Lettere a Theo

.: SINOSSI :.

Delle 820 lettere scritte da Van Gogh nell’arco della sua breve esistenza ben 651 sono indirizzate al fratello Theo: il primo a comprenderne il talento e a incoraggiarne la vocazione, e il solo che non gli negò mai l’indispensabile sostegno morale e finanziario. Pochi artisti hanno rivelato così tanto di sé stessi nei propri scritti. Lettera dopo lettera, il toccante scambio epistolare fra Vincent e l’amato Theo, non solo fratello, ma amico e confidente, delinea la parabola di un genio inquieto e originalissimo e getta luce sulla sua vita e sulla sua personalità: i rovelli della fede, la strenua ricerca di un amore corrisposto, l’ansia di veder riconosciuto il proprio lavoro, il timore e la conferma della follia. Nella loro immediatezza e profondità emotiva, le “Lettere a Theo” (1872-1890) compongono un ricchissimo diario, un eccezionale documento umano e artistico, e un’avvincente autobiografia che si è conquistata a pieno titolo il rango di classico moderno della letteratura.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Tutti sanno, almeno per sentito dire, chi sia Vincent van Gogh e tutti, anche i meno esperti, sanno elencare almeno una delle sue opere. Ma quanti conoscono Vincent van Gogh? Una persona. Una persona soltanto ha avuto il privilegio, l’onere e l’onore di conoscere Vincent e di amarlo come solo un fratello minore può amare un fratello maggiore.
Le Lettere a Theo non sono il testamento di un artista folle e tra le sue pagine si trova tutto, tranne ciò che ci viene detto a scuola o all’università su questo artista; le lettere che Vincent scrive a suo fratello Theo sono la parabola di un uomo e, a tratti, sono talmente umane, quasi veniali, da chiedersi se davvero sia stato il grande Vincent van Gogh a vergarle e non piuttosto una mano più semplice al servizio di un’anima talmente umana da essere nostra pari. Nelle Lettere a Theo c’è tutto e non serve essere olandesi, o uomini di fine ottocento né avere sangue van Gogh nelle vene per capire ciò di cui Vincent parla con il fratello.
Vincent e Theo (anche se il libro è, purtroppo, composto solo dalla corrispondenza da parte del maggiore dei due fratelli) dialogano di tutto: delle passioni che li animano, dei paesaggi che vedono e delle esperienze fatte; parlano di Dio e degli uomini; dell’amore e della disperata ricerca di qualcuno che sappia guardare oltre le apparenze e amare ciò che per la società è, invece, riprovevole se non addirittura detestabile.
Si scopre, tra queste pagine, un uomo colto e curioso, un pittore che è anche lettore e non manca a suggerire al fratello nuovi titoli o a stimolare una riflessione sul nuovo testo di questo o quell’autore.

Sembrerà scontato, ma non posso dare un voto a questo libro né lo posso giudicare come farei con un romanzo autobiografico o una raccolta di poesie (di cui, pur non potendo esprimermi sulla poetica, potrei comunque commentare lo stile). Lettere a Theo è un testo disarmante che demolisce pagina dopo pagina le convinzioni che il lettore ha su Vincent van Gogh per sostituirle con un autoritratto di carta ed inchiostro. La scrittura di Vincent è evocativa e riesce a rendere perfettamente tanto le tonalità dei paesaggi che descrive a Theo, quanto le sfumature della sua anima e i chiaro scuri di una vita tutt’altro che facile, ma mai rassegnata.
Alla fine della lettura monsieur Vincent van Gogh diventa solo Vincent; le sue lettere sembrano un reperto riemerso dal fondo di un qualche cassetto e sembra di leggere le lettere e i pensieri di un amico di penna ormai irrimediabilmente perduto e, purtroppo per il lettore, questa nostalgia, questo mal di Vincent, non può essere curato in alcun modo.

*Jo

Artigiani a Natale – II Edizione

In questi anni abbiamo avuto modo di incontrare e conoscere artigiani ed artisti e di apprezzare le creazioni di queste persone coraggiose e folli, appassionate e volenterose.
Artigiani a Natale è l’iniziativa, promossa da Arcadia lo scaffale sulla Laguna, volta a portare “sotto i riflettori” queste piccole ed importanti realtà che, ora più che mai, hanno bisogno del sostegno e dell’aiuto di tutti per non essere fagocitate.

