La collina dei conigli

.: SINOSSI :.

Il saggio Moscardo, l’ingegnoso Mirtillo, il prode Argento e tanti altri sono gli eroi di questo fantastico romanzo epico. Un drappello di piccoli coraggiosi conigli, alla ricerca di un avvenire più sicuro, migra attraverso le ridenti colline del Berkshire e affronta mille nemici in un indimenticabile cammino verso il più prezioso dei beni: la libertà. Con La collina dei conigli la letteratura contemporanea ha ricreato la sua Iliade e la sua Odissea: i piccoli e coraggiosi protagonisti vivono avventure ed emozioni, nella quiete di splendidi pascoli, e raccontano leggende sul Popolo dei Conigli, i suoi dèi e i suoi eroi.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Anche voi siete stati, come la sottoscritta, traumatizzati dal film d’animazione La collina dei conigli? Se la risposta è sì, significa che siete rimasti vittima di quello stereotipo per cui se ci sono degli animaletti parlanti il film è chiaramente, certamente e indiscutibilmente adatto ai bambini.
Quando, anni fa, venne a mancare Richard Adams e milioni di lettori riempirono i social con foto di questo libro e ringraziamenti all’autore, io pensai ad una sindrome di Stoccolma collettiva che portava i miei coetanei ad osannare colui che ci aveva procurato un trauma psicologico pari alla morte di Mufasa e di Artax.
L’interesse per il romanzo si è acceso dopo aver visto l’omonima serie tv su Netflix e, fin dalle prime pagine, il romanzo mi ha catturata e rapita verso un mondo a “misura di coniglio”.
Richard Adams è riuscito a creare, al pari di Tolkien ma con meno clamore, un mondo epico dove ogni specie animale ha una propria lingua (anche se il romanzo si concentra unicamente sulla lingua lapina parlata dai conigli), dove esistono déi e miti non meno epici o didascalici di quelli tramandatici dalle varie tradizioni sparse in tutto il mondo.
La caratterizzazione dei personaggi e la loro evoluzione è tutt’altro che aleatoria: dalla prima all’ultima pagina non si incontra un solo personaggio che risulti stereotipato; la stessa concatenazione di eventi non sembra studiata in funzione della trama, quanto ragionata per far evolvere al meglio le personalità dei singoli conigli evidenziando pregi e difetti, punti deboli e punti di forza di ognuno senza mai esacerbarli.

Il libro, sembrerà scontato, mi è davvero piaciuto e non posso che dargli 10/10.
Le descrizioni della campagna inglese sono delle perle e l’attenzione che Adams dedica nel descrivere, puntigliosamente, le specie vegetali ed animali che caratterizzano l’ambiente è davvero encomiabile. Il linguaggio è poetico e arcaico e ben si sposa con un testo che, pur parlando di conigli (non esattamente l’emblema dell’eroismo), trasuda epicità e drammaticità da ogni pagina regalando al lettore una parafrasi del mondo, della storia e di alcuni atteggiamenti tipicamente umani.
La collina dei conigli è un romanzo che, chiunque voglia fare lo scrittore, deve leggere almeno una volta e tenere sempre a portata di mano accanto allo scrittoio: a differenza di molti romanzi contemporanei, dove i personaggi tendono ad adagiarsi su stereotipi mancando così di profondità, Adams cesella minuziosamente i suoi protagonisti senza lasciare nulla al caso. Attraverso questo lavoro meticoloso, riesce a dare ai suoi conigli umanità aiutando il lettore ad empatizzare con tutti loro e capirli fino in fondo a prescindere dal loro schieramento all’interno del romanzo.

*Jo

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Il principe

.: SINOSSI :.

Ogni epoca si è riconosciuta nel Principe, con argomenti sempre diversi. I motivi che lo hanno reso un classico sono ancora oggi attuali: il conflitto tra il desiderio di dominare la realtà politica e la ragione, la percezione di un momento storico indecifrabile, la natura del potere. Il capolavoro di Machiavelli viene qui presentato in una nuova edizione critica, con un ricco commento a piè di pagina, ausili letterari, rimandi culturali, chiarimenti storico-politici e spunti interpretativi.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Tutti hanno sentito parlare, almeno una volta nella vita, di Niccolò Machiavelli e della sua opera più famosa: Il Principe.
Il Principe è una di quelle opere che tutti pensano di conoscere, ma che in realtà pochi hanno letto davvero e compreso.
Partendo dal background culturale dell’uomo politico del suo tempo, Machiavelli stila quello che potrebbe essere considerato un programma che, se seguito, garantirà al principe non solo un periodo di reggenza lungo e sicuro, ma anche fama e ammirazione presso i posteri.
Agli occhi di un lettore contemporaneo certe indicazioni non sembrano solo inattuabili, ma anche incivili e l’esatto contrario di ciò che viene considerato “buon governo” nelle democrazie moderne.
Nonostante si tratti di un testo politico/militare rinascimentale, Il principe offre parecchi spunti di riflessione anche al lettore contemporaneo: non serve infatti essere politici per aver a che fare, più o meno quotidianamente, con colleghi doppiogiochisti o situazioni che richiedono un approccio diplomatico per essere risolte con il minor danno possibile ed è per casi come questi che la lettura de Il principe può risultare valida e tutt’altro che anacronistica.

