Encanto diventerà il nuovo Frozen?

A circa due mesi dalla sua uscita al cinema e sulla piattaforma Disney+, Encanto resta sulla cresta dell’onda confermandosi come un successo e restituendo un po’ di notorietà alla Disney (non Pixar ndr) reduce, tra live action e storie con più buchi di uno scolapasta, da un periodo tutt’altro che florido.
Naufragate definitivamente le speranze di un ritorno all’animazione tradizionale, Encanto riesce ugualmente a convincere e ad appassionare conquistando grandi e piccini grazie ad un approfondimento psicologico e una trama capaci di coinvolgere tutti; cosa che, per esempio, non è riuscita con Raya e l’ultimo drago e solo parzialmente con i due capitoli di Frozen.

Volenti o nolenti, tutti conoscono (almeno a grandi linee) la trama di Encanto ma, per fugare ogni dubbio, la riproponiamo brevemente.
Mirabel Madrigal, la protagonista, è l’unica della sua famiglia a non avere un talento (=un potere magico) e per questo si considera, ed è considerata, la pecora nera della famiglia. Quando qualcosa minaccia il miracolo (la fonte dei poteri della famiglia Madrigal), Mirabel decide di indagare e di salvare il miracolo sperando, in cambio, di ottenere finalmente a sua volta il proprio talento.

A differenza della maggior parte dei film Disney (dove l’attenzione si concentra sul legame tra due massimo tre personaggi) Encanto è un arazzo dove ogni personaggio risulta necessario senza essere indispensabile: tutti i membri della famiglia Madrigal hanno una loro caratterizzazione che riesce ad emergere a prescindere dal tempo che trascorrono in scena.

A capo della famiglia Madrigal c’è Alma Abuela” (= nonna) Madrigal: una donna spigolosa come il suo profilo. Abuela non è esattamente la nonna che passa le caramelle ai nipoti all’insaputa dei genitori, al contrario è una donna con un forte senso del dovere, che preferisce le certezze alle sorprese e che riversa sul resto della sua famiglia quel che traborda delle altissime aspettative che ha, prima di tutto, verso se stessa.
Controcanto di Abuela è Mirabel: un’adolscente come tutte le altre, letteralmente dal momento che non ha poteri magici, che sprizza energia e creatività da ogni poro e che vuole dimostrare alla nonna, prima che a se stessa, che anche senza talenti anche lei è capace di fare qualcosa di bello e di buono per gli altri. Empatizzare con Mirabel è naturale per via della sua caratterizzazione umana: da “vera” adolescente; a differenza dei protagonisti a cui non solo la Disney ci ha abituato, e che abbondano per esempio nella letteratura per i giovani adulti, Mirabel non ha bisogno di affrontare pericoli e avventure, e l’unica sfida che affronta (con successo a differenza di altri personaggi adulti del lungometraggio) è quella che la porta a scoprire, comprendere ed amare ciò che si nasconde dietro alle apparenze dei suoi familiari: cominciando dalle sorelle per finire con Abuela stessa.
Trattandosi di un film Disney, introdotti questi due personaggi, dagli altri non ci si aspetta che qualche comparsata occasionale giusto per creare qualche pretesto o riempire i buchi di trama, e invece no: anche i personaggi secondari di Encanto hanno una dignità.
Accanto a Mirabel troviamo la sua famiglia: Julieta, la madre, che guarisce con il cibo e funge un po’ da “grillo parlante” per il resto della famiglia cercando di mediare, essere la voce della coscienza e l’interprete dei bisogni dei suoi familiari, il padre Augustin (unico altro “normale” insieme al cognato Felix), e le sorelle maggiori Isabela e Luisa.
Isabela è, almeno all’apparenza, la principessa Disney per eccellenza: tutta rosa e fiori (letteralmente dato che il suo vestito è rosa e il suo potere è quello di far sbocciare ogni pianta e fiore), aggraziata e bellissima; è la pupilla di Abuela che spera di poterla presto accasare con un giovane della città di Encanto per garantire alla famiglia una nuova generazione di talenti (cosa che io ho trovato un po’ cringe). Dietro la sua vita apparentemente perfetta, tuttavia, anche Isabela è infelice e si sente prigioniera tanto dei progetti della famiglia su di lei, quanto del suo stesso potere che l’ha ufficialmente consacrata come la “perfettina” di casa essendo, oltretutto, uno dei talenti più vistosi della famiglia.
Luisa, invece, è la sorella di mezzo e ha la forza di Ercole, Maciste e Sansone messi insieme. All’apparenza instancabile e invincibile, anche Luisa ha, come Mirabel scoprirà, delle debolezze che ha soffocato per non deludere le aspettative che la famiglia ha su di lei.
A chiudere il cerchio di questa prima carrellata di Madrigal ci pensa Augustin Madrigal, il padre delle tre ragazze, che, essendo a sua volta un “senzapoteri” come la figlia più piccola è sempre pronto a darle il suo sostegno e a proteggerla da chiunque provi a farle pesare la sua diversità.
Dall’altra parte troviamo Pepa Madrigal (sorella di Julieta e di Bruno) la più emotiva della famiglia al punto da riuscire ad influenzare il meteo con il suo stato d’animo. A differenza di Julieta e Bruno, Pepa replica all’intransigenza della madre con la propria emotività riuscendo, così, a scansare o almeno alleggerire il carico delle aspettative su di lei. Al suo fianco troviamo il marito Felix di nome e di fatto: Felix è un “senzapoteri”, ma non si lascia impensierire da questo impegnato com’è ad essere, in ogni situazione, l’anima della festa.
I figli di Pepa e Felix sono, in ordine, Dolores, Camillio e Antonio. Dolores è la tipica persona che non si sente, non si vede, ma sa comunque sempre tutto sulla famiglia: compito facile quando si ha il superudito come talento, tuttavia Dolores non utilizza questo suo dono per spettegolare o civettare, è anzi molto timida e riservata e condivide solo le informazioni che ritiene possano tornare utili anche al resto della famiglia (spesso non pensando alle conseguenze che queste potrebbero avere).
Camillo è forse il meno abbozzato dei membri della famiglia Madrigal: il suo potere è quello di cambiare forma e assumere le sembianze di chi ha visto almeno una volta di persona. Come il padre sembra essere sempre allegro e pronto allo scherzo e forse per questo, essendo già presente un gallo nel pollaio Madrigal, rischia di passare quasi innoservato.
Antonio è il più piccolo dei Madrigal e, come un principino Disney, ha il dono di parlare con gli animali sfruttando queste sue capacità comunicative per svelare i piani dai quali gli adulti vorrebbero tenerlo fuori. Inizialmente Antonio risente molto delle aspettative da parte del resto della famiglia, la sua cerimonia del talento (un evento a cui partecipa tutto il paese, giusto per non mettere altre pressioni, durante il quale i Madrigal ricevono il loro potere) è la prima dopo quella di Mirabel andata a rotoli e, per questo, tutti guardano a lui come ad una cartina torna sole per sapere se il miracolo è ancora “funzionante”. Antonio è tanto timido ed insicuro con le persone (ad eccezione di Mirabel), quanto spigliato con gli animali: siano essi innocue scimmiette, un feroce leopardo o un serpente.
Non si nomina Bruno! E invece sì, spendiamo due parole anche per Bruno (nome contro cui tanto la Disney quanto la Pixar sembrano accanirsi volentieri). Bruno è il “gemello di mezzo” (se così si può dire) tra Julieta e Pepa e il suo dono è prevedere il futuro. Timido ed introverso, viene spesso frainteso e bistrattato al punto da essere temuto e odiato da tutti che lo considerano un uccello del malaugurio.