Rispetto all’anno scorso sono cambiate molte cose e anche noi di Arcadia abbiamo dovuto rivedere le regole per poter partecipare a questa iniziativa alla quale potranno aderire solo ed unicamente coloro che sono in possesso di Partita IVA o che si appoggino a marketplace come Etsy o Misshobby.

E’ inoltre richiesto, a tutti i partecipanti, di sottoscrivere una autodichiarazione (vedi allegato in Area Download) in cui si attesti l’adesione volontaria e gratuita all’iniziativa.
Come sapete, le regole sulla pubblicità e le sponsorizzazioni sono molto stringenti e tese a prevenire ogni forma di evasione fiscale.

*Lo Staff di Arcadia lo scaffale sulla Laguna

L’Arte di essere fragili

L’ARTE DI ESSERE FRAGILI

Autore: Alessandro D’Avenia
Casa editrice: Mondadori
Anno: 2016

.: SINOSSI :.

“Esiste un metodo per la felicità duratura? Si può imparare il faticoso mestiere di vivere giorno per giorno in modo da farne addirittura un’arte della gioia quotidiana?” Sono domande comuni, ognuno se le sarà poste decine di volte, senza trovare risposte. Eppure la soluzione può raggiungerci, improvvisa, grazie a qualcosa che ci accade, grazie a qualcuno. In queste pagine Alessandro D’Avenia racconta il suo metodo per la felicità e l’incontro decisivo che glielo ha rivelato: quello con Giacomo Leopardi. Leopardi è spesso frettolosamente liquidato come pessimista e sfortunato. Fu invece un giovane uomo affamato di vita e di infinito, capace di restare fedele alla propria vocazione poetica e di lottare per affermarla, nonostante l’indifferenza e perfino la derisione dei contemporanei. Nella sua vita e nei suoi versi, D’Avenia trova folgorazioni e provocazioni, nostalgia ed energia vitale. E ne trae lo spunto per rispondere ai tanti e cruciali interrogativi che da molti anni si sente rivolgere da ragazzi di ogni parte d’Italia, tutti alla ricerca di se stessi e di un senso profondo del vivere. Domande che sono poi le stesse dei personaggi leopardiani: Saffo e il pastore errante, Nerina e Silvia, Cristoforo Colombo e l’Islandese… Domande che non hanno risposte semplici, ma che, come una bussola, se non le tacitiamo possono orientare la nostra esistenza.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

L’Arte di essere fragili è un libro che va letto quando se ne ha davvero bisogno: durante l’adolescenza.
Con il pretesto di parlarci di Giacomo Leopardi, della sua poesia e della sua fragilità, infatti, D’Avenia tenta un’impresa davvero complessa: conversare con gli adolescenti o, meglio ancora, con le loro insicurezze.
Si avvicina ad un mondo che conosce già, essendo professore, e forse proprio grazie a questo suo impiego è stato in grado di analizzare così bene l’animo delicato e sognatore dei giovani che si affacciano lentamente alla maturità.
L’idea su cui si basa il libro, dunque, è davvero interessante. L’unico vero problema è che, nell’arco di tutto il testo, non sempre le buone intenzioni dell’autore si traducono in fatti.

Prendendo tra le mani una copia del libro e scorrendone le pagine, ci si accorgerà che sono molto più frequenti i paragrafi in cui l’autore parla del proprio lavoro rispetto a quelli in cui tratta effettivamente di Leopardi e delle sue opere.
Risulta molto auto-riferito e ci sono numerosi passaggi in cui D’Avenia, sicuramente con le migliori intenzioni, sembra volersi elevare a salvatore di vite sminuendo la gravità di disturbi dell’umore come la depressione o dei disturbi d’ansia.
Purtroppo, pagina dopo pagina, lo scritto perde completamente lo spirito iniziale per trasformarsi in un’opera comunque molto bella ma che tocca la poetica leopardiana solo da lontano.

Per questo motivo, non me la sento proprio di dare a questo libro più di un 6/10, credo che D’Avenia abbia mancato il proprio obiettivo.
Avevo altissime aspettative e sono rimasta un po’ delusa, ma spero di potermi ricredere con un altro libro dello stesso autore!
Lo consiglio comunque a chi ha bisogno di uno sguardo positivo sul mondo.

*Volpe

L’apprendista Assassino

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L’APPRENDISTA ASSASSINO

Autore: Robin Hobb
Casa Editrice: Fanucci Editore
Anno: 1995 (tradotto nel 2005)

.: SINOSSI :.

