Coraggio!

.: SINOSSI :.

In principio c’era don Abbondio con il suo “Il coraggio, uno non se lo può dare”. Un grande personaggio illuminato nella sua neghittosa rinuncia a scegliere il bene. Gabriele Romagnoli percorre le strade del coraggio a partire dal senso caldo dell’esortazione che spesso abbiamo conosciuto nella vita: il coraggio che, da piccoli, ci sprona a camminare, pedalare, pattinare, quello che ci invita a non avere paura, o ad alzare la testa. Non si parla in questo libro del coraggio che fa di un uomo un guerriero armato o un cieco cercatore di morte (inferta o subita). Qui si parla del coraggio che la Francia del premio Carnegie dedicava “agli eroi della civiltà”. Fra questi “eroi”, un Antonio Sacco che nel 1936 compie il suo atto di coraggio e poi è dimenticato. Per Romagnoli, “Sacco A.” diventa un’ossessione e solo in chiusura scopriamo con lui, anzi grazie a lui, le gesta di cui fu protagonista. Ma prima di arrivare a quel giorno del 1936, Romagnoli stila un suo personale catalogo di uomini coraggiosi, come Éric Abidal, il calciatore che vince la Champions League pochi mesi dopo la diagnosi di un tumore; il capitano Rowan, incaricato di portare un messaggio al capo dei ribelli nel mezzo della giungla cubana; il senatore Ross, che col suo voto salva la presidenza degli Stati Uniti; o perfino un personaggio letterario come Stoner, e il suo no che finisce con il segnare una vita e una carriera.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Scritto nel 2016 Coraggio! nasce dal proposito di pungolare una società pietrificata dallo spettro del terrorismo che, in quegli anni, aveva colpito a più riprese in Europa e nel resto del mondo.
Per certi versi, Coraggio! è una finestra su un passato recente e cerca, con argomenti più o meno convincenti, di mettere in guardia il lettore da quello che l’autore chiama “il marketing della paura”: quella combo un po’ insita nell’uomo un po’ caldeggiata dalla società che alimenta l’insicurezza e il pessimismo verso il prossimo e verso il futuro.

Con il pretesto di risolvere una “questione privata”, Romagnoli accompagna il lettore attraverso un viaggio nel tempo e nello spazio e lo porta a fare conoscenza con grandi personaggi del passato, ma anche persone semplici il cui nome non comparirà mai su alcun notiziario o sui cui trascorsi nessuno realizzerà un film o uno sceneggiato. Partendo dal presupposto che non esiste un’epoca delle incertezze e che ogni periodo storico ha avuto i suoi alti e i suoi bassi, Romagnoli declina il coraggio presentando esempi eroici, ma anche testimonianze che, apparentemente, non hanno nulla di valoroso o straordinario. L’ideale solitamente prerogativa di martiri e guerrieri, leader e profeti viene trasfigurato e restituito al lettore non come una meta irraggiungibile, ma come un qualcosa di umano e declinabile tanto nella quotidianità quanto nei momenti decisivi della vita.

Il mio voto è 7.5/10: Coraggio! è una lettura piacevole capace di commuovere e stimolare una riflessione, ma perennemente in bilico tra il saggio e l’ennesimo frasario con citazioni motivazionali più o meno incisive. Lo stile è scorrevole e non brilla di originalità: fosse stato un romanzo questa sarebbe stata una grossa penalità, ma non avendo questa ambizione non la posso considerare una pecca imperdonabile. L’approccio di Romagnoli, pur non brillando eccessivamente di originalità, è interessante e provoca il lettore chiedendogli di prendere una posizione sulle piccole e grandi questioni della vita. L’idea, condivisibile e tutt’altro che campata per aria, di Romagnoli è che il coraggio sia solo in rari casi una qualità innata e che, al pari di qualsiasi altra inclinazione, debba essere allenata quotidianamente.
Quella caldeggiata da Romagnoli non è un’esistenza all’insegna della resilienza, ma uno sprone a non lasciar passare nemmeno un istante della propria vita in balia degli eventi: a nuotare, anche controcorrente, invece che lasciarsi trasportare dalle onde in uno stoico e precario galleggiare a tempo indeterminato.
Una lettura attuale che riesce, nonostante sia stata scritta per tempi e situazioni differenti, comunque a comunicare a dovere il proprio messaggio e a smuovere il lettore.

