Letture per non dimenticare – 27 gennaio 2021

Lo strano 2021, figlio di un altrettanto insolito 2020, ci vede ancora chiusi, per senso civico e dovere morale, dentro le mura domestiche; ma non siamo solo noi ad essere stati costretti a cambiare le nostre abitudini: anche lezioni, lavoro e celebrazioni si sono dovute arrangiare per essere svolte in tutta sicurezza.
La Giornata della Memoria 2021 è stata spostata quasi interamente online e, se da una parte questo toglie la magia del contatto umano, dall’altra ci permetterà di partecipare a più di una iniziativa e ascoltare numerose voci che ancora hanno la forza di raccontare.
La memoria non si ferma, non si può fermare: ricordare diventa sempre di più un dovere chi rimane. Ora che i testimoni oculari dell’orrore della Shoah si stanno lentamente spegnendo per la vecchiaia, le loro storie e la loro voce sono ancora più importanti.

Nell’ultimo periodo, molti sono i testimoni che hanno messo le loro storie sulla carta. In questa importante occasione, noi di Arcadia abbiamo ritenuto importante proporvi alcuni titoli.
Leggete, conoscete, ricordate.

Ora che eravamo libere, di Henriette Roosenburg: Sopravvivere alla guerra, alla deportazione e al carcere, scampare a una condanna a morte e ritrovare la libertà tramite un lento e accanito ritorno verso casa, restare in vita per testimoniare e non far dimenticare un’esperienza che ha coinvolto migliaia di resistenti contro la barbarie nazista: tutto questo è Ora che eravamo libere, l’intenso memoir che la giornalista olandese Henriette Roosenburg pubblicò nel 1957 e che, grazie all’immediato successo presso i lettori americani, documentò in modo diretto la Nacht und Nebel, la terribile direttiva emessa nel dicembre 1941 da Adolf Hitler volta a perseguitare, imprigionare e uccidere tutti gli attivisti politici invisi al regime nazista. Nata nel 1916 in Olanda, Henriette Roosenburg aveva appena cominciato l’università quando si unì alla resistenza antinazista. A causa della sua attività come staffetta partigiana prima e giornalista poi, nel 1944 fu catturata, imprigionata nel carcere di Waldheim in Sassonia e condannata a morte. Nel maggio dell’anno successivo, venne liberata assieme ad altre sue compagne di prigionia, iniziando un lunghissimo viaggio per tornare a casa, un’autentica odissea attraverso la Germania sprofondata nel caos di fine conflitto. In mezzo a soldati alleati che presidiano il territorio, nazisti in fuga e tedeschi diffidenti o addirittura ostili perché ancora fedeli al regime, tra innumerevoli astuzie, baratti e peripezie, le protagoniste di questa estenuante via crucis riusciranno alla fine a riabbracciare le proprie famiglie in patria.

La generazione del deserto. Storie di famiglia, di giusti e di infami durante le persecuzioni razziali in Italia, di Lia Tagliacozzo: Lia Tagliacozzo è ebrea, figlia di due sopravvissuti alla Shoah. Quando nel 1938 vennero promulgate le leggi razziali, i suoi genitori erano bambini: durante le persecuzioni il padre si salvò per caso da una retata e restò nascosto in un convento per tutti i mesi dell’occupazione, la madre si rifugiò in un casolare di campagna e poi, dopo la fuga attraverso le Alpi, in un campo di internamento in Svizzera. Ma di tutto questo a casa di Lia si è sempre parlato poco. E lei, da sempre, ha tentato di ricostruire la storia della sua famiglia cucendo insieme le poche informazioni, riempendo i buchi della memoria, indagando tra le omissioni e le rimozioni. Ha scritto tanto, negli anni, trasformando in romanzo le vicende degli ebrei italiani, e ora ha deciso di raccontare la propria storia.

La sola colpa di essere nati, di Liliana Segre e Gherardo Colombo: Liliana Segre ha compiuto da poco otto anni quando, nel 1938, con l’emanazione delle leggi razziali, le viene impedito di tornare in classe: alunni e insegnanti di «razza ebraica» sono espulsi dalle scuole statali, e di lì a poco gli ebrei vengono licenziati dalle amministrazioni pubbliche e dalle banche, non possono sposare «ariani», possedere aziende, scrivere sui giornali e subiscono molte altre odiose limitazioni. È l’inizio della più terribile delle tragedie che culminerà nei campi di sterminio e nelle camere a gas. In questo dialogo, Liliana Segre e Gherardo Colombo ripercorrono quei drammatici momenti personali e collettivi, si interrogano sulla profonda differenza che intercorre tra giustizia e legalità e sottolineano la necessità di non voltare mai lo sguardo davanti alle ingiustizie, per fare in modo che le pagine più oscure della nostra storia non si ripetano mai più.

