La morte di Penelope

.: SINOSSI :.

La storia si svolge a Itaca, il tempo è quello del mito; ogni notte la tela, come una quinta teatrale, unisce e separa, incessantemente. Più ossessione che pazienza. Tre personaggi si muovono in questo romanzo breve e intenso di Maria Grazia Ciani: Penelope, Antinoo e Ulisse. Non ombre, ma corpi. Corpi che esitano. Penelope è rimasta, Antinoo è arrivato, Ulisse è tornato. Penelope l’ha aspettato. Ma l’attesa, più che un tempo, si è rivelata uno spazio, e lo spazio è stato occupato da Antinoo, principe e pretendente. Che cosa succede quando l’ospite si sostituisce all’atteso? Che cosa accade ai miti, a Penelope e Ulisse, e a noi? Dell’uomo Ulisse sappiamo molto, della donna Penelope – che se ne sta, impenetrabile e irraggiungibile, a guardia della fedeltà coniugale – assai meno. Eppure, quando Ulisse parte, lei non ha nemmeno vent’anni, e come tutti, a un certo punto, dovrà pure aver cercato un sorriso… Con una scrittura nitida, esatta e sensuale, riprendendo e ampliando una versione narrata da Apollodoro, Maria Grazia Ciani, grecista e traduttrice dell’Odissea, ci regala una Penelope inedita e segreta, attraverso il volto, i gesti e il desiderio di una delle figure più celebri e affascinanti della mitologia.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Il racconto di Maria Grazia Ciani è una rivisitazione degli ultimi capitoli dell’Odissea; di quando Ulisse, riapprodato ad Itaca, trova la propria terra invasa dai Proci. Se però nel mito originale Penelope ha atteso il suo sposo costruendo la propria libertà con furbizie e astuzie diventando la degna controparte di Ulisse, nel racconto della Ciani troviamo un personaggio decisamente molto meno aderente alla figura della moglie prudente, intelligente e innamorata.

Purtroppo, non credo che il racconto della Ciani sia riuscito. Non voleva “riscattare” la figura Penelope, slegandola dall’immagine di donna astuta e fedele: la Ciani voleva semplicemente raccontare una storia diversa basandosi sulle parole di Apollodoro che ipotizza Penelope abbia ceduto alle attenzioni di Antinoo. Il punto è che la presunta storia d’amore tra i due si basa, nel racconto della Ciani, sul nulla.
Per quanto io mi sforzi, non riesco proprio ad immaginare una Penelope che si innamora di un uomo senza mai parlargli ma solo guardandolo in faccia, basandosi sulla sua bellezza e la sua forza. Penelope condivide lo stesso ingegno di Ulisse ed è troppo fuori dal suo carattere lasciarsi andare a pensieri d’amore degni di un harmony: Antinoo le piace, improvvisamente e senza che questa attrazione sia in alcun modo giustificata dall’autrice, perché è bello. Penelope ed Antinoo non hanno mai scambiato neanche una parola, dettaglio che viene sottolineato più volte dall’autrice, eppure lei si scopre profondamente innamorata del capo dei bruti che le fanno la corte da dieci anni. Altrettanto inspiegabilmente, la Penelope della Ciani “salva” Antinoo dai propri giudizi morali: mentre tutti i suoi compagni sono descritti come maleducati, ubriaconi e pervertiti, Antinoo sembra il principe azzurro con “gli occhi gentili”, come lo descrive la Ciani. Poco credibile da qualsiasi punto di vista.
L’amore di Antinoo per Penelope è più comprensibile: lui si è innamorato, secondo la Ciani, proprio della Regina algida e forte che comanda Itaca dal trono del suo sposo. Si è innamorato del suo ingegno e della sua forza; si è innamorato perché lei amava ancora Ulisse. Il problema è che nei capitoli scritti dal punto di vista di Penelope tutto quello di cui Antinoo si è innamorato non esiste.

Ciò che ritengo in assoluto più grave è che la Tela di Penelope non è neanche citata: la Ciani ci dice solo che Penelope “tesseva per noia” guardando il mare aspettando Ulisse durante i primi anni e che poi ha smesso perché non era un passatempo che le dava più gioia. Non si può, soprattutto da insegnanti e traduttori di Omero, ignorare volutamente l’ingegnosa trappola con cui una donna ha fatto valere la propria opinione, la propria volontà, su un gruppo di uomini.
Anche l’inganno dell’Arco, l’arco che Penelope sapeva solo Ulisse era in grado di tendere, è ridotto a poco più di un espediente narrativo con cui Penelope cerca di diventare la sposa di Antinoo. In questa versione del mito, Ulisse vede l’amore (Amore che fondamentalmente non viene mai concretizzato perché obiettivamente è basato sul nulla) tra sua moglie ed Antinoo e sceglie di ucciderli entrambi.

