La primula rossa

.: SINOSSI :.

1792, Parigi è sconvolta dal regime del Terrore imposto dai giacobini. La ghigliottina reclama ogni giorno il suo pegno di sangue, decine di teste aristocratiche. L’ultima speranza per la nobiltà francese sta nel misterioso eroe che organizza la spericolata evasione e il successivo espatrio dei condannati a morte armato solo della propria inventiva e utilizzando i più impensabili travestimenti: la Primula rossa, così chiamata perché ogni volta la sua prossima impresa è annunciata da un biglietto di sfida firmato con uno scarlatto simbolo floreale… La Primula rossa è uno dei più fortunati romanzi di tutti i tempi. L’autrice, Emma Orczy, ha saputo trasporre genialmente le convenzioni del feuilleton e del romanzo di cappa e spada nella sensibilità del Ventesimo secolo, l’era della velocità, dell’elettricità e del cinematografo, creando una storia incalzante che non tralascia alcuna delle convenzioni del romanzo popolare del secolo precedente proponendole però con i ritmi del nascente cinematografo, e inventando il primo supereroe mascherato della storia, archetipo di un colossale filone dell’immaginario moderno (senza dimenticare la vera protagonista, Marguerite, uno dei primi esempi nella letteratura popolare di donna non sottomessa, libera e ardita). Non a caso da La Primula rossa sono germinate innumerevoli trasposizioni per il grande e piccolo schermo.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.
Se avete amato I tre moschettieri e i romanzi cappa e spada sono la vostra passione, La Primula rossa non vi deluderà.
Rifacendosi ai romanzi d’avventura, Orczy tesse la trama di una storia avvincente che non annoia mai il lettore.
La descrizione del Terrore francese, gli intrighi e le trappole da cui la Primula Rossa deve guardarsi tengono con il fiato sospeso e le pagine scorrono velocemente grazie ad un ritmo ben cadenzato che avvince senza mandare eccessivamente in titillazione.

Era da tempo che questo romanzo attirava la mia attenzione e, finalmente, sono riuscita a dedicarmici con la giusta disposizione d’animo. Descrizioni poetiche, personaggi ben tratteggiati e una storia ricca di colpi di scena mi hanno rapita verso un mondo fatto di balli, audaci contrabbandieri e spie senza scrupoli da cui mi sono separata a malincuore. Nonostante sia un romanzo di inizio ‘900 il linguaggio non abbonda di arcaismi e la lettura risulta gradevole e scorrevole. Stilisticamente il libro mi è piaciuto e merita 9-/10. Il mio giudizio sarebbe stato ottimo se, in dirittura d’arrivo, l’autrice non avesse fatto due scivoloni che mi hanno lasciato un po’ perplessa. Dopo aver decantato per oltre trecento pagine le abilità della Primula rossa, la soluzione scelta da Orczy per arrivare alla resa dei conti con l’acerrimo nemico del protagonista mi è sembrata un po’ campata per aria per non dire improvvisata: quasi che, trovandosi ormai prossima alla conclusione, l’autrice abbia tirato via le ultime pagine certa, ormai, di aver guadagnato l’attenzione e il favore del lettore. L’altra cosa che ha un po’ rovinato la lettura, rischiando di trascinare la storia da romanzo cappa e spada a romanzetto rosa di bassa lega, è stato il tormento che da metà libro affligge la coprotagonista (una donna dimostratasi per metà del romanzo tutt’altro che svenevole e, anzi, alquanto intraprendente considerato il periodo in cui il romanzo viene scritto e l’ambientazione dello stesso): in seguito ad una serie di intrighi, la giovane si trova davanti un dubbio amletico e, letteralmente per almeno due paragrafi per ogni capitolo che separa il lettore dalla conclusione, il travaglio morale e psicologico della madame viene ripetuto ancora, ed ancora fino a dare noia.

*Jo

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L’altra metà ~ Streaming and Pajamas

.: TRAMA :.

La geniale ma squattrinata Ellie Chu scrive una lettera d’amore per conto di un atleta, ma non si aspetta di diventare sua amica, né d’innamorarsi della stessa ragazza.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

L’altra metà, film della regista Alice Wu, è una rivisitazione in chiave contemporanea, adolescenziale e queer del Cyrano de Bergerac di Rostand.

La trama riprende quasi completamente quella dell’opera teatrale e le modifiche, poche e comunque ben congeniali, si adatto alla narrazione perfettamente. In questo caso, Cyrano è Ellie Chu (Leah Lewis) una ragazzina di origini cinesi che vive assieme al padre, rimasto ormai vedovo, in una cittadina un po’ all’antica. Siccome i due faticano a sbarcare il lunario, Ellie decide di aiutare un compagno di scuola, Paul (Daniel Diemer), a scrivere una lettera d’amore per una ragazza di nome Aster (Alexxis Lemire) dietro modico compenso.
La situazione costringerà Ellie a fare i conti con sentimenti che, fino a quel momento, ha tenuto nascosti non solo al mondo ma soprattutto a se stessa: si innamorerà, o forse era già innamorata fin dall’inizio pur non riuscendo ad ammetterlo, anche lei di Aster.

L’altra metà, però, non è solo una storia d’amore: è un film di formazione in cui malinconia, solitudine, speranza, amicizia e amore si mescolano perfettamente creando una pellicola che ha tutte le potenzialità per diventare un vero e proprio capolavoro.
La crescita di Ellie è lenta, ricca di alti e bassi e caratterizzata da un forte conflitto interiore. Nonostante questo, la protagonista non risulta mai esagerata: le sue azioni, così come le sue reazioni, sono comprensibili, umane e terribilmente vere.
Ellie deve accettarsi e farsi accettare; deve imparare ad amare e a voler bene senza pregiudizi. In questo caso la figura di Paul diventa di vitale importanza: inizialmente Ellie vede il ragazzo come uno dei tanti, che lei ritiene stupidi e inetti, che frequentano la sua scuola ma, ascoltandolo e imparando a conoscerlo, comprende che c’è di più. Quando Ellie accetta Paul così com’è e riesce a diventare sua amica, allora è in grado di accettare anche se stessa e fare il grande passo: coming-out.

Alice Wu riesce a tratteggiare con delicatezza anche i sentimenti più complicati che, grazie all’ottima recitazione dei giovani protagonisti, arrivano fino allo spettatore in tutta la loro purezza. Il sentimento d’amore descritto da Alice Wu è universale e va ben al di là dell’attrazione fisica o mentale: è qualcosa che chiunque può provare e nessuno, vedendo il film, non si sentirà almeno un pochino come Ellie Chu.
Prima di concludere vorrei spendere qualche parola sul titolo del film che, secondo me, ha due possibili interpretazioni. La prima, forse quella più scontata, è una richiesta: la regista chiede allo spettatore di guardare sempre l’altra metà ci ciascuna situazione, di ogni persona. La seconda, più complicata, sembra voler richiamare la favola delle anime gemelle descritta da Platone nel Simposio. Platone dice che uomini e donne, un tempo, erano attaccati alla loro anima gemella per la schiena ed erano esseri così perfetti da aver scatenato la gelosia degli dei che li hanno divisi costringendoli alla perenne ricerca di quella creatura in grado di completarli.
Ellie è alla ricerca della sua altra metà, la troverà prima ancora che in Aster nell’accettazione di se stessa.
Credo sia un film che valga davvero la pena di essere visto, che tratteggia l’amore omosessuale con tenerezza e con il rispetto tipico di chi ha provato quelle stesse sensazioni sulla propria pelle.

*Volpe

Encanto diventerà il nuovo Frozen?

