“La moglie di Dante” e le altre donne nascoste, Conversazione con Marina Marazza

Lo scorso anno, in occasione dei settecento anni dalla morte di Dante Alighieri, Marina Marazza, la “narratrice delle donne nascoste”, ha voluto raccontare la storia della donna più importante nella vita del sommo poeta: Gemma Donati. Marazza vuole restituire dignità a questa donna per lungo tempo rimasta nell’ombra: in effetti di Beatrice molto si parla, ma di Gemma pochissimo, al punto che molti ignorano la sua esistenza. 

Con La moglie di Dante, pubblicato da Solferino e di cui le abbiamo chiesto di parlarci oggi, Marazza riporta non solo Gemma Donati ma anche tutte le donne che sono state dimenticate dalla storia al posto che spetta loro di diritto. 

Ciao Marina, per prima cosa ti ringraziamo di averci concesso parte del tuo tempo per questa breve intervista. Conoscendo te e le tue opere, la prima cosa che viene da chiedersi è se La moglie di Dante sia una sorta di biografia romanzata di Gemma Donati così come è stato per Caterina da Broni in Io sono la strega e Caterina Buti del Vacca in L’ombra di Caterina.
Direi di sì. Io uso la mia formula preferita, documentandomi come se dovessi scrivere un saggio e poi proponendo la storia in forma narrata e in prima persona, in modo che sia la protagonista a raccontare le proprie esperienze, le sensazioni, le emozioni. Attraverso tutti i dettagli della quotidianità ricostruisco l’epoca, in questo caso un Medioevo meraviglioso e terribile, di castelli e di tornei, di menestrelli e di poeti, di commerci e di alleanze, di imperatori e di cavalieri, di crociate e di Inquisizione, di grandi artisti e di grandi guerre, odi e fazioni, nella quale le donne contano molto poco e pagano duramente il clima di guerra civile della Firenze prima guelfa e ghibellina e poi bianca e nera.

Leggendo il romanzo, il lettore si accorge immediatamente che il Dante che tu descrivi è diverso da quello istituzionale, una diversità che non prende solo il carattere ma anche l’aspetto fisico.
Lo descrive Boccaccio, che fu il suo primo biografo, quando Firenze, dopo la morte di Dante in esilio, lo incaricò di rivendicare la fiorentinità dell’autore di quella Commedia che il Boccaccio stesso definì Divina. Dante era di media statura, con la barba scura e i capelli ricci, la pelle olivastra, occhi grandi e modo di fare riservato. Un bel tenebroso, tenendo conto che doveva avere un fisico allenato alle armi: combatté a Campaldino in prima fila, a cavallo e con la lancia, e di certo in un ruolo del genere non ci si improvvisa. Di questo Dante si innamora Gemma, niente a che vedere con l’immaginetta antipatica presa di profilo che siamo abituati a vedere. Un giovanotto di belle speranze, che vive della rendita dei suoi pochi possedimenti e vuole dedicarsi alla poesia e agli studi. La Divina Commedia è ancora lontana, e sarà il frutto dell’esilio.

Un breve accenno di storia per i nostri lettori: la condanna subita da Dante può essere definita una condanna politica?
Assolutamente sì. Il partito di Dante ha perduto, sono saliti al potere gli avversari, e all’epoca non c’era posto per un civile opposizione, quelli della parte avversa venivano uccisi o messi in fuga, in questo caso usando anche una sorta di “legalizzazione” della persecuzione ai loro danni, cioè accusandoli di ogni nefandezza, reati infamanti di corruzione, di tradimento. Era una prassi consolidata e Dante ne resta vittima anche perché ha davvero cercato, durante il periodo del suo mandato come priore, di fare le cose giuste, senza pensare al suo profitto personale e a mantenere dei buoni rapporti con tutti, ma solo a quello che lui riteneva fosse il bene di Firenze. Si è fatto molti nemici e ha provocato indirettamente perfino la morte del suo più caro amico, Guido Cavalcanti, cosa che gli peserà sul cuore per sempre.

