PROMETTIMI CHE CI SARAI

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PROMETTIMI CHE CI SARAI
Autore: Carol Rifka Brunt
Casa editrice: Piemme
Anno: 2014.

. : SINOSSI : .

Quando hai quattordici anni, il tuo cuore è un luogo oscuro, un labirinto di sentimenti che non sai decifrare. Timida, goffa e sognatrice, June è a disagio tra i coetanei. Preferisce rifugiarsi nel bosco dietro la scuola, con ampie gonne e strambi stivali, fingendo di essere stata catapultata a New York dal Medioevo, l’epoca in cui sarebbe potuta diventare un falconiere. Sarebbe bello riuscire a richiamare a sé, proprio come creature alate, le persone che non ci sono più. Come lo zio Finn: grande pittore e migliore amico di June, l’unico in grado di capirla, strappato troppo presto alla vita da una malattia di cui in famiglia è proibito parlare. Un giorno, June riceve un pacco misterioso. All’interno c’è la teiera preferita di Finn, accompagnata da una lettera firmata da un certo Toby: l’uomo che nessuno, al funerale dello zio, ha osato avvicinare. E che ora chiede proprio a lei di incontrarlo in segreto. June dovrà fare i conti con la paura e la gelosia prima di accettare il fatto di non essere stata l’unica persona speciale nella vita dello zio. E prima di aprirsi a un’amicizia che potrebbe aiutare sia lei che Toby a colmare quel grande vuoto. Dopotutto, era quello che avrebbe voluto Finn: fare incontrare le persone che più aveva amato, unirle come in un’unica cornice affinché si prendessero cura l’una dell’altra. Ecco il suo ultimo desiderio, ecco il suo più grande capolavoro.

. : Il nostro giudizio : .

E’ un romanzo che parla di malattia, di rancori che dormono come piante di un sottobosco, di viaggi nel tempo e di quell’amore di cui è proibito parlare ad alta voce, ma che deve essere raccontato a bassa voce come un segreto.
Erano anni che non piangevo sulle pagine di un libro e sono contenta di aver trovato un romanzo che mi abbia fatto vibrare fin dentro alle ossa, coinvolgendomi visceralmente e dandomi un motivo per piangere, anche in pubblico, senza provare vergogna.
Come ho già detto è un romanzo che parla di malattia, la piaga dell’AIDS che come un parassita corrode fino a stroncare la propria vittima, di vergogne e rancori che come spettri si aggirano tra i vivi e come lupi fanno sentire in lontananza la loro presenza e di un amore che racconta con delicatezza e sensibilità le vicende amorose di una coppia omosessuale marchiata dalla società e dalla malattia.
Nessuna propaganda né lamentosa apologia dell’omosessualità, nessun monologo che trasuda di vittimismo.
“Finché morte non ci divida” non è una clausola nel contratto matrimoniale, ma la promessa di fedeltà che qualsiasi coppia di amanti si scambia quando due vite si fondono in una.
Un libro che merita di essere letto, sottolineato e diffuso; un romanzo che consiglio vivamente e che avrei voluto aver letto molto prima di adesso.
Una storia che parla a lettori di qualsiasi orientamento e che ci racconta l’amore fedele fino alla fine ed anche oltre.

Ovviamente il voto non può che essere 10/10, la versione rigida costicchia, ma fortunatamente è già disponibile la versione economica che costa un po’ meno.
*Jo

Dei ed eroi del XXI secolo – Gli eroi della Marvel protagonisti dell’epica americana (parte 2)

In questa seconda parte dedicata ai supereroi della Marvel inizieremo ad analizzare la personalità di uno dei protagonisti del prossimo film Marvel “Captain America- Civil war”. La nostra analisi non si fermerà tuttavia ad una semplice descrizione del personaggio, ma cercheremo di portare alla luce tutte le caratteristiche che legano Captain America ad altri personaggi della letteratura europa o dell’epica antica. In fondo all’articolo troverete, nel caso ve lo foste perso, la prima parte di questo approfondimento.

2. CAPITAN AMERICA: IL BUON SOLDATO 

1.1 Di secolo in secolo: immagini e modelli che non muoiono mai                                 

Che si tratti di romanzi o racconti brevi, fumetti o lungometraggi, ogni storia racconta le vicissitudini più o meno realistiche di personaggi realmente esistiti o frutto della fantasia. Attraverso la narrazione prendono forma e vita gli ideali, le speranze, i sogni e le paure della società a cui appartengono i personaggi di cui si scrive. La mitologia americana non è in questo senso da meno: i suoi supereroi, così come i loro antagonisti, sono l’incarnazione degli ideali in cui il popolo americano si riconosce e delle crociate che esso ha intrapreso per diffondere ovunque gli ideali espressi nella Dichiarazione di Indipendenza. Nelle pagine che seguono analizzerò due supereroi della casa Marvel soffermandomi sulle loro peculiarità quali la personalità, i loro poteri e la loro uniforme; per poi cercare all’interno della mitologia classica e della letteratura europea figure che presentano caratteristiche analoghe a quelle del supereroe trattato. Questo confronto servirà a mettere in luce come, di secolo in secolo, di paese in paese, di società in società, persista una tipologia di personaggio che può essere considerata un archetipo.

2.1 Capitan America: da grandi poteri derivano grandi responsabilità

Capitan America (Captain America) è senza dubbio il supereroe che meglio si presta a rappresentare gli ideali e la cultura americana; si può quasi affermare che esso sia un’incarnazione stessa dell’America. Tale personificazione ha inizio dallo pseudonimo adottato da Steve Rogers in seguito all’iniezione di un siero che lo trasforma in un super soldato programmato per combattere al fianco degli Alleati e sconfiggere i nazisti e, più nello specifico, il famigerato scienziato nazista Teschio Rosso (Red Skull).

La figura di Capitan America nasce dalla matita e dalle menti di Joe Simon e Jack Kirby nel 1941 e fin dalla sua comparsa incarna gli ideali democratici tanto cari alla nazione americana. Il primo numero del fumetto a lui dedicato vede la luce in un periodo storico particolarmente delicato per l’America e il mondo intero. Nato nel corso della seconda guerra mondiale, è fin da subito evidente come questo personaggio non sia solamente l’ennesima trovata dell’editoria fumettistica, ma abbia un importante ruolo all’interno di un conflitto che non era solo armato, ma anche propagandistico.A guerra finita il personaggio si evolve per seguire il ritmo degli eventi in cui è coinvolta l’America e da cacciatore di nazisti diventa, durante la guerra fredda, un cacciatore di comunisti anche se questa nuova missione non riscuote presso il pubblico lo stesso successo che aveva avuto la sua lotta contro Teschio Rosso e il regime hitleriano.

Capitan America è l’America e l’America si riflette in Capitan America. Questo spiega le continue mutazioni comportamentali a cui il personaggio va incontro nel corso degli anni in modo da corrispondere sempre più fedelmente alla nazione di cui è icona. Nel 1941 è il soldato che difende la libertà; nel corso della guerra fredda l’avversario dell’unico sistema totalitario rimasto in piedi al termine della seconda guerra mondiale; e oggi egli rappresenta la coscienza del popolo americano e in quanto tale lotta contro i mali della società contemporanea.

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Il primo livello su cui si realizza l’immedesimazione di Capitan America con la nazione americana è la sua uniforme. A differenza di Iron Man, Thor o altri supereroi Capitan America indossa un’uniforme che richiama idealmente alle sue origini militari. La sua tuta è di fatto una bandiera americana in cui l’azzurro si affianca al rosso e al bianco e sul cui petto campeggia una stella bianca a cinque punte, motivo che viene ripreso anche dallo scudo (per certi versi l’aspetto dello scudo di Captain America ricorda quello di Achille in cui vi era un ritratto della società greca dell’epoca) che il supereroe porta sempre con sé. Sul capo il capitano porta una maschera blu decorata con una “A” sulla fronte e due ali ai lati: richiamo alle ali che ornavano i calzari del dio greco Mercurio e all’aquila simbolo di libertà e forza.

