicenda in delle coordinate storiche e temporali e questo è il vero punto di forza del romanzo.
Tutti i personaggi della storia, dai due gemelli ai soldati, dal parroco alla nonna, si possono riconoscere nelle vittime di tutte le guerre passate e presenti. I due gemelli possono essere francesi, russi, israeliani, ebrei, tedeschi, siriani o africani e così anche gli altri personaggi che, ad una sola voce, svelano le quinte dei conflitti: la cornice, spesso invisibile, di violenze e barbarie che sono la naturale conseguenza della guerra.

Non posso che dare a questo primo capitolo che un bel 10/10. L’ho divorato in poche ore e presto mi dedicherò al secondo libro della trilogia.
Faccio molta fatica ad aggiungere altro e, in questo caso, me ne compiaccio: una recensione troppo lunga avrebbe davvero stonato per questo romanzo che evita accuratamente qualsiasi lungaggine o sbrodolatura.
Mi sento in dovere di avvisare i lettori più sensibili che il libro, tra gli altri temi, tratta anche quello della pedofilia.

*jo

GIORNO DEL RICORDO

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In memoria delle vittime della violenza dei partigiani di Tito.

Il sangue dell’uomo non ha colore né bandiera politica e quando viene versato è un crimine che macchia l’umanità intera.

Il ricordo non cancella la colpa, ma esercita all’attenzione: ci sensibilizza verso i drammi del nostro tempo, chiedendoci, anzi, pretendendo un trattamento umano per coloro che, per sfuggire dagli orrori della guerra e della persecuzione, sono costretti a lasciare la loro terra natale.

STORIA DI UNA LADRA LIBRI

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STORIA DI UNA LADRA LIBRI

Autore: Markus Zusak
Anno di pubblicazione: 2005 (con il titolo “La bambina che salvava i libri”)
Casa Editrice: Frassinelli

.:SINOSSI:.

È il 1939 nella Germania nazista. Tutto il Paese è col fiato sospeso. La Morte non ha mai avuto tanto da fare, ed è solo l’inizio. Il giorno del funerale del suo fratellino, Liesel Meminger raccoglie un oggetto seminascosto nella neve, qualcosa di sconosciuto e confortante al tempo stesso, un libriccino abbandonato lì, forse, o dimenticato dai custodi del minuscolo cimitero. Liesel non ci pensa due volte, le pare un segno, la prova tangibile di un ricordo per il futuro: lo ruba e lo porta con sé. Così comincia la storia di una piccola ladra, la storia d’amore di Liesel con i libri e con le parole, che per lei diventano un talismano contro l’orrore che la circonda. Grazie al padre adottivo impara a leggere e ben presto si fa più esperta e temeraria: prima strappa i libri ai roghi nazisti perché “ai tedeschi piaceva bruciare cose. Negozi, sinagoghe, case e libri”, poi li sottrae dalla biblioteca della moglie del sindaco, e interviene tutte le volte che ce n’è uno in pericolo. Lei li salva, come farebbe con qualsiasi creatura. Ma i tempi si fanno sempre più difficili. Quando la famiglia putativa di Liesel nasconde un ebreo in cantina, il mondo della ragazzina all’improvviso diventa più piccolo. E, al contempo, più vasto. Raccontato dalla Morte – curiosa, amabile, partecipe, chiacchierona – “Storia di una ladra di libri” è un romanzo sul potere delle parole e sulla capacità dei libri di nutrire lo spirito

