Luca ~ Streaming and Pajamas

.: TRAMA :.
Ambientato in una località costiera della riviera italiana, Luca, di Disney e Pixar, è la storia di formazione di un ragazzino che vive un’estate indimenticabile tra gelati, pasta e lunghissimi giri in Vespa. Luca condivide le sue avventure col suo nuovo amico Alberto, ma il divertimento è minacciato da un segreto ben custodito: i due sono due mostri marini provenienti da un mondo sottomarino.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Quando si sente parlare di produzioni americane ambientate in Italia, il rischio di trovarsi davanti all’ennesima carrellata di stereotipi è alto (nessuno ha ancora perdonato la Disney per il piatto di spaghetti con le polpette come piatto tipico della nostra tradizione culinaria), grazie al cielo ciò non succede e il risultato è una cartolina italiana che emoziona e commuove per le sfumature che riesce ad intrappolare in questa favola estiva al sapore di mare e di pesto alla genovese (lodevole che, per una volta, l’Italia non venga ritratta unicamente come il paese del calcio, ma si presentino sport altrettanto importanti come il ciclismo e il nuoto). Rispetto a Soul (2020), Luca sembra fare qualche passo indietro e rientrare in quella che si può considerare la comfort zone dei film Disney Pixar, ma bastano pochi minuti per ricredersi.

Luca centra il cuore dell’Italia stessa: di un paese legato a doppio filo con i tre mari che lo abbracciano e che, da questo mare, si lascia ispirare plasmando il carattere di un popolo che sa essere mite e burrascoso, agitato o calmo, accogliente ma anche, purtroppo, a volte ostile.
Dal Golfo di Trieste allo stretto di Messina, dalle meravigliose Cinque Terre alla Riviera Romagnola, il folklore italiano è costellato di storie e leggende legate al mare e alle sue creature: di cui Cola Pesce (figura mitologica dell’immaginario collettivo meridionale) e gli “epici” Scilla e Cariddi sono solo gli esempi più celebri. Questo è il contesto culturale da cui Luca attinge e il risultato è una storia che procede a gonfie vele senza dover ricorrere a pretesti per mandare avanti la narrazione.
La trama è un carosello di istantanee che trasudano verismo, poesia e fantasia: le avventure in riva al mare, la vita movimentata e allo stesso tempo sempre uguale di un piccolo borgo, i giochi, le gare e le piccole grandi conquiste che caratterizzano il periodo delle vacanze estive.
L’utilizzo del colore, un autentico “attore non protagonista”, riesce a dare spessore tanto al mondo della superficie (caratterizzato soprattutto da colori caldi) quanto a quello marino (dove, ovviamente, prevalgono le sfumature del blu e del verde): su questo palcoscenico si muovono personaggi che, nella loro semplicità, commuovono e stupiscono per la loro caratterizzazione essenziale, ma non per questo scarna.
Ciò che davvero conquista di Luca (il protagonista) e dei suoi compagni di avventura è la loro autenticità: ispirati dai compagni d’infanzia del regista, Enrico Casarosa, i personaggi riescono abilmente a scansare lo stereotipo e, grazie ad un umorismo genuino, non scadono mai nel macchiettisco.

Tra richiami cromatici (in più di una sequenza si può notare il tricolore italiano ricomposto con oggetti diversi) ed elementi scenografici, il film presenta diverse citazioni a capolavori del cinema: le prime sequenze, in cui Luca “scopre” il mondo degli umani e riceve dai genitori il divieto categorico di entare in contatto con loro, ricordano in parte La Sirenetta in parte Alla ricerca di Nemo, per non parlare dell’autocitazione fatta dal regista che dà al personaggio di Massimo Marcovaldo fattezze simili a quelle di uno dei protagonisti del corto La Luna (2011); mentre in altre scene si vedono le locandine dei film Vacanze Romane e La strada. La colonna sonora si avvale di composizioni originali e brani cult della tradizione musicale italiana: Il gatto e la volpe di Bennato, Un bacio a mezzanotte del Quartetto Cetra, Fatti mandare dalla mamma a prendere il latte di Morandi sono solo alcune delle celebri canzoni che si possono ascoltare; mentre la colonna sonora originale crea un accompagnamento suggestivo ma non memorabile che, tuttavia, ben si sposa con la sceneggiatura riempiendo i vuoti di dialogo con accordi delicati come una brezza di mare.
Non mancano, da ultime ma non meno importanti, i riferimenti (più o meno voluti) alla letteratura: le atmosfere ricordano il romanzo di Astrid Lindgren Vacanze all’isola dei gabbiani, mentre il rapporto tra i tre protagonisti, Luca, Alberto e Giulia, ricorda vagamente quello tra Pinocchio, Lucignolo e un mix tra la Fata Turchina e il Grillo Parlante.