Un’umanità di servi e signori abita un mondo pervaso da una magia sottile e inquietante, fra intrighi di corte e minacce di misteriosi pirati in grado di manipolare le loro vittime privandole di ogni forma di raziocinio e sentimento. Tra questi pericoli si aggira il giovane Fitz, un “bastardo” di stirpe reale, la cui sola consolazione è un magico e tenero legame con gli animali. Accolto a corte, Fitz dovrà apprendere l’uso delle armi e le regole dell’etichetta, ma il suo destino è legato all’abilità di uccidere nell’ombra… Diventare un assassino vuol dire intraprendere un mestiere crudele e solitario, e soprattutto scoprire i propri poteri, lascito del sangue dei Lungavista…

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Credo che questo romanzo mi abbia messo in difficoltà più che qualsiasi altro: da una parte c’era la totale voglia di sapere sempre come continuasse, una pagina tirava l’altra e così di capitolo in capitolo; dall’altra, al contrario, non volevo finirlo, ero troppo affezionata ai tanti meravigliosi protagonisti.
Il pregio maggiore di questo romanzo è sicuramente lo stile dell’autrice: più di una volta mi sono completamente dimenticata del luogo in cui mi trovavo, ero anima e corpo all’interno di una storia appassionante, avventurosa e mai noiosa.
La magia è parte integrante di questo fantasy, ma è trattata con tanta precisione da somigliare a qualcosa di quasi scientifico. E’ uno dei tipici casi in cui un lettore particolarmente sognatore può pensare di poterla mettere in pratica lui stesso. Forse, analizzando da un punto di vista metaforico la magia praticata da alcuni personaggi, è davvero qualcosa che possiamo tutti mettere in pratica, ma non voglio svelarvi altro per non rovinarvi una grande sorpresa.
I personaggi sono caratterizzati alla perfezione, dal protagonista, FitzChevalier, fino all’antagonista, non ce n’è uno solo che non sia vero e vivo.
L’empatia con il giovane protagonista è quasi totale: i suoi ragionamenti sono molto più acuti rispetto a quelli che avrebbe normalmente un ragazzino della sua età eppure a volte viene colto dall’ingenuità tipica di un ragazzo cosa che ha reso la lettura ancora più piacevole. Lungi dall’essere perfetto, Fitz ci mostra tutte le sfaccettature dell’animo umano, in particolare l’autrice sembra aver prediletto l’analisi del dolore e della perdita.
Una menzione speciale va a Burrich, personaggio che accompagna il protagonista per tutto il libro: analizzato dagli occhi di un ragazzino che lo vede come lo specchio dei suoi numerosi tormenti, lo stalliere si mostra infine per ciò che è sempre stato anche se all’ombra di un odio ingiustificato.
L’affetto, l’amore per gli animali e per le persone, l’astuzia e l’intelligenza sono il punto focale di questo splendido e intenso romanzo molto introspettivo.

Penso si sia capito che ho letteralmente adorato questo romanzo e che presto probabilmente avrete le recensioni dei prossimi capitoli di questa trilogia. Il mio voto è 10/10.
Lo consiglio a tutti coloro che amano non solo il fantasy ma anche il romanzo introspettivo e che, in particolare, non si fanno impressionare da ragionamenti un po’ cruenti: stiamo comunque parlando di un romanzo su un apprendista assassino!

*Volpe

Poesie D’amore

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POESIE D’AMORE

Autore: Hermann Hesse
Anno: 1927
Editore: Grandi classici tascabili Newton

.: SINOSSI :.

Il volume raccoglie una scelta di versi ispirato all’amore composti in un arco di tempo che va dal 1895, quando Hesse aveva 18 anni, al 1920, quando lo scrittore era ormai una celebrità. Appare in queste poesie un eros di volta in volta pieno di audacia, slanci romantici, asserzioni naturalistiche e profondità mistiche. L’amore di Hermann Hesse è un sentimento tutto teso tra il platonico e il sensuale, con un ritmo che va dall’innocenza primordiale a un’altra innocenza, conquistata attraverso la sofferenza, il dolore, la vita.
“Anche la più piccola opera d’arte, uno schizzo di sei tratti di matita o una strofetta di quattro verso, tenta sfacciata e cieca l’impossibile. Vuole chiudere il caos in un guscio d’uovo.”

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Recensire una raccolta di poesia è sempre un compito ingrato che trasforma in recensore in un anatomopatologo e lo costringe a trattare il testo poetico come qualcosa di freddo e senza vita.
La poesia di Hesse è spensierata, criptica, appassionata e disperata. Nella versione della Newton le poesie non seguono una linea cronologica e le liriche più acerbe seguono o precedono quelle scritte più mature e caratterizzate da una maggiore consapevolezza. La passione di Hesse ragazzo si evolve in poesie dove l’amore viene portato ad un livello superiore, quasi ascetico. Le immagini usate dal poeta sono enigmatiche e pregne della simbologia che caratterizza le liriche di altri poeti contemporanei di Hesse come George o Hoffmansthal.

