Il re, il cuoco e il buffone

.: SINOSSI :.

Non si sa se Tyll Ulenspiegel sia realmente esistito, ma dal Medioevo questa specie di Peter Pan tedesco, questo giullare che getta scompiglio, buffone di corte che si prende gioco dei potenti, è entrato nella tradizione popolare tedesca e, almeno in parte, europea. Daniel Kehlmann racconta il suo Tyll. Un bambino mingherlino nato nel piccolo villaggio di Ampleben, nel Nord della Germania, nel Diciassettesimo secolo, poco prima dello scoppio della Guerra dei trent’anni, che scappa dopo che suo padre viene bruciato con l’accusa di stregoneria. L’apprendista acrobata che, presa la via della strada, diventa il funambolo che balla in bilico sulla fune, incanta e irride gli astanti. Il giullare irriverente voluto da tutti, che finisce alla corte del Re d’Inverno, re che è durato il tempo di una sola stagione. E i tempi sono assai duri, imperversano il freddo, la fame e la guerra. L’Europa si è lasciata andare al sonno della ragione. Sulla strada impervia, Tyll, accompagnato dall’amica sorella Nele, tra boschi stregati, pentacoli e quadrati magici, incontra molte celebrità della sua epoca, come il dottor Fleming che scriveva poesie in tedesco, lingua ancora non formata, Athanasius Kircher, gesuita alla ricerca di un drago con il cui sangue vuole creare una medicina contro la peste, la regina di Boemia, Wallenstein e il re di Svezia Gustav Albert Wasa, circondato dai suoi rudi soldati sul campo di battaglia.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Trovare le parole adatte per discutere di questo romanzo è davvero difficile. Il re, il cuoco e il buffone non è solo la storia di Tyll Ulenspiegel, celebre personaggio folcloristico già protagonista di molti programmi televisivi per bambini e ragazzi, è un compendio di storia europea, di filosofia, di religione, di magia e medicina.
Ogni pagina trasuda conoscenza e ogni personaggio porta qualcosa di nuovo e immensamente personale, profondo e complesso al lettore. Dire che esiste un solo protagonista sarebbe sbagliato, ma di certo Tyll Ulenspiegel è sempre presente: lui lega le storie e le vite le une alle altre e, nonostante la sua fama di buffone, ha qualcosa da insegnare a ciascuno di noi.

Non è un libro semplice da leggere: l’autore, Daniel Kehlmann, descrive l’Europa durante la guerra dei trent’anni sia nei suoi particolari più buffi, come ad esempio la folle ricerca dell’ultimo invisibile drago della Baviera o il magico quadro che solo gli stupidi vedono vuoto, sia in quelli più cruenti. In particolare, sono rimasta molto colpita dall’abilità dell’autore di descrivere le battaglie campali tipiche dell’epoca. Lungi dal riportare i fatti in modo eroico, Kehlmann mostra al lettore come doveva essere davvero la vita negli accampamenti e, peggio ancora, tra le fila dei soldati. Io ho avuto la fortuna di studiare questo periodo storico abbastanza di recente anche nei suoi dettagli militari e sono rimasta stupida dall’accuratezza con cui l’autore si è informato prima di mettere la sua storia su carta.
La precisione storica di Kehlmann non si limita tuttavia alla sola storia militare: il suo romanzo è ricco di nozioni religiose e, soprattutto magiche e folcloristiche. Il lettore is trova proiettato in un mondo completamente alieno in cui superstizione, scienza e magia si fondono costruendo così non solo la cultura ma anche la stessa realtà dei protagonisti. Seguendo il pensiero dell’epoca, Kehlmann descrive pratiche come i quadrati magici, la dragologia e l’alchimia rendendo bene l’idea di quanto, per le persone dell’epoca, la magia fosse assolutamente reale.

In questo quadro, che può apparire estremamente pesante, si inserisce la presenza dissonante di Tyll Ulenspiegel che, appunto, accompagna il lettore per tutta la storia. La sua funzione è, nel romanzo, quella del buffone di corte: permette di esplorare le assurdità di un’epoca piuttosto buia e sottolinea, esattamente i buffoni erano soliti fare con i sovrani, con spiccata ironia le incoerenze dei diversi personaggi.
Il romanzo è raccontato da un narratore onnisciente in terza persona e, proprio grazie a questo, il lettore può viaggiare da un punto di vista all’altro: anche in questo caso, la tecnica non è usata solo per poter mostrare di più al lettore, viene anche sfruttata per evidenziale le incongruenze che animano i diversi personaggi. Così, in un capitolo abbiamo la regina che si crede molto più intelligente del suo povero marito e riporta di lui l’immagine di un inetto che ha bisogno del suo amore per sopravvivere e in quello successivo rileggiamo le stesse vicende ma dagli occhi del re che vede nella sua mogliettina una fragile donna che ha tanto bisogno del suo amore per sopravvivere. Sono proprio l’assurdità e la disarmonia a rendere il romanzo uno specchio non solo della società del tempo ma anche di oggi.