Se la prima corrispondenza tra America e Capitan America è di tipo visivo e ci viene suggerita dall’uniforme del supereroe, la seconda fase del processo di identificazione  avverrà attraverso il  nome, la personalità e i comportamenti del personaggio. “Cap”, “La sentinella della libertà”, “La leggenda vivente”… sono tanti i nomi con cui viene chiamato Capitan America e ognuno di essi sottolinea come il capitano Rogers sia la massima e più completa espressione del sogno americano, la nemesi di tutte le forme di criminalità e di tirannia, l’ispiratore delle forze armate e l’emblema del coraggio e del valore militare e umano. Egli possiede tutte le caratteristiche che in passato erano proprie degli eroi greci: onestà, perseveranza, lealtà, autorevolezza, onore.

A più riprese, nelle saghe che hanno come protagonista Capitan America, viene messo in risalto il suo essere un uomo virtuoso: risoluto nei suoi intenti, ma capace di essere magnanimo con i nemici sconfitti, dotato di spirito di sacrificio e affatto interessato all’arrivismo o all’autoaffermazione:

 It was never about politics. It was never about me. It was about the country. It was always about the country.[1]

O ancora:

 Bobby Shaw of Texas did what so many young men and women did then, and continue to do to this day: he gave his life three thousand miles from home so that others might live free. I have been to the end of the skies and back. I have been in the company of heroes. Of all those heroes, he was the bravest I ever known.[2]

Malgrado la sua forza eccezionale e le sue capacità di gran lunga superiori alla media, Capitan America non si considera mai migliore degli altri o più  meritevole di encomi e medaglie rispetto ai suoi commilitoni. Egli considera i suoi “poteri” un dono e in quanto tali li usa con giustizia e,

soprattutto, senza mai perdere quell’umiltà che lo aveva caratterizzato fin da prima di diventare l’icona della lotta al nazismo.

Nonostante le mille imprese, i riconoscimenti e tutto quello che ha comportato diventare Capitan America, Steve Rogers rimane in fondo il ragazzino troppo gracile per il servizio di leva, ma non per questo meno determinato a diventare un soldato e a servire la propria nazione: “I never wanted to be Captain America. I was just supposed to be a soldier… I just wanted to serve.”[3]

2.3 Il manifest destiny: la buona battaglia della sentinella della libertà

Abbiamo avuto modo di vedere come a livello visivo vi sia una totale corrispondenza tra personaggio e nazione americana. Ma a livello ideologico dove si concretizza tale personificazione? Quali sono i valori che differenziano Capitan America dagli eroi dell’epica classica o dai protagonisti della letteratura? Quali sono i tratti – al di là del nome – che fanno di lui un eroe “made in USA”?

Capitan America è l’incarnazione del manifest destiny, ovvero della missione di cui il popolo americano si è fatto carico al fine di portare in tutto il mondo la luce della democrazia, i semi della speranza, i vantaggi del progresso, il diritto alla libertà e alla felicità e l’attaccamento fedele alla famiglia e alla patria. Steve Rogers è il paladino che combatte contro i sistemi totalitari che intendono mettere dei freni alla libertà e impedire all’individuo di realizzare la propria felicità a livello sia personale sia collettivo. Le sue imprese non sono dimostrazioni di forza o di abilità, ma vere e proprie crociate dove la vera protagonista è la libertà da ristabilire, da difendere o da trasmettere come valore sacro e per questo inviolabile.

2.4 Ettore, Enjolras, Faramir: il principe, il martire e il capitano

Scopo del presente lavoro è analizzare i legami che uniscono i personaggi della mitologia americana a quelli della letteratura e dell’epica europea. A partire dai poemi di età classica, per arrivare ai romanzi del novecento, si incontrano tra le pagine dei libri decine di personaggi che per fibra morale, coraggio, spirito di sacrificio e amore per la patria, la famiglia e la libertà; possono essere considerati come i fratelli maggiori di Capitan America.

A un’analisi più attenta ci si rende conto che Capitan America non è semplicemente un supereroe o un soldato, ma è l’eroe per eccellenza in quanto dotato di quelle caratteristiche che, nel corso dei secoli, hanno consacrato altre personalità, più o meno romanzate, iscrivendole di diritto nel pantheon delle figure associabili al concetto di eroismo. Tra i tanti vi sono: Ettore, il campione troiano che compare nel poema epico Iliade (VI secolo a.C) scritto da Omero, Enjolras, il giovane a capo della rivoluzione francese nel capolavoro di Victor Hugo Les Misérables (1862) , e Faramir, il capitano degli eserciti di Gondor nel romanzo di J. R. R. Tolkien The Lord of the Rings (1954).

Ettore è l’eroe nella guerra contro i Greci: era un principe di Troia, primogenito di Priamo ed Ecuba, sposo di Andromaca e padre di Astianatte. Nell’Iliade egli ha un ruolo principale in quanto è l’unico ad avere il coraggio di affrontare sul campo di battaglia gli eroi più forti e valorosi dell’esercito greco tra cui Aiace, Patroclo e Achille. Nel poema Ettore incarna i valori del mondo antico: nobiltà d’animo, amore per la patria, coraggio, rispetto per gli dei, devozione per la famiglia e umanità. La sua presenza basta a infondere coraggio nei troiani; il suo valore e la sua fama di campione sono sufficienti a incutere terrore nei cuori dei nemici che scappano alla sua vista come davanti a “crudo lïone”:

[…] Finalmente Ettore

scintillante di foco nella folta

precipitossi. Come un’onda

gonfia dal vento assale impetüosa

un veloce naviglio, e tutto il manda

ricoperto di spuma; il vento rugge

orribilmente nelle vele, e trema

ai naviganti il cor, chè dalla morte

non sono divisi che d’un punto solo:

così tremava degli Achivi il petto;

ed Ettore parea crudo lïone

che in prato da palude ampia nudrito

un pingue assalta numeroso armento.[4]

A questa natura di guerriero temibile e inflessibile, Ettore affianca dimostrazioni di affetto e di devozione verso il padre e la patria e di amore verso la sua sposa e il piccolo Astianatte. Come Capitan America, Ettore sente il peso della responsabilità ed è costretto a scegliere tra ciò che è giusto e ciò che è facile, tra famiglia e dovere, tra vita e morte e, come l’eroe della Marvel, alla fine egli deciderà di adempiere al proprio dovere di principe, marito, figlio e guerriero e di sacrificare se stesso per il bene della comunità accantonando i propri interessi.

I passi in cui emerge questo conflitto sono l’ultimo incontro tra Andromaca ed Ettore e nel corso dello scambio di parole tra Ettore e il padre poco prima della caduta dell’eroe:

– O mio diletto, questo tuo coraggio

ti perderà! Né del figliuolo infante

pietà pur senti né di me meschina,

che vedova di te sarò ben presto

chè ben presto gli Achei ti uccideranno

tutti su di te gettandosi! […]

O Ettore, tu padre ora mi sei,

tu dolce madre, tu fratello; e sei

il mio florido sposo! Ora tu dunque

m’abbi pietà! Qui su la torre or resta,

si che render non debba orfano il figlio

e vedova la moglie!-

[…] A lei allor rispondendo disse

Ettore, il grande-agitator-dell’elmo:

– Oh ben questo anche a me pesa sul cuore,

o donna mia! Ma troppo l’onta io temo

delle Troiane dai-prolissi-pepli

e dei Troiani, se in disparte io stessi

come un codardo, fuor dalle battaglie.