..: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

“La ragazza che salvava i libri”, o che dir si voglia “Storia di una ladra di libri”, non è un romanzo per tutti, specialmente non lo consiglierei ad un pubblico di adolescenti.
La protagonista, una giovane tedesca di tredici anni, danza con la morte in ogni pagina di questo libro, descrivendo quella che potrebbe assomigliare ad una danse macabre  ballata sulle parole che la giovane Liesel va via via scoprendo nel corso della storia.
La Morte è coprotagonista e si mostra al lettore in tutta la sua umanità, né uomo né angelo nero: solo un’altra scomoda inquilina, immortale spettatrice del mondo che va a pezzi e viene distrutto dall’avidità di pochi.
La Morte che è al mondo da più tempo di noi, che non fa differenze tra tedeschi ed ebrei, ebrei e russi. La Morte che raccoglie le anime e ci provoca con quel suo parlare che sa di grottesco.
La Morte che parla la nostra lingua, la lingua dei tedeschi, degli ebrei, degli inglesi e dei russi. Che conosce molte parole e sa sempre quali scegliere mentre ci descrive, per l’ennesima volta, il suo ingrato eppure necessario compito.

Come ho già detto la storia non è adatta a dei giovani lettori.
I temi trattati sono forti, crudi, e hanno bisogno di essere assimilati esattamente come quando si impara una nuova parola.
Amore, vita, morte, dolore, distruzione, disperazione, sconfitta, vittoria, giustizia, odio, speranza, parole; ognuno di questi concetti viene analizzato, quasi sviscerato, privato dei fronzoli tanto cari ai romantici per mettere a nudo l’umanità che si cela dietro le parole e i sentimenti che da esse scaturiscono.
Purtroppo il cinema, che ha fatto un discreto adattamento di questo romanzo, ci ha rifilato una storia che si allontana parecchio dall’originale e ci ha illuso che questo fosse uno di quei romanzi che si può dare a cuor leggero ad un giovane lettore, magari condendo il tutto con un “leggilo per compito a casa”.
Questo non è un libro che si può leggere come “compito a casa”, lo si può condividere, leggerlo in classe, ma non ci si può misurare con questa storia disarmati e soli, si rischia di venirne investiti.
Lo consiglio? Decisamente sì e gli do 10/10. L’ho adorato dalla prima all’ultima pagina: descrizioni minuziose senza essere noiose, traduzione perfetta (dettaglio molto importante per un romanzo incentrato sull’importanza delle parole) a cui rimprovero solamente i termini in tedesco (sopratutto le parolacce) e le frasi lasciate in lingua originale.
Lo consiglio ai lettori, che sicuramente troveranno un pezzetto di sé nella voracità di questa giovane e temeraria lettrice, e lo consiglio agli scrittori che si rispecchieranno nella giovane scrittrice che emerge negli ultimi capitoli del libro.
Concludo, cosa abbastanza inusuale, con una citazione che penso riassuma al meglio il romanzo.

*** LA LADRA DI LIBRI : ULTIMA RIGA ***

Ho odiato le parole e le ho amate,
e spero che siano tutte giuste.

*Jo

METRO 2034

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METRO 2034

Autore: Dmitry Glukhovsky
Casa editrice: Multiplayer.it,
Anno: 2011

. : SINOSSI : .

Metro 2034 è una storia di scelte. Scelte tra il bene e il male, tra il fine e i mezzi, tra amore e dovere, mali minori e maggiori. Decisioni che possono cambiare la vita di una persona e decisioni sulle quali poggia il destino del genere umano…una storia di amore, speranza e fede le tre cose che fanno sopravvivere un uomo in un mondo senza speranza per il domani.

. : Il nostro giudizio : .

