Mostri e creature d’Irlanda

Che cosa hanno in comune banshee, selkies, kelpie, leprecauni e changeling? Alcune di queste creature abbiamo imparato a conoscerle grazie a serie letterarie e cinematografiche di successo, altre, invece, le abbiamo sentite nominare in qualche racconto le cui radici si perdono nella notte dei tempi. In questo articolo vogliamo raccontarvi un po’ di loro: le creature che popolano l’immaginario irlandese.

Dullahan
Tutti, almeno una volta nella vita, hanno sentito parlare del temibile cavaliere senza testa: nelle leggende tedesche si tratta di un cacciatore, spesso intento a suonare il suo corno, accompagnato da una muta di cani; in quelle statunitensi è un cavaliere errante alla furiosa ricerca della propria testa che ha sostituito con una zucca intagliata; in quella irlandese è addirittura identificato con l’incarnazione del dio Crom Dubh.
Dullahan è una creatura che porta la propria testa in braccio o sotto la coscia, e che viaggia in groppa ad un cavallo senza testa. Possiede una frusta che si dice essere fatta dalla spina dorsale di un essere umano e ovunque egli smetta di cavalcare, così si dice, qualcuno deve morire. Dullahan chiama, con una voce possente e spettrale, il nome di una persona e quella d’improvviso muore; quando cavalca e non porta morte, sul suo volto è disegnato un sorriso così largo da attraversargli l’intera faccia. 
Sebbene possa sembrare una creatura terrificante, esiste un modo per sconfiggere Dullahan: gli oggetti dorati. Suona strano lo so, ma indossare oggetti in oro o metterne uno sul suo cammino obbligherà Dullahan a scomparire.

Selkie
La leggenda delle (o dei) Selkie è molto particolare. Secondo le popolazioni nordiche, infatti, le foche non sono semplici animali: una volta che raggiungono la terraferma possono togliersi la pelle e diventare esseri umani.
Sono creature innocue, anche se i maschi di Selkie vengono a volte ritenuti in grado di scatenare tempeste e causare naufragi, che spesso vivono assieme agli esseri umani. Nella maggioranza delle leggende, le Selkie sono donne cui viene rubata la magica pelle che permette loro di tramutarsi e sono costrette a restare sulla terra ferma; spesso sono anche obbligate a sposare l’uomo che ha commesso il furto. In queste storie, però, per il ladro non ha mai un lieto fine: che sia lenta o veloce, la vendetta della Selkie arriverà sempre, perché se c’è una cosa che nessuno deve fare in Irlanda o in Scozia è proprio rubare la sua pelle. Non so a voi, ma a me queste leggende fanno pensare una cosa ben precisa.

Leprecauno
Sicuramente, il Leprecauno è la creatura più famosa della mitologia irlandese. Non si sa dove derivi il nome di questo folletto: il Collins english Dictionary deriva il nome dalla parola gaelica leipreachán che vuol dire “piccolo spirito”, mentre l’Oxford English Dictionary ritiene che derivi da leath bhrógan ossia “ciabattino”.
Se sull’etimologia due colossi della lingua non riescono a mettersi d’accordo, chiare sono invece le origini della creatura stessa. I Leprecauni sono considerati parte del popolo fatato e la tradizione vuole che abitassero l’isola ben prima dell’arrivo dei Celti tanto che la costruzione dei “cerchi magici” di epoca preceltica è imputata proprio a loro. In origine, i Leprecauni erano caratterizzati da un abbigliamento rosso intenso e non verde come invece vengono rappresentati adesso: la descrizione sembra essere cambiata nel XX secolo, anche se nessuno sa dare una ragione a queste modifiche.
I Leprecauni sono creature innocue, spesso rappresentate come anziani ometti dediti agli scherzi e alle burle, sono molto acuti e scaltri. La leggenda vuole che siano molto ricchi e che i loro tesori possano essere trovati solo da chi riesce a catturare un Leprecauno e interrogarlo con domande molto specifiche. C’è solo un problema: sebbene i Leprecauni non possano scappare se li si guarda fissi, basta distrarsi un secondo perché essi svaniscano nel nulla. Per questo si dice che i loro tesori siano nascosti alla fine dell’arcobaleno: è solo un modo come un altro per dire che sono introvabili.

Puca
Si dice che i Puca possano essere sia malevoli sia benevoli, che abbiano il manto bianco o nero e che siano in grado di cambiare forma. Sebbene solitamente prendano la forma di animali piuttosto comuni (come lepri, capre, gatti o cani), talvolta possono assumere una forma umanoide che però includa vari tratti animaleschi come lunghe orecchie o una coda.
Nella sua rappresentazione più amichevole, il Puca è d’aiuto nelle fattorie oppure interviene per aiutare gli esseri umani prima che accada loro qualcosa di terribile. Quando invece è rappresentato come creatura maligna, si dice che convinca i passanti a salire sulla sua groppa per poi portarli in una corsa terrificante e senza senso che finisce là dove era cominciata senza che niente di davvero terribile, però, accada al suo cavaliere.

Changeling
Le rappresentazioni dei Changeling nella cultura di massa sono pressoché infinite e sembra che questa creatura non smetta mai di stimolare la fantasia di registi, scrittori o giocatori di ruolo. Ma cosa sono i Changeling secondo la mitologia irlandese? Si tratta di neonati fatati sostituiti a neonati umani nella culla.
Esistono, nelle leggende irlandesi, diversi modi per distinguere un neonato umano da un changeling: per esempio, il changeling non cresce in modo “normale” come gli altri bambini, è molto più intelligente di quanto dovrebbe essere e in qualche caso ha comportamenti anomali come per esempio una parlantina precoce.
Al giorno d’oggi, la comunità medica crede che le storie riguardanti i changeling siano state inventate nel tentativo di spiegare e comprendere le nascite di bambini con deformità o disabilità.
*Volpe&Jo

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Detto da Dante – Parole e modi di dire resi celebri dal Sommo Poeta.

Istituito dal Consiglio dei Ministri, il Dantedì è dal 2020 la giornata nazionale dedicata a Durante di Alighiero degli Alighieri, noto in tutto il mondo come Dante Alighieri. La data scelta per questa celebrazione è il 25 Marzo: giorno in cui, secondo gli studiosi, Dante iniziò il suo viaggio nell’aldilà narrato nelle tre Cantiche che compongono la Divina Commedia.
Dante Alighieri non ha bisogno di presentazioni e il suo contributo alla cultura italiana, e in parte anche mondiale, è indiscusso: il suo viaggio nell’aldilà ha ispirato, nell’arco di secoli, artisti, scrittori e anche registi; e la sua rappresentazione dei regni ultraterreni continua tutt’ora ad essere presa come modello anche nelle rappresentazioni contemporanee dell’Inferno, del Purgatorio e del Paradiso.
Tra le pagine della Divina Commedia, infatti, si trova ben più di un semplice racconto, di un affresco della cultura medievale e delle dottrine teologiche e filosofiche che si discutevano nelle università e nelle corti.
Politica, storia, mitologia, astronomia, ma anche tecniche agricole e navali vengono descritte facendo sì che la Commedia diventi, al pari dell’Iliade e dell’Odissea di Omero, una sorta di enciclopedia trecentesca in cui, per esempio, si fa cenno a pratiche come quella del maggese (la rotazione delle colture che prevede la messa “a riposo” di un terreno per l’anno successivo) o alle operazioni di calafataggio, di impermeabilizzazione, condotte “nell’Arzanà de’ Viniziani” con la “tenace pece” (Inferno: C. XXI, v. 7-8).
La Divina Commedia è un testo che parla di Dio, parlando agli uomini: una sinossi di teologia medievale che, tuttavia, era comprensibile tanto ai contemporanei di Dante quanto ai lettori dei nostri giorni che, tra i canti, incontrano personaggi che palpitano di vita ed eroismo, tanto meschini e vili, alcuni, quanto puri e nobili altri; ma tutti incredibilmente umani e per questo vicini al pubblico di ogni epoca e luogo.

