Le sante dello scandalo

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LE SANTE DELLO SCANDALO

Autore: Erri De Luca
Casa editrice:  Giuntina
Anno: 2011

.: SINOSSI :.

La prima si vestì da prostituta per offrirsi all’uomo desiderato. La seconda era prostituta di mestiere e tradì il suo popolo. La terza s’infilò di notte sotto le coperte di un ricco vedovo e si fece sposare. La quarta fu adultera, tradì il marito che venne fatto uccidere dal suo amante. L’ultima restò incinta prima delle nozze e il figlio non era dello sposo. Queste sono le sante dello scandalo.
Cinque donne stanno nell’elenco maschile delle generazioni tra Abramo e Ieshu/Gesù. Cinque casi unici forzano la legge, confondono gli uomini e impongono eccezioni. Le donne qui fanno saltare il banco, riempite di grazia che in loro diventa forza di combattimento.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Questo libricino, classificato come romanzo ma che definirei più un saggio, si presenta come una precisa riflessione su cinque grandi donne della storia biblica.
Le loro imprese sembrano, a prima vista, di poco conto ma l’autore ci mostra come una storia tutta al maschile sia in realtà retta da un coraggio tutto femminile: è la donna che può dare la vita e queste cinque decidono di seguire la volontà di Dio dando i natali alla sua progenie.
Infrangono con coraggio leggi degli uomini e si affidano anima e corpo ad un potere che, in molti casi, non sanno spiegare neanche loro.
Lasciando da parte l’analisi del sacro, ho trovato particolarmente interessante questo volume che si pone a difesa della figura femminile in un contesto totalmente maschile: l’autore sottolinea in modo marcato l’assoluta importanza delle donne portando il testo ad un livello di lettura successivo. Filosofia, religione e morale si fondono spesso in diversi passaggi a riprova del fatto che non ci troviamo davanti ad un testo narrativo.
Non penso sia necessario essere credenti per trovare questo testo apprezzabile: la curiosità è propria dell’uomo e anche un ateo può tranquillamente affidarsi ad un saggio simile per trovare nuovi spunti di riflessione su temi comunque importanti.

Personalmente darei a questo testo, il cui stile, molto semplice e didattico ma pieno di riflessioni filosofiche di grande interesse, un bel 8/10. Ho trovato la lettura lievemente noiosa in certi passaggi ma è chiaramente un fattore personale che non ha da incidere sulla qualità totale dell’opera.

*Volpe

Colei che ci sostenta e ci governa

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Quando si parla di “Giornata della Terra”, i più scorrono in fretta la pagina certi di trovarsi di fronte all’ennesima predica ambientalista. Convinti di aver già letto e sentito tutto quello che poteva essere detto e scritto sul nostro pianeta. Quella che voglio proporvi non è un bolo rigurgitato e stantio di perle filosofiche di bassa lega. Intendo, piuttosto, condurvi alla scoperta della Terra e della natura attraverso gli occhi dei poeti e della letteratura.

Partendo dagli albori della civiltà incontriamo in quasi tutte le culture e le società antiche il culto della Madre Terra: un essere di sesso femminile solitamente ritratta con un seno prosperoso e il ventre gonfio come quello di una donna in dolce attesa. E’ interessante già da qui iniziare a porre l’attenzione su questo fatto. La terra, in tutte le culture del mondo, è una donna ed è una madre: l’unico essere vivente in grado di generare la vita. L’onore di rappresentare la Madre di tutte le cose spetta alla donna che, in quanto genitrice per eccellenza, ha l’onore di essere anche la personificazione della Grande Madre. A questo punto le mitologie prendono strade diverse ed ognuna crea miti e leggende coerenti con la civiltà da cui è stata partorita. Nel bacino mediterraneo si diffonde il culto di Gea, la madre primordiale nata immediatamente dopo Chaos, progenitrice dei titani e degli dei dell’Olimpo. Una madre che, nella mitologia biblica, e nell’iconografia cristiana viene poi mutuata in Eva, il cui nome significa appunto “Colei che dà la vita”, e nella figura della Vergine Maria.
L’idea di Gea, della Madre Terra, sopravvive per secoli e questo culto, di chiaro stampo pagano, viene inglobato nell’idea del Creato. La narrazione biblica è una delle poche che si distacca dal filone della Madre Terra in favore di un creatore maschile che genera le cose e le rende buone ( Genesi 1,1-25)