*Jo

L’ Italia Chiamò: uniti contro il Coronavirus

L’Italia non si ferma.
Nonostante le lezioni sospese, i musei chiusi e le iniziative posticipate a data da destinarsi, l’Italia non si ferma.
Si continua a lavorare, chi da casa e chi, come il personale del servizio sanitario nazionale, i medici e tutti gli operatori e i volontari, da quella che è a ragion veduta stata battezzata la “trincea”: le corsie degli ospedali e dei prontosoccorsi, gli ambulatori e tutte le strutture che stanno servendo con passione e impegno il nostro paese in queste difficili settimane.
Non ci si può muovere, ma ciò non ci impedisce di sostenerci l’un l’altro con iniziative che possono essere sia di ampio respiro sia più private e personali.
Una di queste è L’Italia Chiamò il più grande evento in streaming di tutti i tempi che sarà in onda venerdì 13 marzo dalle sei a mezzanotte e raccoglierà le voci di un’Italia che resiste, vive e spera oltre il Coronavirus.
A questa iniziativa parteciperanno in tantissimi: personalità del mondo dello spettacolo, della cultura e dell’informazione che si susseghiranno e spalleggeranno per portare a termine una maratona che, sicuramente, passerà alla storia e che nessuno dimenticherà.

Anche noi di Arcadia ci siamo uniti a questa iniziativa e su YouTube trovate il nostro contributo a questa fantastica catena culturale e di solidarietà: la poesia Giorno di pioggia, di Henry Wadsworth Longfellow letta, per l’occasione, dalla nostra Volpe.
Questo piccolo gesto è il nostro abbraccio a voi lettori e il nostro rinnovato augurio affinché tutto si concluda presto e nel migliore dei modi.

Oltre a proporre un lungo streaming per tenere compagnia a chi come noi #restaacasa, gli organizzatori hanno deciso di creare una raccolta fondi per sostenere lo sforzo del sistema sanitario nazionale.
Le indicazioni per un’eventuale donazione, che consigliamo caldamente, le potete trovare sul sito web www.litaliachiamo2020.it .

Ovunque voi siate, non siete soli.
Non abbiate paura, ce la faremo!

*Lo Staff

Il cammino dell’arco

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IL CAMMINO DELL’ARCO

Autore: Paulo Coelho
Anno: 2005
Casa editrice: La nave di Teseo

.: SINOSSI :.

Tetsuya è il miglior arciere del paese, ma si è ritirato a vivere come un umile falegname in una valle remota. Un giorno, un altro arciere venuto da lontano lo rintraccia e si presenta a lui per confrontarsi col migliore di tutti. Tetsuya raccoglie la sfida, in cui dimostra allo straniero che non basta l’abilità tecnica per avere successo, con l’arco e nella vita. Un giovane del villaggio ha assistito al confronto, e implora Tetsuya di insegnargli il cammino dell’arco di cui ha tanto sentito parlare. Il maestro cede all’entusiasmo del giovane e decide di rivelargli i suoi segreti, che non faranno di lui soltanto un bravo arciere, ma soprattutto un grande uomo. Il ragazzo, attraverso una serie di consigli ed esempi, impara così a scegliere con cura gli alleati, a concentrarsi sul giusto obiettivo, a lavorare su di sé con costanza per migliorarsi, trovando la serenità anche nei momenti burrascosi. Vent’anni dopo il successo mondiale del Manuale del guerriero della luce, Paulo Coelho regala ai suoi lettori una nuova intensa storia di formazione.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Con una serie di aforismi, più o meno lunghi, Coelho ci accompagna, tramite le parole del saggio Tetsuya, in un viaggio che durerà tutta la nostra vita.
Il cammino dell’arco non è altro che una metafora, forse un po’ prevedibile, della vita e delle sue difficoltà.
Mi aspettavo esattamente quello che ho trovato quindi, in realtà, devo dirmi piuttosto soddisfatta: le parole di Coelho sono belle, scelte con cura e le metafore reggono facendo nascere una lettura a due livelli interpretativi che è comunque degna di rispetto. Personalmente, non sono un’amante sfegatata di questo stile breve e cadenzato. Lo trovo più adatto ad un libro di poesie che ad un libro che vuole mostrarsi come un romanzo che racconta una storia.
Sicuramente, gli insegnamenti di Tetsuya possono essere utili a chiunque in un momento di difficoltà: è sempre bene ricordarsi che la vita è un viaggio e ogni avversità è solo passeggera. In fin dei conti, ha aiutato anche me.