Parliamo ora della donna del tuo racconto. Chi era Gemma Donati?
Gemma è della famiglia dei Donati, più illustre di quella degli Alighieri, imparentata con Corso Donati, l’eroe della battaglia di Campaldino, cavaliere di nobile schiatta, biondo, bello e prepotente. E’ stata istruita dalle monache, sa leggere e scrivere, è una donna tutt’altro che sprovveduta. E la sua tempra le servirà, quando si ritroverà vedova bianca a trent’anni, perché Dante viene esiliato…

A proposito di esilio, viene da chiedersi come mai Gemma non abbia seguito il marito 
Gemma viene messa al confino per un paio d’anni con i figlioli quando Dante viene colto dalla sentenza di bando mentre si trova a Roma dal papa (e non rientra a Firenze, perché sarebbe bruciato vivo). All’epoca tutti i con-sorti (nel senso di familiari) erano coinvolti, in caso di condanna di un membro della famiglia: i figli maschi di Gemma dovranno seguire il padre in esilio al compimento dei 14 anni. Dante si ritrova senza un soldo e senza un posto dove stare e non può tirarsi dietro moglie e quattro figli. Gemma riesce a sopravvivere grazie anche al fatto che lei è una Donati, prima che un’Alighieri, e grazie a una formidabile rete di solidarietà femminile, capace di superare gli schieramenti politici.

Dunque, Gemma Donati viene bandita da Firenze ma ritorna, assieme ai figli, poco dopo.
Sì, grazie ai buoni uffici dei Donati, ma non ha più niente, perché tutte le proprietà di Dante sono confiscate, e dagli atti notarili risulta quanto si diede da fare per sostentare la famiglia, andando in comune a reclamare gli interessi sulla sua dote, che le erano dovuti. E a uno a uno i figli devono seguire il padre in esilio perché, se rimanessero, sarebbero messi a morte. E lei continua a sperare che in qualche modo Dante torni, prima con la discesa dell’imperatore che grazia i fuoriusciti, ma l’imperatore muore. Poi con l’amnistia del nuovo governo fiorentino, che Dante rifiuta perché lo costringerebbe a un atto di umiliazione pubblica in Santa Croce. Passano vent’anni, e intanto Dante scrive la Divina Commedia.

A proposito della Commedia. E’ proprio quest’opera ad aver reso famosa Beatrice e ad aver invece affossato la fama di Gemma Donati. Come mai Dante non parla mai di sua moglie?
Dante non parla della sua famiglia nei suoi scritti. L’autobiografismo di Dante è trasfigurato. Anche quando parla in prima persona, non sta descrivendo se stesso, ma quella figura poetica che quel se stesso rappresenta. Dante non cita mai sua madre Bella, che morì quando lui era bambino, né suo padre Alighiero, né la sua matrigna Lapa, perché suo padre si risposò, né la sua cara sorella Tana, né il suo fratellastro Francesco, tutte persone importantissime nella sua vita, sia da un punto di vista affettivo sia da un punto di vista pratico. In compenso ha reso celebre Beatrice, che forse è riconducibile a Beatrice Portinari coniugata de’ Bardi, alla quale lui nemmeno rivolse mai la parola, destinata a passare come una meteora, morta a 24 anni di parto, completamente trasfigurata in un personaggio che ha la funzione di portare il protagonista della Commedia alla salvezza, come dice anche il suo nome: colei che conduce alla beatitudine. Niente a che vedere con la vita reale. Nessuno quindi di cui poter essere gelosi. Beatrice è un simbolo, Gemma una donna in carne e ossa che con Dante ci ha mangiato e dormito, come si suol dire. Questo non vuol dire che Gemma non abbia dovuto essere gelosa di altre donne, dal momento che il Sommo era anche, in gioventù, un discreto tombeur de femmes.

Dalle tue parole, così come dai tuoi libri, si evince perfettamente che anche quando parli di Campaldino e di come Dante combatté e fu ferito, non è la Storia delle battaglie sul campo quella che ti interessa.
Mi appoggio a un nome celebre… diceva Manzoni nella sua lettera a Monsieur Chauvet   sul vero poetico: “Perché alla fin fine, che cosa ci dà la storia? Ci dà avvenimenti che, per così dire, sono conosciuti soltanto nel loro esterno, ci dà ciò che gli uomini hanno fatto. Ma quel che essi hanno pensato, i sentimenti che hanno accompagnato le loro decisioni e i loro progetti, i loro successi e i loro scacchi, i discorsi coi quali hanno fatto prevalere o hanno tentato di far prevalere le loro passioni e le loro volontà su altre passioni o altre volontà, coi quali hanno espresso la loro collera, hanno dato sfogo alla loro tristezza, coi quali in una parola hanno rivelato la loro personalità, tutto questo o quasi la storia lo passa sotto silenzio, e tutto questo invece è dominio della poesia… Spiegare quel che gli uomini hanno sentito, voluto e sofferto attraverso quel che hanno fatto, in questo consiste la poesia drammatica”. Cioè, per me questo è lo scopo del romanzo storico: guardare dentro il cuore di chi ha vissuto prima di noi. 