Non possono che dare a questo romanzo un 10/10 perché, per me, ha tutto quello che un buon libro dovrebbe avere. Non solo la scrittura è splendida e riesce a coinvolgere il lettore anche nei momenti in cui la trama si fa più noiosa (l’autore è riuscito a mantenere alta la mia concentrazione scrivendo delle elucubrazioni di un mugnaio che cerca di capire quando, filosoficamente parlando, un insieme di chicchi di grado diventa effettivamente un mucchio di chicchi di grano), ma si tratta anche di un libro che, pur trasmettendo una quantità indefinibile di sapere, invita il lettore a non prendere mai la vita troppo sul serio.
Consiglio vivamente la lettura di questo romanzo a chi ama la storia ma anche e soprattutto a chi è sempre alla ricerca di un libro in grado di insegnare qualcosa: non resterete delusi perché ogni pagina è una nuova, emozionante, lezione.

*Volpe

Detto da Dante – Parole e modi di dire resi celebri dal Sommo Poeta.

Istituito dal Consiglio dei Ministri, il Dantedì è dal 2020 la giornata nazionale dedicata a Durante di Alighiero degli Alighieri, noto in tutto il mondo come Dante Alighieri. La data scelta per questa celebrazione è il 25 Marzo: giorno in cui, secondo gli studiosi, Dante iniziò il suo viaggio nell’aldilà narrato nelle tre Cantiche che compongono la Divina Commedia.
Dante Alighieri non ha bisogno di presentazioni e il suo contributo alla cultura italiana, e in parte anche mondiale, è indiscusso: il suo viaggio nell’aldilà ha ispirato, nell’arco di secoli, artisti, scrittori e anche registi; e la sua rappresentazione dei regni ultraterreni continua tutt’ora ad essere presa come modello anche nelle rappresentazioni contemporanee dell’Inferno, del Purgatorio e del Paradiso.
Tra le pagine della Divina Commedia, infatti, si trova ben più di un semplice racconto, di un affresco della cultura medievale e delle dottrine teologiche e filosofiche che si discutevano nelle università e nelle corti.
Politica, storia, mitologia, astronomia, ma anche tecniche agricole e navali vengono descritte facendo sì che la Commedia diventi, al pari dell’Iliade e dell’Odissea di Omero, una sorta di enciclopedia trecentesca in cui, per esempio, si fa cenno a pratiche come quella del maggese (la rotazione delle colture che prevede la messa “a riposo” di un terreno per l’anno successivo) o alle operazioni di calafataggio, di impermeabilizzazione, condotte “nell’Arzanà de’ Viniziani” con la “tenace pece” (Inferno: C. XXI, v. 7-8).
La Divina Commedia è un testo che parla di Dio, parlando agli uomini: una sinossi di teologia medievale che, tuttavia, era comprensibile tanto ai contemporanei di Dante quanto ai lettori dei nostri giorni che, tra i canti, incontrano personaggi che palpitano di vita ed eroismo, tanto meschini e vili, alcuni, quanto puri e nobili altri; ma tutti incredibilmente umani e per questo vicini al pubblico di ogni epoca e luogo.

