Encanto diventerà il nuovo Frozen?

A circa due mesi dalla sua uscita al cinema e sulla piattaforma Disney+, Encanto resta sulla cresta dell’onda confermandosi come un successo e restituendo un po’ di notorietà alla Disney (non Pixar ndr) reduce, tra live action e storie con più buchi di uno scolapasta, da un periodo tutt’altro che florido.
Naufragate definitivamente le speranze di un ritorno all’animazione tradizionale, Encanto riesce ugualmente a convincere e ad appassionare conquistando grandi e piccini grazie ad un approfondimento psicologico e una trama capaci di coinvolgere tutti; cosa che, per esempio, non è riuscita con Raya e l’ultimo drago e solo parzialmente con i due capitoli di Frozen.

Volenti o nolenti, tutti conoscono (almeno a grandi linee) la trama di Encanto ma, per fugare ogni dubbio, la riproponiamo brevemente.
Mirabel Madrigal, la protagonista, è l’unica della sua famiglia a non avere un talento (=un potere magico) e per questo si considera, ed è considerata, la pecora nera della famiglia. Quando qualcosa minaccia il miracolo (la fonte dei poteri della famiglia Madrigal), Mirabel decide di indagare e di salvare il miracolo sperando, in cambio, di ottenere finalmente a sua volta il proprio talento.

A differenza della maggior parte dei film Disney (dove l’attenzione si concentra sul legame tra due massimo tre personaggi) Encanto è un arazzo dove ogni personaggio risulta necessario senza essere indispensabile: tutti i membri della famiglia Madrigal hanno una loro caratterizzazione che riesce ad emergere a prescindere dal tempo che trascorrono in scena.

A capo della famiglia Madrigal c’è Alma Abuela” (= nonna) Madrigal: una donna spigolosa come il suo profilo. Abuela non è esattamente la nonna che passa le caramelle ai nipoti all’insaputa dei genitori, al contrario è una donna con un forte senso del dovere, che preferisce le certezze alle sorprese e che riversa sul resto della sua famiglia quel che traborda delle altissime aspettative che ha, prima di tutto, verso se stessa.
Controcanto di Abuela è Mirabel: un’adolscente come tutte le altre, letteralmente dal momento che non ha poteri magici, che sprizza energia e creatività da ogni poro e che vuole dimostrare alla nonna, prima che a se stessa, che anche senza talenti anche lei è capace di fare qualcosa di bello e di buono per gli altri. Empatizzare con Mirabel è naturale per via della sua caratterizzazione umana: da “vera” adolescente; a differenza dei protagonisti a cui non solo la Disney ci ha abituato, e che abbondano per esempio nella letteratura per i giovani adulti, Mirabel non ha bisogno di affrontare pericoli e avventure, e l’unica sfida che affronta (con successo a differenza di altri personaggi adulti del lungometraggio) è quella che la porta a scoprire, comprendere ed amare ciò che si nasconde dietro alle apparenze dei suoi familiari: cominciando dalle sorelle per finire con Abuela stessa.
Trattandosi di un film Disney, introdotti questi due personaggi, dagli altri non ci si aspetta che qualche comparsata occasionale giusto per creare qualche pretesto o riempire i buchi di trama, e invece no: anche i personaggi secondari di Encanto hanno una dignità.
Accanto a Mirabel troviamo la sua famiglia: Julieta, la madre, che guarisce con il cibo e funge un po’ da “grillo parlante” per il resto della famiglia cercando di mediare, essere la voce della coscienza e l’interprete dei bisogni dei suoi familiari, il padre Augustin (unico altro “normale” insieme al cognato Felix), e le sorelle maggiori Isabela e Luisa.
Isabela è, almeno all’apparenza, la principessa Disney per eccellenza: tutta rosa e fiori (letteralmente dato che il suo vestito è rosa e il suo potere è quello di far sbocciare ogni pianta e fiore), aggraziata e bellissima; è la pupilla di Abuela che spera di poterla presto accasare con un giovane della città di Encanto per garantire alla famiglia una nuova generazione di talenti (cosa che io ho trovato un po’ cringe). Dietro la sua vita apparentemente perfetta, tuttavia, anche Isabela è infelice e si sente prigioniera tanto dei progetti della famiglia su di lei, quanto del suo stesso potere che l’ha ufficialmente consacrata come la “perfettina” di casa essendo, oltretutto, uno dei talenti più vistosi della famiglia.
Luisa, invece, è la sorella di mezzo e ha la forza di Ercole, Maciste e Sansone messi insieme. All’apparenza instancabile e invincibile, anche Luisa ha, come Mirabel scoprirà, delle debolezze che ha soffocato per non deludere le aspettative che la famiglia ha su di lei.
A chiudere il cerchio di questa prima carrellata di Madrigal ci pensa Augustin Madrigal, il padre delle tre ragazze, che, essendo a sua volta un “senzapoteri” come la figlia più piccola è sempre pronto a darle il suo sostegno e a proteggerla da chiunque provi a farle pesare la sua diversità.
Dall’altra parte troviamo Pepa Madrigal (sorella di Julieta e di Bruno) la più emotiva della famiglia al punto da riuscire ad influenzare il meteo con il suo stato d’animo. A differenza di Julieta e Bruno, Pepa replica all’intransigenza della madre con la propria emotività riuscendo, così, a scansare o almeno alleggerire il carico delle aspettative su di lei. Al suo fianco troviamo il marito Felix di nome e di fatto: Felix è un “senzapoteri”, ma non si lascia impensierire da questo impegnato com’è ad essere, in ogni situazione, l’anima della festa.
I figli di Pepa e Felix sono, in ordine, Dolores, Camillio e Antonio. Dolores è la tipica persona che non si sente, non si vede, ma sa comunque sempre tutto sulla famiglia: compito facile quando si ha il superudito come talento, tuttavia Dolores non utilizza questo suo dono per spettegolare o civettare, è anzi molto timida e riservata e condivide solo le informazioni che ritiene possano tornare utili anche al resto della famiglia (spesso non pensando alle conseguenze che queste potrebbero avere).
Camillo è forse il meno abbozzato dei membri della famiglia Madrigal: il suo potere è quello di cambiare forma e assumere le sembianze di chi ha visto almeno una volta di persona. Come il padre sembra essere sempre allegro e pronto allo scherzo e forse per questo, essendo già presente un gallo nel pollaio Madrigal, rischia di passare quasi innoservato.
Antonio è il più piccolo dei Madrigal e, come un principino Disney, ha il dono di parlare con gli animali sfruttando queste sue capacità comunicative per svelare i piani dai quali gli adulti vorrebbero tenerlo fuori. Inizialmente Antonio risente molto delle aspettative da parte del resto della famiglia, la sua cerimonia del talento (un evento a cui partecipa tutto il paese, giusto per non mettere altre pressioni, durante il quale i Madrigal ricevono il loro potere) è la prima dopo quella di Mirabel andata a rotoli e, per questo, tutti guardano a lui come ad una cartina torna sole per sapere se il miracolo è ancora “funzionante”. Antonio è tanto timido ed insicuro con le persone (ad eccezione di Mirabel), quanto spigliato con gli animali: siano essi innocue scimmiette, un feroce leopardo o un serpente.
Non si nomina Bruno! E invece sì, spendiamo due parole anche per Bruno (nome contro cui tanto la Disney quanto la Pixar sembrano accanirsi volentieri). Bruno è il “gemello di mezzo” (se così si può dire) tra Julieta e Pepa e il suo dono è prevedere il futuro. Timido ed introverso, viene spesso frainteso e bistrattato al punto da essere temuto e odiato da tutti che lo considerano un uccello del malaugurio.