Il mio voto finale, soprattutto per il modo improprio in cui certe parti del mito sono state trattate, è 4/10. Se l’autrice mi avesse presentato una storia coerente dall’inizio alla fine in cui Antinoo e Penelope si avvicinano fino ad innamorarsi, avrei potuto quasi fingere che il racconto omerico fosse riscrivibile secondo la versione di Apollodoro, anche se personalmente non mi sembra il caso di riscrivere un poema. Ma che Penelope si infatui di un uomo senza mai rivolgergli la parola e solo perché è bello, ecco questo non lo riesco proprio ad accettare.
Penelope è una figura splendida della mitologia classica. Non è solo simbolo della fedeltà coniugale, ma anche di, lealtà, ingegno e prudenza: non riesco a capire perché snaturarla in questo modo e perché ignorare volontariamente le trovate che la rendono la donna forte che è. Penelope è una figura molto interessante, direi senza problemi che è femminista nella versione di Omero: regna per vent’anni come un uomo, allatta e cresce un figlio, si occupa di un regno assediato e lo mantiene con la propria intelligenza. A che pro cambiare un personaggio già ottimo?
Anche dal punto di vista della scrittura, purtroppo, ho trovato il racconto carente. Non che sia scritto male, anzi lo stile è ottimo e si legge facilmente: il problema è essenzialmente il doppio punto di vista che spesso si riduce al racconto praticamente identico di uno stesso episodio in cui cambia però il punto di vista. A tratti, comunque, il racconto è stato emozionante: la penna della Ciani non è brutta, al contrario.
Purtroppo fatico a trovare aspetti positivi in questo racconto, perché l’ho trovato proprio mal strutturato. Al di là che ritengo sbagliato cambiare il finale di un’altra opera (cosa che purtroppo pare molto in voga ultimamente), la trama fa acqua da tutte le parti perché è troppo forzata e non si adatta ai personaggi che vuole raccontare.
Mi è dispiaciuto molto, perché avevo riposto molta fiducia in questa autrice. Di certo, questo racconto potrà piacere a chi è meno affezionato a Penelope di quanto non lo sia o a chi è in grado di accettare i numerosi cambiamenti che la Ciani ha apportato alla storia che tutti conosciamo.

*Volpe

Una sirena a Parigi

UNA SIRENA A PARIGI

Autore: Mathias Malzieu
Anno di edizione: 2020
Casa editrice: Feltrinelli Editore

.: SINOSSI :.

Una pioggia ininterrotta si abbatte su Parigi. È giugno del 2016 e la Senna è in piena; un’atmosfera apocalittica e surreale avvolge la città. I dispersi sono sempre più numerosi e il fiume trascina oggetti di ogni tipo. D’un tratto, un canto ammaliante e misterioso attira l’attenzione di Gaspard Snow che, incredulo, sotto un ponte scopre il corpo ferito e quasi esanime di una sirena. Decide di portarla a casa per prendersene cura e guarirla, ma ben presto tutto si rivela più complicato di quanto non sembri. La creatura gli spiega che chiunque ascolti la sua voce si innamora di lei perdutamente fino a morire, e nemmeno chi come Gaspard si crede immune all’amore può sfuggirle. Inoltre, come può un essere marino vivere a lungo lontano dall’oceano? Gaspard non si dà per vinto e trova nell’ingegno, nell’estro e nel potere dell’immaginazione gli strumenti per affrontare questa mirabile avventura e difendere un altro grande sogno: salvare il Flowerburger, il suo locale a bordo di un’imbarcazione, un regno di musica, arte e libera espressione. Con Una sirena a Parigi, Mathias Malzieu dispiega le ali della fantasia, ricreando al sommo grado sensazioni oniriche e personaggi fantastici che richiamano La meccanica del cuore e Il bacio più breve della storia. Rende omaggio all’amore travolgente e impossibile, irrinunciabile energia vitale, fonte di creazione ma anche di distruzione.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Ciò che Perrault, a suo tempo, fece regalando alla Francia una raccolta di favole, Malzieu lo sta facendo oggi con i suoi racconti: favole moderne di cui, un giorno, non mi stupirei di trovare piccole varianti esattamente come accade per Cenerentola o La Bella e la Bestia.
Una sirena a Parigi è solo l’ultima delle favole di Malzieu la cui scrittura, in questi anni, si è evoluta producendo testi di volta in volta sempre più piacevoli e maturi.
La meccanica del cuore, primo romanzo dell’autore, ci aveva conquistati con il suo linguaggio e le sue atmosfere a metà tra un film francese e una storia di Tim Burton; il Bacio più breve della storia ci aveva ubriacato, letteralmente, di neologismi e pensieri innamorati e, dopo queste due parabole sull’amore e i suoi corollari, L’uomo delle nuvole ci aveva riportato, con dolcezza e un po’ di malinconia, coi i piedi per terra a fare i conti anche con il dolore e la morte che, almeno idealmente, possono essere considerati il controcanto della gioia e dell’amore.
Una sirena a Parigi è un mix, ben riuscito ed equilibrato, di tutte queste suggestioni e tematiche.
Vita e tristezza, amore e morte, sogno e follia duettano per le strade di Parigi e la loro melodia si arricchisce di nuove tonalità e colori che riescono a rendere perfettamente le istantanee tratteggiate dall’autore.