Come confermato dal regista il film ha diversi livelli di lettura e si presta a più di un’interpretazione. Tema centrale è la diversità che, in un lungometraggio di appena un’ora e quaranta, riesce ad essere declinata in sfumature diverse e tutte molto convincenti.
I “mostri marini” che vengono dal mare possono essere intesi come gli stranieri o gli immigrati che, ad alcuni, fanno “molto disgusto e orrore” come dice uno dei personaggi riferendosi ai mostri marini. Ciò che davvero dà forza a questo film è la capacità di parlare ad ognuno in maniera differente permettendo allo spettatore di proiettare la propria “diversità” sui protagonisti per esorcizzarla con loro vincendo la paura di non essere accettati. C’è anche chi ha visto, nella necessità dei due protagonisti di nascondere la loro vera natura, un richiamo alle tematiche LGBTQ+ ma, personalmente, questa interpretazione mi sembra molto forzata: Luca racconta storie di amicizia, lealtà, coraggio e riscatto; descrive, con delicatezza, la capacità dei bambini di creare legami profondi con chi, fino a pochi minuti prima, era uno sconosciuto e di riuscire, con queste nuove amicizie, ad inseguire i propri sogni.
Fanalino di coda di una produzione cinematografica concepita in tempo di pandemia, Luca sembra gettare un ponte verso il domani e riporta al centro quei valori che, per colpa delle restrizioni anti-covid, sono stati messi da parte in questi mesi.
L’amicizia: unica vera arma contro l’isolamento a cui i lockdown ci avevano condannati è il valore cardine di tutta la vicenda e non si traduce solo in un classico “volersi bene a prescindere da ogni cosa”, ma principalmente in un venirsi incontro strappandosi vicendevolmente dalla condizione di solitudine in cui si rischia di cadere quando ogni altra certezza vacilla. Luca, prima di conoscere Alberto e Giulia, è “ostaggio” della sua timidezza; Alberto, prima di incontrare Luca e Giulia, vive da solo su un’isola abbandonato dal padre; infine Giulia che, facendo amicizia con Luca e Alberto, trova due amici e si libera dalla sensazione di essere una straniera nella sua stessa città.
L’istruzione: Luca e Giulia sono due bambini curiosi e amanti dei libri e, cosa insolita per un film estivo, Luca sente crescere il desiderio di allargare i propri orizzonti e di andare a scuola; inizialmente questo cambio di programma non viene preso bene da Alberto, il “Lucignolo” della situazione, ma anche lui finisce per apprezzare la curiosità dell’amico e a comprendere il motivo per cui vuole studiare. L’abbandono scolastico, durante i mesi di pandemia, ha, purtroppo, registrato record negativi causando un’emergenza educativa. Luca cerca di sensibilizzare sull’importanza dell’istruzione presentando due personaggi in antitesi tra di loro: Giulia conosce il mondo e i suoi pericoli grazie ai libri e alla scuola, Alberto, al contrario, si crede un uomo di mondo ma, in realtà, non sa un gran che e finisce spesso vittima della sua ignoranza salvo poi “imparare la lezione” e capire l’importanza dell’istruzione,

Il film, a mio giudizio, merita un 10+/10.
A differenza di altri film per cui “una volta basta e avanza”, Luca è un film che si rivede molto volentieri e di cui è bello osservare le diverse sfumature proprio come si farebbe da un belvedere affacciato sul mare. Nonostante sia dichiaratamente ambientato in Liguria, per il doppiaggio non sono stati scelti attori con un accento particolare il che, se da una parte può sembrare una mancanza di attenzione alla varietà linguistica e dialettale del nostro paese, dall’altra riesce a dare “universalità” alla storia che, scevra dei riferimenti geografici sopracitati, potrebbe essere ugualmente ambientata in Campania, Abruzzo o Friuli Venezia Giulia senza perdere di credibilità.

