Sai che hai degli occhi bellissimi?

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Il rumore della strada era presente in ogni secondo di quei lunghi minuti passati sull’autobus. La pioggia batteva sui finestrini e le gocce d’acqua correvano davanti a me, come se stessero facendo una gara per perdersi in una delle tante pozzanghere presenti sul marciapiede. Non riuscivo a capire cosa provassi in quel preciso istante, forse noia, forse tristezza o malinconia. Le macchine davanti al mio mezzo si muovevano a passo d’uomo, e oltre al finestrino vedevo quell’agglomerato di mattoni e cemento, quella palazzina mancata e rimasta vuota. Mi chiedevo, proprio in quell’istante, se dentro quel palazzo non completato, o eternamente distrutto, ci fossero dei barboni o dei drogati. Un brivido lungo la schiena mi fece chiudere il giubbotto ma quel freddo, altro non era che una sensazione dovuta a quello che stavo osservando. Le porte al pian terreno, mai montate, mostravano dei cespugli verdi, a malapena visibili dalle persone esterne. L’autobus continuò a scorrere, portandomi con sé e cancellando il paesaggio davanti ai miei occhi, non potendo però levarlo dai miei ricordi. Ogni giorno, lo stesso scenario mi provocava l’orribile impulso di andare ad esplorare quel luogo, così tre giorni fa decisi di andarci, di nascosto. Arrivai a quelle piante e vi scoprii un’apertura, passando all’interno vi era una casa. La casa era illuminata da non so quali luci, l’ansia si impossessava di me. Proprio come in quei videogiochi dove ti viene sbarrata la strada, l’uscita dalla quale ero entrata, non c’era più. Tremante camminai verso quella casa, circondata da lanterne. Bussai alla porta che si aprì improvvisamente. Una donna sorridente, dai lunghi capelli biondi, un vestito rosa, labbra carnose e naso perfetto, mi guardò con un viso dolce. Nonostante l’aspetto che ai più sarebbe parso amichevole, anche effimero e vanitoso, in quel preciso istante mi intimorì.

-Piccolina, ti sei persa?-

-Tanto piccola non sono, ho 22 anni.-

Dissi guardandola incuriosita.

-Sei proprio carina, scusami, non è un posto carino in cui vivere ma ci sono affezionata, vuoi venire a prendere un tè? Sai che hai degli occhi bellissimi?-

-Grazie.-

Dissi guardandola, senza sapere che dire, feci due lunghi respiri per calmarmi e come, il più stupido personaggio dei film e dei libri horror, la seguii.

La donna mi offrii un tè, che finsi di bere ma che buttai nella pianta rinsecchita alla mia destra. Non parlammo, sentivo il suo sguardo addosso, in attesa. Forse dentro quel tè c’era qualcosa. Improvvisamente si alzò e mi intimò con dolcezza infinita, da una voce zuccherosa di seguirla per vedere la casa. Mi portò nella sua camera da letto. La casa tetra non rispecchiava minimamente l’aspetto del personaggio bizzarro davanti a me. Mentre mi domandavo in che razza di casa fossi capitata, che razza di persona avevo appena conosciuto, venni distratta da un crack, non feci in tempo a chiedermi da dove venisse quel rumore, perché la risposta arrivò repentina. La botola sotto al tappeto sopra il quale mi trovavo si era aperta e la bionda, mi guardò con uno sguardo incattivito. Vicino a me c’erano pelli di altre ragazze, il terrore si impossessò di me e la risata cattiva della tizia si sentì ovunque. Mi raggomitolai su me stessa quando la botola venne chiusa sopra di me e piansi. La donna scese per portarmi del cibo, io, presa da un’ira fuori dal comune cercai di attaccarla per poi risalire. Lei però mi afferrò per un braccio e mi diede uno schiaffo, la sua forza superava qualsiasi creatura umana. Mi legò le braccia su quelle che sembravano delle catene. Mi afferrò il mento sollevandolo, ed esponendolo alla luce della sua lanterna.

-Sei proprio una bella ragazza, molto espressiva. Uh, hai pianto piccolina?-

Non risposi, mi sentivo persa, inerme.

-Meglio, i tuoi occhi sono più puliti con le lacrime.-

Tirò fuori degli attrezzi che non riuscii a vedere, urlai, urlai tanto per il dolore. Non riuscii più a vedere nulla, mi tolse gli occhi, per metterseli, mi disse mentre con il suo sorriso li toglieva. Stufa di sentirmi urlare mi cucì le labbra. Piano mi smembrò, con dedizione. Il mio spirito si elevò e la vidi, la vidi dall’alto, vidi quando si staccò gli occhi e si mise i miei, la vidi disperatamente mentre accarezzava e baciava la mia testa ancora integra, prima di lasciarla cadere in mezzo agli altri corpi. La vidi ancora, mentre apriva la testa ad un’altra ragazza spaventata. Ora cerco vendetta, solo su di lei, non sul mondo. L’ultima bambina è appena entrata, la vedo mentre beve il tè e sviene, sviene davanti a lei e lei ride. Sono un fantasma, dovrò pur far qualcosa, la bambina viene smembrata davanti ai miei occhi, mostrandomi che razza di mostro avevo incontrato. Mi aspettavo di vedere il fantasma della piccola ma quando li addormenta, di fantasmi non ce ne sono. Per la prima volta seguo la donna in una stanza non vista, prende un barattolo, questo si illumina, mi risucchia al suo interno.

-Ti vedevo sai? Così non potrai mai provocarmi danni, il mio nome in fondo è Abel, demone trasformista.-

Il mio mondo si è fatto buio, maledico il momento in cui sono entrata in questa casa, ora pagherò questo errore per l’eternità.

Giorgia Romano

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