Letture per non dimenticare – 27 gennaio 2021

Lo strano 2021, figlio di un altrettanto insolito 2020, ci vede ancora chiusi, per senso civico e dovere morale, dentro le mura domestiche; ma non siamo solo noi ad essere stati costretti a cambiare le nostre abitudini: anche lezioni, lavoro e celebrazioni si sono dovute arrangiare per essere svolte in tutta sicurezza.
La Giornata della Memoria 2021 è stata spostata quasi interamente online e, se da una parte questo toglie la magia del contatto umano, dall’altra ci permetterà di partecipare a più di una iniziativa e ascoltare numerose voci che ancora hanno la forza di raccontare.
La memoria non si ferma, non si può fermare: ricordare diventa sempre di più un dovere chi rimane. Ora che i testimoni oculari dell’orrore della Shoah si stanno lentamente spegnendo per la vecchiaia, le loro storie e la loro voce sono ancora più importanti.

Nell’ultimo periodo, molti sono i testimoni che hanno messo le loro storie sulla carta. In questa importante occasione, noi di Arcadia abbiamo ritenuto importante proporvi alcuni titoli.
Leggete, conoscete, ricordate.

Ora che eravamo libere, di Henriette Roosenburg: Sopravvivere alla guerra, alla deportazione e al carcere, scampare a una condanna a morte e ritrovare la libertà tramite un lento e accanito ritorno verso casa, restare in vita per testimoniare e non far dimenticare un’esperienza che ha coinvolto migliaia di resistenti contro la barbarie nazista: tutto questo è Ora che eravamo libere, l’intenso memoir che la giornalista olandese Henriette Roosenburg pubblicò nel 1957 e che, grazie all’immediato successo presso i lettori americani, documentò in modo diretto la Nacht und Nebel, la terribile direttiva emessa nel dicembre 1941 da Adolf Hitler volta a perseguitare, imprigionare e uccidere tutti gli attivisti politici invisi al regime nazista. Nata nel 1916 in Olanda, Henriette Roosenburg aveva appena cominciato l’università quando si unì alla resistenza antinazista. A causa della sua attività come staffetta partigiana prima e giornalista poi, nel 1944 fu catturata, imprigionata nel carcere di Waldheim in Sassonia e condannata a morte. Nel maggio dell’anno successivo, venne liberata assieme ad altre sue compagne di prigionia, iniziando un lunghissimo viaggio per tornare a casa, un’autentica odissea attraverso la Germania sprofondata nel caos di fine conflitto. In mezzo a soldati alleati che presidiano il territorio, nazisti in fuga e tedeschi diffidenti o addirittura ostili perché ancora fedeli al regime, tra innumerevoli astuzie, baratti e peripezie, le protagoniste di questa estenuante via crucis riusciranno alla fine a riabbracciare le proprie famiglie in patria.

La generazione del deserto. Storie di famiglia, di giusti e di infami durante le persecuzioni razziali in Italia, di Lia Tagliacozzo: Lia Tagliacozzo è ebrea, figlia di due sopravvissuti alla Shoah. Quando nel 1938 vennero promulgate le leggi razziali, i suoi genitori erano bambini: durante le persecuzioni il padre si salvò per caso da una retata e restò nascosto in un convento per tutti i mesi dell’occupazione, la madre si rifugiò in un casolare di campagna e poi, dopo la fuga attraverso le Alpi, in un campo di internamento in Svizzera. Ma di tutto questo a casa di Lia si è sempre parlato poco. E lei, da sempre, ha tentato di ricostruire la storia della sua famiglia cucendo insieme le poche informazioni, riempendo i buchi della memoria, indagando tra le omissioni e le rimozioni. Ha scritto tanto, negli anni, trasformando in romanzo le vicende degli ebrei italiani, e ora ha deciso di raccontare la propria storia.