*Jo


Raya e l’ultimo drago ~ Streaming and Pajamas

.: TRAMA :.
Raya e l’Ultimo Drago viaggia nel fantastico mondo di Kumandra, dove molto tempo fa umani e draghi vivevano insieme in armonia. Ma quando una forza malvagia ha minacciato la loro terra, i draghi si sono sacrificati per salvare l’umanità. Ora, 500 anni dopo, quella stessa forza malvagia è tornata e Raya, una guerriera solitaria, avrà il compito di trovare l’ultimo leggendario drago per riunire il suo popolo diviso. Durante il suo viaggio, imparerà che non basta un drago per salvare il mondo, ci vorrà anche fiducia e lavoro di squadra.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Chi, come la sottoscritta, è cresciuta a pane e film d’animazione Disney (l’animazione tradizionale pre Pixar per intenderci) si è ormai rassegnato a protagonisti in CGI e ad ambientazioni tanto realistiche quanto prive di quei dettagli che hanno reso iconiche location come la foresta di Pocahontas o la Rupe dei Re de Il Re Leone; fatta questa doverosa premesse torniamo a Raya e l’ultimo drago: il 59° classico Disney.
Esattamente come Frozen il regno di ghiaccio, Raya e l’ultimo drago pecca di diverse ingenuità e si avvale di più di un pretesto di trama per mandare avanti una narrazione che, per quanto interessante, risulta alla lunga ripetitiva e anche un po’ noiosa: più simile ad una quest di D&D che non ad un intreccio vero e proprio.
Dal punto di vista grafico il film è impeccabile e soprattutto le ambientazioni, minuziose nei dettagli quanto nella resa generale, risultano realistiche e ricreano alla perfezione le suggestioni e le atmosfere del continente asiatico: per esempio alcuni frame ricordano, almeno adl’impatto visivo, il famoso Esercito di Terracotta di Xi’an.
Come per Moana (Oceania nella versione italiana) sono evidenti lo studio antropologico e il lavoro fatto per cercare di creare un continente che, seppur inventato, risulti culturalmente, cromaticamente e geograficamente coerente con la cornice orientale in cui è iscritto. Nel complesso l’accostamento degli elementi è non solo lodevole, ma anche convincente e dà a Kumandra un background culturale che, purtroppo, non viene sfruttato al 100% e sembra ridursi allo stereotipo Asia= draghi e arti marziali.
La stessa Kumandra è mal descritta e, nonostante la cartina che la protagonista porta sempre con sé, è impossibile stabilire se si tratti di un continente, di una regione o di un mondo sorto intorno ad un unico lago/mare a forma di drago. Un vero peccato considerato che, di per sé, il worldbuilding è non solo ben fatto, ma anche ben sortito ed armonico nonostante la varietà di culture che lo ha ispirato.
La trama, come già accennato, è piuttosto ripetitiva e sembra tentennare tra la voglia di tentare qualcosa di più maturo e complesso e la necessità di non lasciare indietro il giovane pubblico a cui il film è destinato.