Tuttavia, la Divina Commedia non si può ridurre ad un mero almanacco trecentesco: a Dante va il merito di aver vergato uno dei testi che ha ufficializzato il volgare fiorentino contribuendo alla nascita e al progressivo imporsi di quella che sarebbe diventata l’italiano.
Con Dante, Petrarca e Boccaccio (le Tre Corone fiorentine) nasce la nostra lingua: che non è fatta solo da grammatica e vocaboli, ma si avvale di modi di dire che, per la prima volta, vengono messi su carta divenendo parte attiva di una nuova cultura ed una nuova Italia.
È così che espressioni, come fa tremare le vene e i polsi (Inferno: C.I, v. 90) approdano nell’italiano corrente riuscendo, oggi come allora, a descrivere sentimenti ed emozioni universali come la paura, se non addirittura il terrore, davanti a situazioni o cose raccapriccianti o che paiono invincibili. Modi di dire  come “stare freschi”, “cosa fatta capo ha”, “non mi tange”, parole come “merda” o il tipicamente toscano “babbo”, squisitamente dialettali nella loro spontaneità, superano il tempo e lo spazio e fuggono dalla carta tornando al popolo che li ha coniati e che continua ad usarli.
Confrontando la Divina Commedia con la lingua di tutti i giorni si scopre l’aspetto giocoso, quasi pop, di Dante e della sua opera.
Non esiste studente al mondo che non sia stato, almeno una volta nel corso della sua carriera scolastica, apostrofato dal proprio professore con le parole “fatti non foste a vivere come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza.” (Inferno: C.XXVI,v.119-20). E che dire della locuzione “Galeotto fu…” (Inferno: C. V, v. 37) che è comunemente usata per indicare qualcosa che, per quanto spiacevole, ci ha fatto cadere in tentazione o prendere una libertà in più.
Dante non è solamente un coniatore di citazioni e, come l’inglese William Tyndale e come qualunque letterato che si affacci sulle potenzialità di una nuova lingua, egli gioca ed inventa ritagliando parole da altre parole o creandone di nuove quando il vocabolario corrente manca di quel termine atto a descrivere azioni, emozioni o atteggiamenti.
Latinismi come “quisquilia” o francesismi come “gabbare”, dal francese antico “gaber”(=”scherzo”), scivolano via dalle pagine garantendo la sopravvivenza di parole che, altrimenti, sarebbero oggi estinte. Non tutti i neologismi di Dante sono, purtroppo, giunti fino a noi e, sebbene siano molti le frasi e le espressioni per cui il Sommo Poeta è ricordato, ci sono alcuni verbi che, pur suonando strani se non addirittura buffi, sono forse la testimonianza più grande dell’estro e della conoscenza che Dante aveva della lingua e della linguistica. Espressioni come “indracarsi” (Inferno: C.XVI, v. 115), con l’accezione di divenire furioso come un drago, “infuturarsi” (Inferno: C. XVII, v. 98), estendersi al futuro, o “imparadisare” (Inferno: C. XXVIII, v.3), qualcosa che ti fa sentire “in paradiso”, colpiscono per la loro schiettezza e l’espressività con cui riescono a veicolare il messaggio di Dante.

Fiumi di inchiostro sono stati versati e, tutt’ora, le opere di Dante Alighieri continuano ad attirare l’attenzione di linguisti e storici e continuano  a regalare, anche a distanza di secoli, sorprese e ad essere oggetto di studio.
Una menzione va fatta all’Accademia della Crusca (il cui contributo è stato fondamentale per questa stesura) che, in occasione del 700° anniversario dalla morte di Dante Alighieri, ha deciso di pubblicare ogni giorno una parola “dantesca”: neologismi o espressioni dialettali entrate, in maniera più o meno consapevole, nella lingua di tutti i giorni.

*Jo

La quattordicesima lettera

LA QUATTORTICESIMA LETTERA

Autore: Claire Evans
Anno di edizione: 2020
Casa editrice: Neri Pozza

.: SINOSSI :.

È una mite sera di giugno del 1881, la sera della festa di fidanzamento di Phoebe Stanbury. Mano nella mano di Benjamin Raycraft, il fidanzato appartenente a una delle famiglie più in vista della Londra vittoriana, Phoebe accoglie gli invitati con un sorriso raggiante di gioia. È il suo momento, l’istante che suggella la sua appartenenza alla buona società londinese. Un istante destinato a durare poco.
Dalla folla accalcata attorno alla coppia si stacca una sinistra figura, un uomo nudo, sporco di fango e col torace coperto da una griglia di tatuaggi, come un fiore gigante. L’uomo solleva il braccio verso Benjamin, facendo balenare la lama stretta nella mano: «Ho promesso che ti avrei salvato» dice, prima di avventarsi sull’ignara Phoebe e tagliarle la gola con un rapido gesto.
La mattina seguente, a pochi chilometri di distanza, William Lamb, ventitré anni e l’ambizione di diventare socio dell’avvocato Bridge una volta completato il praticantato, fa visita a un cliente molto particolare, Ambrose Habborlain, sino a quel momento seguito esclusivamente da Bridge. Si ritrova al cospetto di un uomo dai capelli canuti e dallo sguardo smarrito che, in preda alla paura, gli consegna un misterioso messaggio: «Dite a Bridge che il Cercatore sa».
Tornato allo studio, William spera di avere da Bridge delucidazioni sull’oscuro comportamento di Habborlain. Ma, contro ogni aspettativa, l’anziano avvocato viene colto anche lui dal terrore. Con affanno apre l’ultimo cassetto della scrivania, estrae un piccolo cofanetto in legno sul cui coperchio sono intagliati sette cerchi all’interno di un ottavo, a formare un grande fiore, e lo affida a William con la raccomandazione di tenerlo al sicuro e non farne parola con nessuno.
Tra rocambolesche fughe, una misteriosa setta disposta a tutto pur di realizzare i propri scopi e un terribile segreto che affonda le sue radici in un lontano passato, William vivrà giorni turbolenti in una Londra vittoriana che, come un gigantesco labirinto di misteri, custodisce antiche leggende e oscure macchinazioni, saperi secolari e nuovi pericolosi intrighi.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