Rispetto a Frozen, ultimo film Disney incentrato sulla famiglia e sui rapporti tra i vari membri, Encanto offre allo spettatore una rosa di personaggi per i quali simpatizzare e con i quali immedesimarsi; questa varietà non è un mero espediente per guadagnare pubblico, ma permette al film di trattare tematiche che raramente riescono ad essere sviluppate adeguatamente in un film per bambini.
Se già in Frozen il personaggio di Elsa aveva introdotto l’archetipo di persona insicura e prigioniera del suo ruolo (e del proprio potere), Encanto approfondisce la tematica scendendo ancor più nel dettaglio e svelando quei meccanismi che, spesso inconsapevolemente e senza cattiveria, si instaurano nelle famiglie normali. Luisa rappresenta la figlia (solitamente la maggiore) iper responsabilizzata, che va avanti come un treno senza fermarsi davanti a niente e nessuno per risultare sempre degna della fiducia dei propri cari. Isabela è la pupilla della famiglia quella che, per intenderci, ai pranzi di natale risponde “bene” alla domanda “e il fidanzatino?”, che prende voti altissimi in tutte le materie (se solo non fosse per quel 9 in educazione fisica che le rovina la media!), è brava coi bambini, fa volontariato nel gattile locale ed è stata scelta per rappresentare la scuola ai campionati regionali di nonsisabenecosa. Dietro la sua perfezione, tuttavia, si nasconde (come spesso accade per i/le “ragazz* prodigio” ) una persona costretta a sacrificare tanto per non deludere mai nessuno e che, nel fiore degli anni, comincia a sentire il peso della propria abnegazione.

