Luca ~ Streaming and Pajamas

.: TRAMA :.
Ambientato in una località costiera della riviera italiana, Luca, di Disney e Pixar, è la storia di formazione di un ragazzino che vive un’estate indimenticabile tra gelati, pasta e lunghissimi giri in Vespa. Luca condivide le sue avventure col suo nuovo amico Alberto, ma il divertimento è minacciato da un segreto ben custodito: i due sono due mostri marini provenienti da un mondo sottomarino.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Quando si sente parlare di produzioni americane ambientate in Italia, il rischio di trovarsi davanti all’ennesima carrellata di stereotipi è alto (nessuno ha ancora perdonato la Disney per il piatto di spaghetti con le polpette come piatto tipico della nostra tradizione culinaria), grazie al cielo ciò non succede e il risultato è una cartolina italiana che emoziona e commuove per le sfumature che riesce ad intrappolare in questa favola estiva al sapore di mare e di pesto alla genovese (lodevole che, per una volta, l’Italia non venga ritratta unicamente come il paese del calcio, ma si presentino sport altrettanto importanti come il ciclismo e il nuoto). Rispetto a Soul (2020), Luca sembra fare qualche passo indietro e rientrare in quella che si può considerare la comfort zone dei film Disney Pixar, ma bastano pochi minuti per ricredersi.

Luca centra il cuore dell’Italia stessa: di un paese legato a doppio filo con i tre mari che lo abbracciano e che, da questo mare, si lascia ispirare plasmando il carattere di un popolo che sa essere mite e burrascoso, agitato o calmo, accogliente ma anche, purtroppo, a volte ostile.
Dal Golfo di Trieste allo stretto di Messina, dalle meravigliose Cinque Terre alla Riviera Romagnola, il folklore italiano è costellato di storie e leggende legate al mare e alle sue creature: di cui Cola Pesce (figura mitologica dell’immaginario collettivo meridionale) e gli “epici” Scilla e Cariddi sono solo gli esempi più celebri. Questo è il contesto culturale da cui Luca attinge e il risultato è una storia che procede a gonfie vele senza dover ricorrere a pretesti per mandare avanti la narrazione.
La trama è un carosello di istantanee che trasudano verismo, poesia e fantasia: le avventure in riva al mare, la vita movimentata e allo stesso tempo sempre uguale di un piccolo borgo, i giochi, le gare e le piccole grandi conquiste che caratterizzano il periodo delle vacanze estive.
L’utilizzo del colore, un autentico “attore non protagonista”, riesce a dare spessore tanto al mondo della superficie (caratterizzato soprattutto da colori caldi) quanto a quello marino (dove, ovviamente, prevalgono le sfumature del blu e del verde): su questo palcoscenico si muovono personaggi che, nella loro semplicità, commuovono e stupiscono per la loro caratterizzazione essenziale, ma non per questo scarna.
Ciò che davvero conquista di Luca (il protagonista) e dei suoi compagni di avventura è la loro autenticità: ispirati dai compagni d’infanzia del regista, Enrico Casarosa, i personaggi riescono abilmente a scansare lo stereotipo e, grazie ad un umorismo genuino, non scadono mai nel macchiettisco.

Tra richiami cromatici (in più di una sequenza si può notare il tricolore italiano ricomposto con oggetti diversi) ed elementi scenografici, il film presenta diverse citazioni a capolavori del cinema: le prime sequenze, in cui Luca “scopre” il mondo degli umani e riceve dai genitori il divieto categorico di entare in contatto con loro, ricordano in parte La Sirenetta in parte Alla ricerca di Nemo, per non parlare dell’autocitazione fatta dal regista che dà al personaggio di Massimo Marcovaldo fattezze simili a quelle di uno dei protagonisti del corto La Luna (2011); mentre in altre scene si vedono le locandine dei film Vacanze Romane e La strada. La colonna sonora si avvale di composizioni originali e brani cult della tradizione musicale italiana: Il gatto e la volpe di Bennato, Un bacio a mezzanotte del Quartetto Cetra, Fatti mandare dalla mamma a prendere il latte di Morandi sono solo alcune delle celebri canzoni che si possono ascoltare; mentre la colonna sonora originale crea un accompagnamento suggestivo ma non memorabile che, tuttavia, ben si sposa con la sceneggiatura riempiendo i vuoti di dialogo con accordi delicati come una brezza di mare.
Non mancano, da ultime ma non meno importanti, i riferimenti (più o meno voluti) alla letteratura: le atmosfere ricordano il romanzo di Astrid Lindgren Vacanze all’isola dei gabbiani, mentre il rapporto tra i tre protagonisti, Luca, Alberto e Giulia, ricorda vagamente quello tra Pinocchio, Lucignolo e un mix tra la Fata Turchina e il Grillo Parlante.

Come confermato dal regista il film ha diversi livelli di lettura e si presta a più di un’interpretazione. Tema centrale è la diversità che, in un lungometraggio di appena un’ora e quaranta, riesce ad essere declinata in sfumature diverse e tutte molto convincenti.
I “mostri marini” che vengono dal mare possono essere intesi come gli stranieri o gli immigrati che, ad alcuni, fanno “molto disgusto e orrore” come dice uno dei personaggi riferendosi ai mostri marini. Ciò che davvero dà forza a questo film è la capacità di parlare ad ognuno in maniera differente permettendo allo spettatore di proiettare la propria “diversità” sui protagonisti per esorcizzarla con loro vincendo la paura di non essere accettati. C’è anche chi ha visto, nella necessità dei due protagonisti di nascondere la loro vera natura, un richiamo alle tematiche LGBTQ+ ma, personalmente, questa interpretazione mi sembra molto forzata: Luca racconta storie di amicizia, lealtà, coraggio e riscatto; descrive, con delicatezza, la capacità dei bambini di creare legami profondi con chi, fino a pochi minuti prima, era uno sconosciuto e di riuscire, con queste nuove amicizie, ad inseguire i propri sogni.
Fanalino di coda di una produzione cinematografica concepita in tempo di pandemia, Luca sembra gettare un ponte verso il domani e riporta al centro quei valori che, per colpa delle restrizioni anti-covid, sono stati messi da parte in questi mesi.
L’amicizia: unica vera arma contro l’isolamento a cui i lockdown ci avevano condannati è il valore cardine di tutta la vicenda e non si traduce solo in un classico “volersi bene a prescindere da ogni cosa”, ma principalmente in un venirsi incontro strappandosi vicendevolmente dalla condizione di solitudine in cui si rischia di cadere quando ogni altra certezza vacilla. Luca, prima di conoscere Alberto e Giulia, è “ostaggio” della sua timidezza; Alberto, prima di incontrare Luca e Giulia, vive da solo su un’isola abbandonato dal padre; infine Giulia che, facendo amicizia con Luca e Alberto, trova due amici e si libera dalla sensazione di essere una straniera nella sua stessa città.
L’istruzione: Luca e Giulia sono due bambini curiosi e amanti dei libri e, cosa insolita per un film estivo, Luca sente crescere il desiderio di allargare i propri orizzonti e di andare a scuola; inizialmente questo cambio di programma non viene preso bene da Alberto, il “Lucignolo” della situazione, ma anche lui finisce per apprezzare la curiosità dell’amico e a comprendere il motivo per cui vuole studiare. L’abbandono scolastico, durante i mesi di pandemia, ha, purtroppo, registrato record negativi causando un’emergenza educativa. Luca cerca di sensibilizzare sull’importanza dell’istruzione presentando due personaggi in antitesi tra di loro: Giulia conosce il mondo e i suoi pericoli grazie ai libri e alla scuola, Alberto, al contrario, si crede un uomo di mondo ma, in realtà, non sa un gran che e finisce spesso vittima della sua ignoranza salvo poi “imparare la lezione” e capire l’importanza dell’istruzione,

Il film, a mio giudizio, merita un 10+/10.
A differenza di altri film per cui “una volta basta e avanza”, Luca è un film che si rivede molto volentieri e di cui è bello osservare le diverse sfumature proprio come si farebbe da un belvedere affacciato sul mare. Nonostante sia dichiaratamente ambientato in Liguria, per il doppiaggio non sono stati scelti attori con un accento particolare il che, se da una parte può sembrare una mancanza di attenzione alla varietà linguistica e dialettale del nostro paese, dall’altra riesce a dare “universalità” alla storia che, scevra dei riferimenti geografici sopracitati, potrebbe essere ugualmente ambientata in Campania, Abruzzo o Friuli Venezia Giulia senza perdere di credibilità.

*Jo


Detto da Dante – Parole e modi di dire resi celebri dal Sommo Poeta.

Istituito dal Consiglio dei Ministri, il Dantedì è dal 2020 la giornata nazionale dedicata a Durante di Alighiero degli Alighieri, noto in tutto il mondo come Dante Alighieri. La data scelta per questa celebrazione è il 25 Marzo: giorno in cui, secondo gli studiosi, Dante iniziò il suo viaggio nell’aldilà narrato nelle tre Cantiche che compongono la Divina Commedia.
Dante Alighieri non ha bisogno di presentazioni e il suo contributo alla cultura italiana, e in parte anche mondiale, è indiscusso: il suo viaggio nell’aldilà ha ispirato, nell’arco di secoli, artisti, scrittori e anche registi; e la sua rappresentazione dei regni ultraterreni continua tutt’ora ad essere presa come modello anche nelle rappresentazioni contemporanee dell’Inferno, del Purgatorio e del Paradiso.
Tra le pagine della Divina Commedia, infatti, si trova ben più di un semplice racconto, di un affresco della cultura medievale e delle dottrine teologiche e filosofiche che si discutevano nelle università e nelle corti.
Politica, storia, mitologia, astronomia, ma anche tecniche agricole e navali vengono descritte facendo sì che la Commedia diventi, al pari dell’Iliade e dell’Odissea di Omero, una sorta di enciclopedia trecentesca in cui, per esempio, si fa cenno a pratiche come quella del maggese (la rotazione delle colture che prevede la messa “a riposo” di un terreno per l’anno successivo) o alle operazioni di calafataggio, di impermeabilizzazione, condotte “nell’Arzanà de’ Viniziani” con la “tenace pece” (Inferno: C. XXI, v. 7-8).
La Divina Commedia è un testo che parla di Dio, parlando agli uomini: una sinossi di teologia medievale che, tuttavia, era comprensibile tanto ai contemporanei di Dante quanto ai lettori dei nostri giorni che, tra i canti, incontrano personaggi che palpitano di vita ed eroismo, tanto meschini e vili, alcuni, quanto puri e nobili altri; ma tutti incredibilmente umani e per questo vicini al pubblico di ogni epoca e luogo.

Tuttavia, la Divina Commedia non si può ridurre ad un mero almanacco trecentesco: a Dante va il merito di aver vergato uno dei testi che ha ufficializzato il volgare fiorentino contribuendo alla nascita e al progressivo imporsi di quella che sarebbe diventata l’italiano.
Con Dante, Petrarca e Boccaccio (le Tre Corone fiorentine) nasce la nostra lingua: che non è fatta solo da grammatica e vocaboli, ma si avvale di modi di dire che, per la prima volta, vengono messi su carta divenendo parte attiva di una nuova cultura ed una nuova Italia.
È così che espressioni, come fa tremare le vene e i polsi (Inferno: C.I, v. 90) approdano nell’italiano corrente riuscendo, oggi come allora, a descrivere sentimenti ed emozioni universali come la paura, se non addirittura il terrore, davanti a situazioni o cose raccapriccianti o che paiono invincibili. Modi di dire  come “stare freschi”, “cosa fatta capo ha”, “non mi tange”, parole come “merda” o il tipicamente toscano “babbo”, squisitamente dialettali nella loro spontaneità, superano il tempo e lo spazio e fuggono dalla carta tornando al popolo che li ha coniati e che continua ad usarli.
Confrontando la Divina Commedia con la lingua di tutti i giorni si scopre l’aspetto giocoso, quasi pop, di Dante e della sua opera.
Non esiste studente al mondo che non sia stato, almeno una volta nel corso della sua carriera scolastica, apostrofato dal proprio professore con le parole “fatti non foste a vivere come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza.” (Inferno: C.XXVI,v.119-20). E che dire della locuzione “Galeotto fu…” (Inferno: C. V, v. 37) che è comunemente usata per indicare qualcosa che, per quanto spiacevole, ci ha fatto cadere in tentazione o prendere una libertà in più.
Dante non è solamente un coniatore di citazioni e, come l’inglese William Tyndale e come qualunque letterato che si affacci sulle potenzialità di una nuova lingua, egli gioca ed inventa ritagliando parole da altre parole o creandone di nuove quando il vocabolario corrente manca di quel termine atto a descrivere azioni, emozioni o atteggiamenti.
Latinismi come “quisquilia” o francesismi come “gabbare”, dal francese antico “gaber”(=”scherzo”), scivolano via dalle pagine garantendo la sopravvivenza di parole che, altrimenti, sarebbero oggi estinte. Non tutti i neologismi di Dante sono, purtroppo, giunti fino a noi e, sebbene siano molti le frasi e le espressioni per cui il Sommo Poeta è ricordato, ci sono alcuni verbi che, pur suonando strani se non addirittura buffi, sono forse la testimonianza più grande dell’estro e della conoscenza che Dante aveva della lingua e della linguistica. Espressioni come “indracarsi” (Inferno: C.XVI, v. 115), con l’accezione di divenire furioso come un drago, “infuturarsi” (Inferno: C. XVII, v. 98), estendersi al futuro, o “imparadisare” (Inferno: C. XXVIII, v.3), qualcosa che ti fa sentire “in paradiso”, colpiscono per la loro schiettezza e l’espressività con cui riescono a veicolare il messaggio di Dante.

Fiumi di inchiostro sono stati versati e, tutt’ora, le opere di Dante Alighieri continuano ad attirare l’attenzione di linguisti e storici e continuano  a regalare, anche a distanza di secoli, sorprese e ad essere oggetto di studio.
Una menzione va fatta all’Accademia della Crusca (il cui contributo è stato fondamentale per questa stesura) che, in occasione del 700° anniversario dalla morte di Dante Alighieri, ha deciso di pubblicare ogni giorno una parola “dantesca”: neologismi o espressioni dialettali entrate, in maniera più o meno consapevole, nella lingua di tutti i giorni.