A circa due mesi dalla sua uscita al cinema e sulla piattaforma Disney+, Encanto resta sulla cresta dell’onda confermandosi come un successo e restituendo un po’ di notorietà alla Disney (non Pixar ndr) reduce, tra live action e storie con più buchi di uno scolapasta, da un periodo tutt’altro che florido.
Naufragate definitivamente le speranze di un ritorno all’animazione tradizionale, Encanto riesce ugualmente a convincere e ad appassionare conquistando grandi e piccini grazie ad un approfondimento psicologico e una trama capaci di coinvolgere tutti; cosa che, per esempio, non è riuscita con Raya e l’ultimo drago e solo parzialmente con i due capitoli di Frozen.

Volenti o nolenti, tutti conoscono (almeno a grandi linee) la trama di Encanto ma, per fugare ogni dubbio, la riproponiamo brevemente.
Mirabel Madrigal, la protagonista, è l’unica della sua famiglia a non avere un talento (=un potere magico) e per questo si considera, ed è considerata, la pecora nera della famiglia. Quando qualcosa minaccia il miracolo (la fonte dei poteri della famiglia Madrigal), Mirabel decide di indagare e di salvare il miracolo sperando, in cambio, di ottenere finalmente a sua volta il proprio talento.

A differenza della maggior parte dei film Disney (dove l’attenzione si concentra sul legame tra due massimo tre personaggi) Encanto è un arazzo dove ogni personaggio risulta necessario senza essere indispensabile: tutti i membri della famiglia Madrigal hanno una loro caratterizzazione che riesce ad emergere a prescindere dal tempo che trascorrono in scena.

A capo della famiglia Madrigal c’è Alma Abuela” (= nonna) Madrigal: una donna spigolosa come il suo profilo. Abuela non è esattamente la nonna che passa le caramelle ai nipoti all’insaputa dei genitori, al contrario è una donna con un forte senso del dovere, che preferisce le certezze alle sorprese e che riversa sul resto della sua famiglia quel che traborda delle altissime aspettative che ha, prima di tutto, verso se stessa.
Controcanto di Abuela è Mirabel: un’adolscente come tutte le altre, letteralmente dal momento che non ha poteri magici, che sprizza energia e creatività da ogni poro e che vuole dimostrare alla nonna, prima che a se stessa, che anche senza talenti anche lei è capace di fare qualcosa di bello e di buono per gli altri. Empatizzare con Mirabel è naturale per via della sua caratterizzazione umana: da “vera” adolescente; a differenza dei protagonisti a cui non solo la Disney ci ha abituato, e che abbondano per esempio nella letteratura per i giovani adulti, Mirabel non ha bisogno di affrontare pericoli e avventure, e l’unica sfida che affronta (con successo a differenza di altri personaggi adulti del lungometraggio) è quella che la porta a scoprire, comprendere ed amare ciò che si nasconde dietro alle apparenze dei suoi familiari: cominciando dalle sorelle per finire con Abuela stessa.
Trattandosi di un film Disney, introdotti questi due personaggi, dagli altri non ci si aspetta che qualche comparsata occasionale giusto per creare qualche pretesto o riempire i buchi di trama, e invece no: anche i personaggi secondari di Encanto hanno una dignità.
Accanto a Mirabel troviamo la sua famiglia: Julieta, la madre, che guarisce con il cibo e funge un po’ da “grillo parlante” per il resto della famiglia cercando di mediare, essere la voce della coscienza e l’interprete dei bisogni dei suoi familiari, il padre Augustin (unico altro “normale” insieme al cognato Felix), e le sorelle maggiori Isabela e Luisa.
Isabela è, almeno all’apparenza, la principessa Disney per eccellenza: tutta rosa e fiori (letteralmente dato che il suo vestito è rosa e il suo potere è quello di far sbocciare ogni pianta e fiore), aggraziata e bellissima; è la pupilla di Abuela che spera di poterla presto accasare con un giovane della città di Encanto per garantire alla famiglia una nuova generazione di talenti (cosa che io ho trovato un po’ cringe). Dietro la sua vita apparentemente perfetta, tuttavia, anche Isabela è infelice e si sente prigioniera tanto dei progetti della famiglia su di lei, quanto del suo stesso potere che l’ha ufficialmente consacrata come la “perfettina” di casa essendo, oltretutto, uno dei talenti più vistosi della famiglia.
Luisa, invece, è la sorella di mezzo e ha la forza di Ercole, Maciste e Sansone messi insieme. All’apparenza instancabile e invincibile, anche Luisa ha, come Mirabel scoprirà, delle debolezze che ha soffocato per non deludere le aspettative che la famiglia ha su di lei.
A chiudere il cerchio di questa prima carrellata di Madrigal ci pensa Augustin Madrigal, il padre delle tre ragazze, che, essendo a sua volta un “senzapoteri” come la figlia più piccola è sempre pronto a darle il suo sostegno e a proteggerla da chiunque provi a farle pesare la sua diversità.
Dall’altra parte troviamo Pepa Madrigal (sorella di Julieta e di Bruno) la più emotiva della famiglia al punto da riuscire ad influenzare il meteo con il suo stato d’animo. A differenza di Julieta e Bruno, Pepa replica all’intransigenza della madre con la propria emotività riuscendo, così, a scansare o almeno alleggerire il carico delle aspettative su di lei. Al suo fianco troviamo il marito Felix di nome e di fatto: Felix è un “senzapoteri”, ma non si lascia impensierire da questo impegnato com’è ad essere, in ogni situazione, l’anima della festa.
I figli di Pepa e Felix sono, in ordine, Dolores, Camillio e Antonio. Dolores è la tipica persona che non si sente, non si vede, ma sa comunque sempre tutto sulla famiglia: compito facile quando si ha il superudito come talento, tuttavia Dolores non utilizza questo suo dono per spettegolare o civettare, è anzi molto timida e riservata e condivide solo le informazioni che ritiene possano tornare utili anche al resto della famiglia (spesso non pensando alle conseguenze che queste potrebbero avere).
Camillo è forse il meno abbozzato dei membri della famiglia Madrigal: il suo potere è quello di cambiare forma e assumere le sembianze di chi ha visto almeno una volta di persona. Come il padre sembra essere sempre allegro e pronto allo scherzo e forse per questo, essendo già presente un gallo nel pollaio Madrigal, rischia di passare quasi innoservato.
Antonio è il più piccolo dei Madrigal e, come un principino Disney, ha il dono di parlare con gli animali sfruttando queste sue capacità comunicative per svelare i piani dai quali gli adulti vorrebbero tenerlo fuori. Inizialmente Antonio risente molto delle aspettative da parte del resto della famiglia, la sua cerimonia del talento (un evento a cui partecipa tutto il paese, giusto per non mettere altre pressioni, durante il quale i Madrigal ricevono il loro potere) è la prima dopo quella di Mirabel andata a rotoli e, per questo, tutti guardano a lui come ad una cartina torna sole per sapere se il miracolo è ancora “funzionante”. Antonio è tanto timido ed insicuro con le persone (ad eccezione di Mirabel), quanto spigliato con gli animali: siano essi innocue scimmiette, un feroce leopardo o un serpente.
Non si nomina Bruno! E invece sì, spendiamo due parole anche per Bruno (nome contro cui tanto la Disney quanto la Pixar sembrano accanirsi volentieri). Bruno è il “gemello di mezzo” (se così si può dire) tra Julieta e Pepa e il suo dono è prevedere il futuro. Timido ed introverso, viene spesso frainteso e bistrattato al punto da essere temuto e odiato da tutti che lo considerano un uccello del malaugurio.