Il mio nome è Selma. La coraggiosa testimonianza di una combattente della resistenza ebraica, di Selma Van de Perre: Quando nel maggio del 1940 l’esercito del Terzo Reich invase i Paesi Bassi, la vita di Selma – spensierata studentessa ebrea diciottenne – cambiò per sempre. All’occupazione nazista, infatti, fece immediatamente seguito la persecuzione crudele e sistematica della popolazione ebraica. Allontanati dai luoghi di lavoro, spogliati di ogni diritto e proprietà, braccati dalla Gestapo, dalla polizia collaborazionista e dai tanti delatori, migliaia di ebrei olandesi furono deportati nei campi di sterminio, pagando, fra tutte le comunità dell’Europa occidentale, forse il prezzo più alto della Shoah. Molti, tuttavia, riuscirono a sfuggire alla cattura scegliendo la clandestinità e combattendo nelle file della resistenza. Selma fu una di loro. Per due anni, sotto il nome di «Marga» rischiò il tutto per tutto. Viaggiò come staffetta attraverso l’Olanda, il Belgio e la Francia per raccogliere informazioni, portare ordini, falsificare documenti di identità e tessere annonarie, dare rifugio ai giovani ricercati dai tedeschi. Contribuì alla fuga di centinaia di ebrei verso l’Europa meridionale e la Palestina. Fino a quando, nell’estate del 1944, venne arrestata e deportata, come prigioniera politica, a Ravensbrück, nel principale lager femminile della Germania nazista. A differenza dei genitori e della sorella che, come successivamente scoprì, morirono nei campi di sterminio, Selma riuscì a sopravvivere fino al giorno della liberazione sotto falsa identità. Soltanto a guerra terminata osò pronunciare per la prima volta dopo anni il suo vero nome. Selma. Ora, a novantanove anni, Selma van de Perre ripercorre una delle pagine meno note della storia della Seconda guerra mondiale, quella cioè che vide moltissimi ebrei partecipare attivamente alla lotta contro il nazismo, smentendo ancora una volta il luogo comune, così caro agli antisemiti e ai negazionisti di ieri e di oggi, delle vittime mansuete che si lasciarono condurre docilmente alle camere a gas. Entrando nella resistenza e scegliendo di sopravvivere a ogni costo, Selma, insieme a tanti altri, aveva sfidato la barbarie con la sola arma di cui disponeva, il coraggio. Per poter pronunciare di nuovo il proprio nome. Per dimostrare che all’orrore è possibile opporsi.

Tana libera tutti. Sami Modiano, il bambino che tornò da Auschwitz, di Walter Veltroni: Sami Modiano ha solo otto anni quando viene espulso dalla scuola. Abita a Rodi, all’epoca territorio italiano, dove frequenta la scuola elementare, che adora. Il maestro non gli dà motivazioni, gli dice solo di tornare a casa dal padre che gli spiegherà tutto. Da quel giorno Sami smette di essere un bambino e diventa un ebreo. Con il padre e le sorelle vive con difficoltà le restrizioni delle leggi razziali, arrivate sull’isola senza avvisaglie, fino al rastrellamento dell’intera comunità ebraica avvenuto con l’inganno il 23 luglio del 1944. Sami e la sua famiglia vengono caricati su una nave mercantile e da Atene su un treno. Un mese di viaggio in condizioni disumane verso il campo di sterminio nazista di Auschwitz-Birkenau. In pochissimo tempo perde ciò che ha di più caro al mondo: il padre e la sorella Lucia, con cui era riuscito a restare in contatto scambiando bocconi di pane della propria razione quotidiana. Per due volte viene selezionato dai medici del campo e si salva miracolosamente, come pure sopravvive alla marcia finale e alla fuga dei nazisti dal campo con i prigionieri perché creduto morto. Nella casa in cui trova rifugio e viene raccolto dai sovietici il 27 gennaio 1945 conosce Primo Levi e Piero Terracina. Di tutta la comunità ebraica di Rodi, è stato tra le sole venticinque persone riuscite a salvarsi. Nel 2005 ha trovato la forza di tornare ad Auschwitz, accompagnato da una classe di ragazzi e dall’allora sindaco di Roma Walter Veltroni ed è diventato testimone della Shoah. La sua storia arriva al grande pubblico nel 2018 grazie al docufilm Tutto davanti a questi occhi girato proprio da Veltroni.