Non vuol questo il cuor mio, chè sempre appresi

Ad esser prode, a battermi fra i primi,

onde sempre durasse intemerata

l’alta gloria paterna e la gloria mia!-[5]

In un passo successivo, invece, leggiamo:

Ululava , e colle mani

alto levate si battea la fronte il buon vecchio, e chiamava a tutta voce

l’amato figlio supplicandolo: e questi

fermo innazi alle porte altro non ode

che il desio di pugnar col suo nemico.

Allor le palme il misero gli tese

e questi profferì pietosi accenti:

– Mio diletto figliuolo, Ettore mio,

deh lontano da’tuoi da solo a solo

non affrontar costui che di fortezza

d’assai t’è sopra. […]

ei che di tanti

orbo mi fece valorosi figli […]

abbi pietade

di me meschino […]-

E così dicendo,

strappasi il veglio dall’augusto capo

i canuti capei; ma non si piega

l’alma d’Ettorre.[6]

Anche questo secondo appello è destinato a rimanere inascoltato dall’eroe che risponde alla supplica del padre dicendo di preferire la morte sul campo di battaglia a una vita da codardo e affronta il proprio fato certo che il suo nome, il suo coraggio e la sua impresa giungeranno alle orecchie dei posteri.

Enjolras è lo studente che, nel romanzo I miserabili di Victor Hugo, guida l’insurrezione invitando il popolo parigino a sollevarsi contro il re e a erigere barricate per riprendersi la libertà che gli è stata negata. Di lui lo scrittore scrive:

Enjolras era un ragazzo affascinante che poteva diventare terribile. […] natura da sommo sacerdote e da guerriero, assai poco comune in un adolescente. Era a un tempo officiante e militante: dal punto di vista immediato, soldato della democrazia; al di sopra del movimento contemporaneo, sacerdote dell’ideale.[…] Era l’amante marmoreo della libertà.[7]

Queste poche righe sono sufficienti per fissare la personalità di questo ragazzo poco più che adolescente che, malgrado la giovane età e l’irruenza tipica dei vent’anni, consacra tutto se stesso alla difesa della libertà e alla realizzazione di un mondo in cui nessuno debba più soffrire per i soprusi dei potenti, la fame e la violazione dei diritti fondamentali dell’uomo. Ancora di lui viene scritto: “Non aveva che una passione, il diritto, e un pensiero, rovesciare l’ostacolo.”[8]

Enjolras è l’incarnazione del desiderio di Victor Hugo di una Francia, e di un mondo, repubblicana, libera dallo spettro della monarchia e dalla perenne minaccia di un colpo di stato. Come Hugo, il giovane subisce una sorta di persecuzione per via della lealtà che dimostra verso le idee repubblicane: ideale per cui, a rivoluzione fallita, giungerà a dare la vita. Come Capitan America, Enjolras è risoluto e determinato. Tra gli amici dell’ABC egli viene indicato come il “capo” e gli appellativi che Victor Hugo riserva al personaggio si rifanno tutti a grandi guerrieri della mitologia greca e romana o leader della storia francese.

In quel manipolo di studenti universitari egli è colui che, anche a scapito della vita, si imbarca in crociate azzardate in difesa della libertà del popolo francese. Al pari del capitano Rogers egli non ha un’amante e tutto il suo essere, anima e corpo, è votato a un ideale: la patria.

 – […] Ebbene, Enjolras non ha una donna, non è innamorato e trova il modo di essere intrepido. È inaudito che si possa essere freddi come il ghiaccio e arditi come il fuoco. –

Sembrava che Enjolras non ascoltasse, ma se qualcuno gli si fosse stato vicino lo avrebbe udito mormorare sotto voce: Patria.[9]   

L’ultimo personaggio che ho preso in esame appartiene all’universo creato da Tolkien nel suo capolavoro Lord of the Rings. Tra i tanti personaggi che ruotano intorno alla vicenda di Frodo Baggins (il protagonista del romanzo) e dell’anello del potere ve ne è uno che per personalità può essere considerato l’alter ego dello scrittore stesso.

Faramir, figlio di Denethor, capitano di Gondor viene presentato da Tolkien come il personaggio che, insieme alla dama Eowyn, rappresenta il valore e l’incorruttibilità del genere umano davanti alla promessa di una facile ascesa al potere. Mentre gli altri rappresentanti della razza umana a contatto con l’Anello del potere vengono corrotti dal desiderio di possederlo insieme al grande potere che esso racchiude, Faramir non si lascia ingannare e, quando si ritrova tra le mani l’anello e il suo portatore, decide, a dispetto degli ordini e dei desideri del padre, di lasciare andare Frodo e il suo fardello. Se tracciare un quadro di Enjolras è facile grazie alle descrizioni accurate di Hugo, lo stesso non vale per Faramir la cui personalità viene tracciata come una trama, un disegno che si può ammirare nella sua interezza solo accostando le descrizioni e i dialoghi che il personaggio ha con gli altri:

Here was one with an air of high nobility such as Aragorn at times revealed, less high perhaps, yet also less incalculable and remote: one of the Kings of Men born into a later time, but touched with the wisdom and sadness of the Elder Race […]

He was a captain that men would follow, that he would follow, even under the shadow of the black wings.[10]

Al pari di Enjolras, Ettore e Capitan America, Faramir è una guida, una certezza in mezzo agli eventi che scuotono la realtà della Terra di Mezzo e il popolo degli uomini. Il personaggio compare nei capitoli che sono posti al centro del romanzo e ne costituiscono il cuore. Più le forze del male e le tenebre si addensano, tanto più luminose sono le figure che Tolkien pone a difesa del bene, del bello e del buono.

Faramir rappresenta per gli uomini di Gondor non solo una certezza militare, ma quella speranza che accende gli animi dei guerrieri e li invita a non cedere davanti al nemico e a continuare la battaglia. La sua sola presenza è sufficiente per richiamare al dovere gli uomini che non esitano a seguirlo in campo aperto contro le armate nemiche: 

Ever your desire is to appear lordly and generous as a king of old, gracious, gentle. That may well befit one of high race, if he sits in power and peace. But in desperate hours gentleness may be repaid with death.’

‘So be it,’ said Faramir.

‘So be it!’ cried Denethor.[11]

 

Infine, in linea con le figure eroiche già analizzate, il capitando di Gondor si distingue dagli altri umani per la sua moralità incorruttibile e la sua fedeltà cieca e totale agli ideali in cui crede. Egli non teme di affrontare la morte e la accoglie anzi con serenità pur di non essere costretto a rinnegare il suo codice d’onore.

*Jo

Leggi la prima parte

.: NOTE :.

[1] Cfr. http://goodmenproject.com/ethics-values/what-captain-america-means-to-me/ ( 07 -04 – 2014)

[2] Ibid.

[3]  Ibid.

[4] Omero, Iliade, Canto XV, trad. di V. Monti, Itaca, Castel Bolognese, 2004, , versi 604- 612, 623-625, p. 281.

[5]  Ibid, Canto VI, versi 407 – 432, 440- 446,  pp. 114-115

[6]  Ibid., Canto XXII, versi 40 – 55, 73-74, 100-104 , pp. 368-370.

[7] Victor Hugo, Les misérables (1862), trad. it. I miserabili, Garzanti Editore, Milano, 1990, pp. 685-686.

[8] Ibid.

[9] Ibid., p.  1275.

[10] J. R R. Tolkien,The Lord of the Rings, Unwin Paperbacks, London, 1968, p 842.

[11] Ibid., p. 844.