Nonostante l’edizione della Mondadori a cura di Piero Melograni presenti il testo originario accanto alla parafrasi italiana, la lettura de Il principe così come venne vergato da Machiavelli non è affatto complessa e, anzi, il doversi tenere da un solo “lato” della pagina ha reso la lettura scomoda non permettendo di scorrere le pagine con la fluidità che ci si aspetta da un libro.
Per ovvie ragioni non mi è possibile dare un giudizio a questo testo, ma posso comunque consigliarlo a chi è alla ricerca di un libro interessante sotto molti aspetti: filosofici, politici, etici e storici. Leggere Il principe, infatti, non è solamente un modo per apprendere delle nozioni(più o meno valide o attuabili), ma è prima di tutto affacciarsi su un mondo antico ed affascinante che viveva in senso pieno e totalizzante il senso della cultura riuscendo a creare collegamenti interessanti e calzanti tra letteratura, storia, politica e filosofia.
*Jo

Le braci

.: SINOSSI :.

Dopo quarantun anni, due uomini, che da giovani sono stati inseparabili, tornano a incontrarsi in un castello ai piedi dei Carpazi. Uno ha passato quei decenni in Estremo Oriente, l’altro non si è mosso dalla sua proprietà. Ma entrambi hanno vissuto in attesa di quel momento. Null’altro contava per loro. Perché? Perché condividono un segreto che possiede una forza singolare: “una forza che brucia il tessuto della vita come una radiazione maligna, ma al tempo stesso dà calore alla vita e la mantiene in tensione”. Tutto converge verso un “duello senza spade” ma ben più crudele. Tra loro, nell’ombra il fantasma di una donna.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Ho scoperto questo libro per caso e fin dalle prime pagine sono stata catturata da una scrittura elegante, molto simile a quella che avevo amato in autori come Hesse o la Nemirovsky.
Le braci descrive un duello verbale e, come in un duello, tra le pagine vengono affrontati temi diversi cercando irrimediabilmente di trovare una soluzione soddisfacente a problemi che, purtroppo, per l’ostinazione dei protagonisti sono destinati a rimanere irrisolti, sospesi tra possibilità ed eventualità che i due (ex) amici sfiorano senza tuttavia riuscire mai a fare quel passo che trasformi l’idea in azione.
Passato e presente si intrecciano creando un mosaico dove i ricordi si mescolano ad antefatti necessari per comprendere le riflessioni che si concentrano nella seconda metà del romanzo.
In meno di duecento pagine, Sandor Marai riesce a descrivere con puntualità la vicenda umana di due uomini legati da un sentimento profondo che supera l’amicizia, ma non riesce a diventare fratellanza.

Un romanzo breve, o un racconto lungo, che non va approcciato con leggerezza. Nonostante si tratti di una manciata di pagine, Le braci non è un libro da leggere in un sol giorno e, come i tizzoni caldi hanno bisogno di raffreddarsi lentamente nel camino prima di essere maneggiati, così il romanzo necessita di tempo per essere letto, capito ed apprezzato a fondo. Uno scritto figlio della mentalità del suo tempo e che, per non essere tacciato di razzismo, discriminazione o non inclusione, va giudicato in relazione al contesto storico in cui lo scrittore lo ha vergato.
Le braci di Sandor Marai è uno di quei libri da 10/10; affatto scontato riesce, nonostante sia stato scritto quasi ottanta anni fa, comunque a provocare una riflessione anche nel lettore contemporaneo. Lo stile, come già scritto, è raffinato senza essere prolisso o pesante e il periodo breve scandisce bene il tempo del romanzo che, diversamente, risulterebbe altisonante se non addirittura bolso.
Consiglio questo romanzo a chi è alla ricerca di una lettura non troppo impegnativa in termini di lunghezza, ma non vuole rinunciare ad una storia provocante e dal finale tutt’altro che scontato.

*Jo

Aristotele e l’anello di bronzo

.: SINOSSI :.