La varietà e la cura dei personaggi non è l’unico elemento a rendere Encanto un capolavoro dell’animazione.
Rispetto a Raya e l’ultimo drago e i due capitoli di Frozen, graficamente parlando Encanto risulta più maturo e gradevole da guardare. Rispetto ad altri film Disney, le location sono minori e gran parte delle scene si svolgono tra le strade di Encanto o in casa Madrigal; in un primo momento questa povertà di scene può sembrare il frutto di una scelta “al risparmio”, ma (ri)guardando il film è possibile accorgersi di tanti particolari che, probabilmente, non sarebbero stati altrettanto curati avendo da gestire più scenari. Anche la cura dei personaggi è davvero impeccabile; i rami della famiglia Madrigal sono infatti caratterizzati da palette diverse: bluastro/viola per la famiglia di Julieta (con Augustin, Isabela, Luisa e Mirabel), arancione/giallo per quella di Pepa (con Felix, Dolore, Camillo e Antonio), verde per Bruno e viola/magenta per Abuela. Queste distinzioni cromatiche sono necessarie nel momento in cui si hanno tanti personaggi, per lo più imparentati tra loro, in scena, ma non è questo il solo indizio che testimonia la cura messa dalla produzione nella realizzazione dei personaggi. Ogni personaggio ha, infatti, un abbigliamento con dettagli che richiamano il suo potere: l’abito di Isabel è ricoperto di balze e di fiori, quello di Luisa ha un motivo che ricorda dei bilanceri, mentre Mirabel ha un abito con una fantasia estrosa e molto colorata; Dolores ha un decoro simile a delle onde sonore che le fregia il colletto della camiciola, Camillo un poncho con dei camaleonti e Antonio un gilet con diversi animali ricamati sopra. Anche Julieta e Pepa hanno, rispettivamente, un grembiale con diverse varietà di fiori ed erbe medicamentose ricamate sopra e un lungo vestito con un motivo a gocce di pioggia coronato da un ampio colletto che sembra un po’ una nuvola un po’ un sole splendente.

Tuttavia, ciò che davvero colpisce, e conquista, di Encanto è la colonna sonora creata da Lin-Manuel Miranda: compositore del musical Hamilton oltre che delle musiche di Oceania (tit. originale Moana), de Il ritorno di Mary Poppins e voce, in lingua originale, della scimmietta Vivo nell’omonimo lungometraggio.
La colonna sonora di Encanto è un mix di suggestioni latinoamericane che fa venire voglia di mettersi a ballare e cantare. A differenza di altri film Disney, dove solo una o due canzoni riescono a “bucare lo schermo” e ad entrare in testa allo spettatore fino a diventare un tormentone (vi ricordate Let it go? ci siamo capiti); le canzoni di Encanto sono, dalla prima all’ultima, non solo orecchiabili ma coinvolgenti per via del mix ben calibrato tra musica, ritmo e testo che, anche nelle versioni tradotte, non perde il proprio potere. Anche l’animazione ha un ruolo importantissimo: abbandonate le coreografie improbabili e impossibili da realizzare senza un oceano senziente o vagonate di ghiaccio manco fossimo alle olimpiadi invernali; il film propone, per tutte le canzoni, dei balletti facilmente replicabili che sembrano essere stati “ricalcati” da un musical per via della loro coerenza con il brano a cui sono accoppiati (una vera chicca sono le prove fatte da ballerini professionisti per aiutare i disegnatori a creare le animazioni).

Per noi il film, nonostante non sia del tutto privo di nei, ha soddisfatto le aspettative che i vari trailer avevano alimentato. Voi cosa ne pensate? Lo avete visto?

*Jo


L’ Italia Chiamò: uniti contro il Coronavirus

L’Italia non si ferma.
Nonostante le lezioni sospese, i musei chiusi e le iniziative posticipate a data da destinarsi, l’Italia non si ferma.
Si continua a lavorare, chi da casa e chi, come il personale del servizio sanitario nazionale, i medici e tutti gli operatori e i volontari, da quella che è a ragion veduta stata battezzata la “trincea”: le corsie degli ospedali e dei prontosoccorsi, gli ambulatori e tutte le strutture che stanno servendo con passione e impegno il nostro paese in queste difficili settimane.
Non ci si può muovere, ma ciò non ci impedisce di sostenerci l’un l’altro con iniziative che possono essere sia di ampio respiro sia più private e personali.
Una di queste è L’Italia Chiamò il più grande evento in streaming di tutti i tempi che sarà in onda venerdì 13 marzo dalle sei a mezzanotte e raccoglierà le voci di un’Italia che resiste, vive e spera oltre il Coronavirus.
A questa iniziativa parteciperanno in tantissimi: personalità del mondo dello spettacolo, della cultura e dell’informazione che si susseghiranno e spalleggeranno per portare a termine una maratona che, sicuramente, passerà alla storia e che nessuno dimenticherà.