Dei ed eroi del XXI secolo – Gli eroi della Marvel protagonisti dell’epica americana (parte 1)

Manca un mese esatto all’uscita di “Captain America – Civil War” e come promesso abbiamo deciso di iniziare una breve rubrica in cui analizzeremo i personaggi che si affronteranno nel prossimo lungometraggio Marvel e di svelare tutti i collegamenti che legano gli eroi di Stan Lee a quelli della letteratura e dell’epica europea. Prima di iniziare vogliamo ringraziare Devyani Berardi che ci ha concesso di pubblicare parte della sua tesi sul nostro sito e ci ha fornito materiale più che valido per la realizzazione di questi articoli.

 1. IMMAGINI DELLA MITOLOGIA AMERICANA: IL CASO DELLA MARVEL

1.1 Mitologia e fumetto: i nuovi eroi combattono tra le pagine degli albi

Per affiancarsi al mondo della mitologia americana dobbiamo per prima cosa stabilire cosa sia la mitologia e quali siano le sue caratteristiche. Il termine mitologia deriva da due parole greche: μύθός (= mythos) e λόγος (= logos); con il primo termine viene indicato un racconto favolistico, a carattere sacro, che ha per protagonisti dei ed eroi, mentre il termine “logos” indica non solo la parola ma, in un senso più ampio,  un discorso o un racconto che vale la pena raccontare.

Un’ulteriore distinzione deve essere fatta tra “leggenda” e “mito” in quanto essi si riferiscono a due tipi di racconto diversi tra loro. La leggenda è il racconto ispirato a un avvenimento realmente accaduto che, nel corso dei secoli, ha assunto connotati fiabeschi o di fantasia. La vicenda di re Artù e i cicli a lui ispirati sono leggende in quanto uniscono elementi di fantasia – draghi, maghi e incantesimi – a personaggi storici realmente esistiti. Un mito, al contrario, non ha riscontri storici e la sua natura è completamente fittizia.

Vediamo ora quale sia il processo che trasforma una storia in mito o leggenda. Per prima cosa bisogna dire che miti e leggende appartengono a un determinato tipo di narrazione e come tali devono possedere e rispettare determinate caratteristiche. Questi tipi di racconti sono nati come forma di intrattenimento che si divideva, fondamentalmente, in due momenti: uno ludico e uno didattico; per far sì che tutta l’assemblea ne capisse la morale, il linguaggio doveva essere semplice e incisivo e poteva avvalersi di formule che si imprimevano nella mente di chi ascoltava. I miti e le leggende trattavano, e trattano, dei problemi di tutti i giorni davanti a cui l’uomo si sente disarmato e impotente e offrono soluzioni spingendo chi ascolta a riflettere su determinati problemi. Essi insegnano a distinguere il bene dal male e mostrano quale premio attenda gli eroi che agiscono virtuosamente e la pena per chi si comporta slealmente o tenta di sovvertire l’ordine divino delle cose.

Sono emblematici in questo senso i racconti della mitologia Norrena che descrive come agli eroi gloriosamente caduti in battaglia spetti un’eternità di agi e banchetti nel Valhalla, mentre i morti con disonore siano condannati ai tormenti di Hel, l’inferno norreno che vanta tra i suoi prigionieri il più depravato degli dei, Loki. Ovviamente a questi elementi si affiancava la popolarità di queste storie che venivano raccontate, o meglio, cantate dagli aedi nelle agorà o nelle case dei nobili.

Oggi come allora l’uomo ha bisogno di miti, divinità ed eroi a cui guardare e da cui prendere esempio e, nel XXI secolo come duemila anni fa, i fattori che portano alla nascita di un mito non sono cambiati. Benché ci si sia allontanati parecchio dall’idea originaria, i nuovi miti della nostra società sono resi tali dagli stessi elementi che hanno garantito l’immortalità a personaggi come Ercole o Elena.

Caratteristiche eccezionali o innati talenti, storie sfortunate ma con la possibilità di un riscatto, successo e la morte, tragica o misteriosa, sono gli elementi che fissano nei cuori e nelle menti delle persone nomi e volti dando vita a un nuovo panteon di leggende che, oggi come allora, i mass media rendono permanente diffondendo  in tutto il mondo le storie e le imprese di questi nuovi “eroi”.[1]

Ma parlare nel 21° secolo di mitologia, eroi e leggende ha ancora senso? Perché tanta preoccupazione nel dare anche all’America una sua epica? Nel 1963 il filologo inglese Eric Havelock[2] definì “enciclopedia tribale” i due poemi scritti da Omero, in quanto tra le pagine dell’Iliade e dell’Odissea si trovano informazioni sugli usi e i costumi, le tecniche agricole e militari e le credenze del periodo classico. Non si può quindi pensare alla mitologia come a un semplice genere letterario: chi esplora questo universo entra in contatto con l’essenza di una nazione e ne carpisce, in modo il più delle volte incosciente, i segreti. Possiamo quindi paragonare la mitologia all’archivio di un popolo senza il quale sarebbe impossibile recuperare dati, luoghi, nomi ed eventi: senza di essa, infatti, questi sarebbero cancellati dall’avvicendarsi dei secoli.

In America questa banca dati è costituita in parte dai fumetti e dalle avventure dei supereroi. Le vicende di Spiderman, Iron Man, Capitan America e degli Avengers hanno come palcoscenico città americane riconoscibili e gli eventi narrati negli albi si intrecciano con i nomi e gli accadimenti del popolo americano. Un esempio[3] è il dialogo tra il dio del tuono Thor e un abitante di New Orleans rimasto senza casa in seguito all’uragano Katrina che sconvolse l’America nel 2005.

Uno dei canali che ha, fin dal principio, favorito il diffondersi di queste nuove saghe mitologiche e dei rispettivi eroi è il fumetto. Bisogna innanzitutto capire quale sia il ruolo del fumetto nella società americana e come venga concepito questo genere di lettura. Se in Italia ha cominciato solo di recente a farsi largo l’idea del fumetto come uno strumento pedagogico o comunque capace di veicolare messaggi e informazioni,  negli Stati Uniti d’America questa funzione è nota da tempo e non di rado i personaggi dei fumetti vengono usati per la propaganda e per veicolare messaggi politici.

Esemplare è in questo senso la serie di tavole, corto e lungo metraggi[4] che la Disney realizzò durante la seconda guerra mondiale in cui vengono mostrati i personaggi amati dai bambini intenti a difendere la nazione americana dal pericolo delle dittature, la negatività di sistemi autocratici come il nazismo o ancora ad invitarli a una maggior coscienza civile.

È a tal proposito esemplare il cartone animato Bert the Turtle, realizzato nel 1951 dal Ministero della Difesa americano. Nel cortometraggio scorrono video girati nelle scuole, nelle città o nelle campagne americane; e spezzoni di un cartone animato che mostra le avventure di Bert la Tartaruga e la sua infallibile tecnica per difendersi dai pericoli. Per tutta la durata del cartone animato si sente in sottofondo un jingle che ripete “duck and cover”: “accovacciati e riparati”.

Agli studenti di tutte le età veniva insegnato, attraverso la proiezione nelle scuole di questo cartoon, come reagire in caso di esplosione di una bomba atomica e quali fossero i comportamenti sicuri nel caso in cui l’attacco si verificasse a scuola, per strada, in città o in campagna.

1.2 Simboli: immagini e formule della mitologia americana.

Nel suo libro Il grande cerchio, un viaggio nell’immaginario americano Ilaria Moschini spiega ed elenca le immagini, le forme e le formule che, da prima del 1492, hanno caratterizzato l’America per poi diventare parte integrante del suo immaginario. La terra promessa, la città sulla collina, la porta d’oro e il faro sono solo alcuni dei simboli che costituiscono l’iconografia americana. Essendo nata dalla miscellanea di tanti popoli diversi la cultura statunitense ha adottato immagini universali rielaborandole per dar loro un significato “americano”.