*Jo

La “Buona novella” della Terra di Mezzo: Tolkien e le allegorie invisibili

Contemporaneo di C.S.Lewis, uomo di lettere e storico, linguista e filologo e, a ragion veduta, consacrato padre della letteratura fantasy moderna, John Ronald Ruel Tolkien è un autore che non ha bisogno di presentazioni. 
Dalla loro pubblicazione, i suoi romanzi non hanno mai abbandonato gli scaffali delle librerie e sono già tre i volumi, curati dal figlio Christopher Tolkien (recentemente scomparso), pubblicati postumi.
Contemporaneo dell’autore de Le cronache di Narnia, Tolkien forgia le sue opere dando fondo alla sua vasta cultura e agli arricchimenti e suggerimenti che gli vengono dalla compagnia di accademici di Oxford. 
Tuttavia, nonostante l’ambiente culturale comune, la contemporaneità, le tematiche affini e l’amicizia che legava i loro autori, Le cronache di Narnia e Il Signore degli Anelli appaiono più che mai distanti, quasi agli antipodi.

L’intento pedagogico, e chiaramente evangelizzatore, di Lewis è declinato in una trama semplice con una spartizione netta tra bene e male, tra divino e malefico; gli stessi personaggi sono figure precise che, tanto nei nomi quanto nei tratti, richiamano figure bibliche ed evangeliche.
Il contesto quasi fiabesco in cui si muovono i beniamini di Lewis resiste,  alla moda di Tolkien, ne Lo Hobbit, antefatto de Il Signore degli Anelli e favola dell Terra di Mezzo, e nei primi capitoli de La compagnia dell’anello, per poi cedere il passo a scenari ereditati dai poemi epici medievali e germanici. 

Come l’autore a più riprese afferma, Il Signore degli Anelli non può essere considerato una parafrasi religiosa, né può essere utilizzato per leggere il contesto storico (caratterizzato da due guerre mondiali) in cui esso vede la luce. 
Tolkien è,  prima di tutto, un linguista e solo in seconda battuta uno scrittore: la Terra di Mezzo,  e tutti i suoi abitanti, sono conseguenti agli esperimenti linguistici compiuti nella creazione delle lingue degli elfi e delle altre creature che vivono in questo mondo. Sempre Tolkien è fermo nel chiarire i natali della sua opera e la sua natura meramente fantastica in cui trovano spazio personaggi nati per caso o emersi improvvisamente dalle ombre senza nome di una locanda.
Nonostante la sua caparbietà ad affrancare l’opera da qualsiasi interpretazione religiosa, filosofica e politica; l’autore non nega l’esistenza di un messaggio invisibile che, come un fiume sotterraneo, scorre dietro le pagine dei suoi romanzi.

Se identificare Aslan come figura cristica è automatico, quasi scontato, lo stesso non si può dire de i personaggi de Il Signore degli Anelli.
Molti hanno cercato di decifrare l’opera alla luce della fede cristiana, ma questi tentativi si sono rivelati per lo più fallimentari o forzati.
La salita di Frodo sul Monte Fato, piegato dal peso dell’Anello e reduce dalle torture degli orchi, è facilmente paragonabile alla salita di Cristo sul monte Golgota e tale analogia è rafforzata dal fatto che la distruzione dell’ Unico Anello avviene il 25 Marzo: festa dell’Annunciazione e data che, secondo un’antica tradizione inglese, coinciderebbe con il primo Venerdì Santo. 
Tuttavia questa interpretazione non tiene conto del fatto che, giunto al momento decisivo, Frodo sceglie di non distruggere l’Anello e, di fatto, tradisce la sua missione e tutti coloro che su di lui avevano riposto le loro speranze e fiducia.
Tolkien scrive un romanzo che parla di creature tanto fantastiche quanto umane e per questo corruttibili.
I limiti che vincolano lo scrittore: le sue debolezze, paure e iniquità; sono le stesse che zavorranno i suoi personaggi facendoli oscillare costantemente tra il bene e il male senza negare a nessuno un’opportunità di riscatto.
Alla luce di queste considerazioni un protagonista “perdente”, sconfitto, è quanto mai apprezzabile, perché ci permette di empatizzare e comprendere meglio la sua condizione mentale e spirituale.

Sempre l’episodio culmine della trilogia, permette di introdurre in maniera tanto silenziosa quanto incisiva il concetto della Provvidenza. 
La forza divina che muove le vicende de I promessi sposi, è, nelle opere tolkieniane, personaggio invisibile ma non silenzioso: camaleontico nel suo cambiare volto e voce senza mai diventare didascalico o moralista.

Frodo (parlando di Gollum): Che peccato che Bilbo non l’abbia ucciso quando poteva.

Gandalf: Peccato? È stata la pena che gli ha fermato la mano. Molti di quelli che vivono meritano la morte e molti di quelli che muoiono meritano la vita. Tu sei in grado di valutare Frodo? Non essere troppo ansioso di elargire morte e giudizi. Anche i più saggi non conoscono tutti gli esiti. Il mio cuore mi dice che Gollum ha ancora una parte da recitare nel bene o nel male, prima che la storia finisca. La pietà di Bilbo può decidere il destino di molti.

(Il signore degli anelli: La compagnia dell’Anello, Peter Jackson, 2001)

Ed è proprio Gollum, la vile creatura consumata dell’Anello che è sua croce e delizia, suo inizio e sua fine, l’ultimo personaggio ad incarnare la Provvidenza che, mentre Frodo e Sam sono dinnanzi alle fiamme del Monte Fato, segna con il suo intervento il destino dell’Anello e mette la parola “fine” all’intera faccenda .

È dunque sbagliato cercare a tutti i costi un senso religioso a Il Signore degli Anelli? Quale significato hanno le allegorie invisibili che compongono il messaggio nascosto di Tolkien, la “Buona novella” della Terra di Mezzo?
Il signore degli Anelli, come abbiamo già chiarito, non è Le cronache di Narnia né ambisce ad avere lo stesso scopo.
Lo stile e le tematiche non sono per bambini e, abbandonato ogni intento pedagogico, Tolkien alza il tiro costringendo personaggi e lettori a confrontarsi con un concetto che supera la mera distinzione tra bene e male, che restano comunque due concetti chiari tanto nella distinzione di determinati ruoli quanto nell’intimo dei personaggi, e tocca nel profondo le coscienze.
Isildur e Sauron per primi e poi Frodo, Boromir, Aragorn, Galdriel e tutti gli altri protagonisti dell’opera vengono posti davanti ad una domanda che supera le barriere del tempo e dello spazio: “Come reagire alla tentazione?”
E questa domanda è subito seguita da un’altra: “Si è in grado di riconoscere il male?”
Coloro che sono maggiormente tentati e che più soffrono del distacco dell’anello sono coloro che non ne comprendono appieno la minaccia o che hanno la presunzione di esserne immuni o in grado di domarlo.
Il signore degli Anelli non è meno formativo di altri romanzi, semplicemente non fa dell’insegnamento il fine, lasciando al lettore la libertà di approcciarsi a una storia fantasy ben scritta piuttosto che ad una parabola su valori immortali quali: amicizia, fedeltà, onore, sacrificio, onestà e amore.

*Jo

Leggi anche Il leone, la fede e il libro – Il simbolismo del leone ne “Le cronache di Narnia”

Notte di San Lorenzo – Storie e Leggende

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La notte tra il 9 e il 10 agosto è sempre stata una notte magica sia per gli adulti sia per i bamini: ritrovarsi a guardare tutti insieme il cielo alla ricerca di stelle cadenti per confidar loro i nostri desideri è il miglior passatempo per far scorrere in fretta questa notte estiva.
Se per noi è un momento di gioia, tuttavia, non è sempre stato così e oggi andremo insieme alla scoperta di alcune favole e leggende legate alle stelle che scivolano nella notte.

Partiamo dal mito che gli antichi greci avevano messo alla base di questo strano fenomeno: il mito di Fetonte, figlio di Apollo.
Si racconta che il giovane e bel figlio di Apollo, per dimostrare al compagno di avventure Epafo che era davvero figlio del dio del sole, implorò il padre di lasciargli guidare il proprio carro. Tuttavia, una volta che ne ebbe il controlo, Fetonte non fu in grado di percorrere il tragitto che il padre prendeva ogni giorno per far sorgere il sole sul mondo: volò troppo in alto dando fuoco a parte del cielo creando la via lattea; fece cadere palle di fuoco sulla Lubia rendendola deserto; riempì gli uomini di cupo terrore tanto che essi chiesero a Zeus di intervenire. Il vecchio re degli dei fu costretto a colpire il ragazzo con un fulmine ed egli precipitò creando una striscia di fuoco nel cielo.
Da quel giorno ogni anno, quando l’estate di fa più calda, per ricordare la morte del giovane, le sue sorelle, ossia le pleiadi, piangono dal cielo e le loro lacrime si tramutano in stelle che scivolano lungo la volta celeste.

Spostandoci un po’ più a Est, per la precisione nell’Antica Cina, si può notare che le stelle cadenti avevano, secondo quanto riportano gli astrologi cinesi, una valenza quasi politica: ogni volta che nel cielo venivano avvistate le stelle cadenti, non c’era alcun dubbio sul fatto che si dovesse temere qualcosa di male. Assedi, guerre o cadute e crisi di governo che fossero, gli astri che noi oggi elogimo erano segno di profondo malaugurio.

Non solo in Cina, però, le stelle cadenti vengono viste come segnali negativi: nell’antica India, le stelle cadenti vengono viste come demoni dall’aspetto di donna con i lunghissimi capelli, ossia la coda della cometa, sciolti che segnano il loro passaggio per moltissimi chilometri.
In una versione più recente, e molto simile a una delle tante credenze popolari medioevali, le stelle cadenti sarebbero le anime dei defunti che ascendono al cielo. La sola differenza con il mito cristiano, in effetti, è che secondo il medioevo cattolico si trattava precisamente delle anime dei defunti che dal purgatorio passavano al paradiso per le quali bisognava anche recitare un padre nostro.

Per ultima, analizziamo la versione più classica, dalla quale deriva anche il nome per questa elebre notte.
Il 10 Agosto dell’anno 258 d.C., San Lorenzo fu arso vivo su una graticola. Le stelle cadenti rappresentano in un certo senso sia le sue lacrime, sia le scintille che partivano dalle fiamme.

Per quanto le storie, i miti e le leggende riportate qui siano chiaramente lontane dalla realtà scientifica grazie alla quale questo fenomeno allieta le nostre sere di agosto, è bello, in un certo senso, pensare che possano essere tutte vere.
E voi? Avete una leggenda che vi sta a cuore riguardo le stelle cadenti o una storia che vi siete inventati o vi hanno raccontato da piccoli?

*Volpe

“OLIMPO: GIOIE E DISAGI”, CONVERSAZIONE CON FEDINI

13335423_254928794871161_1831800646_nQuest’oggi, abbiamo deciso di intervistare Federico Bauzon, in arte Fedini, ideatore e disegnatore della serie di fumetti pubblicata sulla pagina facebook “Olimpo: gioie e disagi”.

I suoi disegni e le sue storie divertenti, ironiche e, in certi casi, a sfondo un po’ osé hanno conquistato il cuore di migliaia di lettori e aspiranti fumettisti che vedono in questo ragazzo un modello da imitare.

Ma conosciamo meglio questo simpatico ed ignegnoso ragazzo.

– Per cominciare, volevo ringraziarti per aver deciso di dedicarci del tempo e rispondere ad alcune delle nostre domande. La mia prima curiosità riguarda la tua principale fonte di ispirazione: cosa ti ha portata a cominciare a scrivere e disegnare gli dei dell’antica Grecia in chiave così ironica, divertente e originale?
Fin da piccolo mi sono trovato “immerso” nella mitologia greca: mio padre mi raccontava l’Iliade, l’Odissea e altri racconti mitologici perciò questo è un tema che mi accompagna da tutta la vita; un tema che a un certo punto, oserei dire quasi naturalmente, si è unito alla mia più grande passione, il disegno. Ho iniziato parecchio tempo fa a dare la mia interpretazione dei personaggi dell’Olimpo, li ho studiati più nel dettaglio leggendo quanto più possibile sul loro carattere e le loro imprese, e poi ho semplicemente cominciato a farli interagire fra loro, per divertimento.

– Visto che hai cominciato un po’ per gioco, ti aspettavi che questo tuo divertimento avrebbe avuto tanto successo? Pensi sia dovuto a qualcosa in particolare?
Confesso che non mi sarei mai aspettato un simile successo, è stata una piacevolissima sorpresa! Sono del parere che questo progetto a tema mitologico piaccia perché esplora diverse sfere emotive, dalle strisce ironiche e leggere ai racconti più seri e, ovviamente, perché tratta di mitologia greca, un tema che a noi mediterranei è tanto caro e “familiare”, anche se non sempre ce ne rendiamo conto. E poi ci sono i personaggi: secondo me sono loro il vero “motore” di tutto il progetto, più che le storie di per sé.

– Sono assolutamente daccordo, pertanto ora ci tocca una domanda proprio su di loro: c’è un personaggio che ti sta particolarmente a cuore e che ami disegnare più degli altri? Quale invece ha fatto più “colpo” sui tuoi lettori?
Il mio preferito è Ares… oltre a divertirmi un mondo a bistrattarlo è un ottimo esercizio di anatomia, con tutti quei muscoli da disegnare! Credo che ogni lettore parteggi per l’uno o l’altro dio… anche se credo che il preferito di tutti sia Dioniso…

– Chissà come mai.
Sbirciando qua e là sono venuta a conoscenza che hai collaborato alla realizzazione di un volume cartaceo per una casa editrice, ovviamente la domanda sorge spontanea: ci sarà nai qualcosa di pienamente tuo in cartaceo?
Assolutamente sì! sto lavorando duramente ad una raccolta di strisce per un cartaceo. tuttavia non so ancora se vorrò pubblicarlo tramite casa editrice, pur avendo ricevuto delle offerte, o se opterò per l’autoproduzione (opzione che lascia completa libertà nei contenuti).