Il bambino che non poteva andare a scuola, di Ugo Foà: Quando vengono promulgate le leggi razziali, nel 1938, Ugo ha 10 anni, sta per iscriversi alle scuole medie. Ma all’inizio di settembre, prima che ricominci l’anno scolastico, sua madre gli comunica che, in quanto ebreo, non potrà tornare tra i banchi di scuola. Ugo e i suoi quattro fratelli, e tutti gli ebrei in Italia, non potranno fare sport, lavorare negli uffici pubblici, avere una radio in casa, farsi aiutare da una tata “di razza ariana”, e via via molti provvedimenti che mirano a estrometterli dalla vita sociale, economica e politica del Paese. Il padre di Ugo lavora in Eritrea, manda il denaro per il sostentamento della famiglia rimasta a Napoli; e lì Ugo vivrà i bombardamenti, la fame, gli stenti della guerra, e poi con le Quattro giornate di Napoli, finalmente, l’arrivo degli Alleati e la Liberazione. Per quarant’anni Ugo non ha raccontato questa storia. Poi ha capito che aveva il dovere di testimoniare, soprattutto davanti ai giovani. Adesso gira instancabile le scuole di tutta Italia e racconta la sua vicenda: è la vita di un bambino durante la guerra, un bambino che non può andare a scuola, che quando dà gli esami da privatista deve sedere all’ultimo banco. È il racconto festoso della Liberazione, e quello tragico dei parenti e degli amici deportati. È la storia di un uomo che deciderà di andare ad Auschwitz soltanto nel 2005 e lì, davanti al binario che conduceva ai forni crematori, non potrà fare a meno di inginocchiarsi e dire una preghiera. Il libro, pensato per un pubblico di ragazzi, è corredato da agili schede sui momenti salienti del fascismo e della Seconda guerra mondiale, sulla persecuzione razziale in Italia e Germania, su episodi e personaggi citati nel racconto di Foà. Età di lettura: da 10 anni.

Una merce molto pregiata, di Jean-Claude Grumberg: Questa è una favola, e come tutte le favole inizia con C’era una volta. C’era una volta un bosco, in cui vivevano un povero boscaiolo e sua moglie. I due non avevano figli, e se l’uomo era contento, perché questo significava bocche in meno da sfamare, per sua moglie il desiderio di un bambino da amare era quasi doloroso. 
Dopo lo scoppio della guerra, perché nelle favole ci sono le guerre, un treno attraversava spesso il bosco. La moglie del boscaiolo era contenta di veder passare quel treno, il marito le aveva spiegato che era un treno merci. Strane merci, più che altro sembravano persone, a giudicare dalle mani che a volte uscivano tra le sbarre per lanciare bigliettini. Poi un giorno quel treno che la donna ormai crede magico le regala una merce molto pregiata, come a voler esaudire il suo desiderio più grande… Perché la cosa che più merita di esistere, nelle favole come nella vita vera, è l’amore donato ai bambini.

Diario, di Anne Frank: Quando Anne inizia il suo diario, nel giugno del 1942, ha appena compiuto tredici anni. Poche pagine, e all’immagine della scuola, dei compagni e di amori più o meno ideali, si sostituisce la storia della lunga clandestinità. Obbedendo a una sicura vocazione di scrittrice, Anne ha voluto e saputo lasciare testimonianza di sé e dell’esperienza degli altri clandestini. La prima edizione del “Diario” subì tuttavia non pochi tagli, ritocchi, variazioni. Il testo, restituito alla sua integrità originale, ci consegna un’immagine nuova: quella di una ragazza vera, ironica, passionale, irriverente, animata da un’allegra voglia di vivere, già adulta nelle sue riflessioni.

*Volpe&Jo

Fonte: Pixabay alessandra1barbieri

Giornata della Memoria

All’ingresso del crematorio di Dachau una lapide, con una scritta in tedesco, accoglie i visitatori e li invita con sprezzante durezza a fermarsi e a riflettere su come la gente morisse in quel quadrato di terra nascosto dagli alberi e dalle fabbriche.
Poco più avanti, incisa ai piedi di una statua raffigurante una delle tante vittime senza nome né volto, una seconda scritta “Ai morti l’onore, ai vivi il monito”.

Oggi, come ogni anno, anche noi ci fermiamo: niente giochi, niente foto colorate o spiritose; oggi più che mai vogliamo farci carico dell’impegno che è la Memoria e insieme a voi riflettere, condividere e rileggere la storia passate e presente in modo da poter oggi e per sempre gridare a gran voce “Mai più!”.