Anche noi di Arcadia ci siamo uniti a questa iniziativa e su YouTube trovate il nostro contributo a questa fantastica catena culturale e di solidarietà: la poesia Giorno di pioggia, di Henry Wadsworth Longfellow letta, per l’occasione, dalla nostra Volpe.
Questo piccolo gesto è il nostro abbraccio a voi lettori e il nostro rinnovato augurio affinché tutto si concluda presto e nel migliore dei modi.

Oltre a proporre un lungo streaming per tenere compagnia a chi come noi #restaacasa, gli organizzatori hanno deciso di creare una raccolta fondi per sostenere lo sforzo del sistema sanitario nazionale.
Le indicazioni per un’eventuale donazione, che consigliamo caldamente, le potete trovare sul sito web www.litaliachiamo2020.it .

Ovunque voi siate, non siete soli.
Non abbiate paura, ce la faremo!

*Lo Staff

Frozen (non) è la Regina delle nevi

Natale si avvicina e, puntuale come un orologio, la Disney arriva nelle sale cinematografiche con un classico d’animazione pensato tanto per i piccoli quanto per i grandi.

La stagione invernale non poteva essere inagurata in maniera migliore e, per meglio preparare gli animi al clima natalizio, le sale cinematografiche si apprestano ad accogliere l’attesissimo sequel di Frozen il regno di Ghiaccio: Frozen il Segreto di Arendelle; che, stando ai rumors e alle notizie estrapolate dalle varie anteprime, dovrebbe risolvere alcuni quesiti lasciati insoluti dal primo capitolo della saga.

Esattamente come nel 2013, quando la voce di Idina Menzel che intonava Let it go aveva eclissato quella di Micheal Buble, mi è capitato di sentire frasi del tipo: “Esce il secondo film sulla favola della regina delle nevi.”

La verità è che Frozen (non) è la Regina delle nevi di Andersen tanto quanto La Sirenetta, Biancaneve , Robin Hood e tutti gli altri classici Disney sono coerenti con le favole e le storie da cui sono stati rispettivamente tratti.
La versione disneyana de La regine delle nevi, si discosta parecchio dalla favola a cui si ispira e, al termine del film, la sensazione è quella di aver visto qualcosa che ricorda solo per ambientazione e nomi il racconto di Andersen.

Schegge di ghiaccio
La storia raccontata da Andersen ruota intorno all’amicizia tra Kai e Gerda: due bambini, dirimpettai che, oltre a condividere il balcone che unisce le loro abitazioni, passano il loro tempo a giocare insieme e a coltivare fiori.
La loro infanzia è felice e spensierata fino a quando, in una notte d’inverno, i due piccoli ascoltano la storia della temibile regina delle nevi e Kai, dopo aver deriso i poteri della sovrana, viene colpito da una scheggia di ghiaccio che lo rende “cieco” e lo fa diventare cattivo.
Solo il coraggio e la fedeltà di Gerda all’amico Kai riusciranno ad annullare il sortilegio della regina delle nevi e a far scogliere il ghiaccio che attenaglia il cuore di Kai.

Nella versione della Disney la vicenda ruota intorno alle due principesse di Arendelle: la città inventata dove è ambientata la storia.
Elsa, la futura regina delle nevi, manifesta fin dai primi minuti del film il suo talento nel creare, per la gioia della sorellina Anna, giochi con la neve e con il ghiaccio.
Anche in questo caso le due bambine crescono felici e spensierate, circondate dall’affetto dei loro cari e da amici immaginari come il pupazzo di neve Olaf, ma la felicità viene spezzata da un incidente che coinvolge le due sorelle e da una scheggia di ghiaccio che, inavvertitamente, colpisce Anna causandole una perdita parziale della memoria.
In seguito all’incidente, e vinta dai sensi di colpa, Elsa si chiude in se stessa e rifiuta ogni contatto con il mondo esterno e con la sorella verso cui dimostra atteggiamenti freddi e distanti anche nei momenti più drammatici.
Questo cambiamento causa, ovviamente, dolore e dispiacere ad Anna che, complice l’amnesia, non riesce a spiegarsi il cambiamento della sorella.

Nonostante coinvolgano due coppie di personaggi completamente diverse, entrambe le versioni sono unite da un leitmotiv e da un elemento che porta ad un cambiamento in uno dei due protagonisti.
Sia Kai che Anna vengono colpiti, anche se per ragioni differenti, da una scheggia di ghiaccio; tuttavia, se nella versione di Andersen è Kai a manifestare un cambiamento in seguito a questo episodio, nel lungometraggio Disney è Elsa a subire una trasformazione e ad allontanarsi dagli affetti per rinchiudersi in una prigione di ghiaccio e solitudine.