Tuttavia, la Divina Commedia non si può ridurre ad un mero almanacco trecentesco: a Dante va il merito di aver vergato uno dei testi che ha ufficializzato il volgare fiorentino contribuendo alla nascita e al progressivo imporsi di quella che sarebbe diventata l’italiano.
Con Dante, Petrarca e Boccaccio (le Tre Corone fiorentine) nasce la nostra lingua: che non è fatta solo da grammatica e vocaboli, ma si avvale di modi di dire che, per la prima volta, vengono messi su carta divenendo parte attiva di una nuova cultura ed una nuova Italia.
È così che espressioni, come fa tremare le vene e i polsi (Inferno: C.I, v. 90) approdano nell’italiano corrente riuscendo, oggi come allora, a descrivere sentimenti ed emozioni universali come la paura, se non addirittura il terrore, davanti a situazioni o cose raccapriccianti o che paiono invincibili. Modi di dire  come “stare freschi”, “cosa fatta capo ha”, “non mi tange”, parole come “merda” o il tipicamente toscano “babbo”, squisitamente dialettali nella loro spontaneità, superano il tempo e lo spazio e fuggono dalla carta tornando al popolo che li ha coniati e che continua ad usarli.
Confrontando la Divina Commedia con la lingua di tutti i giorni si scopre l’aspetto giocoso, quasi pop, di Dante e della sua opera.
Non esiste studente al mondo che non sia stato, almeno una volta nel corso della sua carriera scolastica, apostrofato dal proprio professore con le parole “fatti non foste a vivere come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza.” (Inferno: C.XXVI,v.119-20). E che dire della locuzione “Galeotto fu…” (Inferno: C. V, v. 37) che è comunemente usata per indicare qualcosa che, per quanto spiacevole, ci ha fatto cadere in tentazione o prendere una libertà in più.
Dante non è solamente un coniatore di citazioni e, come l’inglese William Tyndale e come qualunque letterato che si affacci sulle potenzialità di una nuova lingua, egli gioca ed inventa ritagliando parole da altre parole o creandone di nuove quando il vocabolario corrente manca di quel termine atto a descrivere azioni, emozioni o atteggiamenti.
Latinismi come “quisquilia” o francesismi come “gabbare”, dal francese antico “gaber”(=”scherzo”), scivolano via dalle pagine garantendo la sopravvivenza di parole che, altrimenti, sarebbero oggi estinte. Non tutti i neologismi di Dante sono, purtroppo, giunti fino a noi e, sebbene siano molti le frasi e le espressioni per cui il Sommo Poeta è ricordato, ci sono alcuni verbi che, pur suonando strani se non addirittura buffi, sono forse la testimonianza più grande dell’estro e della conoscenza che Dante aveva della lingua e della linguistica. Espressioni come “indracarsi” (Inferno: C.XVI, v. 115), con l’accezione di divenire furioso come un drago, “infuturarsi” (Inferno: C. XVII, v. 98), estendersi al futuro, o “imparadisare” (Inferno: C. XXVIII, v.3), qualcosa che ti fa sentire “in paradiso”, colpiscono per la loro schiettezza e l’espressività con cui riescono a veicolare il messaggio di Dante.

Fiumi di inchiostro sono stati versati e, tutt’ora, le opere di Dante Alighieri continuano ad attirare l’attenzione di linguisti e storici e continuano  a regalare, anche a distanza di secoli, sorprese e ad essere oggetto di studio.
Una menzione va fatta all’Accademia della Crusca (il cui contributo è stato fondamentale per questa stesura) che, in occasione del 700° anniversario dalla morte di Dante Alighieri, ha deciso di pubblicare ogni giorno una parola “dantesca”: neologismi o espressioni dialettali entrate, in maniera più o meno consapevole, nella lingua di tutti i giorni.

*Jo

14 curiosità su San Valentino

Prima che un nuovo dpcm decida di ribattezzare il 14 Febbrario “La festa dei congiunti” e sperando di vedere solo rose rosse e non altre zone rosse, ecco a voi una selezione delle tradizioni e delle curiosità più insolite sulla festa degli innamorati.

1. UN PO’ DI STORIA
La festa di San Valentino ha origini antichissime, addirittura risalenti all’antica Roma. Prima di essere il patrono degli innamorati, Valentino era un vescovo che predicò e praticò la fede cristiana sotto l’imperatore Aureliano, accanito persecutore dei cristiani. Sul martirio circolano numerose storie, ma la più toccante, non che quella che spiega perché egli sia divenuto il protettore degli innamorati, è sicuramente quella secondo cui Valentino sarebbe stato giustiziato per aver unito in matrimonio la cristiana Serapia e il legionario romano Sabino.

2. AMOR CH’A NULLO AMATO…
Durante il medioevo, in Inghilterra, la festa di San Valentino era attesa con impazienza dai giovani e dalle fanciulle dell’alta società. Durante questa ricorrenza uomini e donne estraevano da un cappello un biglietto su cui era vergato il nome del cavaliere o della dama con cui avrebbero dovuto ballare; per evitare brogli, questi cartigli venivano poi appuntati alle maniche del vestito in modo che tutti potessero sapere chi avrebbe danzato con chi. Questo rito sopravvive ancora nei modi di dire inglesi: “to wear your heart on your sleeve” (=”indossare il cuore sulla manica”) significa palesare al proprio innamorato sentimenti che gli altri hanno già intuito.

3. AMORE SACRO E AMORE PROFANO
Celebrati nel cuore dell’inverno, quando i lupi affamati si avvicinavano ai pascoli e la primavera cominciava a bussare alle porte, i Lupercali (o Lupercalia) erano festeggiamenti tipici dell’Antica Roma in onore del dio Fauno Lupercus: il protettore delle greggi e del bestiame. Durante queste feste, che anticamente attiravano tanto i pagani quanto i neonati cristiani, l’amore veniva celebrato nel suo aspetto più passionale e non mancavano episodi di libertinaggio.
Nel febbrario del 496, papa Gelasio abolì questa festa pagana e nominò il vescovo e martire Valentino patrono degli innamorati, sperando così di porre fine agli sfrenati e decisamente poco morali festeggiamenti di origine latina.

4. PAESE CHE VAI …
Se nei paesi europei ed anglofoni il 14 febbraio è da tempo immemore il giorno degli innamorati, lo stesso non vale per gli altri paesi.
In Brasile, per esempio, gli innamorati devono aspettare il 12 giugno per festeggiare. A vegliare sulle giovani coppie è, infatti, Sant’Antonio (protettore degli animali) da loro venerato come il patrono dei matrimoni.
In Giappone la festa si volge in due tempi: il 14 febbrario le donne regalano ai loro uomini dei cioccolatini, preferibilmente fatti in casa, ed esattamente un mese dopo, nel Giorno bianco, questi ricambiano regalando dei cioccolatini rigorosamente bianchi.
In Cina, ad inizio agosto, si celebra la festa di Qixi che ricorda la triste storia della la fata Zhinu e del contadino Niulang che pagarono il loro amore venendo trasformati in due stelle perennemente divise dalla via Lattea. Tuttavia, settimo giorno del settimo mese lunare, secondo il calendario cinese, il muro di stelle che separa i due amanti si abbassa e Zhinu e Niulang possono abbracciarsi.

5. … USANZA CHE TROVI
Non in tutti i paesi San Valentino gode della fama di patrono degli innamorati. In Russia la festa di San Valentino non è celebrata e solo chi è in procinto di convolare a nozze o è già unito in matrimonio può festeggiare l’8 luglio la festa di Petr di Murom e Fevronija: i protettori, secondo il culto ortodosso, della felicità familiare, dell’amore e della fedeltà.
Decisamente peggio va agli “sfortunati amanti” del Pakistan, non trovando la festa di San Valentino coerente con la fede islamica, le autorità locali hanno deciso di bandirla.

6. UN ANELLO PER …
In Irlanda la festa di San Valentino si mescola con le radici gaeliche del paese. Certo non mancano rose rosse e cioccolatini, biglietti e dichiarazioni d’amore; ma l’amore in Irlanda non può essere celebrato senza il Claddagh Ring. Le origini di questo gioiello sono incerte e le leggende che ne raccontano la creazione molteplici; ciò che non cambia, tuttavia, è la forma del Claddagh che, sia esso forgiato come anello o come pendente, è composto da due mani (l’amicizia) che sorreggono un cuore (l’amore) sormontato da una corona (la fedeltà duratura). Indossare un Claddagh Ring, tuttavia, non è facile e per evitare figuracce è bene informarsi prima su come posizionarlo.
Le persone single devono metterlo alla mano destra con la punta del cuore rivolta verso le dita, i fidanzati devono indossarlo sulla sinistra con la punta del cuore rivolta verso le dita, mentre gli sposi devono portarlo alla mano sinistra con la punta del cuore rivolta verso il polso.