Mi sento di dare al libro un 8/10, come ho detto sopra, immaginavo di trovarmi davanti qualcosa scritto questo stile e ha pienamente soddisfatto le mie aspettative, la sola cosa che non ho apprezzato è stato il tentativo di dare una storia a qualcosa che di per sé reggeva senza bisogno di aiuto.
Lo consiglio a chi vuole leggere qualcosa di leggero e veloce e a chi sta cercando risposte e soluzioni a momenti dolori della propria vita.

*Volpe

Coraggio!

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CORAGGIO!

Autore: Gabriele Romagnoli
Casa Editrice: Feltrinelli
Anno: 2016

.:SINOSSI:.

In principio c’era don Abbondio con il suo “Il coraggio, uno non se lo può dare”. Un grande personaggio illuminato nella sua neghittosa rinuncia a scegliere il bene. Gabriele Romagnoli percorre le strade del coraggio a partire dal senso caldo dell’esortazione che spesso abbiamo conosciuto nella vita: il coraggio che, da piccoli, ci sprona a camminare, pedalare, pattinare, quello che ci invita a non avere paura, o ad alzare la testa. Non si parla in questo libro del coraggio che fa di un uomo un guerriero armato o un cieco cercatore di morte (inferta o subita). Qui si parla del coraggio che la Francia del premio Carnegie dedicava “agli eroi della civiltà”. Fra questi “eroi”, un Antonio Sacco che nel 1936 compie il suo atto di coraggio e poi è dimenticato. Per Romagnoli, “Sacco A.” diventa un’ossessione e solo in chiusura scopriamo con lui, anzi grazie a lui, le gesta di cui fu protagonista. Ma prima di arrivare a quel giorno del 1936, Romagnoli stila un suo personale catalogo di uomini coraggiosi, come Éric Abidal, il calciatore che vince la Champions League pochi mesi dopo la diagnosi di un tumore; il capitano Rowan, incaricato di portare un messaggio al capo dei ribelli nel mezzo della giungla cubana; il senatore Ross, che col suo voto salva la presidenza degli Stati Uniti; o perfino un personaggio letterario come Stoner, e il suo no che finisce con il segnare una vita e una carriera. Romagnoli ci accompagna in questa strada dandoci del tu, ci vuole a fianco, perché tutti si possa riconoscere l’umiltà e la bellezza di un coraggio che fa della vita una vita giusta. Dopo Solo bagaglio a mano, un altro necessario esercizio di filosofia dell’esistenza.

Il coraggio ha questo potere perché non è un’idea, ma un atto. Supera la prova dei fatti. Si mostra. Viene a dirti: ecco, ci sono uomini che non si fermano, non si adeguano, sono tuoi simili. Se vuoi, puoi essere come loro.

.:IL NOSTRO GIUDIZIO:.

Questo libro è stato davvero di grande ispirazione per me. Romagnoli è un giornalista ma in questo brevissimo libro si rende autore di grande talento.
Non ha alcuna difficoltà a creare una buona trama, che ha inizio da un episodio personale, e a svilupparla tramite racconti di diversi episodi.
E’ molto bravo a creare descrizioni efficaci e capaci di stimolare l’immaginazione del lettore: a volte, durante la lettura, si ha la sensazione di essere stati presenti ad un determinato evento.
Il leitmotif di questo libro non è difficile da individuare: il titolo lo esprime  gran voce accompagnandolo ad un punto esclamativo.
Coraggio!
Una parola semplice che tutti noi usiamo quotidianamente e il cui significato dalle mille sfaccettature è analizzato per filo e per segno da questo capace giornalista. Si comincia analizzando proprio le notizie recenti riportate dal giornale: notizie che parlano di morte, sciagura e, soprattutto, di paura. Sembrano tralasciare quasi volutamente gli aspetti positivi, i piccoli esempi di coraggio che accompagnano sempre una disgrazia.
Romagnoli ci fa una carrellata di esempi di coraggio quotidiano presentandoci eroi di cui probabilmente non abbiamo mai neanche sentito parlare: ci racconta le loro vicende e ci mostra come, fino ad un secondo prima di compiere il gesto coraggioso, fossero esattamente come noi.
Il senso del romanzo? Darci speranza, credo. Farci vedere che siamo noi i primi a poter cambiare le cose, che non serve essere speciali per fare qualcosa di grande o di buono.