Il racconto di Andersen è, dopotutto, una favola e in quanto tale ha degli elementi che la caratterizzano e da cui è impossibile staccarsi senza tradire la natura della narrazione: Kai e Gerda sono i protagonisti impegnati nella lotta contro la cattiva Regina delle Nevi e la negatività di questo antagonista è ben delineata in modo da non confondere il pubblico a cui la favola si rivolge.
Il film della Disney, affrancandosi dalla narrazione classica, propone una versione della Regina delle Nevi differente in cui, la regina Elsa, è protagonista e antagonista di se stessa: una sottigliezza che può sfuggire ai più piccoli, ma non è passata innoservata agli occhi degli spettatori più maturi che hanno apprezzato il conflitto che caratterizza questo personaggio rendendolo, nei limiti del possibile trattandosi di un cartone animato, più umano: Elsa, e in un certo qual modo anche sua sorella Anna, rivoluzionano ulteriormente la visione della principessa Disney portando sul grande schermo donne forti e allo stesso tempo deboli, capaci tuttavia, grazie al sostegno degli affetti, di sfruttare le loro potenzialità al meglio.

La regina delle nevi
Quando Kai viene rapito dalla Regina delle Nevi, Gerda decide di affrontare un lungo e pericoloso viaggio verso il palazzo della Regina nella speranza di riuscire a scogliere il ghiaccio che si è formato intorno al cuore del suo migliore amico.
Ovviamente la piccola riesce nel suo intento e, con le sue lacrime, riesca ad annullare l’incantesimo.

Anche nella versione disneyana una delle protagoniste si imbarca in un pericoloso viaggio alla volta del temutissimo castello della Regina delle Nevi: si tratta di Anna che, decisa a riportare la sorella ad Arendelle, parte alla ricerca di Elsa inaugurando una lunga serie di incontri bizzarri e pericoli scampati in maniera grottesca.
Arrivata al confronto con la sorella, tuttavia, Anna non riesce a raggiungere il proprio scopo e, come se non bastasse la delusione di essere nuovamente abbandonata da Elsa, la ragazza viene colpita al cuore da una seconda scheggia di ghiaccio.

Accusata di aver ucciso la sorella e aver costretto Arendelle all’inverno eterno, Elsa viene arrestata e condannata a morte.
Il ghiaccio, che inizialmente circondava solamente la Regina delle Nevi, ha preso ormai il sopravvento e ogni cosa rischia di essere trasformata in un ghiacciolo.

Frattanto Anna, erronamente data per morta, non ha abbandonato i propri propositi e, sfidando un’ultima volta il potere ormai fuori controllo della sorella, compie un gesto di vero amore nei confronti di Elsa salvandola così non solo dalla morte, ma anche e sopratutto da se stessa.
Trasformata, per via della scheggia che l’ha colpita al cuore, in una statua di ghiaccio, Anna ha dato ad Elsa ciò che le serviva per riprendere il controllo della situazione e così, mentre la regina si lascia andare ad un pianto liberatorio, una lacrima cade sul cuore di Anna sciogliendo il ghiaccio e riportandola in vita.

Anche in questo caso sono evidenti le analogie con il racconto scritto da Andersen: Anna, come Gerda, si imbarca in un pericoloso viaggio, decisa ad affrontare la Regina delle Nevi e ad aiutare sua sorella Elsa che, esattamente come Kai, viene salvata solo da un gesto d’amore gratuito e puro.
Sempre come nella versione che vede protagonisti i piccolo Kai e Gerda, anche in questa versione l’incantesimo del ghiaccio viene sciolto con una lacrima.

Fatte queste considerazioni resta la domanda: Frozen è la storia de La Regina delle Nevi?
Rispetto ai classici Disney a cui eravamo abituati, in cui solo alcuni dettagli venivano modificati o del tutto cancellati per adattare le favole al grande schermo, Frozen ha riscritto la storia de La Regina delle Nevi e, coerente con la filosofia Disney, ha utilizzato l’animazione per mandare al pubblico messaggi ed insegnamenti coerenti con le tematiche e le sfide che la nostra società affronta quotidianamente.
La realizzazione delle donne (tema ripreso ed approfondito in Zootropolis (2016), la crescita personale e il confronto con se stessi e le proprie debolezze e capacità, il valore degli affetti, primo fra tutti la famiglia, sono solo alcuni dei temi su cui Frozen pone l’accento e che, in fondo, rendono meno gravi le vistose differenze con il bellissimo racconto di Andersen.