7. ROSE ROSSE PER TE…
La rosa rossa è il fiore simbolo dell’amore vero ed eterno. Questo fiore, infatti, era anticamente sacro alla dea Venere: dea dell’amore e madre di Eros. Se le rose rosse dovessero scarseggiare ci sono molti altri fiori su cui si può ripiegare per promettere amore eterno.
Il garofano, per esempio, è un fiore fortemente legato alla passione e al desiderio carnale (in inglese, infatti, si chiama carnage): un garofano singolo significa “amore puro”, mentre una coppia di garofani rossi indica “amore puro e ardente”.
Se, invece, volete cogliere la palla al bazzo e fare una proposta di matrimonio nel giorno degli innamorati, un bouquet di fiori d’arancio ed edera è l’ideale per voi.

8. I NUMERI NON MENTONO
Tra fede e superstizione, cabala e coincidenze ecco un simpatico gioco matematico con cui stupire la vostra dolce metà.
La festa di San Valentino venne istituzionalizzata il 14 febbraio del 496 d.C, se si sommano i singoli numeri 1,4,2,4,9,6 si ottiene il numero 26 e sommando nuovamente le due cifre (2+6) si ottiene 8: il numero che, rovesciato, è il simbolo dell’infinito e dell’amore eterno.

9. IL GIORNO DELL’AMORE
Notoriamente San Valentino è la festa degli innamorati, ma non tutti i paesi riconoscono agli amanti l’esclusività di questa festa.
In America, fin dalla scuola materna, è usanza scambiarsi le “Valentine”: biglietti a forma di cuore e con frasi romantiche che possono essere indirizzate ad una persona cara.
Nel Sud America, invece, il 14 febbrario è il “Día del amor y la Amistad” (= il giorno dell’amore e dell’amicizia) ed è molto simile alla festa finlandese di “Ystavanpaiva” (=giorno degli amici). In Danimarca, invece, è usanza regalare agli amici dei fiori bianchi chiamati “snowdropos”, mentre gli olandesi preferiscono condividere un cuore di liquirizia.

10. PRENDERE PER LA GOLA
Molte storie d’amore iniziano tra i fornelli: d’altronde chi mai direbbe di “no” ad un partner capace di sfornare manicaretti gustosi ogni giorno diversi? Se, tuttavia, essere Master Chef Italia non rientra tra i vostri obbiettivi per il 2021, potete sempre ripiegare su dei cioccolatini o qualche dolcetto. In questo periodo le case dolciarie di tutto il mondo danno il meglio di sé mettendo in commercio versioni speciali o confezioni a forma di cuori e di rose. Già dal 1800 alcuni medici consigliavano il consumo di cioccolato e, recenti studi, hanno effettivamente dimostrato che, grazie alle sostanze nutritive presenti, il cioccolato è un ottimo alleato del benessere fisico e mentale.

11. LETTERS TO…
Forse non tutti sanno che è possibile scrivere una lettera a niente popodimeno che Giulietta Capuleti. A Verona, infatti, esiste un vero e proprio ufficio postale gestito dalle “segretarie di Giulietta” che raccolgono le storie e le lettere delle coppie e delle innamorate che scrivono a Giulietta per confidarsi o chiedere consigli per impedire che il loro amore si trasformi in tragedia. Secondo le stime fatte dal Juliet Club (l’associazione a capo dell’iniziativa), in occasione di San Valentino sono oltre mille le lettere che vengono scritte a Giulietta e altrettante le risposte inviate dalle sue efficentissime segretarie.

12. AMORE ED AMORINI.
Non solo cuori e rose, grazie a Geoffrey Chaucer, autore de I Racconti di Canterbury, Eros diventò a sua volta uno dei patroni, pagani, della festa degli innamorati. Nel poema The Parliament of Fowls (=Il Parlamento degli Uccelli) scritto in occasione del matrimonio fra Riccardo II e Anna di Boemia, l’autore traccia un collegamento tra la figura di Eros e San Valentino. Da allora, raffigurato come un putto alato o un angioletto e con il nome di “Cupido”, Eros volteggia sopra la festa degli innamorati scoccando le sue frecce e facendo sbocciare l’amore.

13. VUOI SPOSARMI?
Sì stima che, il giorno di San Valentino, oltre 220mila coppie si scambino una proposta di matrimonio. Questi numeri, per quanto alti, sono un nulla in confronto al numero di matrimoni celebrati il 14 Febbraio. In alcuni paesi, come ad esempio le Filippine, questa data è talmente richiesta dalle coppie che si organizzano matrimoni “di massa” con cerimonie tenuti in luoghi come teatri, stadi e anche centri commerciali.

14. AMORI ANIMALI
Gli amici a quattro zampe non sono, ovviamente, esclusi dai festeggiamenti e sono molti i padroni che decidono di fare anche al proprio amico animale un pensiero per San Valentino.
Si stima che in America, il 14 febbraio, vengano spesi 751.3milioni di dollari in regali per animali e, in effetti, non è difficile trovare sul mercato, oltre a giocattoli ed accessori, cioccolatini e dolcetti fatti appositamente per cani e gatti in modo da non nuocere al loro organismo.

*Jo

It’s The Most Colorful Time Of The Year – I simboli del Natale (parte 1)

L’atmosfera del Natale, si sa, è qualcosa di magico e, quando nelle nostre città si accendono le luminarie e nelle case cominciano a spuntare alberi di natale e presepi, tutti (anche i Grinch più recidivi) ci sentiamo scaldare un po’ il cuore da questa atmosfera magica ed intima.
A contribuire a questo clima festoso ci sono una lunga serie di simboli che, anno dopo anno, sono diventati universalmente forieri delle imminenti festività natalizie: colori, animali, oggetti e tradizioni senza le quali, ammettiamolo, natale non sarebbe Natale.

In questa prima parte ho deciso di concentrarmi sulle tonalità del natale e sul loro significato storico e psicologico.
Il colore è, infatti, il primo veicolo di un messaggio e, in questo periodo dell’anno, fiocchi rossi e verdi, stelle dorate ed argentate e decorazioni bianche e azzurre invadono tanto le vetrine dei negozi quanto le nostre abitazioni.
La scelta di questi colori non è casuale e ha radici antiche risalenti, o addirittura precedenti, all’anno 0 in cui è storicamente collocata la nascita di Gesù.

ROSSO – Forse il colore che meglio incarna il Natale e che, grazie alle scelte marketing di una nota bibita gassata, è diventato anche il colore ufficiale di Babbo Natale.
Anticamente il rosso era il colore della regalità e solo re ed imperatori potevano vestire di porpora (un pigmento naturale preziosissimo che si estrava da un mollusco). Il rosso è anche il colore della vita e della vivacità (spesso associato al fuoco), dell’amore, della forza, del coraggio e del valore (era infatti il colore del dio romano Marte).
Tutt’ora il rosso indica qualcosa di importante e degno di attenzione (basti pensare ai tappeti rossi stesi in alcuni eventi in onore di personalità di spicco); ma è anche un colore usato per segnalare un pericolo il più delle volte mortale e, infatti, liturgicamente parlando il rosso è presente in occasione del triduo pasquale e in concomitanza con la commemorazione di un martire (come Santo Stefano il 26 Dicembre). E’ anche il colore della collera e della violenza.
Apprezzato in Europa quanto in Asia e in molti altre nazioni, il rosso è un colore che, pur ricordando il sangue e il dolore, è considerato di buon auspicio.

VERDE – Spesso in coppia con il rosso, il verde è il secondo protagonista del Natale (cromaticamente parlando): alberi di natale, ghirlande, decoriazioni con foglie di pungitopo, costumi da elfo, … ; il verde invade le strade e i negozi e sembra la base perfetta per dare risalto a tutte le decorazioni.
Anche il verde gode di ottima reputazione ed è comunemente associato alla vita e alla giovinezza, alla natura e alla primavera, alla fortuna, alla felicità, al benessere e alla speranza; la chioma sempreverde delle conifere ha fatto sì che, sopratutto presso i celti, il verde fosse associato all’idea dell’immortalità. E’ un colore che, come l’azzurro o il blu, infonde sicurezza e calma e, per questo motivo, viene utilizzato anche in ambito medico nella speranza di stemperare l’ansia dei pazienti.
Il verde ha anche dei connotati negativi ed è associato al vizio capitale dell’Invidia, notoriamente, “descritta” verde come verdi sono molti rettili ritenuti, in passato, personificazione del demonio: motivo per cui questo colore è stato, a volte, associato anche all’idea del male o della cattiveria (basti pensare al sopracitato Grinch). Il verde è anche il colore della buona sorte che sorride ai giocatori d’azzardo ed è spesso associato alle finanze e al denaro.