Io a questo brevissimo romanzo do un voto di 9/10. Mi è parso che il finale, naturalmente incentrato sulla vicenda personale dell’autore, fosse troppo affrettato. Immagino la causa sia la privacy, ma ammetto che avrei voluto conoscere di più.
E’ un libro semi-filosofico, lo consiglio a chi ama scavare nell’animo umano.

*Volpe

L’ultima riga delle favole

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L’ULTIMA RIGA DELLE FAVOLE

Autore: Massimo Gramellini
Casa Editrice: Tea Edizioni
Anno: 2010

.: SINOSSI :.

Tomàs è una persona come tante. E, come tante, crede poco in se stesso, subisce la vita ed è convinto di non possedere gli strumenti per cambiarla. Ma una sera si ritrova proiettato in un luogo sconosciuto che riaccende in lui quella scintilla di curiosità che langue in ogni essere umano. Incomincia così un viaggio simbolico che, attraverso una serie di incontri e di prove avventurose, lo condurrà alla scoperta del proprio talento e alla realizzazione dell’amore: prima dentro di sé e poi con gli altri. Con questa favola moderna che offre un messaggio e un massaggio di speranza, Massimo Gramellini si propone di rispondere alle domande che ci ossessionano fin dall’infanzia. Quale sia il senso del dolore. Se esista, e chi sia davvero, l’anima gemella. E in che modo la nostra vita di ogni giorno sia trasformabile dai sogni.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Con una certa maestria, Gramellini è riuscito a mettere in un romanzo tutto ciò che serve per renderlo interessante e, com la stessa bravura, è riuscito, a mi avviso, a non sfruttarlo.
La vicenda è chiaramente un’allegoria: Tomàs, protagonista un po’ piatto, deve affrontare un viaggio interiore fino al raggiungere la consapevolezza di sé, di cosa vuole essere e di cosa è per lui l’amore.
Il problema, secondo me, è stato dare a questa allegoria troppa forma e troppa materialità con il solo risultato di far somigliare il romanzo ad un fantasy. Questa scelta ha ottenuto il solo risultato di confondermi.
Lo stile è semplice, sicuramente adatto ad una simpatica lettura estiva: nessuna descrizione lunga e i dialoghi restano sempre sul semplice spesso presentandosi in forma di filastrocca, cosa che alla lunga ha cominciato ad irritarmi un po’.
Ho trovato i personaggi un po’ irrealistici. E’ vero: mentre Tomàs affronta il suo viaggio, incontra anche personaggi completamente inventati, ma ci sono altri personaggi che dovrebbero essere persone vere che sono molto piatti, poco analizzati.
Io mi sento di dare 7/10 a questo romanzo.
Probabilmente, questo non è la lettura adatta a me in questo particolare momento della vita e non dubito che qualcuno potrebbe trovarlo un ottimo libro: la stoffa la ha, per me semplicemente non è stata sfruttata a dovere. La lettura è stata complessivamente piacevole e alcuni capitoli mi hanno colpita particolarmente lasciandomi qualche bella citazione nel cuore.

*Volpe

La storia dietro la storia – Katie e Dalton: la coppia che ispirò “Colpa delle stelle”

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Tutti conoscono, o hanno sentito nominare almeno una volta, il romanzo di John Green “Colpa delle stelle” (“The Fault in Our Stars” in lingua originale): la commovente storia d’amore tra Hazel Grace Lancaster e Augustus Waters che racconta con malinconico romanticismo la difficile realtà della malattia, del lutto e della sofferenza resa più leggera dall’amore e dall’amicizia.
Non tutti però sanno che ad ispirare John Green nella stesura di questo bestseller è stata una coppia in carne ed ossa: Katie e Dalton Prager; due giovani entrambi affetti da fibrosi cistica che, dopo essersi conosciuti appena diciottenni, hanno vissuto la loro storia d’amore coronandola nel 2011 con le nozze.
Una storia dietro la storia che, a differenza di quella scritta da John Green, è riuscita a conquistarsi il suo più che dovuto lieto fine, una testimonianza coraggiosa e una storia d’amore di cui Katie e Dalton hanno voluto scrivere insieme la parola “fine”.
Il 21 settembre Dalton Prager si è spento alla giovane età di venticinque anni e oggi, a soli due giorni di distanza, sua moglie Katie lo ha raggiunto.
Vedere, in questa triste circostanza, un epilogo positivo può sembrare azzardato, se non impossibile, ma probabilmente non poteva esserci per questi due giovani che hanno affrontato coraggiosamente la vita e la malattia, amandosi e rispettandosi giorno dopo giorno senza cedere alla paura della morte, un finale migliore: restare, ancora una volta e ora per sempre, accanto al proprio compagno di vita con la dolce consapevolezza che, questa volta, nulla li potrà separare.