Per quanto interessante sia l’analisi della simbologia, per motivi di tempo e di spazio mi limiterò ad analizzare quelle che, a mio parere, sono le icone più importanti e interessanti. In particolare mi soffermerò su:

– La luce e nello specifico l’immagine del faro;

–  La città sulla collina;

–  Il volo e l’aquila.

La luce, con le sue manifestazioni, è l’immagine che ha solleticato maggiormente la fantasia del popolo americano. Discorsi politici, segni[5], immagini e edifici sono stati fatti ricalcando l’idea originaria dell’America, e nello specifico del popolo americano, quale nazione illuminata, benedetta da Dio, e destinata a estendere la propria luce agli altri popoli. Con gli anni però l’idea della luce ha trovato nuove declinazioni tra cui quella del beacon, il faro, che in età moderna e contemporanea si è evoluto nell’immagine del grattacielo: la costruzione che per antonomasia rimanda alle grandi metropoli degli Stati Uniti d’America:“we are the brightest beacon for freedom and opportunity in the world […] and no one will keep this light from shining.”[6]

Questa immagine del faro è stata reiterata non solo in discorsi politici, campagne pubblicitarie o elettorali, ma è stata ampliamente utilizzata anche dal cinema che ha creato manifesti, slogan, e trailer cinematografici in cui compare, fisicamente o idealmente, la figura del beacon.

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Tra gli ultimi ad avere impiegato questa immagine è il lungometraggio The Hunger Games, Catching Fire (Francis Lawrence, 2013) dove viene detto, parlando della protagonista femminile, “she has become a beacon of hope”[7].

La Lionsgate, la casa cinematografica che ha prodotto il film, ha inoltre creato una serie di poster e locandine in cui viene associata al nome dell’eroina Katniss la formula ‘beacon of hope’.

Quella della luce, e delle sue declinazioni, è un’immagine che ha fin da sempre stuzzicato la fantasia dell’uomo assumendo connotati simili da una cultura all’altra: “Essa è simbolo universale della divinità e dell’elemento spirituale che, dopo il caos dell’oscurità originaria, attraversò il Tutto, ricacciando nei loro confini le tenebre.”[8]

Dai Vangeli ai canti liturgici di Babilonia, dalla dottrina buddista alla simbologia massonica, la luce è la manifestazione del divino e del bene che sconfigge le tenebre e, nel caso dell’America, essa incarna il compito del popolo americano di liberare le altre nazioni dal giogo della tirannia.

Questo impegno, che ha più i connotati di un ordine morale che di una missione, viene riassunto nel concetto di “manifest destiny”, che oggi  si traduce nell’obbligo, che gli Stati Uniti sentono di avere, di intervenire per ristabilire su scala mondiale i principi – espressi nella Dichiarazione d’Indipendenza – della libertà, della democrazia e dell’uguaglianza nonché il diritto naturale alla felicità e all’autoaffermazione, riportando la luce laddove la tirannia e l’egoismo hanno avuto il sopravvento.

Un’immagine che si collega alla luce e al faro è quella della “città sulla collina”, di origine biblica:

[…] non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli.[9]

Questo passo del Vangelo di Matteo ci è utile per capire il legame che unisce il beacon alla city upon the hill. La montagna, la collina e, in un senso più vasto, le altezze “sono il luogo in cui la terra si alza, si solleva, si tende verso il cielo […] in cui la divinità scende e incontra l’uomo. (La montagna , o nel nostro caso la collina) è la scala favolosa che offre (all’uomo) un inizio di realizzazione ai suoi sogni”[10].

Nell’immaginario collettivo americano la città costruita sopra la collina è la realizzazione della Gerusalemme Celeste: il culmine della dottrina puritana che faceva coincidere con la ricostruzione della Città Santa l’inizio di una nuova era in cui il popolo americano si sarebbe posto come guida morale, spirituale e politica per il mondo intero.

Come per il faro, questa immagine è stata più e più volte reiterata nei discorsi dei politici:

[…] For we must consider that we shall be as a city upon the hill, the eyes of all people are upon us; […] .[11]

[…] I’ve spoken of the shining city all my political life, but I don’t know if I ever quite communicated what I saw when I said it. But in my mind it was a tall proud city built on rocks stronger than oceans, wind-swept, God-blessed, and teeming with people of all kinds living in harmony and peace, a city with free ports that hummed with commerce and creativity, and if there had to be city walls, the walls had doors and the doors were open to anyone with the will and the heart to get here.[12]

In questo discorso di Reagan del 1984 è lampante l’immagine che l’America ha di sé quale società forte, splendente davanti al resto del mondo (un altro richiamo al beacon), salda davanti alle forze della natura e, cosa più importante, benedetta da Dio. Un luogo in cui si realizzano i sogni e le speranze non solo di una nazione, ma anche di tutti coloro che hanno la “volontà e il cuore di entrare (per le sue porte)”[13].

La città sulla collina, luogo sviluppatosi sotto lo sguardo paterno e benedicente di Dio, nutrito dalla fede, dai sogni, dalle speranze e dall’inventiva del popolo americano, è l’unico luogo in cui si può realizzare l’american dream: il concetto che, insieme al manifest destiny a cui abbiamo già accennato, costituisce il binomio su cui si fonda l’immaginario collettivo statunitense.

L’ultima, ma non per questo la meno importante, immagine che analizzerò sarà quella dell’aquila e del volo. Quando si pensa agli Stati Uniti d’America una delle immagini che subito cattura la nostra immaginazione è l’aquila: la regina incontrastata dei cieli e delle foreste americane, il volatile che non teme di attaccare anche animali più grossi come i puma o i lupi.

Quella dell’aquila, come la luce, è una delle immagini che costituisce l’humus dell’immaginario umano, essendo diffuso più o meno in tutto il pianeta; non esiste popolo che non sia rimasto incantato dalla sua maestosità di questo volatile e non gli abbia riservato un posto nella sua iconografia.

Molte sono le culture che rintracciano un legame tra questo animale e la luce: nei bestiari medioevali si diceva che l’aquila di volare verso il sole senza dover chiudere gli occhi, altre tradizioni la identificano con il sole e come il simbolo della vittoria della luce sulle tenebre e del bene sul male, l’evangelista Giovanni apre il suo Vangelo parlando della Luce che viene nel mondo e la tradizione cristiana abbina al santo l’aquila.

L’aquila è inoltre il simbolo di Giove, padre degli dei, e le insegne imperiali erano costituite da un’aquila ad ali spiegate. Essa è immagine di Cristo risorto e della nobiltà: nel 1688 lo storico dell’araldica A.G. Böckler mise in relazione le parole tedesche adler (= aquila) e adel  (=nobiltà) affermando che dall’aquila imperiale derivava il prestigio del popolo tedesco.

Presso i nativi americani l’aquila aveva un significato importante, infatti essa veniva identificata con il sole che era non solo fonte di luce, ma anche di vita. La religione sciamanica degli indiani d’America considerava l’aquila un animale protettore che, appollaiato sui rami degli alberi, vegliava e si poneva come un rimedio contro tutti i mali.

Il volo dell’aquila, poi, evocava il volo sciamanico e le esperienze estatiche che uno stregone, nel corso della sua vita, compiva per avvicinarsi ed entrare nel mondo degli spiriti. Presso i Paviotso vi era l’usanza di toccare il capo di un malato con un bastone a cui era attaccata una piuma che, lo sciamano del villaggio, aveva personalmente tolto all’aquila. L’aquila simboleggia la libertà, l’indipendenza nonché la potenza e l’attitudine alle armi, connotati che riconducono ai valori e alle eccellenze della nazione americana.