Rispetto a Frozen, ultimo film Disney incentrato sulla famiglia e sui rapporti tra i vari membri, Encanto offre allo spettatore una rosa di personaggi per i quali simpatizzare e con i quali immedesimarsi; questa varietà non è un mero espediente per guadagnare pubblico, ma permette al film di trattare tematiche che raramente riescono ad essere sviluppate adeguatamente in un film per bambini.
Se già in Frozen il personaggio di Elsa aveva introdotto l’archetipo di persona insicura e prigioniera del suo ruolo (e del proprio potere), Encanto approfondisce la tematica scendendo ancor più nel dettaglio e svelando quei meccanismi che, spesso inconsapevolemente e senza cattiveria, si instaurano nelle famiglie normali. Luisa rappresenta la figlia (solitamente la maggiore) iper responsabilizzata, che va avanti come un treno senza fermarsi davanti a niente e nessuno per risultare sempre degna della fiducia dei propri cari. Isabela è la pupilla della famiglia quella che, per intenderci, ai pranzi di natale risponde “bene” alla domanda “e il fidanzatino?”, che prende voti altissimi in tutte le materie (se solo non fosse per quel 9 in educazione fisica che le rovina la media!), è brava coi bambini, fa volontariato nel gattile locale ed è stata scelta per rappresentare la scuola ai campionati regionali di nonsisabenecosa. Dietro la sua perfezione, tuttavia, si nasconde (come spesso accade per i/le “ragazz* prodigio” ) una persona costretta a sacrificare tanto per non deludere mai nessuno e che, nel fiore degli anni, comincia a sentire il peso della propria abnegazione.

La varietà e la cura dei personaggi non è l’unico elemento a rendere Encanto un capolavoro dell’animazione.
Rispetto a Raya e l’ultimo drago e i due capitoli di Frozen, graficamente parlando Encanto risulta più maturo e gradevole da guardare. Rispetto ad altri film Disney, le location sono minori e gran parte delle scene si svolgono tra le strade di Encanto o in casa Madrigal; in un primo momento questa povertà di scene può sembrare il frutto di una scelta “al risparmio”, ma (ri)guardando il film è possibile accorgersi di tanti particolari che, probabilmente, non sarebbero stati altrettanto curati avendo da gestire più scenari. Anche la cura dei personaggi è davvero impeccabile; i rami della famiglia Madrigal sono infatti caratterizzati da palette diverse: bluastro/viola per la famiglia di Julieta (con Augustin, Isabela, Luisa e Mirabel), arancione/giallo per quella di Pepa (con Felix, Dolore, Camillo e Antonio), verde per Bruno e viola/magenta per Abuela. Queste distinzioni cromatiche sono necessarie nel momento in cui si hanno tanti personaggi, per lo più imparentati tra loro, in scena, ma non è questo il solo indizio che testimonia la cura messa dalla produzione nella realizzazione dei personaggi. Ogni personaggio ha, infatti, un abbigliamento con dettagli che richiamano il suo potere: l’abito di Isabel è ricoperto di balze e di fiori, quello di Luisa ha un motivo che ricorda dei bilanceri, mentre Mirabel ha un abito con una fantasia estrosa e molto colorata; Dolores ha un decoro simile a delle onde sonore che le fregia il colletto della camiciola, Camillo un poncho con dei camaleonti e Antonio un gilet con diversi animali ricamati sopra. Anche Julieta e Pepa hanno, rispettivamente, un grembiale con diverse varietà di fiori ed erbe medicamentose ricamate sopra e un lungo vestito con un motivo a gocce di pioggia coronato da un ampio colletto che sembra un po’ una nuvola un po’ un sole splendente.

Tuttavia, ciò che davvero colpisce, e conquista, di Encanto è la colonna sonora creata da Lin-Manuel Miranda: compositore del musical Hamilton oltre che delle musiche di Oceania (tit. originale Moana), de Il ritorno di Mary Poppins e voce, in lingua originale, della scimmietta Vivo nell’omonimo lungometraggio.
La colonna sonora di Encanto è un mix di suggestioni latinoamericane che fa venire voglia di mettersi a ballare e cantare. A differenza di altri film Disney, dove solo una o due canzoni riescono a “bucare lo schermo” e ad entrare in testa allo spettatore fino a diventare un tormentone (vi ricordate Let it go? ci siamo capiti); le canzoni di Encanto sono, dalla prima all’ultima, non solo orecchiabili ma coinvolgenti per via del mix ben calibrato tra musica, ritmo e testo che, anche nelle versioni tradotte, non perde il proprio potere. Anche l’animazione ha un ruolo importantissimo: abbandonate le coreografie improbabili e impossibili da realizzare senza un oceano senziente o vagonate di ghiaccio manco fossimo alle olimpiadi invernali; il film propone, per tutte le canzoni, dei balletti facilmente replicabili che sembrano essere stati “ricalcati” da un musical per via della loro coerenza con il brano a cui sono accoppiati (una vera chicca sono le prove fatte da ballerini professionisti per aiutare i disegnatori a creare le animazioni).

Per noi il film, nonostante non sia del tutto privo di nei, ha soddisfatto le aspettative che i vari trailer avevano alimentato. Voi cosa ne pensate? Lo avete visto?

*Jo


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Luca ~ Streaming and Pajamas

.: TRAMA :.
Ambientato in una località costiera della riviera italiana, Luca, di Disney e Pixar, è la storia di formazione di un ragazzino che vive un’estate indimenticabile tra gelati, pasta e lunghissimi giri in Vespa. Luca condivide le sue avventure col suo nuovo amico Alberto, ma il divertimento è minacciato da un segreto ben custodito: i due sono due mostri marini provenienti da un mondo sottomarino.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Quando si sente parlare di produzioni americane ambientate in Italia, il rischio di trovarsi davanti all’ennesima carrellata di stereotipi è alto (nessuno ha ancora perdonato la Disney per il piatto di spaghetti con le polpette come piatto tipico della nostra tradizione culinaria), grazie al cielo ciò non succede e il risultato è una cartolina italiana che emoziona e commuove per le sfumature che riesce ad intrappolare in questa favola estiva al sapore di mare e di pesto alla genovese (lodevole che, per una volta, l’Italia non venga ritratta unicamente come il paese del calcio, ma si presentino sport altrettanto importanti come il ciclismo e il nuoto). Rispetto a Soul (2020), Luca sembra fare qualche passo indietro e rientrare in quella che si può considerare la comfort zone dei film Disney Pixar, ma bastano pochi minuti per ricredersi.