Ora vorremmo ampliare il discorso. Esiste un fil rouge tra le protagoniste dei tuoi romanzi? C’è qualcosa che lega Gemma Donati a Caterina da Broni, la strega di Milano, a Caterina, madre di Leonardo Da Vinci, e alla figlia della monaca di Monza?
La resilienza. Cambiando le epoche, perché ciascuna di loro appartiene a un periodo storico diverso e si va dal Rinascimento leonardesco alla controriforma di Caterina da Broni e di Alma e indietro fino Medioevo trecentesco di Gemma, hanno dovuto tutte far fronte a una vita che definire avventurosa è un eufemismo. Ovviamente non erano periodi difficili solo per le donne, e ci sono moltissime figure maschili nei miei romanzi, che finiscono sempre col diventare un po’ corali, nella ricostruzione di un luogo e di un tempo dove tutti, dagli umili ai potenti, devono combattere una battaglia quotidiana, che è la più importante.

Ringraziamo Marina per il tempo che ci ha dedicato e speriamo che le sue parole vi aiutino a riflettere in questo giorno non di festa quanto di commemorazione.
Marina racconta “le donne nascoste” dalla storia anche per permettere alle donne di oggi di uscire allo scoperto.

*Volpe & Jo

Girl Power ~ Booktag

Marzo è arrivato e, assieme all’aria di primavera, ha portato con sé anche qualche appuntamento importante tra i quali spicca la giornata internazionale della donna.
In onore di questa festività, che celebra i diritti che le donne hanno conquistato ma che ricorda anche tutti i soprusi che hanno dovuto, e purtroppo, continuano subire, noi di Arcadia abbiamo pensato per voi una Booktag tutta al femminile.

1. #LESLIE: La ladra di libri – Un libro che parla di libri
VOLPE: L’annusatrice di libri di Dasy Icardi! Un libro che parla dei romanzi, di libri misteriosi e del potere della lettura.
JO: Il segreto della libreria sempre aperta di Robin Sloan

2. #HERMIONE GRANGER: Harry Potter – Un libro sull’importanza della cultura
VOLPE: Fahrenheit 451, Ray Bradbury. Non so perché, ma ho la sensazione che Hermione approverebbe questa scelta.
JO: Letteratura palestra di libertà di George Orwell

3. #WENDY DARLING: Le avventure di Peter Pan – Un personaggio femminile che adoravi da piccolo
VOLPE: Luna Lovegood era il mio personaggio preferito della saga di Harry Potter, quando ero piccola!
JO: Forse, Matilde: l’eroina dell’ononimo romanzo di Dahl.

4. #EPONINE – Un romanzo che denuncia un’ingiustizia
VOLPE: Noi siamo tempesta di Michela Murgia. Ingiustizia, ma anche e soprattutto riscatto!
JO: Noi siamo infinito di Stephen Chbosky: dietro alla trama da romanzo per ragazzi si nasconde una storia di abusi.

5. #ANASTASIA STEELE: 50 Sfumature di grigio – Un romanzo che preferiresti NON aver letto
VOLPE: After, di Anna Todd.
JO: Solo un libro è stato davvero “tempo sprecato”: errori di battitura nel testo, tematiche e preconcetti triti e ritriti, …; davvero un’occasione sprecata. Tra le mie recensioni lo troverete di sicuro.

6. #JO MARCH: Piccole donne – La tua eroina preferita
VOLPE: In tutta sincerità, non credo di avere un’eroina preferita. Di recente mi sono piaciute molto, come personaggi, sia Inej sia Nina da Sei di Corvi, di Leigh Bardugo. Anche Maude in Robin Hood di Alexandre Dumas ha il suo perché: furba come una volpe!
JO: sembrerò banale, ma è proprio Jo March di Piccole donne della Alcott.