– Le ultime domande: cosa consiglieresti a chi vuole cominciare a scrivere e disegnare fumetti propri? Che incoraggiamenti hai avuto tu?
l’unico incoraggiamento che ho avuto è stato l’apprezzamento e la partecipazione dei lettori! non avrei mai pensato seriamente di fare fumetto prima di ora… è nato tutto così spontaneamente che non saprei nemmeno cosa consigliare, se non di amare, e soprattutto credere nel proprio progetto… se ci si immerge in quel mondo e si conoscono i personaggi in maniera approfondita le idee vengono fuori da sé.

– C’è un disegno o una storyline cui sei particolarmente affezionato?
Le strisce a cui mi affeziono di più sono quelle per cui vedo già una continuazione, una situazione parallela o l’entrata in scena di un nuovo personaggio… ma non posso sceglierne una, in qualche modo tutte mi trasmettono qualcosa, mentre le disegno… le amo tutte!

– Bene, ti ringraziamo davvero per aver risposto alle nostre domande e ti auguriamo tanta fortuna!
Grazie! Anche io a voi!

 

*Volpe

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Dei ed eroi del XXI secolo – Gli eroi della Marvel protagonisti dell’epica americana (parte 3)

Esce oggi nelle sale “Captain America – Civil War” il lungo metraggio Marvel che vede il paladino Steve Rogers combattere contro il suo amico ed alleato Tony Stark, alias Iron Man. Abbiamo già analizzato la figura di Captain America (ma per chi se lo fosse perso troverà il link in fondo a questo approfondimento) e come sempre la nostra analisi tenterà di portare alla luce tutte le caratteristiche che legano Iron Mani ai personaggi della letteratura europa o dell’epica antica.

3. IRON MAN: LA FURIA ROSSA DELLA MARVEL

3.1 – Rosso: il colore della rabbia

Ho finora accennato a grandi linee ad alcuni tra i simboli più ricorrenti all’interno della mitologia americana; a questo punto, per avere una panoramica più completa, ritengo utile considerare i colori che ravvivano questa mitologia dando un nuovo significato alle cose.
Fin dall’antichità l’uomo ha impresso sui supporti di cui disponeva la realtà che lo circondava colorandola con tinte che erano non solo pigmenti ma anche, e soprattutto, simboli. Le bandiere delle nazioni sono la prova più lampante della simbologia e del potere evocativo dei colori poiché a essi è affidato il compito di riassumere le qualità, le caratteristiche e i valori che guidano il paese che li ha scelti. I colori di Capitan America, per esempio, come già anticipato nel secondo capitolo, sono gli stessi della bandiera americana; diversamente, Iron Man, alias Tony Stark, preferisce i toni dell’oro e del rosso, due colori che hanno un forte valore simbolico e che fanno meritatamente guadagnare al supereroe il soprannome di “Furia rossa”.
Fin dall’antichità al rosso veniva associata l’idea di vita, energia, forza vitale: “già i Neandertaliani avevano l’abitudine rituale di cospargere i morti con materiali di color rosso, probabilmente per restiuir loro il ‘caldo’ colorito del sangue e della vita.”[1] Il culto di Cibele prevedeva tra i suoi riti un bagno di sangue: gli iniziati sostavano sotto una grata su cui era posta la carcassa sanguinolenta di un toro e venivano aspersi con il sangue dell’animale. Questo, e altri rituali, che si riscontrano in diverse culture, introduce una nuova accezione del rosso legato al significato di rinascita e nuovo inizio.
Il rosso del sangue e del fuoco ha per i cristiani un significato sacro: esso rappresenta il sangue di Cristo e dei martiri, la fiamma dello Spirito Santo, il roveto ardente e la colonna di fuoco in cui si manifesta la presenza di Jahvé. In altre culture il rosso è il colore della guerra, dell’energia e della forza; esso è legato alle divinità guerriere come Ares (per gli antichi Greci) alias Marte (per i Romani). Il rosso è il colore emblema del potere militare e politico dell’imperatore. Il codice di Giustiniano puniva con la morte chiunque commerciasse o comprasse stoffe trattate con la porpora in quanto questa era esclusiva dell’imperatore e ne rappresentava il potere supremo.[2]
Ma il rosso assume anche connotati negativi venendo associato al peccato, alla distruzione e alla morte. Sempre nella tradizione cristiana, nel racconto dell’Apocalisse San Giovanni racconta di una visione che sottolinea come al rosso scarlatto corrisponda l’idea di dissolutezza, vizio, lussuria e peccato:

Là vidi una donna seduta sopra una bestia scarlatta, che era coperta di nomi blasfemi, aveva sette teste e dieci corna. La donna era vestita di porpora e di scarlatto, adorna d’oro, di pietre preziose e di perle; teneva in mano una coppa d’oro, colma degli orrori e delle immondezze della sua prostituzione. Sulla sua fronte stava scritto un nome misterioso: «Babilonia la grande, la madre delle prostitute e degli orrori della terra».[3]

Il rosso è dunque percepito come il colore della vita, del sangue e della morte; il colore dell’amore e dei vizi, di Cristo risorto e dei demoni e dell’inferno.
Dopo queste considerazioni non è difficile capire il collegamento che unisce il personaggio di Iron Man al rosso e, proprio come il colore di cui si veste, questo super eroe possiede luci e ombre che non sempre lo portano ad agire in modo retto e sincero, a differenza del suo “collega” il capitano Rogers.

3.2 Iron Man: il figliol prodigo della Marvel

I think I gave myself a dare. It was the height of the Cold War. The readers, the young readers, if there was one thing they hated, it was war, it was the military. So I got a hero who represented that to the hundredth degree. He was a weapons manufacturer, he was providing weapons for the Army, he was rich, he was an industrialist. I thought it would be fun to take the kind of character that nobody would like, none of our readers would like, and shove him down their throats and make them like him … And he became very popular.[4]

Se si considerano i supereroi usciti dalla fantasia di Stan Lee e dalle matite dei suoi disegnatori, Tony Star / Iron Man risulta essere la pecora nera di questa famiglia di combattenti senza macchia e senza paura. Al contrario di Spider Man, Capitan America, e gli altri personaggi Marvel, egli sembra essere nato per spezzare questa dinastia di eroi amati dai lettori fin dalla loro prima comparsa sugli album.
Se si analizza il contesto storico e culturale in cui il supereroe viene alla luce non è difficile capire perché, a differenza dei suoi predecessori, esso abbia dovuto conquistare il suo pubblico. Iron Man compare per la prima volta nel numero 39 di Tale of Suspense nel 1963 grazie al genio di Stan Lee e il talento di Don Heck. Siamo nel cuore della guerra, la nazione americana è impegnata in Vietnam e concetti come “guerra”, “disciplina”, “autorità” e “potere attraverso le armi” sono quanto mai fastidiosi per un popolo che considera questa operazione militare un’insensata mattanza. In questo tragico panorama nasce Tony Stark, un genio la cui fortuna è stata costruita dalla sua intelligenza e dalle industrie belliche del padre Howard Stark.
Nei fumetti, come nei lungometraggi, il personaggio ama presentarsi come un “genio, miliardario, playboy, filantropo” ( The Avengers, Joss Whedon, 2012). Per Stark l’American Dream non è una conquista lenta e faticosa, ma il lascito di suo padre e, in quanto dono, egli non ne comprende fino in fondo il valore e spreca il suo tempo e le sue sostanze conducendo una vita da dissoluto come tutti i figli dell’alta società americana.
Dopo aver quasi perso la vita, a causa di una mina esplosa mentre Tony Stark si trova in Vietnam per valutare i contributi che le sue industrie avrebbero potuto dare al contingente americano,  comincia per il futuro supereroe un viaggio che trasformerà il rampollo di casa Stark in Iron Man. La prigionia, il dover suo malgrado costruire armi per il nemico, l’amicizia con lo scienziato Ho Yinsen e il sacrificio di quest’ultimo per permettere a Tony Stark di evadere segnano il personaggio e lo convincono a dare una svolta decisiva alla sua vita per mettersi al servizio della comunità. Attraverso la vicenda umana e storica di Tony Stark, la cui fortuna si è costruita sul commercio di armi di ultima generazione, Stan Lee sembra proporre al lettore, e al popolo americano in generale, una riflessione sulle armi valida oggi come cinquanta anni fa. Nei fumetti, come nei lungometraggi, a questa riflessione e alle sue conseguenze vengono concessi ampi spazi. Nel film del 2008 sono emblematiche le parole che il protagonista scambia con alcuni giornalisti prima e dopo il suo sequestro:

“Is it better to be feared or respected?” — I say, is it too much to ask for both? With that in mind I humbly present you the crown jewel of Stark Industries’ Freedom Line. It’s the first missile system to incorporate the latest in proprietary Repulsor Technology. They say that the best weapon is the one that you never have to fire. I respectfully disagree! I prefer… the weapon you only have to fire once. That’s how Dad did it, that’s how America does it… and it’s worked out pretty well so far. Find an excuse to let one of these off the chain, and I personally guarantee you the bad guys won’t even want to come out of their caves.  (Iron Man, Jon Favreau, 2008).

E ancora in seguito alla sua liberazione:

Tony Stark: “I never got to say goodbye to my father. There’s questions I would’ve asked him. I would’ve asked him how he felt about what his company did, if he was conflicted, if he ever had doubts.[…] I saw young Americans killed by the very weapons I created to defend them and protect them. And I saw that I had become part of a system that is comfortable with zero-accountability”.

Press Reporter: “Mr. Stark, what happened over there?”

Stark: “I had my eyes opened. I came to realize that I had more to offer this world than just making things that blow up. And that is why, effective immediately, I am shutting down the weapons manufacturing division of Stark Industries.” (Iron Man, Op. cit.)

Nei lungometraggi realizzati dalla Marvel e dalla Paramount è particolarmente evidente il cammino di redenzione che il supereroe intraprende attraverso le pellicole: Iron Man (Jon Favreau,2008), Iron Man 2 (Jon Favreau, 2010), The Avengers (Joss Whedon, 2012), Iron Man 3 (Shane Black, 2013). Nel corso di questa tetralogia cinematografica Tony Stark abbandona sempre di più le sue maniere da playboy in favore di una maggiore coscienza e, nell’ultimo film a lui dedicato, egli arriva a sacrificare se stesso per difendere le persone che ama.

Iron_Man_Extremis

3.3 Iron Man: un altro volto del manifest destiny

Nel suo libro Il grande cerchio Ilaria Moschini introduce e spiega il significato di manifest destiny. Nel destino manifesto si riassume il compito della nazione americana di guidare il mondo verso un’era di benessere politico, economico e sociale; un nuovo mondo caratterizzato da un uso responsabile delle risorse naturali e delle nuove tecnologie, in cui le dittature saranno solamente un fantasma del passato e una parola sui libri di storia.
Se Steve Rogers incarna la missione americana di diffondere in tutto il mondo i valori della democrazia e della libertà, Tony Stark rappresenta l’avanguardia tecnologica e militare degli Stati Uniti d’America. Nel 1963 le tecnologie avevano più difetti che pregi: i rari e costosi computer erano molto più ingombranti dei laptop a cui siamo abituati e le loro potenzialità erano inversamente proporzionali alle loro dimensioni. La peculiarità e l’eccellenza delle Stark Industries risiede nel saper creare e domare le nuove tecnologie costruendo armi dall’elevato potenziale. Ciò che per il mondo è novità, per il genio di Tony Stark è già preistoria. La tecnologia e le armi hanno, è il caso di dirlo, più di un taglio: esse vengono usate per difendere la popolazione americana e mondiale da potenziali pericoli, ma in mani sbagliate possono diventare una minaccia difficile da gestire.
Sotto la maschera dell’uomo di mondo, si nascondono una mente geniale e un animo che vive con tormento il rapporto con la tecnologia. Tony Stark è infatti consapevole dei limiti e delle insidie che si celano dietro il benessere portato dalle avanguardie tecnologiche e la sua più grande paura è che qualcuno riesca a usare le sue creazioni per controllare l’armatura di Iron Man che, nel corso della storia, diventa un’arma intelligente sempre più raffinata, potente e per questo pericolosa.
D’altro canto però la tecnologia è anche il superpotere di Iron Man. Al contrario di alcuni suoi colleghi come Spider Man, Capitan America, Hulk, Thor o gli X-Men, Iron Man non va incontro a trasformazioni di alcun tipo né eredita i suoi poteri per diritto di nascita o genetica: Tony Stark è in un certo senso un self-made hero che sottopone il suo corpo a costanti e pesanti sessioni di allenamento. La vera fonte del suo potere e ciò che fa di lui un supereroe è, tuttavia, la sua armatura rossa e dorata, un gioiello di ingegneria: stivali jet che consentono a chi la indossa di volare, raggi laser, mitragliatrici, emettitori di impulsi elettromagnetici, generatori di ologrammi, e altre armi. Ma l’armatura non è l’unico fiore all’occhiello di cui Tony Stark può vantarsi: egli è anche l’ideatore della Stark Tower. In questo palazzo, che è il più alto di New York, il manifest destiny si incarna in quella che è la declinazione moderna del beacon: il grattacielo: “Stark Tower is about to become a beacon of self-sustaining clean energy” (The Avengers, Op. cit.). La dimora di Iron Man è un grattacielo con sistemi di sicurezza di ultima generazione e si autoalimenta grazie ad un piccolo reattore producendo energia pulita.