Rispetto a Frozen, ultimo film Disney incentrato sulla famiglia e sui rapporti tra i vari membri, Encanto offre allo spettatore una rosa di personaggi per i quali simpatizzare e con i quali immedesimarsi; questa varietà non è un mero espediente per guadagnare pubblico, ma permette al film di trattare tematiche che raramente riescono ad essere sviluppate adeguatamente in un film per bambini.
Se già in Frozen il personaggio di Elsa aveva introdotto l’archetipo di persona insicura e prigioniera del suo ruolo (e del proprio potere), Encanto approfondisce la tematica scendendo ancor più nel dettaglio e svelando quei meccanismi che, spesso inconsapevolemente e senza cattiveria, si instaurano nelle famiglie normali. Luisa rappresenta la figlia (solitamente la maggiore) iper responsabilizzata, che va avanti come un treno senza fermarsi davanti a niente e nessuno per risultare sempre degna della fiducia dei propri cari. Isabela è la pupilla della famiglia quella che, per intenderci, ai pranzi di natale risponde “bene” alla domanda “e il fidanzatino?”, che prende voti altissimi in tutte le materie (se solo non fosse per quel 9 in educazione fisica che le rovina la media!), è brava coi bambini, fa volontariato nel gattile locale ed è stata scelta per rappresentare la scuola ai campionati regionali di nonsisabenecosa. Dietro la sua perfezione, tuttavia, si nasconde (come spesso accade per i/le “ragazz* prodigio” ) una persona costretta a sacrificare tanto per non deludere mai nessuno e che, nel fiore degli anni, comincia a sentire il peso della propria abnegazione.

La varietà e la cura dei personaggi non è l’unico elemento a rendere Encanto un capolavoro dell’animazione.
Rispetto a Raya e l’ultimo drago e i due capitoli di Frozen, graficamente parlando Encanto risulta più maturo e gradevole da guardare. Rispetto ad altri film Disney, le location sono minori e gran parte delle scene si svolgono tra le strade di Encanto o in casa Madrigal; in un primo momento questa povertà di scene può sembrare il frutto di una scelta “al risparmio”, ma (ri)guardando il film è possibile accorgersi di tanti particolari che, probabilmente, non sarebbero stati altrettanto curati avendo da gestire più scenari. Anche la cura dei personaggi è davvero impeccabile; i rami della famiglia Madrigal sono infatti caratterizzati da palette diverse: bluastro/viola per la famiglia di Julieta (con Augustin, Isabela, Luisa e Mirabel), arancione/giallo per quella di Pepa (con Felix, Dolore, Camillo e Antonio), verde per Bruno e viola/magenta per Abuela. Queste distinzioni cromatiche sono necessarie nel momento in cui si hanno tanti personaggi, per lo più imparentati tra loro, in scena, ma non è questo il solo indizio che testimonia la cura messa dalla produzione nella realizzazione dei personaggi. Ogni personaggio ha, infatti, un abbigliamento con dettagli che richiamano il suo potere: l’abito di Isabel è ricoperto di balze e di fiori, quello di Luisa ha un motivo che ricorda dei bilanceri, mentre Mirabel ha un abito con una fantasia estrosa e molto colorata; Dolores ha un decoro simile a delle onde sonore che le fregia il colletto della camiciola, Camillo un poncho con dei camaleonti e Antonio un gilet con diversi animali ricamati sopra. Anche Julieta e Pepa hanno, rispettivamente, un grembiale con diverse varietà di fiori ed erbe medicamentose ricamate sopra e un lungo vestito con un motivo a gocce di pioggia coronato da un ampio colletto che sembra un po’ una nuvola un po’ un sole splendente.

Tuttavia, ciò che davvero colpisce, e conquista, di Encanto è la colonna sonora creata da Lin-Manuel Miranda: compositore del musical Hamilton oltre che delle musiche di Oceania (tit. originale Moana), de Il ritorno di Mary Poppins e voce, in lingua originale, della scimmietta Vivo nell’omonimo lungometraggio.
La colonna sonora di Encanto è un mix di suggestioni latinoamericane che fa venire voglia di mettersi a ballare e cantare. A differenza di altri film Disney, dove solo una o due canzoni riescono a “bucare lo schermo” e ad entrare in testa allo spettatore fino a diventare un tormentone (vi ricordate Let it go? ci siamo capiti); le canzoni di Encanto sono, dalla prima all’ultima, non solo orecchiabili ma coinvolgenti per via del mix ben calibrato tra musica, ritmo e testo che, anche nelle versioni tradotte, non perde il proprio potere. Anche l’animazione ha un ruolo importantissimo: abbandonate le coreografie improbabili e impossibili da realizzare senza un oceano senziente o vagonate di ghiaccio manco fossimo alle olimpiadi invernali; il film propone, per tutte le canzoni, dei balletti facilmente replicabili che sembrano essere stati “ricalcati” da un musical per via della loro coerenza con il brano a cui sono accoppiati (una vera chicca sono le prove fatte da ballerini professionisti per aiutare i disegnatori a creare le animazioni).

Per noi il film, nonostante non sia del tutto privo di nei, ha soddisfatto le aspettative che i vari trailer avevano alimentato. Voi cosa ne pensate? Lo avete visto?

*Jo


I Viceré

.: SINOSSI :.

I Viceré è il romanzo più celebre di Federico De Roberto, ambientato sullo sfondo delle vicende del risorgimento meridionale, qui narrate attraverso la storia di una nobile famiglia catanese, quella degli Uzeda di Francalanza, discendente da antichi Viceré spagnoli della Sicilia ai tempi di Carlo V.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Memore della brutta esperienza di lettura maturata durante il liceo con I Malavoglia, mi sono accostata a I Viceré con la cautela con cui si approccia una materia nuova ed affascinante ma non del tutto innocua.
Superata la difficoltà iniziale per un italiano sì comprensibile ma ricco di arcaismi che suonano strani se non addirittura buffi ad orecchie e occhi poco avvezzi, il libro mi ha assorbita trascinandomi senza chiedere il permesso di un mondo lontano animato da situazioni e personaggi che colpiscono per la loro modernità o, semplicemente, per quella capacità (che è rivelatrice del vero talento dell’autore) di riempire le pagine non di comparse, ma di archetipi e situazioni che risultano familiari tanto ai lettori dell’epoca quanto a quelli contemporanei.

Chi sono, dunque, questi Viceré? I Viceré siamo noi: mia madre, il mio migliore amico e la mia collega, l’anima gentile che legge queste righe, sono io ed è qualsiasi uomo.
Questa famiglia, gretta e a tratti meschina, sempre in vena di zuffe e baruffe e che sembra campare di liti e dispetti tra parenti non è tanto diversa da molte altre famiglie che, magari per questioni meno prestigiose, trovano sempre un pretesto per creare scompiglio o una ragione per impicciarsi degli affari altrui.
I Viceré siamo noi che, al cambiare di un’epoca, cambiamo casacca ed opinioni salvo poi manifestare, in privato, la fedeltà più cieca a idee considerate dai più superate se non addirittura spregevoli.
I Viceré è una versione, romanzata ed “umana”, de L’origine delle specie di Darwin. Se l’opera darwiniana descrive, in sunto, come nel corso dei secoli la capacità di evolversi e mutare abbia garantito la sopravvivenza di determinate specie a scapito di altre, I Viceré racconta le acrobazie compiute da una famiglia per riuscire, nel corso dei secoli a mantenere invariato il proprio prestigio.