ORO – L’oro è un metallo, e un colore, dagli innumerevoli significati: apprezzato fin dall’antichità esso è usato per indicare l’eccellenza o il più alto stato a cui poter aspirare.
L’oro è il colore di dei e re e, infatti, i Magi, giunti a Betlemme per onorare Gesù bambino, portano in dono anche dell’oro. Questo collegamento tra l’oro, la divinità e la sovranità è precedente alla nascita di Cristo e, durante il medioevo, l’oro diventa sinonimo di perfezione e la trasformazione di metalli “vili”, come ad esempio il piombo, in oro diventa l’ossessione degli alchimisti. Questa trasfigurazione, tuttavia, non è solamente chimica ma anche mentale e spirituale ed è volta a far diventare tutta la persona “oro”: qualcosa che, da vile, si sublima.
L’oro simboleggia non solo la divinità e la regalità, ma anche il sole (altro simbolo non solo messianico, ma anche religioso e politico) e il calore, la forza, l’abbondanza e, sopratutto nel mondo antico, era apprezzato per via della sua natura pura che lo rendeva adatto a ricoprire o decorare luoghi e oggetti di culto.
L’oro, tuttavia, è anche sinonimo di sfarzo e opulenza e, a volte, persino di cattivo gusto.

BIANCO – Tutti, almeno una volta nella vita, abbiamo sognato un “Bianco Natale”: la neve, sebbene sempre più rara nelle nostre città, è uno degli ospiti d’onore di queste festività e, ammettiamolo, la vista di un bel paesaggio natalizio innevato farebbe sciogliere anche il più rigido e freddo dei cuori.
Il bianco è, per antonomasia, il colore della purezza, della bontà e della gentilezza ed è comunemente associato a qualcosa di benefico e di buono: l’alimentazione di un bambino comincia con l’allattamento, bianche sono le colombe (uccello foriero di pace e speranza) così come gli agnelli che, fin dalle favole di Esopo, si opponevano con il loro candore al lupo nero e cattivo.
Il bianco è anche il colore della verginità, delle spose e trasmette fiducia e speranza.
Tuttavia il bianco è anche un colore freddo che indica distacco ed isolamento e senso di smarrimento: il panico da “foglio bianco” è quello provato da tutti, almeno una volta, sui banchi di scuola. Inoltre il bianco può anche indicare noia, apatia e disinteresse per il mondo circostante.

ARGENTO – L’argento è decisamente meno diffuso dell’oro, ma non per questo è meno importante.
Se, in alchimia, l’oro è associato al sole e al principio maschile, l’argento è il colore della luna ed è solitamente vincolato al principio femminile. L’argento è anche il colore del Mercurio (altro metallo ed elemento della tavola periodico) e, forse proprio per via del suo legame con il celere messaggero degli déi, è il colore che meglio incarna l’idea della velocità e del dinamismo, non che della purezza, dell’indipendenza e della pace.
Decisamente meno nobile dell’oro (che rappresenta il piano spirituale del mondo), l’argento è considerato più “materiale” ed è spesso associato all’avidità e alla cupidigia: all’indomani della passione di Cristo, Giuda vende Gesù per 30 denari d’argento.

AZZURRO&BLU – L’azzurro e il blu, con le loro sfumature, non sono meno presenti nelle decorazioni natalizie dell’oro, del rosso o del bianco. Il blu è il colore del cielo e l’azzurro è il colore che la tradizione ha da sempre associato alla figura della Vergine Maria.
L’azzurro e il blu ci ricordano l’elemento dell’acqua, un bene prezioso e per tutte le forme di vita, e anche l’aria, senza la quale non potremmo vivere, il cielo e il paradiso.
L’azzurro è, come il verde, un colore capace di infondere pace e sicurezza e per questo è molto spesso usato per tinteggiare le sale d’attesa degli studi medici.
E’ il colore della serenità (nelle belle giornate il cielo è azzurro terso) e anche della libertà.
Il blu, invece, è il colore della notte e del mare e infonde, esattamente come l’azzurro, quiete e tranquillità perché associato a concetti rilassanti come il riposto notturno e il rumore delle onde.
Paese che vai credenza che trovi. Se il blu gode di ottima fama presso la maggior parte delle culture, lo stesso non si può dire dei paesi anglosassoni dove il blu è considerato il colore della tristezza: il Blue Monday è, infatti, considerato da tutti il giorno più triste dell’anno e nel film Pixar Inside Out il blu è il colore che caratterizza il personaggio di “Sadness”, ossia “Tristezza” nella versione italiana.

*Jo

La “Buona novella” della Terra di Mezzo: Tolkien e le allegorie invisibili

Contemporaneo di C.S.Lewis, uomo di lettere e storico, linguista e filologo e, a ragion veduta, consacrato padre della letteratura fantasy moderna, John Ronald Ruel Tolkien è un autore che non ha bisogno di presentazioni. 
Dalla loro pubblicazione, i suoi romanzi non hanno mai abbandonato gli scaffali delle librerie e sono già tre i volumi, curati dal figlio Christopher Tolkien (recentemente scomparso), pubblicati postumi.
Contemporaneo dell’autore de Le cronache di Narnia, Tolkien forgia le sue opere dando fondo alla sua vasta cultura e agli arricchimenti e suggerimenti che gli vengono dalla compagnia di accademici di Oxford. 
Tuttavia, nonostante l’ambiente culturale comune, la contemporaneità, le tematiche affini e l’amicizia che legava i loro autori, Le cronache di Narnia e Il Signore degli Anelli appaiono più che mai distanti, quasi agli antipodi.

L’intento pedagogico, e chiaramente evangelizzatore, di Lewis è declinato in una trama semplice con una spartizione netta tra bene e male, tra divino e malefico; gli stessi personaggi sono figure precise che, tanto nei nomi quanto nei tratti, richiamano figure bibliche ed evangeliche.
Il contesto quasi fiabesco in cui si muovono i beniamini di Lewis resiste,  alla moda di Tolkien, ne Lo Hobbit, antefatto de Il Signore degli Anelli e favola dell Terra di Mezzo, e nei primi capitoli de La compagnia dell’anello, per poi cedere il passo a scenari ereditati dai poemi epici medievali e germanici. 

Come l’autore a più riprese afferma, Il Signore degli Anelli non può essere considerato una parafrasi religiosa, né può essere utilizzato per leggere il contesto storico (caratterizzato da due guerre mondiali) in cui esso vede la luce. 
Tolkien è,  prima di tutto, un linguista e solo in seconda battuta uno scrittore: la Terra di Mezzo,  e tutti i suoi abitanti, sono conseguenti agli esperimenti linguistici compiuti nella creazione delle lingue degli elfi e delle altre creature che vivono in questo mondo. Sempre Tolkien è fermo nel chiarire i natali della sua opera e la sua natura meramente fantastica in cui trovano spazio personaggi nati per caso o emersi improvvisamente dalle ombre senza nome di una locanda.
Nonostante la sua caparbietà ad affrancare l’opera da qualsiasi interpretazione religiosa, filosofica e politica; l’autore non nega l’esistenza di un messaggio invisibile che, come un fiume sotterraneo, scorre dietro le pagine dei suoi romanzi.

Se identificare Aslan come figura cristica è automatico, quasi scontato, lo stesso non si può dire de i personaggi de Il Signore degli Anelli.
Molti hanno cercato di decifrare l’opera alla luce della fede cristiana, ma questi tentativi si sono rivelati per lo più fallimentari o forzati.
La salita di Frodo sul Monte Fato, piegato dal peso dell’Anello e reduce dalle torture degli orchi, è facilmente paragonabile alla salita di Cristo sul monte Golgota e tale analogia è rafforzata dal fatto che la distruzione dell’ Unico Anello avviene il 25 Marzo: festa dell’Annunciazione e data che, secondo un’antica tradizione inglese, coinciderebbe con il primo Venerdì Santo. 
Tuttavia questa interpretazione non tiene conto del fatto che, giunto al momento decisivo, Frodo sceglie di non distruggere l’Anello e, di fatto, tradisce la sua missione e tutti coloro che su di lui avevano riposto le loro speranze e fiducia.
Tolkien scrive un romanzo che parla di creature tanto fantastiche quanto umane e per questo corruttibili.
I limiti che vincolano lo scrittore: le sue debolezze, paure e iniquità; sono le stesse che zavorranno i suoi personaggi facendoli oscillare costantemente tra il bene e il male senza negare a nessuno un’opportunità di riscatto.
Alla luce di queste considerazioni un protagonista “perdente”, sconfitto, è quanto mai apprezzabile, perché ci permette di empatizzare e comprendere meglio la sua condizione mentale e spirituale.