3.4 Achille, Grantaire, Boromir: la furia, il sacrificio e l’onore

Se tracciare i confini della personalità di Capitan America è semplice, lo stesso non si può dire Iron Man. Dietro alla maschera del genio, miliardario, playboy, filantropo si nasconde infatti un groviglio di sentimenti contrastanti tra loro in cui egoismo e spirito di sacrificio di affrontano in un duello che pare destinato a non trovare una soluzione. Questo conflitto, basato sulla perenne indecisione tra ciò che è facile e ciò che è giusto, tra i propri interessi e una causa più alta, ha sempre interessato e affascinato gli scrittori e i poeti di ogni epoca che si sono divertiti a contrapporre e affiancare all’eroe idealista la figura dello scettico.
Achille, l’eroe dell’esercito acheo, la cui ira rischia di causare la sconfitta greca nel corso della guerra di Troia; Grantaire, Pilade ubriaco, più interessato al vino e alle donne che alla rivoluzione; Boromir, capitando di Gondor, che al bene della Terra di Mezzo preferisce difendere gli interessi suoi e del padre.  Sono eroi che appartengono a saghe diverse, per l’esattezza l’Iliade, I Miserabili e Il signore degli anelli (The Lord of the Rings), e ai quali io ho deciso di fare riferimento per comprendere le caratteristiche dell’eroe americano, che in un certo senso ibrida in sé le più evidenti peculiarità dei tre eroi citati.

3.4.I  Achille, figlio di Peleo, re della Tessaglia, e della ninfa Teti, è il celeberrimo eroe dell’esercito acheo e il terrore del popolo troiano. Invincibile, indomito fino alla spavalderia; Achille è un guerriero conscio della sua forza e del fatto che, senza di lui, l’esercito greco non avrebbe alcuna possibilità di vittoria. La sua arroganza e il suo egoismo raggiungono l’apice in seguito alla rivendicazione da parte di Agamennone di Briseide: la schiava di Achille. Non potendo riaverla, l’eroe decide di ritirarsi dallo scontro insieme ai Mirmidoni, i suoi guerrieri, e di abbandonare l’esercito greco al massacro.

Cantami, o Diva, del Pelìde Achille
l’ira funesta che infiniti addusse
lutti agli Achei, molte anzi tempo all’Orco
generose travolse alme d’eroi,
e di cani e d’augelli orrido pasto
lor salme abbandonò (così di Giove
l’alto consiglio s’adempìa), da quando
primamente disgiunse aspra contesa
il re de’prodi Atride e il divo Achille.[5]

Nel poema Achille si pone in antitesi rispetto a Ettore: se infatti il secondo è disposto a sacrificare se stesso per la famiglia e la patria, Achille è di tutt’altro avviso e sceglie di abbandonare i propri fratelli per alimentare un suo capriccio. Achille può fare il prezioso, pretendere, e non si fa scrupoli ad avanzare minacce velate contro il suo sovrano:

– Ebbro! Cane agli sguardi e cervo al core!
Tu non osi giammai nelle battaglie
dar dentro colla turba; o negli agguati
perigliarti co’primi infra gli Achei,
ché ogni rischio t’è come morte-
[…] – Stagion verrà che negli Achei si svegli
desiderio d’Achille, e tu salvarli
misero! non potrai, quando la spada
dell’omicida Ettòr farà vermigli
di larga strage i campi: e allor di rabbia
il cor ti roderai, ché sì villana
al più forte de’Greci onta facesti.[6]

L’agire e il parlare di Achille rivela una personalità cinica ed egoista, interessata solamente all’esaltazione dell’io e delle sue necessità. Tuttavia anche questo principe aveva “la sua passione: che non era né un’idea, né un dogma, né un’arte, né una scienza; era un uomo”[7]: Patroclo. Dopo l’ennesimo tentativo fallito di riportare Achille sul campo di battaglia, Patroclo prende la parola e, ponendosi in antitesi ad Andromaca che cerca di dissuadere il marito dal combattere, cerca di convincere il compagno a imbracciare nuovamente le armi e tornare nella mischia. I due hanno un colloquio che termina con una preghiera che l’eroe rivolge a Zeus perché riporti a casa sano e salvo Patroclo:

– Perché piangi, Patròclo? […]-
– O Achille,
o degli Achei fortissimo Pelìde,
non ti sdegnar del mio pianto. Lo chiede
degli Achei l’empio fato.[…]
E tu resisti
Inesorato ancora? O Achille! Oh mai
Non mi s’appigli al cor, pari alla tua,
l’ira, o funesto valoroso! E s’oggi
sottrar nieghi agli Achivi a morte indegna,
chi fia che poscia da te speri aita?[8]

Giove che lontano fra i tuoni hai posto il trono, tu benigno ascoltasti i miei voti e mi rendesti l’onore. Anche questa volta adempi le mie preghiere. Invia la vittoria al mio diletto amico, rafforza l’ardire nel suo petto, affinché Ettore veda se il mio compagno sa combattere anche senza di me. Ma una volta respinto il furore nemico dalle navi achee, a me subito riconducilo illeso, con tutte le armi e con i suoi forti.[9]

Solo la morte di Patroclo per mano di Ettore convincerà Achille a tornare sul campo di battaglia per vendicare l’amico caduto. L’ira dell’eroe si scaglia sui troiani che cadono sotto i colpi della sua spada e del suo giavellotto. Per ultimo cade Ettore, che invano supplica Achille di risparmiargli la morte e prenderlo come prigioniero, supplica che viene bellamente ignorata dall’eroe che anzi risponde:

– Ettore, il giorno che spogliasti il morto
Patroclo, in salvo di credesti, e nullo
Terror ti prese del lontano Achille.
Stolto!
[…] Or cani e corvi
te strazieranno turpemente, e quegli (Patroclo n.d.r),
avrà pomposa dagli Achei la tomba.- [10]

Da queste parole trasuda non solo il dolore per la perdita dell’amato compagno, ma anche e soprattutto la violenza cieca che alimenta la furia dell’eroe fino a fargli dimenticare i doveri sacri della sua gente.

Tony Stark (reading Agent Romanoff assessment on him): -“Personality overview; Mr. Stark displays compulsive behavior. […] Textbook narcissism…”agreed.- ( Iron Man 2, Op. cit)

Incontrollabile e narcisista. Sono i due termini che meglio riassumono le personalità di Achille e di Iron Man, due personaggi che, benché appartenenti a due epoche storiche così lontane tra di loro, presentano non poche analogie.
La prima, e forse la più importante, è la rabbia di cui entrambi sono personificazione. Le azioni di Achille quanto quelle di Iron Man sono dettate dalla violenza, da un’ira cieca che li rende temibili agli occhi dei loro avversari ma al contempo minaccia i loro affetti. Il gruppo metal dei Black Sabbath ha dedicato una canzone al supereroe dall’armatura scarlatta e nelle sue strofe il collegamento Iron Man/furia è espresso in modo lampante:

Now the time is here/ For Iron Man to spread fear/ Vengeance from the grave/Kills the people he once saved/ Heavy boots of lead / Fills his victims full of dread/ Running as fast as they can/ Iron Man lives again![11]

Al pari di supereroi come Hulk, la Cosa o Deadpool, Iron Man non è un supereroe che infonde sicu-rezza in chi lo vede e alla sua apparizione non implica un imminente salvataggio o la risoluzione del problema.
Tony Stark, come lui stesso si definisce nel lungometraggio The Avengers, è una personalità volubile che, proprio come Achille, scende in campo solo ed esclusivamente per difendere i propri interessi o perché spronato dalle persone che ama. L’altro trait-d’union tra Achille e Iron Man è il loro rapporto controverso con l’autorità. Re, presidenti, dovere verso la patria e gli dei, la salvezza della terra,…; questi due antieroi non guardano in faccia niente e nessuno e in ogni momento cercano il modo migliore per soddisfare i loro capricci e i loro bisogni senza farsi alcuno scrupolo sul come i loro fini vengono perseguiti. Iron Man e Achille sono il negativo di Capitan America ed Ettore: al dovere preferiscono il piacere, al sacrificio prediligono i loro capricci, alla nazione favoriscono il proprio tornaconto e la ristretta cerchia di amici ed affetti che hanno.

3.4. II Grantaire è, nel romanzo I miserabili, il  cinico del gruppo dei les amis de l’ABC. La descrizione che di lui fa Victor Hugo è nutrita e ricca di particolari che fanno capire come questo giovane si ponga in contrapposizione all’idealista Enjolras:

Tra tutti quei cuori appassionati e quelle menti convinte c’era anche uno scettico.  E come mai? Per giustapposizione. Lo scettico si chiamava Grantaire e di solito firmava con un rebus: R. Grantaire era una persona che si guardava bene dal credere a qualche cosa.

[…] Corrotto, giocatore e libertino, spesso ubriaco, dava a quei giovani sognatori il dispiacere di cantare in continuazione: Amiamo le ragazze e amiamo il buon vino!, sull’aria di Viva Enrico IV.

Anche questo scettico aveva la sua passione, che non era una idea, né un dogma, né un’arte, né una scienza, ma un uomo: Enjolras. Grantaire ammirava, amava e venerava Enjolras.

Con chi legava questo dubbioso anarchico in quella falange di spiriti assoluti? Con il più assoluto. In che modo Enjolras lo soggiogava? Con le idee? No, con il carattere. Fenomeno non infrequente. Uno scettico che si lega a un credente, è semplice come i colori complementari.[12]

Lo scrittore utilizza altri paragoni e descrive minuziosamente il legame che unisce questo amante del vino e delle donne al carismatico leader della rivoluzione. Grantaire è, come Victor Hugo non si stanca mai di sottolineare, uno scettico che si avvede dal credere in qualsiasi cosa e per nulla animato da quello spirito di sacrificio che accende i suoi compagni.

– Puoi essere buono a qualcosa, tu?-
– Ne avrei la vaga ambizione.- disse Grantaire.
– Tu non credi a nulla.-
– Credo a te.-[13]

O ancora:

– Grantaire tu sei incapace di credere, di pensare, di volere, di vivere e di morire.-
Grantaire ribatté con voce grave:
– Vedrai.-[14]

Nel corso del romanzo il personaggio va incontro ad una lenta e radicale metamorfosi in cui il cinico muore e nasce un compagno fedele fino alla morte.
Questa metamorfosi non è dissimile da quella a cui va incontro Tony Stark/Iron Man nel corso del già citato film The Avengers che, quando la squadra subisce un attacco diretto in cui perde la vita un suo compagno ed amico, accantona la sua arroganza e i suoi crucci per impegnarsi seriamente nella lotta contro il cattivo di turno.
Lo scettico egoista si dissolve e si converte in uno spirito guerriero che lo scrittore paragona a quello di Pilade, il compagno di Oreste, paragone che viene consacrato nel corso del capitolo conclusivo della vicenda di Enjolras e Grantaire.

[…] quando tutt’a un tratto sentirono una voce forte accanto a loro gridare:
-Viva la repubblica! Anche io sono dei loro!-
Grantaire s’era alzato.
L’immenso luce di tutta la battaglia che non aveva visto e a cui non aveva partecipato, apparve nello sguardo acceso dell’ubriacone trasfigurato.
Ripeté – Viva la repubblica!-  attraversò la sala con passo fermo ed andò a piazzarsi davanti ai fucili in piedi accanto a Enjolras.
– Prendetene due in un colpo.- disse.
E voltandosi verso Enjolras gli disse con dolcezza:
– Permetti?-
Enjolras gli strinse la mano sorridendo.
Il sorriso non si era ancora spento che la detonazione echeggiò.
Enjolras,  trapassato da otto colpi, restò addossato al muro, come se i proiettili lo avessero inchiodato. Reclinò solamente la testa.
Grantaire, fulminato, gli si abbatté ai piedi.[15]

È questo l’atto finale che segna la fine della vicenda di Grantaire e la sua metamorfosi da giovane disinteressato e cinico, a compagno fedele pronto a condividere il destino di morte dell’amico e capitano.

3.4. III Boromir, un personaggio del citato The Lord of the Rings, chiude questa dinastia di antieroi. Il personaggio, a differenza di Faramir di cui si è parlato nel corso del secondo capitolo, non ha una descrizione dettagliata e fedele come quelle che vengono fatte del fratello minore e la sua personalità va intuita e costruita osservando il cammino che questo uomo compie all’interno del romanzo e le parole che altri utilizzano per descriverne la personalità.
All’interno della vasta opera che è The Lord of the Rings, Boromir risulta essere poco più che una comparsa. Egli giunge al consiglio di Elrond, la riunione in cui si deciderà il destino dell’anello del potere, non per rispondere alla chiamata del re degli elfi, ma perché turbato da un sogno di cui vuole conoscere il significato.
L’incontro con Frodo e con l’anello diventa per lui l’occasione per portare sotto gli occhi delle altre razze i problemi e le sofferenze di Gondor e della sua gente e, in questa occasione, egli chiede di poter usare l’arma del nemico contro se stesso, supplica che rimarrà disattesa.
A differenza dei personaggi che abbiamo analizzato fino ad adesso, Boromir non è cinico né scettico; tuttavia egli antepone al bene della Terra di Mezzo gli interessi della sua gente e le richieste del padre Denethor, sovraintendete di Gondor. Egli è risoluto nell’agire, un guerriero impavido, un amico fedele e un uomo d’onore; ma al pari dei grandi cavalieri del ciclo bretone o dei poemi cavallereschi, egli ha un lato oscuro contro cui combatte fino alla morte.
Boromir è arrogante e questa arroganza lo accompagna per tutta la sua breve avventura segnando, in un certo senso, la sua condanna a morte. Tuttavia la sua dipartita non va intesa come una punizione, come la morte di Achille, quanto il momento di redenzione del personaggio che, sacrificandosi per salvare due suoi compagni, accantona completamente i sogni di gloria e di potere per difendere due tra gli esseri più umili della Terra di Mezzo.

 “I’m volatile, self-obsessed, and don’t play well with others” (The Avengers, Op. cit.).