Un altro libro che si aggiudica un 8/10 + un bonus di 2 punti tutto per la traduttrice Cinzia Poli che, ancora una volta, è riuscita a rendere alla perfezione l’estro di Malzieu seguendo il ritmo della sua scrittura come una ballerina ormai abituata alle acrobazie linguistiche del suo partner letterario.
Sarebbe bello, desiderio un po’ bislacco, vedere un giorno un romanzo di questa traduttrice.
Come gli altri romanzi di Malzieu anche questa favola contemporanea merita: vi sono regni, o chiatte se preferite, da salvare, principesse marine da soccorrere, mostri, più umani che mai, da sconfiggere e amici improbabili da trasformare in alleati.

*Jo

Frozen (non) è la Regina delle nevi

Natale si avvicina e, puntuale come un orologio, la Disney arriva nelle sale cinematografiche con un classico d’animazione pensato tanto per i piccoli quanto per i grandi.

La stagione invernale non poteva essere inagurata in maniera migliore e, per meglio preparare gli animi al clima natalizio, le sale cinematografiche si apprestano ad accogliere l’attesissimo sequel di Frozen il regno di Ghiaccio: Frozen il Segreto di Arendelle; che, stando ai rumors e alle notizie estrapolate dalle varie anteprime, dovrebbe risolvere alcuni quesiti lasciati insoluti dal primo capitolo della saga.

Esattamente come nel 2013, quando la voce di Idina Menzel che intonava Let it go aveva eclissato quella di Micheal Buble, mi è capitato di sentire frasi del tipo: “Esce il secondo film sulla favola della regina delle nevi.”

La verità è che Frozen (non) è la Regina delle nevi di Andersen tanto quanto La Sirenetta, Biancaneve , Robin Hood e tutti gli altri classici Disney sono coerenti con le favole e le storie da cui sono stati rispettivamente tratti.
La versione disneyana de La regine delle nevi, si discosta parecchio dalla favola a cui si ispira e, al termine del film, la sensazione è quella di aver visto qualcosa che ricorda solo per ambientazione e nomi il racconto di Andersen.

Schegge di ghiaccio
La storia raccontata da Andersen ruota intorno all’amicizia tra Kai e Gerda: due bambini, dirimpettai che, oltre a condividere il balcone che unisce le loro abitazioni, passano il loro tempo a giocare insieme e a coltivare fiori.
La loro infanzia è felice e spensierata fino a quando, in una notte d’inverno, i due piccoli ascoltano la storia della temibile regina delle nevi e Kai, dopo aver deriso i poteri della sovrana, viene colpito da una scheggia di ghiaccio che lo rende “cieco” e lo fa diventare cattivo.
Solo il coraggio e la fedeltà di Gerda all’amico Kai riusciranno ad annullare il sortilegio della regina delle nevi e a far scogliere il ghiaccio che attenaglia il cuore di Kai.