La sola colpa di essere nati, di Liliana Segre e Gherardo Colombo: Liliana Segre ha compiuto da poco otto anni quando, nel 1938, con l’emanazione delle leggi razziali, le viene impedito di tornare in classe: alunni e insegnanti di «razza ebraica» sono espulsi dalle scuole statali, e di lì a poco gli ebrei vengono licenziati dalle amministrazioni pubbliche e dalle banche, non possono sposare «ariani», possedere aziende, scrivere sui giornali e subiscono molte altre odiose limitazioni. È l’inizio della più terribile delle tragedie che culminerà nei campi di sterminio e nelle camere a gas. In questo dialogo, Liliana Segre e Gherardo Colombo ripercorrono quei drammatici momenti personali e collettivi, si interrogano sulla profonda differenza che intercorre tra giustizia e legalità e sottolineano la necessità di non voltare mai lo sguardo davanti alle ingiustizie, per fare in modo che le pagine più oscure della nostra storia non si ripetano mai più.

Il mio nome è Selma. La coraggiosa testimonianza di una combattente della resistenza ebraica, di Selma Van de Perre: Quando nel maggio del 1940 l’esercito del Terzo Reich invase i Paesi Bassi, la vita di Selma – spensierata studentessa ebrea diciottenne – cambiò per sempre. All’occupazione nazista, infatti, fece immediatamente seguito la persecuzione crudele e sistematica della popolazione ebraica. Allontanati dai luoghi di lavoro, spogliati di ogni diritto e proprietà, braccati dalla Gestapo, dalla polizia collaborazionista e dai tanti delatori, migliaia di ebrei olandesi furono deportati nei campi di sterminio, pagando, fra tutte le comunità dell’Europa occidentale, forse il prezzo più alto della Shoah. Molti, tuttavia, riuscirono a sfuggire alla cattura scegliendo la clandestinità e combattendo nelle file della resistenza. Selma fu una di loro. Per due anni, sotto il nome di «Marga» rischiò il tutto per tutto. Viaggiò come staffetta attraverso l’Olanda, il Belgio e la Francia per raccogliere informazioni, portare ordini, falsificare documenti di identità e tessere annonarie, dare rifugio ai giovani ricercati dai tedeschi. Contribuì alla fuga di centinaia di ebrei verso l’Europa meridionale e la Palestina. Fino a quando, nell’estate del 1944, venne arrestata e deportata, come prigioniera politica, a Ravensbrück, nel principale lager femminile della Germania nazista. A differenza dei genitori e della sorella che, come successivamente scoprì, morirono nei campi di sterminio, Selma riuscì a sopravvivere fino al giorno della liberazione sotto falsa identità. Soltanto a guerra terminata osò pronunciare per la prima volta dopo anni il suo vero nome. Selma. Ora, a novantanove anni, Selma van de Perre ripercorre una delle pagine meno note della storia della Seconda guerra mondiale, quella cioè che vide moltissimi ebrei partecipare attivamente alla lotta contro il nazismo, smentendo ancora una volta il luogo comune, così caro agli antisemiti e ai negazionisti di ieri e di oggi, delle vittime mansuete che si lasciarono condurre docilmente alle camere a gas. Entrando nella resistenza e scegliendo di sopravvivere a ogni costo, Selma, insieme a tanti altri, aveva sfidato la barbarie con la sola arma di cui disponeva, il coraggio. Per poter pronunciare di nuovo il proprio nome. Per dimostrare che all’orrore è possibile opporsi.