*Jo

 

“LIEBESTRAUME – SOGNO D’AMORE”, CONVERSAZIONE CON DANIELA IANNONE

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E’ stato da poco pubblicato il terzo romanzo di Daniela Iannone “Liebestraume – Sogno d’amore”: un racconto che narra della malvagità e dell’avidità di un uomo crudele e della commovente storia d’amore senza tempo tra contessina Miranda Varriale e il giovane Laerte.
Passato e presente sono intrecciati, un incubo si trasforma in un sogno d’amore che, nelle dolci note melodiche e romantiche di “Liebestraume” suonato al pianoforte, ci riporta nell’Ottocento anche se sarà necessario aspettare oltre centocinquanta anni perché il sogno si realizzi.

Per salutare questa nuova uscita, Volpe ha intervistato l’autrice Daniela Iannone che ha gentilmente risposto a tutte le nostre domande.

-Per prima cosa, vorrei ringraziarla per il tempo che ci ha concesso e vorrei conglaturarmi per la pubblicazione di “Liebestraume”, il suo terzo romanzo. Una prima curiosità a riguardo: come mai, dopo due avvincenti gialli, ha deciso di dedicarsi alla scrittura di un romanzo fantasy?
Domanda molto interessante. Ci pensavo anche stamattina.
L’ho fatto per mia madre che un giorno mi ha rimproverato dicendo: “scrivi solo di omicidi, perché non racconti anche una bella storia d’amore?”.
Così ha provato con le prime idee, ma andando avanti con la scrittura è stato inevitabile inserire un paio di morti qua e là. Proprio ieri sera una mia amica, che sta leggendo il punto del romanzo in cui i personaggi fanno l’amore, mi ha detto: “E’ più forte di te, la trama gialla si intuisce anche nel romanzo rosa.”.
Il romanzo è comunque strutturato in tre parti, quando finisce la prima parte si rimane in sospeso fino alla terza. C’è suspense come se fosse un thriller pur rimanendo romantico.
Non mi sono, in ogni caso, mai pentita di aver provato un altro genere.

13181205_1381671091850416_732723509_n-Informandomi un po’, ho scoperto che una parte dei proventi ricavati proprio da “Liebestraume” andranno ad Asamsi, un’associazione che si occupa della SMA (Atrofia Muscolare Spinale). Cos’ha portato a questa sua decisione?
Io stessa sono affetta da questa malattia genetica che mi impedisce di camminare e i miei muscoli sono molto deboli.
Sono refente per il Lazio dell’associazione Asamsi e, in tutta sinicerità, vivendo io stessa in queste condizioni mi è venuto del tutto naturale.

-Posso immaginare!
Bene, torniamo un attimo al libro: ci può parlare un po’ dei protagonisti? Come sono Miranda Varriale e Laerte?
Miranda è una ragazza molto tenace: mette a rischio la propria vita pur di non rinunciare all’amore. Ha molto di me.
Sensibile ma pratica, dura e razionale seppur dolce.
Ho dedicato il libro a lei, a Miranda, che ha lottato tutta la vita e anche oltre. È un libro per tutte le Miranda che nella vita hanno un sogno, un progetto, un obiettivo e lo portano avanti fino in fondo a costo di tutto, non per testardaggine ma perché è lo scopo della loro esistenza. Altro non c’è, la vita è fatta solo di quello e tutti gli ostacoli vengono affrontati nonostante si sia stanchi e si potrebbe facilmente mollare.