7. #ELIZABETH BENNET– Un’autrice che non conoscevi ma che ti ha stupito
VOLPE: Robin Hobb, che è entrata subito nel giro dei miei autori preferiti
JO: di solito, prima di prendere un libro, lo leggiucchio e ci penso bene quindi è raro che io resti “sorpresa” considerato come mi approccio ad un testo.

Donne, libri, pseudonimi

Ancora oggi, siamo schiavi dei pregiudizi.
Lo siamo nel nostro quotidiano; sul posto di lavoro; a scuola e, sì, anche nel mondo della letteratura, nonostante sia considerato scevro da ogni preconcetto.
L’errata credenza secondo cui letteratura femminile e letteratura prodotta da una donna siano sostanzialmente la stessa cosa è dura a morire e persiste fino ai giorni nostri, obbligando alcune autrici a spacciarsi per uomini per avere la possibilità di successo.

Ci sono numerosissimi casi piuttosto famosi a testimonianza di quanto detto, sia in tempi più antichi, sia molto più recenti: ne analizzeremo alcuni.
Partiamo dal 1800.
A quel tempo, il nome dell’autore definiva non solo la credibilità dell’opera ma anche il suo genere: un nome femminile significava che il romanzo sarebbe stato una frivola opera d’amore; un nome maschile poteva permettersi di scrivere riguardo qualsiasi argomento.
La credibilità di un romanzo non era data, cioè, dalla sua qualità ma dal nome che ne decorava la copertina, rendendo i romanzi scritti da autrici donne inferiori a quelli delle loro controparti maschili prima ancora di essere letti.
Per questo motivo, autrici che oggi vengono considerate delle “grandi” della letteratura, trovarono la stratagemma di usare uno pseudonimo e un punto di vista maschile.
Mary Ann Evans scrisse, sotto lo pseudonimo di George Eliot, alcuni dei romanzi più amati nella storia della letteratura, ma non avrebbe mai potuto raggiungere il suo traguardo se si fosse presentata in quanto donna. Solo dopo essere diventata una romanziera di successo, infatti, si espose completamente alla critica rivelando di essere lei il misterioso autore.
Altro esempio, risalente sempre più o meno allo stesso periodo, è quello delle sorelle Bronte: Cime tempestose, Jane Eyre sono tra quei romanzi che vengono considerati dei classici, libri che hanno dato inizio a filoni letterari. Per poterli pubblicare, e soprattutto per guadagnare quella credibilità di cui parlavano poc’anzi, le sorelle Bronte scelsero di usare dei nomi maschili che sono stati, a conti fatti, la loro fortuna.
Passiamo però a tempi più recenti, analizzando la storia della compianta Harper Lee. L’autrice scrive e pubblica negli anni sessanta quando, nonostante l’inasprirsi della lotta per la parità tra i sessi, le autrici venivano ancora considerate inferiori rispetto alla loro controparte maschile. Proprio per questo motivo, si sente obbligata a lasciare il proprio nome nell’ambiguità. Il nome completo dell’autrice è infatti Nelle Harper Lee ma, privato della sua prima parte, suona abbastanza androgino da essere confuso con quello di un uomo.
Come dicevo all’inizio di questo articolo, anche i giorni nostri non sono esenti dal “machismo letterario”.
Tra gli scrittori più famosi c’è l’amatissima J.K. Rowling: gli editori di Harry Potter imposero all’autrice di usare solo le iniziali e non il proprio nome completo perché, a detta loro, il suo libro era adatto sia ai bambini sia alle bambine. Come per Harper Lee, gli editori pensarono che lasciando il sesso dell’autore ambiguo sarebbe stato possibile vendere un maggior numero di copie. Il sessismo, in questo caso, ha colpito persino la letteratura per bambini andando a dividere tra libri che devono leggere le femmine e libri che sono più adatti ai maschi.
Un caso ancora più recente è quello della scrittrice Catherine Nichols: l’autrice inviò, nel 2015, il suo manoscritto a 50 case editrici ma ottenne risposta solo da due. Quando inviò lo stesso testo con uno pseudonimo maschile, le risposte furono ben diciassette. La Nichols denunciò il fatto, rendendolo esempio di come, ancora oggi, le donne sono considerate meno abili degli uomini nello scrivere un romanzo “per tutti”.