Tana libera tutti. Sami Modiano, il bambino che tornò da Auschwitz, di Walter Veltroni: Sami Modiano ha solo otto anni quando viene espulso dalla scuola. Abita a Rodi, all’epoca territorio italiano, dove frequenta la scuola elementare, che adora. Il maestro non gli dà motivazioni, gli dice solo di tornare a casa dal padre che gli spiegherà tutto. Da quel giorno Sami smette di essere un bambino e diventa un ebreo. Con il padre e le sorelle vive con difficoltà le restrizioni delle leggi razziali, arrivate sull’isola senza avvisaglie, fino al rastrellamento dell’intera comunità ebraica avvenuto con l’inganno il 23 luglio del 1944. Sami e la sua famiglia vengono caricati su una nave mercantile e da Atene su un treno. Un mese di viaggio in condizioni disumane verso il campo di sterminio nazista di Auschwitz-Birkenau. In pochissimo tempo perde ciò che ha di più caro al mondo: il padre e la sorella Lucia, con cui era riuscito a restare in contatto scambiando bocconi di pane della propria razione quotidiana. Per due volte viene selezionato dai medici del campo e si salva miracolosamente, come pure sopravvive alla marcia finale e alla fuga dei nazisti dal campo con i prigionieri perché creduto morto. Nella casa in cui trova rifugio e viene raccolto dai sovietici il 27 gennaio 1945 conosce Primo Levi e Piero Terracina. Di tutta la comunità ebraica di Rodi, è stato tra le sole venticinque persone riuscite a salvarsi. Nel 2005 ha trovato la forza di tornare ad Auschwitz, accompagnato da una classe di ragazzi e dall’allora sindaco di Roma Walter Veltroni ed è diventato testimone della Shoah. La sua storia arriva al grande pubblico nel 2018 grazie al docufilm Tutto davanti a questi occhi girato proprio da Veltroni.

Il bambino che non poteva andare a scuola, di Ugo Foà: Quando vengono promulgate le leggi razziali, nel 1938, Ugo ha 10 anni, sta per iscriversi alle scuole medie. Ma all’inizio di settembre, prima che ricominci l’anno scolastico, sua madre gli comunica che, in quanto ebreo, non potrà tornare tra i banchi di scuola. Ugo e i suoi quattro fratelli, e tutti gli ebrei in Italia, non potranno fare sport, lavorare negli uffici pubblici, avere una radio in casa, farsi aiutare da una tata “di razza ariana”, e via via molti provvedimenti che mirano a estrometterli dalla vita sociale, economica e politica del Paese. Il padre di Ugo lavora in Eritrea, manda il denaro per il sostentamento della famiglia rimasta a Napoli; e lì Ugo vivrà i bombardamenti, la fame, gli stenti della guerra, e poi con le Quattro giornate di Napoli, finalmente, l’arrivo degli Alleati e la Liberazione. Per quarant’anni Ugo non ha raccontato questa storia. Poi ha capito che aveva il dovere di testimoniare, soprattutto davanti ai giovani. Adesso gira instancabile le scuole di tutta Italia e racconta la sua vicenda: è la vita di un bambino durante la guerra, un bambino che non può andare a scuola, che quando dà gli esami da privatista deve sedere all’ultimo banco. È il racconto festoso della Liberazione, e quello tragico dei parenti e degli amici deportati. È la storia di un uomo che deciderà di andare ad Auschwitz soltanto nel 2005 e lì, davanti al binario che conduceva ai forni crematori, non potrà fare a meno di inginocchiarsi e dire una preghiera. Il libro, pensato per un pubblico di ragazzi, è corredato da agili schede sui momenti salienti del fascismo e della Seconda guerra mondiale, sulla persecuzione razziale in Italia e Germania, su episodi e personaggi citati nel racconto di Foà. Età di lettura: da 10 anni.

Una merce molto pregiata, di Jean-Claude Grumberg: Questa è una favola, e come tutte le favole inizia con C’era una volta. C’era una volta un bosco, in cui vivevano un povero boscaiolo e sua moglie. I due non avevano figli, e se l’uomo era contento, perché questo significava bocche in meno da sfamare, per sua moglie il desiderio di un bambino da amare era quasi doloroso. 
Dopo lo scoppio della guerra, perché nelle favole ci sono le guerre, un treno attraversava spesso il bosco. La moglie del boscaiolo era contenta di veder passare quel treno, il marito le aveva spiegato che era un treno merci. Strane merci, più che altro sembravano persone, a giudicare dalle mani che a volte uscivano tra le sbarre per lanciare bigliettini. Poi un giorno quel treno che la donna ormai crede magico le regala una merce molto pregiata, come a voler esaudire il suo desiderio più grande… Perché la cosa che più merita di esistere, nelle favole come nella vita vera, è l’amore donato ai bambini.