I testi di Hesse sono diventati per me una garanzia di qualità: adoro la sua sensibilità romantica fragile, a volte malinconica, e allo stesso tempo risoluta e fiera. La poesia di Hesse è incredibilmente viva, palpabile e vivida come una farfalla variopinta. Le parole descrivono le tonalità più varie e rendono la lettura di queste poesie un’esperienza che rasenta il sublime. Personalmente non me la sento di valutare questa raccolta e di liquidarla con un giudizio alla buona e freddo. Le Poesie d’amore di Hesse mi sono piaciute molto e le consiglio sopratutto agli amanti della poesia. Le pagine scorrono piacevolmente e scivolano tra le dita senza che il lettore se ne accorga. Il testo tedesco a fronte è un valore aggiunto e permette di gustare le rime che, purtroppo, si perdono nella traduzione che resta comunque ben fatta.

*Jo

L’arma di Istruzione di Massa

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05/3/2015, Buenos Aires.
E’ in questa data che comincia la guerra di Raul Lemesoff.
Deve essere stato strano, per gli abitanti di Buenos Aires, aprire le finestre e trovare a girare per le strade un singolo carro armato.
Passata la più che naturale paura iniziale,  chissà che cosa avranno pensato gli abitanti della capitale argentina scoprendo che le munizioni di quella strana arma erano completamente diverse da quelle che ci si aspetterebbe da un normale carro armato.Erano libri: ben 900 libri utilizzati per riempire le pareti di questo mezzo armato fuori dal comune.

In occasione della giornata mondiale del libro, che si svolge ogni anno il cinque marzo, Raul Lemesoff, un artista dalle idee tanto stravaganti quanto geniali, ha cominciato a distribuire gratuitamente libri a chi non poteva permettersi di comprarli utilizzando un finto carro armato.
Il suo mezzo di trasporto, ricavato da una vecchia Ford Focus color verde militare, è stato così soprannominato “Arma di Istruzione di Massa”.

Il ragionamento che ha portato questo artista a cominciare la sua feroce guerra a colpi di libri è lampante e cristallino:  dove c’è ignoranza, dove manca cultura, la violenza regna sovrana e sovrasta con la sua forza bruta l’amore, l’unità e la speranza.
E’ una vera guerra quella che da un anno a questa parte si sta combattendo strenuamente nella capitale Argentina e il nemico è impalpabile: è una battaglia combattuta contro la stessa guerra.
Raul e la sua Arma di Istruzione di Massa sono diventati un simbolo di speranza e hanno fatto una comparsa anche in uno spot pubblicitario della 7Up, una famosa bevanda gassata, i cui produttori si stanno impegnando a finanziare ed aiutare l’artista

Possiamo solo sperare che la giusta battaglia di quest’uomo non abbia mai una vera e propria fine e, anzi, che altri si uniscano a lui prendendo coscienza di quanto importante sia innalzare con fierezza gli stendardi della pace e della cultura.

*Volpe

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Great (Wo)men #2: Nefertiti

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Ecco il secondo articolo dedidaco ai grandi uomini e donne della storia in collaborazione con il canale YouTube La Storica! Quest’oggi, come si può evincere dal titolo, si parlerà di Nefertiti, regina della XVIII dinastia egiziana.

Per prima cosa parleremo della rappresentazione più famosa che abbiamo della bellissima regina egizia: il busto di Nefertiti.
Il nome della regina significa “La bella è arrivata” e il Busto di Nefertiti, conservato al Neues Museum di Berlino, riesce a rappresentare perfettamente la bellezza pura ed enigmatica della regina. Con i suoi fini decori e dettagli precisissimi, ci dà una chiara idea  di come la regina potesse apparire ai suoi sudditi e agli illustri ospiti della sua corte.
La prima particolarità che possiamo notare di questa scultura, è che si tratta di un pezzo a sé stante: non vi sono tracce di punti di giunzione che possano farci pensare fosse in realtà destinato a una statua a figura intera, come invece accedeva per la maggior parte dei volti dei regnanti costruiti a parte e destinati ad essere successivamente uniti al resto del corpo.
Il secondo dettaglio piuttosto importante è l’occhio bianco di Nefertiti: lo scultore, infatti, ha lasciato l’occhio sinistro della regina vuoto.
Vi sono due interpretazioni decisamente contrastanti a riguardo: la prima è che la statua sia semplicemente incompiuta e che quindi il suo autore non abbia avuto il tempo di incastonare il secondo occhio; la seconda è che lo scultore, come vendetta per un torto subito dalla regina, lo abba appositamente lasciato bianco e vuoto, quasi spento, in netto contrasto con l’occhio vigile del dio Horus, il dio Falco.