Molti sono i nomi delle autrici che tutt’ora si nascondono dietro pseudonimi maschili: Robin Hobb, J.D. Robb, Fred Vargas e molte tra le penne più amate dai lettori hanno dovuto usare questa astuzia per fare strada all’interno di generi letterari considerati di competenza maschile.
Questo breve excursus nella giornata internazionale dedicata alle donne mostra come, nonostante le molte conquiste raggiunte, la strada verso la completa parità sia ancora lunga.
Questi sono solo pochi esempi, ma spero siano serviti per farvi riflettere.

*Volpe


FONTI:
https://www.quora.com/Why-did-Mary-Ann-Evans-have-the-masculine-pen-name-George-Eliot
https://www.enotes.com/homework-help/why-did-charlotte-bronte-pretend-male-author-389246
https://www.theguardian.com/books/2015/aug/06/catherine-nichols-female-author-male-pseudonym
https://www.teenvogue.com/story/jk-rowling-reason-pen-name

Sullo scaffale di Arcadia – Giornata internazionale della donna

In occasione dell’otto marzo, la festa della donna, noi di Arcadia vogliamo proporvi alcune letture interessanti per affrontare i temi che maggiormente toccano la vita delle donne al giorno d’oggi.
Tra romanzi, saggi, biografie e libri per ragazzi, abbiamo selezionato dieci libri che potrebbero fare al caso vostro.
Buona lettura!

NARRATIVA

Le sante dello scandalo, di Erri De Luca: Cinque donne stanno nell’elenco maschile delle generazioni tra Abramo e Ieshu/Gesù. Cinque casi unici forzano la legge, confondono gli uomini e impongono eccezioni. Le donne qui fanno saltare il banco, riempite di grazia che in loro diventa forza di combattimento.

Donne che corrono coi lupi, di Clarissa Pinkola Estés: Il libro-culto che ha cambiato la vita di milioni di donne. Attingendo alle fiabe e ai miti delle più diverse tradizioni culturali, Clarissa Pinkola Estés fonda una psicanalisi del femminile attorno alla straordinaria intuizione della Donna Selvaggia, intesa come forza psichica potente, istintuale e creatrice, lupa ferina e al contempo materna, ma soffocata da paure, insicurezze e stereotipi.

Il diritto di contare, di Margot Lee Shetterly: La storia mai raccontata delle donne afroamericane che nel periodo della guerra fredda, sfidando razzismo e sessismo, hanno dato un contributo fondamentale ai successi del programma aerospaziale americano. Se John Glenn ha orbitato intorno alla terra e Neil Armstrong è stato il primo uomo a camminare sulla luna, parte del merito va anche alle scienziate della NASA che negli anni Quaranta, armate di matita, regolo e addizionatrice, elaborarono i calcoli matematici che avrebbero permesso a razzi e astronauti di partire alla conquista dello spazio. Tra loro c’era anche un gruppo di donne afroamericane di eccezionale talento, originariamente relegate a insegnare matematica nelle scuole pubbliche “per neri” del profondo Sud degli Stati Uniti. Dorothy Vaughan, Mary Jackson, Katherine Johnson e Christine Darden furono chiamate in servizio durante la seconda guerra mondiale a causa della carenza di personale maschile, quando l’industria aeronautica americana aveva un disperato bisogno di esperti con le giuste competenze. Tutto a un tratto a queste brillanti matematiche e fisiche si presentava l’occasione di ottenere un lavoro all’altezza della loro preparazione, una chiamata a cui risposero lasciando le proprie vite per trasferirsi a Hampton, in Virginia, ed entrare nell’affascinante mondo del Langley Memorial Aeronautical Laboratory. E il loro contributo, benché le leggi sulla segregazione razziale imponessero loro di non mescolarsi alle colleghe bianche, si rivelò determinante per raggiungere l’obiettivo a cui l’America aspirava: battere l’Unione Sovietica nella corsa allo spazio e riportare una vittoria decisiva nella guerra fredda. Sullo sfondo della seconda guerra mondiale, della lotta per i diritti civili e della corsa allo spazio, Il diritto di contare segue la carriera di queste quattro donne per quasi trent’anni, durante i quali hanno affrontato sfide, forgiato alleanze e cambiato, insieme alle proprie esistenze, anche il futuro del loro Paese.