La quattordicesima lettera è, senz’ombra di dubbio, uno dei must read del 2020.
Alla pubblicazione del libro, sono stata, come tutti suppongo, immediatamente catturata dalla copertina e dal ricamo formato dai simboli e dai disegni che ricalca, seppur con tonalità e disposizione grafica differenti, la copertina della versione originale.
Tuttavia, leggendo la sinossi non ero stata particolarmente “agganciata” che, seppur interessante, sembrava proporre una variante più petulante di Sherlock Holmes.
Tornata in libreria qualche tempo dopo, la curiosità non si era sopita e così, decisa a togliermi lo sfizio, ho aperto il libro a metà e ho iniziato a leggere.
Il linguaggio fresco e, a tratti colorito, e una serie di situazioni grottesche mi hanno catapultato in una Londra di fine ‘800 decisamente diversa da quella descritta nei romanzi di Sir. Arthur Conan Doyle (senza nulla togliere al maestro del giallo) e, in men che non si dica, il libro è passato dallo scaffale al comodino e dal comodino alla borsa del lavoro.

Capitoli brevi scandiscono il ritmo di una trama avvicincente che ben si dipana tra misteri e complotti, suggestioni e brividi.
Come figure di un carillon, i personaggi danzano e si rincorrono senza mai intrecciarsi o afferrarsi e, almeno per una buona metà del libro, si ha la sensazione che le diverse trame viaggino con fuso orari differenti che non permettono alla vicenda corale di prendere veramente il via.
Alcune scene di tortura possono risultare, per i più sensibili, un po’ fastidiose; ma pur trattando di argomenti difficili da digerire, il libro non scade mai nello splatter e anche le scene più raccapriccianti sono tratteggiate con tatto.
L’evoluzione dei personaggi è ben studiata e, nonostante non tutti mi abbiano particolarmente entusiasmato, ognuno riesce a dare il proprio contributo alla storia senza mai alterare il delicato equilibrio tra un bel romanzo e una bella sceneggiatura.

Il voto è 9+/10.
La brevità dei capitoli è, oltre che vincente per il ritmo della storia, una vera benedizione per chi, come la sottoscritta, lavora e cerca di ritagliare un momento per la lettura anche durante pausa pranzo. Poche e ben scritte pagine permettono al lettore di mantenere il polso della situazione senza dover abbandonare i protagonisti nel bel mezzo di un inseguimento o di una schermaglia.
I personaggi mi hanno convinto quasi tutti e per la dipartita di alcuni sono stata lì lì per versare una lacrimuccia; alla fine, come in una favola vittoriana, il lieto fine arriva per tutti e ogni brutto ricordo annega in una tazza di buon té.
L’epilogo, che sembra copiato dal primo capitolo di una saga cinematografica, non mi è piaciuto per niente e mi è sembrato il proverbiale sgambetto sulla linea del traguardo dopo una corsa meravigliosa.

*Jo

Klaus – I segreti del Natale ~ Streaming and Pajamas

.: TRAMA :.

Un postino egocentrico stringe un’improbabile amicizia con un giocattolaio solitario, riportando la gioia in una città fredda e cupa che ne ha disperatamente bisogno.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Di film su Babbo Natale, e sulle leggende che lo circondano, ne sono stati girati tantissimi d’animazione e non.
Eppure, quando si arriva ai titoli di coda di Klaus – I segreti del Natale, si sente che in questo film c’è qualcosa di diverso.

Decidere di voler raccontare le origini di un personaggio così iconico è una scelta coraggiosa e difficile che il regista, Sergio Pablos, ha saputo affrontare brillantemente, complici una serie di intuizioni geniali che, nell’insieme, compongono una pellicola davvero degna di nota.
Pablos porta sullo schermo il volto umano di Babbo Natale, accantonado (almeno in parte) l’aura di magia e meraviglia che dalla notte dei tempi lo avvolge. Protagonista del lungometraggio è il più improbabile degli eroi, non che l’ultimo personaggio che qualcuno si aspetterebbe di vedere in un film natalizio: Jesper, un postino egocentrico che non ha altro scopo se non quello di tornare alla sua oziosa e viziata vita.
Il suo incontro con Klaus, avviene quasi per caso e, lungi dai sentimenti buonisti che solitamente permeano i film sul natale, risulta in linea con lo spirito cinico e approfittatore di Jesper.
I cambiamenti, innescati dalle azioni dei due coprotagonisti, operano un’autentica trasfomazione tanto nei personaggi quanto nell’ambientazione e avvengono lentamente dando così compimento e significato al motto che incarna la filosofia stessa del film “un vero atto di bontà ne ispira sempre un altro”.
Il lungometraggio contrappone la violenza e l’odio, perpetrato dagli abitanti di Smeerensburg (città fittizia dove la storia è ambientata) per mera consuetudine, al miracolo, troppo spesso dato per scontato, della gentilezza e dimostrando come anni di faide e violenze possano essere cancellati da un sorriso e dalla semplice volontà di fare del bene accantonando le brutte abitudini. Il messaggio, valido per adulti e bambini, è una lezione importante capace di riaccendere la speranza: non esiste male che un atto di autentica bontà non possa curare.