In poco più di 600 pagine, De Roberto trascina il lettore in un carosello di nomi e situazioni in cui, in un primo momento, è quasi impossibile orientarsi (io sono riuscita a comprendere il complicato ricamo di nomi, titoli, epiteti e soprannomi grazie a questo albero genealogico trovato su Wikipedia). Dalla prima all’ultima pagina il testo assomiglia, più che a un romanzo in senso stretto, ad un lungo monologo: una carrellata di istantanee che raccontano le vicende dei diversi personaggi riuscendo, nonostante la moltitudine di vicende e la complessità dell’intreccio, a dare ad ognuno di essi il proprio spazio sicché, quand’anche alcuni sembrino sparire per qualche capitolo, al loro ritorno il lettore non ha dimenticato i loro trascorsi.
Fedele a questa forma da “monologo lungo”, De Roberto non si perde in lunghe descrizioni, a meno che non siano necessarie, e lascia al lettore la libertà di immaginare lo sfarzo dei palazzi e delle stanze in cui si muovono i membri della famiglia Uzeda e il loro famigli.
I personaggi, invece, si possono dividere in due gruppi: coloro che mutano al mutare dei tempi e coloro che, al contrario, restano aggrappati alle loro convinzioni incapaci, o risoluti, a non lasciarsi abbindolare da nuove ed incerte prospettive.
La caratterizzazione dei singoli personaggi prescinde dunque da questa divisione: Consalvo, protagonista dell’ultima parte del romanzo, come lo zio Gaspare, protagonista della seconda parte, sono personaggi camaleontici che riescono a sfruttare i loro privilegi per riuscire ad accattivarsi il favore delle folle al fine di raggiungere il più velocemente possibile i propri obiettivi.
Il tratto distintivo degli altri personaggi è, al contrario, un’ostinazione quasi ammirevole che, tuttavia, il più delle volte sfocia in piccole manie che sembrano suggerire al lettore quanto insano e, alla lunga controproducente, sia l’attaccamento eccessivo a determinate opinioni, valori, etc… .
Una menzione va fatta per Teresina (sorella minore di Consalvo): questo personaggio viene introdotto fin dai primi capitoli e descritto come un’anima docile che sembra vivere e muoversi in punta di piedi per non dare fastidio al prossimo. Questo personaggio, mi ha molto colpito per la sua caratterizzazione che sfiora la non-caratterizzazione. Teresina non ha volontà propria e, le rare volte in cui sembra voler esprimere un proprio desiderio, tace ed accetta con uno stoicismo (quasi invidiabile) le conseguenze delle sue non scelte e delle decisioni che altri prendono sulla sua vita.
In un momento in cui la letteratura propone, come personaggi femminili forti donne, amazzoni pronte ad impugnare le armi e a costruire barricate per proteggere i propri diritti e i propri sogni; De Roberto presenta un personaggio femminile talmente “debole”, quasi insignificante, da risaltare tra gli altri per la propria capacità di conservare, anche in situazioni tutt’altro che facili come il matrimonio combinato e la rinuncia al proprio vero amore, una dignità ed una fermezza che iscrivono a pieni voti Teresina nella lista dei personaggi femminili forti.
Si badi bene che questa iscrizione non vuole essere una critica ad altri personaggi della letteratura (contemporanea e non) né vuole esprimere un giudizio su quelle donne che si battono con le unghie e con i denti per veder riconosciuti i propri diritti. Tuttavia, considerato il periodo storico in cui il libro è stato scritto e presi in considerazione l’atmosfera che permea il romanzo e la caratterizzazione degli altri personaggi femminili (per lo più descritte come arpie disposte a tutto pur di mettere le mani su più potere, più denaro e più prestigio), è stato per me impossibile non soffermarmi un attimo di più a riflettere su questo personaggio.

Il mio voto è 10+/10. Ho amato, letteralmente, tutto di questo romanzo la cui lettura mi ha rapito come non succedeva da tempo al punto che le 600 pagine mi sono sembrate molte di meno e sono scivolate tra le mie dita fin troppo velocemente.
Sicuramente, rispetto ad altri classici, I Viceré può incutere un certo timore e per la lingua e per la lunghezza: il mio consiglio, per chi si volesse cimentare con questa lettura, è di porsi degli obbiettivi giornalieri di lettura in modo che, dividendo il romanzo in tappe (30, 50 o 100 pagine al giorno p.e.), il numero complessivo delle pagine sembri meno spaventoso e si possa comunque fare l’abitudine ad un italiano arcaico senza rischiare di sedersi a tavola con i propri familiari dando del “voi” e dell'”eccellenza” ai propri genitori.

*Jo

P.S. Da ultimo, ma non meno importante, questa lettura mi ha ulteriormente convinta sulla necessità nelle scuole di tarare le letture proposte sulle effettive capacità degli studenti. Sono stati molti i libri che, costretta a leggere durante gli anni delle medie e del liceo, mi hanno portato a rigettare determinati generi ed autori (I Malavoglia sopracitati sono solo un esempio). Fermo restando l’importanza che autori come Verga, Svevo e Pirandello (per citarne alcuni italiani) hanno per nella storia della letteratura italiana, sono sempre più convinta che l’approccio ai loro testi debba essere fatto con una cautela ed una pazienza che spesso manca rispolverando, perché no, quell’esercizio ormai abbandonato (soprattutto alle superiori) della lettura in classe.

Luca ~ Streaming and Pajamas

.: TRAMA :.
Ambientato in una località costiera della riviera italiana, Luca, di Disney e Pixar, è la storia di formazione di un ragazzino che vive un’estate indimenticabile tra gelati, pasta e lunghissimi giri in Vespa. Luca condivide le sue avventure col suo nuovo amico Alberto, ma il divertimento è minacciato da un segreto ben custodito: i due sono due mostri marini provenienti da un mondo sottomarino.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Quando si sente parlare di produzioni americane ambientate in Italia, il rischio di trovarsi davanti all’ennesima carrellata di stereotipi è alto (nessuno ha ancora perdonato la Disney per il piatto di spaghetti con le polpette come piatto tipico della nostra tradizione culinaria), grazie al cielo ciò non succede e il risultato è una cartolina italiana che emoziona e commuove per le sfumature che riesce ad intrappolare in questa favola estiva al sapore di mare e di pesto alla genovese (lodevole che, per una volta, l’Italia non venga ritratta unicamente come il paese del calcio, ma si presentino sport altrettanto importanti come il ciclismo e il nuoto). Rispetto a Soul (2020), Luca sembra fare qualche passo indietro e rientrare in quella che si può considerare la comfort zone dei film Disney Pixar, ma bastano pochi minuti per ricredersi.

Luca centra il cuore dell’Italia stessa: di un paese legato a doppio filo con i tre mari che lo abbracciano e che, da questo mare, si lascia ispirare plasmando il carattere di un popolo che sa essere mite e burrascoso, agitato o calmo, accogliente ma anche, purtroppo, a volte ostile.
Dal Golfo di Trieste allo stretto di Messina, dalle meravigliose Cinque Terre alla Riviera Romagnola, il folklore italiano è costellato di storie e leggende legate al mare e alle sue creature: di cui Cola Pesce (figura mitologica dell’immaginario collettivo meridionale) e gli “epici” Scilla e Cariddi sono solo gli esempi più celebri. Questo è il contesto culturale da cui Luca attinge e il risultato è una storia che procede a gonfie vele senza dover ricorrere a pretesti per mandare avanti la narrazione.
La trama è un carosello di istantanee che trasudano verismo, poesia e fantasia: le avventure in riva al mare, la vita movimentata e allo stesso tempo sempre uguale di un piccolo borgo, i giochi, le gare e le piccole grandi conquiste che caratterizzano il periodo delle vacanze estive.
L’utilizzo del colore, un autentico “attore non protagonista”, riesce a dare spessore tanto al mondo della superficie (caratterizzato soprattutto da colori caldi) quanto a quello marino (dove, ovviamente, prevalgono le sfumature del blu e del verde): su questo palcoscenico si muovono personaggi che, nella loro semplicità, commuovono e stupiscono per la loro caratterizzazione essenziale, ma non per questo scarna.
Ciò che davvero conquista di Luca (il protagonista) e dei suoi compagni di avventura è la loro autenticità: ispirati dai compagni d’infanzia del regista, Enrico Casarosa, i personaggi riescono abilmente a scansare lo stereotipo e, grazie ad un umorismo genuino, non scadono mai nel macchiettisco.