1In principio Dio creò il cielo e la terra. 2Ora la terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque.3Dio disse: «Sia la luce!». E la luce fu. 4Dio vide che la luce era cosa buona e separò la luce dalle tenebre 5e chiamò la luce giorno e le tenebre notte. E fu sera e fu mattina: primo giorno.6Dio disse: «Sia il firmamento in mezzo alle acque per separare le acque dalle acque». 7Dio fece il firmamento e separò le acque, che sono sotto il firmamento, dalle acque, che son sopra il firmamento. E così avvenne. 8Dio chiamò il firmamento cielo. E fu sera e fu mattina: secondo giorno.9Dio disse: «Le acque che sono sotto il cielo, si raccolgano in un solo luogo e appaia l’asciutto». E così avvenne. 10Dio chiamò l’asciutto terra e la massa delle acque mare. E Dio vide che era cosa buona. 11E Dio disse: «La terra produca germogli, erbe che producono seme e alberi da frutto, che facciano sulla terra frutto con il seme, ciascuno secondo la sua specie». E così avvenne: 12la terra produsse germogli, erbe che producono seme, ciascuna secondo la propria specie e alberi che fanno ciascuno frutto con il seme, secondo la propria specie. Dio vide che era cosa buona. 13E fu sera e fu mattina: terzo giorno.14Dio disse: «Ci siano luci nel firmamento del cielo, per distinguere il giorno dalla notte; servano da segni per le stagioni, per i giorni e per gli anni 15e servano da luci nel firmamento del cielo per illuminare la terra». E così avvenne: 16Dio fece le due luci grandi, la luce maggiore per regolare il giorno e la luce minore per regolare la notte, e le stelle. 17Dio le pose nel firmamento del cielo per illuminare la terra 18e per regolare giorno e notte e per separare la luce dalle tenebre. E Dio vide che era cosa buona. 19E fu sera e fu mattina: quarto giorno.20Dio disse: «Le acque brulichino di esseri viventi e uccelli volino sopra la terra, davanti al firmamento del cielo». 21Dio creò i grandi mostri marini e tutti gli esseri viventi che guizzano e brulicano nelle acque, secondo la loro specie, e tutti gli uccelli alati secondo la loro specie. E Dio vide che era cosa buona. 22Dio li benedisse: «Siate fecondi e moltiplicatevi e riempite le acque dei mari; gli uccelli si moltiplichino sulla terra». 23E fu sera e fu mattina: quinto giorno.24Dio disse: «La terra produca esseri viventi secondo la loro specie: bestiame, rettili e bestie selvatiche secondo la loro specie». E così avvenne: 25Dio fece le bestie selvatiche secondo la loro specie e il bestiame secondo la propria specie e tutti i rettili del suolo secondo la loro specie. E Dio vide che era cosa buona.

L’idea della natura come “cosa buona” sussiste malgrado la contaminazione del peccato e la corruzione dell’uomo. Il Creatore sostiene tutte le sue creature, le riveste di splendore (come nemmeno i grandi re vestono) e si prende cura di tutte le forme di vita. E’ quindi scontato che San Francesco, nel suo cantico, elogi e ringrazi per tutto ciò che circonda l’uomo.

« Altissimu, onnipotente, bon Signore,
tue so’ le laude, la gloria e ‘honore et onne benedictione.
Ad te solo, Altissimo, se konfàno et nullu homo ène dignu te mentovare.
Laudato sie, mi’ Signore, cum tucte le tue creature, spetialmente messor lo frate sole, lo qual è iorno, et allumini noi per lui. Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore, de te, Altissimo, porta significatione.
Laudato si’, mi’ Signore, per sora luna e le stelle, in celu l’ài formate clarite et pretiose et belle.
Laudato si’, mi’ Signore, per frate vento et per aere et nubilo et sereno et onne tempo, per lo quale a le tue creature dài sustentamento.
Laudato si’, mi’ Signore, per sor’aqua, la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta.
Laudato si’, mi’ Signore, per frate focu, per lo quale ennallumini la nocte, et ello è bello et iocundo et robustoso et forte.
Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre terra, la quale ne sustenta et governa, et produce diversi fructi con coloriti flori et herba.
Laudato si’, mi’ Signore, per quelli ke perdonano per lo tuo amore, et sostengo infirmitate et tribulatione.
Beati quelli ke ‘l sosterrano in pace, ka da te, Altissimo, sirano incoronati.
Laudato si’ mi’ Signore per sora nostra morte corporale, da la quale nullu homo vivente pò skappare: guai a quelli ke morrano ne le peccata mortali; beati quelli ke trovarà ne le tue santissime voluntati, ka la morte secunda no ‘l farrà male.
Laudate et benedicete mi’ Signore’ et ringratiate et serviateli cum grande humilitate »

E’ singolare come all’inizio della storia della letteratura italiana vi sia un cantico che non parla d’amore né di eroiche gesta, ma loda, anzi, canta al creato e a tutto ciò che in esso è racchiuso. Il sole che scalda, le stelle che guidano i viandanti, il vento che fa respirare, l’acqua che disseta, il fuoco che illumina, la terra che sostiene e governa circondandoci di fiori e frutti per il sostentamento nostro e degli animali. Persino la morte, acerrima nemica della vita che qui viene esaltata, trova il suo posto tra questi versi e viene chiamata sorella dal cui abbraccio nessun vivente (uomo, animale o pianta) può scappare. Questa concezione della morte come sorella, come necessaria, può apparire macabra e persino drammatica, eppure è proprio la morte a mandare avanti la vita sulla terra: un cerchio in cui la morte trasforma le cose per preparare il terreno a nuovi esseri viventi e a nuove esistenze.