Già da tempo la Disney ha abbandonato le principesse in attesa di “un uomo possente” (cit.) che risolva i loro problemi e Raya e l’ultimo drago non fa eccezione. Fin dai primi minuti del film facciamo la consocenza, oltre che delle principesse Raya e Namaari, di Virana (capo della nazione di Zanna) e del capo di Coda; a cui, nel corso della narrazione, si aggiungeranno Sisu, la piccola Noi e il generale Atitaya di Zanna. Ridurre questa platea di personaggi femmili ad un inno all’ormai abusta GirlPower è sbagliato e non rende giustizia né al film né alle culture a cui esso si ispira. Contrariamente a quanto si pensi, infatti, l’immaginario di molti paesi asiatici affonda le radici in un folklore ricco di personaggi femminili che spesso ricoprono cariche civili e/o militari (basti pensare alla divinità indù Durga, alla più famosa Hua Mulan o all’altrettanto celebre e contemporanea Aung San Suu Kyi recentemente tornata sotto i riflettori della politica internazionale dopo il golpe in Birmania).
In tempo di pandemia e crescente diffidenza, la Disney distribuisce un lungometraggio che cerca di lenire e stemperare il clima di sfiducia alimentato dal Covid-19 e dalle norme di distanziamento sociale adottate dai paesi per contenere il contagio.
Kumandra è, in vero, un allegoria del nostro tempo: un mondo stravolto dai cambiamenti climatici dove si lotta per accaparrarsi le risorse naturali come l’acqua e la terra, perennemente minacciato da calamità e mostri in agguato e pronti a colpire senza alcun preavviso.
La dicotomia tra fiducia e diffidenza è il leit motiv del film e riesce a disegnare una parabola interessante e coerente con il periodo storico che stiamo attraversando senza scadere nel banale o nel didascalico. Al contrario, la morale del film si può riassumere in: la fiducia nel prossimo è una condizione sine qua non se si vuole cambiare il mondo per il meglio.
La mancata caratterizzazione dei personaggi è un’altra nota dolente del film e tale mancanza è difficile da giustificare dal momento che l’intera vicenda ruota, sostanzialmente, intorno a cinque personaggi. La sensazione è quella di avere a che fare con delle sagome: personaggi per cui non si deve provare chissà quale simpatia e pensati in funzione del secondo, altrettanto valido, insegnamento del film: solo perché una persona non è d’accordo con te non significa che sia cattiva o meno volenterosa di migliorare il mondo.
Da ultima, ma non meno importante, vi è la questione ambientale che, già toccata in Frozen il segreto di Arendelle, è qui approfondita mostrando senza troppe censure gli effetti negativi di una malagestione delle risorse naturali.
Sisu, l’ultimo drago, è un drago acquatico e l’acqua è l’unico elemento in grado di respingere i Druun (esseri opposti ai draghi che trasformano in statua chiunque si trovi sul loro cammino). Con la scomparsa graduale dei draghi si assiste al decadimento di Kumandra che culmina con la scomparsa della preziosa acqua. Se in Frozen il segreto di Arendelle la produzione si era concentrata sull’ambivalenza degli elementi (forze della natura incontrollate o alleati in grado di portare vita), in Raya e l’ultimo drago la Disney calca la mano sul futuro che ci aspetta se continueremo a sfruttare irresponsabilmente il pianeta accaparrando risorse a favore di pochi e a scapito di molti.
In conclusione, Raya e l’ultimo drago si aggiudica 8+/10: pur non essendo particolarmente impegnativo, il film è ben fatto e le atmosfere orientali scaldano il cuore riempiendo gli occhi di colori e suggestioni stimolanti. La colonna sonora non è particolarmente memorabile, ma si avvale comunque di un tema principale molto bello che ben rende la leggiadria dei draghi e i loro movimenti.

*Jo


“Nutrire il pianeta, energia per la vita.”- EXPO un anno dopo.

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Un anno fa cominciava EXPO MILANO 2015, un’esperienza che ha portato l’Italia e la città di Milano al centro del mondo. Per sei mesi infatti la metropoli lombarda è stata invasa positivamente da gente di ogni nazione che ha portato nel Bel Paese un pezzo della propria cultura.
Ad un anno di distanza ci piace ricordare questo evento che ha avuto un’eco mondiale e che ha lasciato nei visitatori e in chi vi ha lavorato un’impronta indelebile.
A raccontarci la sua esperienza abbiamo la dottoressa Federica Lafranconi che per sei mesi ha lavorato nel padiglione della Germania.