Blepiro, reduce di guerra e menomato in battaglia, è accusato dal cugino Kremes di simulare l’infermità per ottenere una pensione di invalidità. Blepiro è un bronzista, e nella sua bottega accoglie “una banda di gente indecente”, “una manica di ex schiavi e puttane”, e questa compagnia sregolata si attira l’ostilità dei benpensanti e soprattutto le critiche accese di un politico in carriera. Ma c’è un che di esagerato nell’accanimento e il primo tentativo di uccidere Blepiro – una colata di metallo fuso che per fortuna lo ferisce soltanto orrendamente – sembra, ad Aristotele e al suo assistente Stefanos, più il culmine di un complotto mal riuscito che la conseguenza di una campagna d’odio.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Aristotele e l’anello di bronzo: un vero e proprio romanzo da ombrellone!
Il libro è brevissimo, si tratta di poco più di un centinaio di pagine, e la trama dopo la prima metà è lineare: il lettore non si deve aspettare grandi colpi di scena, ma resta piacevolmente intrattenuto per qualche ora.
Si tratta di un romanzo giallo a fondo storico in cui il famoso filosofo Aristotele è chiamato a risolvere una controversia che si trasforma improvvisamente in un vero e proprio crimine. Sebbene sia carente dal punto di vista della trama, il romanzo è interessante per i numerosi cenni storico-culturali che l’autrice inserisce qua e là: usando la scusa del romanzo giallo, insomma, l’autrice introduce il lettore a diverse usanze della Grecia classica e, in particolare, di Atene.
Un altro punto di forza del libro sono le spiegazioni di filosofia: tra un dialogo e una breve descrizione, l’autrice riporta al lettore stralci della filosofia aristotelica. Trovo molto funzionale l’uso di questa tecnica, quindi di mascherare una lezione di storia o filosofia con una trama a sfondo investigativo, perché rende fruibile argomenti altrimenti difficili anche al grande pubblico.
Di contro, la scrittura non è un gran che. Le descrizioni sono pressoché inesistenti e i dialoghi a volte sono molto “falsi”; in più, ogni tanto il narratore sembra rivolgersi direttamente al lettore con commenti esplicativi su determinati termini greci o fattori socio-culturali. Per quanto io capisca il bisogno dell’autrice di spiegare questo genere di cose al lettore, penso ci siano tecniche meno banali e più efficaci per farlo.
Un altro grosso problema del romanzo è il narratore, Stefanos. Purtroppo si tratta di un personaggio molto stupido con cui è difficile empatizzare: spesso non capisce le cose più banali e porge domande sciocche che, alla lunga, stancano. Mi rendo conto che avere come narratore Aristotele avrebbe significato togliere un po’ del mistero al romanzo, d’altra parte credo che il personaggio di Stefanos andasse studiato meglio e potesse essere, alla fine, meno macchiettistico.

Non si tratta di un romanzo che tiene incollati alle sue pagine, a dire il vero ho scoperto il “cattivo” già dopo i primi capitoli, d’altra parte non è nemmeno un libro brutto: Aristotele e l’anello di bronzo è nella media, un romanzo estivo, leggero e poco impegnativo che permette di passare qualche piacevole ora di lettura in compagnia di Aristotele.
Il voto che mi sento di dargli è 7.5/10. Un buon libro per passare il tempo che non vi incanterà ma non vi farà neanche sentire come se aveste perso del tempo!

Detto da Dante – Parole e modi di dire resi celebri dal Sommo Poeta.

Istituito dal Consiglio dei Ministri, il Dantedì è dal 2020 la giornata nazionale dedicata a Durante di Alighiero degli Alighieri, noto in tutto il mondo come Dante Alighieri. La data scelta per questa celebrazione è il 25 Marzo: giorno in cui, secondo gli studiosi, Dante iniziò il suo viaggio nell’aldilà narrato nelle tre Cantiche che compongono la Divina Commedia.
Dante Alighieri non ha bisogno di presentazioni e il suo contributo alla cultura italiana, e in parte anche mondiale, è indiscusso: il suo viaggio nell’aldilà ha ispirato, nell’arco di secoli, artisti, scrittori e anche registi; e la sua rappresentazione dei regni ultraterreni continua tutt’ora ad essere presa come modello anche nelle rappresentazioni contemporanee dell’Inferno, del Purgatorio e del Paradiso.
Tra le pagine della Divina Commedia, infatti, si trova ben più di un semplice racconto, di un affresco della cultura medievale e delle dottrine teologiche e filosofiche che si discutevano nelle università e nelle corti.
Politica, storia, mitologia, astronomia, ma anche tecniche agricole e navali vengono descritte facendo sì che la Commedia diventi, al pari dell’Iliade e dell’Odissea di Omero, una sorta di enciclopedia trecentesca in cui, per esempio, si fa cenno a pratiche come quella del maggese (la rotazione delle colture che prevede la messa “a riposo” di un terreno per l’anno successivo) o alle operazioni di calafataggio, di impermeabilizzazione, condotte “nell’Arzanà de’ Viniziani” con la “tenace pece” (Inferno: C. XXI, v. 7-8).
La Divina Commedia è un testo che parla di Dio, parlando agli uomini: una sinossi di teologia medievale che, tuttavia, era comprensibile tanto ai contemporanei di Dante quanto ai lettori dei nostri giorni che, tra i canti, incontrano personaggi che palpitano di vita ed eroismo, tanto meschini e vili, alcuni, quanto puri e nobili altri; ma tutti incredibilmente umani e per questo vicini al pubblico di ogni epoca e luogo.