Luca centra il cuore dell’Italia stessa: di un paese legato a doppio filo con i tre mari che lo abbracciano e che, da questo mare, si lascia ispirare plasmando il carattere di un popolo che sa essere mite e burrascoso, agitato o calmo, accogliente ma anche, purtroppo, a volte ostile.
Dal Golfo di Trieste allo stretto di Messina, dalle meravigliose Cinque Terre alla Riviera Romagnola, il folklore italiano è costellato di storie e leggende legate al mare e alle sue creature: di cui Cola Pesce (figura mitologica dell’immaginario collettivo meridionale) e gli “epici” Scilla e Cariddi sono solo gli esempi più celebri. Questo è il contesto culturale da cui Luca attinge e il risultato è una storia che procede a gonfie vele senza dover ricorrere a pretesti per mandare avanti la narrazione.
La trama è un carosello di istantanee che trasudano verismo, poesia e fantasia: le avventure in riva al mare, la vita movimentata e allo stesso tempo sempre uguale di un piccolo borgo, i giochi, le gare e le piccole grandi conquiste che caratterizzano il periodo delle vacanze estive.
L’utilizzo del colore, un autentico “attore non protagonista”, riesce a dare spessore tanto al mondo della superficie (caratterizzato soprattutto da colori caldi) quanto a quello marino (dove, ovviamente, prevalgono le sfumature del blu e del verde): su questo palcoscenico si muovono personaggi che, nella loro semplicità, commuovono e stupiscono per la loro caratterizzazione essenziale, ma non per questo scarna.
Ciò che davvero conquista di Luca (il protagonista) e dei suoi compagni di avventura è la loro autenticità: ispirati dai compagni d’infanzia del regista, Enrico Casarosa, i personaggi riescono abilmente a scansare lo stereotipo e, grazie ad un umorismo genuino, non scadono mai nel macchiettisco.

Tra richiami cromatici (in più di una sequenza si può notare il tricolore italiano ricomposto con oggetti diversi) ed elementi scenografici, il film presenta diverse citazioni a capolavori del cinema: le prime sequenze, in cui Luca “scopre” il mondo degli umani e riceve dai genitori il divieto categorico di entare in contatto con loro, ricordano in parte La Sirenetta in parte Alla ricerca di Nemo, per non parlare dell’autocitazione fatta dal regista che dà al personaggio di Massimo Marcovaldo fattezze simili a quelle di uno dei protagonisti del corto La Luna (2011); mentre in altre scene si vedono le locandine dei film Vacanze Romane e La strada. La colonna sonora si avvale di composizioni originali e brani cult della tradizione musicale italiana: Il gatto e la volpe di Bennato, Un bacio a mezzanotte del Quartetto Cetra, Fatti mandare dalla mamma a prendere il latte di Morandi sono solo alcune delle celebri canzoni che si possono ascoltare; mentre la colonna sonora originale crea un accompagnamento suggestivo ma non memorabile che, tuttavia, ben si sposa con la sceneggiatura riempiendo i vuoti di dialogo con accordi delicati come una brezza di mare.
Non mancano, da ultime ma non meno importanti, i riferimenti (più o meno voluti) alla letteratura: le atmosfere ricordano il romanzo di Astrid Lindgren Vacanze all’isola dei gabbiani, mentre il rapporto tra i tre protagonisti, Luca, Alberto e Giulia, ricorda vagamente quello tra Pinocchio, Lucignolo e un mix tra la Fata Turchina e il Grillo Parlante.

Come confermato dal regista il film ha diversi livelli di lettura e si presta a più di un’interpretazione. Tema centrale è la diversità che, in un lungometraggio di appena un’ora e quaranta, riesce ad essere declinata in sfumature diverse e tutte molto convincenti.
I “mostri marini” che vengono dal mare possono essere intesi come gli stranieri o gli immigrati che, ad alcuni, fanno “molto disgusto e orrore” come dice uno dei personaggi riferendosi ai mostri marini. Ciò che davvero dà forza a questo film è la capacità di parlare ad ognuno in maniera differente permettendo allo spettatore di proiettare la propria “diversità” sui protagonisti per esorcizzarla con loro vincendo la paura di non essere accettati. C’è anche chi ha visto, nella necessità dei due protagonisti di nascondere la loro vera natura, un richiamo alle tematiche LGBTQ+ ma, personalmente, questa interpretazione mi sembra molto forzata: Luca racconta storie di amicizia, lealtà, coraggio e riscatto; descrive, con delicatezza, la capacità dei bambini di creare legami profondi con chi, fino a pochi minuti prima, era uno sconosciuto e di riuscire, con queste nuove amicizie, ad inseguire i propri sogni.
Fanalino di coda di una produzione cinematografica concepita in tempo di pandemia, Luca sembra gettare un ponte verso il domani e riporta al centro quei valori che, per colpa delle restrizioni anti-covid, sono stati messi da parte in questi mesi.
L’amicizia: unica vera arma contro l’isolamento a cui i lockdown ci avevano condannati è il valore cardine di tutta la vicenda e non si traduce solo in un classico “volersi bene a prescindere da ogni cosa”, ma principalmente in un venirsi incontro strappandosi vicendevolmente dalla condizione di solitudine in cui si rischia di cadere quando ogni altra certezza vacilla. Luca, prima di conoscere Alberto e Giulia, è “ostaggio” della sua timidezza; Alberto, prima di incontrare Luca e Giulia, vive da solo su un’isola abbandonato dal padre; infine Giulia che, facendo amicizia con Luca e Alberto, trova due amici e si libera dalla sensazione di essere una straniera nella sua stessa città.
L’istruzione: Luca e Giulia sono due bambini curiosi e amanti dei libri e, cosa insolita per un film estivo, Luca sente crescere il desiderio di allargare i propri orizzonti e di andare a scuola; inizialmente questo cambio di programma non viene preso bene da Alberto, il “Lucignolo” della situazione, ma anche lui finisce per apprezzare la curiosità dell’amico e a comprendere il motivo per cui vuole studiare. L’abbandono scolastico, durante i mesi di pandemia, ha, purtroppo, registrato record negativi causando un’emergenza educativa. Luca cerca di sensibilizzare sull’importanza dell’istruzione presentando due personaggi in antitesi tra di loro: Giulia conosce il mondo e i suoi pericoli grazie ai libri e alla scuola, Alberto, al contrario, si crede un uomo di mondo ma, in realtà, non sa un gran che e finisce spesso vittima della sua ignoranza salvo poi “imparare la lezione” e capire l’importanza dell’istruzione,

Il film, a mio giudizio, merita un 10+/10.
A differenza di altri film per cui “una volta basta e avanza”, Luca è un film che si rivede molto volentieri e di cui è bello osservare le diverse sfumature proprio come si farebbe da un belvedere affacciato sul mare. Nonostante sia dichiaratamente ambientato in Liguria, per il doppiaggio non sono stati scelti attori con un accento particolare il che, se da una parte può sembrare una mancanza di attenzione alla varietà linguistica e dialettale del nostro paese, dall’altra riesce a dare “universalità” alla storia che, scevra dei riferimenti geografici sopracitati, potrebbe essere ugualmente ambientata in Campania, Abruzzo o Friuli Venezia Giulia senza perdere di credibilità.