-Davvero un bell’incoraggiamento! Oltretutto, Miranda sembra molto interessante come personaggio. Curiosando in internet, ho letto di un suo nuovo, grandissimo successo riguardante “Il veleno dei santi”: ll suo secondo libro, se non erro, verrà portato alla “Book Expo America” a Chicago! Si aspettava una tale notizia?
Ne sono molto felice, davvero! non me lo aspettavo è un riconoscimento molto importante: anche se è solo una esposizione, già sapere di essere dall’altra parte del mondo è una grandissima soddisfazione.

-Sì, credo anche io che sia un enorme traguardo! Una domanda un po’ più personale adesso: che cosa l’ha fatta avvicinare alla scrittura?

Credo che sia stata un po’ colpa è merito della malattia: non potendo partecipare ai giochi che facevano tutti gli altri bambini, io ho iniziato a fare cose diverse da loro come, per esempio, leggere e scrivere.
Ho iniziato a leggere a 4 anni e poi, alle elementari, ho scoperto i compiti in classe. Ero molto felice quando mi veniva data la possibilità di scrivere, ma per me non era mai abbastanza, così, scrivevo sempre appena ne avevo l’occasione!
Crescendo, ho cominciato a leggere Camilleri e uno degli ultimi libri che ho letto non mi è piaciuto: ne ho discusso il finale dicendo che io l’avrei scritto in modo diverso.
Lì mi si è accesa una lampadina! Perché non scrivere io un libro? Così ho cominciato, senza tante aspettative, non sapevo dove mi avrebbe portato quello quello che stavo scrivendo.  Una volta finito, ho preso in considerazione il fatto che anche altre persone avrebbero voluto magari leggerlo e così ho cominciato a contattare le case editrici finché “Il filo” non mi ha fatto la prima proposta di pubblicazione.
Per quanto riguarda il secondo libro, la cosa è un po’ più simpatica: mi mancavano i personaggi che avevo lasciato ne  “Il Volto dello Specchio” e così li ho fatti rinascere ne “Il Veleno dei Santi” continuando la loro vita. Ora sto scrivendo il terzo capitolo della saga pur gettando, ogni tanto, un occhio anche su altri argomenti.
Per quanto riguarda “Il Veleno dei Santi”, ne ho scritto anche la sceneggiatura e sto cercando di proporla a vari registi. So che questo progetto è molto ambizioso e difficile, purtroppo il mondo del cinema è “a numero
chiuso”: o sei figlio d’arte o uno scrittore affermato da milioni di copie. E’ difficile proporsi.

-Immagino che lei speri che l’esposizione alla Book expo possa aiutarla anche in questo abizioso progetto.
Sì, ci spero davvero molto.
Nella mia borsa c’è sempre una copia della sceneggiatura nella speranza di incontrare anche qualcuno per strada che sia disposto a produrla. So che sembro ironica, ma lo faccio davvero!

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Ciack del booktrailer de “Il Veleno dei Santi”, disponibile su YouTube

-Ammetto che un po’ lo spero anche io. Dopo quello che mi ha raccontato posso dire che lei potrebbe essere un’ottima fonte di ispirazione “per tutte le Miranda che nella vita hanno un sogno”, come ha detto lei. Le chiedo quindi di assumere qualche secondo il ruolo di mentore e di dare un consiglio a tutti quegli scrittori emergenti che stanno un po’ perdendo la speranza.
Mi viene da rispondere in modo naturale e di getto senza pensarci troppo: scrivere è senz’altro una passione innata. Molti lo fanno per far uscire le proprie emozioni ma credo che per quello ci sia lo psicologo. Se io dovessi scrivere secondo le mie emozioni non sarebbe molto interessante, infatti molti mi hanno chiesto se i miei libri trattino la mia malattia o comunque la mia vita, io rispondo che non è necessario scrivere di me: la malattia ha già preso tanto e non si merita anche dei libri! Bisogna scrivere per passione, bisogna scrivere pensando a chi leggerà se si vuole arrivare ad una pubblicazione, altrimenti è meglio scrivere un diario.
Dipende da ciò che si vuole, da che tipo di prodotto si vuol confezionare: mi è capitato, infatti, di leggere di persone che scrivono perché vogliono esternare le proprie emozioni non credo sia il modo giusto di iniziare a scrivere un libro da pubblicare. Si deve pensare ad un pubblico se si vuole vendere altrimenti, come dicevo prima, è meglio scrivere un diario
.
Non voglio essere cinica, ma il mondo di fuori è duro per tutti e scrivere non può essere solo un piacere per sé, deve esserlo anche per il lettore.
Se si vuole scrivere davvero lo si deve prendere come un lavoro. Un lavoro come tutti gli altri che va fatto con passione e deve avere delle regole: scrivere solo di sé o solo delle proprie emozioni non può essere un lavoro.
Dicendo questo voglio rivolgermi esclusivamente alle persone che scrivono con lo scopo di vendere, di fare della scrittura il proprio lavoro,  alle persone che non si fermano al primo libro ma comunque vanno avanti. Molti scrivono e si fermano al primo romanzo o comunque si autoproducono, bisogna credere che qualcun’altro creda nel nostro lavoro.