Tuttavia, la Divina Commedia non si può ridurre ad un mero almanacco trecentesco: a Dante va il merito di aver vergato uno dei testi che ha ufficializzato il volgare fiorentino contribuendo alla nascita e al progressivo imporsi di quella che sarebbe diventata l’italiano.
Con Dante, Petrarca e Boccaccio (le Tre Corone fiorentine) nasce la nostra lingua: che non è fatta solo da grammatica e vocaboli, ma si avvale di modi di dire che, per la prima volta, vengono messi su carta divenendo parte attiva di una nuova cultura ed una nuova Italia.
È così che espressioni, come fa tremare le vene e i polsi (Inferno: C.I, v. 90) approdano nell’italiano corrente riuscendo, oggi come allora, a descrivere sentimenti ed emozioni universali come la paura, se non addirittura il terrore, davanti a situazioni o cose raccapriccianti o che paiono invincibili. Modi di dire  come “stare freschi”, “cosa fatta capo ha”, “non mi tange”, parole come “merda” o il tipicamente toscano “babbo”, squisitamente dialettali nella loro spontaneità, superano il tempo e lo spazio e fuggono dalla carta tornando al popolo che li ha coniati e che continua ad usarli.
Confrontando la Divina Commedia con la lingua di tutti i giorni si scopre l’aspetto giocoso, quasi pop, di Dante e della sua opera.
Non esiste studente al mondo che non sia stato, almeno una volta nel corso della sua carriera scolastica, apostrofato dal proprio professore con le parole “fatti non foste a vivere come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza.” (Inferno: C.XXVI,v.119-20). E che dire della locuzione “Galeotto fu…” (Inferno: C. V, v. 37) che è comunemente usata per indicare qualcosa che, per quanto spiacevole, ci ha fatto cadere in tentazione o prendere una libertà in più.
Dante non è solamente un coniatore di citazioni e, come l’inglese William Tyndale e come qualunque letterato che si affacci sulle potenzialità di una nuova lingua, egli gioca ed inventa ritagliando parole da altre parole o creandone di nuove quando il vocabolario corrente manca di quel termine atto a descrivere azioni, emozioni o atteggiamenti.
Latinismi come “quisquilia” o francesismi come “gabbare”, dal francese antico “gaber”(=”scherzo”), scivolano via dalle pagine garantendo la sopravvivenza di parole che, altrimenti, sarebbero oggi estinte. Non tutti i neologismi di Dante sono, purtroppo, giunti fino a noi e, sebbene siano molti le frasi e le espressioni per cui il Sommo Poeta è ricordato, ci sono alcuni verbi che, pur suonando strani se non addirittura buffi, sono forse la testimonianza più grande dell’estro e della conoscenza che Dante aveva della lingua e della linguistica. Espressioni come “indracarsi” (Inferno: C.XVI, v. 115), con l’accezione di divenire furioso come un drago, “infuturarsi” (Inferno: C. XVII, v. 98), estendersi al futuro, o “imparadisare” (Inferno: C. XXVIII, v.3), qualcosa che ti fa sentire “in paradiso”, colpiscono per la loro schiettezza e l’espressività con cui riescono a veicolare il messaggio di Dante.

Fiumi di inchiostro sono stati versati e, tutt’ora, le opere di Dante Alighieri continuano ad attirare l’attenzione di linguisti e storici e continuano  a regalare, anche a distanza di secoli, sorprese e ad essere oggetto di studio.
Una menzione va fatta all’Accademia della Crusca (il cui contributo è stato fondamentale per questa stesura) che, in occasione del 700° anniversario dalla morte di Dante Alighieri, ha deciso di pubblicare ogni giorno una parola “dantesca”: neologismi o espressioni dialettali entrate, in maniera più o meno consapevole, nella lingua di tutti i giorni.

*Jo

Il cane, il lupo e Dio

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IL CANE, IL LUPO E DIO

Autore: Folco Terzani
Casa editrice: Longanesi
Anno: 2017

.: SINOSSI :.