*Jo


Raya e l’ultimo drago ~ Streaming and Pajamas

.: TRAMA :.
Raya e l’Ultimo Drago viaggia nel fantastico mondo di Kumandra, dove molto tempo fa umani e draghi vivevano insieme in armonia. Ma quando una forza malvagia ha minacciato la loro terra, i draghi si sono sacrificati per salvare l’umanità. Ora, 500 anni dopo, quella stessa forza malvagia è tornata e Raya, una guerriera solitaria, avrà il compito di trovare l’ultimo leggendario drago per riunire il suo popolo diviso. Durante il suo viaggio, imparerà che non basta un drago per salvare il mondo, ci vorrà anche fiducia e lavoro di squadra.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Chi, come la sottoscritta, è cresciuta a pane e film d’animazione Disney (l’animazione tradizionale pre Pixar per intenderci) si è ormai rassegnato a protagonisti in CGI e ad ambientazioni tanto realistiche quanto prive di quei dettagli che hanno reso iconiche location come la foresta di Pocahontas o la Rupe dei Re de Il Re Leone; fatta questa doverosa premesse torniamo a Raya e l’ultimo drago: il 59° classico Disney.
Esattamente come Frozen il regno di ghiaccio, Raya e l’ultimo drago pecca di diverse ingenuità e si avvale di più di un pretesto di trama per mandare avanti una narrazione che, per quanto interessante, risulta alla lunga ripetitiva e anche un po’ noiosa: più simile ad una quest di D&D che non ad un intreccio vero e proprio.
Dal punto di vista grafico il film è impeccabile e soprattutto le ambientazioni, minuziose nei dettagli quanto nella resa generale, risultano realistiche e ricreano alla perfezione le suggestioni e le atmosfere del continente asiatico: per esempio alcuni frame ricordano, almeno adl’impatto visivo, il famoso Esercito di Terracotta di Xi’an.
Come per Moana (Oceania nella versione italiana) sono evidenti lo studio antropologico e il lavoro fatto per cercare di creare un continente che, seppur inventato, risulti culturalmente, cromaticamente e geograficamente coerente con la cornice orientale in cui è iscritto. Nel complesso l’accostamento degli elementi è non solo lodevole, ma anche convincente e dà a Kumandra un background culturale che, purtroppo, non viene sfruttato al 100% e sembra ridursi allo stereotipo Asia= draghi e arti marziali.
La stessa Kumandra è mal descritta e, nonostante la cartina che la protagonista porta sempre con sé, è impossibile stabilire se si tratti di un continente, di una regione o di un mondo sorto intorno ad un unico lago/mare a forma di drago. Un vero peccato considerato che, di per sé, il worldbuilding è non solo ben fatto, ma anche ben sortito ed armonico nonostante la varietà di culture che lo ha ispirato.
La trama, come già accennato, è piuttosto ripetitiva e sembra tentennare tra la voglia di tentare qualcosa di più maturo e complesso e la necessità di non lasciare indietro il giovane pubblico a cui il film è destinato.

Già da tempo la Disney ha abbandonato le principesse in attesa di “un uomo possente” (cit.) che risolva i loro problemi e Raya e l’ultimo drago non fa eccezione. Fin dai primi minuti del film facciamo la consocenza, oltre che delle principesse Raya e Namaari, di Virana (capo della nazione di Zanna) e del capo di Coda; a cui, nel corso della narrazione, si aggiungeranno Sisu, la piccola Noi e il generale Atitaya di Zanna. Ridurre questa platea di personaggi femmili ad un inno all’ormai abusta GirlPower è sbagliato e non rende giustizia né al film né alle culture a cui esso si ispira. Contrariamente a quanto si pensi, infatti, l’immaginario di molti paesi asiatici affonda le radici in un folklore ricco di personaggi femminili che spesso ricoprono cariche civili e/o militari (basti pensare alla divinità indù Durga, alla più famosa Hua Mulan o all’altrettanto celebre e contemporanea Aung San Suu Kyi recentemente tornata sotto i riflettori della politica internazionale dopo il golpe in Birmania).
In tempo di pandemia e crescente diffidenza, la Disney distribuisce un lungometraggio che cerca di lenire e stemperare il clima di sfiducia alimentato dal Covid-19 e dalle norme di distanziamento sociale adottate dai paesi per contenere il contagio.
Kumandra è, in vero, un allegoria del nostro tempo: un mondo stravolto dai cambiamenti climatici dove si lotta per accaparrarsi le risorse naturali come l’acqua e la terra, perennemente minacciato da calamità e mostri in agguato e pronti a colpire senza alcun preavviso.
La dicotomia tra fiducia e diffidenza è il leit motiv del film e riesce a disegnare una parabola interessante e coerente con il periodo storico che stiamo attraversando senza scadere nel banale o nel didascalico. Al contrario, la morale del film si può riassumere in: la fiducia nel prossimo è una condizione sine qua non se si vuole cambiare il mondo per il meglio.
La mancata caratterizzazione dei personaggi è un’altra nota dolente del film e tale mancanza è difficile da giustificare dal momento che l’intera vicenda ruota, sostanzialmente, intorno a cinque personaggi. La sensazione è quella di avere a che fare con delle sagome: personaggi per cui non si deve provare chissà quale simpatia e pensati in funzione del secondo, altrettanto valido, insegnamento del film: solo perché una persona non è d’accordo con te non significa che sia cattiva o meno volenterosa di migliorare il mondo.
Da ultima, ma non meno importante, vi è la questione ambientale che, già toccata in Frozen il segreto di Arendelle, è qui approfondita mostrando senza troppe censure gli effetti negativi di una malagestione delle risorse naturali.
Sisu, l’ultimo drago, è un drago acquatico e l’acqua è l’unico elemento in grado di respingere i Druun (esseri opposti ai draghi che trasformano in statua chiunque si trovi sul loro cammino). Con la scomparsa graduale dei draghi si assiste al decadimento di Kumandra che culmina con la scomparsa della preziosa acqua. Se in Frozen il segreto di Arendelle la produzione si era concentrata sull’ambivalenza degli elementi (forze della natura incontrollate o alleati in grado di portare vita), in Raya e l’ultimo drago la Disney calca la mano sul futuro che ci aspetta se continueremo a sfruttare irresponsabilmente il pianeta accaparrando risorse a favore di pochi e a scapito di molti.
In conclusione, Raya e l’ultimo drago si aggiudica 8+/10: pur non essendo particolarmente impegnativo, il film è ben fatto e le atmosfere orientali scaldano il cuore riempiendo gli occhi di colori e suggestioni stimolanti. La colonna sonora non è particolarmente memorabile, ma si avvale comunque di un tema principale molto bello che ben rende la leggiadria dei draghi e i loro movimenti.