Diario, di Anne Frank: Quando Anne inizia il suo diario, nel giugno del 1942, ha appena compiuto tredici anni. Poche pagine, e all’immagine della scuola, dei compagni e di amori più o meno ideali, si sostituisce la storia della lunga clandestinità. Obbedendo a una sicura vocazione di scrittrice, Anne ha voluto e saputo lasciare testimonianza di sé e dell’esperienza degli altri clandestini. La prima edizione del “Diario” subì tuttavia non pochi tagli, ritocchi, variazioni. Il testo, restituito alla sua integrità originale, ci consegna un’immagine nuova: quella di una ragazza vera, ironica, passionale, irriverente, animata da un’allegra voglia di vivere, già adulta nelle sue riflessioni.

*Volpe&Jo

Fonte: Pixabay alessandra1barbieri

Il tredicesimo dono

IL TREDICESIMO DONO

Autore:  Joanne Huist Smith
Anno:  2018
Editore:  Garzanti

.: SINOSSI :.

«Mamma, abbiamo perso l’autobus.» È la mattina di un freddo e grigio 13 dicembre, e Joanne viene svegliata improvvisamente dai suoi tre figli in tremendo ritardo per la scuola. Ancora non sanno che quel giorno la loro vita sta per cambiare per sempre. Mentre di corsa escono di casa, qualcosa li blocca d’un tratto sulla porta: all’ingresso, con un grande fiocco, una splendida stella di Natale. Chi può averla portata lì? Il bigliettino che l’accompagna è firmato, misteriosamente, «I vostri cari amici». Mancano tredici giorni a Natale, e Joanne distrattamente passa oltre: è ancora recente la morte di Rick, suo marito, e vorrebbe solo che queste feste passassero il prima possibile. Troppi i ricordi, troppo il dolore. Ma giorno dopo giorno altri regali continuano ad arrivare puntualmente, e mai nessun indizio su chi possa essere il benefattore. La diffidenza di Joanne diventa prima curiosità, poi stupore nel vedere i suoi figli riprendere a ridere, a giocare, a divertirsi insieme. Sembra quasi che stiano tornando a essere una vera famiglia. E il mattino di Natale, mentre li guarda finalmente felici scartare i loro regali sotto l’albero addobbato, Joanne scopre il più prezioso e magico dei doni. Quello di cui non vorrà mai più fare a meno, e il cui segreto ha scelto di condividere con i suoi lettori in questo libro suggestivo, profondo ed emozionante. Il tredicesimo dono riesce così ad aprirci gli occhi sulla gioia che ci circonda sempre, anche nei momenti più impensabili. Sulle sorprese inaspettate che la vita sa regalarci. E sulla felicità improvvisa che tutti possiamo donare a chi ci sta accanto, non smettendo mai di credere nella forza e nella generosità dei nostri cuori.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

È stato un anno duro per la mia famiglia e, leggendo queste pagine, gli occhi si sono velati più di una volta ricordando quei giorni di spola tra casa e il reparto di rianimazione, ma ancor più commovente, e rinnovato motivo di gratitudine, è stato ripensare con affetto alle tante persone che, a modo loro, ci sono state accanto aiutandoci ora un pasto caldo già pronto, ora una lavatrice o una scorta di biancheria pulita e stirata.
Tratto da una storia vera, Il tredicesimo dono regala tredici capitoli dal sapore agrodolce dove l’amarezza per una perdita viene lentamente lenita dall’amore e dalla compassione.
Una stella di natale è l’innesco per una catena di solidarietà che, in pochi giorni, coinvolge e contagia personaggi che, altrimenti, difficilmente riuscirebbero a trovare spazio tra le pagine di un romanzo natalizio senza sembrare inopportuni o meri espedienti per tenere vivo il buonismo che, specialmente nelle feste, permea canzoni, spot pubblicitari, film, e chi più ne ha più ne metta.