-Capisco: in sostanta dice che va bene mettere un po’ di sè nel proprio romanzo ma esagerare e scrivere solo di sé rende impossibile la produzione di un buon romanzo e ci fa credere un po’ nell’impossibile, dico bene?
Sì, nel senso che ho visto persone scrivere solo della propria situazione come, ad esempio, delle loro difficoltà emotive e mi è quasi parso di fare una seduta di gruppo. Non è per criticare né, tantomeno, per offendere, ma credo che il racconto della propria vita possa interessare a pochi intimi, non dà molti sbocchi professionali.
Molte persone, infatti, quando faccio le presentazioni, mi chiedono se nei miei libri io abbia raccontato la mia vita, credono che io abbia solo la mia malattia di cui parlare, ma in realtà ho una vita privata, ho un compagno e aspiro ad avere un bambino; vado a fare la spesa come tutti, mi piacciono i film con parecchi misteri da risolvere, le serie televisive poliziesche, guardo anche programmi divertenti. Quello che sono io non può diventare un libro. Posso dare alcune delle mie caratteristiche a qualche personaggio, questo è inevitabile, ma raccontare, ad esempio, che da bambina, mentre tutti giocavano a nascondino, io leggevo non lo trovo interessante per gli altri.
Con il mio ultimo libro ci si commuove, alla fine, ma è comunque finzione.
Purtroppo nessuno si aspetta da una ragazza sulla sedia a rotelle omicidi, autopsie, coppie gay che adottano bambini o sesso fatto sulla scrivania dell’ufficio del commissario. Ci sono molti pregiudizi.
Con i miei libri ho stupito molta gente, ma ho anche dato un’immagine di una persona che sta sulla sedia a rotelle e che può fare qualcosa di diverso oltre che discutere riguardo la propria condizione fisica.
Penso che far conoscere i miei libri sia importante proprio per questo: voglio essere da monito per tutti quelli che si chiudono nella propria disabilità pensando di non poter dare altro.
-Penso che dalla tua ultima affermazione passi un ottimo messaggio.
Bene, direi che la nostra intervista può ritenersi conclusa, tuttavia se c’è qualcosa che non ho toccato ma a lei sembra importante, siamo tutti orecchie.
No, mi sembra che abbiamo detto tutto.
Ci terrei soltanto a dire che ho scritto tutti e tre i miei romanzi con una sola mano, perché utilizzo soltanto la destra. Questo può essere un modo per dire a tutti che, quando si vuole davvero fare qualcosa, la si deve fare con tutta la forza che si ha in corpo. Non esistono le parole “non posso” o “non ce la faccio”. Quando si vuole fare qualcosa, la si fa e basta. Bisogna solo volerlo, volerlo con tutte le proprie forze.
Questo vale per qualsiasi cosa, a questo proposito mi piacerebbe citare una frase di Sant’Agostino che ho inserito nel libro: “Chi vuol raggiungere qualcosa ha l’ardore del desiderio il desiderio e la sede dell’anima.”
Riprende anche un po’ la dedica a Miranda di cui parlavo prima.
Come frase iniziale, invece, ne “Il Veleno dei Santi” ho pensato di scrivere: “Ci vuole coraggio per essere felici”. E’ un po’ quello che ho cercato di dire anche prima.

-Grazie ancora per questi contributi e piccoli insegnamenti di vita. Grazie per il tempo che ci ha dedicato, è stato molto illuminante!
Grazie a te per avermi dato la possibilità di far conoscere nuove realtà e per dar visibilità ai miei libri! Un abbraccio!
*Volpe