*Jo


Soul ~ Streaming and Pajamas

.: TRAMA :.

Joe Gardner, un insegnante di musica delle scuole medie, si sente bloccato nella vita e insoddisfatto del suo lavoro. Sogna una carriera come musicista jazz, che però non va molto a genio a sua madre, Libba. Per caso, il suo ex allievo Curly lo informa di un posto disponibile nella band della leggenda del jazz Dorothea Williams. Joe impressiona Dorothea con il suo modo di suonare il pianoforte e gli viene offerto il lavoro sul posto. Mentre Joe si avvia felicemente per prepararsi per la sua prima vera esibizione quella notte, cade in un tombino. Joe sotto forma di anima si ritrova nell’Altro Mondo. Non volendo morire prima della sua grande occasione, cerca di scappare ma finisce nell’Ante Mondo, dove i consulenti delle anime, tutti di nome Jerry, creano giovani anime per la vita sulla Terra. Joe finge di essere un istruttore che è pronto ad addestrare le anime e gli viene assegnato 22, un’anima cinica che è rimasta nell’Ante Mondo per molti anni e non vede alcun senso nel vivere sulla Terra. 22 rivela di avere un distintivo che si deve riempire se vuole andare sulla Terra e che ha bisogno di trovare la sua “scintilla” per completarlo, dicendo che lo darà a Joe in modo che possa tornare a casa.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Un film di Natale che non è un film di Natale: Soul, di Disney Pixar, alza ulteriormente l’asticella già spostata dal “fratello maggiore” Inside Out regalando agli spettatori un lungometraggio che fa riflettere, ridere, commuovere e pensare.
Quello che alla Disney è sfuggito è stato invece compreso benissimo dalla Pixar, che ha inaugurato una serie di film che, pur avvalendosi dell’animazione e di espedienti grotteschi, piacciono a quel pubblico ormai adulto cresciuto con classici come Il Re Leone, Mulan, Toy Story e tanti altri ancora.
Soul non è un film per bambini, ma è un film che i bambini dovrebbero vedere sopratutto in un momento come questo in cui siamo, nostro malgrado, quotidianamente messi davanti a realtà di morte, malattia e disagi.
Un film aconfessionale che riesce ugualmente a trasmettere un messaggio importante sensibilizzando sul valore della vita, sulla necesittà di vivere fino in fondo ogni momento e di preoccuparsi solamente di lasciare nel mondo un buon ricordo di sé.
Fulcro della vicenda sono Joe Gardner, un professore di musica e aspirante musicista Jazz, e 22, un’anima non ancora incarnata cinica e adorabilmente sagace. Nonostante le premesse non lascino ben sperare sulla possibilità di un lieto fine, la trama si sviluppa in maniera tanto rapida quanto convincente ( in alcune scene sono presenti alcune ingenuità, ma essendo un film “per bambini” è una piccolezza perdonabile): il ritmo è ben scandito e a scene lente susseguono attimi concitati quasi caotici. La psicologia dei personaggi non è particolarmente sviluppata, pur risultando tutti quanti completi e convincenti.
Joe Gardner, il coprotagonista, è un uomo di mezza età un po’ Peter Pan e leggermente egocentrico che insegue i propri sogni e che, nonostante sia un musicista, è sordo e disinteressato alle opinioni e alle esperienze di chi gli sta intorno: non esattamente l’eroe senza macchia e senza paura a cui la Disney ci ha abituato, ma una persona reale e credibile capace di creare immediatamente empatia con lo spettatore.
22, la/il protagonista, è un’anima pigra, cinica, sarcastica e dall’umorismo decisamente pungente: un personaggio che, di primo acchito, ammicca ai bambini con la sua simpatia e i suoi sketch ma che, di fatto, è il vero traino del film. Questo esserino informe è, a mio avviso, il vero protagonista della pellicola (e non solo perché il titolo del film è Soul= Anima): 22 si evolve e con il suo cambiamento innesca azioni e reazioni negli altri personaggi; il suo stupore davanti a cose “banali” come un cielo stellato o una camminata veicolano perfettamente e senza troppi orpelli il messaggio del film e sempre 22 porta sotto i riflettori, per la prima volta nella storia dell’animazione “per bambini”, la delicata tematica dei disturbi causati dall’ansia (uno stato psichico, clinicamente riconosciuto, che porta l’individuo a vivere con estremo disagio anche situazioni quotidiane) riuscendo a vincerla e a controllarla.
La musica è, in questo film forse più che in altri, una protagonista senza volto e accompagna magistralmente ogni scena regalando brani jazz superlativi e molto suggestivi.
Graficamente parlando il film è impeccabile: le location sembrano vere e la cura dei dettagli è minuziosa rendendo tutto ancora più realistico.

Il voto che mi sento di dargli è 10/10.
Ho adorato tutto di questo film e credo che la Pixar abbia fatto due volte centro: la prima con la trama, la seconda decidendo di rilasciarlo proprio in questo momento storico (scorrendo i titoli di coda, a tal proposito, comparirà una scritta che ho trovato davvero molto divertente).

*Jo

Frozen (non) è la Regina delle nevi

Natale si avvicina e, puntuale come un orologio, la Disney arriva nelle sale cinematografiche con un classico d’animazione pensato tanto per i piccoli quanto per i grandi.

La stagione invernale non poteva essere inagurata in maniera migliore e, per meglio preparare gli animi al clima natalizio, le sale cinematografiche si apprestano ad accogliere l’attesissimo sequel di Frozen il regno di Ghiaccio: Frozen il Segreto di Arendelle; che, stando ai rumors e alle notizie estrapolate dalle varie anteprime, dovrebbe risolvere alcuni quesiti lasciati insoluti dal primo capitolo della saga.

Esattamente come nel 2013, quando la voce di Idina Menzel che intonava Let it go aveva eclissato quella di Micheal Buble, mi è capitato di sentire frasi del tipo: “Esce il secondo film sulla favola della regina delle nevi.”

La verità è che Frozen (non) è la Regina delle nevi di Andersen tanto quanto La Sirenetta, Biancaneve , Robin Hood e tutti gli altri classici Disney sono coerenti con le favole e le storie da cui sono stati rispettivamente tratti.
La versione disneyana de La regine delle nevi, si discosta parecchio dalla favola a cui si ispira e, al termine del film, la sensazione è quella di aver visto qualcosa che ricorda solo per ambientazione e nomi il racconto di Andersen.

Schegge di ghiaccio
La storia raccontata da Andersen ruota intorno all’amicizia tra Kai e Gerda: due bambini, dirimpettai che, oltre a condividere il balcone che unisce le loro abitazioni, passano il loro tempo a giocare insieme e a coltivare fiori.
La loro infanzia è felice e spensierata fino a quando, in una notte d’inverno, i due piccoli ascoltano la storia della temibile regina delle nevi e Kai, dopo aver deriso i poteri della sovrana, viene colpito da una scheggia di ghiaccio che lo rende “cieco” e lo fa diventare cattivo.
Solo il coraggio e la fedeltà di Gerda all’amico Kai riusciranno ad annullare il sortilegio della regina delle nevi e a far scogliere il ghiaccio che attenaglia il cuore di Kai.