Recensire una storia vera è un compito ingrato: come si può esprimere un giudizio sulla vita di qualcuno? Valutare lo stile con cui ha messo su carta le proprie emozioni e il proprio dolore e fermarsi a soppesare ogni pagina alla ricerca di qualcosa fuori posto o che, semplicemente, non ci aggrada?
Non si può.
Ma se questa consapevolezza non bastasse, sappiate che il romanzo di Joanne Huist Smith non ha nulla da farsi perdonare.
In nome di un romanticismo ingiustificato, che premia il carico emotivo di una storia a scapito dello stile e della qualità, gli scaffali hanno accolto libri resi zuccherosi da storie d’amore ricalcate da commedie già viste, sedicenti volumi pseudopsicologici in cui vengono somministrate lezioni per affrontare lutti, malattie e sfide estranee agli autori che di esse scrivono.
Il tredicesimo dono è un cuore che palpita e, se in un primo momento si è tentati di credere che si tratti di una favola originale e ben scritta, basta aspettare qualche capitolo perchè si insinui il sospetto che si tratti di una storia vera e, arrivati alla conclusione e ai ringraziamenti, quell’ipotesi si concretizza strappando un’ultima ammirata lacrima al lettore.
Il mio, ipotetico, voto non può essere che 9,5/10: una storia che ricorderò tanto per le emozioni quanto per gli insegnamenti e gli ispiranti esempi che propone che rendono questa lettura consigliata a chiunque voglia cimentarsi con una storia vera di sofferenza ma, sopratutto, di rinascita e condivisione.

*Jo

LO STRANO VIAGGIO DI UN OGGETTO SMARRITO

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LO STRANO VIAGGIO DI UN OGGETTO SMARRITO

Autore: Salvatore Basile
Editore: Garzanti
Anno di pubblicazione: 2016

.:SINOSSI:.

Il mare è agitato e le bandiere rosse sventolano sulla spiaggia. Il piccolo Michele ha corso a perdifiato per tornare presto a casa dopo la scuola, ma quando apre la porta della sua casa, nella piccola stazione di Miniera di Mare, trova sua madre di fronte a una valigia aperta. Fra le mani tiene il diario segreto di Michele, un quaderno rosso con la copertina un po’ ammaccata. Con gli occhi pieni di tristezza la donna chiede a suo figlio di poter tenere quel diario. Lo ripone nella valigia, promettendo di restituirlo. Poi, sale sul treno in partenza sulla banchina. Sono passati vent’anni da allora. Michele vive ancora nella piccola casa dentro la stazione ferroviaria. Addosso, la divisa di capostazione di suo padre. Negli occhi, una tristezza assoluta, profonda e lontana. Perché sua madre non è mai più tornata. Michele vuole stare solo, con l’unica compagnia degli oggetti smarriti che ritrova ogni giorno nell’unico treno che passa da Miniera di Mare. Perché gli oggetti non se ne vanno, mantengono le promesse, non ti abbandonano. Finché un giorno, sullo stesso treno che aveva portato via sua madre, Michele ritrova il suo diario, incastrato tra due sedili. Non sa come sia possibile, ma sente che è sua madre che l’ha lasciato lì. Per lui. Ora c’è solo una persona che può aiutarlo: Elena, una ragazza folle e imprevedibile come la vita, che lo spinge a salire su quel treno e ad andare a cercare la verità. E, forse, anche una cura per il suo cuore smarrito. Questa è la storia di un ragazzo che ha dimenticato cosa significa essere amati. È la storia di una ragazza che ha fatto un patto della felicità, nonostante il dolore. È la storia di due anime che riescono a colorarsi a vicenda per affrontare la vita senza arrendersi mai. Salvatore Basile ci regala una favola piena di magia, emozione e speranza. Un caso editoriale che ha subito conquistato il cuore di tutte le case editrici del mondo, che se lo sono conteso acerrimamente alla fiera di Francoforte. Una voce indimenticabile, che disegna un sorriso sul nostro cuore.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Se avete apprezzato “Il linguaggio segreto dei fiori” di Vanessa Diffenbaugh sicuramente apprezzerete anche il romanzo di Salvatore Basile.
La trama ricalca un copione che, almeno all’apparenza, sembra già visto: un giovane uomo che, dopo aver visto la madre partire, decide di andarla a cercare; un viaggio che non è solo una ricerca personale, ma si trasforma in una scoperta quasi quotidiana in cui piccole lezioni di vita vengono impartire da maestri più o meno improbabili.
I personaggi sono ben tratteggiati, la loro psicologia è approfondita senza risultare pesante, mi ha lasciato qualche perplessità il protagonista maschile, Michele, che mi è sembrato troppo ingenuo e sprovveduto per la sua età, ma nel complesso è un difetto che si fa perdonare e che ne sottolinea maggiormente la sensibilità.
La trama è lineare, piacevole e regala anche diversi colpi di scena inseriti in modo geniale lì dove la storia rischia di scivolare nella banalità di uno sceneggiato televisivo. Una cosa che proprio non mi è piaciuta è stato il voler svelare tutti i misteri che si intrecciano nel corso del romanzo: l’ho trovata una scelta un po’ limitante nei confronti del lettore e, personalmente, avrei preferito mi venisse lasciata la libertà di immaginare un epilogo diverso per alcune vicende.
Lo stile è semplice e denota un particolare interesse per le descrizioni dei personaggi e per quelle ambientali che migliorano di capitolo in capitolo, quasi seguissero l’allargarsi progressivo degli orizzonti del protagonista.
Nel complesso il romanzo mi è piaciuto e l’ho divorato in pochi giorni, lo consiglio senz’ombra di dubbio e mi sento di assegnargli 8/10.