Il Cane, da sempre abituato alle comodità e sicurezze della vita domestica, si ritrova improvvisamente abbandonato per strada, convinto che senza il suo amato padrone non riuscirà a sopravvivere. Appare allora un Lupo misterioso che lo condurrà alla scoperta della natura selvaggia che la città nasconde e proibisce. Comincia così un lungo pellegrinaggio, un viaggio iniziatico verso nord in compagnia di un branco di lupi, attraverso grotte, cascate, boschi, monti e tempeste di fulmini. Per sopravvivere, il Cane imparerà suo malgrado a cacciare e sarà costretto ad affrontare moltissimi pericoli, sino all’arrivo alla bianchissima Montagna della Luna dove, immerso nella luce accecante dei ghiacciai, dovrà finalmente confrontarsi con la domanda più grande di tutte.
In una straordinaria armonia di parole e immagini, una storia semplice e profonda sulla natura, l’amicizia e il senso del divino.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Il cane, il lupo e Dio sembra un racconto per bambini, ma non lo è. Dietro ai bei disegni e ai personaggi che sembrano usciti da una favola, si nasconde una storia complessa che, voltata l’ultima pagina, non si ha la certezza di aver compreso fino in fondo.
Il protagonista principale è un cane abbandonato che è l’allegoria di un uomo deluso o tradito che, di punto in bianco, perde tutto.
Il lupo, riprendendo la tradizione dei nativi americani, è il mentore del cane ed è immagine di chi vive affidandosi alla fede in qualcosa.
Dio è l’entità che sovrasta il mondo e permette lo scontro tra la vita e la morte, tra il bene e il male, tra la libertà e le dipendenze.
Il viaggio che il cane intraprende è di tipo iniziatico e, accanto al lupo, riscopre quei valori che aveva dimenticato quali la libertà, la fratellanza, l’orgoglio e il rispetto per le altre creature.
Il pellegrinaggio del lupo è quello che ogni essere vivente compie su questa terra e, anche per lui, termina con la morte.
Dio, in tutto questo, resta nell’alto dei cieli e gioca a nascondino tra gli eventi e le stelle.

La scrittura di Terzani è essenziale, a tratti lapidaria: con una manciata di parole l’autore riesce a mettere su carta i propri pensieri e, nonostante l’economia di caratteri, le riflessioni e i periodi non danno mai l’impressione di essere zompi o monchi.
Per quanto riguarda i contenuti, invece, il libro lascia un po’ a desiderare e gli intenti dell’autore appaiono confusi: la parabola naturalistica del cane, del lupo e di Dio sembra non avere un epilogo né tanto meno una chiave di interpretazione (almeno io non l’ho trovata) e, alla fine, ognuno può trovare la propria morale.
La scoperta della fede in un’entità divina, che non viene mai spiegata ma solo abbozzata, assume tratti che si ritrovano nella dottrina cristiana, per poi scivolare nell’animismo orientale, nel buddismo e nella filosofia new age.
Molto belli sono i disegni che occupano le pagine del romanzo anche se, a volte, la totale mancanza di parole dà l’impressione di avere tra le mani un albo più che un racconto o un romanzo breve.

Il mio voto è 6,5/10.
La miscellanea di filosofie non mi ha stimolato e, chiuso il libro, mi sono sentita confusa non solo dal finale, ma anche dal messaggio che Terzani ha voluto affidare a queste pagine e che si può riassumere in una domanda: “quindi?”
Inizio esaltante e piacevole, finale confuso e poco entusiasmente.

*Jo

Il lupo della steppa

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IL LUPO DELLA STEPPA

Autore: Hermann Hesse
Anno: 1927
Editore: Mondadori

.: SINOSSI :.

Il conflitto tra istinto e ragione, fra sensualità ed esigenze dello spirito in uno dei romanzi più affascinanti e audaci di Hesse (1877-1962): un atto di accusa contro il suo tempo minacciato dai totalitarismi e contro la decadenza della civiltà occidentale.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Lo stile di Hesse non è tra i più semplici e lo stesso si può dire del suo pensiero, che è impregnato delle diverse correnti filosofiche con cui l’autore si misurò. La filosofia orientale si incontra con quella tedesca ed europea, la critica contro l’Europa, sull’orlo del secondo conflitto mondiale, si fa feroce e sprezzante e nel nazionalismo viene individuato il morbo che porterà l’uomo e la sua terra alla distruzione. Il lupo della steppa è l’unico in grado di fiutare il pericolo e combatterlo, l’unico che, grazie alla sua natura ferina, ha la forza di affrancarsi dal pensiero comune e portare il fardello che comporta una presa di posizione diversa da quella della maggioranza. Tra queste pagine due mondi si incontrano: quello del lupo della steppa, ligio e coerente con la sua natura sovversiva ed indipendente, e quello spensierato della società che, tra un giro di fox trot e un festino, beatamente va incontro alla disfatta e all’ennesima guerra mondiale.
Come in un romanzo di London, il lupo della steppa cerca di integrarsi e di adeguarsi ai dettami di un mondo per cui prova repulsione e da cui si sente bandito.
Il romanzo interroga e costringe il lettore a misurarsi con il protagonista e il suo lento processo di addomesticazione. Chi è il lupo della steppa? Quante anime possono convivere in un corpo senza straziarlo e condannarlo a morte? Gli interrogativi lasciati aperti da Hesse sono molteplici e le deve essere il lettore a trarre le sue personali conclusioni.