Nella versione della Disney la vicenda ruota intorno alle due principesse di Arendelle: la città inventata dove è ambientata la storia.
Elsa, la futura regina delle nevi, manifesta fin dai primi minuti del film il suo talento nel creare, per la gioia della sorellina Anna, giochi con la neve e con il ghiaccio.
Anche in questo caso le due bambine crescono felici e spensierate, circondate dall’affetto dei loro cari e da amici immaginari come il pupazzo di neve Olaf, ma la felicità viene spezzata da un incidente che coinvolge le due sorelle e da una scheggia di ghiaccio che, inavvertitamente, colpisce Anna causandole una perdita parziale della memoria.
In seguito all’incidente, e vinta dai sensi di colpa, Elsa si chiude in se stessa e rifiuta ogni contatto con il mondo esterno e con la sorella verso cui dimostra atteggiamenti freddi e distanti anche nei momenti più drammatici.
Questo cambiamento causa, ovviamente, dolore e dispiacere ad Anna che, complice l’amnesia, non riesce a spiegarsi il cambiamento della sorella.

Nonostante coinvolgano due coppie di personaggi completamente diverse, entrambe le versioni sono unite da un leitmotiv e da un elemento che porta ad un cambiamento in uno dei due protagonisti.
Sia Kai che Anna vengono colpiti, anche se per ragioni differenti, da una scheggia di ghiaccio; tuttavia, se nella versione di Andersen è Kai a manifestare un cambiamento in seguito a questo episodio, nel lungometraggio Disney è Elsa a subire una trasformazione e ad allontanarsi dagli affetti per rinchiudersi in una prigione di ghiaccio e solitudine.

Il racconto di Andersen è, dopotutto, una favola e in quanto tale ha degli elementi che la caratterizzano e da cui è impossibile staccarsi senza tradire la natura della narrazione: Kai e Gerda sono i protagonisti impegnati nella lotta contro la cattiva Regina delle Nevi e la negatività di questo antagonista è ben delineata in modo da non confondere il pubblico a cui la favola si rivolge.
Il film della Disney, affrancandosi dalla narrazione classica, propone una versione della Regina delle Nevi differente in cui, la regina Elsa, è protagonista e antagonista di se stessa: una sottigliezza che può sfuggire ai più piccoli, ma non è passata innoservata agli occhi degli spettatori più maturi che hanno apprezzato il conflitto che caratterizza questo personaggio rendendolo, nei limiti del possibile trattandosi di un cartone animato, più umano: Elsa, e in un certo qual modo anche sua sorella Anna, rivoluzionano ulteriormente la visione della principessa Disney portando sul grande schermo donne forti e allo stesso tempo deboli, capaci tuttavia, grazie al sostegno degli affetti, di sfruttare le loro potenzialità al meglio.

La regina delle nevi
Quando Kai viene rapito dalla Regina delle Nevi, Gerda decide di affrontare un lungo e pericoloso viaggio verso il palazzo della Regina nella speranza di riuscire a scogliere il ghiaccio che si è formato intorno al cuore del suo migliore amico.
Ovviamente la piccola riesce nel suo intento e, con le sue lacrime, riesca ad annullare l’incantesimo.

Anche nella versione disneyana una delle protagoniste si imbarca in un pericoloso viaggio alla volta del temutissimo castello della Regina delle Nevi: si tratta di Anna che, decisa a riportare la sorella ad Arendelle, parte alla ricerca di Elsa inaugurando una lunga serie di incontri bizzarri e pericoli scampati in maniera grottesca.
Arrivata al confronto con la sorella, tuttavia, Anna non riesce a raggiungere il proprio scopo e, come se non bastasse la delusione di essere nuovamente abbandonata da Elsa, la ragazza viene colpita al cuore da una seconda scheggia di ghiaccio.

Accusata di aver ucciso la sorella e aver costretto Arendelle all’inverno eterno, Elsa viene arrestata e condannata a morte.
Il ghiaccio, che inizialmente circondava solamente la Regina delle Nevi, ha preso ormai il sopravvento e ogni cosa rischia di essere trasformata in un ghiacciolo.

Frattanto Anna, erronamente data per morta, non ha abbandonato i propri propositi e, sfidando un’ultima volta il potere ormai fuori controllo della sorella, compie un gesto di vero amore nei confronti di Elsa salvandola così non solo dalla morte, ma anche e sopratutto da se stessa.
Trasformata, per via della scheggia che l’ha colpita al cuore, in una statua di ghiaccio, Anna ha dato ad Elsa ciò che le serviva per riprendere il controllo della situazione e così, mentre la regina si lascia andare ad un pianto liberatorio, una lacrima cade sul cuore di Anna sciogliendo il ghiaccio e riportandola in vita.

Anche in questo caso sono evidenti le analogie con il racconto scritto da Andersen: Anna, come Gerda, si imbarca in un pericoloso viaggio, decisa ad affrontare la Regina delle Nevi e ad aiutare sua sorella Elsa che, esattamente come Kai, viene salvata solo da un gesto d’amore gratuito e puro.
Sempre come nella versione che vede protagonisti i piccolo Kai e Gerda, anche in questa versione l’incantesimo del ghiaccio viene sciolto con una lacrima.

Fatte queste considerazioni resta la domanda: Frozen è la storia de La Regina delle Nevi?
Rispetto ai classici Disney a cui eravamo abituati, in cui solo alcuni dettagli venivano modificati o del tutto cancellati per adattare le favole al grande schermo, Frozen ha riscritto la storia de La Regina delle Nevi e, coerente con la filosofia Disney, ha utilizzato l’animazione per mandare al pubblico messaggi ed insegnamenti coerenti con le tematiche e le sfide che la nostra società affronta quotidianamente.
La realizzazione delle donne (tema ripreso ed approfondito in Zootropolis (2016), la crescita personale e il confronto con se stessi e le proprie debolezze e capacità, il valore degli affetti, primo fra tutti la famiglia, sono solo alcuni dei temi su cui Frozen pone l’accento e che, in fondo, rendono meno gravi le vistose differenze con il bellissimo racconto di Andersen.

*Jo

Leggere ti fa Bella

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Tra i personaggi delle favole più amati dai lettori, e dalle lettrici in particolare, c’è senza dubbio lei: Belle, la protagonista della favola de “La Bella e la Bestia” da cui la Disney ha tratto un film d’animazione e un live-action che uscirà nelle sale tra qualche settimana. Ma qual è il segreto del successo di questa eroina acqua e sapone?