Nefertiti fu una donna molto forte e riuscì a influenzare, non solo con la sua bellezza ma anche con la sue mente brillante, la cultura del suo tempo.
Insieme a suo marito Akhenaton, tentò di riformare la religione egizia incentrandola sul culto del dio Aton, il dio sole, considerato l’unica divinità ad avere diritto ad essere onorata e rendendo, così, la religione egizia un prototipo delle religioni di tipo monoteista.
La sua devozione verso il dio era così alta che ella cambiò addirittura il proprio nome da “Nertiti” a “Neferneruaton-Nefertiti”, che significa letteralmente “belle sono le bellezze di Aton, la bella è arrivata”.

Uno dei due misteri più grandi che circondano la figura di Nefertiti è che ella scomparve completamente da tutti gli scritti dopo 12 anni di regno.
Alcuni sostengono ciò accadde perchè ella morì; altri, invece, sostengono che fu perchè venne elevata al rango di co-regnante, cominciò a vestirsi da uomo e, in seguitò, guidò l’Egitto sotto il falso nome di “Faraone Smenkhkare” dopo la morte di Akhenaton.
130112814-e52cee34-217d-416b-930f-1937822fb8c2.jpgIl secodo mistero si collega un po’ a quello della sua scomparsa: la tomba della regna Nefertiti non fu mai ritrovata.
Nel 2015, tuttavia, mentre alcuni archeologi ispezionavano la tomba di Tutankhamon, notarono alcune tracce su uno dei muri indicanti una porta segreta che conduceva a due nuove stanze mai esplorate. Gli archeologi non ci misero molto a supporre che si trattasse proprio delle stanze in cui è  sepolta la bella Nefertiti.

Nonostante tutte queste teorie e leggende che circondano la bella regina, la sola cosa di cui siamo certi e che non abbiamo timore di affermare e ribadire, è che probabilmente Nefertiti fu una delle più potenti ed influenti donne ad aver mai regnato su un territorio vasto come l’Egitto.

*Volpe

Venezia: storie, misteri e curiosità dalla laguna più bella del mondo.

Benvenuti a questo primo appuntamento con i misteri e le particolarità della laguna più famosa del mondo.

La storia di Venezia è una storia centenaria che si intreccia con le vicende storiche non solo italiane, ma dell’Europa intera. Le sue caratteristiche calli, i ponti sospesi tra i canali e la nebbia che la avvolge in autunno ed inverno, l’acqua alta e le maschere che salutano ammiccanti da ogni negozio fanno di questa città una perla unica nel suo genere che ha ispirato poeti, scrittori e musicisti.

In questo articolo ho deciso di parlarvi dell’evento tutto veneziano più famoso nel mondo: il carnevale. Un tripudio di colori, musiche, celebrazioni, riti e maschere che per una settimana all’anno invadono i campi e le calle trasformando la città nel palcoscenico a cielo aperto più grande e pittoresco del mondo. Elencare tutte le maschere è impossibile ed è ormai normale veder sfilare le maschere della commedia dell’arte accanto a costumi più moderni. Probabilmente, anche pensando alla storia di Venezia, la nostra fantasia viene subito catturata dalla terribile figura del Medico della peste: un personaggio tristemente noto per la sua funzione durante le pestilenze (che investirono anche la Serenissima) che è stato recentemente reso famoso dalla serie di videogames “Assassin’s Creed” dove compare come personaggio secondario. Tuttavia lo status di maschera ufficiale di Venezia non spetta al losco dottore dal lungo naso, ma ad una maschera che, per certi versi, è altrettanto singolare e misteriosa.

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La BAUTA è la maschera che ha accompagnato la storia della Serenissima dal XIII secolo alla fine del XVIII secolo, anno della caduta della Repubblica di Venezia. Il perché di tanto successo è dovuto al fatto che la Bauta, a differenza delle altre maschere, godeva di un certo prestigio e il suo utilizzo era tollerato anche quando non vi erano i festeggiamenti del carnevale inoltre, nel ‘700, indossare questa maschera, ed il suo costume, divenne obbligatorio per far fronte all’eccessivo sfarzo delle feste e dei ricevimenti organizzati dalla classe benestante.