Facciamo un salto di circa 500 anni ed approdiamo nella poesia di Giacomo Leopardi che, per via della sua cultura illuminista e romantica allo stesso tempo, ha con la natura un rapporto a dir poco conflittuale ma che, in linea di massima, si può decisamente definire di ribellione.
Ella è una tiranna, avida di sofferenze che attende i suoi figli come il serpente a sonagli attende lo scoiattolo che da lui scappa. Ella è crudele, non è una madre, non la si può nemmeno chiamare regina, che già sarebbe un complimento. Per Leopardi, al contrario di San Francesco, il rapporto tra uomo e natura è molto più simile a quello che l’uomo contemporaneo ha con il creato. Sfruttare, combattere, accaparrare gioie nel tentativo fallace di sfuggire agli artigli di forze ben più grandi, che puntualmente arrivano a distruggere ciò che con gli arnesi ormai consumati così difficilmente si è costruito. La natura non è Madre, il suo nome non è più né Eva né Gea, ma può essere chiamata come la prima femme fatal: Lilith. Per un’anima raminga, come quella di Leopardi, la Luna e le stelle, che guidavano i passi di San Francesco e illuminavano la notte, non sono niente più e niente meno che astri silenti, luci fredde e impassibili che non ascoltano né capiscono le domande dell’uomo.

Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,
Silenziosa luna?
Sorgi la sera, e vai,
Contemplando i deserti; indi ti posi.
Ancor non sei tu paga
Di riandare i sempiterni calli?
Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga
Di mirar queste valli?
Somiglia alla tua vita
La vita del pastore.
Sorge in sul primo albore
Move la greggia oltre pel campo, e vede
Greggi, fontane ed erbe;
Poi stanco si riposa in su la sera:
Altro mai non ispera.
Dimmi, o luna: a che vale
Al pastor la sua vita,
La vostra vita a voi? dimmi: ove tende
Questo vagar mio breve,
Il tuo corso immortale?

(Canto Notturno di un Pastore errante dell’Asia – Giacomo Leopardi)

Ovviamente in queste poche righe sono stati tralasciati moltissimi poeti e scrittori che hanno reso omaggio o dichiarato la loro avversione verso la Madre Terra. Come al solito, citare tutti non è possibile e si rischierebbe solamente di fare un guazzabuglio di nomi, versi e parole che non renderebbe onore ai padri e alle madri della nostra letteratura.

*Jo

Il leone, la fede e il libro – Il simbolismo del leone ne “Le cronache di Narnia”

Le recenti trasposizioni cinematografiche de Le cronache di Narnia hanno catapultato lettori e sognatori nelle magiche terre create da C.S.Lewis, dove hanno conosciuto i fratelli Pevensie, il Principe Caspian, Aslan, la Strega Bianca e tutti gli altri fantasiosi personaggi creati dallo scrittore inglese.

L’approfondimento di oggi è dedicato ad uno di questi: Aslan, il leone che è creatore e re di Narnia e a cui, specialmente in concomitanza delle feste pasquali e della primavera, è impossibile non pensare. Nelle righe che seguiranno verrà spiegata la simbologia del leone e, in particolare, il suo valore all’interno della saga di Narnia e la Bibbia. Scopo di questo articolo è quello di fornire ragioni più salde sul perché sia stato scelto il leone per il personaggio di Aslan e quale significato ha questa decisione.

– ASLAN –

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“Il dolore sparirà, quando Aslan comparirà;
al digrignare dei suoi denti fuggon tutti i malviventi;
quando romba il suo ruggito, gelo e inverno è ormai finito;
se lui scuote la sua criniera, qui torna la Primavera.

Con queste righe viene presentato per la prima volta Aslan che, dopo anni di lontananza dalle terre di Narnia, sta tornando per dare man forte ai due Figli di Adamo ( Peter e Edmund Pevensie) e alle due Figlie di Eva (Susan e Lucy Pevensie) nella lotta finale contro la Strega Bianca e le forze del male.