Tra richiami cromatici (in più di una sequenza si può notare il tricolore italiano ricomposto con oggetti diversi) ed elementi scenografici, il film presenta diverse citazioni a capolavori del cinema: le prime sequenze, in cui Luca “scopre” il mondo degli umani e riceve dai genitori il divieto categorico di entare in contatto con loro, ricordano in parte La Sirenetta in parte Alla ricerca di Nemo, per non parlare dell’autocitazione fatta dal regista che dà al personaggio di Massimo Marcovaldo fattezze simili a quelle di uno dei protagonisti del corto La Luna (2011); mentre in altre scene si vedono le locandine dei film Vacanze Romane e La strada. La colonna sonora si avvale di composizioni originali e brani cult della tradizione musicale italiana: Il gatto e la volpe di Bennato, Un bacio a mezzanotte del Quartetto Cetra, Fatti mandare dalla mamma a prendere il latte di Morandi sono solo alcune delle celebri canzoni che si possono ascoltare; mentre la colonna sonora originale crea un accompagnamento suggestivo ma non memorabile che, tuttavia, ben si sposa con la sceneggiatura riempiendo i vuoti di dialogo con accordi delicati come una brezza di mare.
Non mancano, da ultime ma non meno importanti, i riferimenti (più o meno voluti) alla letteratura: le atmosfere ricordano il romanzo di Astrid Lindgren Vacanze all’isola dei gabbiani, mentre il rapporto tra i tre protagonisti, Luca, Alberto e Giulia, ricorda vagamente quello tra Pinocchio, Lucignolo e un mix tra la Fata Turchina e il Grillo Parlante.

Come confermato dal regista il film ha diversi livelli di lettura e si presta a più di un’interpretazione. Tema centrale è la diversità che, in un lungometraggio di appena un’ora e quaranta, riesce ad essere declinata in sfumature diverse e tutte molto convincenti.
I “mostri marini” che vengono dal mare possono essere intesi come gli stranieri o gli immigrati che, ad alcuni, fanno “molto disgusto e orrore” come dice uno dei personaggi riferendosi ai mostri marini. Ciò che davvero dà forza a questo film è la capacità di parlare ad ognuno in maniera differente permettendo allo spettatore di proiettare la propria “diversità” sui protagonisti per esorcizzarla con loro vincendo la paura di non essere accettati. C’è anche chi ha visto, nella necessità dei due protagonisti di nascondere la loro vera natura, un richiamo alle tematiche LGBTQ+ ma, personalmente, questa interpretazione mi sembra molto forzata: Luca racconta storie di amicizia, lealtà, coraggio e riscatto; descrive, con delicatezza, la capacità dei bambini di creare legami profondi con chi, fino a pochi minuti prima, era uno sconosciuto e di riuscire, con queste nuove amicizie, ad inseguire i propri sogni.
Fanalino di coda di una produzione cinematografica concepita in tempo di pandemia, Luca sembra gettare un ponte verso il domani e riporta al centro quei valori che, per colpa delle restrizioni anti-covid, sono stati messi da parte in questi mesi.
L’amicizia: unica vera arma contro l’isolamento a cui i lockdown ci avevano condannati è il valore cardine di tutta la vicenda e non si traduce solo in un classico “volersi bene a prescindere da ogni cosa”, ma principalmente in un venirsi incontro strappandosi vicendevolmente dalla condizione di solitudine in cui si rischia di cadere quando ogni altra certezza vacilla. Luca, prima di conoscere Alberto e Giulia, è “ostaggio” della sua timidezza; Alberto, prima di incontrare Luca e Giulia, vive da solo su un’isola abbandonato dal padre; infine Giulia che, facendo amicizia con Luca e Alberto, trova due amici e si libera dalla sensazione di essere una straniera nella sua stessa città.
L’istruzione: Luca e Giulia sono due bambini curiosi e amanti dei libri e, cosa insolita per un film estivo, Luca sente crescere il desiderio di allargare i propri orizzonti e di andare a scuola; inizialmente questo cambio di programma non viene preso bene da Alberto, il “Lucignolo” della situazione, ma anche lui finisce per apprezzare la curiosità dell’amico e a comprendere il motivo per cui vuole studiare. L’abbandono scolastico, durante i mesi di pandemia, ha, purtroppo, registrato record negativi causando un’emergenza educativa. Luca cerca di sensibilizzare sull’importanza dell’istruzione presentando due personaggi in antitesi tra di loro: Giulia conosce il mondo e i suoi pericoli grazie ai libri e alla scuola, Alberto, al contrario, si crede un uomo di mondo ma, in realtà, non sa un gran che e finisce spesso vittima della sua ignoranza salvo poi “imparare la lezione” e capire l’importanza dell’istruzione,

Il film, a mio giudizio, merita un 10+/10.
A differenza di altri film per cui “una volta basta e avanza”, Luca è un film che si rivede molto volentieri e di cui è bello osservare le diverse sfumature proprio come si farebbe da un belvedere affacciato sul mare. Nonostante sia dichiaratamente ambientato in Liguria, per il doppiaggio non sono stati scelti attori con un accento particolare il che, se da una parte può sembrare una mancanza di attenzione alla varietà linguistica e dialettale del nostro paese, dall’altra riesce a dare “universalità” alla storia che, scevra dei riferimenti geografici sopracitati, potrebbe essere ugualmente ambientata in Campania, Abruzzo o Friuli Venezia Giulia senza perdere di credibilità.

*Jo


Dante al cinema ~ Streaming and Pajamas

Il Dantedì si avvicina e, per tale occasione, abbiamo pensato di suggervi due film che, per tematiche ed ambientazioni, si rifanno all’immaginario dantesto e alla sua opera più famosa: la Divina Commedia.

INFERNO (2016)

.: Trama :.
Il professor Robert Langdon si sveglia in un ospedale di Firenze con una ferita d’arma da fuoco alle testa e nessun ricordo di quanto accaduto, se non allucinazioni orribili che parlano di un pericolo incombente e che sembrano provenire direttamente dall’Inferno così come narrato da Dante Alighieri.

.: Il nostro giudizio :.
Tratto dal romanzo di Dan Brown Inferno (2013), il film si riassume in una rocambolesca corsa da Firenze a Costantinopoli con una tappa intermedia a Venezia (lo stesso percorso di Ezio Auditore nella trilogia di Assassin’s Creed: coincidenze? Io non credo) per cercare di impedire lo scoppio di una pestilenza che decimerebbe l’umanità.
Con una pandemia in corso Inferno non è esattamente il film adatto per passare una serata in tranquillità, ma anche senza il Coronavirus in circolazione il lungometraggio di Ron Howard risulta essere una cozzaglia di elementi che niente hanno a che spartire né con la Divina Commedia né con Dante, la storia e la cultura italiana, né tantomeno con i principi base della demografia.
Come per i capitoli precedenti Il codice Da Vinci e Angeli e Demoni, Brown (produttore esecutivo del film) gioca a fare il professore di storia farcendo il romanzo e di informazioni infondate o che fanno sorridere per la loro ingenuità.
Per noi il film risica la sufficienza 5-6/10: Firenze, Venezia e Istanbul offrono una cornice mozzafiato e la colonna sonora di Hans Zimmer è meravigliosa; ma non bastano a salvare una pellicola che sembra uno spin off, o un lontano parente, de National Treasure ( Il mistero dei templari in italiano ndr).

AL DI LÀ DEI SOGNI

.: Trama :.
L’amore che unisce Chris e sua moglie, la pittrice Annie è infinito: nulla, neanche l’aldilà può separarli. Chris muore in un incidente e raggiunge un paradiso che la sua fantasia ha ambientato in uno dei meravigliosi dipinti di Annie. Non potendo immaginare di vivere senza sua moglie, per raggiungerla si avventura in un fantasmagorico e coloratissimo viaggio guidato da un angelo molto particolare.