*Jo

“Lo strano viaggio di un oggetto smarrito”, conversazione con Salvatore Basile

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Tra pochi giorni uscirà in libreria il primo romanzo di Salvatore Basile “Lo strano viaggio di un oggetto smarrito”: la storia di un capostazione solitario che conduce la propria esistenza tra gli oggetti smarriti che rinviene sull’unico treno che passa dalla piccola stazione di Miniera di Mare.
La favola di un quaderno rosso, un cuore schivo ed uno folle e coraggioso deciso a non arrendersi al dolore; di un viaggio che si trasforma in un pellegrinaggio per fare pace con il proprio passato e le ferite mai risanate.

Per salutare questa nuova uscita, Jo ha intervistato l’autore Salvatore Basile che si è gentilmente offerto di rispondere ad alcune domande.

– Voglio cominciare ringraziandola ancora per il tempo che ci dedica e farle i complimenti per l’uscita ormai prossima del suo romanzo “Lo strano viaggio di un oggetto smarrito“. E’ la sua prima esperienza da romanziere o può vantare altri titoli nel suo curriculum?
Da più di venticinque anni scrivo sceneggiature, credo di averne realizzate una quarantina, ma questa è stata la mia prima esperienza da romanziere. Un’esperienza davvero sorprendente. E’ stato come esplorare territori sconosciuti. 13087696_10154763693153448_187278473045248464_n

Curiosando in internet, in attesa di avere tra le mani il romanzo che ho già iscritto tra quelli da leggere, ho letto che l’ispirazione le è venuta leggendo la storia di un polmone di acciaio rinvenuto alla stazione Centrale di Milano e mai rivendicato. Potrebbe brevemente raccontarci cosa è successo e come questo fatto di cronaca così grottesco l’ha ispirata nello scrivere il suo romanzo?
La notizia del ritrovamento del polmone d’acciaio è vera e risale a qualche anno fa. Mi ha subito incuriosito, poi mi ha affascinato. Ho iniziato a curiosare nel fantastico mondo degli oggetti smarriti: volevo farne un film. Poi tutto è finito nel cassetto, fino a quando quel mondo mi è tornato alla mente all’improvviso. Sentivo l’esigenza di misurarmi nel campo del romanzo e l’ho afferrata al volo. Poi è nato Michele. Poi Elena. Infine la storia, che sono riuscito a terminare in 9 mesi. Come un parto.

La prima volta che ho letto di questo romanzo è stata sfogliando la rivista “Il libraio” che aveva nascosto tra le pagine un piccolo inserto con le prime righe della sua storia. Una storia di oggetti smarriti non solo di plastica o carta, ma anche di cuore e spirito perché, forse, il primo oggetto smarrito di questa favola è proprio Michele così come, allargando un po’ gli orizzonti, lo siamo anche noi. Dico bene?
Direi che hai centrato in pieno.