Sempre l’episodio culmine della trilogia, permette di introdurre in maniera tanto silenziosa quanto incisiva il concetto della Provvidenza. 
La forza divina che muove le vicende de I promessi sposi, è, nelle opere tolkieniane, personaggio invisibile ma non silenzioso: camaleontico nel suo cambiare volto e voce senza mai diventare didascalico o moralista.

Frodo (parlando di Gollum): Che peccato che Bilbo non l’abbia ucciso quando poteva.

Gandalf: Peccato? È stata la pena che gli ha fermato la mano. Molti di quelli che vivono meritano la morte e molti di quelli che muoiono meritano la vita. Tu sei in grado di valutare Frodo? Non essere troppo ansioso di elargire morte e giudizi. Anche i più saggi non conoscono tutti gli esiti. Il mio cuore mi dice che Gollum ha ancora una parte da recitare nel bene o nel male, prima che la storia finisca. La pietà di Bilbo può decidere il destino di molti.

(Il signore degli anelli: La compagnia dell’Anello, Peter Jackson, 2001)

Ed è proprio Gollum, la vile creatura consumata dell’Anello che è sua croce e delizia, suo inizio e sua fine, l’ultimo personaggio ad incarnare la Provvidenza che, mentre Frodo e Sam sono dinnanzi alle fiamme del Monte Fato, segna con il suo intervento il destino dell’Anello e mette la parola “fine” all’intera faccenda .

È dunque sbagliato cercare a tutti i costi un senso religioso a Il Signore degli Anelli? Quale significato hanno le allegorie invisibili che compongono il messaggio nascosto di Tolkien, la “Buona novella” della Terra di Mezzo?
Il signore degli Anelli, come abbiamo già chiarito, non è Le cronache di Narnia né ambisce ad avere lo stesso scopo.
Lo stile e le tematiche non sono per bambini e, abbandonato ogni intento pedagogico, Tolkien alza il tiro costringendo personaggi e lettori a confrontarsi con un concetto che supera la mera distinzione tra bene e male, che restano comunque due concetti chiari tanto nella distinzione di determinati ruoli quanto nell’intimo dei personaggi, e tocca nel profondo le coscienze.
Isildur e Sauron per primi e poi Frodo, Boromir, Aragorn, Galdriel e tutti gli altri protagonisti dell’opera vengono posti davanti ad una domanda che supera le barriere del tempo e dello spazio: “Come reagire alla tentazione?”
E questa domanda è subito seguita da un’altra: “Si è in grado di riconoscere il male?”
Coloro che sono maggiormente tentati e che più soffrono del distacco dell’anello sono coloro che non ne comprendono appieno la minaccia o che hanno la presunzione di esserne immuni o in grado di domarlo.
Il signore degli Anelli non è meno formativo di altri romanzi, semplicemente non fa dell’insegnamento il fine, lasciando al lettore la libertà di approcciarsi a una storia fantasy ben scritta piuttosto che ad una parabola su valori immortali quali: amicizia, fedeltà, onore, sacrificio, onestà e amore.

*Jo

Leggi anche Il leone, la fede e il libro – Il simbolismo del leone ne “Le cronache di Narnia”

Animali Fantastici e come evocarli: i patronus più rari del mondo di Harry Potter e il loro significato

Uno degli incantesimi più complicati che vengono insegnati alla scuola di magia e stregoneria di Hogwarts è senza dubbio Expecto Patronum.
A differenza degli altri incantesimi, l’Expecto Patronum è considerato un incantesimo “soggettivo”: che si basa sui ricordi e le emozioni di chi lo lancia; una sfida ben più ardua di un semplice movimento di bacchetta e di una formula ben recitata.
Già dal terzo capitolo della saga, questo incantesimo entra, con un ruolo tutt’altro marginale, nella trama ma è solo nel quindi romanzo che viene approfondita la sua natura e i suoi usi.
Sempre ne L’Ordine della Fenice, vengono inoltre presentati i patroni corporei dei personaggi principali.
L’universo creato da J.K. Rowling è popolato da creature fantastiche appartenenti a mondi e culture differenti tra di loro e, nonostante i patronus tendano a prendere le sembianze di animali “comuni”(quasi babbani), alcuni solo maghi riescono ad evocare un patronus corporeo con le sembianze di un animale magico.
In questo articolo vi spiegheremo il significato di alcuni di questi animali fantastici: dai più comuni e famosi fino a soffermarci su alcune creature comparse in Animali fantastici e dove trovarli e I crimini di Grindelwald.

.: FENICE :.

La fenice è il Patronus e l’animale da compagnia di Albus Silente. In ogni tempo e luogo è conosciuta per la sua natura immortale e per la sua capacità di risorgere dalle proprie ceneri.
La fenice è collegata all’idea di rinnovamento e di purificazione e alle pratiche alchemiche. La fenice si distrugge e si crea da sola e, di conseguenza, non riconosce l’autorità di nessuno. Da un punto di vista spirituale la morte e la rinascita della fenice rappresentano il processo di redenzione e purificazione di un’anima e il mutamento spirituale di una persona.

.: DRAGO :.

Il drago è uno di quei patronus più rari e non ha bisogno di presentazioni.
Animale mitologico per eccellenza: il drago è una creatura ricorrente in tutte le culture e le tradizioni del mondo e può vantare una lunga serie di significati, non che una più che nutrita letteratura.
Nella cultura occidentale, esso è spesso associato al serpente e, di conseguenza, all’idea di malvagità e pericolo.
Fin dagli albori della civiltà greca, è raffigurato come il mostro da cui salvare principesse e città e la sua cattiva reputazione si consolida nel medioevo dove viene spesso utilizzato come allegoria del diavolo, del peccato e anche del paganesimo.
Al contrario, presso i popoli dell’estremo oriente, il drago rappresenta il cosmo e l’ordine universale: è un simbolo buon auspicio ed è uno dei segni dello zodiaco cinese.
Il drago è l’animale che meglio incarna l’idea di forza e di totalità, infatti egli è considerato l’unione dei quattro elementi: corpo di rettile (terra), ali (aria), fuoco e tane costruite presso grotte umidi e paludi (acqua).

.: UNICORNO :.

L’unicorno è una delle immagini più ricorrenti nei bestiari medievali e da sempre stuzzica la fantasia di scrittori e sognatori.
Il timido cavallo con il corno in mezzo alla fronte è forse una delle creature che meglio incarna il concetto di “magia” e, di fatto, è uno degli animali più usati per rappresentare la letteratura fantastica.
La sua natura timida, mite e riservata hanno fatto sì che l’unicorno venisse associato all’universo femminile, ai suoi vizi e alle sue virtù: se infatti l’unicorno è simbolo di purezza (stando alla leggenda solo le vergini possono avvicinarlo), gentilezza e saggezza, è anche vero che è anche associato alla frivolezza e alla vanità.
In senso più lato l’unicorno racchiude in sé ideali di forza, energia, libertà, indipendenza, spiritualità e nobilità, motivo per cui esso compare, insieme al leone, nello stemma reale del Regno Unito.

.: CAVALLO ALATO :.

Il cavallo alato Pegaso è uno dei cavalli più famosi e affascinanti dell’universo fantastico.
Nato, secondo la tradizione, dal sangue di Medusa: questo animale è il degno compagno di dei ed eroi.
Stando alle leggende, domare un cavallo alato è un’impresa pressoché impossibile e proprio per questo motivo Pegaso incarna, come molti dei suoi parenti equini, ideali di libertà, indipendenza ed è un simbolo apprezzato anche da chi non ama adeguarsi al conformismo: infatti la sua rappresentazione più comune, rampante e con le ali spiegate, è un chiaro invito a cercare la propria strada e a puntare in alto.

.: SALAMANDRA :.

Simbolo alchemico per eccellenza la salamandra (o salamandra di fuoco) è un animale tutt’altro che scontato sospeso fra realtà e fantasia.
Raffigurata come una grossa lucertola (o un drago senza ali), essa è presente nei bestiari e nei libri di alchimia come animale legato al fuoco, al calore e, in ultimo, alla vita e, per questo, ricorre come allegoria di Cristo.
Tuttavia, la fama della salamadra di fuoco non si ferma al medioevo e anche nella letteratura contemporanea e nelle produzioni cinematografiche essa ricorre come simbolo del fuoco: i pompieri di Fahrenheit 451 la adottano come loro emblema per via della sua capacità di resistere alle fiamme e in Frozen – Il segreto di Arendelle, la regina Elsa doma lo spirito del fuoco incarnato in una salamadra color ceruleo.
Altra dote della salamadra, forse attribuitale per via dei suoi occhi grandi e sporgenti, è quello della profezia.
Come tutti gli anfibi, la salamandra si distingue per la sua vitalità (altro tratto in comune con il fuoco) e per la sua velocità: è per questo che, tra i suoi connotati troviamo, oltre alla vita e alla luce, anche la vivacità (sia fisica che intellettuale e spirituale), l’energia, la forza e la passione.