A 74 anni dalla fine della II guerra mondiale e dalla liberazione del campo di concentramento di Auschwitz, ricordare cosa è successo è un compito non più riservato ai pochi testimoni diretti ancora invita, ma è un dovere morale urgente e al quale non è possibile sottrarsi.

Mai più.

*Lo Staff

Poesia impossibile – Paul Celan: poesia che interroga il cielo.

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Il poeta ebreo Paul Antschel, in arte Paul Celan, nacque nel 1920 nell’allora cittadina rumena di Czernowitz in una famiglia ebrea ortodossa. Malgrado la miscellanea di idiomi parlati nella regione di Czernowitz, la Bucovina, all’interno della comunità a cui Celan apparteneva si parlava tedesco, lingua in cui il poeta comporrà tutte le sue poesie e i suoi scritti. Le vicende della città di Celan sono complesse e si allacciano con quelle personali del poeta. In seguito alla prima guerra mondiale la Bucovina passò dalla dominazione austriaca a quella rumena per poi essere divisa, nel 1947, tra la Romania a l’Unione Sovietica. Nel 1941 le truppe naziste invasero ed occuparono la Bucovina. Grazie ad una fuga rocambolesca Celan riescì a lasciare Czernowitz e a scampare agli orrori della persecuzione antisemita, mentre una sorte meno fortunata spettò ai suoi genitori che persero la vita nei lager nazisti.
Anche se l’ombra della morte e della distruzione aveva solo accarezzato la sua vita ( solo i genitori morirono durante la prigionia nel campo di concentramento, mentre il fu internato in un Arbeitslager nel 1942 da cui fu liberato due anni più tardi dai russi), gli orrori e la ferocia con cui i nazisti avevano portato avanti il loro progetto di morte avevano lasciato un solco indelebile nell’anima del poeta, il quale si porterà il peso di questa tragedia fino alla fine.

Altra costante della vita di Celan è il viaggio. Al termine della seconda guerra mondiale egli tornò in patria dove rimase fino al 1947, anno in cui si trasferì a Vienna, per poi raggiungere Parigi  nel 1948, dove rimarrà fino alla morte nel 1970.
Nella capitale francese il poeta ricopre la carica di lettore di lingua e letteratura tedesca presso l’École Normale Supérieure, incarico che conserverà fino alla fine dei suoi giorni. Di grande aiuto per il poeta fu l’amicizia con la poetessa Nelly Sachs con cui tenne una fitta corrispondenza in cui affrontava i traumi della sua infanzia e approfondiva la tematica della fede.
Alla fine però il peso e la convivenza con la colpa di essere sopravvissuto alla Shoah divennero un fardello troppo pesante per Celan che, nel 1970, si suicidò annegando nella Senna.

La sua poetica è un intreccio di contraddizioni: l’eros e la morte si rincorrono in una lotta in cui una cerca di non soccombere all’altro, la ricerca di un senso si scontra con la tragedia della storia che si declina nella ricerca di una risposta ad una Grundfrage, le esperienze individuali si intessono con quelle collettive, la terra e il cielo sembrano poste una dirimpetto all’altro in una preghiera disperata.

Dio è un altro Leitmotiv della lirica di Celan. La poesia è una domanda rivolta verso il cielo, una richiesta che sale dal tempo e dalla storia verso l’Eterno a cui vengono chieste spiegazioni per le vicende storiche che hanno segnato l’esistenza del poeta. Le continue richieste che Celan rivolge fanno di lui un nuovo Giobbe, un uomo provato dalla sofferenza che grida al cielo e in cui ‘l’io’ delle liriche si rivolge a un ‘tu’ trascendente imprecando ed esigendo ragioni e risposte. Celan non ripudia il pensiero di Dio, ma lo ricerca senza tuttavia riuscire a scorgere nella storia sua e dell’Europa le sue tracce.

Come ultimo tentativo per riallacciare i rapporti con il Padre, Paul Celan compì nel 1970 un pellegrinaggio in Terra Santa, un viaggio rilevante non solo dal punto di vista poetico ma anche da quello simbolico. Questo viaggio verso la culla della religione e della civiltà ebraica e cristiana riaccende nel cuore del poeta il senso di nostalgia e di bisogno di Dio al punto che, in una lettera ad amici residenti a Gerusalemme, ricordando con rammarico le strade della Città Santa  egli scrive: “Io bisogno di Gerusalemme”.