Perché la Bauta è considerata la maschera tipica di Venezia? Chi indossa una maschera, a carnevale come in occasioni meno goderecce, ha interesse a nascondere la propria identità e la Bauta è molto utile in questo senso. la sua forma, con il caratteristico mento prominente molto simile ad un becco, ha infatti una doppia funzione: altera la voce di chi la porta rendendola più grave e permette a chi la indossa di mangiare e bere senza doversi scoprire, un bel vantaggio in occasioni in cui, per decoro, era vietato avvicinarsi o parlare con determinate persone. Inoltre la Bauta è la maschera non solo della nobiltà, ma anche del popolo e poteva essere indossata sia dalle donne che dagli uomini senza alcuna restrizione: indossarla quindi mette sullo stesso piano il marinaio e il banchiere, la lavandaia e la dama di compagnia che, non vedendo chi si cela dietro la maschera, deve trattare con garbo e gentilezza anche la persona più umile di Venezia.

Ovviamente la Bauta può essere indossata da sola come maschera, la larva (dal nome che avevano le maschere nel teatro romano), ma anche insieme ad altri indumenti che formano la Bauta – costume: il tabarro, che può essere sostituito da un mantello, nero, avvolge il corpo della siora mascara, lasciando scoperto il volto prontamente nascosto dalla larva. Per finire, sul capo, viene indossato un cappello, anch’esso nero, a 2 o 3 punte o il tricorno.

E’ ora interessante soffermarci qualche secondo sull’etimologia di questo nome che sembra uscito da una favola della buona notte. Ovviamente ci sono diverse interpretazioni, per cui ci limiteremo ad esporvi quelle più particolari.

Secondo alcuni storici il nome Bauta deriverebbe da “bau bau” una lamentela che esprimeva la paura dei rampolli veneziani davanti a questa misteriosa maschera. Altri ancora pensano derivi da “bava” il pizzo bianco che scende sul petto della Bauta – costume. C’è poi chi sostiene che il nome abbia addirittura origini tedesche e derivi dal verbo Behüten che significa “custodire” “salvaguardare” “proteggere” e, osservando questo costume, ci si accorge subito di come sia disegnato per proteggere chi lo indossa da sguardi indiscreti.

Se quindi avete in mente di partecipare al carnevale o volete semplicemente portarvi a casa un ricordo di questa splendida città, perché non optare per la Bauta? Sono più che certa che riuscirete a trovare quella che fa per voi tra le centinaia esposte nelle vetrine e sulle bancarelle di tutta Venezia.

*Jo

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Quando l’arte incontra la letteratura – Lo scudo di Achille

Anche oggi siamo in vena di novità!
Una nuova, appassionante rubrica è in arrivo in cui saranno prese in considerazione diverse opere d’arte che hanno influenzato la letteratura italiana e straniera o che, viceversa, sono state ispirate da essa.

ce80970cbdc941f26c09afa8d97a673bPartiamo dagli albori, quando il concetto di letteratura ancora non esisteva e quello di arte era così lontano dalla mente degli uomini da chiamarsi ancora artigianato.
Ciò di cui voglio parlarvi oggi è il passo dell’Iliade che riporta la creazione, da parte del fabbro degli Dei Efesto, dello scudo di Achille. Questi 148 (468-616) versi sono uno dei primi esempi di Ekphrasis, ossia descrizioni di oggetti d’arte, della storia.

Prima di tutto, direi di raccontare ciò che portò alla creazione delle armi di Achille. Come tutti bene sappiamo, l’eroe acheo si era ritirato dal campo di battaglia a causa di un diverbio con il suo comadante Agamennone e aveva concesso a Patroclo di indossare le sue armi in battaglia.
Patroclo venne però assassinato da Ettore che prese tutto ciò che il giovane indossava. Achille era desideroso di vendicarsi, ma non aveva più armi ed armatura e questo portò sua madre Teti, una ninfa, a intercedere in suo favore presso Efesto che cominciò a forgiare con il rame le nuove armi del giovane.
Sebbene Omero specifichi che il dio forgiò per Achille un’armatura completa, non abbiamo alcuna traccia di come fossero fatti l’elmo, la placca di rame che doveva fungere da corazza, i parabraccio e i parastinchi, l’autore preferì concentrarsi solo e solamente sullo scudo.