*Jo

Non è un libro per ragazzi – “Good Night Stories for Rebel Girls”

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I libri sono maestri importanti, si sa, e tra le loro pagine troviamo lezioni di vita che non dimenticheremo mai, ci misuriamo con personaggi che ci assomigliano o che, al contrario, sono completamente diversi da noi e ci fanno vedere le cose da un punto di vista nuovo e straordinario.
Le favole sono il racconto pedagogico per eccellenza e ci insegnano che ad ogni azione corrisponde una conseguenza, che il bene vince in ogni caso, che i cattivi perdono sempre e comunque e che i draghi possono essere sconfitti.
Cosa succede però quando i libri diventano discriminanti nei confronti dei loro giovani lettori? Dopo tutto non si è mai sentito di una principessa che affronta e uccide il mostro, quello è il compito del prode cavaliere!
Esattamente come, se si spulcia tra la letteratura YA o per adulti, è quasi impossibile trovare un personaggio femminile che non debba necessariamente appoggiarsi ad un uomo che la aiuti a realizzarsi pienamente come donna.
Un altro dato interessante è questo: se si dividono i libri di una libreria domestica tra romanzi in cui non compare nemmeno un personaggio maschile, romanzi in cui non compare nemmeno un personaggio femminile e romanzi in cui le donne hanno ruoli minori o addirittura non hanno voce in capitolo; si osserverà che nelle ultime due categorie vi sono molti più libri di quanti non siano quelli che non hanno personaggi maschili e ancor meno sono i libri per bambini che propongono una protagonista femminile che non sia alla ricerca del suo principe azzurro.
Nella maggior parte dei libri e dei programmi televisivi (per grandi, piccini e per famiglie) le donne ricoprono ruoli secondari che, principalmente, servono a reiterare e consolidare stereotipi di genere e una visione ormai superata della donna nella società.
Questo dato di fatto, unitamente ad altri di ragione sociale, ha ispirato Elena Favilli e Francesca Cavallo, che sul sito di Kickstarter hanno lanciato una campagna di crowdfunding per finanziare il loro progetto: un libro di storie della buona notte per ragazze ribelli “Goodnight Stories for Rebel Girls” dove, al posto di principesse e altre figure inventate, vengono proposte le storie  di cento «donne straordinarie del passato e del presente» provenienti da tutto il mondo.
Elisabetta II, la pittrice Frida Kahlo, Jane Austen e la tennista Serena Williams sono solo alcune delle personalità che vengono proposte come modelli alle lettrici a cui il libro è indirizzato, con la speranza che, leggendo le biografie di queste grandi donne, si sentano ispirate e comincino a combattere per l’uguaglianza tra i sessi e ad ambire a quelle posizioni sociali e lavorative che, per il momento, restano una prerogativa del genere maschile.

*Jo

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“LIEBESTRAUME – SOGNO D’AMORE”, CONVERSAZIONE CON DANIELA IANNONE

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E’ stato da poco pubblicato il terzo romanzo di Daniela Iannone “Liebestraume – Sogno d’amore”: un racconto che narra della malvagità e dell’avidità di un uomo crudele e della commovente storia d’amore senza tempo tra contessina Miranda Varriale e il giovane Laerte.
Passato e presente sono intrecciati, un incubo si trasforma in un sogno d’amore che, nelle dolci note melodiche e romantiche di “Liebestraume” suonato al pianoforte, ci riporta nell’Ottocento anche se sarà necessario aspettare oltre centocinquanta anni perché il sogno si realizzi.

Per salutare questa nuova uscita, Volpe ha intervistato l’autrice Daniela Iannone che ha gentilmente risposto a tutte le nostre domande.

-Per prima cosa, vorrei ringraziarla per il tempo che ci ha concesso e vorrei conglaturarmi per la pubblicazione di “Liebestraume”, il suo terzo romanzo. Una prima curiosità a riguardo: come mai, dopo due avvincenti gialli, ha deciso di dedicarsi alla scrittura di un romanzo fantasy?
Domanda molto interessante. Ci pensavo anche stamattina.
L’ho fatto per mia madre che un giorno mi ha rimproverato dicendo: “scrivi solo di omicidi, perché non racconti anche una bella storia d’amore?”.
Così ha provato con le prime idee, ma andando avanti con la scrittura è stato inevitabile inserire un paio di morti qua e là. Proprio ieri sera una mia amica, che sta leggendo il punto del romanzo in cui i personaggi fanno l’amore, mi ha detto: “E’ più forte di te, la trama gialla si intuisce anche nel romanzo rosa.”.
Il romanzo è comunque strutturato in tre parti, quando finisce la prima parte si rimane in sospeso fino alla terza. C’è suspense come se fosse un thriller pur rimanendo romantico.
Non mi sono, in ogni caso, mai pentita di aver provato un altro genere.

13181205_1381671091850416_732723509_n-Informandomi un po’, ho scoperto che una parte dei proventi ricavati proprio da “Liebestraume” andranno ad Asamsi, un’associazione che si occupa della SMA (Atrofia Muscolare Spinale). Cos’ha portato a questa sua decisione?
Io stessa sono affetta da questa malattia genetica che mi impedisce di camminare e i miei muscoli sono molto deboli.
Sono refente per il Lazio dell’associazione Asamsi e, in tutta sinicerità, vivendo io stessa in queste condizioni mi è venuto del tutto naturale.