La poesia che abbiamo scelto è Fuga di morte (trad. Todesfuge) dalla raccolta Papavero e memoria (Mohn und Gedächtnis)del 1947: una lirica composta poco dopo la fine della guerra  che è non solo una delle più celebri poesie di Celan, ma l’emblema della produzione poetica legata alla Shoah.

Nero latte dell’alba lo beviamo la sera
lo beviamo al meriggio, al mattino, lo beviamo la notte
beviamo e beviamo
scaviamo una tomba nell’aria lì non si sta stretti

Nella casa c’è un uomo che gioca coi serpenti che scrive
che scrive in Germania la sera i tuoi capelli d’oro Margarete
lo scrive e va sulla soglia e brillano stelle e richiama i suoi mastini
e richiama i suoi ebrei uscite scavate una tomba nella terra
e comanda i suoi ebrei suonate che ora si balla

Nero latte dell’alba ti beviamo la notte
ti beviamo al mattino, al meriggio ti beviamo la sera
beviamo e beviamo
Nella casa c’è un uomo che gioca coi serpenti che scrive
che scrive in Germania la sera i tuoi capelli d’oro Margarete
i tuoi capelli di cenere Sulamith scaviamo una tomba nell’aria lì non si sta stretti

Egli urla forza voialtri dateci dentro scavate e voialtri cantate e suonate
egli estrae il ferro dalla cinghia lo agita i suoi occhi sono azzurri
vangate più a fondo voialtri e voialtri suonate che ancora si balli

Nero latte dell’alba ti beviamo la notte
ti beviamo al meriggio e al mattino ti beviamo la sera
beviamo e beviamo
nella casa c’è un uomo i tuoi capelli d’oro Margarete
i tuoi capelli di cenere Sulamith egli gioca coi serpenti
egli urla suonate la morte suonate più dolce la morte è un maestro tedesco
egli urla violini suonate più tetri e poi salirete come fumo nell’aria
e poi avrete una tomba nelle nubi lì non si sta stretti.

Nero latte dell’alba ti beviamo la notte
ti beviamo al meriggio la morte è un maestro tedesco
ti beviamo la sera e al mattino beviamo e beviamo
la morte è un maestro tedesco il suo occhio è azzurro
egli ti centra col piombo ti centra con mira perfetta
nella casa c’è un uomo i tuoi capelli d’oro Margarete
egli aizza i suoi mastini su di noi ci dona una tomba nell’aria
egli gioca coi serpenti e sogna la morte è un maestro tedesco

I tuoi capelli d’oro Margarete
i tuoi capelli di cenere Sulamith

Todesfuge, inizialmente intitolata Todestango, è un grido impregnato di sofferenza e orrore che denuncia con un linguaggio ricco di simboli i crimini del regime nazista e le riprovevoli condizioni degli internati nei campi di concentramento.

Celan sceglie con cura le parole, gli aggettivi e gli avverbi donando al lettore un affresco in cui le immagini, nitide ed incisive, si susseguono seguendo idealmente la struttura e il ritmo della doppia fuga.
Le anafore che introducono le strofe e i versi imprimono nella mente di chi si avvicina al testo istantanee propedeutiche per comprendere l’orrore, la crudeltà e la routine sfibrante ed umiliante a cui i detenuti erano obbligati.
La lirica si apre con un ossimoro che disarma e disorienta: il ‘Nero latte’ distrugge l’iconografia biblica che vede nel latte un simbolo di benessere e purezza consegnandoci un’immagine tetra che sottolinea le atrocità del campo e gli stenti a cui venivano condannati i prigionieri, primo fra tutti la fame.
L’immagine del ‘nero latte’ viene reiterata dal poeta fino alla nausea e, insieme alla ripetizione strategica di verbi e avverbi, batte il tempo della poesia come a voler ricreare il ritmo monotono con cui procedeva la vita nei lager.
Come in uno spaccato della vita del campo vediamo le condizioni degli internati e dei loro carcerieri.
La musica accompagna nuovamente la descrizione e, come gli ebrei di allora, siamo costretti ad ascoltare ancora ed ancora la fuga di Celan, mentre impietose ci scorrono davanti agli occhi le immagini delle fosse nelle nuvole, i capelli di cenere di Sulamith e l’occhio azzurro del soldato che pensa alla sua donna in Germania.
L’uomo che “gioca coi serpenti” è una SS che scrive lettere a Margarete, la donna dai capelli d’oro emblema della razza ariana, e intanto serve scrupolosamente e fedelmente il nuovo maestro della Germania: la morte; il suo occhio azzurro guarda agli Ebrei intimando loro di scavare le loro tombe nell’aria, unico dono che mai riceveranno, mentre ad altri viene ordinato di suonare, cantare e ballare dolci musiche in onore della morte.
Timidamente, nascosta all’ombra di Margarete, si intravede la taciturna Sulamith con i suoi capelli di cenere e ridotti in cenere, immagine delicata che, insieme alle tombe nell’aria, ci suggerisce l’unico modo in cui si poteva uscire dal campo.
Celan pone dirimpetto le due donne emblema della bellezza e della femminilità per la cultura tedesca ed ebraica: Margarete è la donna tedesca dai bellissimi capelli color dell’oro che viene indicata da Goethe come “l’eterno femminino”[1], mentre Sulamith è la fanciulla la cui bellezza e grazia vengono cantate nel Cantico di Salomone[2], o Cantico dei Cantici.