Il lupo della steppa mi ha insegnato di nuovo cosa significa leggere” disse Thomas Mann su questo romanzo e io non posso che concordare con lui.
Il libro mi è piaciuto molto e non mi trattengo dal dargli 10/10, dello stesso autore avevo già letto Narciso e Boccadoro, ma credo che con questo scritto Hesse abbia alzato decisamente il tiro, regalandoci un testo ben scritto che, malgrado la poetica tutt’altro che semplice, non risulta estremamente pesante.
Gli amanti di Hesse lo ameranno sicuramente così come i lettori a cui piacciono testi dove la filosofia costituisce il filo rosso che tiene uniti i capitoli. Al contrario lo sconsiglio ai lettori che trovano difficile misurarsi con la filosofia e a color che non hanno mai letto nulla di questo valido autore che, tra trame che tra trame lineari e relativamente semplici, nasconde le pillole della sua poetica, costringendo i lettori a fare i conti con i suoi pensieri.

*Jo

IL DUBBIO

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IL DUBBIO

Autore: De Crescenzo
Casa editrice: Mondadori
Anno di pubblicazione: 1993

.:SINOSSI:.
Le eterne domande dell’uomo sulla vita, su Dio, sull’universo.

.:IL NOSTRO GIUDIZIO:.
Sinossi un po’ breve?
Proprio come il libro.
Si tratta un libro filosofico che tratta, appunto, delle domande esistenziali che mettono da sempre in crisi l’animo umano: “Esiste Dio o l’universo è gestito dal Caso?”; “Cos’è il Caso e cos’é la Necessità?”; “Cos’é il Dubbio?”; “E la Relatività?”.
Con uno stile fresco, originale, ironico e divertente De Crescenzo crea domande nel suo lettore tramite brevi stralci di vita quotidiana, non si propone di darci delle risposte: nessuno le può avere se non da se stesso.
Ci racconta come lui è giunto a determinate conclusioni invitandoci a riflettere sugli stessi temi e, quando diventa più tecnico, ci tratta come allievi accompagnandoci passo passo fino a quando non otteniamo le competenze necessarie per fare il passo da soli e cominciare a pensare senza l’aiuto di questo ingegnere filosofo.
Un ottimo libro per chi desidera perdersi poche ore (è veramente breve) nella gioia del pensiero critico-filosofico.

Do al libro un 8/10, è ben strutturato, per niente pesante e molto fresco, ma è veramente troppo corto e certi intermezzi sono esageratamente lunghi.
Lo consiglio a chi è particolarmente interessato agli argomenti trattati e alla filosofia, lo sconsiglio a chi preferisce letture leggere nelle quali non serve interrogarsi sui massimi sistemi.

*Volpe

ASSOCIAZIONE GENITORI E INSEGNANTI

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ASSOCIAZIONE GENITORI E INSEGNANTI

Autore: R.A. Lafferty e altri
Edizione: Mondadori
Anno di pubblicazione: 1980

.:SINOSSI:.

“Uno dei più grandi misteri della fantascienza – scrive Harlan Ellison presentando al pubblico Usa questa stupefacente antologia – è perché mai i geniali, gloriosi, folli racconti del folle Lafferty non siano stati raccolti in un volume prima d’oggi.”

.:IL NOSTRO GIUDIZIO:.

Mi ero avvicinata alla lettura di questo testo circa quindici anni, spinta da mio padre che lo amava particolarmente.
Mi ero stufata al primo racconto.
Qualche giorno fa, al contrario, l’ho visto nella libreria e ho deciso di riprovare per vedere se qualcosa fosse cambiato nel testo o in me. In meno di un paio di giorni l’ho finito.
I racconti sono a carattere fantascientifico- filosofico e i miei preferiti sono stati il primo, che da il nome alla raccolta, seguito da “Le sei dita del tempo” e da “Il duello sulla montagna”.
Il finale di ogni racconto lascia dietro di sé una traccia totale di mistero: ci viene promessa una risposta ma questa risposta non arriva perché per tutto il racconto veniamo messi davanti alla ovvia fallibilità dell’uomo che, nonostante venga avvisato del pericolo che corre o venga messo davanti ai suoi limiti, non riesce a comprenderlo.
Avrà successo, quest’uomo, o fallirà?
Solo la nostra mente può dircelo.
Il finale aperto da la possibilità al lettore di continuare la storia nella propria testa creando così una gamma di finali infinita.

Lo consiglio a chi è un po’ grandicello e ha avuto una prima infarinatura di filosofia base, fosse anche quella che si impara crescendo, e a chi ama la fantascienza e il mistero.
Il mio voto, in ogni caso, è un 10/10.

*Volpe

Ecco il mio segreto. È molto semplice: si vede solo con il cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi.

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“Ecco il mio segreto. È molto semplice: si vede solo con il cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi.”

E’ forse la frase più famosa de “Il Piccolo Principe”, quella che chiunque, pur non avendo letto il libro, saprebbe attribuire al piccolo immenso capolavoro di Antoine de Saint-Exupéry.

Un libro semplice, una favola moderna che sparpaglia, come stelle o asteroidi, grandi insegnamenti e piccoli consigli per diventare un “buon adulto”.