Nella versione della Disney la vicenda ruota intorno alle due principesse di Arendelle: la città inventata dove è ambientata la storia.
Elsa, la futura regina delle nevi, manifesta fin dai primi minuti del film il suo talento nel creare, per la gioia della sorellina Anna, giochi con la neve e con il ghiaccio.
Anche in questo caso le due bambine crescono felici e spensierate, circondate dall’affetto dei loro cari e da amici immaginari come il pupazzo di neve Olaf, ma la felicità viene spezzata da un incidente che coinvolge le due sorelle e da una scheggia di ghiaccio che, inavvertitamente, colpisce Anna causandole una perdita parziale della memoria.
In seguito all’incidente, e vinta dai sensi di colpa, Elsa si chiude in se stessa e rifiuta ogni contatto con il mondo esterno e con la sorella verso cui dimostra atteggiamenti freddi e distanti anche nei momenti più drammatici.
Questo cambiamento causa, ovviamente, dolore e dispiacere ad Anna che, complice l’amnesia, non riesce a spiegarsi il cambiamento della sorella.

Nonostante coinvolgano due coppie di personaggi completamente diverse, entrambe le versioni sono unite da un leitmotiv e da un elemento che porta ad un cambiamento in uno dei due protagonisti.
Sia Kai che Anna vengono colpiti, anche se per ragioni differenti, da una scheggia di ghiaccio; tuttavia, se nella versione di Andersen è Kai a manifestare un cambiamento in seguito a questo episodio, nel lungometraggio Disney è Elsa a subire una trasformazione e ad allontanarsi dagli affetti per rinchiudersi in una prigione di ghiaccio e solitudine.

Il racconto di Andersen è, dopotutto, una favola e in quanto tale ha degli elementi che la caratterizzano e da cui è impossibile staccarsi senza tradire la natura della narrazione: Kai e Gerda sono i protagonisti impegnati nella lotta contro la cattiva Regina delle Nevi e la negatività di questo antagonista è ben delineata in modo da non confondere il pubblico a cui la favola si rivolge.
Il film della Disney, affrancandosi dalla narrazione classica, propone una versione della Regina delle Nevi differente in cui, la regina Elsa, è protagonista e antagonista di se stessa: una sottigliezza che può sfuggire ai più piccoli, ma non è passata innoservata agli occhi degli spettatori più maturi che hanno apprezzato il conflitto che caratterizza questo personaggio rendendolo, nei limiti del possibile trattandosi di un cartone animato, più umano: Elsa, e in un certo qual modo anche sua sorella Anna, rivoluzionano ulteriormente la visione della principessa Disney portando sul grande schermo donne forti e allo stesso tempo deboli, capaci tuttavia, grazie al sostegno degli affetti, di sfruttare le loro potenzialità al meglio.

La regina delle nevi
Quando Kai viene rapito dalla Regina delle Nevi, Gerda decide di affrontare un lungo e pericoloso viaggio verso il palazzo della Regina nella speranza di riuscire a scogliere il ghiaccio che si è formato intorno al cuore del suo migliore amico.
Ovviamente la piccola riesce nel suo intento e, con le sue lacrime, riesca ad annullare l’incantesimo.

Anche nella versione disneyana una delle protagoniste si imbarca in un pericoloso viaggio alla volta del temutissimo castello della Regina delle Nevi: si tratta di Anna che, decisa a riportare la sorella ad Arendelle, parte alla ricerca di Elsa inaugurando una lunga serie di incontri bizzarri e pericoli scampati in maniera grottesca.
Arrivata al confronto con la sorella, tuttavia, Anna non riesce a raggiungere il proprio scopo e, come se non bastasse la delusione di essere nuovamente abbandonata da Elsa, la ragazza viene colpita al cuore da una seconda scheggia di ghiaccio.

Accusata di aver ucciso la sorella e aver costretto Arendelle all’inverno eterno, Elsa viene arrestata e condannata a morte.
Il ghiaccio, che inizialmente circondava solamente la Regina delle Nevi, ha preso ormai il sopravvento e ogni cosa rischia di essere trasformata in un ghiacciolo.

Frattanto Anna, erronamente data per morta, non ha abbandonato i propri propositi e, sfidando un’ultima volta il potere ormai fuori controllo della sorella, compie un gesto di vero amore nei confronti di Elsa salvandola così non solo dalla morte, ma anche e sopratutto da se stessa.
Trasformata, per via della scheggia che l’ha colpita al cuore, in una statua di ghiaccio, Anna ha dato ad Elsa ciò che le serviva per riprendere il controllo della situazione e così, mentre la regina si lascia andare ad un pianto liberatorio, una lacrima cade sul cuore di Anna sciogliendo il ghiaccio e riportandola in vita.