.: Il nostro giudizio :.
What Dreams May Come ( Al di là dei sogni in italiano ndr) è un inno e mescola con grazia e crudeltà elementi tra di loro agli antipodi ricordando che non ci può essere vita senza morte, né dolore senza speranza o coraggio senza amore
Il film, del 1998, è tratto dall’omonimo romanzo dello scrittore statuintense Richard Matheson e fin dai primi minuti colpisce per il forte impatto visivo e per l’utilizzo dei colori che concorrono sapientemente, ma allo stesso tempo discretamente, alla narrazione divenendo a loro volta protagonisti.
Tutti i temi del film, infatti, sono uniti da questo filo rosso che corre, come una pennellata, con continui riferimenti all’arte: sia quella impressionista che ispira alcune location o i quadri dipinti da Annie ( la “moglie” di Robin Williams).
La trama del film e le ambientazioni rievocano con forza le suggestioni e le tematiche presenti nella Divina Commedia: come Dante, il protagonista compie un viaggio “a ritroso” nell’aldilà scendendo dal Paradiso all’Inferno dove l’ispirazione dantesca si fa più evidente.
Il film è tutt’altro che leggero e, se non approcciato con la giusta disposizione d’animo, può risultare impegnativo se non addirittura indigesto, per noi merita un 8.5/10.

*Jo

Raya e l’ultimo drago ~ Streaming and Pajamas

.: TRAMA :.
Raya e l’Ultimo Drago viaggia nel fantastico mondo di Kumandra, dove molto tempo fa umani e draghi vivevano insieme in armonia. Ma quando una forza malvagia ha minacciato la loro terra, i draghi si sono sacrificati per salvare l’umanità. Ora, 500 anni dopo, quella stessa forza malvagia è tornata e Raya, una guerriera solitaria, avrà il compito di trovare l’ultimo leggendario drago per riunire il suo popolo diviso. Durante il suo viaggio, imparerà che non basta un drago per salvare il mondo, ci vorrà anche fiducia e lavoro di squadra.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Chi, come la sottoscritta, è cresciuta a pane e film d’animazione Disney (l’animazione tradizionale pre Pixar per intenderci) si è ormai rassegnato a protagonisti in CGI e ad ambientazioni tanto realistiche quanto prive di quei dettagli che hanno reso iconiche location come la foresta di Pocahontas o la Rupe dei Re de Il Re Leone; fatta questa doverosa premesse torniamo a Raya e l’ultimo drago: il 59° classico Disney.
Esattamente come Frozen il regno di ghiaccio, Raya e l’ultimo drago pecca di diverse ingenuità e si avvale di più di un pretesto di trama per mandare avanti una narrazione che, per quanto interessante, risulta alla lunga ripetitiva e anche un po’ noiosa: più simile ad una quest di D&D che non ad un intreccio vero e proprio.
Dal punto di vista grafico il film è impeccabile e soprattutto le ambientazioni, minuziose nei dettagli quanto nella resa generale, risultano realistiche e ricreano alla perfezione le suggestioni e le atmosfere del continente asiatico: per esempio alcuni frame ricordano, almeno adl’impatto visivo, il famoso Esercito di Terracotta di Xi’an.
Come per Moana (Oceania nella versione italiana) sono evidenti lo studio antropologico e il lavoro fatto per cercare di creare un continente che, seppur inventato, risulti culturalmente, cromaticamente e geograficamente coerente con la cornice orientale in cui è iscritto. Nel complesso l’accostamento degli elementi è non solo lodevole, ma anche convincente e dà a Kumandra un background culturale che, purtroppo, non viene sfruttato al 100% e sembra ridursi allo stereotipo Asia= draghi e arti marziali.
La stessa Kumandra è mal descritta e, nonostante la cartina che la protagonista porta sempre con sé, è impossibile stabilire se si tratti di un continente, di una regione o di un mondo sorto intorno ad un unico lago/mare a forma di drago. Un vero peccato considerato che, di per sé, il worldbuilding è non solo ben fatto, ma anche ben sortito ed armonico nonostante la varietà di culture che lo ha ispirato.
La trama, come già accennato, è piuttosto ripetitiva e sembra tentennare tra la voglia di tentare qualcosa di più maturo e complesso e la necessità di non lasciare indietro il giovane pubblico a cui il film è destinato.

Già da tempo la Disney ha abbandonato le principesse in attesa di “un uomo possente” (cit.) che risolva i loro problemi e Raya e l’ultimo drago non fa eccezione. Fin dai primi minuti del film facciamo la consocenza, oltre che delle principesse Raya e Namaari, di Virana (capo della nazione di Zanna) e del capo di Coda; a cui, nel corso della narrazione, si aggiungeranno Sisu, la piccola Noi e il generale Atitaya di Zanna. Ridurre questa platea di personaggi femmili ad un inno all’ormai abusta GirlPower è sbagliato e non rende giustizia né al film né alle culture a cui esso si ispira. Contrariamente a quanto si pensi, infatti, l’immaginario di molti paesi asiatici affonda le radici in un folklore ricco di personaggi femminili che spesso ricoprono cariche civili e/o militari (basti pensare alla divinità indù Durga, alla più famosa Hua Mulan o all’altrettanto celebre e contemporanea Aung San Suu Kyi recentemente tornata sotto i riflettori della politica internazionale dopo il golpe in Birmania).
In tempo di pandemia e crescente diffidenza, la Disney distribuisce un lungometraggio che cerca di lenire e stemperare il clima di sfiducia alimentato dal Covid-19 e dalle norme di distanziamento sociale adottate dai paesi per contenere il contagio.
Kumandra è, in vero, un allegoria del nostro tempo: un mondo stravolto dai cambiamenti climatici dove si lotta per accaparrarsi le risorse naturali come l’acqua e la terra, perennemente minacciato da calamità e mostri in agguato e pronti a colpire senza alcun preavviso.
La dicotomia tra fiducia e diffidenza è il leit motiv del film e riesce a disegnare una parabola interessante e coerente con il periodo storico che stiamo attraversando senza scadere nel banale o nel didascalico. Al contrario, la morale del film si può riassumere in: la fiducia nel prossimo è una condizione sine qua non se si vuole cambiare il mondo per il meglio.
La mancata caratterizzazione dei personaggi è un’altra nota dolente del film e tale mancanza è difficile da giustificare dal momento che l’intera vicenda ruota, sostanzialmente, intorno a cinque personaggi. La sensazione è quella di avere a che fare con delle sagome: personaggi per cui non si deve provare chissà quale simpatia e pensati in funzione del secondo, altrettanto valido, insegnamento del film: solo perché una persona non è d’accordo con te non significa che sia cattiva o meno volenterosa di migliorare il mondo.
Da ultima, ma non meno importante, vi è la questione ambientale che, già toccata in Frozen il segreto di Arendelle, è qui approfondita mostrando senza troppe censure gli effetti negativi di una malagestione delle risorse naturali.
Sisu, l’ultimo drago, è un drago acquatico e l’acqua è l’unico elemento in grado di respingere i Druun (esseri opposti ai draghi che trasformano in statua chiunque si trovi sul loro cammino). Con la scomparsa graduale dei draghi si assiste al decadimento di Kumandra che culmina con la scomparsa della preziosa acqua. Se in Frozen il segreto di Arendelle la produzione si era concentrata sull’ambivalenza degli elementi (forze della natura incontrollate o alleati in grado di portare vita), in Raya e l’ultimo drago la Disney calca la mano sul futuro che ci aspetta se continueremo a sfruttare irresponsabilmente il pianeta accaparrando risorse a favore di pochi e a scapito di molti.
In conclusione, Raya e l’ultimo drago si aggiudica 8+/10: pur non essendo particolarmente impegnativo, il film è ben fatto e le atmosfere orientali scaldano il cuore riempiendo gli occhi di colori e suggestioni stimolanti. La colonna sonora non è particolarmente memorabile, ma si avvale comunque di un tema principale molto bello che ben rende la leggiadria dei draghi e i loro movimenti.

*Jo


Soul ~ Streaming and Pajamas

.: TRAMA :.