La prima somiglianza che si riscontra tra Boromir e Iron Man si riscontra, come per gli altri personaggi già analizzati, nel carattere. A differenza degli altri membri della compagnia dell’anello, che giungono al consiglio di Elrond per rispondere all’appello del re degli elfi e alle necessità della Terra di Mezzo, Boromir entra nella storia quasi di straforo e appare, fino alla comparsa dell’Anello del potere, completamente disinteressato ai problemi che affliggono gli altri popoli. Nella sua mentalità di principe di Gondor non c’è spazio se non per le necessità di suo padre, del suo popolo e sue.
Boromir è un principe e un soldato, la sua natura è dunque quella di ricercare in ogni momento la gloria e l’onore e accrescere così il prestigio del suo nome e della sua casata.
In questo non è poi così diverso da Tony Stark che, specialmente agli albori, dimostrava di avere a cuore solamente la fama e si ingegnava, anche a costo di procurare la morte di centinaia di persone, per incrementare il fatturato e la reputazione delle Stark’s Industries.
Il secondo livello su cui si realizza l’analogia tra Boromir e Iron Man è il loro rapporto con il potere. Entrambi sono affascinati dall’idea di poter controllare qualcosa che sfugga alle menti degli altri e fanno di tutto per accaparrarsi tale potere e piegarlo ai loro scopi. Per Boromir l’oggetto in cui si incarna tale potere è l’Unico Anello: oggetto potente quanto malvagio che nemmeno gli esseri più saggi della Terra di Mezzo, gli elfi e gli Istari (l’ordine degli stregoni a cui appartengono Gandalf e Saruman n.d.r), osano toccare per paura di essere contaminati dalla sua natura malvagia. Boromir, malgrado gli avvertimenti di Gandalf, Elrond, Galadriel ed Aragorn, continua ad nutrire l’ambizione di poter imbrigliare il potere dell’Anello per usarlo contro i nemici di Gondor, ambizione che lo spingerà a tentare di sottrarre l’Anello a Frodo e che, conseguentemente, segnerà la morte del personaggio.
Ciò che è l’Anello per Boromir è la tecnologia per Tony Stark. Ho già spiegato come Iron Man, al pari di Capitan America, incarni un aspetto del manifest destiny: il lato che presenta tante luci quante ombre e che si riscontrano appieno nel supereroe marveliano. Al contrario di Boromir, Tony Stark conosce e sa gestire la forza della tecnologia riuscendo a incanalarla per creare o armi di distruzione di massa o eccezionali armature per difendere chi ama. Tuttavia egli vive nel costante pericolo che qualcuno possa rubare questa sua arte e usarla non solo per creare scompiglio, ma anche, e soprattutto, per controllare Iron Man.
Gli altri supereroi, pur avendo degli alter ego, non vanno incontro a questo rischio poiché in ogni momento della loro vita essi sono il supereroe e il civile anonimo. Iron Man e Tony Stark sono invece due personalità separate che non possono esistere nello stesso istante in quanto, senza la sua armatura, Tony Stark è solamente un uomo senza alcun superpotere né particolare abilità.

Steve Rogers – Big man in a suit of armour. Take that off, what are you?- (The Avengers, Op. cit.)

Chiunque, come avviene nel corso del secondo lungometraggio a lui dedicato, può creare o riuscire a controllare l’armatura di Iron Man e scatenarne il potenziale distruttivo. Per Boromir il problema è conquistare il potere, per Tony Stark è mantenerlo e custodirlo da coloro che potrebbero farne un uso improprio.

3.4. IV Come Achille, Grantaire e Boromir; Tony Stark, il cadetto di questa nuova stirpe di supereroi americani non ha a cuore il bene comune né mostra particolare interesse e spirito di sacrificio per quelle cause più grandi di lui. È più dedito ai vizi che alle virtù e fa di questo suo stile di vita dissoluto il suo vanto, preferisce sorseggiare drink che combattere al fianco dei suoi colleghi e non esista a ribattere con pungente ironia a chi lo accusa di non essere serio.

Steve Rogers: Is everything a joke to you?
Tony Stark: Funny things are. (The Avengers, Op. cit.)

Tuttavia a questo egoismo scompare quando a essere minacciate o a pagare per la loro superficialità sono le persone che amano.

There was an idea […] called The Avengers Initiative. The idea was to bring together a group of remarkable people, see if they could become something more. See if they could work together when we needed them to, to fight the battles that we never could. Phil Coulson died still believing in that idea, in heroes.
Well, it’s an old fashioned notion. (The Avengers, Op. cit.)

Achille torna sul campo di battaglia per vendicare il compagno Patroclo ucciso da Ettore. Grantaire affronta la morte accanto all’amico e leader Enjolras. Boromir muore nel tentativo disperato di salvare due membri della compagnia dell’anello. Tony Stark non esista a sacrificare se stesso o le cose a lui più preziose per tutelare la sicurezza delle persone che ama. Sembra quasi che il sacrificio di sé, o la morte come nel caso di Achille, Grantaire e Boromir, sia la condizione sine qua non che rende possibile la trasformazione di questi apparentemente personaggi capricciosi e arroganti in eroi non meno validi dei loro colleghi.
Ettore, Enjolras, Faramir e Capitan America rappresentano l’ideale. Le loro vicende e la loro fibra morale sono un’ispirazione per il lettore che ne rimane inevitabilmente affascinato. Tuttavia è pressoché impossibile stabilire con essi un legame empatico poiché questi eroi, antichi o moderni che siano, sembrano appartenere al mono delle idee piuttosto che a quello umano.
Al contrario Achille, Grantaire, Boromir e Iron Man con le loro luci e ombre, con i loro vizi e difetti, con la loro reputazione sempre in bilico tra l’eroe e il cattivo; si presentano al lettore come amici e stabiliscono con esso un rapporto più umano. Essi non sono maestri, ma compagni con più esperienza su quella straordinaria e a volte grottesca avventura che è la vita. Quei lati della loro personalità che i loro compagni di avventura, e i critici, mal sopportano, sono per chi si avvicina al mondo della letteratura, dei fumetti e del cinema i motivi per cui il lettore, o lo spettatore, si affeziona a questi finti antieroi.

*Jo

Leggi la prima parte
Leggi la seconda parte

[1] Hans Biederman, Enciclopedia dei simboli (Knaurs Lexicon der Symbole, München 1989), Garzanti, Milano 1999, p 449.

[2] Jean Chevakuer e Alain Gheerbrant, Dizionario dei simboli ( Dictionnaire des symboles, Paris 1969), Dizionari Rizzoli, Milano 1986, pp.301-302.

[3] Apocalisse 17, 3-5.

[4] Stan Lee, clip da “Very, Very Live,”

https://www.blastr.com/2013-4-30/little-known-sci-fi-fact-stan-lee-thought-marvel%E2%80%99s-readers-would-hate-iron-man-first .

Vedi anche ( 25-04-2014).

[5] Omero, Iliade, Proemio, trad. di V. Monti, Itaca, Castel Bolognese, 2004, , versi 1-10, p 14.

[6] Omero, Iliade, Canto I, trad. di V. Monti, Itaca, Castel Bolognese, 2004, versi 321-327, p 24.

[7] Victor Hugo, Les misérables (1862), trad. it. I miserabili, Garzanti Editore, Milano, 1990, pp. p 696.

[8]  Omero, Iliade, Canto XVI , trad. di V. Monti, Itaca, Castel Bolognese, 2004, versi 7,26-33, 39-44, p 271-272.

[9] Ibid., versi 317-360,  p 279.

[10] Ibid versi 421-429, p 379.

[11] Black Sabbath, Iron Man, Paranoid, London, 1970  https://www.youtube.com/watch?v=dZJPYo-YUkA  Vedi anche (13/05/2014).

[12] Victor Hugo, Les misérables (1862), trad. it. I miserabili, Garzanti Editore, Milano, 1990,  pp.  695-696.

[13] Ibid., p  900.

[14] Ibid., p 1158.

[15]Victor Hugo, Les misérables (1862), trad. it. I miserabili, Garzanti Editore, Milano, 1990,  .p 1316.

Dei ed eroi del XXI secolo – Gli eroi della Marvel protagonisti dell’epica americana (parte 2)

In questa seconda parte dedicata ai supereroi della Marvel inizieremo ad analizzare la personalità di uno dei protagonisti del prossimo film Marvel “Captain America- Civil war”. La nostra analisi non si fermerà tuttavia ad una semplice descrizione del personaggio, ma cercheremo di portare alla luce tutte le caratteristiche che legano Captain America ad altri personaggi della letteratura europa o dell’epica antica. In fondo all’articolo troverete, nel caso ve lo foste perso, la prima parte di questo approfondimento.

2. CAPITAN AMERICA: IL BUON SOLDATO 

1.1 Di secolo in secolo: immagini e modelli che non muoiono mai                                 

Che si tratti di romanzi o racconti brevi, fumetti o lungometraggi, ogni storia racconta le vicissitudini più o meno realistiche di personaggi realmente esistiti o frutto della fantasia. Attraverso la narrazione prendono forma e vita gli ideali, le speranze, i sogni e le paure della società a cui appartengono i personaggi di cui si scrive. La mitologia americana non è in questo senso da meno: i suoi supereroi, così come i loro antagonisti, sono l’incarnazione degli ideali in cui il popolo americano si riconosce e delle crociate che esso ha intrapreso per diffondere ovunque gli ideali espressi nella Dichiarazione di Indipendenza. Nelle pagine che seguono analizzerò due supereroi della casa Marvel soffermandomi sulle loro peculiarità quali la personalità, i loro poteri e la loro uniforme; per poi cercare all’interno della mitologia classica e della letteratura europea figure che presentano caratteristiche analoghe a quelle del supereroe trattato. Questo confronto servirà a mettere in luce come, di secolo in secolo, di paese in paese, di società in società, persista una tipologia di personaggio che può essere considerata un archetipo.

2.1 Capitan America: da grandi poteri derivano grandi responsabilità

Capitan America (Captain America) è senza dubbio il supereroe che meglio si presta a rappresentare gli ideali e la cultura americana; si può quasi affermare che esso sia un’incarnazione stessa dell’America. Tale personificazione ha inizio dallo pseudonimo adottato da Steve Rogers in seguito all’iniezione di un siero che lo trasforma in un super soldato programmato per combattere al fianco degli Alleati e sconfiggere i nazisti e, più nello specifico, il famigerato scienziato nazista Teschio Rosso (Red Skull).

La figura di Capitan America nasce dalla matita e dalle menti di Joe Simon e Jack Kirby nel 1941 e fin dalla sua comparsa incarna gli ideali democratici tanto cari alla nazione americana. Il primo numero del fumetto a lui dedicato vede la luce in un periodo storico particolarmente delicato per l’America e il mondo intero. Nato nel corso della seconda guerra mondiale, è fin da subito evidente come questo personaggio non sia solamente l’ennesima trovata dell’editoria fumettistica, ma abbia un importante ruolo all’interno di un conflitto che non era solo armato, ma anche propagandistico.A guerra finita il personaggio si evolve per seguire il ritmo degli eventi in cui è coinvolta l’America e da cacciatore di nazisti diventa, durante la guerra fredda, un cacciatore di comunisti anche se questa nuova missione non riscuote presso il pubblico lo stesso successo che aveva avuto la sua lotta contro Teschio Rosso e il regime hitleriano.

Capitan America è l’America e l’America si riflette in Capitan America. Questo spiega le continue mutazioni comportamentali a cui il personaggio va incontro nel corso degli anni in modo da corrispondere sempre più fedelmente alla nazione di cui è icona. Nel 1941 è il soldato che difende la libertà; nel corso della guerra fredda l’avversario dell’unico sistema totalitario rimasto in piedi al termine della seconda guerra mondiale; e oggi egli rappresenta la coscienza del popolo americano e in quanto tale lotta contro i mali della società contemporanea.

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Il primo livello su cui si realizza l’immedesimazione di Capitan America con la nazione americana è la sua uniforme. A differenza di Iron Man, Thor o altri supereroi Capitan America indossa un’uniforme che richiama idealmente alle sue origini militari. La sua tuta è di fatto una bandiera americana in cui l’azzurro si affianca al rosso e al bianco e sul cui petto campeggia una stella bianca a cinque punte, motivo che viene ripreso anche dallo scudo (per certi versi l’aspetto dello scudo di Captain America ricorda quello di Achille in cui vi era un ritratto della società greca dell’epoca) che il supereroe porta sempre con sé. Sul capo il capitano porta una maschera blu decorata con una “A” sulla fronte e due ali ai lati: richiamo alle ali che ornavano i calzari del dio greco Mercurio e all’aquila simbolo di libertà e forza.

Se la prima corrispondenza tra America e Capitan America è di tipo visivo e ci viene suggerita dall’uniforme del supereroe, la seconda fase del processo di identificazione  avverrà attraverso il  nome, la personalità e i comportamenti del personaggio. “Cap”, “La sentinella della libertà”, “La leggenda vivente”… sono tanti i nomi con cui viene chiamato Capitan America e ognuno di essi sottolinea come il capitano Rogers sia la massima e più completa espressione del sogno americano, la nemesi di tutte le forme di criminalità e di tirannia, l’ispiratore delle forze armate e l’emblema del coraggio e del valore militare e umano. Egli possiede tutte le caratteristiche che in passato erano proprie degli eroi greci: onestà, perseveranza, lealtà, autorevolezza, onore.

A più riprese, nelle saghe che hanno come protagonista Capitan America, viene messo in risalto il suo essere un uomo virtuoso: risoluto nei suoi intenti, ma capace di essere magnanimo con i nemici sconfitti, dotato di spirito di sacrificio e affatto interessato all’arrivismo o all’autoaffermazione:

 It was never about politics. It was never about me. It was about the country. It was always about the country.[1]

O ancora:

 Bobby Shaw of Texas did what so many young men and women did then, and continue to do to this day: he gave his life three thousand miles from home so that others might live free. I have been to the end of the skies and back. I have been in the company of heroes. Of all those heroes, he was the bravest I ever known.[2]

Malgrado la sua forza eccezionale e le sue capacità di gran lunga superiori alla media, Capitan America non si considera mai migliore degli altri o più  meritevole di encomi e medaglie rispetto ai suoi commilitoni. Egli considera i suoi “poteri” un dono e in quanto tali li usa con giustizia e,

soprattutto, senza mai perdere quell’umiltà che lo aveva caratterizzato fin da prima di diventare l’icona della lotta al nazismo.

Nonostante le mille imprese, i riconoscimenti e tutto quello che ha comportato diventare Capitan America, Steve Rogers rimane in fondo il ragazzino troppo gracile per il servizio di leva, ma non per questo meno determinato a diventare un soldato e a servire la propria nazione: “I never wanted to be Captain America. I was just supposed to be a soldier… I just wanted to serve.”[3]

2.3 Il manifest destiny: la buona battaglia della sentinella della libertà

Abbiamo avuto modo di vedere come a livello visivo vi sia una totale corrispondenza tra personaggio e nazione americana. Ma a livello ideologico dove si concretizza tale personificazione? Quali sono i valori che differenziano Capitan America dagli eroi dell’epica classica o dai protagonisti della letteratura? Quali sono i tratti – al di là del nome – che fanno di lui un eroe “made in USA”?