La bandiera del Messico e alcune monete rinvenute ad Agrigento, risalenti al 413 a.C, mostrano un’aquila intenta ad affrontare un serpente o, in alcune versioni, un drago. Questo uccello è quindi il simbolo della lotta contro il male, battaglia che, fin dalla sua nascita, è stata con orgoglio portata avanti dalla nazione americana.

Se pensiamo all’aquila viene naturale pensare al suo planare elegante e all’idea del volo. Il volo è da sempre l’espressione della libertà e della volontà di superare i propri limiti. Avendo dato i natali ai fratelli Wright l’America ha spezzato quel limite che teneva l’uomo incollato a terra.

Tra gli eroi del vecchio mondo nessun mortale aveva mai spiccato il volo e gli unici che ci provarono, Bellerofronte e Icaro, vennero puniti con la morte[14]. Gli eroi, o per meglio dire, i supereroi del Nuovo Mondo hanno invece tra le loro peculiarità il volo. Che sia grazie a mutazioni genetiche, gioielli della tecnologia o perché progenie di un altro pianeta, i supereroi dei comics americani vivono le loro avventure tra il cielo e la terra, tra i marciapiedi e lo skyline delle metropoli americane segnando in modo netto il punto di rottura con quegli eroi figli di una tradizione vecchia e ormai dimenticata.

*Jo

.: NOTE :.

[1] Eroe: […] nel mito classico, uomo nato da una divinità e da un mortale, dotato di eccezionali virtù e autore di gesta leggendarie.  (cfr. Il grande dizionario Garzanti della lingua italiana).

[2]  Tullio Avoledo, “Dall’Odissea ai fumetti, La necessità dell’epica, Dal racconto della società alle tendenze culturali ecco come una striscia spiega la complessità dei tempi”, Il Corriere della sera, 18 novembre 2013,  pp. 24 -25.

http://comunicazionetestuale.wordpress.com/intro/havelock/ Vedi anche ( 4 – 12 – 2013).

http://en.wikipedia.org/wiki/Eric_A._Havelock Vedi anche  ( 4 – 12 – 2013).

[3] http://ilparere.net/2011/12/23/rubriche/roba-da-ragazzi/la-mitologia-moderna-del-fumetto/ Vedi anche (5 -12 -2013).

[4] Per approfondire si vada a: http://www.skewsme.com/disney_propaganda.html#axzz2mYNJRgBZ Vedi anche (5 -12 -2013).

[5] Si pensi ai due raggi di luce che, l’11 settembre del 2004 in occasione del Patriot Day, illuminarono la notte newyorkese in omaggio alle vittime del World Trade Center.

[6] Statement by the president in his Address to the Nation.

http://www.whitehouse.gov/news/releases/2001/09/20010911-16.html Vedi anche  (5 -12 -2013).

[7] http://www.youtube.com/watch?v=3lTebQWbNIQ  Vedi anche  (5 -12 -2013).

[8]  Hans Biederman, Knaurs Lexicon der Symbole, (1989), trad. it. Enciclopedia dei Simboli, Garzanti, Milano, 1999, p. 274.

[9] Cfr. Mt 5,14-16

http://www.lachiesa.it/bibbia.php?ricerca=citazione&Citazione=Mt+5&Cerca=Cerca&Versione_CEI2008=3&VersettoOn=1 Vedi anche  (6- 12- 2013).

[10] Cfr. De Champeaux Gérard, Dom Sebastien Sterckx, I simboli del medioevo ( Introduction au monde des symboles,  Zodiaque, St. Léger Vauban, Francia, 1972.) editoriale Jaca Book Spa, Milano, 1981. p. 188.

[11]  http://religiousfreedom.lib.virginia.edu/sacred/charity.html Vedi anche  (6- 12- 2013).

[12] http://en.wikipedia.org/wiki/City_upon_a_Hill Vedi anche ( 7 -12 – 2013).

[13] Ibid.

[14]Cfr. Gislon Mary, Palazzi Rosetta, Dizionario di mitologia e dell’antichità classica, Zanichelli, Bologna, 1997,

  1. 67 – 227.

“Captain America – Civil War” – Da che parte starai?

Manca poco più di un mese all’uscita nelle sale di “Captain America – Civil War” e non avete ancora deciso tra ‪#‎teamCap‬ e ‪#‎teamIronman‬?
Allora questa breve rubrica fa per voi!
A partire dalla prossima settimana pubblicheremo una serie di articoli sull’universo Marvel in cui analizzeremo i protagonisti e sveleremo tutti i collegamenti che uniscono il mondo creato da Stan Lee alla letteratura e ai miti del Vecchio Mondo.

Per scoprirne di più:

Dei ed eroi del XXI secolo – Gli eroi della Marvel protagonisti dell’epica americana (parte 1)

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Tra le pagine dell’incubo – Un biglietto di sola andata da Oceania a Panem

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Abbiamo già parlato nell’articolo “La letteratura che uccide la speranza” del genere YA (= Young Adult) e questa sera voglio fare con voi un ulteriore passo avanti analizzando quello che è il principale cavallo di battaglia di questo neo genere.

Come è già stato detto nell’articolo sopracitato, la colpa, o il merito, del genere YA è quella di incentivare una produzione letteraria pressoché identica dove situazioni e trame rimangono più o meno le stesse con piccole e necessarie differenze come l’ambientazione e i nomi dei protagonisti. Un fenomeno analogo ha interessato il settore della letteratura erotica che, cavalcando lo tsunami di scandalo e scalpore provocato da “Cinquanta sfumature di grigio”, è riuscita a conquistarsi nelle librerie un reparto autonomo e dignitoso al pari delle scansie dedicate ai fantasy, ai thriller o ai classici.

La forza di questo genere è, come già sappiamo, una trama focalizzata sul conflitto tra eroe/eroina e una società chiusa, sorda ed egoista che il più delle volte si declina in un sistema autarchico che il/la protagonista deve distruggere.

La distopia, termine coniato nell’ottocento dal filosofo britannico John Stuart Mill, è usato per riferirsi a condizioni sociali, politiche e storiche avverse a quelle che ci si potrebbe trovare in un’utopia. Il più delle volte sono delle profezie laiche in cui lo scrittore riversa le proprie paure per il domani esagerando gli aspetti negativi della società in cui vive, in altri casi può invece trattarsi di satira come nel caso de “Il grande dittatore”(1940)  film di Charlie Chaplin che ironizza sulla figura del Fuhrer.

La distopia è la letteratura di chi ha paura. Se si guarda alla storia della letteratura e del cinema, si può notare come il genere distopico veda la sua ribalta nei periodi di maggiore crisi o in prossimità di eventi che, come l’avvento del nuovo millennio, risvegliano in noi paure ancestrali che trovano qui una valida valvola di sfogo. E’ una lunga storia che dall’inizio del ‘900 sembra non aver mai visto un definitivo tramonto e che intreccia la letteratura e il cinema. Una tradizione che ha Orwell come padre, è stata tramandata ai fratelli Wachosky ( autori della trilogia di “Matrix” (1999) ed è infine approdata, passando per “V per Vendetta” della DC, sui nostri scaffali e sui nostri schermi grazie a saghe come “Hunger Games”, “Divergent”, “The Maze Runner”, “The Giver”,… .

Quella che stasera vi voglio proporre è una riflessione su questo genere che, a mio giudizio, è stato fin troppo abusato negli ultimi tempi e in cui sono stati stipati romanzi che di distopico hanno solo l’etichetta, ma non la sostanza.

Abbiamo già dato a grandi linee una definizione di “distopia”, per cui possiamo passare ad analizzare velocemente quelle che sono le ambientazioni dei racconti distopici e quali sono i tratti su cui scrittori e sceneggiatori si sono maggiormente concentrati nel corso degli anni.