Per quanto la descrizione sia dettagliata, Omero non specifica la forma dello scudo che, tuttavia, è ormai accettata quale circolare. Lo scudo stesso, infatti, dovrebbe essere un’allegorica rappresentazione della terra.
La descrizione parte dunque dal centro.

Vi fece la terra, il cielo e il mare,
l’infaticabile sole e la luna piena,
e tutti quanti i segni che incoronano il cielo,
le Pleiadi, l’Iadi e la forza d’Orìone
e l’Orsa, che chiamano col nome di Carro:
ella gira sopra se stessa e guarda Orìone,
e sola non ha parte dei lavacri d’Oceano
(Versi 483-489, Iliade Canto 18°)
Come si può evincere, nel cerchio centrale i protagonisti sono gli elementi astronomici. In un tempo in cui non si avevano altri mezzi per misusare il passaggio delle stagioni, conoscere le stelle e la loro posizione era molto importante sia per l’agricoltura, l’apparizione di determinate costellezioni poteva significare che era giunto il tempo della semina o della raccolta, sia per i lunghissimi viaggi in mare in cui non si avevano altri punti di riferimento oltre agli astri brillanti del cielo che indicano i quattro punti cardinali. Non stupisce quindi che siano stati posti nel centro, quasi quella posizione volesse sottolineare l’iportanza degli elementi raffigurati.
Nel secondo cerchio si passa alla descrizione di due città contrapposte, una in pace e una assediata da una guerra.
La città in pace è una città in festa: c’è un matrimonio, le spose sono accompagnate da un festoso corteo e tutto sembra essere raffigurato quale esaltazione del piacere e della gioia di vivere. Molto strana come decorazione per lo scudo di un guerriero!
Sebbene il matrimonio ci mostri alcune usanze tipiche greche, ciò che si contrappone maggiormente alla città in guerra, e che ci da un’idea ancora più chiara della civiltà greca di quel periodo, è la famosissima scena del giudizio.
E v’era del popolo nella piazza raccolto: e qui una lite
sorgeva: due uomini leticavano per il compenso
d’un morto; uno gridava d’aver tutto dato,
dichiarandolo in pubblico, l’altro negava d’aver niente avuto:
entrambi ricorrevano al giudice, per aver la sentenza,
il popolo acclamava ad entrambi, di qua e di là difendendoli;
gli araldi trattenevano il popolo; i vecchi
sedevano su pietre lisce in sacro cerchio,
avevano tra mano i bastoni degli araldi voce sonore,
con questi si alzavano e sentenziavano ognuno a sua volta;
nel mezzo erano posti due talenti d’oro,
da dare a chi di loro dicesse più dritta giustizia
(Versi 497 – 508, Iliade, canto 18°)
achilles shield.art.shld72F.jpgUn manipolo di uomini è raccolto in piazza ed assiste al giudizio di un omicidio, qui, ascoltate le versioni dei due contendenti, i giudici esprimono il proprio parere a turno tramite il passaggio di uno scettro, simbolo di potere. I cittadini possono ascoltare e si mostrano favorivi all’una o all’altra parte, possiamo immaginare che si trattasse di scene molto caotiche.
Ciò che viene raccontato qui, alle nostre orecchie suona quasi come un’ovvietà e una banalità: il processo è pubblico e, per così dire, democratico.
Non vi è un singolo giudice a dirimere la questione, ma più di uno e tutti di pari importanza. La presenza dei cittadini mostra la pubblicità dell’atto e indica che, quantomeno per i reati più gravi, essi erano coinvolti e invitati anche a prendere una posizione.
L’importanza di quest’immagine sullo scudo dell’eroe sta nel fatto che essa immortala una delle primissime testimonianze in cui viene rappresentato l’amministrazione della giustizia nel mondo greco, un metodo molto simile a quello usato ai giorni nostri.
Passiomo dunque alla città in guerra: essa è accerchiata da due diversi eserciti e, poco lontano, un pastore è stato attaccato da alcuni esploratori nemici.
La cosa veramente interessante di questo passaggio è che risulta essere l’unico a parlare di guerra. Achille sta, di fatto, andando a combattere con uno scudo raffigurante scene di vita quotidiana, di amore, felicità e, se vogliamo, anche di scienza e tecnica.
Qualche parola in più va spesa per quanto riguarda il terzo cerchio descritto da Omero: qui vengono narrate scene di vita quotidiana nei campi distribuite nel corso dell’intero anno, alcuni pastori al pascolo e, infine, una scena molto festosa.
Una prima sezione mostra l’aratura dei campi e un’altra è chiaramete incentrata sul raccolto, il lavoro è sempre controllato da una figura che sarebbe il Re, unico padrone del campo. I lavoratori sono affittuari della terra, non schiavi del re.
Molto interessante è il fatto che, nella sezione dell’aratura, si può chiaramente intuire che i greci già conoscessero la tecnica della rotazione triennale. Non stupisce affatto che Omero abbia deciso di usare la tecnica dell’ekphrasis per esaltare la civiltà a lui contemporanea, erano decisamente sviluppati!