*Jo

(dopo l’immagine trovate il link alla seconda parte dell’approfondimento)

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[1] L’eterno femminino: cfr J.W.Ghoete, Faust, trad. it. cura di G.V. Amoretti, vol. II, Feltrinelli, Milano 1996, p. 667

[2]Cantico di Salomone (7,1-10): 1Vòltati, vòltati, Sulammita,vòltati, vòltati: vogliamo ammirarti./Che cosa volete ammirare nella Sulammita durante la danza a due cori?/2Come sono belli i tuoi piedi nei sandali, figlia di principe! Le curve dei tuoi fianchi sono come monili, opera di mani d’artista./3Il tuo ombelico è una coppa rotonda che non manca mai di vino aromatico. Il tuo ventre è un covone di grano, circondato da gigli. /4I tuoi seni sono come due cerbiatti, gemelli di una gazzella. /5Il tuo collo come una torre d’avorio, i tuoi occhi come le piscine di Chesbon presso la porta di Bat-Rabbìm, il tuo naso come la torre del Libano che guarda verso Damasco./6Il tuo capo si erge su di te come il Carmelo e la chioma del tuo capo è come porpora; un re è tutto preso dalle tue trecce. /7Quanto sei bella e quanto sei graziosa,o amore, piena di delizie!/8La tua statura è slanciata come una palma e i tuoi seni sembrano grappoli./9Ho detto: «Salirò sulla palma,coglierò i grappoli di datteri». Siano per me i tuoi seni come grappoli d’uva e il tuo respiro come profumo di mele./10Il tuo palato è come vino squisito,che scorre morbidamente verso di me e fluisce sulle labbra e sui denti!

Poesia impossibile – Nelly Sachs: scrivere per ricordare

Poesia impossibile – Nelly Sachs: scrivere per ricordare

16395872_1258489230899916_1853153279_nNelly Sachs (Berlino, 1891 – Stoccolma, 1970) è una delle voci poetiche che, confutando il principio di Adorno (secondo il quale non può esistere poesia dopo la tragedia della Shoah), dimostrò come comporre poesie dopo Auschwitz non fosse un atto barbarico bensì una maniera di ricongiungersi alle vittime per mezzo della lirica. Sachs ha dedicato tutta la sua vita alla stesura di raccolte che affrontassero il tema della Shoah e, pur non avendo vissuto in prima persona l’oppressione nazista, è stata insignita nel 1966 del Premio Nobel per la letteratura. Le furono riconosciuti altissimi meriti riguardanti “her outstanding lyrical and dramatic writing which interprets Israel’s destiny with touching strength”[1].
La poetessa è infatti considerata la portavoce del grande dolore del popolo ebraico, poiché ne ripercorre le tragiche vicende creando analogie tra le immagini bibliche e la storia contemporanea.

Evidente è l’influenza della Torah e della mistica ebraica, tanto che le sue opere sembrano assumere nel complesso la forma di una Kaddish, ovvero una preghiera recitata in ricordo dei morti che è espressione dell’accettazione del giudizio e della giustizia divina e un’invocazione a concedere la pace su Israele. Questo lamento funebre presenta vere e proprie iscrizioni tombali nell’aria (Grabschriften in die Luft geschrieben, ciclo di poesie del 1944) aventi per destinatario il popolo ebraico o un tu indefinito: Sachs pensa alle vittime che non sono state sepolte ma che sono passate “attraverso il camino”, e le cui ceneri sono dunque disperse nell’aria. Si viene così a formare un paesaggio fatto di grida, il quale riflette la paura della poetessa che il dramma della Shoah possa essere dimenticato dall’umanità. Le sue liriche servono dunque a dar voce a chi è stato ridotto al silenzio dal regime, donando loro la possibilità di sopravvivere per sempre attraverso il ricordo. Viene fondata una nuova teologia basata sulla memoria, scritta immedesimandosi nel dolore delle vittime e attraverso la quale si cerca di superare il trauma della Shoah e il senso di colpa per essere scampati alla morte nei lager. L’immagine di Dio oscilla nel paradosso tra il rifiuto del mondo religioso e una Sehnsucht verso lo stesso, così come si può rintracciare una tensione fra un’immagine di Dio lontano, che rimane nascosto e sconosciuto nella sua trascendenza, e un Dio compassionevole e vicino ai suoi figli.