– Ci può raccontare brevemente qual era il tema del padiglione e come ha scelto di presentarsi la nazione tedesca?
Il padiglione tedesco nasce sotto il titoli di “Fields of ideas”, per unire il comuni tra il campo agricolo e la mente. Entrambe vanno coltivate con costanza e passione per poter ottenere i frutti migliori. Ma non solo, a questo si aggiunge lo slogan “Be(e) active” in cui si mischiano le api, insetto guida anche di altri padiglioni, e l’invito ai visitatori ad essere partecipi in prima persona.
Il tutto è compreso nella tematica generale dell’esposizione universale di Milano 2015 ovvero “nutrire il pianeta, energia per la vita”. I progetti presentati hanno trattato sia tematiche ambientali, che strettamente agricole (come coltivare e cosa coltivare) ed energetiche riguardanti i nuovi modi di creare energia pulita.

– Una delle critiche più sentite fatte dai visitatori è stata la quasi totale assenza di esposizioni dedicate al cibo. Come ha detto anche lei, il padiglione tedesco ha deciso di dedicare ampio spazio alle energie rinnovabili e alla questione ambientale a scapito, forse, del tema principale dell’expo: l’alimentazione. Ci può spiegare il collegamento, se esiste, tra ambiente, tutela dello stesso ed alimentazione?
Tanti visitatori si aspettavano una mostra solo sul cibo con assaggi gratis dei prodotti tipici. Il tema di Expo invece parla di alimentazione nel suo senso più ampio. Noi siamo quello che mangiamo. Agricoltura e allevamento determinano la qualità dei cibi che portiamo in tavola. Se mucche, polli e galline sono allevati con ormoni, gli stessi entreranno nelle fibre della carne che mangiamo; se le colture crescono ad acqua e pesticidi, anche noi, ultimi nella catena alimentare, assumeremo gli stessi pesticidi. Tutto è connesso in un circolo che comprende la salute dell’uomo: se manca questa, manca tutto. L’energia è intesa anche come energia vitale di crescere e vivere. Inoltre l’uomo vive in un ambiente che lo circonda e lo influenza. Se togliamo terreno alle foreste per seminare prodotti OGM per i bisogni del mercato, in termini di quantità e prezzo, rischiamo poi di subirne le conseguenze, ad esempio l’aumento fenomeni alluvionali o l’aumento delle temperature.

Sempre parlando del padiglione tedesco, ci può raccontare e spiegare quale tra i progetti presentati era secondo lei il più interessante?
Il mio preferito in assoluto è stato il Qmilk. Un’idea assolutamente straordinaria e innovativa ovvero l’utilizzo di latte scaduto sapientemente trattato che diventa un tessuto simile alla seta, ignifugo, anallergico e antibatterico. Anche il quotidiano inglese “The Guardian” ne ha parlato in una intervista alla sua creatrice. Per ora è utilizzato solo in campo medico ma le sue potenzialità sono moltissime.
Inoltre i pannelli fotovoltaici che sono sottili come fogli e si possono incollare perfino sui vetri, però il Qmilk è qualcosa di unico nel suo genere.

Davvero incredibile sì, un’idea simile a quella proposta dal padiglione italiano dove un nuovo tessuto è stato ricavato dalle bucce delle arance. Tuttavia, almeno per il momento, stiamo parlando di progetti su larga scala che richiedono finanziamenti e mezzi inaccessibili alle persone “comuni”. Il padiglione tedesco aveva tra i suoi slogan “Be(e) active!” un invito ad essere attivi e ad interagire con l’esposizione. Potrebbe spiegarci come i visitatori diventavano protagonisti e come, una volta tornati a casa, si può continuare ad essere attivi nella catena universale che è l’alimentazione?
Per i bambini c’era un percorso riservato, molto divertente, per spiegare le tematiche in modo semplice e facilmente comprensibile. Inoltre ogni angolo aveva una proposta da seguire, sulla coltivazione, ricette di cucina, per fare qualche esempio, da replicare a casa. Nello show finale si diventava “un’ape in mezzo alla corolla di un fiore” e si viveva la sua giornata tipo: a spasso per il mercato, inseguiti da una signora con un giornale per colpirci, sorpresi da un temporale. L’invito è di essere consapevoli dell’ambiente che coltivazione circonda e rispettarlo in modo che ci dia i suoi frutti migliori.