Al messaggio, perfettamente in tema con il clima natalizio del periodo, si aggiunge la capacità del regista di incastrare nella trama la maggioranza dei miti che, nella tradizione europea e in quella americana, accompagnano Babbo Natale: la sua capacità di intruffolarsi dai caminetti, la slitta volante, e quel meraviglioso inventario di fantasie e storie, che da sempre accompagna l’omone vestito di rosso, trovano un’originale spiegazione in Klaus – I segreti nel natale dando al film un ulteriore e autentico quid in più.
Ad una storyline colma di tenerezza e originalità si uniscono la simpatia e lo sviluppo accurato dei personaggi, principali quanto secondari, garantendo al lungo metraggio un successo più che meritato.
Per noi, il film merita un 10/10.
La colonna sonora, composta da canzoni splendide che viene voglia di cantare anche non sapendo il testo, e l’uso delle luci sono stati studiati a pennello: mettendo a confronto un fotogramma delle scene iniziali e uno delle ultime, il cambiamento dei colori è lampante e, spogliatasi delle noiose tonalità del grigio, l’ambientazione si arricchisce di tonalità calde sottolineando il graduale cambiamento che interessa personaggi e location.
Sicuramente, questo è uno di quei film che ciascuno di noi vedrà e rivedrà più che volentieri ogni dicembre, stretti tutti insieme sul divano con una bella tazza di cioccolata calda a farci compagnia.

*Volpe e Jo

Quattro conversazioni sull’Europa

Autore: Philippe Daverio
Anno: 2019
Casa editrice: Rizzoli

.: SINOSSI :.

Europeo per nascita e per vocazione, cresciuto al crocevia tra Italia, Francia e Germania, Philippe Daverio ci accompagna in alcune riflessioni sul passato del vecchio continente e sulla sua eredità intellettuale. Si inserisce così nel dibattito politico attuale con la sua autorevole voce di storico dell’arte e antropologo culturale. Il presupposto è che l’Europa è la nostra casa comune, una condivisa visione del mondo, con uno stesso linguaggio artistico, musicale, architettonico e addirittura gastronomico. Partendo dal pensiero di alcuni grandi maestri dell’Ottocento e Novecento, tra cui Victor Hugo e Sir Winston Churchill, Altiero Spinelli e Paul Valéry, che hanno immaginato un’Europa unita, il discorso si sposta poi su alcuni periodi storici, come il Rinascimento carolingio o le corti del Settecento, per approfondire le differenze e le contaminazioni fra i vari Paesi. Alla fine si può quindi addirittura affermare, provocatoriamente, che “il senso dell’Europa sta anche nei sensi: guardiamo, ascoltiamo, sentiamo, annusiamo, mangiamo in modo diverso dagli altri popoli e in questo stanno le nostre radici comuni”.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Un libro con il sapore di saggio che ci regala uno spaccato interessante sulla storia del nostro continente. Daverio non si limita a raccontarci guerre o fatti politici che hanno in qualche modo creato l’Europa: l’autore ricerca le radici socio-culturali del continente europeo e le ritrova nell’arte, nella musica, nell’architettura così come nel cibo e nel vino.
Quattro conversazioni sull’Europa racchiude di fatto quattro conferenze tenute dallo stesso Daverio, in ciascuna viene analizzato un diverso aspetto socioculturale europeo. Lo scopo? Giungere alla conclusione che noi siamo europei, non perché sia scritto sui nostri documenti, ma perché sono le nostre radici comuni a provarlo.

Ecco quindi che Daverio, esponendo la sua tesi ben argomentata, accompagna il lettore in quattro diversi viaggi alla scoperta dell’Europa e delle sue tradizioni che, in un modo o nell’altro, sono diventate comuni.
Lo stile è semplice e la scelta dei termini è ben curata. Si alternano momenti di simpatia a momenti di assoluta serietà e ogni pagina è condita di pura meraviglia: si vede che Daverio parla di una cosa che ama e trasmette questa sua passione anche al lettore.
La sola cosa sulla quale posso esprimere un parere leggermente negativo, sono le frecciatine che Daverio lancia qua e là tra le sue pagine. Tuttavia comprendo che, essendo queste inizialmente conferenze, una battuta qui e là è necessaria per mantenere alto il livello di attenzione generale.

A prescindere dal credo politico e dalle convinzioni in merito a Europa sì/Europa no, il libro di Daverio è un ottimo spunto di riflessione, che si presa sicuramente anche al confronto purché esso resti aperto e civile. Il pregio dell’autore è che non cerca di imporre il proprio punto di vista: lui informa il lettore e gli porta curiosità e fatti che, magari, non sono tanto conosciuti.
Faccio fatica a dare un giudizio numerico a questo libro: del resto si tratta dell’opinione di una persona che, personalmente, condivido.