Rispetto al primo capitolo, che ho divorato malgrado, ho visto un leggero calo e, purtroppo, ha deluso le mie aspettative come solo un sequel di una saga contemporanea riesce può fare.
La trama si sviluppa seguendo le vicende di tre personaggi: tre sagome (a cui se ne aggiunge una quarta) che non sembrano avere nulla da spartire; Hunter, che ritorna dopo una lunga assenza da “Metro 2033”, con una nuova missione per salvare il popolo della metro, Sasha, una ragazzina che ha vissuto gran parte della sua vita in isolamento con la sola compagnia del padre reietto, e Nicolay Ivanovich (in arte Omero), un imbrattacarte che vive tra la nostalgia del passato e l’ossessione di lasciare ai posteri un’opera che eguagli le grandi epopee classiche.
Bugie, verità frammentate, complotti di cui non si può parlare e fughe da una stazione all’altra si assecondano di capitolo in capitolo confondendo, a tratti, le idee sia ai personaggi sia al lettore.
Ritroviamo Artyom, anche lui resuscitato dopo la strage dei tetri, ma sul suo destino dopo le vicende di “Metro 2033” l’autore non ci svela niente (rimedierà forse in “Metro 2035?).
Avvalendosi di un ritmo narrativo che trovo più consono ad un videogioco che non ad un romanzo, l’autore frammezza scena di lotta, sparatorie e massacri a pagine di autentica poesia in cui si scava non solo dentro l’animo del singolo, ma si fanno vibrare i sentimenti che accomunano ogni essere umano vivente: il senso della vita, della morte, del bene e del male, la costante tendenza dell’anima all’immortalità sia sulla terra che nella vita oltre la morte; pagine dense che riscattano degnamente le parti più noiose o ridondanti.

Come ho già detto: rispetto al primo capitolo della saga mi aspettavo molto di più, quindi il mio voto cade da 10/10 a 7,5/10, con la speranza che “Metro 2035” risollevi in zona cesarini la mia considerazione su questa saga. Consiglio questo libro? Sì: la distopia creata da Glukhovsky è terribilmente credibile, ben strutturata e senza nulla lasciato al caso.
Non ci sono eroi adolescenti con manie di rivoluzione (anche se Sasha si impegna parecchio nel ruolo di prima donna) e sicuramente  piacerà molto a chi ama i ritmi narrativi serrati e i misteri della metro e dell’animo umano.

*Jo

TERZA LICEO 1939

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TERZA LICEO 1939

Autore: Marcella Olschki
Editore: Sellerio editore Palermo
Anno di pubblicazione: 1956

.:SINOSSI:.
Gli anni del liceo per alcuni ragazzi sono anche stati gli anni del fascismo. Gli studenti della III Liceo dell’A. S. 1939, non aderirono alla sostanza di una scuola in cui la mancanza di ogni libertà di scelta autonoma inibiva ogni interesse sincero e meditato. E questa estraniazione, nel contesto del totalitarismo, ebbe effetti di libertà.

.:IL NOSTRO GIUDIZIO:.

Un bel libro, davvero, semplice e, nonostante tutto, profondo al punto giusto.
L’autrice ripercorre con gentile tenerezza gli anni della scuola, raccontandoci di episodi che le sono accaduti per davvero destreggiandosi con estrema abilità tra descrizioni di alcuni suoi compagni e professori ed esperienze che hanno segnato più o meno la sua vita.
Il fatto principale, si potrebbe chiamare fattaccio per come viene trattato non solo dall’autrice, al tempo diciottenne, ma anche dalla controparte, avviene dopo la prima metà del libro. Si tratta di uno scherzo fatto al professore più odiato, uno scherzo che lui, fiero nella sua camicia nera di pubblico ufficiale fascista, interpreta come il più spietato degli insulti e porta la ragazza ad un penoso processo che mette in discussione sia il gioco della ragazza sia le sue origini.
Un fatto che oggi diremmo scandaloso, eppure non così impossibile come vorremmo pensare, che ci mostra la cruda realtà di un regime che ama soffocare la libertà anche in piccoli gesti apparentemente innocenti.

Non mi sento di dare il massimo dei voti a questo libro principalmente perché penso che si sarebbe potuto dare più spazio ad argomenti di alto calibro che, al contrario, vengono trattati in certi casi con superficialità. Comunque è solo un problema di visione tra me e l’autrice e il voto finale è 8/10, quindi ampiamente consigliato.
Chi ama la storia e i racconti di vita vera, non può mancare di leggerlo!

*Volpe