La protagonista del classico d’animazione Disney si allontana parecchio da quella della favola così come ci viene raccontata da Beaumont e l’unico tratto che non viene alterato è la semplicità con cui la ragazza conduce le proprie giornate, gettando il cuore oltre l’ostacolo e ricercando sopra ogni cosa la semplicità. Questi tratti, di per sé sufficienti a rendere Belle un modello per qualsiasi bambino, vengono analizzati dalla Disney che trasforma la ragazza in una lettrice accanita, caratterizzando in maniera più approfondita la descrizione data dallo scrittore francese.

Belle arriva sugli schermi nel 1991 e con questo personaggio la Disney inaugura una nuova stagione di eroine che si distinguono dalle precedenti non solo per l’aspetto fisico più realistico, ma anche per il carattere che chiude definitivamente la generazione delle “donzelle in difficoltà” a cui appartengono personaggi come Biancaneve, Aurora e Cenerentola.
Fino al 1989 le principesse di Walt Disney si distinguevano per le fattezze angeliche, per gli atteggiamenti svenevoli e per la quasi totale mancanza di carattere; con Ariel, protagonista del film “La Sirenetta“, le tendenze cominciano a cambiare e il personaggio acquista un po’ di spessore: la giovane sirenetta sfodera un carattere ribelle, curioso, testardo e tutt’altro che zuccheroso; le angeliche figure che cantavano con gli uccellini e parlavano con i topolini furono superate con un balzo e questo passaggio repentino, che cercava di tenere il passo con l’emancipazione femminile, portò alla nascita di un nuovo personaggio femminile che, per quanto non pienamente sviluppato, segnava uno spartiacque che si sarebbe definito meglio con la nascita, due anni più tardi, di Belle.

La storia di Belle, così come raccontata da Walt Disney, ha un inizio che ricalca quello delle sue sorelle maggiori Biancaneve e Cenerentola. Come loro infatti, Belle è di umili origini, non ha natali nobili e indossa vestiti decisamente “casalinghi” se paragonati agli abiti che sfoggiano le altre principesse.
La bellezza interiore di Belle, che le permette di guardare oltre alle apparenze e di non giudicare nessun libro dalla copertina, non è una caratteristica innata come per Cenerentola, ma una naturale conseguenza della passione della protagonista per i libri ,che hanno temprato il suo carattere rendendola forte, sensibile, intelligente, furba e coraggiosa.
Belle è una giovane donna indipendente e combattiva che non aspetta il principe azzurro rinchiusa nella sua torre d’avorio e, al contrario delle d.i.d (chi è un fan Disney capirà la citazione) è lei stessa a garantire alla sua storia un lieto fine, e, mentre altre principesse aspettano il bacio del vero amore per poter convolare verso il loro “per sempre felici e contenti”, è lei stessa a galoppare verso il castello della Bestia per salvare il suo amato dalla furia di Gaston e spezzare l’incantesimo.

*Jo

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Il libro di Belle

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La Bella e la Bestia“, classico Disney del ’91, è un cortometraggio animato che è entrano nella storia del cinema e nei cuori di una generazione.
Per la prima volta, la Disney puntò su una protagonista femminile che segnava un punto di svolta e una nuova concezione di principessa ed eroina.
Belle, infatti, è tutto tranne la tipica “donzella in difficoltà” (gli amanti della Disney capiranno la citazione): è emancipata, colta, curiosa, coraggiosa e, caratteristica che la rende una tra le protagoniste Disney più amate, lettrice accanita (bisognerà aspettare Jane Porter in “Tarzan” per imbattersi in un’altra topolina di biblioteca).
Proprio un libro, che oltretutto compare solo nei primi minuti del film, racchiude uno dei più grandi misteri del film, un mistero che continua a dividere i fan Disney e che sembra destinato a rimanere irrisolto.

Durante la canzone iniziale Belle si reca dal suo amico libraio per restituire un libro e gli chiede di poter prendere nuovamente in prestito un libro che parla di:

“Posti esotici, intrepidi duelli, incantesimi, un principe misterioso!”

“Far off places, daring sword fights, magic spells, a prince in disguise!” (= Posti lontani, intrepidi duelli, incantesimi, un principe travestito!”

Questa breve descrizione lascia supporre che Belle stia leggendo la sua storia, così come tramandata dalla tradizione europea e che, tra 1700 e 1800, venne riscritta in numerose versioni ricche di dettagli che cambiavano da un autore all’altro.
Nella favola francese Belle è figlia di un mercante che viaggia per il mondo portando alle sue figlie doni meravigliosi finché, per colpa di una tempesta, fa naufragio vicino ad un’isola su cui si erge un bellissimo castello circondato da un giardino ancora più bello.
Non trovando guardie, l’uomo si avventura tre le siepi di questo giardino finché non trova una bellissima rosa rossa che decide di cogliere per sua figlia Belle. Il gesto scatena però l’ira della Bestia che lascia andare il mercante con la promessa di far venire al suo posto la figlioletta.
Da questo punto in poi la storia procede più o meno come ci è stata raccontata dalla Disney: Belle deve rientrare per assistere il padre malato dove viene trattenuta dalle sue sorelle invidiose e questo ritardo fa morire la Bestia di dolore. Solo al suo ritorno Belle scoprirà, una volta dichiarati i propri sentimenti alla Bestia morente, che il mostro è in realtà un principe rimasto vittima di un incantesimo.

L’ipotesi che Belle stia effettivamente leggendo la sua storia sembra essere sempre più accreditata, ma qualche minuto più tardi la giovane, immersa nella lettura, ci svela qualche altro particolare.

“Lei si sta innamorando e tra poco scoprirà che lui è il suo re.”

“She meets prince charming early on, but won’t discover that it’s him till chapter three!” (= lei ha incontrato il principe azzurro, ma non saprà chi sia realmente fino al capitolo tre)

Anche in questo caso i fan sostengono che la storia d’amore in erba sia quella tra la Bella e la Bestia, ma un’altra  ipotesi si è fatta largo proprio in virtù di questa frase che, in lingua originale, suona in modo completamente diverso dalla versione italiana.
Le avventure di Belle sono ambientate nella Francia del 1700 (si suppone nella prima metà del secolo vista la presenza della nobiltà e di un re), lo stesso paese in cui, un secolo prima, Charles Perrault trascriveva la sua versione de “La Bella addormentata nel bosco“(“La Belle au bois dormant“) che narra la vicenda di un’altra principessa, la cui storia è stata resa famosa dall’omonimo classico Disney, costretta a vivere lontana dalla corte senza sapere delle sue origini reali e che, un giorno, incontra un giovane di cui si innamora senza sapere che egli è in realtà un principe.
Per quanto i natali de “La Bella addormentata nel bosco” siano francesi, non è da escludere che l’ambientazione, come spesso accade nelle favole, non faccia riferimento ad alcun luogo reale, ma sia piuttosto “un regno lontano”.
Guardando inoltre l’immagine che Belle mostra alle pecore presso la fontana, vediamo illustrato quello che sembra essere il primo incontro tra due giovani umani, cosa che non sarebbe possibile se la storia in questione fosse appunto “La Bella e la Bestia” perché la trasformazione del principe avviene solamente alla fine del racconto, mentre qui viene inquadrato un capitolo centrale.
Sotto si vede poi una didascalia in cui compaiono alcune parole, appena visibili, in francese (tutte le scritte che compaiono nel lungometraggio e che non hanno alcuna rilevanza per la trama sono, per coerenza al contesto, in lingua francese): parole, appena leggibili, a cui si aggiunge un grafema indecifrabile ma che, nel contesto, potrebbe essere “au“all’interno del titolo “La Belle au bois dormant“, altri hanno ipotizzato che la didascalia sia “Le Prince charmant” un personaggio a cui non è mai stata dedicata nessuna favola e che compare ne “La Bella addormentata nel bosco” con il nome di Principe azzurro (Prince charmant in francese), differentemente dalla versione Disney dove viene chiamato Filippo.
Forse la didascalia non è il titolo della storia, ma solamente un capitolo in cui, appunto, avviene l’incontro tra i due giovani.