*Volpe

La trilogia della città di K., Il grande quaderno

18403320_1023123081158045_3174334918475862269_n

LA TRILOGIA DELLA CITTA’ DI K, IL GRANDE QUADERNO

Autore: Agota Kristoff
Casa Editrice: Einaudi
Anno di pubblicazione: 2014

.:SINOSSI:.

Quando Il grande quaderno apparve in Francia a metà degli anni Ottanta, fu una sorpresa. La sconosciuta autrice ungherese rivela un temperamento raro in Occidente: duro, capace di guardare alle tragedie con quieta disperazione. In un Paese occupato dalle armate straniere, due gemelli, Lucas e Klaus, scelgono due destini diversi: Lucas resta in patria, Klaus fugge nel mondo cosiddetto libero. E quando si ritroveranno, dovranno affrontare un Paese di macerie morali. Storia di formazione, la “Trilogia della città di K” ritrae un’epoca che sembra produrre soltanto la deformazione del mondo e degli uomini, e ci costringe a interrogarci su responsabilità storiche ancora oscure.

.:IL NOSTRO GIUDIZIO:.

Essenziale, crudo, cinico e spietato, a tratti inquietante e terribilmente vero.
Il grande quaderno apre la celebre Trilogia della città di K e fin dalle prime pagine spiazza e cattura con la sua prosa ridotta all’osso, che trae la sua forza non dal virtuosismo descrittivo, ma dall’azione che si fa sempre più spietata pagina dopo pagina.
I due gemelli protagonisti sembrano usciti da una pellicola dell’orrore e questo sentimento di repulsione e curiosità si consolida ad ogni capitolo, si fa fatica a creare un legame empatico con questi personaggi poco inclini alle carinerie e alle lungaggini a cui siamo abituati.
L’autrice lascia ben pochi indizi per riuscire ad inquadrare la vicenda in delle coordinate storiche e temporali e questo è il vero punto di forza del romanzo.
Tutti i personaggi della storia, dai due gemelli ai soldati, dal parroco alla nonna, si possono riconoscere nelle vittime di tutte le guerre passate e presenti. I due gemelli possono essere francesi, russi, israeliani, ebrei, tedeschi, siriani o africani e così anche gli altri personaggi che, ad una sola voce, svelano le quinte dei conflitti: la cornice, spesso invisibile, di violenze e barbarie che sono la naturale conseguenza della guerra.

Non posso che dare a questo primo capitolo che un bel 10/10. L’ho divorato in poche ore e presto mi dedicherò al secondo libro della trilogia.
Faccio molta fatica ad aggiungere altro e, in questo caso, me ne compiaccio: una recensione troppo lunga avrebbe davvero stonato per questo romanzo che evita accuratamente qualsiasi lungaggine o sbrodolatura.
Mi sento in dovere di avvisare i lettori più sensibili che il libro, tra gli altri temi, tratta anche quello della pedofilia.

*jo

L’ULTIMO CACCIATORE DI LIBRI

15750044_1229727770442729_824111689_n

L’ULTIMO CACCIATORE DI LIBRI

Autore: Matthew Pearl
Casa editrice: Rizzoli
Anno: 2016

. : SINOSSI : .

Sulle isole di Samoa, Robert Louis Stevenson, ormai molto anziano, lavora al suo ultimo romanzo. E il pensiero dell’ultima opera del grande autore accende l’immaginazione dei contrabbandieri di testi tradotti, una professione misteriosa e diffusa prima della regolamentazione dei diritti d’autore. Così un tale di nome Davenport insieme al suo assistente Fergins si imbarcano per il Pacifico, con l’obiettivo di rubare l’ultima perla letteraria del momento, prima che sia troppo tardi, ovvero prima che la legge tuteli il commercio estero delle opere di fantasia.

. : Il nostro giudizio : .