.: THESTRAL :.

Considerato un presagio di morte e di sventura, l’opinione pubblica sul thestral e la sua reputazione sono tutt’altro che lusinghiere.
Il thestral è il patrono degli incompresi e degli anticonformisti, di coloro che non si fermano alle apparanze ma indagano cercando di cogliere la vera essenza delle cose.
Pur non potendo contare su un aspetto particolarmente accattivante, il thestral ha uno spirito docile e gentile, protettivo e devoto nei confronti di coloro che riescono a guadagnarsi la sua fiducia. Come il cavallo alato, il thestral incarna ideali di dinamismo e libertà, ma ha anche un legame stretto con l’introspezione e denota un carattere leale.

.: IPPOGRIFO&GRIFONE:.

L’ippogrifo è forse una delle creature mitologiche più antiche e affascinanti: metà cavallo, metà leone e metà aquila; esso compare nelle leggende greche e romane e, attraverso il medioevo, viene consacrato quale cavalcatura di eroi e paladini.
I bestiari medievali consacrano l’ippogrifo, e il grifone (sua variante privo di caratteristiche equine), come il re di tutti gli animali perché nato dalla fusione di un leone (il re indiscusso della foresta e della terra ferma) e dell’aquila (la signora dei cieli).
Nonostante le numerose leggende che lo riguardano, il primo a darne una descrizione accurata è Ariosto che affianca questa creatura portentosa ai suoi paladini permettendogli così di compiere imprese leggendarie e viaggi impensabili per un uomo del rinascimento.
L’ippogrifo è un animale altero e nobile e, per questo, doppiamente pericoloso: di carattere indipendente, è tuttavia disposto a farsi domare solo da chi ne è veramente degno e, per questo, è spesso considerato il destriero di eroi, cavalieri e stregoni.

.: OCCAMY :.

Presentato nel film Animali fantastici e dove trovarli, l’occamy è una delle creature più affascinanti e allo stesso tempo pericolose del mondo magico: caratteristiche che si riscontrano anche nei patronus corporei che assumono questa forma.
Creatura dai natali orientali, nonostante la sua somiglianza con il serpente piumato delle civiltà mesoamericane, l’occamy è un gigantesco bipede con corpo da serpente e volto da uccello noto agli zoologi del mondo magico per la sua capacità di adattarsi perfettamente per riempire lo spazio circostante riuscendo così a modificare le proprie dimensioni a seconda della necessità.
La caratteristica che contraddistingue l’occamy è il suo istinto materno che lo spinge ad essere molto protettivo nei confronti di quelli che considera come parte della famiglia.

*Jo

Ehi, le sorprese non sono finite. Clicca qui per saperne di più.

L’ Italia Chiamò: uniti contro il Coronavirus

L’Italia non si ferma.
Nonostante le lezioni sospese, i musei chiusi e le iniziative posticipate a data da destinarsi, l’Italia non si ferma.
Si continua a lavorare, chi da casa e chi, come il personale del servizio sanitario nazionale, i medici e tutti gli operatori e i volontari, da quella che è a ragion veduta stata battezzata la “trincea”: le corsie degli ospedali e dei prontosoccorsi, gli ambulatori e tutte le strutture che stanno servendo con passione e impegno il nostro paese in queste difficili settimane.
Non ci si può muovere, ma ciò non ci impedisce di sostenerci l’un l’altro con iniziative che possono essere sia di ampio respiro sia più private e personali.
Una di queste è L’Italia Chiamò il più grande evento in streaming di tutti i tempi che sarà in onda venerdì 13 marzo dalle sei a mezzanotte e raccoglierà le voci di un’Italia che resiste, vive e spera oltre il Coronavirus.
A questa iniziativa parteciperanno in tantissimi: personalità del mondo dello spettacolo, della cultura e dell’informazione che si susseghiranno e spalleggeranno per portare a termine una maratona che, sicuramente, passerà alla storia e che nessuno dimenticherà.

Anche noi di Arcadia ci siamo uniti a questa iniziativa e su YouTube trovate il nostro contributo a questa fantastica catena culturale e di solidarietà: la poesia Giorno di pioggia, di Henry Wadsworth Longfellow letta, per l’occasione, dalla nostra Volpe.
Questo piccolo gesto è il nostro abbraccio a voi lettori e il nostro rinnovato augurio affinché tutto si concluda presto e nel migliore dei modi.

Oltre a proporre un lungo streaming per tenere compagnia a chi come noi #restaacasa, gli organizzatori hanno deciso di creare una raccolta fondi per sostenere lo sforzo del sistema sanitario nazionale.
Le indicazioni per un’eventuale donazione, che consigliamo caldamente, le potete trovare sul sito web www.litaliachiamo2020.it .

Ovunque voi siate, non siete soli.
Non abbiate paura, ce la faremo!

*Lo Staff

Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne

25 novembre non è e non deve essere solamente la giornata che commemora tutte le vittime della violenza di genere, ma deve essere un’occasione per riflettere su noi stessi, sulla società e sulle abitudini che la caratterizzano; deve diventare un momento che è prima di tutto un punto di osservazione e riflessione, perché solo osservando e capendo è possibile prevenire. 

Oggi, vorrei consigliarvi alcune letture che credo possano essere un buono spunto per una riflessione sull’Italia e sul mondo di oggi; i libri sono, anche in questo caso, un potente mezzo di sensibilizzazione riguardo la violenza sulle donne: un tema ancora molto discusso e che ogni anno scatena reazioni contrastanti e non sempre civili e consone ad una società tesa all’inclusione e all’eliminazione di ogni discriminazione di genere.

Il secondo sesso, Simone De Beauvoir: Con “Il secondo sesso”, Simone de Beauvoir affranca la donna dallo status di minore che la obbliga a essere l’Altro dall’uomo, senza avere a sua volta il diritto né l’opportunità di costruirsi come Altra. Con veemenza da polemista di razza, Simone de Beauvoir passa in rassegna i ruoli attribuiti dal pensiero maschile alla donna – sposa, madre, prostituta, vecchia – e i relativi attributi – narcisista, innamorata, mistica. Approda, nella parte conclusiva, dal taglio propositivo, alla femme indépendante, che non si accontenta di aver ricevuto una tessera elettorale e qualche libertà di costume, ma che attraverso il lavoro, l’indipendenza economica e la possibilità di autorealizzazione che ne deriva – sino alla liberazione del suo peculiare “genio artistico”, zittito dalla Storia – riuscirà a chiudere l’eterno ciclo del vassallaggio e della subalternità al sesso maschile. L’avvenire, allora, sarà aperto. Con una determinazione prima sconosciuta e un linguaggio nuovo, che tesse il filo dell’argomentazione attraverso un’originale mescolanza di mito e letteratura, psicoanalisi e filosofia, antropologia e storia, Simone de Beauvoir sfida i cultori del gentil sesso criticando le leggi repressive in materia di contraccezione e aborto, il matrimonio borghese, l’alienazione sessuale, economica e politica. Provoca il pubblico conservatore, cerca il riconoscimento personale, rivendica la solidarietà collettiva. Prefazione di Julia Kristeva. Postfazione di Liliana Rampello.