Joe Gardner, un insegnante di musica delle scuole medie, si sente bloccato nella vita e insoddisfatto del suo lavoro. Sogna una carriera come musicista jazz, che però non va molto a genio a sua madre, Libba. Per caso, il suo ex allievo Curly lo informa di un posto disponibile nella band della leggenda del jazz Dorothea Williams. Joe impressiona Dorothea con il suo modo di suonare il pianoforte e gli viene offerto il lavoro sul posto. Mentre Joe si avvia felicemente per prepararsi per la sua prima vera esibizione quella notte, cade in un tombino. Joe sotto forma di anima si ritrova nell’Altro Mondo. Non volendo morire prima della sua grande occasione, cerca di scappare ma finisce nell’Ante Mondo, dove i consulenti delle anime, tutti di nome Jerry, creano giovani anime per la vita sulla Terra. Joe finge di essere un istruttore che è pronto ad addestrare le anime e gli viene assegnato 22, un’anima cinica che è rimasta nell’Ante Mondo per molti anni e non vede alcun senso nel vivere sulla Terra. 22 rivela di avere un distintivo che si deve riempire se vuole andare sulla Terra e che ha bisogno di trovare la sua “scintilla” per completarlo, dicendo che lo darà a Joe in modo che possa tornare a casa.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Un film di Natale che non è un film di Natale: Soul, di Disney Pixar, alza ulteriormente l’asticella già spostata dal “fratello maggiore” Inside Out regalando agli spettatori un lungometraggio che fa riflettere, ridere, commuovere e pensare.
Quello che alla Disney è sfuggito è stato invece compreso benissimo dalla Pixar, che ha inaugurato una serie di film che, pur avvalendosi dell’animazione e di espedienti grotteschi, piacciono a quel pubblico ormai adulto cresciuto con classici come Il Re Leone, Mulan, Toy Story e tanti altri ancora.
Soul non è un film per bambini, ma è un film che i bambini dovrebbero vedere sopratutto in un momento come questo in cui siamo, nostro malgrado, quotidianamente messi davanti a realtà di morte, malattia e disagi.
Un film aconfessionale che riesce ugualmente a trasmettere un messaggio importante sensibilizzando sul valore della vita, sulla necesittà di vivere fino in fondo ogni momento e di preoccuparsi solamente di lasciare nel mondo un buon ricordo di sé.
Fulcro della vicenda sono Joe Gardner, un professore di musica e aspirante musicista Jazz, e 22, un’anima non ancora incarnata cinica e adorabilmente sagace. Nonostante le premesse non lascino ben sperare sulla possibilità di un lieto fine, la trama si sviluppa in maniera tanto rapida quanto convincente ( in alcune scene sono presenti alcune ingenuità, ma essendo un film “per bambini” è una piccolezza perdonabile): il ritmo è ben scandito e a scene lente susseguono attimi concitati quasi caotici. La psicologia dei personaggi non è particolarmente sviluppata, pur risultando tutti quanti completi e convincenti.
Joe Gardner, il coprotagonista, è un uomo di mezza età un po’ Peter Pan e leggermente egocentrico che insegue i propri sogni e che, nonostante sia un musicista, è sordo e disinteressato alle opinioni e alle esperienze di chi gli sta intorno: non esattamente l’eroe senza macchia e senza paura a cui la Disney ci ha abituato, ma una persona reale e credibile capace di creare immediatamente empatia con lo spettatore.
22, la/il protagonista, è un’anima pigra, cinica, sarcastica e dall’umorismo decisamente pungente: un personaggio che, di primo acchito, ammicca ai bambini con la sua simpatia e i suoi sketch ma che, di fatto, è il vero traino del film. Questo esserino informe è, a mio avviso, il vero protagonista della pellicola (e non solo perché il titolo del film è Soul= Anima): 22 si evolve e con il suo cambiamento innesca azioni e reazioni negli altri personaggi; il suo stupore davanti a cose “banali” come un cielo stellato o una camminata veicolano perfettamente e senza troppi orpelli il messaggio del film e sempre 22 porta sotto i riflettori, per la prima volta nella storia dell’animazione “per bambini”, la delicata tematica dei disturbi causati dall’ansia (uno stato psichico, clinicamente riconosciuto, che porta l’individuo a vivere con estremo disagio anche situazioni quotidiane) riuscendo a vincerla e a controllarla.
La musica è, in questo film forse più che in altri, una protagonista senza volto e accompagna magistralmente ogni scena regalando brani jazz superlativi e molto suggestivi.
Graficamente parlando il film è impeccabile: le location sembrano vere e la cura dei dettagli è minuziosa rendendo tutto ancora più realistico.

Il voto che mi sento di dargli è 10/10.
Ho adorato tutto di questo film e credo che la Pixar abbia fatto due volte centro: la prima con la trama, la seconda decidendo di rilasciarlo proprio in questo momento storico (scorrendo i titoli di coda, a tal proposito, comparirà una scritta che ho trovato davvero molto divertente).

*Jo

Animali Fantastici e come evocarli: i patronus più rari del mondo di Harry Potter e il loro significato

Uno degli incantesimi più complicati che vengono insegnati alla scuola di magia e stregoneria di Hogwarts è senza dubbio Expecto Patronum.
A differenza degli altri incantesimi, l’Expecto Patronum è considerato un incantesimo “soggettivo”: che si basa sui ricordi e le emozioni di chi lo lancia; una sfida ben più ardua di un semplice movimento di bacchetta e di una formula ben recitata.
Già dal terzo capitolo della saga, questo incantesimo entra, con un ruolo tutt’altro marginale, nella trama ma è solo nel quindi romanzo che viene approfondita la sua natura e i suoi usi.
Sempre ne L’Ordine della Fenice, vengono inoltre presentati i patroni corporei dei personaggi principali.
L’universo creato da J.K. Rowling è popolato da creature fantastiche appartenenti a mondi e culture differenti tra di loro e, nonostante i patronus tendano a prendere le sembianze di animali “comuni”(quasi babbani), alcuni solo maghi riescono ad evocare un patronus corporeo con le sembianze di un animale magico.
In questo articolo vi spiegheremo il significato di alcuni di questi animali fantastici: dai più comuni e famosi fino a soffermarci su alcune creature comparse in Animali fantastici e dove trovarli e I crimini di Grindelwald.

.: FENICE :.

La fenice è il Patronus e l’animale da compagnia di Albus Silente. In ogni tempo e luogo è conosciuta per la sua natura immortale e per la sua capacità di risorgere dalle proprie ceneri.
La fenice è collegata all’idea di rinnovamento e di purificazione e alle pratiche alchemiche. La fenice si distrugge e si crea da sola e, di conseguenza, non riconosce l’autorità di nessuno. Da un punto di vista spirituale la morte e la rinascita della fenice rappresentano il processo di redenzione e purificazione di un’anima e il mutamento spirituale di una persona.

.: DRAGO :.

Il drago è uno di quei patronus più rari e non ha bisogno di presentazioni.
Animale mitologico per eccellenza: il drago è una creatura ricorrente in tutte le culture e le tradizioni del mondo e può vantare una lunga serie di significati, non che una più che nutrita letteratura.
Nella cultura occidentale, esso è spesso associato al serpente e, di conseguenza, all’idea di malvagità e pericolo.
Fin dagli albori della civiltà greca, è raffigurato come il mostro da cui salvare principesse e città e la sua cattiva reputazione si consolida nel medioevo dove viene spesso utilizzato come allegoria del diavolo, del peccato e anche del paganesimo.
Al contrario, presso i popoli dell’estremo oriente, il drago rappresenta il cosmo e l’ordine universale: è un simbolo buon auspicio ed è uno dei segni dello zodiaco cinese.
Il drago è l’animale che meglio incarna l’idea di forza e di totalità, infatti egli è considerato l’unione dei quattro elementi: corpo di rettile (terra), ali (aria), fuoco e tane costruite presso grotte umidi e paludi (acqua).

.: UNICORNO :.