Può gentilmente spiegarci in che senso siamo “oggetti smarriti”? Per Michele il momento dell’abbandono è lampante, ma forse guardando la nostra storia personale scoprire quel momento non è poi così facile come sembra.
Si smarriscono, nel tempo e col tempo, non solo gli oggetti, ma anche i ricordi, i profumi, i sapori, i luoghi dell’infanzia, le parole ascoltate nel corso della vita, la persone che abbiamo amato e frequentato. E tutto ciò ci rende, a nostra volta, smarriti.

Parliamo ora del rapporto che c’è tra Michele e Elena (i due protagonisti del romanzo n.d.r): una danza tra un cuore schivo ed uno ferito ma caparbio e deciso a non arrendersi al dolore. Due oggetti smarriti che cercano di tornare a casa, perché alla fine lo smarrimento non è perdere il proprio proprietario, ma non saper più trovare la strada di casa. Ci può descrivere brevemente il rapporto tra questi due personaggi?
Sono due persone che hanno incontrato e provato il dolore, nel corso della vita. Il dolore vero, profondo e buio. Entrambi hanno subito un abbandono, seppur in modalità diverse. Michele si è fatto schiacciare da quel dolore, si è arreso. Elena, invece, vi si è immersa fino in fondo, ha trovato il modo affrontarlo, di cavalcarlo e di farne un motivo di rinascita. E sarà proprio questo che insegnerà a Michele: a fare in modo che il dolore non sia la causa della resa, anzi qualcosa da affrontare e riconoscere per ricominciare a vivere.

Parliamo della storia che ha portato il romanzo dall’essere un racconto nel cassetto al diventare un romanzo da scaffale, se mi concede questa licenza poetica. Un caso editoriale internazionale prima di essere pubblicato in Italia, una sorta, se mi viene permesso il paragone, di Pedro C. Freitas nostrano che va ad arricchire le fila e il catalogo della Garzanti. Può raccontarci il segreto di questo successo che ha preceduto di ben un anno l’uscita del suo romanzo?
E’ difficile spiegarlo, soprattutto per me che ne sono l’autore. Le lettere ricevute dalla Garzanti e dagli editori stranieri che mi pubblicheranno contenevano apprezzamenti che non mi sarei mai aspettato. Forse, il motivo di tutto ciò è la speranza che lascia intravedere. L’invito a lasciarsi andare all’imprevisto, ad affrontare la vita con fiducia.

La sua è senza dubbio una storia universale. Come ha detto lei poco fa: ognuno di noi è o ha degli oggetti smarriti e forse questo romanzo è proprio quello che serve a chi ha dei conti in sospeso con il passato e non riesce a chiuderli.
Le faccio ora una domanda sul panorama letterario italiano.
Basta aprire un qualsiasi social network per trovarsi davanti a scrittori esordienti che affidano le loro opere al self publishing. Il nostro sito ha trattato l’argomento, ma ci piacerebbe anche sapere l’opinione di un romanziere esordiente e autore con un’esperienza più che ventennale.
I tempi stanno cambiando, anzi sono già cambiati. Il web è una vetrina preziosa, capiente e, soprattutto, libera. Trovo giusto che chiunque abbia qualcosa da dire approfitti della rete per esporre le proprie idee e la propria arte. Ciò vale sia per la letteratura che per il cinema. Ma anche per la musica, la danza, la pittura. Riuscire a farsi notare e poi pubblicare o produrre è sempre stato difficile, soprattutto se non si hanno i mezzi per arrivare a chi ha potere decisionale in questi ambiti. Quindi, ben venga il self publishing: è un modo coraggioso di mettersi in gioco. Anche perché, alla fine, è sempre la qualità ad essere premiata grazie al giudizio del pubblico e/o dei lettori.