Sii bella e stai zitta, Michela Marzano: “Questo libro è un atto di resistenza. Di fronte alle offese e alle umiliazioni che subiscono oggi le donne in Italia, in quanto filosofa, ho sentito il dovere di abbandonare la torre d’avorio in cui si trincerano spesso gli intellettuali per spiegare le dinamiche di oppressione che imprigionano la donna italiana. Lo scopo è semplice: si tratta di dare a tutte coloro che lo desiderano gli strumenti critici necessari per rifiutare la sudditanza al potere maschile. Perché le donne continuano a cedere alla tentazione dei sensi di colpa e, per paura di essere considerate ‘madri indegne’, abbandonano ogni aspirazione professionale? Perché tante donne vengono giudicate ‘fallite’ o ‘incomplete’ quando non hanno figli? Perché molte adolescenti pensano che l’unico modo per avere successo nella vita sia ‘essere belle e tacere’? Perché il corpo della donna continua a essere mercificato? Perché stiamo assistendo al ritorno di un’ideologia retrograda che vorrebbe spostare l’orologio indietro e rimettere in discussione le conquiste femminili degli anni Sessanta e Settanta? La filosofia è un’arma efficace e potente, l’unico strumento capace di aiutare le donne a riappropriarsi della propria vita e non permettere più a nessuno di umiliarle o zittirle.” (Michela Marzano)

Leggere Lolita a Teheran, Azar Nafisi: Nei due decenni successivi alla rivoluzione di Khomeini, mentre le strade e i campus di Teheran erano teatro di violenze barbare, Azar Nafisi ha dovuto cimentarsi nell’impresa di spiegare a ragazzi e ragazze, esposti in misura crescente alla catechesi islamica, una delle più temibili incarnazioni del Satana occidentale: la letteratura. È stata così costretta ad aggirare qualsiasi idea ricevuta e a inventarsi un intero sistema di accostamenti e immagini che suonassero efficaci per gli studenti e, al tempo stesso, innocui per i loro occhiuti sorveglianti. Il risultato è un libro che, oltre a essere un atto d’amore per la letteratura, è anche una beffa giocata a chiunque tenti di proibirla.

L’ho uccisa io. Psicologia della violenza maschile e analisi del femminicidio, Luciano di Gregorio: Non passa settimana senza che le cronache non raccontino atti di violenza commessi da uomini verso le proprie mogli, amanti, compagne, perfino figlie. Di recente è stato introdotto il termine femminicidio per indicare crimini fisici e morali come forma di esercizio di potere e di annientamento della donna in quanto donna, che si manifestano in modo particolare quando essa esercita liberamente una sua volontà. E il Parlamento italiano ha dovuto approvare una legge. Ma chi è l’uomo che commette questi delitti, che maltratta, violenta, uccide? Luciano Di Gregorio, partendo da un’analisi approfondita dei crimini e utilizzando concetti freudiani come la pulsione di crudeltà e quelli di oggetto d’uso che derivano dalla moderna psicoanalisi, esplora la complessa psicologia infantile del bambino che, da adulto, diventa violento. Attingendo alle teorie dell’attaccamento e ai concetti di attaccamento ansioso e insicuro in relazione alle personalità violente degli uomini che hanno sperimentato questa esperienza nell’infanzia, utilizzando il concetto di Sé grandioso infantile della personalità narcisistica, traccia alcuni profili psicologici del maschio di oggi e individua molti dei fattori scatenanti che ne determinano le esplosioni violente nelle relazioni intime amorose. Uomini comuni, con vite regolari, anche colti e benestanti, soggetti differenti per storie sociali e personali che, nel rapporto di coppia, hanno saputo anche mostrarsi amanti affettuosi, padri esemplari, compagni di vita spesso gratificanti. Anche loro possono essere attori di un dramma che da tempo scuote le coscienze di una società che ci ostiniamo a chiamare moderna. Anche loro possono un giorno dire: “L’ho uccisa io”.

Il male che si deve raccontare per cancellare la violenza domestica, Simonetta Agnello Hornby: Con un programma semplice ed efficace, che ha coinvolto le donne potenzialmente esposte a violenza e le aziende in cui lavorano, la Global Foundation for the Elimination of Domestic Violence (Edv) creata da Patricia Scotland ha contribuito a contenere sensibilmente il fenomeno della violenza domestica in Inghilterra. Questo piccolo libro ha lo specifico obiettivo di creare una Edv italiana per applicarne il metodo nel nostro paese. Simonetta Agnello Hornby ha scritto racconti che, attraverso vicende affioranti dalla sua memoria e ancor più attraverso casi affrontati in veste di avvocato, danno una vividissima e articolata rappresentazione del segreto che a volte si nasconde dentro le pareti domestiche. Con la sapienza narrativa che le è propria, evoca l’esibizione del teatro della violenza in Sicilia, i silenzi comprati da un marito abusante, il dolore dei figli abusati, la complicità fra vittima e carnefice. Marina Calloni, docente alla Bicocca, traduce la consapevolezza secondo la quale viviamo in città in cui “si uccidono le donne” in una visione sintetica e in una stringente serie di dati. Il male che si deve raccontare è insieme un atto di denuncia e uno strumento a disposizione delle associazioni che, anche in Italia, lottano da tempo contro questa violenza, offrendo aiuto, mezzi e protezione alle vittime. I proventi di questo libro contribuiscono alla creazione della sezione italiana di Edv. 

Persepolis, Marjane Satrapi: La storia della ragazzina Marjane a Teheran dai sei ai quattordici anni. Sono gli anni della caduta del regime dello Scià Reza Pahlavi, del trionfo della Rivoluzione Islamica e della guerra contro l’Iraq. I suoi genitori, di larghe vedute, pur di garantirle un’adeguata istruzione e maturazione, non esiteranno a mandarla a Vienna, dove lei si scontrerà con l’incomprensione altrui proprio come nella sua città natale. È un ritratto indimenticabile delle contraddizioni di un paese e di come, attraverso l’ironia e le lacrime si possa vivere l’adolescenza confrontandosi con le assurdità, i compromessi, la solitudine e i distacchi.

I libri, come ho già detto, sono complici umili e allo stesso tempo fondamentali quando si tratta di affrontare tematiche difficili e delicate come la violenza di genere. Tuttavia, questa volta soltanto, non voglio fermarmi alle pagine che ho sfogliato e da cui sono stata ispirata.
Questa volta, come donna e come lettrice, voglio condividere con voi alcuni dati che, unitamente ai consigli di lettura che ho riportato, spero possano darvi un’idea della situazione sulla violenza sulle donne.

Un recente studio ha mostrato che, in Italia e nel 2019, subiscono violenza 88 donne al giorno: vale a dire almeno una ogni 15 minuti.
Le origini di questa violenza sono carie che affondano le radici nell’ignoranza, nei pregiudizi e, per quanto assurdo possa sembrare, anche nella lingua di tutti i giorni che, sì è la più bella del mondo, ma fin troppo spesso perpetra l’idea di una donna oggetto, della donna “malafemmina” affibbiandole termini che letti al maschile suonano innocui, innocenti, quasi puerili, ma che declinati al femminile assumono toni denigratori nei confronti delle donne o, ancora, richiamano velatamente al sesso (basti pensare, per esempio, a termini come “cagna” che hanno perso il loro significato originale, ossia un cane femmina, per diventare insulti veri e propri), o che non prevede termini femminili per professioni d’alto livello, soprattutto politiche (vedasi la battaglia che si è dovuta fare per ottenere il termine “sindaca” e “ministra” che, se suonano male, è solo perché non ci abbiamo ancora fatto l’abitudine). 
Pregiudizi e ignoranza vanno spesso a braccetto: è l’ignoranza, infatti, che crea il pregiudizio. E questi stereotipi, che spesso si manifestano in modo sottile e comico, sono tanto dannosi quanto la violenza vera e propria, perché sono il terreno fertile del pensiero e del comportamento violento. 
Gli stereotipi creano e alimentano l’idea che ci sia una differenza tra uomo e donna, e questa mentalità viene, a volte, supportata anche da decisioni politiche (per esempio la recente scelta di non abbassare l’IVA degli assorbenti dal 22% al 10%, mantenendoli nella categoria dei beni di lusso; oppure il gap salariale tra uomini e donne che, ad oggi, è ancora al 10%), e che è alla base del pensiero subdolo e meschino secondo la quale la donna è un oggetto di cui si può e si deve disporre a proprio piacimento.

Parlare di violenza sulle donne e di violenza di genere non è solo importante, è necessario e vitale.
Se questo fosse un mondo perfetto, basterebbe un libro per risolvere il problema e per riportare la speranza e il sorriso a quelle donne che in silenzio hanno subito o subiscono violenze verbali e fisiche in casa quanto sul posto di lavoro.
Comportamenti meschini, denigratori e, a volte, violenti non vanno mai presi alla leggera, perché possono essere l’anticamera di qualcosa di peggiore che non lascia scampo.

Solo parlando, forse, si potrà vincere una volta per tutte questa bestia che è la violenza sulle donne e la violenza di genere, ma quando le parole non bastano, o nessuno sembra preoccuparsi di prendere troppo seriamente certi appelli, è importante sapere che in tutta Italia, e in tutto il mondo, vi sono centri d’accoglienza e strutture che offrono riparo, ascolto e sostegno a quanti sono vittima di violenza.

La svastica sul sole

LA SVASTICA SUL SOLE

Autore: Philip K. Dick
Anno:  2014
Editore:  Fanucci Editore, 2014

.: SINOSSI :.