Il tradizionale linguaggio religioso e metaforico viene rivisto e riadattato, in quanto non in grado di raccontare in maniera adeguata le atrocità della Shoah. Lo stile salmodico e profetico, caratterizzato da ripetizioni parallele di concetti e parole, riprende, varia e rafforza il tema della sofferenza, della persecuzione, dell’esilio e della morte del suo popolo. Alcuni critici ritengono tuttavia che questa dipendenza dal linguaggio tipico dell’Antico Testamento impedisca a Sachs di conferire ulteriore linfa ai reiterati temi e motivi, accusandola di “limitarsi alla ripetizione di parole-chiave o una parola-definizione all’inizio di una talora assai lunga strofa e poi anche all’interno di esse”[2] . Ciò nonostante si è costretti ad ammettere che la sua poesia finisce per imporsi grazie al suo tono lento e misurato, originando una meditazione dolorosa e profonda sul mondo Post – Auschwitz.

La poesia che abbiamo scelto per rappresentare questa autrice è Der Chor der Geretteten ( trad.Il coro dei superstiti) ( 1961) Il Coro dei superstiti contenuta nella raccolta Al di là della polvere (trad. Fahrt ins Staublose) (1961), è un amara riflessione sull’impossibilità di chi è sopravvissuto alla Shoah di condurre un’esistenza libera dai traumi inferti dai nazisti al popolo ebraico.

Noi superstiti
dalle nostre ossa la morte ha già intagliato i suoi flauti,
sui nostri tendini ha già passato il suo archetto –
I nostri corpi ancora si lamentano
col loro canto mozzato.
Noi superstiti
davanti a noi, nell’aria azzurra,
pendono ancora i lacci attorti per i nostri colli –
le clessidre si riempiono ancora con il nostro sangue.
Noi superstiti,
ancora divorati dai vermi dell’angoscia –
la nostra stella è sepolta nella polvere.
Noi superstiti
vi preghiamo:
mostrateci lentamente il vostro sole.
Guidateci piano di stella in stella.
Fateci di nuovo imparare la vita.
Altrimenti il canto di un uccello,
il secchio che si colma alla fontana
potrebbero far prorompere il dolore
a stento sigillato
e farci schiumare via –
Vi preghiamo:
non mostrateci ancora un cane che morde
potrebbe darsi, potrebbe darsi
che ci disfiamo in polvere
davanti ai vostri occhi.
Ma cosa tiene unita la nostra trama?
Noi, ormai senza respiro,
la nostra anima è volata a lui dalla mezzanotte
molto prima che il nostro corpo si salvasse
nell’arca dell’istante –
Noi superstiti,
stringiamo la vostra mano,
riconosciamo i vostri occhi –
ma solo l’addio ci tiene ancora uniti,
l’addio nella polvere
ci tiene uniti a voi.

Si tratta di un’unica strofa libera di 37 versi, cioè non regolata da schema metrico, ritmico o rimico, in cui le frasi sono corte e ricche di punteggiatura per consentire una lettura lenta e meditata; tale scelta viene giustificata dalla convinzione che dopo l’Olocausto la parola e l’esperienza non possano essere trasmesse avvalendosi delle tradizionali convenzioni linguistiche (e poetiche), ma che sia necessario fondare un nuovo metodo comunicativo.

Partendo dal titolo è possibile notare un riferimento alle tragedie teatrali greche, in quanto il termine ‘coro’ rimanda a quell’elemento fondamentale che aveva il compito di ricapitolare e commentare gli eventi della tragedia. Al verso 1 la locuzione “noi superstiti” (che si ritrova anche ai versi 6, 10, 13 e 32) serve alla Sachs per porre distanza tra la condizione delle vittime a quella dei sopravvissuti; tuttavia si tratta di un’opposizione apparente in quanto entrambi sono accomunati da un marchio incancellabile: il dolore che grava su vittime e sopravvissuti dalla repressione nazista.