La ragazza con la Leica, di Helena Janeczek: l 1° agosto 1937 una sfilata piena di bandiere rosse attraversa Parigi. È il corteo funebre per Gerda Taro, la prima fotografa caduta su un campo di battaglia. Proprio quel giorno avrebbe compiuto ventisette anni. Robert Capa, in prima fila, è distrutto: erano stati felici insieme, lui le aveva insegnato a usare la Leica e poi erano partiti tutti e due per la Guerra di Spagna. Nella folla seguono altri che sono legati a Gerda da molto prima che diventasse la ragazza di Capa: Ruth Cerf, l’amica di Lipsia, con cui ha vissuto i tempi più duri a Parigi dopo la fuga dalla Germania; Willy Chardack, che si è accontentato del ruolo di cavalier servente da quando l’irresistibile ragazza gli ha preferito Georg Kuritzkes, impegnato a combattere nelle Brigate Internazionali. Per tutti Gerda rimarrà una presenza più forte e viva della celebrata eroina antifascista: Gerda li ha spesso delusi e feriti, ma la sua gioia di vivere, la sua sete di libertà sono scintille capaci di riaccendersi anche a distanza di decenni. Basta una telefonata intercontinentale tra Willy e Georg, che si sentono per tutt’altro motivo, a dare l’avvio a un romanzo caleidoscopico, costruito sulle fonti originali, del quale Gerda è il cuore pulsante. È il suo battito a tenere insieme un flusso che allaccia epoche e luoghi lontani, restituendo vita alle istantanee di questi ragazzi degli anni Trenta alle prese con la crisi economica, l’ascesa del nazismo, l’ostilità verso i rifugiati che in Francia colpiva soprattutto chi era ebreo e di sinistra, come loro. Ma per chi l’ha amata, quella giovinezza resta il tempo in cui, finché Gerda è vissuta, tutto sembrava ancora possibile.

Il mio nome è Lucy, di Gabriella Romano: l secolo breve con occhi diversi: quelli di Luciano, classe 1924, dapprima bambino inquieto della provincia piemontese, poi adolescente “diverso” nella Bologna fascista, e subito dopo disertore con l’8 settembre, deportato a Dachau e liberato dagli alleati, e nel dopoguerra trasmigrato a Torino sulle ali del boom economico, dove cambia sesso in pieni anni ottanta per poi tornare, da donna matura, nella casa e nel quartiere che lo hanno conosciuto ragazzino. Una storia lunga ottant’anni che si intreccia a quella del nostro paese e delle sue svolte sociali, culturali e politiche, e getta luce sui suoi lati più in ombra, sugli espedienti, i luoghi, i linguaggi, le trasformazioni di una diversità sessuale, sempre in bilico tra il segreto e l’esibizione, tra l’insicurezza e la piena rivendicazione di un’alterità consapevole. La Lucy di oggi, ormai ottantenne, racconta il Luciano di un tempo e l’età di mezzo con la serenità di chi, con grande tenacia, ha saputo ricavarsi un angolo di mondo in cui coltivare gioie e dolori di una vita vissuta controcorrente. L’ipocrisia della piccola provincia, il regime, la guerra, la deportazione, il dopoguerra, le fatiche per campare, i cabaret en travesti, la vita notturna, la prostituzione, le feste, gli amori, gli arresti, e poi l’incontro coi nascenti movimenti di liberazione sessuale. Si dipana in queste pagine l’esperienza di una differenza vissuta “senza rete”.

Orgoglio e pregiudizi, di Tiziana Ferraio: Questo libro comincia una mattina a Washington, il 21 gennaio 2017, giorno della marcia storica di un milione di donne contro il presidente Trump, e attraversa in presa diretta gli Stati Uniti fino ad arrivare in Italia. Un viaggio ricco di incontri e storie appassionanti, spesso difficili, molte delle quali sconosciute. Un racconto intenso, che cattura pagina dopo pagina sempre tenendo ferma l’attenzione sui fatti e su cosa resta da fare per raggiungere una reale parità. Le donne sono tornate ad alzare la voce chiedendo stesse opportunità di carriera, stessi salari e diritti. Dalle campionesse dello sport alle scienziate più geniali, dalle attrici di Hollywood a tante donne comuni che si stanno preparando per entrare in politica alla ricerca di una rivincita. Dai corsi dedicati alle bambine sull’autostima alle esperienze nei college, dove si cerca di arginare il dramma degli stupri. E ancora le giornaliste delle redazioni più importanti al mondo che hanno affrontato sfide eccezionali a testa alta. Leggerete storie di donne famose come quella di Megyn Kelly, star tv di Fox News e Nbc, che ha osato sfidare Trump in diretta tv, e storie di donne sconosciute, ma altrettanto potenti, come la libraia italiana che promuove la diffusione dei libri di scienza alle ragazze (perché scienza e matematica non sono appannaggio dei maschi, anzi). Sempre con l’attenzione puntata sul nostro paese, dove tanta strada è stata fatta ma tanta ne resta ancora da percorrere per una società più equa. Questo libro ci aiuta a vedere dove siamo arrivati. Le storie che incontrerete saranno un ottimo spunto di riflessione per riaprire un dialogo e affrontare il cammino che rimane, uomini e donne insieme.