Capitan America è l’incarnazione del manifest destiny, ovvero della missione di cui il popolo americano si è fatto carico al fine di portare in tutto il mondo la luce della democrazia, i semi della speranza, i vantaggi del progresso, il diritto alla libertà e alla felicità e l’attaccamento fedele alla famiglia e alla patria. Steve Rogers è il paladino che combatte contro i sistemi totalitari che intendono mettere dei freni alla libertà e impedire all’individuo di realizzare la propria felicità a livello sia personale sia collettivo. Le sue imprese non sono dimostrazioni di forza o di abilità, ma vere e proprie crociate dove la vera protagonista è la libertà da ristabilire, da difendere o da trasmettere come valore sacro e per questo inviolabile.

2.4 Ettore, Enjolras, Faramir: il principe, il martire e il capitano

Scopo del presente lavoro è analizzare i legami che uniscono i personaggi della mitologia americana a quelli della letteratura e dell’epica europea. A partire dai poemi di età classica, per arrivare ai romanzi del novecento, si incontrano tra le pagine dei libri decine di personaggi che per fibra morale, coraggio, spirito di sacrificio e amore per la patria, la famiglia e la libertà; possono essere considerati come i fratelli maggiori di Capitan America.

A un’analisi più attenta ci si rende conto che Capitan America non è semplicemente un supereroe o un soldato, ma è l’eroe per eccellenza in quanto dotato di quelle caratteristiche che, nel corso dei secoli, hanno consacrato altre personalità, più o meno romanzate, iscrivendole di diritto nel pantheon delle figure associabili al concetto di eroismo. Tra i tanti vi sono: Ettore, il campione troiano che compare nel poema epico Iliade (VI secolo a.C) scritto da Omero, Enjolras, il giovane a capo della rivoluzione francese nel capolavoro di Victor Hugo Les Misérables (1862) , e Faramir, il capitano degli eserciti di Gondor nel romanzo di J. R. R. Tolkien The Lord of the Rings (1954).

Ettore è l’eroe nella guerra contro i Greci: era un principe di Troia, primogenito di Priamo ed Ecuba, sposo di Andromaca e padre di Astianatte. Nell’Iliade egli ha un ruolo principale in quanto è l’unico ad avere il coraggio di affrontare sul campo di battaglia gli eroi più forti e valorosi dell’esercito greco tra cui Aiace, Patroclo e Achille. Nel poema Ettore incarna i valori del mondo antico: nobiltà d’animo, amore per la patria, coraggio, rispetto per gli dei, devozione per la famiglia e umanità. La sua presenza basta a infondere coraggio nei troiani; il suo valore e la sua fama di campione sono sufficienti a incutere terrore nei cuori dei nemici che scappano alla sua vista come davanti a “crudo lïone”:

[…] Finalmente Ettore

scintillante di foco nella folta

precipitossi. Come un’onda

gonfia dal vento assale impetüosa

un veloce naviglio, e tutto il manda

ricoperto di spuma; il vento rugge

orribilmente nelle vele, e trema

ai naviganti il cor, chè dalla morte

non sono divisi che d’un punto solo:

così tremava degli Achivi il petto;

ed Ettore parea crudo lïone

che in prato da palude ampia nudrito

un pingue assalta numeroso armento.[4]

A questa natura di guerriero temibile e inflessibile, Ettore affianca dimostrazioni di affetto e di devozione verso il padre e la patria e di amore verso la sua sposa e il piccolo Astianatte. Come Capitan America, Ettore sente il peso della responsabilità ed è costretto a scegliere tra ciò che è giusto e ciò che è facile, tra famiglia e dovere, tra vita e morte e, come l’eroe della Marvel, alla fine egli deciderà di adempiere al proprio dovere di principe, marito, figlio e guerriero e di sacrificare se stesso per il bene della comunità accantonando i propri interessi.

I passi in cui emerge questo conflitto sono l’ultimo incontro tra Andromaca ed Ettore e nel corso dello scambio di parole tra Ettore e il padre poco prima della caduta dell’eroe:

– O mio diletto, questo tuo coraggio

ti perderà! Né del figliuolo infante

pietà pur senti né di me meschina,

che vedova di te sarò ben presto

chè ben presto gli Achei ti uccideranno

tutti su di te gettandosi! […]

O Ettore, tu padre ora mi sei,

tu dolce madre, tu fratello; e sei

il mio florido sposo! Ora tu dunque

m’abbi pietà! Qui su la torre or resta,

si che render non debba orfano il figlio

e vedova la moglie!-

[…] A lei allor rispondendo disse

Ettore, il grande-agitator-dell’elmo:

– Oh ben questo anche a me pesa sul cuore,

o donna mia! Ma troppo l’onta io temo

delle Troiane dai-prolissi-pepli

e dei Troiani, se in disparte io stessi

come un codardo, fuor dalle battaglie.

Non vuol questo il cuor mio, chè sempre appresi

Ad esser prode, a battermi fra i primi,

onde sempre durasse intemerata

l’alta gloria paterna e la gloria mia!-[5]

In un passo successivo, invece, leggiamo:

Ululava , e colle mani

alto levate si battea la fronte il buon vecchio, e chiamava a tutta voce

l’amato figlio supplicandolo: e questi

fermo innazi alle porte altro non ode

che il desio di pugnar col suo nemico.

Allor le palme il misero gli tese

e questi profferì pietosi accenti:

– Mio diletto figliuolo, Ettore mio,

deh lontano da’tuoi da solo a solo

non affrontar costui che di fortezza

d’assai t’è sopra. […]

ei che di tanti

orbo mi fece valorosi figli […]

abbi pietade

di me meschino […]-

E così dicendo,

strappasi il veglio dall’augusto capo

i canuti capei; ma non si piega

l’alma d’Ettorre.[6]

Anche questo secondo appello è destinato a rimanere inascoltato dall’eroe che risponde alla supplica del padre dicendo di preferire la morte sul campo di battaglia a una vita da codardo e affronta il proprio fato certo che il suo nome, il suo coraggio e la sua impresa giungeranno alle orecchie dei posteri.

Enjolras è lo studente che, nel romanzo I miserabili di Victor Hugo, guida l’insurrezione invitando il popolo parigino a sollevarsi contro il re e a erigere barricate per riprendersi la libertà che gli è stata negata. Di lui lo scrittore scrive:

Enjolras era un ragazzo affascinante che poteva diventare terribile. […] natura da sommo sacerdote e da guerriero, assai poco comune in un adolescente. Era a un tempo officiante e militante: dal punto di vista immediato, soldato della democrazia; al di sopra del movimento contemporaneo, sacerdote dell’ideale.[…] Era l’amante marmoreo della libertà.[7]

Queste poche righe sono sufficienti per fissare la personalità di questo ragazzo poco più che adolescente che, malgrado la giovane età e l’irruenza tipica dei vent’anni, consacra tutto se stesso alla difesa della libertà e alla realizzazione di un mondo in cui nessuno debba più soffrire per i soprusi dei potenti, la fame e la violazione dei diritti fondamentali dell’uomo. Ancora di lui viene scritto: “Non aveva che una passione, il diritto, e un pensiero, rovesciare l’ostacolo.”[8]

Enjolras è l’incarnazione del desiderio di Victor Hugo di una Francia, e di un mondo, repubblicana, libera dallo spettro della monarchia e dalla perenne minaccia di un colpo di stato. Come Hugo, il giovane subisce una sorta di persecuzione per via della lealtà che dimostra verso le idee repubblicane: ideale per cui, a rivoluzione fallita, giungerà a dare la vita. Come Capitan America, Enjolras è risoluto e determinato. Tra gli amici dell’ABC egli viene indicato come il “capo” e gli appellativi che Victor Hugo riserva al personaggio si rifanno tutti a grandi guerrieri della mitologia greca e romana o leader della storia francese.

In quel manipolo di studenti universitari egli è colui che, anche a scapito della vita, si imbarca in crociate azzardate in difesa della libertà del popolo francese. Al pari del capitano Rogers egli non ha un’amante e tutto il suo essere, anima e corpo, è votato a un ideale: la patria.

 – […] Ebbene, Enjolras non ha una donna, non è innamorato e trova il modo di essere intrepido. È inaudito che si possa essere freddi come il ghiaccio e arditi come il fuoco. –

Sembrava che Enjolras non ascoltasse, ma se qualcuno gli si fosse stato vicino lo avrebbe udito mormorare sotto voce: Patria.[9]   

L’ultimo personaggio che ho preso in esame appartiene all’universo creato da Tolkien nel suo capolavoro Lord of the Rings. Tra i tanti personaggi che ruotano intorno alla vicenda di Frodo Baggins (il protagonista del romanzo) e dell’anello del potere ve ne è uno che per personalità può essere considerato l’alter ego dello scrittore stesso.

Faramir, figlio di Denethor, capitano di Gondor viene presentato da Tolkien come il personaggio che, insieme alla dama Eowyn, rappresenta il valore e l’incorruttibilità del genere umano davanti alla promessa di una facile ascesa al potere. Mentre gli altri rappresentanti della razza umana a contatto con l’Anello del potere vengono corrotti dal desiderio di possederlo insieme al grande potere che esso racchiude, Faramir non si lascia ingannare e, quando si ritrova tra le mani l’anello e il suo portatore, decide, a dispetto degli ordini e dei desideri del padre, di lasciare andare Frodo e il suo fardello. Se tracciare un quadro di Enjolras è facile grazie alle descrizioni accurate di Hugo, lo stesso non vale per Faramir la cui personalità viene tracciata come una trama, un disegno che si può ammirare nella sua interezza solo accostando le descrizioni e i dialoghi che il personaggio ha con gli altri:

Here was one with an air of high nobility such as Aragorn at times revealed, less high perhaps, yet also less incalculable and remote: one of the Kings of Men born into a later time, but touched with the wisdom and sadness of the Elder Race […]

He was a captain that men would follow, that he would follow, even under the shadow of the black wings.[10]

Al pari di Enjolras, Ettore e Capitan America, Faramir è una guida, una certezza in mezzo agli eventi che scuotono la realtà della Terra di Mezzo e il popolo degli uomini. Il personaggio compare nei capitoli che sono posti al centro del romanzo e ne costituiscono il cuore. Più le forze del male e le tenebre si addensano, tanto più luminose sono le figure che Tolkien pone a difesa del bene, del bello e del buono.

Faramir rappresenta per gli uomini di Gondor non solo una certezza militare, ma quella speranza che accende gli animi dei guerrieri e li invita a non cedere davanti al nemico e a continuare la battaglia. La sua sola presenza è sufficiente per richiamare al dovere gli uomini che non esitano a seguirlo in campo aperto contro le armate nemiche: 

Ever your desire is to appear lordly and generous as a king of old, gracious, gentle. That may well befit one of high race, if he sits in power and peace. But in desperate hours gentleness may be repaid with death.’

‘So be it,’ said Faramir.

‘So be it!’ cried Denethor.[11]

 

Infine, in linea con le figure eroiche già analizzate, il capitando di Gondor si distingue dagli altri umani per la sua moralità incorruttibile e la sua fedeltà cieca e totale agli ideali in cui crede. Egli non teme di affrontare la morte e la accoglie anzi con serenità pur di non essere costretto a rinnegare il suo codice d’onore.

*Jo

Leggi la prima parte

.: NOTE :.

[1] Cfr. http://goodmenproject.com/ethics-values/what-captain-america-means-to-me/ ( 07 -04 – 2014)

[2] Ibid.

[3]  Ibid.

[4] Omero, Iliade, Canto XV, trad. di V. Monti, Itaca, Castel Bolognese, 2004, , versi 604- 612, 623-625, p. 281.

[5]  Ibid, Canto VI, versi 407 – 432, 440- 446,  pp. 114-115

[6]  Ibid., Canto XXII, versi 40 – 55, 73-74, 100-104 , pp. 368-370.

[7] Victor Hugo, Les misérables (1862), trad. it. I miserabili, Garzanti Editore, Milano, 1990, pp. 685-686.

[8] Ibid.

[9] Ibid., p.  1275.

[10] J. R R. Tolkien,The Lord of the Rings, Unwin Paperbacks, London, 1968, p 842.

[11] Ibid., p. 844.

Quando l’arte incontra la letteratura – Lo scudo di Achille

Anche oggi siamo in vena di novità!
Una nuova, appassionante rubrica è in arrivo in cui saranno prese in considerazione diverse opere d’arte che hanno influenzato la letteratura italiana e straniera o che, viceversa, sono state ispirate da essa.

ce80970cbdc941f26c09afa8d97a673bPartiamo dagli albori, quando il concetto di letteratura ancora non esisteva e quello di arte era così lontano dalla mente degli uomini da chiamarsi ancora artigianato.
Ciò di cui voglio parlarvi oggi è il passo dell’Iliade che riporta la creazione, da parte del fabbro degli Dei Efesto, dello scudo di Achille. Questi 148 (468-616) versi sono uno dei primi esempi di Ekphrasis, ossia descrizioni di oggetti d’arte, della storia.

Prima di tutto, direi di raccontare ciò che portò alla creazione delle armi di Achille. Come tutti bene sappiamo, l’eroe acheo si era ritirato dal campo di battaglia a causa di un diverbio con il suo comadante Agamennone e aveva concesso a Patroclo di indossare le sue armi in battaglia.
Patroclo venne però assassinato da Ettore che prese tutto ciò che il giovane indossava. Achille era desideroso di vendicarsi, ma non aveva più armi ed armatura e questo portò sua madre Teti, una ninfa, a intercedere in suo favore presso Efesto che cominciò a forgiare con il rame le nuove armi del giovane.
Sebbene Omero specifichi che il dio forgiò per Achille un’armatura completa, non abbiamo alcuna traccia di come fossero fatti l’elmo, la placca di rame che doveva fungere da corazza, i parabraccio e i parastinchi, l’autore preferì concentrarsi solo e solamente sullo scudo.