Anche in questo caso sono evidenti le analogie con il racconto scritto da Andersen: Anna, come Gerda, si imbarca in un pericoloso viaggio, decisa ad affrontare la Regina delle Nevi e ad aiutare sua sorella Elsa che, esattamente come Kai, viene salvata solo da un gesto d’amore gratuito e puro.
Sempre come nella versione che vede protagonisti i piccolo Kai e Gerda, anche in questa versione l’incantesimo del ghiaccio viene sciolto con una lacrima.

Fatte queste considerazioni resta la domanda: Frozen è la storia de La Regina delle Nevi?
Rispetto ai classici Disney a cui eravamo abituati, in cui solo alcuni dettagli venivano modificati o del tutto cancellati per adattare le favole al grande schermo, Frozen ha riscritto la storia de La Regina delle Nevi e, coerente con la filosofia Disney, ha utilizzato l’animazione per mandare al pubblico messaggi ed insegnamenti coerenti con le tematiche e le sfide che la nostra società affronta quotidianamente.
La realizzazione delle donne (tema ripreso ed approfondito in Zootropolis (2016), la crescita personale e il confronto con se stessi e le proprie debolezze e capacità, il valore degli affetti, primo fra tutti la famiglia, sono solo alcuni dei temi su cui Frozen pone l’accento e che, in fondo, rendono meno gravi le vistose differenze con il bellissimo racconto di Andersen.

*Jo

Oggi siamo vivi

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OGGI SIAMO VIVI

Autore: Emmanuelle Pirotte
Anno: 2017
Casa Editrice: Nord Editore

.: SINOSSI :.

Dicembre 1944. I tedeschi stanno arrivando. Il prete di Stoumont, nelle Ardenne, ha un’unica preoccupazione: mettere in salvo Renée, un’orfana ebrea nascosta nella canonica. E, d’un tratto, il miracolo: una jeep con a bordo due soldati americani si ferma davanti alla chiesa e lui, di slancio, affida a loro la piccola.
Tuttavia quei due soldati hanno solo le divise americane. In realtà si chiamano Hans e Mathias e sono spie naziste.
Arrivati in una radura, Hans prende la pistola e spinge la bambina in avanti, in mezzo alla neve. Renée sa che sta per morire, eppure non ha paura. Il suo sguardo va oltre Hans e si appunta su Mathias.
È uno sguardo profondo, coraggioso. Lo sguardo di chi ha visto tutto e non teme più nulla. Mathias alza la pistola. E spara. Però è Hans a morire nella neve, con un lampo d’incredulità negli occhi.
Davanti a Mathias e Renée c’è solo la guerra, una guerra in cui ormai è impossibile per loro distinguere amici e nemici. E i due cammineranno insieme dentro quella guerra, verso una salvezza che sembra di giorno in giorno più inafferrabile. Incontreranno persone generose e feroci, amorevoli e crudeli. Ma, soprattutto, scopriranno che il loro legame – il legame tra un soldato del Reich e una bambina ebrea – è l’unica cosa che può dar loro la speranza di rimanere vivi…

Ci sono momenti nella vita in cui siamo costretti a confrontarci con l’inevitabile. Momenti in cui tutto sembra ormai deciso. Eppure il romanzo di Emmanuelle Pirotte ci ricorda che non è mai troppo tardi per cambiare il nostro destino. Anche nell’ora più buia, basta un’unica, coraggiosa scelta per varcare il confine che separa la vita dalla morte, il bene dal male, l’aguzzino dall’eroe. Basta uno sguardo per sciogliere la neve che portiamo nel cuore. Basta un istante per ritrovare la pace.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Può esistere un lieto fine quando una bambina ebrea incontra un soldato nazista? Può la guerra regalare un piccolo miracolo o almeno un bagliore di speranza in mezzo alle atrocità e alla morte?
Emmanuelle Pirotte crede di sì e, con una scrittura semplice e allo stesso tempo incisiva, ci racconta quella che potrebbe sembrare una favola di natale dove l’umanità, l’amore e la speranza riescono a vincere sul male, la paura e la cattiveria del mondo.
Renée è una bambina di origine ebraica e fin dalle prime pagine si distingue per la sua prontezza di spirito e per il suo carattere fiero e sfrontato.
Mathias è l’ariano per eccellenza: perfetto sotto ogni punto di vista e tormentato dai fantasmi del passato e dalla sua coscienza.
Entrambi i personaggi sembrano due animali selvatici “costretti” ad allesarsi per sopravvivere.
Un romanzo piacevole che, nonostante le brutte avventure che i due protagonisti affrontano, regala al lettore un lieto fine e gli permette di tirare un sospiro di sollievo dopo trecento pagine in apnea.