LIBRI PER RAGAZZI

Donne senza Paura. 150 anni di lotte per l’emancipazione femminile. Libertà, uguaglianza, sorellanza, di Marta Breen e Jenny Jordhal: Fino a 150 anni fa, le donne erano considerate un «oggetto» da possedere, prima dal padre e poi dal marito. Loro, però, non possedevano niente, neppure i vestiti che indossavano. Non avevano nessun diritto sui figli. Era considerato inutile farle studiare. Non potevano testimoniare in tribunale perché considerate «mentalmente deboli». E, ovviamente, non potevano votare. Ma, alla fine dell’Ottocento, in America e in Inghilterra, qualcosa cominciò a cambiare, grazie a un gruppo di donne disposte a rischiare addirittura la vita per affermare il diritto a esistere della parte femminile della società. Un movimento che, da allora, non si è più fermato e che, mattone dopo mattone, ha fatto cadere il muro dell’ingiustizia: dalla possibilità di lavorare autonomamente e di frequentare l’università al diritto di voto; dalle leggi sul divorzio alla diffusione degli anticoncezionali, ogni tappa è stata una vittoria della dignità femminile. E infatti oggi il muro è quasi abbattuto, eppure qualche mattone rimane ancora… Donne senza paura è il racconto di questo percorso, visto attraverso la vita di alcune donne-simbolo: dall’antischiavista Sojourner Truth a Olympe de Gouges, che scrisse la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina, da Margaret Sanger, che creò la prima clinica per le donne, fino a Malala, che ha ottenuto il premio Nobel per la pace, e alle numerose donne del movimento #Metoo. Per non dimenticare. Per non dare per scontati i diritti ottenuti. Perché la lotta non è finita.

“Il Femminismo è superato” (FALSO), di Paola Columba: Dalle battaglie delle femministe ‘storiche’ alle ragazze della youtube generation il punto resta la difesa dei diritti delle donne. Perché vanno difesi ogni giorno e di nuovo conquistati. Non possono mai essere dati per scontati. Le donne lo sanno. Lo sapevano le ragazze di ieri, devono saperlo le ragazze di oggi.

Collana Donne Straordinarie, casa editrice hachette: Frida Kahlo, Anna Frank, Rita Levi Montalcini: ecco alcune delle DONNE STRAORDINARIEche ti aspettano nella nuova collezione in edicola! Una collana per ragazzi con le storie di donne eccezionali che purtroppo spesso non sono conosciute quanto meriterebbero: regine, scienziate, artiste, Premi Nobel che con le loro idee hanno cambiato il mondo!

Sicura di te. Rischiare, sbagliare e vivere felice e imperfetta come sei, di Katty Kay e Claire Shipman: Le ragazze possono fare tutto! Hanno solo bisogno di fiducia in loro stesse. È un paradosso che conoscono bene tutti i genitori: è un momento storico in cui le ragazze hanno successo come mai prima, eppure sono consumate dai dubbi. Si preoccupano costantemente del loro aspetto, di cosa pensa la gente, di far parte della squadra della scuola o del gruppo di teatro, del perché non prendono voti eccellenti e quanti like o follower hanno sui social network. Questa guida è per loro: un manuale accessibile, vivace e illuminante che regala alle ragazze alcuni consigli essenziali per diventare forti, coraggiose e senza paura.

Piccola Einstein e l’uovo misterioso, di Mariateresa Conte: Le bambole non fanno per lei e alle storie di principi e principesse preferisce trattati di astronomia e anatomia. Tutti la chiamano Piccola Einstein perché proprio non ce la fa a star lontano da tutto ciò che è scienza… o forse perché, come il grande scienziato, è anche un po’ sbadata!