Per quanto la descrizione sia dettagliata, Omero non specifica la forma dello scudo che, tuttavia, è ormai accettata quale circolare. Lo scudo stesso, infatti, dovrebbe essere un’allegorica rappresentazione della terra.
La descrizione parte dunque dal centro.

Vi fece la terra, il cielo e il mare,
l’infaticabile sole e la luna piena,
e tutti quanti i segni che incoronano il cielo,
le Pleiadi, l’Iadi e la forza d’Orìone
e l’Orsa, che chiamano col nome di Carro:
ella gira sopra se stessa e guarda Orìone,
e sola non ha parte dei lavacri d’Oceano
(Versi 483-489, Iliade Canto 18°)
Come si può evincere, nel cerchio centrale i protagonisti sono gli elementi astronomici. In un tempo in cui non si avevano altri mezzi per misusare il passaggio delle stagioni, conoscere le stelle e la loro posizione era molto importante sia per l’agricoltura, l’apparizione di determinate costellezioni poteva significare che era giunto il tempo della semina o della raccolta, sia per i lunghissimi viaggi in mare in cui non si avevano altri punti di riferimento oltre agli astri brillanti del cielo che indicano i quattro punti cardinali. Non stupisce quindi che siano stati posti nel centro, quasi quella posizione volesse sottolineare l’iportanza degli elementi raffigurati.
Nel secondo cerchio si passa alla descrizione di due città contrapposte, una in pace e una assediata da una guerra.
La città in pace è una città in festa: c’è un matrimonio, le spose sono accompagnate da un festoso corteo e tutto sembra essere raffigurato quale esaltazione del piacere e della gioia di vivere. Molto strana come decorazione per lo scudo di un guerriero!
Sebbene il matrimonio ci mostri alcune usanze tipiche greche, ciò che si contrappone maggiormente alla città in guerra, e che ci da un’idea ancora più chiara della civiltà greca di quel periodo, è la famosissima scena del giudizio.
E v’era del popolo nella piazza raccolto: e qui una lite
sorgeva: due uomini leticavano per il compenso
d’un morto; uno gridava d’aver tutto dato,
dichiarandolo in pubblico, l’altro negava d’aver niente avuto:
entrambi ricorrevano al giudice, per aver la sentenza,
il popolo acclamava ad entrambi, di qua e di là difendendoli;
gli araldi trattenevano il popolo; i vecchi
sedevano su pietre lisce in sacro cerchio,
avevano tra mano i bastoni degli araldi voce sonore,
con questi si alzavano e sentenziavano ognuno a sua volta;
nel mezzo erano posti due talenti d’oro,
da dare a chi di loro dicesse più dritta giustizia
(Versi 497 – 508, Iliade, canto 18°)
achilles shield.art.shld72F.jpgUn manipolo di uomini è raccolto in piazza ed assiste al giudizio di un omicidio, qui, ascoltate le versioni dei due contendenti, i giudici esprimono il proprio parere a turno tramite il passaggio di uno scettro, simbolo di potere. I cittadini possono ascoltare e si mostrano favorivi all’una o all’altra parte, possiamo immaginare che si trattasse di scene molto caotiche.
Ciò che viene raccontato qui, alle nostre orecchie suona quasi come un’ovvietà e una banalità: il processo è pubblico e, per così dire, democratico.
Non vi è un singolo giudice a dirimere la questione, ma più di uno e tutti di pari importanza. La presenza dei cittadini mostra la pubblicità dell’atto e indica che, quantomeno per i reati più gravi, essi erano coinvolti e invitati anche a prendere una posizione.
L’importanza di quest’immagine sullo scudo dell’eroe sta nel fatto che essa immortala una delle primissime testimonianze in cui viene rappresentato l’amministrazione della giustizia nel mondo greco, un metodo molto simile a quello usato ai giorni nostri.
Passiomo dunque alla città in guerra: essa è accerchiata da due diversi eserciti e, poco lontano, un pastore è stato attaccato da alcuni esploratori nemici.
La cosa veramente interessante di questo passaggio è che risulta essere l’unico a parlare di guerra. Achille sta, di fatto, andando a combattere con uno scudo raffigurante scene di vita quotidiana, di amore, felicità e, se vogliamo, anche di scienza e tecnica.
Qualche parola in più va spesa per quanto riguarda il terzo cerchio descritto da Omero: qui vengono narrate scene di vita quotidiana nei campi distribuite nel corso dell’intero anno, alcuni pastori al pascolo e, infine, una scena molto festosa.
Una prima sezione mostra l’aratura dei campi e un’altra è chiaramete incentrata sul raccolto, il lavoro è sempre controllato da una figura che sarebbe il Re, unico padrone del campo. I lavoratori sono affittuari della terra, non schiavi del re.
Molto interessante è il fatto che, nella sezione dell’aratura, si può chiaramente intuire che i greci già conoscessero la tecnica della rotazione triennale. Non stupisce affatto che Omero abbia deciso di usare la tecnica dell’ekphrasis per esaltare la civiltà a lui contemporanea, erano decisamente sviluppati!

Nei versi dedicati all’allevamento viene raccontato un episodio che, ai nostri occhi, ha dell’incredibile e che vede protagonisti niente mendo che dei leoni. Ecco cosa succede: durante una normale e tranquilla giornata di sole un pastorello ha condotto i propri animali al pascolo, quando un branco di temibili leoni li attacca e i prodi cani li cacciano via salvado la vita al pastore e i suoi animali.
Immagino che quasi tutti, almeno una volta nella vita, siamo partiti per un viaggio alla scoperta della grecia e, a meno che non ci trovassimo in uno zoo, non ci è mai capitato di vedere un leone. Questa può sembrare una stranezza agli occhi di noi uomini del duemila, eppure sia la penisola greca che quella italiana erano allora popolati dai leoni europei: una razza che si è estinta nei primi secoli d.C a causa della caccia sregolata e dell’utilizzo di queste fiere nei giochi (dove vennero sostituiti con leoni asiatici ed africani).
Nell’ultima sezione di questo cerchio è rappresentata una danza: ragazze e ragazzi danzano felici mentre ai lati alcuni araldi suonano e degli acrobati si esibiscono incendiando l’aria con la gioia di una festa.

E una danza vi ageminò lo Storpio glorioso;
simile a quella che in Cnosso vasta un tempo
Dedalo fece ad Ariadne riccioli belli.
Qui giovani e giovanette che valgono molti buoi,
danzavano, tenendosi le mani pel polso:
queste avevano veli sottili, e quelli tuniche
ben tessute vestivano, brillanti d’olio soave;
ed esse avevano belle corone, questi avevano spade
d’oro, appese a cinture d’argento;
[…]
(versi 590-598, Iliade, 18° Canto)

Nella descrizione della danza, Omero fornisce un particolare interessante: con una bella metafora paragona le figure formate dai giovani che danzano mano nella mano al labirinto che Dedalo costruì per Minosse, a Creta, e nel quale tutti sappiamo fu rinchiuso il temibile Minotauro. Omero, nella sua narrazione, non si sente in dovere di spiegare a cosa servisse il labirinto: si trattava di leggende comuni all’epoca che tutti conoscevano e a cui spesso gli aedi, ossia i cantastorie, si riferivano per far capire meglio agli ascoltatori, e ora ai lettori, di cosa si stesse parlando.
Non si sa esattamente cosa questo passo rappresenti, per alcuni si tratta di un rituale, per altri è una semplice festa, tuttavia, tutti sono concordi nel trovare in questa scena il culmine della gioia terrena e il maggior contrasto con la guerra che assedia Troia da quasi dieci anni.

Ed eccoci arrivati agli ultimi versi dedicati allo scudo di Achille, quelli che ci fanno maggiormente propendere per una forma circolare dell’arma:
Omero ci racconta che nell’ultima sezione Efesto scolpì “la grande possenza del fiume Oceano”. Sì, un’altra stranezza al pari dei leoni. Per i greci l’oceano era un fiume che delimitava completamente la terra raffigurata come un disco piatto.
Dopo aver così minuziosamente descritto lo scudo, Omero narra in soli 9 versi la creazione del resto dell’armatura e la consegna di essa ad Achille. Se il poeta ci avesse lasciato una descrizione più dettagliata anche delle altre parti dell’armatura e delle loro decorazioni, sicuramente saremmo in grado di decifrare meglio i simboli che abbiamo qui elencato e, osservati all’interno di un quadro completo, essi ci sarebbero sembrati meno enigmatici di quanto non siano in realtà.

*Volpe

  • NOTE :
1.La traduzione è stata tratta da: “Storia e testi della letteratura greca”, M. Casertano G. Nuzzo, © 2011 G. B. Palumbo Editore
2.Le immagini qui riportate non sono del “reale” scudo di Achille poiché no è mai stato ritrovato un oggetto come quello descritto da omero. Queste sono solo ricostruzioni sulla base di ciò che si può leggere.

Dei ed eroi del XXI secolo – Gli eroi della Marvel protagonisti dell’epica americana (parte 1)

Manca un mese esatto all’uscita di “Captain America – Civil War” e come promesso abbiamo deciso di iniziare una breve rubrica in cui analizzeremo i personaggi che si affronteranno nel prossimo lungometraggio Marvel e di svelare tutti i collegamenti che legano gli eroi di Stan Lee a quelli della letteratura e dell’epica europea. Prima di iniziare vogliamo ringraziare Devyani Berardi che ci ha concesso di pubblicare parte della sua tesi sul nostro sito e ci ha fornito materiale più che valido per la realizzazione di questi articoli.

 1. IMMAGINI DELLA MITOLOGIA AMERICANA: IL CASO DELLA MARVEL

1.1 Mitologia e fumetto: i nuovi eroi combattono tra le pagine degli albi

Per affiancarsi al mondo della mitologia americana dobbiamo per prima cosa stabilire cosa sia la mitologia e quali siano le sue caratteristiche. Il termine mitologia deriva da due parole greche: μύθός (= mythos) e λόγος (= logos); con il primo termine viene indicato un racconto favolistico, a carattere sacro, che ha per protagonisti dei ed eroi, mentre il termine “logos” indica non solo la parola ma, in un senso più ampio,  un discorso o un racconto che vale la pena raccontare.

Un’ulteriore distinzione deve essere fatta tra “leggenda” e “mito” in quanto essi si riferiscono a due tipi di racconto diversi tra loro. La leggenda è il racconto ispirato a un avvenimento realmente accaduto che, nel corso dei secoli, ha assunto connotati fiabeschi o di fantasia. La vicenda di re Artù e i cicli a lui ispirati sono leggende in quanto uniscono elementi di fantasia – draghi, maghi e incantesimi – a personaggi storici realmente esistiti. Un mito, al contrario, non ha riscontri storici e la sua natura è completamente fittizia.

Vediamo ora quale sia il processo che trasforma una storia in mito o leggenda. Per prima cosa bisogna dire che miti e leggende appartengono a un determinato tipo di narrazione e come tali devono possedere e rispettare determinate caratteristiche. Questi tipi di racconti sono nati come forma di intrattenimento che si divideva, fondamentalmente, in due momenti: uno ludico e uno didattico; per far sì che tutta l’assemblea ne capisse la morale, il linguaggio doveva essere semplice e incisivo e poteva avvalersi di formule che si imprimevano nella mente di chi ascoltava. I miti e le leggende trattavano, e trattano, dei problemi di tutti i giorni davanti a cui l’uomo si sente disarmato e impotente e offrono soluzioni spingendo chi ascolta a riflettere su determinati problemi. Essi insegnano a distinguere il bene dal male e mostrano quale premio attenda gli eroi che agiscono virtuosamente e la pena per chi si comporta slealmente o tenta di sovvertire l’ordine divino delle cose.

Sono emblematici in questo senso i racconti della mitologia Norrena che descrive come agli eroi gloriosamente caduti in battaglia spetti un’eternità di agi e banchetti nel Valhalla, mentre i morti con disonore siano condannati ai tormenti di Hel, l’inferno norreno che vanta tra i suoi prigionieri il più depravato degli dei, Loki. Ovviamente a questi elementi si affiancava la popolarità di queste storie che venivano raccontate, o meglio, cantate dagli aedi nelle agorà o nelle case dei nobili.

Oggi come allora l’uomo ha bisogno di miti, divinità ed eroi a cui guardare e da cui prendere esempio e, nel XXI secolo come duemila anni fa, i fattori che portano alla nascita di un mito non sono cambiati. Benché ci si sia allontanati parecchio dall’idea originaria, i nuovi miti della nostra società sono resi tali dagli stessi elementi che hanno garantito l’immortalità a personaggi come Ercole o Elena.

Caratteristiche eccezionali o innati talenti, storie sfortunate ma con la possibilità di un riscatto, successo e la morte, tragica o misteriosa, sono gli elementi che fissano nei cuori e nelle menti delle persone nomi e volti dando vita a un nuovo panteon di leggende che, oggi come allora, i mass media rendono permanente diffondendo  in tutto il mondo le storie e le imprese di questi nuovi “eroi”.[1]

Ma parlare nel 21° secolo di mitologia, eroi e leggende ha ancora senso? Perché tanta preoccupazione nel dare anche all’America una sua epica? Nel 1963 il filologo inglese Eric Havelock[2] definì “enciclopedia tribale” i due poemi scritti da Omero, in quanto tra le pagine dell’Iliade e dell’Odissea si trovano informazioni sugli usi e i costumi, le tecniche agricole e militari e le credenze del periodo classico. Non si può quindi pensare alla mitologia come a un semplice genere letterario: chi esplora questo universo entra in contatto con l’essenza di una nazione e ne carpisce, in modo il più delle volte incosciente, i segreti. Possiamo quindi paragonare la mitologia all’archivio di un popolo senza il quale sarebbe impossibile recuperare dati, luoghi, nomi ed eventi: senza di essa, infatti, questi sarebbero cancellati dall’avvicendarsi dei secoli.