Il libro di Emmanuelle Pirotte riesce a descrivere con eleganza e rispetto l’orribile capitolo della seconda guerra mondiale e, sulla falsa riga della Nemirovsky, si allontana dai campi di battaglia o dai campi di concentramento per descriverci realtà rurali dove ai pericoli della guerra si sommano quelli della cattiveria e della codardia degli uomini.
Il voto che mi sento di dare a questo romanzo è 7,5/10: una lettura adatta agli studenti delle scuole superiori, un po’ meno a quelli delle scuole medie per via di alcune scene di sesso abbastanza esplicite; una storia che è sopratutto una favola e che riesce a trattare con ottimismo un tema di cui è sempre difficile scrivere e parlare.
Dal punto di vista stilistico il romanzo non ha grosse pecche e la scrittura semplice sostiene il ritmo della storia che, nonostante il palcoscenico limitato ad una fattoria e al boschetto circostante, riesce ad essere incalzante a non annoiare.
Il carattere della piccola protagonista è un po’ esagarato considerata la sua età e a tratti risulta davvero antipatico.
Ho trovato poco credibili alcune parti come, per esempio, le reazioni di alcuni soldati davanti al tradimento di uno dei loro commilitoni e l’arroganza, a volte davvero esagerata, della piccola protagonista.

*Jo

Dove porta la neve

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DOVE PORTA LA NEVE
Autore: Matteo Righetto
Anno: 2017
Editore: TEA

.: SINOSSI :.

È la vigilia di Natale e Padova sta per essere coperta da una nevicata memorabile. Carlo, down di 48 anni, come ogni mattina, da mesi, va a trovare la madre in clinica, dove si sta lentamente spegnendo assediata dai ricordi e dal bisogno di raccontarli. Nicola, 74 anni colmi di solitudine, ha appena perso il lavoretto che si era procurato come Babbo Natale davanti a un centro commerciale. Per Carlo, però, questo non può essere un Natale come gli altri e quando vede Nicola vestito di rosso e con la lunga barba bianca sente che il sogno può finalmente avverarsi: un vero regalo per la madre. Il suo clamoroso entusiasmo risveglia Nicola, che organizza un breve viaggio per realizzare quel sogno, e per illuminare con un gesto gratuito d’amore l’oscurità che stringe d’attorno. Una vecchia Fiat 124 si allontana da Padova dentro la notte di Natale: al suo interno due uomini soli e un po’ incoscienti riscoprono la forza dirompente di un abbraccio…

 

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Questo è un libro semplice, che parla al cuore con una scrittura semplice che lascia poco spazio ai fronzoli e agli arabeschi in cui la maggior parte degli scrittori ama cimentarsi.
E’ una favola di Natale e come in tutte le favole c’è un eroe che si imbarca per un’impresa disperata: un gesto d’amore per la donna che lo ama da sempre. Ovviamente l’eroe non è da solo e anche in questa favola contemporanea c’è un aiutante, un Sancho Panza un po’ attempato ma dal cuore grande e deciso a scrollarsi di dosso il cinismo in cui ha trascorso gli ultimi anni della sua vita.
Dove porta la neve è un romanzo breve: una manciata di pagine che con semplicità cala il lettore tra le pieghe dei misteri dell’amore e, nello specifico, dell’amore di un figlio per sua madre.
La narrazione si sviluppa seguendo tre filoni principali in cui ricordi e istantanee dei personaggi si intrecciano creando un ritmo che, almeno in un primo momento, disturba un po’ per i repentini cambiamenti di tempo verbale, ma a cui ci si abitua nel giro di qualche capitolo.
L’intero libro sembra essere un gioco degli specchi: le vite dei protagonisti sono l’una il riflesso dell’altra e l’intera vicenda richiama, almeno idealmente, una delle avventure affrontate da Nora, la madre di Carlo.
Lo stile è essenziale, l’aggettivazione riesce a descrivere bene gli avvenimenti senza perdersi in lunghe descrizioni che compaiono ad hoc lì dove il lettore può permettersi di distrarsi un po’. I paesaggi montani e le pianure imbiancate dalla neve sono delineate in maniera impeccabile e, socchiudendo gli occhi, sembra proprio di avere davanti agli occhi e tra le mani la “neve farinosa” più volte citata nel romanzo.
I personaggi non sono molto approfonditi, ma trattandosi di un romanzo breve non stupisce e va bene così, e tutti, dai tre protagonisti a quelli secondari, riescono a fare breccia nel cuore del lettore.