Forse non sapremo mai che libro i registi hanno voluto far leggere alla nostra beneamata Belle, con questo breve approfondimento si è cercato di dare una spiegazione al misterioso libro di Belle, ma, e questa è la grandezza delle storie, decidere a cosa credere spetta solo a voi.

*Jo

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Quando la Disney reinventò Shakespeare

Ad oggi uno degli autori le cui opere hanno avuto più trasposizioni è sicuramente William Shakespeare: il bardo inglese morto quattrocento anni fa. Ma se la voce di questo poeta e scrittore è ormai muta da quattro secoli, lo stesso non i può dire delle sue parole che sono sempre fonte di ispirazione per scrittori, sceneggiatori e poeti che non mancano di rendere onore a questo grande poeta inglese. Tuttavia le tematiche trattate dal Bardo non sono sempre adatte ad un pubblico giovane, così c’è chi ha pensato bene di realizzare degli adattamenti di quelle che sono le opere shakespeariane più famose. Da Macbeth ad Otello, passando per Amleto e Romeo e Giulietta, la lista sarebbe lunga e elencarli uno per uno sarebbe impossibile. Inoltre c’è da dire che non tutti questi adattamenti rendano effettiva giustizia alle opere di Shakespeare e, anzi, possano risultare devianti soprattutto se indirizzate ad un pubblico analfabeta per quanto riguarda la storia della letteratura inglese.

Il più famoso adattamento delle opere di Shakespeare è sicuramente quello fatto dalla Disney e che racconta la storia di un giovane leone, Simba, impegnato nella lotta per riprendersi il trono che lo zio, Scar, gli ha strappato dopo aver ucciso il vecchio re. Vi ricorda qualcosa?

Per anni si è perpetrata l’idea che la storia de “Il Re Leone” fosse un rifacimento del dramma “Amleto”, ma in realtà, se si osserva meglio la trama di entrambi i lungometraggi, si possono trovare riferimenti anche a Macbeth e persino a Romeo e Giulietta. Ma andiamo con ordine.

L’analogia più lampante tra la storia di Simba e Amleto è sicuramente il conflitto con lo zio usurpatore e fratricida che con l’inganno riesce a sposare la madre di Amleto.hamlet_scar Anche la Disney aveva previsto un risvolto simile nella trama de “Il Re Leone” in cui Scar tentava di fare della giovane leonessa Nala la sua consorte, tuttavia queste scene vennero tagliate perché ritenute inadatte al giovane pubblico a cui il film era diretto. Nala infatti non solo è la migliore amica del protagonista, ma è più giovane di Scar di diversi anni! L’eliminazione di questa scena, che è comunque disponibile su You Tube, è stata quindi dettata dalla necessità di non urtare eccessivamente la sensibilità del pubblico.

Amleto non è tuttavia l’unica opera a cui la Disney si è ispirata per la trama del suo capolavoro d’animazione. Guardando l’evoluzione del personaggio di Scar ci si accorge infatti di una sua somiglianza con Macbeth. L’idea originale di Scar non è infatti quella di uccidere il fratello, ma solamente Simba in quanto successore del re. La sua idea cambia nel momento in cui, dopo lo scontro tra re Mufasa e le iene, le sue tre scagnozze gli suggeriscono di uccidere il fratello maggiore insieme al suo erede, in modo da diventare il re incontrastato. Esattamente come in “Macbeth” l’idea del regicidio viene suggerita al futuro assassino che si lascia immediatamente convincere da questa promessa di potere e gloria. Inoltre la fame di potere di Scar non si estingue con la morte del personaggio, ma continua nel sequel “Il Re Leone 2, il regno di Simba”, dove la consorte di Scar, Zira, continua a suggerire sogni di vendetta e potere al figlio avuto con l’ormai defunto re. Da ultimo, ma non meno importante, vi è l’elemento della pazzia che accomuna i personaggi di Scar, alias Macbeth, e Zira, Lady Macbeth. Giunti ormai all’epilogo della storia è evidente come entrambi siano letteralmente drogati di potere e non riescano più a distinguere ciò che è reale da ciò che non lo è arrivando persino a minacciare di morte i loro parenti pur di realizzare le loro visioni di vendetta e potere. Disney-Smolder-Fails_ScarOvviamente da un’amante del romanticismo quale la Disney non ci si poteva aspettare una tragedia in pieno stile shakespeariano e se il primo capitolo di questa mini saga si conclude con l’incoronazione di Simba re e il ritorno della pace nella savana, il seguito torna ad attingere all’eredità di Shakespeare portando sullo schermo una versione felina di “Romeo e Giulietta”.

Sono passati alcuni anni dalla morte di Scar e tutti i suoi sostenitori sono stati esiliati. Kiara, Giulietta, è la figlia di Simba e passa le sue giornate a giocare e ad esplorare il regno del padre finché, un giorno, non incontra Kovu, Romeo, il figlio di Scar e di Zira. b6c9da09e7122b4d838a4e0d3186db33.jpgOvviamente l’amicizia tra i due leoncini viene immediatamente ostacolata dai genitori e mentre Kiara cresce divenendo la degna principessa della savana, Kovu viene cresciuto con il solo scopo di assassinare Simba e la sua famiglia. Zira, la nostra Lady Macbeth leonina, non ha infatti accantonato le sue pretese sul trono di Simba e la morte del compagno l’ha solamente resa più caparbia riversando sul figlio le sue stesse ambizioni. Kovu viene quindi mandato in missione per uccidere il re, ma sul suo cammino incontra Kiara che, in linea con la vena romantica della Disney, riesce a fargli cambiare idea e a farlo innamorare. Un incidente mette nei guai il giovane leone che viene esiliato dalla savana ed allontanato sia dalla sua famiglia che da Kiara. Sarà la minaccia di una nuova guerra a far tornare indietro Kovu che salverà non solo la sua Giulietta, ma anche Simba e tutti coloro che aveva inizialmente giurato di uccidere.

Ovviamente in questo piccolo trafiletto si è solamente grattata la superficie di quello che è l’immenso mondo degli adattamenti delle opere di Shakespeare e, in particolare, della loro influenza sul cinema d’animazione disneyano.

*Jo