Condizione sine qua non è la guerra che porta alla nascita di un nuovo governo e di una società di sopravvissuti. Ciò che a mio parere rende un romanzo distopico un romanzo di successo, o almeno degno di essere letto, è un contesto storico e politico plausibile. “1984” (1948) di Orwell è ambientato in un’Inghilterra del futuro in cui il socialismo ha vinto sul liberalismo e il capitalismo, una neo nazione, Oceania, in cui la privacy del cittadino è azzerata e l’intera vita del cittadino è in funzione del sistema “Socing”. Quella di Orwell è, ovviamente e fortunatamente, una società inventata le cui radici però affondano nel contesto storico e politico in cui Orwell scrisse il suo più famoso romanzo. Lashapeimage_2 seconda guerra mondiale è finita già da tre anni, ma le tensioni tra Alleati e URSS non si allenta e Berlino è divisa tra questi due schieramenti. La propaganda americana, che fino a qualche anno prima ha diffuso piccoli spot in cui metteva in guardia dai pericoli del nazismo, può ora dedicarsi completamente alla dittatura di Stalin e descrivere con dovizia di particolari quali siano le condizioni di vita sotto il regime comunista ( in questo periodo anche Captain America, il soldato nato per combattere i nazisti, fa della lotta al comunismo la sua nuova missione). L’Europa, come ho già detto, ha ancora negli occhi le atrocità compiute dalle SS di Hitler e la OVRA di Mussolini, la riservatezza di molti è stata violata e ogni scheletro nell’armadio è già stato portato alla luce o gettato definitivamente in fondo ad un pozzo per evitare problemi. Il Grande Fratello è quindi lo spauracchio perfetto per un popolo, come quello inglese, che ha sentito sul collo il freddo respiro della dittatura hitleriana. Gli occhi onniveggenti del Big Brother, che ricordano l’occhio in cui si trasforma l’antagonista de “Il Signore degli anelli”(1937-1949) e attraverso cui Sauron spia indisturbato ogni forma vivente della Terra di Mezzo, non sono solamente il mezzo attraverso il quale si semina il terrore e si mantiene l’ordine, ma sono anche e soprattutto la paura più grande di un europeo ancora “fresco di dittatura”, l’evoluzione elettronica, e meno controllabile dal cittadino, della Gestapo o degli organi di controllo delle dittature del ‘900. Uno scenario simile, che segue di qualche anno il romanzo di Orwell, ci viene presentato da Bradbury nel romanzo fantascientifico “Fahrenheit 451” (1953) dove la società sembra regredire, la televisione è ormai onnipresente e sempre più invadente nelle case degli spettatori e i libri sono messi al bando e bruciati da quelli che comunemente dovrebbero spegnere gli incendi: i pompieri. I roghi dei libri richiamano i tristi falò che i nazisti organizzavano nelle piazze tedesche, mentre la televisione interattiva, invadente e a tratti inopportuna sembra, oltre che una macabra profezia di quello che è sotto i nostri occhi quotidianamente, l’esagerazione di un fenomeno sociale che si faceva sempre più spazio nella vita dei cittadini americani. Altro ed ultimo esempio, questa volta preso dal cinema, è quello della trilogia dei fratelli Wachosky “The Matrix” (1999) in cui la distopia è governata da macchine super evolute create all’alba del XXI secolo e che, come nel peggior incubo di Asimov, hanno ridotto l’umanità in schiavitù creando per essa una realtà virtuale che non gli permette di distinguere la realtà dal Matrix. In questo caso le paure che ispirano questa trilogia cinematografica sono tante: il millennio ormai alle porte (saranno anche passati mille danni dall’ultima volta in cui è successo, ma alcune paure non muoiono mai del tutto), software e sistemi operativi sempre più efficienti, l’invasione sempre più massiccia dei computer non solo sul luogo di lavoro, ma anche nell’ambiente domestico. Gli occhi del Grande Fratello sono andati incontro ad un aggiornamento e lo spionaggio si svolge sul web. La violazione della privacy continua ad essere la paura centrale di queste dittature più o meno plausibili che, malgrado la loro natura fittizia, nascondono tra le proprie pagine profezie più o meno avveratesi sul futuro che noi ora stiamo vivendo: la riservatezza e lo spazio domestico calpestati ai fini di indagini di mercato, l’egemonia della televisione ormai sempre accesa nelle nostre case, la tecnologia sempre più intelligente e, per certi versi, invasiva nella vita di tutti i giorni.

Ovviamente questi sono solo alcuni esempi, citarli tutti sarebbe impossibile e rischieremmo solamente di fare una gran confusione, ma sono sufficienti per mettere in evidenza una cosa: gli autori di questi romanzi o sceneggiature conoscevano la storia, la loro storia, quella che leggevano sui giornali o ascoltavano alla radio. Le loro dittature sono al 50% fantasia e al 50% verità ed è per questo che, leggendo “1984” o “Fahrenheit 451”, sentiamo sempre un brivido lungo la schiena mentre assistiamo ai roghi dei libri o all’indottrinamento delle masse. I romanzi distopici “pre Hunger Games” sono romanzi per persone con una coscienza non solo morale, ma soprattutto storica e sociale. Sono per lettori che hanno ben chiari i rischi di una dittatura, che hanno studiato gli effetti di sistemi autarchici come il nazismo, il fascismo e il comunismo e che quindi si guardano bene dall’intraprendere strade che portino nuovamente a nuove sanguinose tirannie.

Al contrario i contesti storici delineati nei romanzi come Hunger Games&Co. sono una cornice il più delle volte tracciata di fretta e senza alcuna connessione con i fatti storici che stanno scuotendo il mondo dal 2001 ad oggi. Resta costante il tema del conflitto armato come causa principale che porterà all’origine della nuova dittatura: guerre civili, nucleari, mondiali che riportano l’umanità all’anno zero e la costringono a ricostruire un mondo che ha, per certi versi, del primitivo con una netta distinzione in classi sociali tipiche delle antiche società del Mediterraneo. La nuova letteratura distopica è un’antologia che si concentra maggiormente sui prototipi letterari che non sul contesto in cui le nuove distopie attecchiscono. I miti greci del Labirinto di Creta, della città di Atlantide, dei tributi che Atene doveva mandare annualmente sull’isola di Minosse o della repubblica così come pensata da Platone. L’immagine bella e terribile del gladiatore che nell’arena affronta ed uccide uomini e belve, la storia di Spartaco da schiavo a ribelle, da gladiatore a guerriero,…; ciò che noi occidentali abbiamo per secoli dato per scontato e obsoleto è, agli occhi di un popolo orfano di una sua mitologia classica come il popolo americano, un’autentica manna, una caverna delle meraviglie da cui attingere sempre nuovi spunti per scontri generazionali e lotte di classe. Leggendo la saga di “Hunger Games” (2010) viene spontaneo pensare non solo al mito di Teseo e il Minotauro, ma anche ai gladiatori e alla rivolta di Spartaco. Lo stesso labirinto è presente in “The Maze Runner” (2009), ma in questo caso con la funzione di prigione da cui si deve evadere e non entrare. La saga della Roth “Divergent” (2011) mescola il mito di Atlantide, città all’avanguardia in tutte le scienze e guidata da un governo utopico, con la repubblica idealizzata da Platone: una società guidata dai saggi, la classe d’oro, e divisa in classi in cui ogni individuo viene inquadrato appena finita l’infanzia.