Un libro consigliato agli amanti dei libri, a chi sa apprezzare in modo autentico il peso delle pagine, la filigrana, la rilegatura, l’odore e i componenti di un volume.
Un libro consigliato a chi non si limita a leggere le parole stampate, ma si distrae a leggere la storia del libro come oggetto, cercando di risalire, come in una caccia al tesoro, alle sue origini.
Le prime pagine sembrano proporci una storia già letta e ci presentano due personaggi che potremmo inquadrare in un rapporto insegnante/allievo. Per alcuni capitoli questa sensazione persiste, complice una trama che sembra arrancare, per poi decollare trasportata dai ricordi di uno dei due protagonisti. La pittoresca New York sparisce e il lettore viene trasportato oltre oceano, a Londra, e poi ancora più a sud verso le Samoa e le incontaminate isole del Pacifico.
Lo stile è piacevole, scorrevole e si rifà a romanzi di altri tempi, aiutando il lettore a calarsi in un’atmosfera e in un contesto storico che pare sospeso tra due epoche: la fine di un secolo, il tramonto di una stirpe affascinante e disonesta, gli ultimi anni di uno scrittore e il difficile rapporto di un autore e la sua opera.
Tra le pagine, nascoste tra un uragano, un viaggio in nave e un incontro con gli indigeni samoani; si nascondono piccole perle: massime acerbe e riflessioni sulla letteratura, i libri e l’arte di narrare storie.
Un romanzo che merita e che sarà sicuramente apprezzato da chi si è lasciato rapire da capolavori come “L’isola del tesoro”, a cui il romanzo si ispira in un certo senso, e i romanzi di Stevenson.
Il mio giudizio è 9/10: ho davvero apprezzato questo romanzo che mi ha riportato sulle labbra e negli occhi una letteratura che avevo accantonato con la fine delle scuole medie/superiori.
Un romanzo di avventura, che è anche un romanzo dedicato al libro come oggetto, al libro come scrigno e al libro come occasione.
Un neo? L’aver speso solo 20 pagine per svelare i misteri e i segreti che si erano intrecciati nel corso delle precedenti 400 pagine.

*Jo

Notte di San Lorenzo – Storie e Leggende

liridi.jpg

La notte tra il 9 e il 10 agosto è sempre stata una notte magica sia per gli adulti sia per i bamini: ritrovarsi a guardare tutti insieme il cielo alla ricerca di stelle cadenti per confidar loro i nostri desideri è il miglior passatempo per far scorrere in fretta questa notte estiva.
Se per noi è un momento di gioia, tuttavia, non è sempre stato così e oggi andremo insieme alla scoperta di alcune favole e leggende legate alle stelle che scivolano nella notte.

Partiamo dal mito che gli antichi greci avevano messo alla base di questo strano fenomeno: il mito di Fetonte, figlio di Apollo.
Si racconta che il giovane e bel figlio di Apollo, per dimostrare al compagno di avventure Epafo che era davvero figlio del dio del sole, implorò il padre di lasciargli guidare il proprio carro. Tuttavia, una volta che ne ebbe il controlo, Fetonte non fu in grado di percorrere il tragitto che il padre prendeva ogni giorno per far sorgere il sole sul mondo: volò troppo in alto dando fuoco a parte del cielo creando la via lattea; fece cadere palle di fuoco sulla Lubia rendendola deserto; riempì gli uomini di cupo terrore tanto che essi chiesero a Zeus di intervenire. Il vecchio re degli dei fu costretto a colpire il ragazzo con un fulmine ed egli precipitò creando una striscia di fuoco nel cielo.
Da quel giorno ogni anno, quando l’estate di fa più calda, per ricordare la morte del giovane, le sue sorelle, ossia le pleiadi, piangono dal cielo e le loro lacrime si tramutano in stelle che scivolano lungo la volta celeste.

Spostandoci un po’ più a Est, per la precisione nell’Antica Cina, si può notare che le stelle cadenti avevano, secondo quanto riportano gli astrologi cinesi, una valenza quasi politica: ogni volta che nel cielo venivano avvistate le stelle cadenti, non c’era alcun dubbio sul fatto che si dovesse temere qualcosa di male. Assedi, guerre o cadute e crisi di governo che fossero, gli astri che noi oggi elogimo erano segno di profondo malaugurio.

Non solo in Cina, però, le stelle cadenti vengono viste come segnali negativi: nell’antica India, le stelle cadenti vengono viste come demoni dall’aspetto di donna con i lunghissimi capelli, ossia la coda della cometa, sciolti che segnano il loro passaggio per moltissimi chilometri.
In una versione più recente, e molto simile a una delle tante credenze popolari medioevali, le stelle cadenti sarebbero le anime dei defunti che ascendono al cielo. La sola differenza con il mito cristiano, in effetti, è che secondo il medioevo cattolico si trattava precisamente delle anime dei defunti che dal purgatorio passavano al paradiso per le quali bisognava anche recitare un padre nostro.

Per ultima, analizziamo la versione più classica, dalla quale deriva anche il nome per questa elebre notte.
Il 10 Agosto dell’anno 258 d.C., San Lorenzo fu arso vivo su una graticola. Le stelle cadenti rappresentano in un certo senso sia le sue lacrime, sia le scintille che partivano dalle fiamme.

Per quanto le storie, i miti e le leggende riportate qui siano chiaramente lontane dalla realtà scientifica grazie alla quale questo fenomeno allieta le nostre sere di agosto, è bello, in un certo senso, pensare che possano essere tutte vere.
E voi? Avete una leggenda che vi sta a cuore riguardo le stelle cadenti o una storia che vi siete inventati o vi hanno raccontato da piccoli?