-Posso immaginare!
Bene, torniamo un attimo al libro: ci può parlare un po’ dei protagonisti? Come sono Miranda Varriale e Laerte?
Miranda è una ragazza molto tenace: mette a rischio la propria vita pur di non rinunciare all’amore. Ha molto di me.
Sensibile ma pratica, dura e razionale seppur dolce.
Ho dedicato il libro a lei, a Miranda, che ha lottato tutta la vita e anche oltre. È un libro per tutte le Miranda che nella vita hanno un sogno, un progetto, un obiettivo e lo portano avanti fino in fondo a costo di tutto, non per testardaggine ma perché è lo scopo della loro esistenza. Altro non c’è, la vita è fatta solo di quello e tutti gli ostacoli vengono affrontati nonostante si sia stanchi e si potrebbe facilmente mollare.

-Davvero un bell’incoraggiamento! Oltretutto, Miranda sembra molto interessante come personaggio. Curiosando in internet, ho letto di un suo nuovo, grandissimo successo riguardante “Il veleno dei santi”: ll suo secondo libro, se non erro, verrà portato alla “Book Expo America” a Chicago! Si aspettava una tale notizia?
Ne sono molto felice, davvero! non me lo aspettavo è un riconoscimento molto importante: anche se è solo una esposizione, già sapere di essere dall’altra parte del mondo è una grandissima soddisfazione.

-Sì, credo anche io che sia un enorme traguardo! Una domanda un po’ più personale adesso: che cosa l’ha fatta avvicinare alla scrittura?

Credo che sia stata un po’ colpa è merito della malattia: non potendo partecipare ai giochi che facevano tutti gli altri bambini, io ho iniziato a fare cose diverse da loro come, per esempio, leggere e scrivere.
Ho iniziato a leggere a 4 anni e poi, alle elementari, ho scoperto i compiti in classe. Ero molto felice quando mi veniva data la possibilità di scrivere, ma per me non era mai abbastanza, così, scrivevo sempre appena ne avevo l’occasione!
Crescendo, ho cominciato a leggere Camilleri e uno degli ultimi libri che ho letto non mi è piaciuto: ne ho discusso il finale dicendo che io l’avrei scritto in modo diverso.
Lì mi si è accesa una lampadina! Perché non scrivere io un libro? Così ho cominciato, senza tante aspettative, non sapevo dove mi avrebbe portato quello quello che stavo scrivendo.  Una volta finito, ho preso in considerazione il fatto che anche altre persone avrebbero voluto magari leggerlo e così ho cominciato a contattare le case editrici finché “Il filo” non mi ha fatto la prima proposta di pubblicazione.
Per quanto riguarda il secondo libro, la cosa è un po’ più simpatica: mi mancavano i personaggi che avevo lasciato ne  “Il Volto dello Specchio” e così li ho fatti rinascere ne “Il Veleno dei Santi” continuando la loro vita. Ora sto scrivendo il terzo capitolo della saga pur gettando, ogni tanto, un occhio anche su altri argomenti.
Per quanto riguarda “Il Veleno dei Santi”, ne ho scritto anche la sceneggiatura e sto cercando di proporla a vari registi. So che questo progetto è molto ambizioso e difficile, purtroppo il mondo del cinema è “a numero
chiuso”: o sei figlio d’arte o uno scrittore affermato da milioni di copie. E’ difficile proporsi.

-Immagino che lei speri che l’esposizione alla Book expo possa aiutarla anche in questo abizioso progetto.
Sì, ci spero davvero molto.
Nella mia borsa c’è sempre una copia della sceneggiatura nella speranza di incontrare anche qualcuno per strada che sia disposto a produrla. So che sembro ironica, ma lo faccio davvero!

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Ciack del booktrailer de “Il Veleno dei Santi”, disponibile su YouTube