In America questa banca dati è costituita in parte dai fumetti e dalle avventure dei supereroi. Le vicende di Spiderman, Iron Man, Capitan America e degli Avengers hanno come palcoscenico città americane riconoscibili e gli eventi narrati negli albi si intrecciano con i nomi e gli accadimenti del popolo americano. Un esempio[3] è il dialogo tra il dio del tuono Thor e un abitante di New Orleans rimasto senza casa in seguito all’uragano Katrina che sconvolse l’America nel 2005.

Uno dei canali che ha, fin dal principio, favorito il diffondersi di queste nuove saghe mitologiche e dei rispettivi eroi è il fumetto. Bisogna innanzitutto capire quale sia il ruolo del fumetto nella società americana e come venga concepito questo genere di lettura. Se in Italia ha cominciato solo di recente a farsi largo l’idea del fumetto come uno strumento pedagogico o comunque capace di veicolare messaggi e informazioni,  negli Stati Uniti d’America questa funzione è nota da tempo e non di rado i personaggi dei fumetti vengono usati per la propaganda e per veicolare messaggi politici.

Esemplare è in questo senso la serie di tavole, corto e lungo metraggi[4] che la Disney realizzò durante la seconda guerra mondiale in cui vengono mostrati i personaggi amati dai bambini intenti a difendere la nazione americana dal pericolo delle dittature, la negatività di sistemi autocratici come il nazismo o ancora ad invitarli a una maggior coscienza civile.

È a tal proposito esemplare il cartone animato Bert the Turtle, realizzato nel 1951 dal Ministero della Difesa americano. Nel cortometraggio scorrono video girati nelle scuole, nelle città o nelle campagne americane; e spezzoni di un cartone animato che mostra le avventure di Bert la Tartaruga e la sua infallibile tecnica per difendersi dai pericoli. Per tutta la durata del cartone animato si sente in sottofondo un jingle che ripete “duck and cover”: “accovacciati e riparati”.

Agli studenti di tutte le età veniva insegnato, attraverso la proiezione nelle scuole di questo cartoon, come reagire in caso di esplosione di una bomba atomica e quali fossero i comportamenti sicuri nel caso in cui l’attacco si verificasse a scuola, per strada, in città o in campagna.

1.2 Simboli: immagini e formule della mitologia americana.

Nel suo libro Il grande cerchio, un viaggio nell’immaginario americano Ilaria Moschini spiega ed elenca le immagini, le forme e le formule che, da prima del 1492, hanno caratterizzato l’America per poi diventare parte integrante del suo immaginario. La terra promessa, la città sulla collina, la porta d’oro e il faro sono solo alcuni dei simboli che costituiscono l’iconografia americana. Essendo nata dalla miscellanea di tanti popoli diversi la cultura statunitense ha adottato immagini universali rielaborandole per dar loro un significato “americano”.

Per quanto interessante sia l’analisi della simbologia, per motivi di tempo e di spazio mi limiterò ad analizzare quelle che, a mio parere, sono le icone più importanti e interessanti. In particolare mi soffermerò su:

– La luce e nello specifico l’immagine del faro;

–  La città sulla collina;

–  Il volo e l’aquila.

La luce, con le sue manifestazioni, è l’immagine che ha solleticato maggiormente la fantasia del popolo americano. Discorsi politici, segni[5], immagini e edifici sono stati fatti ricalcando l’idea originaria dell’America, e nello specifico del popolo americano, quale nazione illuminata, benedetta da Dio, e destinata a estendere la propria luce agli altri popoli. Con gli anni però l’idea della luce ha trovato nuove declinazioni tra cui quella del beacon, il faro, che in età moderna e contemporanea si è evoluto nell’immagine del grattacielo: la costruzione che per antonomasia rimanda alle grandi metropoli degli Stati Uniti d’America:“we are the brightest beacon for freedom and opportunity in the world […] and no one will keep this light from shining.”[6]

Questa immagine del faro è stata reiterata non solo in discorsi politici, campagne pubblicitarie o elettorali, ma è stata ampliamente utilizzata anche dal cinema che ha creato manifesti, slogan, e trailer cinematografici in cui compare, fisicamente o idealmente, la figura del beacon.

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Tra gli ultimi ad avere impiegato questa immagine è il lungometraggio The Hunger Games, Catching Fire (Francis Lawrence, 2013) dove viene detto, parlando della protagonista femminile, “she has become a beacon of hope”[7].

La Lionsgate, la casa cinematografica che ha prodotto il film, ha inoltre creato una serie di poster e locandine in cui viene associata al nome dell’eroina Katniss la formula ‘beacon of hope’.

Quella della luce, e delle sue declinazioni, è un’immagine che ha fin da sempre stuzzicato la fantasia dell’uomo assumendo connotati simili da una cultura all’altra: “Essa è simbolo universale della divinità e dell’elemento spirituale che, dopo il caos dell’oscurità originaria, attraversò il Tutto, ricacciando nei loro confini le tenebre.”[8]

Dai Vangeli ai canti liturgici di Babilonia, dalla dottrina buddista alla simbologia massonica, la luce è la manifestazione del divino e del bene che sconfigge le tenebre e, nel caso dell’America, essa incarna il compito del popolo americano di liberare le altre nazioni dal giogo della tirannia.

Questo impegno, che ha più i connotati di un ordine morale che di una missione, viene riassunto nel concetto di “manifest destiny”, che oggi  si traduce nell’obbligo, che gli Stati Uniti sentono di avere, di intervenire per ristabilire su scala mondiale i principi – espressi nella Dichiarazione d’Indipendenza – della libertà, della democrazia e dell’uguaglianza nonché il diritto naturale alla felicità e all’autoaffermazione, riportando la luce laddove la tirannia e l’egoismo hanno avuto il sopravvento.

Un’immagine che si collega alla luce e al faro è quella della “città sulla collina”, di origine biblica:

[…] non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli.[9]

Questo passo del Vangelo di Matteo ci è utile per capire il legame che unisce il beacon alla city upon the hill. La montagna, la collina e, in un senso più vasto, le altezze “sono il luogo in cui la terra si alza, si solleva, si tende verso il cielo […] in cui la divinità scende e incontra l’uomo. (La montagna , o nel nostro caso la collina) è la scala favolosa che offre (all’uomo) un inizio di realizzazione ai suoi sogni”[10].

Nell’immaginario collettivo americano la città costruita sopra la collina è la realizzazione della Gerusalemme Celeste: il culmine della dottrina puritana che faceva coincidere con la ricostruzione della Città Santa l’inizio di una nuova era in cui il popolo americano si sarebbe posto come guida morale, spirituale e politica per il mondo intero.

Come per il faro, questa immagine è stata più e più volte reiterata nei discorsi dei politici:

[…] For we must consider that we shall be as a city upon the hill, the eyes of all people are upon us; […] .[11]

[…] I’ve spoken of the shining city all my political life, but I don’t know if I ever quite communicated what I saw when I said it. But in my mind it was a tall proud city built on rocks stronger than oceans, wind-swept, God-blessed, and teeming with people of all kinds living in harmony and peace, a city with free ports that hummed with commerce and creativity, and if there had to be city walls, the walls had doors and the doors were open to anyone with the will and the heart to get here.[12]

In questo discorso di Reagan del 1984 è lampante l’immagine che l’America ha di sé quale società forte, splendente davanti al resto del mondo (un altro richiamo al beacon), salda davanti alle forze della natura e, cosa più importante, benedetta da Dio. Un luogo in cui si realizzano i sogni e le speranze non solo di una nazione, ma anche di tutti coloro che hanno la “volontà e il cuore di entrare (per le sue porte)”[13].

La città sulla collina, luogo sviluppatosi sotto lo sguardo paterno e benedicente di Dio, nutrito dalla fede, dai sogni, dalle speranze e dall’inventiva del popolo americano, è l’unico luogo in cui si può realizzare l’american dream: il concetto che, insieme al manifest destiny a cui abbiamo già accennato, costituisce il binomio su cui si fonda l’immaginario collettivo statunitense.

L’ultima, ma non per questo la meno importante, immagine che analizzerò sarà quella dell’aquila e del volo. Quando si pensa agli Stati Uniti d’America una delle immagini che subito cattura la nostra immaginazione è l’aquila: la regina incontrastata dei cieli e delle foreste americane, il volatile che non teme di attaccare anche animali più grossi come i puma o i lupi.

Quella dell’aquila, come la luce, è una delle immagini che costituisce l’humus dell’immaginario umano, essendo diffuso più o meno in tutto il pianeta; non esiste popolo che non sia rimasto incantato dalla sua maestosità di questo volatile e non gli abbia riservato un posto nella sua iconografia.

Molte sono le culture che rintracciano un legame tra questo animale e la luce: nei bestiari medioevali si diceva che l’aquila di volare verso il sole senza dover chiudere gli occhi, altre tradizioni la identificano con il sole e come il simbolo della vittoria della luce sulle tenebre e del bene sul male, l’evangelista Giovanni apre il suo Vangelo parlando della Luce che viene nel mondo e la tradizione cristiana abbina al santo l’aquila.

L’aquila è inoltre il simbolo di Giove, padre degli dei, e le insegne imperiali erano costituite da un’aquila ad ali spiegate. Essa è immagine di Cristo risorto e della nobiltà: nel 1688 lo storico dell’araldica A.G. Böckler mise in relazione le parole tedesche adler (= aquila) e adel  (=nobiltà) affermando che dall’aquila imperiale derivava il prestigio del popolo tedesco.

Presso i nativi americani l’aquila aveva un significato importante, infatti essa veniva identificata con il sole che era non solo fonte di luce, ma anche di vita. La religione sciamanica degli indiani d’America considerava l’aquila un animale protettore che, appollaiato sui rami degli alberi, vegliava e si poneva come un rimedio contro tutti i mali.

Il volo dell’aquila, poi, evocava il volo sciamanico e le esperienze estatiche che uno stregone, nel corso della sua vita, compiva per avvicinarsi ed entrare nel mondo degli spiriti. Presso i Paviotso vi era l’usanza di toccare il capo di un malato con un bastone a cui era attaccata una piuma che, lo sciamano del villaggio, aveva personalmente tolto all’aquila. L’aquila simboleggia la libertà, l’indipendenza nonché la potenza e l’attitudine alle armi, connotati che riconducono ai valori e alle eccellenze della nazione americana.

La bandiera del Messico e alcune monete rinvenute ad Agrigento, risalenti al 413 a.C, mostrano un’aquila intenta ad affrontare un serpente o, in alcune versioni, un drago. Questo uccello è quindi il simbolo della lotta contro il male, battaglia che, fin dalla sua nascita, è stata con orgoglio portata avanti dalla nazione americana.

Se pensiamo all’aquila viene naturale pensare al suo planare elegante e all’idea del volo. Il volo è da sempre l’espressione della libertà e della volontà di superare i propri limiti. Avendo dato i natali ai fratelli Wright l’America ha spezzato quel limite che teneva l’uomo incollato a terra.

Tra gli eroi del vecchio mondo nessun mortale aveva mai spiccato il volo e gli unici che ci provarono, Bellerofronte e Icaro, vennero puniti con la morte[14]. Gli eroi, o per meglio dire, i supereroi del Nuovo Mondo hanno invece tra le loro peculiarità il volo. Che sia grazie a mutazioni genetiche, gioielli della tecnologia o perché progenie di un altro pianeta, i supereroi dei comics americani vivono le loro avventure tra il cielo e la terra, tra i marciapiedi e lo skyline delle metropoli americane segnando in modo netto il punto di rottura con quegli eroi figli di una tradizione vecchia e ormai dimenticata.

*Jo

.: NOTE :.

[1] Eroe: […] nel mito classico, uomo nato da una divinità e da un mortale, dotato di eccezionali virtù e autore di gesta leggendarie.  (cfr. Il grande dizionario Garzanti della lingua italiana).

[2]  Tullio Avoledo, “Dall’Odissea ai fumetti, La necessità dell’epica, Dal racconto della società alle tendenze culturali ecco come una striscia spiega la complessità dei tempi”, Il Corriere della sera, 18 novembre 2013,  pp. 24 -25.

http://comunicazionetestuale.wordpress.com/intro/havelock/ Vedi anche ( 4 – 12 – 2013).

http://en.wikipedia.org/wiki/Eric_A._Havelock Vedi anche  ( 4 – 12 – 2013).

[3] http://ilparere.net/2011/12/23/rubriche/roba-da-ragazzi/la-mitologia-moderna-del-fumetto/ Vedi anche (5 -12 -2013).

[4] Per approfondire si vada a: http://www.skewsme.com/disney_propaganda.html#axzz2mYNJRgBZ Vedi anche (5 -12 -2013).

[5] Si pensi ai due raggi di luce che, l’11 settembre del 2004 in occasione del Patriot Day, illuminarono la notte newyorkese in omaggio alle vittime del World Trade Center.

[6] Statement by the president in his Address to the Nation.

http://www.whitehouse.gov/news/releases/2001/09/20010911-16.html Vedi anche  (5 -12 -2013).

[7] http://www.youtube.com/watch?v=3lTebQWbNIQ  Vedi anche  (5 -12 -2013).

[8]  Hans Biederman, Knaurs Lexicon der Symbole, (1989), trad. it. Enciclopedia dei Simboli, Garzanti, Milano, 1999, p. 274.

[9] Cfr. Mt 5,14-16

http://www.lachiesa.it/bibbia.php?ricerca=citazione&Citazione=Mt+5&Cerca=Cerca&Versione_CEI2008=3&VersettoOn=1 Vedi anche  (6- 12- 2013).

[10] Cfr. De Champeaux Gérard, Dom Sebastien Sterckx, I simboli del medioevo ( Introduction au monde des symboles,  Zodiaque, St. Léger Vauban, Francia, 1972.) editoriale Jaca Book Spa, Milano, 1981. p. 188.

[11]  http://religiousfreedom.lib.virginia.edu/sacred/charity.html Vedi anche  (6- 12- 2013).

[12] http://en.wikipedia.org/wiki/City_upon_a_Hill Vedi anche ( 7 -12 – 2013).

[13] Ibid.

[14]Cfr. Gislon Mary, Palazzi Rosetta, Dizionario di mitologia e dell’antichità classica, Zanichelli, Bologna, 1997,

  1. 67 – 227.