*Volpe

L’Autobooks

Ci sono, al mondo, alcune piccole meraviglie di cui non si conosce l’esistenza fino a quando non ci si imbatte di persona, un po’ come il Carro Armato letterario di cui vi abbiamo già parlato.
Oggi vorrei parlarvi di un’altra di queste piccole chicche che, da quasi due anni, perlustra indisturbata le strade di Catania.

cat

L’Autobooks.
Si tratta di un veccho autobus ecologico dell’ATM, azienda di trasporto persone, ormai in disuso da parecchi anni che, però, grazie a una brillante intuizione dell’assessore al Sapere e alla Bellezza Condivisa Catanese di allora, non ha seguito il normale iter di rottamazione ma, al contrario, è stato trasformato in una meravigliosa biblioteca itinerante.
L’autobus è stato del tutto svuotato per far spazio agli scaffali in cui sono ordinatamete riposti i libri, è stato riverniciato e sistemato per essere agibile come piccola libreria. Sebbene non vi siano più posti a sedere, è possibile consultare tutti i libri che si desidera, sfogliarli e anche leggerli sul posto per farsi un’idea.
Non si possono comperare i libri che l’Autobooks trasporta, tuttavia si può fare qualcosa di meglio: l’Autobooks, infatti, è un mezzo innovativo per promuovere il BookSharing.
Se si desidera portare via con sé uno di quei libri, è bene sostituirlo con un altro, possibilmente in buone condizioni così che altri ne possano usufruire. Librincircolo-INTERNO
Trovo sia un modo particolarmente intelligente anche per promuovere la lettura: presentare un mezzo simile, infatti, la può rendere divertente agli occhi di chi, magari, ha sempre vissuto il leggere un libro come un obbligo scolastico. Per di più, l’apparenza moderna dell’autobus può trasmettere anche l’idea di qualcosa alla moda e quindi invogliare più facilmente quei giovani lettori che se ne sono tenuti alla larga per le loro motivazioni più o meno lecite.

Per chi, in questo periodo, ha in programma una gita a Catania ed ama i libri, credo sia una tappa piuttosto simpatica.
Attenzione però! Non lo troverete mai due volte nello stesso posto!

*Volpe

Consigli di lettura per menti accaldate

immy.jpg

Dopo aver letto una ricerca riguardo al fatto che quando fa molto caldo, per sentire un po’ di fresco, bisogna cercare di convincere il proprio cervello di essere in un posto freddo, ho pensato di suggerirvi alcune letture atte a stimolare in voi questa reazione e a rendere più piacevole il torrido caldo estivo.

Eccovi dunque cinque libri che, personalmente, leggerei in caso di caldo estremo.

Consiglio numero 1: “20.000 leghe sotto il mare” di Jules Verne.
Non parlerà di lande ghiacciate e desolate ma, personalmente, la sola idea del mare e dell’acqua fredda dell’oceano già mi fanno sentire meglio.
Si tratta di un classico di cui sono state fatte innumerevoli trasposizioni cinematografiche (anche animate) adatto specialmente a chi ama l’avventura e il mare!

Consiglio numero 2: “Il nome della rosa” di Umberto Eco.
L’ambientazione di questo romanzo mi richiama luoghi freddi: non so voi, ma quando penso alle chiese o ai monasteri non riesco a non sentire sulla pelle il fresco che si prova solitamente entrando in quegli edifici normalmente bui e dalle mura molto spesse. Specie se a condire il tutto c’è un po’ di mistero!
Naturalmente, questo romanzo è consigliato a chi ama i gialli, i classici e i misteri apparentemente irrisolvibili!

Consiglio numero 3: “La regina delle nevi” di Andersen.
Questa è una fiaba adatta a grandi e piccini, da leggere magari tutti insieme. Leggendola sarà impossibile, specie per coloro che sono molto empatici con i piccoli protagonisti, non provare un certo gelo alle ossa e al cuore.

Consiglio numero 4: “Le Cronache di Narnia: il leone, la strega e l’armadio” di Lewis.
La Narnia congelata dall’incantesimo della strega e lo sforzo dei quattro giovanissimi eroi per riportare tutto alla normalità non può non appassionare e, immergendosi in quel luogo magico e freddo, i più accaldati troveranno sicuramente un po’ di sollievo.
Per di più, la bellezza di questo libro è disarmante! Assolutamente consigliato agli amanti del fantasy, dell’avventura e di romanzi che fanno anche ragionare.

Consiglio numero 5: “L’uomo di neve” di Nesbo.
Ambientato in una fredda ed innevata Oslo, questo romanzo di crimini è adattissimo alle menti accaldate appassionate di gialli.
Seguire indagini inquietanti con come protagonista principale la neve non potrà che rinfrescare le vostre torride giornate.