L’unicorno è una delle immagini più ricorrenti nei bestiari medievali e da sempre stuzzica la fantasia di scrittori e sognatori.
Il timido cavallo con il corno in mezzo alla fronte è forse una delle creature che meglio incarna il concetto di “magia” e, di fatto, è uno degli animali più usati per rappresentare la letteratura fantastica.
La sua natura timida, mite e riservata hanno fatto sì che l’unicorno venisse associato all’universo femminile, ai suoi vizi e alle sue virtù: se infatti l’unicorno è simbolo di purezza (stando alla leggenda solo le vergini possono avvicinarlo), gentilezza e saggezza, è anche vero che è anche associato alla frivolezza e alla vanità.
In senso più lato l’unicorno racchiude in sé ideali di forza, energia, libertà, indipendenza, spiritualità e nobilità, motivo per cui esso compare, insieme al leone, nello stemma reale del Regno Unito.

.: CAVALLO ALATO :.

Il cavallo alato Pegaso è uno dei cavalli più famosi e affascinanti dell’universo fantastico.
Nato, secondo la tradizione, dal sangue di Medusa: questo animale è il degno compagno di dei ed eroi.
Stando alle leggende, domare un cavallo alato è un’impresa pressoché impossibile e proprio per questo motivo Pegaso incarna, come molti dei suoi parenti equini, ideali di libertà, indipendenza ed è un simbolo apprezzato anche da chi non ama adeguarsi al conformismo: infatti la sua rappresentazione più comune, rampante e con le ali spiegate, è un chiaro invito a cercare la propria strada e a puntare in alto.

.: SALAMANDRA :.

Simbolo alchemico per eccellenza la salamandra (o salamandra di fuoco) è un animale tutt’altro che scontato sospeso fra realtà e fantasia.
Raffigurata come una grossa lucertola (o un drago senza ali), essa è presente nei bestiari e nei libri di alchimia come animale legato al fuoco, al calore e, in ultimo, alla vita e, per questo, ricorre come allegoria di Cristo.
Tuttavia, la fama della salamadra di fuoco non si ferma al medioevo e anche nella letteratura contemporanea e nelle produzioni cinematografiche essa ricorre come simbolo del fuoco: i pompieri di Fahrenheit 451 la adottano come loro emblema per via della sua capacità di resistere alle fiamme e in Frozen – Il segreto di Arendelle, la regina Elsa doma lo spirito del fuoco incarnato in una salamadra color ceruleo.
Altra dote della salamadra, forse attribuitale per via dei suoi occhi grandi e sporgenti, è quello della profezia.
Come tutti gli anfibi, la salamandra si distingue per la sua vitalità (altro tratto in comune con il fuoco) e per la sua velocità: è per questo che, tra i suoi connotati troviamo, oltre alla vita e alla luce, anche la vivacità (sia fisica che intellettuale e spirituale), l’energia, la forza e la passione.

.: THESTRAL :.

Considerato un presagio di morte e di sventura, l’opinione pubblica sul thestral e la sua reputazione sono tutt’altro che lusinghiere.
Il thestral è il patrono degli incompresi e degli anticonformisti, di coloro che non si fermano alle apparanze ma indagano cercando di cogliere la vera essenza delle cose.
Pur non potendo contare su un aspetto particolarmente accattivante, il thestral ha uno spirito docile e gentile, protettivo e devoto nei confronti di coloro che riescono a guadagnarsi la sua fiducia. Come il cavallo alato, il thestral incarna ideali di dinamismo e libertà, ma ha anche un legame stretto con l’introspezione e denota un carattere leale.

.: IPPOGRIFO&GRIFONE:.

L’ippogrifo è forse una delle creature mitologiche più antiche e affascinanti: metà cavallo, metà leone e metà aquila; esso compare nelle leggende greche e romane e, attraverso il medioevo, viene consacrato quale cavalcatura di eroi e paladini.
I bestiari medievali consacrano l’ippogrifo, e il grifone (sua variante privo di caratteristiche equine), come il re di tutti gli animali perché nato dalla fusione di un leone (il re indiscusso della foresta e della terra ferma) e dell’aquila (la signora dei cieli).
Nonostante le numerose leggende che lo riguardano, il primo a darne una descrizione accurata è Ariosto che affianca questa creatura portentosa ai suoi paladini permettendogli così di compiere imprese leggendarie e viaggi impensabili per un uomo del rinascimento.
L’ippogrifo è un animale altero e nobile e, per questo, doppiamente pericoloso: di carattere indipendente, è tuttavia disposto a farsi domare solo da chi ne è veramente degno e, per questo, è spesso considerato il destriero di eroi, cavalieri e stregoni.

.: OCCAMY :.

Presentato nel film Animali fantastici e dove trovarli, l’occamy è una delle creature più affascinanti e allo stesso tempo pericolose del mondo magico: caratteristiche che si riscontrano anche nei patronus corporei che assumono questa forma.
Creatura dai natali orientali, nonostante la sua somiglianza con il serpente piumato delle civiltà mesoamericane, l’occamy è un gigantesco bipede con corpo da serpente e volto da uccello noto agli zoologi del mondo magico per la sua capacità di adattarsi perfettamente per riempire lo spazio circostante riuscendo così a modificare le proprie dimensioni a seconda della necessità.
La caratteristica che contraddistingue l’occamy è il suo istinto materno che lo spinge ad essere molto protettivo nei confronti di quelli che considera come parte della famiglia.

*Jo

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The Areonauts ~ Streaming and Pajamas

.: TRAMA :.

Nel 1862, Amelia Wren, temeraria pilota di mongolfiere, si unisce al pionieristico meteorologo James Glaisher per far progredire gli studi sulla meteorologia e per volare più in alto di chiunque altro nella storia.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Non è una storia facile quella che Tom Harper si propone di portarci sullo schermo: è una vicenda accaduta davvero e, come tale, si porta dietro l’incredibile peso della verità.

Il film comincia in médias res, la partenza dell’enorme mongolfiera è stata preparata in tutto e per tutto, e non resta altro che aspettare il pilota: l’eccentrica Amelia Wren.
Ad accompagnarla in un viaggio che segnerà la storia dei voli con i palloni aerostatici, c’è il meteorologo James Glaisher che, come tutti i pionieri in campo scientifico, è considerato un visionario ed è ignorato da tutta la comunità.
La scrittura dei personaggi è molto buona: Amelia viene presentata come una donna di spettacolo, ma nasconde dentro di sé il coraggio di un vero pilota e non mancherà di dimostrarlo, soprattutto quando si avrà più bisogno di lei; lo schivo James, invece, imparerà le meraviglie che solo l’agire sa dare, aprendosi anima e corpo allo spettacolare mondo del volo. I personaggi cambiano, sia da soli sia insieme, mostrando allo spettatore cosa significa avere coraggio, inventiva e voglia di andare sempre avanti.

Le sequenze sul pallone sono puro spettacolo: paesaggi mozzafiato dove le nuvole la fanno da padrona, accadimenti straordinari come banchi di farfalle e fiocchi di neve sospesi nel vuoto, scene colme di dinamismo che costringono lo spettatore a restare incollato alla sedia si susseguono dando lentamente vita a una storia dal sapore fantastico e scientifico allo stesso tempo.

Il film, secondo me, si merita un bel 8/10. Una delle cose che ho apprezzato maggiormente è stata la volontà del regista di portare sullo schermo una vicenda insolita che mescola coraggio e scienza, volontà e forza d’animo. Amelia è il coraggio, James è l’intelligenza, e insieme smontano un po’ quegli stereotipi di genere che erano tanto di moda in epoca vittoriana. I due si completano senza aver bisogno di essere uniti dall’amore e sono un vero e proprio esempio per chi ha bisogno di trovare la forza per non lasciarsi scoraggiare.
Un appunto a chi, come me, ha di paura di volare: alcune scene del film possono mettere ansia.

*Volpe