Il mio voto non può che essere 10/10 e, personalmente, l’ho trovato fin troppo corto(d’altronde se è un romanzo breve ci sarà un motivo, no?).
Le tematiche potrebbero spaventare i lettori più sensibili, ma Righetti riesce affrontarle con estrema delicatezza camuffando una storia triste in una commovente favola di Natale.
Consigliatissimo.

*Jo

Non è un libro per ragazzi – “Good Night Stories for Rebel Girls”

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I libri sono maestri importanti, si sa, e tra le loro pagine troviamo lezioni di vita che non dimenticheremo mai, ci misuriamo con personaggi che ci assomigliano o che, al contrario, sono completamente diversi da noi e ci fanno vedere le cose da un punto di vista nuovo e straordinario.
Le favole sono il racconto pedagogico per eccellenza e ci insegnano che ad ogni azione corrisponde una conseguenza, che il bene vince in ogni caso, che i cattivi perdono sempre e comunque e che i draghi possono essere sconfitti.
Cosa succede però quando i libri diventano discriminanti nei confronti dei loro giovani lettori? Dopo tutto non si è mai sentito di una principessa che affronta e uccide il mostro, quello è il compito del prode cavaliere!
Esattamente come, se si spulcia tra la letteratura YA o per adulti, è quasi impossibile trovare un personaggio femminile che non debba necessariamente appoggiarsi ad un uomo che la aiuti a realizzarsi pienamente come donna.
Un altro dato interessante è questo: se si dividono i libri di una libreria domestica tra romanzi in cui non compare nemmeno un personaggio maschile, romanzi in cui non compare nemmeno un personaggio femminile e romanzi in cui le donne hanno ruoli minori o addirittura non hanno voce in capitolo; si osserverà che nelle ultime due categorie vi sono molti più libri di quanti non siano quelli che non hanno personaggi maschili e ancor meno sono i libri per bambini che propongono una protagonista femminile che non sia alla ricerca del suo principe azzurro.
Nella maggior parte dei libri e dei programmi televisivi (per grandi, piccini e per famiglie) le donne ricoprono ruoli secondari che, principalmente, servono a reiterare e consolidare stereotipi di genere e una visione ormai superata della donna nella società.
Questo dato di fatto, unitamente ad altri di ragione sociale, ha ispirato Elena Favilli e Francesca Cavallo, che sul sito di Kickstarter hanno lanciato una campagna di crowdfunding per finanziare il loro progetto: un libro di storie della buona notte per ragazze ribelli “Goodnight Stories for Rebel Girls” dove, al posto di principesse e altre figure inventate, vengono proposte le storie  di cento «donne straordinarie del passato e del presente» provenienti da tutto il mondo.
Elisabetta II, la pittrice Frida Kahlo, Jane Austen e la tennista Serena Williams sono solo alcune delle personalità che vengono proposte come modelli alle lettrici a cui il libro è indirizzato, con la speranza che, leggendo le biografie di queste grandi donne, si sentano ispirate e comincino a combattere per l’uguaglianza tra i sessi e ad ambire a quelle posizioni sociali e lavorative che, per il momento, restano una prerogativa del genere maschile.

*Jo

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Il libro di Belle

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La Bella e la Bestia“, classico Disney del ’91, è un cortometraggio animato che è entrano nella storia del cinema e nei cuori di una generazione.
Per la prima volta, la Disney puntò su una protagonista femminile che segnava un punto di svolta e una nuova concezione di principessa ed eroina.
Belle, infatti, è tutto tranne la tipica “donzella in difficoltà” (gli amanti della Disney capiranno la citazione): è emancipata, colta, curiosa, coraggiosa e, caratteristica che la rende una tra le protagoniste Disney più amate, lettrice accanita (bisognerà aspettare Jane Porter in “Tarzan” per imbattersi in un’altra topolina di biblioteca).
Proprio un libro, che oltretutto compare solo nei primi minuti del film, racchiude uno dei più grandi misteri del film, un mistero che continua a dividere i fan Disney e che sembra destinato a rimanere irrisolto.

Durante la canzone iniziale Belle si reca dal suo amico libraio per restituire un libro e gli chiede di poter prendere nuovamente in prestito un libro che parla di:

“Posti esotici, intrepidi duelli, incantesimi, un principe misterioso!”