Siamo di fronte ad una nuova letteratura che, in barba agli insegnamenti di Orwell, è più preoccupata a dare ai propri romanzi un retaggio antico, che non un contesto storico se non credibile almeno coerente con l’attuale periodo storico che stiamo vivendo. Sopravvive la paura per la privacy violata, l’inquadramento in un sistema in cui tutto è già controllato e le tecnologie sempre più sofisticate. Il terrorismo, che rappresenta una minaccia paragonabile solamente a quella del nazismo, sembra non aver mai scosso le coscienze di queste società sospese in un indefinito futuro, la caduta delle Torri Gemelle, la tragedia dei profughi, la corsa e la guerra per le risorse come gas e petrolio sono state gettate nel dimenticatoio  e solo “V per Vendetta”, riportando l’ambientazione nel Vecchio continente, dà qualche accenno a queste tematiche che si sono negli anni sempre più aggravate. La letteratura distopica dell’ultimo quinquennio ha fallito spegnendo, esattamente come un televisore, le coscienze dei lettori che, alla fine, diventano spettatori assetati di sangue al pari degli abitanti di Capitol City (la capitale di Panem nei romanzi di “Hunger Games”), lettori vampiri che strepitano per leggere l’ultimo volume della loro saga preferita per sapere quale personaggio morirà e chi vivrà.

Quello che sui nostri scaffali manca, e che mi auguro di trovare molto presto, è un romanzo distopico che si rifaccia, o almeno prenda insegnamento, dai romanzi di Orwell o Van Dick( per citare nomi nuovi). Una storia nuova, con protagonisti maturi e un contesto storico credibile che dia al lettore una prospettiva temporale di al massimo un secolo. Un romanzo non solo di piacere, ma che obblighi il lettore a riflettere sul periodo storico che stiamo vivendo e a misurarsi con le conseguenze catastrofiche a cui, se non prestiamo attenzione, potremmo andare incontro.

*Jo

IL LINGUAGGIO SEGRETO DEI FIORI

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IL LINGUAGGIO SEGRETO DEI FIORI

Autore: Vanessa Diffenbaugh
Casa editrice: Garzanti Libri
Anno: 2011

. : SINOSSI : .

Victoria ha paura del contatto fisico. Ha paura delle parole, le sue e quelle degli altri. Soprattutto, ha paura di amare e lasciarsi amare. C’è solo un posto in cui tutte le sue paure sfumano nel silenzio e nella pace: è il suo giardino segreto nel parco pubblico di Portero Hill, a San Francisco. I fiori, che ha piantato lei stessa in questo angolo sconosciuto della città, sono la sua casa. Il suo rifugio. La sua voce. È attraverso il loro linguaggio che Victoria comunica le sue emozioni più profonde. La lavanda per la diffidenza, il cardo per la misantropia, la rosa bianca per la solitudine. Perché Victoria non ha avuto una vita facile. Abbandonata in culla, ha passato l’infanzia saltando da una famiglia adottiva a un’altra. Fino all’incontro, drammatico e sconvolgente, con Elizabeth, l’unica vera madre che abbia mai avuto, la donna che le ha insegnato il linguaggio segreto dei fiori. E adesso, è proprio grazie a questo magico dono che Victoria ha preso in mano la sua vita: ha diciotto anni ormai, e lavora come fioraia. I suoi fiori sono tra i più richiesti della città, regalano la felicità e curano l’anima. Ma Victoria non ha ancora trovato il fiore in grado di rimarginare la sua ferita. Perché il suo cuore si porta dietro una colpa segreta. L’unico capace di estirparla è Grant, un ragazzo misterioso che sembra sapere tutto di lei. Solo lui può levare quel peso dal cuore di Victoria, come spine strappate a uno stelo. Solo lui può prendersi cura delle sue radici invisibili.

. : Il nostro giudizio : .

Il romanzo di Vanessa Diffenbaugh sembra una romantica storia di fine ottocento ambientata ai nostri giorni. Le parole sono superflue, servono solo per descrivere le scene che si susseguono secondo un ritmo narrativo ben costruito e lineare malgrado i frequenti flash back.
Victoria e la sua romantica autrice ci accompagnano in un viaggio che trascende le epoche e ci consegnano l’eredità dimenticata di un linguaggio poetico ed incisivo come quello dei fiori, un vocabolario di petali e spine di retaggio ottocentesco che ci insegna che molte volte le parole sono davvero superflue e tutto ciò che ci serve è il fiore giusto al momento giusto.

Un libro davvero ben fatto che sicuramente sarà apprezzato dagli amanti del periodo vittoriano e dei fiori, ma anche da chi ha un animo sensibile e fa fatica ad esprimersi.
Il nostro voto è 10/10 per la capacità che, già dalla copertina, il romanzo ha di parlare al lettore che può scegliere il suo fiore tra quelli rappresentati nelle istantanee.

*Jo

L’IMPREVEDIBILE PIANO DELLA SCRITTRICE SENZA NOME

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L’IMPREVEDIBILE PIANO DELLA SCRITTRICE SENZA NOME

Autore: Alice Basso
Casa editrice: Garzanti Libri
Anno: 2015

. : SINOSSI : .

Dietro un ciuffo di capelli neri e vestiti altrettanto scuri, Vani nasconde un viso da ragazzina e una innata antipatia verso il resto del mondo. Eppure proprio la vita degli altri è il suo pane quotidiano. Perché Vani ha un dono speciale: coglie l’essenza di una persona da piccoli indizi e riesce a pensare e reagire come avrebbe fatto lei. Un’empatia profonda e un intuito raffinato sono le sue caratteristiche. E di queste caratteristiche ha fatto il suo mestiere: Vani è una ghostwriter per un’importante casa editrice. Scrive libri per altri. L’autore le consegna la sua idea, e lei riempie le pagine delle stesse parole che lui avrebbe utilizzato. Un lavoro svolto nell’ombra. E a Vani sta bene cosi. Anzi, preferisce non incontrare gli scrittori per cui lavora. Fino al giorno in cui il suo editore non la obbliga a fare due chiacchiere con Riccardo, autore di successo in preda a una crisi di ispirazione. I due si capiscono al volo e tra loro nasce una sintonia inaspettata fatta di citazioni tratte da Hemingway, Fitzgerald, Steinbeck. Una sintonia che Vani non credeva più possibile con nessuno. Per questo sa di doversi proteggere, perché, dopo aver creato insieme un libro che diventa un fenomeno editoriale senza paragoni, Riccardo sembra essersi dimenticato di lei. E quando il destino fa incrociare di nuovo le loro strade, Vani scopre che le relazioni, come i libri, spesso nascondono retroscena insospettabili.

. : Il nostro giudizio : .

Un romanzo che apprezzeranno sicuramente gli amanti dei libri e, in particolare, chi ha un interesse per il mondo dell’editoria.
Alice Basso ci presenta il mondo dell’editoria italiana attraverso gli occhi della cinica Silvana Sarca, detta Vani, dipendente dell’ancor più cinica casa di produzione Edizioni l’Erica.
Vani sembra l’ennesima eroina tutto pepe, emancipata ed arrogante come tante altre protagoniste della letteratura contemporanea; tuttavia l’intraprendenza di Vani non è dettata da nessuna delusione d’amore, non ci sono storie deprimenti di tradimenti, lutti o altro “tragedume” pronto a giustificare il comportamento, alle volte estremamente antipatico della nostra protagonista.
Vani è una ragazza colta e, soprattutto, intelligente: il mondo dei libri non è solamente il suo lavoro, ma anche e soprattutto la sua finestra sul mondo. La personalità di Vani è, come ripete lei stessa a più riprese nel corso del romanzo, camaleontica ed è un buon vademecum per imparare ad usare la conoscenza dei libri per cambiare la realtà e per chi ha una personalità più affine alla carta stampata che al prossimo.

Nel complesso un romanzo piacevole, ma non destinato a diventare un classico.
Il voto che ci sentiamo di dargli è 7/10 se non altro per la vendetta che la simpatica Vani architetta contro il suo datore di lavoro e per i collegamenti che saranno sicuramente apprezzati dagli amanti della cultura angloamericana.

*Jo