Leggendo la biografia di Antoine de Saint-Exupéry, si ha un po’ la sensazione di aver incrociato la strada di un eterno bambino, di un sognatore mai completamente guarito dalla sindrome di Peter-Pan che ha tra i suoi maggior rimpianti quello di “essere diventato grande“. Fa sorridere questo rammarico quando, fin da bambini, ciò ripetiamo con più convinzione è “quando sarò grande…“, eppure, guardando le foto o i filmini della nostra infanzia, prende sempre a tutti un po’ di nostalgia e chissà cosa daremmo per poter ancora stringere il peluche con cui dormivamo o immaginare che il divano del soggiorno fosse ora una barca, ora un’astronave o la carrozza di un treno che andava dove solo noi lo sapevamo. Ma, forse, non è troppo tardi e esiste ancora una via di fuga dal mondo grigio e triste degli adulti, dai numeri e dai calcoli che pretendono di quantificare e rendere visibile anche ciò che non può essere né calcolato né visto.

Quello del Piccolo Principe non è solamente un viaggio, ma ha tutti i connotati di un pellegrinaggio: un’esperienza in cui fatica fisica e spirituale si intrecciano e da cui si ritorna arricchiti, più saggi e sicuramente cambiati. Ovviamente noi, poveri lettori sognatori, non abbiamo il lusso di poter viaggiare di pianeta in pianeta per conoscerne gli abitanti e carpirne i segreti, ma possiamo ugualmente seguire, ancora una volta, il Piccolo Principe e, facendo della sua avventura la nostra avventura, riscoprire tra le pagine di questa favola moderna alcuni insegnamenti validi tanto per noi “grandi” quanto per i più piccoli. Ecco quelle che possono essere considerate le lezioni più importanti nascoste tra le pagine de “Il Piccolo Principe”.

1. Dobbiamo entrare nuovamente in contatto con il nostro bambino interiore.

“Ma chiunque, fosse uomo o donna, mi rispondeva “È un cappello”. Allora non parlavo di boa, di foreste primitive, di stelle. Mi abbassavo al suo livello. Gli parlavo di bridge, di golf, di politica e di cravatte. E lui era tutto soddisfatto di aver incontrato un uomo tanto sensibile” – Il narratore.

Probabilmente ciò che ha maggiormente caratterizzato la nostra infanzia è stata la fantasia che allenava la nostra creatività. Non importava che fosse fatto di cuscini e non di mura di legno: i cuscini del divano erano il fortino migliore del mondo, finché quello spazio è diventato troppo angusto per noi. Potevano ripeterci anche mille volte che non era così, ma se il nostro orsacchiotto di peluche era il miglior ammazza draghi del mondo così sarebbe rimasto e finché lo avessimo avuto con noi i mostri sotto il letto e nell’armadio non si sarebbero fatti vedere. c1f6ccfe732dba4441440e722a56f26aGli occhi di un bambino sono aperti su una realtà diversa dalla nostra, un mondo pieno di insidie, ma anche di bellezza e fantasia in cui tutto può essere qualsiasi cosa e i limiti sono posti solo dalla propria immaginazione. Quando si è bambini sapere non è un’opzione, ma un dovere e ogni giorno è un’avventura, una ricerca.

I creativi, scrittori, poeti, pittori o anche semplici sognatori, sono persone affamate di novità, insaziabili di nuove scoperte, osservatori acuti che hanno il coraggio e la forza per mettere in discussioni le loro opinioni ed allontanarsi dalle loro convinzioni. Inoltre le persone creative sono anche quelle che risolvono al meglio i problemi perché riescono ad osservare la questione da punti di vista differenti.

2. Troppa serietà nuoce alla salute.

“Le amministro. Le conto e le riconto. È difficile, ma io sono un uomo serio” – L’uomo d’affari.

Il nostro stile di vita indaffarato ci ha derubato di ciò che, insieme al pianto, distingue l’uomo dagli altri esseri viventi: ridere. Ridere fa bene alla salute e c’è addirittura chi sostiene che ridere 15 min. al giorno allunghi la vita. Sono inoltre risaputi quali siano i benefici che, a livello chimico, una risata ha su un organismo stressato (tra cui si annovera oltre ad una salute migliore una memoria più infallibile). Nel suo pellegrinaggio spaziale, Il Piccolo Principe incontro un uomo d’affari: un personaggio caratterizzato dalla serietà e dalla puntigliosità, ossessionato dall’idea di dover catalogare, contare, amministrare, possedere le stelle di cui il firmamento è pieno. Tuttavia questo personaggio, che noi non esiteremmo a definire tirchio, è in realtà una persona meschina che non conosce la gioia dell’effimero, la bellezza di guardare le stelle, e il Creato, senza la pena di dover pensare ad un modo per ottenere, guadagnare, arricchirsi.