Certo, il self publishing rappresenta per molti un’occasione non da poco per dimostrare di che stoffa sia fatta la loro arte, tuttavia il rischio di questo tipo di pubblicazioni è che il potenziale capolavoro finisce inevitabilmente accanto alla storiella sciatta e priva di spessore, pubblicata più per capriccio che per reale amore della letteratura.
Come ha detto lei stesso, l’ostacolo più grande è rappresentato dai colossi editoriali che hanno ben poca considerazione per gli esordienti. Che consiglio darebbe ad uno scrittore emergente?
Intanto scrivere e non arrendersi. Poi, trovare una buona agenzia letteraria a cui affidare il proprio lavoro. Credo sia la strada più giusta e meno complicata.

– Grazie anche per questo consiglio. La nostra intervista si può considerare conclusa, ha un ultimo messaggio o una citazione che vorrebbe condividere con noi?
Mi piace concludere con un antico detto Inca che amo e che potrebbe racchiudere il cuore del mio romanzo: “Se un passero dalle ali spezzate riesce a prendere il volo, nessun condor avrà ali tanto robuste da poterlo raggiungere.”

– Molto bella davvero! Io la ringrazio ancora per il tempo che ci ha dedicato e le auguro tanta fortuna con questo suo romanzo d’esordio che spero sia il primo di una lunga serie.
Sono io a ringraziare te!

Come ultimo regalo, il nostro ospite ci ha fatto dono di un piccolo estratto dal suo romanzo “Lo strano viaggio di un oggetto smarrito“.

“Aprì l’ultimo sportello del vagone di coda e trattenne il fiato.
La prospettiva delle nove carrozze che si susseguivano in linea retta, una dopo l’altra, si spianò davanti al suo sguardo. Mosse il primo passo di quella lenta traversata serale che lo avrebbe condotto fino alla locomotiva di testa e inspirò con forza.
L’odore di ferro misto a quello di similpelle dei sedili gli invase le narici. Amava quell’odore come poche altre cose. Un odore sempre uguale e comunque ogni sera diverso. Al ferro e alla similpelle del vecchio treno, infatti, si mescolavano gli afrori del sudore e degli abiti dei passeggeri che si erano alternati all’interno dei vagoni durante il giorno; i sentori del cibo consumato durante il viaggio; il fumo delle sigarette aspirate furtivamente davanti ai finestrini aperti lungo i corridoi; le note persistenti dei medicinali, del caffè nei thermos.
Poi c’era il silenzio. E quel silenzio lo rassicurava. Nessuna voce, nessun volto. Né gli odori né gli avanzi di cibo, nulla di tutto ciò tratteneva in quei vagoni le persone che avevano occupato il treno. In quel silenzio rimaneva solo il riverbero delle loro vite misteriose. Nessuno l’avrebbe visto aggirarsi tra le carrozze, nessuno gli avrebbe rivolto domande, nessuno l’avrebbe messo in imbarazzo costringendolo a spiegare i perché della sua vita solitaria.
Michele cominciò a controllare che tutto fosse in ordine, tirò su i vetri dei finestrini rimasti aperti, ripulì i vagoni dai rifiuti, lucidò le maniglie cromate.
Quando raggiunse la locomotiva di testa, vi entrò. Raccolse alcune carte dal pavimento, un paio di bicchieri di plastica che odoravano di vino, un cartoccio unto che profumava ancora di cibo da rosticceria.
Poi si voltò verso la coda del treno e cominciò il suo viaggio di ritorno verso l’ultimo vagone. Passare in rassegna i posti a sedere era la parte finale del suo lavoro, quella che amava di più. I sedili morbidi conservavano impresse le sagome dei passeggeri. Immerso nella sua solitudine poteva esaminarli, con calma.
Giunto al terzo vagone, sul lato sinistro, al posto 24, vide qualcosa. Si avvicinò, con una leggera emozione, come accadeva sempre in questi casi.
Era una piccola bambola, grande quanto una mano, di gomma spessa leggermente consumata, il volto paffuto su cui spiccavano due occhi blu, grandi come lune. Indossava un vestito di cotone grezzo, il fondo verde punteggiato di fiori bianchi e gialli: margherite e girasoli.
Michele la prese tra le mani e sorrise.
«Bentrovata», sussurrò alla bambola, e la infilò nella tasca della giacca.”

*Jo

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