“Far off places, daring sword fights, magic spells, a prince in disguise!” (= Posti lontani, intrepidi duelli, incantesimi, un principe travestito!”

Questa breve descrizione lascia supporre che Belle stia leggendo la sua storia, così come tramandata dalla tradizione europea e che, tra 1700 e 1800, venne riscritta in numerose versioni ricche di dettagli che cambiavano da un autore all’altro.
Nella favola francese Belle è figlia di un mercante che viaggia per il mondo portando alle sue figlie doni meravigliosi finché, per colpa di una tempesta, fa naufragio vicino ad un’isola su cui si erge un bellissimo castello circondato da un giardino ancora più bello.
Non trovando guardie, l’uomo si avventura tre le siepi di questo giardino finché non trova una bellissima rosa rossa che decide di cogliere per sua figlia Belle. Il gesto scatena però l’ira della Bestia che lascia andare il mercante con la promessa di far venire al suo posto la figlioletta.
Da questo punto in poi la storia procede più o meno come ci è stata raccontata dalla Disney: Belle deve rientrare per assistere il padre malato dove viene trattenuta dalle sue sorelle invidiose e questo ritardo fa morire la Bestia di dolore. Solo al suo ritorno Belle scoprirà, una volta dichiarati i propri sentimenti alla Bestia morente, che il mostro è in realtà un principe rimasto vittima di un incantesimo.

L’ipotesi che Belle stia effettivamente leggendo la sua storia sembra essere sempre più accreditata, ma qualche minuto più tardi la giovane, immersa nella lettura, ci svela qualche altro particolare.

“Lei si sta innamorando e tra poco scoprirà che lui è il suo re.”

“She meets prince charming early on, but won’t discover that it’s him till chapter three!” (= lei ha incontrato il principe azzurro, ma non saprà chi sia realmente fino al capitolo tre)

Anche in questo caso i fan sostengono che la storia d’amore in erba sia quella tra la Bella e la Bestia, ma un’altra  ipotesi si è fatta largo proprio in virtù di questa frase che, in lingua originale, suona in modo completamente diverso dalla versione italiana.
Le avventure di Belle sono ambientate nella Francia del 1700 (si suppone nella prima metà del secolo vista la presenza della nobiltà e di un re), lo stesso paese in cui, un secolo prima, Charles Perrault trascriveva la sua versione de “La Bella addormentata nel bosco“(“La Belle au bois dormant“) che narra la vicenda di un’altra principessa, la cui storia è stata resa famosa dall’omonimo classico Disney, costretta a vivere lontana dalla corte senza sapere delle sue origini reali e che, un giorno, incontra un giovane di cui si innamora senza sapere che egli è in realtà un principe.
Per quanto i natali de “La Bella addormentata nel bosco” siano francesi, non è da escludere che l’ambientazione, come spesso accade nelle favole, non faccia riferimento ad alcun luogo reale, ma sia piuttosto “un regno lontano”.
Guardando inoltre l’immagine che Belle mostra alle pecore presso la fontana, vediamo illustrato quello che sembra essere il primo incontro tra due giovani umani, cosa che non sarebbe possibile se la storia in questione fosse appunto “La Bella e la Bestia” perché la trasformazione del principe avviene solamente alla fine del racconto, mentre qui viene inquadrato un capitolo centrale.
Sotto si vede poi una didascalia in cui compaiono alcune parole, appena visibili, in francese (tutte le scritte che compaiono nel lungometraggio e che non hanno alcuna rilevanza per la trama sono, per coerenza al contesto, in lingua francese): parole, appena leggibili, a cui si aggiunge un grafema indecifrabile ma che, nel contesto, potrebbe essere “au“all’interno del titolo “La Belle au bois dormant“, altri hanno ipotizzato che la didascalia sia “Le Prince charmant” un personaggio a cui non è mai stata dedicata nessuna favola e che compare ne “La Bella addormentata nel bosco” con il nome di Principe azzurro (Prince charmant in francese), differentemente dalla versione Disney dove viene chiamato Filippo.
Forse la didascalia non è il titolo della storia, ma solamente un capitolo in cui, appunto, avviene l’incontro tra i due giovani.

Forse non sapremo mai che libro i registi hanno voluto far leggere alla nostra beneamata Belle, con questo breve approfondimento si è cercato di dare una spiegazione al misterioso libro di Belle, ma, e questa è la grandezza delle storie, decidere a cosa credere spetta solo a voi.

*Jo

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