3. Bisogna ritagliare del tempo per sé.

“Ebbene, ora che fa un giro al minuto, non ho più un secondo di riposo. Accendo e spengo una volta al minuto!” – Il Lampionaio.

Quasi a controbilanciare il serio uomo d’affari, ecco che compare il Lampionaio: un personaggio stravagante che ha un’autentica ossessione per il suo lampione. Ogni minuto è per lui lungo come un giorno e quindi, ogni sessanta secondi, lui spegne e riaccende il suo lampione, per segnare lo scorrere del tempo. E’ un lavoro estenuante! Sette giorni su sette, ventiquattro ore su ventiquattro, senza pause nemmeno per mangiare o dormire. Sembrerebbe un pazzo, un uomo che ha perso il lume della ragione, ma in realtà il Lampionaio è un uomo che, come noi, non sa apprezzare il tempo che gli viene concesso. Perdere anche solo un secondo per seguire il volo di una farfalla o per stupirsi davanti ad un tramonto è per lui pura follia! Sembra quasi che gli Uomini Grigi del romanzo “Momo” di Ende siano riusciti ad arrivare fin su questo piccolo pianeta e abbiano irretito con le loro bugie questo personaggio sempre affaccendato e inquieto. Probabilmente, anche questa volta, ci viene da sorridere leggendo di questo personaggio così bizzarro ed indaffarato con il suo lampione solitario, ma non siamo anche noi dei lampionai sempre preoccupati di riempire fino all’ultimo secondo il tempo che ci viene concesso? C’è sempre qualcosa da fare, un’urgenza a cui rimediare, un impegno che non può essere rimandato. Persino le ferie sono inquadrate in un preciso programma, una tabella di marcia da cui è impensabile ed impossibile deragliare. Anche noi, per la nostra salute ma soprattutto per i nostri cari, dovremmo ritrovare il gusto di perdere tempo. Leggere, stare abbracciati alle persone che amiamo, guardare un film in santa pace o anche solo sdraiarci in un prato a guardare il cielo, senza preoccuparci del latte che sta per scadere o del bucato da stirare: dopotutto se ha aspettato fino ad adesso può aspettare ancora un’ora, no?

4. Lanciarsi verso la novità.

“Non è il geografo che va a fare il conto delle città, dei fiumi, delle montagne, dei mari, degli oceani e dei deserti. Il geografo è troppo importante per andarsene in giro. Non lascia mai il suo ufficio” – Il geografo.

Il “vecchio signore che scriveva degli enormi libri” è un geografo e il Piccolo Principe è elettrizzato all’idea di aver incontrato un esploratore. Immaginatevi che delusione quando scopre che il Geografo non ha mai messo piede fuori dal suo studio e che tutte le sue esplorazioni sono state fatte proprio lì tra i suoi libri. Oggi noi definiremmo questo personaggio un “pantofolaio”: un uomo che, grazie alle nuove tecnologie, riesce a spingere il proprio sguardo oltre le mura di casa fino ad andare a spiare le danze Maori o riti di accoppiamenti degli ara africani. Il Geografo è una cozza, o almeno Verga l’avrebbe sicuramente definito tale, un uomo aggrappato alla sua zona sicura che non corre rischi e resta ben protetto tra le quattro mura della sua “comfort zone”. Eppure è proprio l’incontro con la novità, con il diverso, a trasformare il bambino in adulto e l’adulto in un uomo saggio. Nelle popolazioni tribali lo avrebbero chiamato “rito di iniziazione”, oggi potremmo chiamarlo “sforzo per alzarsi dal divano”, ma la sostanza rimane la stessa: in antichità, come oggi, essere uomini non significa solamente raggiungere una solidità economica e una certa indipendenza (che sono comunque importanti), ma anche avere il coraggio e la forza di lasciare andare le proprie convinzioni, mettersi in gioco ed affrontare anche il rischio di vedere le proprie idee messe in discussione.

5. Non si vede bene che col cuore.

“Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi” – La volpe.

Il Piccolo Principe ama una rosa che è unica perché l’ha scelta e le dedica il suo tempo curandola e proteggendola da ciò che potrebbe farle del male come i parassiti. E’ un amore semplice ed effimero come quello che solo i bambini possono provare, i bambini e i veri amanti. Dietro l’affezione del Piccolo Principe per questo fiore non vi sono ragionamenti né logiche di guadagno, il tempo speso per la rosa è sempre ben speso e se lei sta bene e riesce a fiorire, allora è tanto di guadagnato. Nel suo viaggio il Principe incontra tante altre rose, ma nessuna è come la sua. Non è forse così anche per chi ama con il cuore? Tra mille volti riconosceremo sempre quello della persona amata. Nessuna camminata avrà il ritmo di quella del nostro innamorato e nessun profumo riuscirà mai ad eguagliare il suo.

La logica non trova spazio nella grammatica dell’amore e gli occhi si chiudono mentre ci si bacia e ci si abbraccia. Ecco perché l’essenziale è invisibile agli occhi.

*Jo

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