Nei versi dedicati all’allevamento viene raccontato un episodio che, ai nostri occhi, ha dell’incredibile e che vede protagonisti niente mendo che dei leoni. Ecco cosa succede: durante una normale e tranquilla giornata di sole un pastorello ha condotto i propri animali al pascolo, quando un branco di temibili leoni li attacca e i prodi cani li cacciano via salvado la vita al pastore e i suoi animali.
Immagino che quasi tutti, almeno una volta nella vita, siamo partiti per un viaggio alla scoperta della grecia e, a meno che non ci trovassimo in uno zoo, non ci è mai capitato di vedere un leone. Questa può sembrare una stranezza agli occhi di noi uomini del duemila, eppure sia la penisola greca che quella italiana erano allora popolati dai leoni europei: una razza che si è estinta nei primi secoli d.C a causa della caccia sregolata e dell’utilizzo di queste fiere nei giochi (dove vennero sostituiti con leoni asiatici ed africani).
Nell’ultima sezione di questo cerchio è rappresentata una danza: ragazze e ragazzi danzano felici mentre ai lati alcuni araldi suonano e degli acrobati si esibiscono incendiando l’aria con la gioia di una festa.

E una danza vi ageminò lo Storpio glorioso;
simile a quella che in Cnosso vasta un tempo
Dedalo fece ad Ariadne riccioli belli.
Qui giovani e giovanette che valgono molti buoi,
danzavano, tenendosi le mani pel polso:
queste avevano veli sottili, e quelli tuniche
ben tessute vestivano, brillanti d’olio soave;
ed esse avevano belle corone, questi avevano spade
d’oro, appese a cinture d’argento;
[…]
(versi 590-598, Iliade, 18° Canto)

Nella descrizione della danza, Omero fornisce un particolare interessante: con una bella metafora paragona le figure formate dai giovani che danzano mano nella mano al labirinto che Dedalo costruì per Minosse, a Creta, e nel quale tutti sappiamo fu rinchiuso il temibile Minotauro. Omero, nella sua narrazione, non si sente in dovere di spiegare a cosa servisse il labirinto: si trattava di leggende comuni all’epoca che tutti conoscevano e a cui spesso gli aedi, ossia i cantastorie, si riferivano per far capire meglio agli ascoltatori, e ora ai lettori, di cosa si stesse parlando.
Non si sa esattamente cosa questo passo rappresenti, per alcuni si tratta di un rituale, per altri è una semplice festa, tuttavia, tutti sono concordi nel trovare in questa scena il culmine della gioia terrena e il maggior contrasto con la guerra che assedia Troia da quasi dieci anni.

Ed eccoci arrivati agli ultimi versi dedicati allo scudo di Achille, quelli che ci fanno maggiormente propendere per una forma circolare dell’arma:
Omero ci racconta che nell’ultima sezione Efesto scolpì “la grande possenza del fiume Oceano”. Sì, un’altra stranezza al pari dei leoni. Per i greci l’oceano era un fiume che delimitava completamente la terra raffigurata come un disco piatto.
Dopo aver così minuziosamente descritto lo scudo, Omero narra in soli 9 versi la creazione del resto dell’armatura e la consegna di essa ad Achille. Se il poeta ci avesse lasciato una descrizione più dettagliata anche delle altre parti dell’armatura e delle loro decorazioni, sicuramente saremmo in grado di decifrare meglio i simboli che abbiamo qui elencato e, osservati all’interno di un quadro completo, essi ci sarebbero sembrati meno enigmatici di quanto non siano in realtà.

*Volpe

  • NOTE :
1.La traduzione è stata tratta da: “Storia e testi della letteratura greca”, M. Casertano G. Nuzzo, © 2011 G. B. Palumbo Editore
2.Le immagini qui riportate non sono del “reale” scudo di Achille poiché no è mai stato ritrovato un oggetto come quello descritto da omero. Queste sono solo ricostruzioni sulla base di ciò che si può leggere.