Le forze dell’Asse hanno vinto la seconda guerra mondiale e l’America è divisa in due parti, l’una asservita al Reich, l’altra ai Giapponesi. Sul resto del mondo incombe una realtà da incubo: il credo della superiorità razziale ariana è dilagato a tal punto da togliere ogni volontà o possibilità di riscatto. L’Africa è ridotta a un deserto, vittima di una soluzione radicale di sterminio, mentre in Europa l’Italia ha preso le briciole e i Nazisti dalle loro rampe di lancio si preparano a inviare razzi su Marte e bombe atomiche sul Giappone. Sulla costa occidentale degli Stati Uniti i Giapponesi sono ossessionati dagli oggetti del folklore e della cultura americana, mentre gli sconfitti sono protagonisti di piccoli e grandi eventi. E l’intera situazione è orchestrata da due libri: il millenario I Ching, l’oracolo della saggezza cinese, e il best-seller del momento, vietato in tutti i paesi del Reich, un testo secondo il quale l’Asse sarebbe stato sconfitto dagli Alleati…

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Un romanzo difficile tanto da leggere quanto da recensire. Una storia di fantapolitica che ci presenta uno scenario interessante su cui molti, almeno una volta nella vita, si sono soffermati a riflettere: cosa sarebbe successo se l’asse Roma Tokio Berlino avesse vinto la guerra?
Il risultato è, ovviamente, uno scenario distopico costellato da interi continenti distrutti insieme alle loro popolazioni, nuove e ardite forme di colonialismo, la lotta a qualsiasi forma di dissenso e, ovviamente, il perseguimento testardo della “questione ebraica”.
Il romanzo è ambientato sulla costa occidentale degli Stati Uniti d’America che, in seguito alla loro sconfitta, sono stati divisi tra i nazisti e i giapponesi che, nello specifico, controllano la parte occidentale del continente nordamericano.
I personaggi che affollano questo palcoscenico sono tanti, ognuno con una sua trama che si lega a quella degli altri in un ordito interessante ma reso un po’ complicato da nomi giapponesi che, di primo acchito, sembrano tutti uguali tra di loro.
Lo stile va di pari passo con l’intreccio e segue a volte i pensieri dei personaggi a volte quelli del narratore proponendo continui cambi fra la prima persona singolare e la terza, tra narratore interno ed esterno, tra passato e presente: un espediente interessante ma che risulta, a tratti, un po’ caotico così come i cambi di scena repentini che avvengono da un paragrafo all’altro senza un dovuto stacco.
Da germanista non ho apprezzato alcune traduzioni dal tedesco all’italiano e, ad essere sincera, ho trovato un po’ azzardata e poco pertinente la traduzione del titolo dell’opera The Man in the High Castle resa in italiano conLa svastica sul sole .
Trattandosi di un romanzo che si propone come un’ipotetica conseguenza della vittoria dei nazifascisti nella seconda guerra mondiale, avrei gradito qualche riferimento in più ai fatti che hanno costellato la storia mondiale tra il 1939 e il 1945 o, almeno, qualche spiegazione sul perché certi personaggi avessero subito una sorte diversa da quella che la storia ci ha tramandato.
Interessante anche se un po’ labile la correlazione tra l’Operazione Dente di Leone e l’Operazione Valchiria (colpo di stato avvenuto in Germania nel luglio del 1944): anche in questo caso un richiamo all’evento storico e un’eventuale spiegazione di questa fantomatica Operazione Dente di Leone, non avrebbe guastato.

Il mio giudizio è 7/10.
Un bel romanzo, interessante e stimolante per gli amanti della fantapolitica e della distopia, ma forse non uno dei migliori di Philip K. Dick.
I personaggi, molti e diversi tra di loro, sono caratterizzati velocemente e anche un po’ grossolanamente il che li rende, a tratti, semplicemente odiosi come nel caso della protagonista femminile.
I continui riferimenti alla cultura cinese e giapponese potevano essere spiegati con qualche nota in più in modo da rendere maggiormente partecipe anche chi non è particolarmente ferrato sull’argomento.
La conclusione del romanzo lascia aperti parecchi interrogativi e sviluppi e lascia presagire che ci debba essere almeno un secondo capitolo volto a dare soluzione ad alcune delle questioni presentate nelle ultime pagine del libro.
Parallelismo interessante, ma questa è una mia personalissima interpretazione, è il fatto che mentre il lettore legge un romanzo in cui i nazifascisti hanno vinto la guerra, i protagonisti leggano un romanzo in cui l’Asse ha perso la guerra: quasi un gioco degli specchi o di finestre in cui il mondo del lettore e quello dei protagonisti si affacciano vicendevolmente sondando due finali alternativi di un’unica storia.
A chi consiglio questo romanzo? Sicuramente agli amanti di Philip K. Dick, a chi adora la fantapolitica e i romanzi distopici costellati da intrighi e giochi di potere.
Consiglio il romanzo anche e soprattutto a chi si è limitato a guardare la serie tv, The Man in the High Castle , prodotta di recente che, nonostante mantenga gran parte dei nomi non che il titolo originale dell’opera di Philip K. Dick, è solo molto lontanamente ispirata a qualche elemento presente nel romanzo.

* Jo

Una storia semplice

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UNA STORIA SEMPLICE

Autore: Leonardo Sciascia
Casa editrice: Adelphi
Anno di pubblicazione: 1989

.: SINOSSI :.

“Una storia semplice” è una storia complicatissima, un giallo siciliano, con sfondo di mafia e droga. Eppure mai – ed è un vero tour de force – l’autore si trova costretto a nominare sia l’una sia l’altra parola. Tutto comincia con una telefonata alla polizia, con un messaggio troncato, con un apparente suicidio. E subito, come se assistessimo alla crescita accelerata di un fiore, la storia si espande, si dilata, si aggroviglia, senza lasciarci neppure l’opportunità di riflettere. Davanti alla proliferazione dei fatti, non solo noi lettori ma anche l’unico personaggio che nel romanzo ricerca la verità, un brigadiere, siamo chiamati a far agire nel tempo minimo i nostri riflessi – un tempo che può ridursi, come in una memorabile scena del romanzo, a una frazione di secondo. È forse questo l’estremo azzardo concesso a chi vuole “ancora una volta scandagliare scrupolosamente le possibilità che forse ancora restano alla giustizia”.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Come tutti i romanzi di Sciascia che ho avuto il piacere di leggere, Una storia semplice non ha eroi ma solo persone umane, anche troppo umane.
Lo stile dell’autore non è dei più semplici: la costruzione della frase è alla latina, quindi spesso il soggetto o il verbo si trovano alla fine, cosa che richiede una certa concentrazione affinché il romanzo venga capito ed apprezzato a dovere.
La sintassi complessa trova valido appoggio in una trama affascinante che si sviluppa velocemente ma con una certa calma. La lettura scorre, cattura, il ritmo è serrato a causa delle poche pagine del romanzo, eppure sembra di leggere adagiati su un fiume, tranquilli e sereni. Una sensazione davvero strana e bella che non avevo mai provato.
Trattandosi di un giallo ed essendo l’autore un Italiano D.o.c., non potevano mancare gli stereotipati screzi tra polizia e carabinieri che danno un tocco di tetro umorismo alla vicenda. Sciacia è bravissimo ad inserire all’interno della narrazione alcune idee politiche e culturali non senza una certa nota di rammarico o sarcasmo.
Per quanto riguarda i personaggi, essi sono semplici. Non hanno nome e vengono presentati con poche parole, eppure hanno tutti una personalità così vera che potremmo incontrarli per strada in ogni momento: questa sicuramente è la particolarità stilistica migliore di questo scrittore.
Ci troviamo davanti a dei personaggi a tutto tondo che prendono vita riga dopo riga, parola dopo parola, e acquistano personalità nel poco tempo che viene loro dedicato: abbiamo così un brigadiere piuttosto sveglio che nessuno sembra prendere in considerazione, un commissario allegrotto, un questore che vorrebbe chiudere il caso ancora prima di aprirlo e, all’apice della drammatizzazione, un testimone che sa senza rendersene conto e quindi tace.

Niente da dire, ho passato poco tempo con loro ma li ho adorati.
Avvincente e profondo, come ogni libro di Sciascia, lascia un sorriso amaro e dolce allo stesso tempo (e se avete un quaderno per le citazioni, tranquilli che con lui lo riempite)
In conclusione, il mio voto è 10/10, lo consiglio appassionati di gialli, di storie vere con sfondo di magia e magari anche a chi non ama i romanzi troppo lunghi.

*Volpe