Parliamo ora dell’EXPO vera e propria, quanti padiglioni ha visitato e quali sono stati secondo lei i più belli?
Ne avrò visitati la metà circa. Il mio preferito è stato quello della Svizzera, per la profondità del concetto espresso, poi l’Inghilterra con il suo alveare.

– Ce li può raccontare brevemente?
Il tema della Svizzera era: “Ce n’è per tutti?” Il padiglione era diviso in 4 torri con caffè, acqua, sale e fettine di mela in quantità predefinita, a simboleggiare le risorse naturali presenti sulla terra che purtroppo non sono illimitate come si potrebbe sembrare. I visitatori sono invitati a prendere tutto quello che vogliono, nella quantità desiderata, ma consapevoli di toglierne al visitatore successivo. Il concetto esprime la profondità dell’essere e dell’avere: abbiamo davvero bisogno di quello che possediamo? Quanto siamo consapevoli di togliere possibilità agli altri?
Il padiglione inglese invece racconta la storia di un alveare, collegato alla struttura in acciaio che in base alla vita delle api all’interno di un vero alveare, illumina di varia intensità le lampadine presenti. Al piano terra inoltre si potevano sentire i rumori emessi dalle api in base al messaggio che vogliono trasmettere ed un giardino con le piante da cui le api traggono il polline, il tutto per ricordare ai visitatori il ruolo fondamentale e vitale delle api.

– Si può quasi dire che l’ape sia stata la mascotte non ufficiale di questa esposizione universale: un animale tanto piccolo eppure così importante non solo per l’ambiente, per cui svolge il vitale lavoro dell’impollinazione, ma anche per la nostra alimentazione garantendoci di anno in anno frutta e verdura.
Facciamo ora un piccolo bilancio. La preoccupazione più grande degli italiani, riguardo all’evento EXPO, è stata il guadagno e dal primo all’ultimo giorno non sono mancate le polemiche sui costi di questa esposizione universale.
Accantonando il discorso economico, che trova il tempo che trova per quanto importante, quanto si sente arricchita e quale pensa sia stato il lascito dell’EXPO per il nostro paese?
Personalmente mi sento arricchita grazie al lavoro che ho svolto nel padiglione: ho imparato molto da colleghi e superiori ed ho vissuto un’esperienza unica. Il lascito di Expo è la Carta di Milano, che si poteva firmare nel padiglione italiano. Spero che i firmatari si impegnino concretamente a seguire, diffondere e rispettare i concetti che la Carta di Milano rappresenta. Si parla di consumo consapevole e lo possiamo fare tramite i nostri acquisti. La volontà è tutto e noi dobbiamo volere un mondo migliore ed impegnarci per ottenerlo.

Ha accennato ai suoi colleghi, erano tutti di nazionalità tedesca?
Il personale del padiglione era molto numeroso e diviso tra italiani, tedeschi e bilingue. Tutti parlano italiano, tedesco e inglese più altre lingue straniere, dal cinese all’arabo, insomma un clima internazionale.

Una realtà lavorativa decisamente pittoresca. Ci può dire tre pregi e un difetto di questa cooperazione che, per quanto piccola, si può definire internazionale?
Il difetto l’ho riscontrato nel contatto con alcuni visitatori troppo maleducati, mente i pregi sono stati il lavoro di gruppo che abbiamo fatto, la possibilità di ognuno di “emergere” nell’attività in cui era più portato e i rapporti di amicizia che si sono creati in questi 6 mesi.

– In conclusione, può condividere con noi il ricordo più bello che ha di questa esperienza?
Il giorno dell’apertura, il primo maggio. Un’emozione indescrivibile. Per quanto ci siamo preparati e abbiamo fatto prove e simulazioni, l’apertura è stata una giornata unica.
C’era la voglia di dare il 100% perché tutto fosse perfetto e la curiosità di scoprire gli altri padiglioni.

*Jo

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