Nei primi cinque versi è possibile rintracciare la “danza macabra”, un motivo iconografico medievale in cui degli scheletri richiamano alle danze con i loro strumenti musicali uomini di diverse condizioni sociali. In questa lirica la morte intaglia flauti dalle ossa dei superstiti e passa l’archetto del violino sopra i loro tendini: essa assume il ruolo di musicista, mentre i superstiti diventano personificazione degli strumenti da suonare (correlazione tra i tendini e le corde del violino e le ossa e i flauti).

Al verso 4 è presente un neologismo: nachklagen è una parola coniata appositamente per la poesia combinando i termini nachklingen (trad. risuonare, echeggiare, si intende come farebbe un violino dopo che si è passato l’archetto sulle corde) e klagen (trad. lamentarsi). Nachklingen si riferisce ai corpi dei sopravvissuti i quali “risuonano lamentosamente” con la loro musica mutilata (vv. 4-5), una metonimia che riporta l’immagine della musica che la morte ha suonato con i superstiti mutilandoli come descritto precedentemente. I successivi quattro versi (vv. 6-10) presentano due immagini brutali : dei cappi che sventolano vuoti nel cielo ai quali dovevano essere appesi i superstiti e clessidre riempite del loro sangue.
Sachs dipinge poi la condizione tipica del sopravvissuto: l’estrema difficoltà di continuare a vivere sopportando il peso che molti altri non ce l’hanno fatta, diventando poco a poco morti anch’essi (v. 10: “divorati dai vermi dell’angoscia”). Al verso 12 “la nostra stella” è la stella di Davide, la quale giace sepolta nella polvere dei corpi bruciati nei capi di sterminio. In realtà la parola tedesca Gestirn significa propriamente costellazione, con chiari rimandi astrologici alla correlazione tra costellazione e fato; di conseguenza questo verso potrebbe avere la funzione di memento mori, poiché implica  che anche il destino dei superstiti è morire. Da notare che altri elementi astronomici (il sole e le stelle) si ripetono successivamente ai versi 15 e 16.
Inizia poi la preghiera alle vittime dell’Olocausto (vv. 13-26) di insegnare ai superstiti a vivere ancora. I sopravvissuti ebbero un’esperienza ravvicinata con la morte, e il ricordo dei morti rende loro difficile apprezzare la vita stessa. Semplici esperienze della vita di tutti i giorni (udire il canto di un uccello, riempire un secchio alla fontana) potrebbero spezzare il loro fragile equilibrio e farli “schiumare via” così come tutto ciò che richiama alla memoria l’esperienza nei lager (v. 23: “cane che morde”, riferimento ai cane di guardia nei campi di concentramento che venivano sistematicamente rilasciati per dare la caccia agli internati) potrebbe letteralmente disintegrarli in polvere. La ferita è talmente profonda  che se il dolore non è ben sigillato, può scoppiare a causa di cose quotidiane e insospettabili.
Negli ultimi dieci versi (vv. 27-37) la scrittrice chiarifica di che materiali siano fatti i sopravvissuti, se a un minimo input rischiano di “tornare alla polvere”. Aperta da una domanda retorica riguardante la natura dell’uomo, l’indagine verte sulla lacerazione tra corpo e spirito: immedesimandosi nella voce dei superstiti, i quali sono rimasti “senza respiro”anche se il corpo si trova fisicamente ancora sulla Terra, Sachs constata che  la nostra animaè volata a Dio “a Mezzanotte” (metafora del buio e dell’oscurità a cui è stata relegata l’umanità durante il nazismo) per mezzo di un’Arca dell’istante. Due parole sono legate in questo passaggio alla sfera religiosa, Arca (quella costruita da Noè secondo le indicazioni di Dio per salvarsi dal diluvio universale e l’Arca dell’alleanza, simbolo della presenza di Yahweh tra il suo popolo) e respiro (Dio soffia l’alito di vita su Adamo). Quando si verifica la separazione dell’anima dal corpo avviene la morte della persona, ma non per  i superstiti i quali continuano a vivere unitamente alle vittime; l’incapacità di dimenticare le vittime “uccide” in parte quelli che vivono e permette agli uccisi di vivere, quantomeno nella memoria.

*Jo

(dopo l’immagine trovate il link alla prima parte dell’approfondimento)

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[1] Trad:la sua radicale e drammatica scrittura lirica, che interpreta il destino di Israele con forza toccante.

[2] cfr. L.Mittner, Storia della letteratura tedesca. Dal realismo alla sperimentazione (1820-1970) Dal fine secolo alla sperimentazione (1890-1970) Tomo terzo, Piccola Biblioteca Einaudi, Torino, 1971, pg. 1634

Poesia impossibile – La poesia di Auschwitz