-Ammetto che un po’ lo spero anche io. Dopo quello che mi ha raccontato posso dire che lei potrebbe essere un’ottima fonte di ispirazione “per tutte le Miranda che nella vita hanno un sogno”, come ha detto lei. Le chiedo quindi di assumere qualche secondo il ruolo di mentore e di dare un consiglio a tutti quegli scrittori emergenti che stanno un po’ perdendo la speranza.
Mi viene da rispondere in modo naturale e di getto senza pensarci troppo: scrivere è senz’altro una passione innata. Molti lo fanno per far uscire le proprie emozioni ma credo che per quello ci sia lo psicologo. Se io dovessi scrivere secondo le mie emozioni non sarebbe molto interessante, infatti molti mi hanno chiesto se i miei libri trattino la mia malattia o comunque la mia vita, io rispondo che non è necessario scrivere di me: la malattia ha già preso tanto e non si merita anche dei libri! Bisogna scrivere per passione, bisogna scrivere pensando a chi leggerà se si vuole arrivare ad una pubblicazione, altrimenti è meglio scrivere un diario.
Dipende da ciò che si vuole, da che tipo di prodotto si vuol confezionare: mi è capitato, infatti, di leggere di persone che scrivono perché vogliono esternare le proprie emozioni non credo sia il modo giusto di iniziare a scrivere un libro da pubblicare. Si deve pensare ad un pubblico se si vuole vendere altrimenti, come dicevo prima, è meglio scrivere un diario
.
Non voglio essere cinica, ma il mondo di fuori è duro per tutti e scrivere non può essere solo un piacere per sé, deve esserlo anche per il lettore.
Se si vuole scrivere davvero lo si deve prendere come un lavoro. Un lavoro come tutti gli altri che va fatto con passione e deve avere delle regole: scrivere solo di sé o solo delle proprie emozioni non può essere un lavoro.
Dicendo questo voglio rivolgermi esclusivamente alle persone che scrivono con lo scopo di vendere, di fare della scrittura il proprio lavoro,  alle persone che non si fermano al primo libro ma comunque vanno avanti. Molti scrivono e si fermano al primo romanzo o comunque si autoproducono, bisogna credere che qualcun’altro creda nel nostro lavoro.

-Capisco: in sostanta dice che va bene mettere un po’ di sè nel proprio romanzo ma esagerare e scrivere solo di sé rende impossibile la produzione di un buon romanzo e ci fa credere un po’ nell’impossibile, dico bene?
Sì, nel senso che ho visto persone scrivere solo della propria situazione come, ad esempio, delle loro difficoltà emotive e mi è quasi parso di fare una seduta di gruppo. Non è per criticare né, tantomeno, per offendere, ma credo che il racconto della propria vita possa interessare a pochi intimi, non dà molti sbocchi professionali.
Molte persone, infatti, quando faccio le presentazioni, mi chiedono se nei miei libri io abbia raccontato la mia vita, credono che io abbia solo la mia malattia di cui parlare, ma in realtà ho una vita privata, ho un compagno e aspiro ad avere un bambino; vado a fare la spesa come tutti, mi piacciono i film con parecchi misteri da risolvere, le serie televisive poliziesche, guardo anche programmi divertenti. Quello che sono io non può diventare un libro. Posso dare alcune delle mie caratteristiche a qualche personaggio, questo è inevitabile, ma raccontare, ad esempio, che da bambina, mentre tutti giocavano a nascondino, io leggevo non lo trovo interessante per gli altri.
Con il mio ultimo libro ci si commuove, alla fine, ma è comunque finzione.
Purtroppo nessuno si aspetta da una ragazza sulla sedia a rotelle omicidi, autopsie, coppie gay che adottano bambini o sesso fatto sulla scrivania dell’ufficio del commissario. Ci sono molti pregiudizi.
Con i miei libri ho stupito molta gente, ma ho anche dato un’immagine di una persona che sta sulla sedia a rotelle e che può fare qualcosa di diverso oltre che discutere riguardo la propria condizione fisica.
Penso che far conoscere i miei libri sia importante proprio per questo: voglio essere da monito per tutti quelli che si chiudono nella propria disabilità pensando di non poter dare altro.
-Penso che dalla tua ultima affermazione passi un ottimo messaggio.
Bene, direi che la nostra intervista può ritenersi conclusa, tuttavia se c’è qualcosa che non ho toccato ma a lei sembra importante, siamo tutti orecchie.
No, mi sembra che abbiamo detto tutto.
Ci terrei soltanto a dire che ho scritto tutti e tre i miei romanzi con una sola mano, perché utilizzo soltanto la destra. Questo può essere un modo per dire a tutti che, quando si vuole davvero fare qualcosa, la si deve fare con tutta la forza che si ha in corpo. Non esistono le parole “non posso” o “non ce la faccio”. Quando si vuole fare qualcosa, la si fa e basta. Bisogna solo volerlo, volerlo con tutte le proprie forze.
Questo vale per qualsiasi cosa, a questo proposito mi piacerebbe citare una frase di Sant’Agostino che ho inserito nel libro: “Chi vuol raggiungere qualcosa ha l’ardore del desiderio il desiderio e la sede dell’anima.”
Riprende anche un po’ la dedica a Miranda di cui parlavo prima.
Come frase iniziale, invece, ne “Il Veleno dei Santi” ho pensato di scrivere: “Ci vuole coraggio per essere felici”. E’ un po’ quello che ho cercato di dire anche prima.

-Grazie ancora per questi contributi e piccoli insegnamenti di vita. Grazie per il tempo che ci ha dedicato, è stato molto illuminante!
Grazie a te per avermi dato la possibilità di far conoscere nuove realtà e per dar visibilità ai miei libri! Un abbraccio!
*Volpe