Aslan, come viene ribadito nel corso del romanzo, “non è un leone addomesticato” (“not a tame lion” in lingua inglese) e la sua ferocia non è assolutamente segreta agli abitanti di Narnia e ai suoi nemici. Tuttavia, Aslan è sia il terribile leone, ma anche il padre misericordioso e sempre pronto a correre in aiuto della sua gente quando il male si fa più forte. E’ Aslan che, secondo la genesi di Narnia così come pensata da Lewis, ha creato Narnia e tutte le creature che la abitano e, pur non essendo un re sempre in vista, non abbandona mai le sue terre né permette all’oscurità di avere la meglio su di esse. Per amore del suo popolo egli, il re e il creatore di questo mondo fantastico, è pronto a dare la vita riscattando con il proprio sangue il tradimento di uno dei protagonisti de “Il leone, la strega e l’armadio). Già questo basterebbe ad un’identificazione totale tra la figura di Aslan e quella del Cristo, ma per togliere qualsiasi dubbio è il leone stesso che, parlando ai fratelli Pevensie, gli dice che nel loro mondo (la Terra) lui è conosciuto con un altro nome e anche loro dovranno imparare a conoscerlo con quello. Inoltre sempre alla fine della saga di Narnia, Aslan accoglie i fratelli Pevensie, ormai morti, nel suo regno dove gli promette un’eternità in sua compagnia.

– IL LEONE DI GIUDA –

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Già nella prima parte di questo articolo abbiamo avuto modo di vedere quali analogie colleghino il personaggio di Aslan alla figura di Cristo, limitarci al solo sacrificio del leone non aggiungerebbe nulla a quanto già sappiamo sulle relazioni che legano questo personaggio di fantasia alla figura storica di Gesù.

Faremo ora un breve e viaggio nella storia della simbologia del leone per la fede ebraica e cristiana, una ricerca che ci porterà a leggere in modo diverso “Le cronache di Narnia” e a guardare con occhi diversi ai suoi personaggi. Se infatti si legge la storia di Lewis e le sue amicizie con personalità della letteratura come Tolkien, risulta impossibile pensare che egli si sia limitato a scrivere una bella favola senza averci nascosto tra le pagine alcune perle di teologia e di filosofia.

Il popolo ebraico nasce tra i colli e le montagne, in un mondo selvatico popolato da animali miti come agnelli e colombe, ma anche feroci come leoni, lupi, aquile e serpenti. Come ogni popolazione sulla faccia della terra, anche gli ebrei hanno iscritto le bestie tra cui vivevano nel loro immaginario e nella loro simbologia che, come per tutte le altre culture, dà alla stessa immagine un significato positivo ed uno negativo.

Il leone è l’animale che porta morte e distruzione, nei salmi l’essere “nella bocca del leone” indica la tribolazione, la morte e il dolore. I re stranieri che minacciano il popolo di Israele sono leoni feroci davanti a cui Israele è come una pecorella indifesa (Ger 50,17).San Paolo afferma di essere stato “liberato dalla bocca del leone”(2 Tim 4,17): essere stato salvato dalla persecuzione e dal martirio che attendeva i cristiani prima dell’editto di Milano voluto da Costantino. Da queste prime considerazioni appare quindi lampante l’analogia tra leone e pericolo, morte e persecuzione.

Ma non è tutto qui.

Il leone è anche simbolo di nobiltà, coraggio e valore sul campo di battaglia. La casa di Giuda, a cui appartengono sia il profeta e re Davide che Gesù, ha come simbolo il leone che salva l’alleato e distrugge il nemico (Os 5,14-15). Sul trono di Salomone, re dell’antico testamento dalla proverbiale saggezza, sono scolpiti due leoni e Gesù viene chiamato Leone di Giuda, in quanto appartenente alla casa di Giuda, e Germoglio di Davide, poiché suo discendente (cfr. Ap 5,5). Al leone è inoltre paragonato Giovanni Battista la cui parola risuona nel deserto come il ruggito di questa fiera (che venne poi adottata quale simbolo dell’evengelista Marco).

L’accezione positiva di questo animale non si ferma al Nuovo e al Vecchio Testamento, ma approda nel medioevo dove i leoni venivano posti all’ingresso delle chiese spesso raffigurati con il corpo di un leoncino tra le zampe posteriori. Era questa l’ennesima allegoria di Dio che, con il suo soffio, ridà la vita al figlio morto, un’immagine che è stata poi ripresa anche da Lewis che, sempre ne “Il leone, la strega e l’armadio”, racconta come Aslan renda la vita, ai prigionieri pietrificati dalla Strega bianca, alitando su di loro.

Ovviamente ci sarebbe da dire molto altro, ma, come è stato detto all’inizio di questo articolo, il nostro scopo era quello di spiegare le relazioni tra il personaggio di Aslan e la figura di Cristo e regalarvi una nuova e più approfondita lettura del capolavoro di Lewis.

*Jo

Leggi anche La “Buona novella” della Terra di Mezzo: Tolkien e le allegorie invisibili

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