#GiornataIncipit – Prime righe e prime impressioni

Ormai è un appuntamento fisso per noi, ci permette di condividere con voi letture attuali, passate e future ed è anche piuttosto divertente.
Avete seguito la #GironataIncipit fino ad adesso e volete scoprire il #BonusdiLuglio? Si trova proprio alla fine dell’articolo! Per tutti gli altri, eccovi il riassunto della giornata.

SCONTRO DI CIVILTA’ PER UN ASCENSORE A PIAZZA VITTORIO, DI AMARA LAKHOUS

Qualche giorno fa, non erano neanche le otto di mattina, seduto su un sedile della metropolina, stropicciandomi gli occhi e lottando contro il sonno a causa di quel risveglio così mattiniero, ho visto una ragazza italiana che divorava una pizza grande come un ombrello. Mi è venuta la nausea e per poco non vomitavo! Grazie al cielo è scesa alla fermata successiva. Davvero una scena insopportabile! La legge dovrebbe punire chi si permette di turbare la tranquillità dei buoni cittadini che vanno al lavoro la mattina e tornano a casa la sera. Il danno provocato da chi mangia pizza in metropolitana supera di molto quello causato dalle sigarette. Spero che le autorità competenti non sottovalutino questa delicata questione e procedano immediatamente ad affiggre cartelli del tipo “poibito mangiare pizza”, accanto a qelli che campeggiano all’incresso della galleria della metro con la scritta “vietato fumare!”. Vorrei capire come fanno gli italiani a divorare una impressionante quantità di pasta mattina e sera.

RAVEN BOYS, MAGGIE STIEFVATER

Blue Sargent non ricordava più quante volte le avessero detto che avrebbe ucciso il suo vero amore.
La sua famiglia si occupava di predizioni. Predizioni che tendevano, tuttavia, a essere abbastanza generiche. Frasi come: Oggi ti accadrà qualcosa di terribile. Potrebbe avere a che fare con il numero sei. O: Soldi in arrivo. Apri la mano. O: ti aspetta una decisione importante, e non si prenderà da sola.
Ma a quelli che entravano nella piccola casa azzurra al numero 300 di Fox Way non importava l’imprecisione dei loro auspici. Era diventato un gioco, una sfida, scoprire il momento esatto in cui le predizioni si sarebbero avverate.

LE AVVENTURE DI WASHINGTON BLACK, ESI EDUGYAN

Avevo forse dieci, undici anni, non saprei dirlo con sicurezza, quando morì il mio primo padrone.
Nessuno lo rimpianse; nei campi chinammo la testa, in lutto, piangendo per noi stessi e per l’imminente vendita della propietà. Era mlto vecchio. Io l’avevo visto soltanto da lontano: curvo, magro, addormentato in una pltrona all’ombra, sul prato, con una coperta sulle gambe. Ora lo immagino come un esemplare conservato sotto vetro. Era sopravvissuto a un re pazzo, al commercio degli schiavi, aveva visto la caduta dell’Impero francese, l’ascesa di quello britannico e l’alba dell’era industriale, e sicuramente non era più utile a nessuno.

M. IL FIGLIO DEL SECOLO, ANTONIO SICURATI

Affacciamo sulla piazza del Santo Sepolcro. Cento persone scarse, tutti uomini che non contano niente. Siamo pochi e siamo morti. Aspettano che io parli ma io non ho nulla da dire.
La scena è vuota, alluvionata da undici milioni di cadaveri, una marea di corpi – ridotti a poltiglia, liquefatti – montata dalle trincee del Carso, dell’Ortigara, dell’Isonzo. I nostri eroi sono già stati uccisi o lo saranno. Li amiamo fino all’ultimo, senza distinzioni. Sediamo sul mucchio sacro dei morti.

BONUS – 1984, GEORGE ORWELL

Era una luminosa e fredda giornata d’aprile, e gli orologi battevano tredici colpi. Winston Smith, tentando di evitare le terribili raffiche di vento col mento affondato nel petto, scivolò in fretta dietro le porte di vetro degli Appartamenti Vittoria: non così in fretta tuttavia, da impedire che una folata di polvere sabbiosa entrasse con lui.
L’ingresso emanava un lezzo di cavolo bollito e di vecchi e logori stoini. A una delle estremità era attaccato un manifesto a colori, troppo grande per poter essere messo all’interno. Vi era raffigurato solo un volto enorme, grande più di un metro, il volto di un uomo di circa quarantacinque anni, con folti baffi neri e lineamenti severi ma belli.
Winston si diresse verso le scale. Tentare con l’ascensore, infatti, era inutile. Perfino nei giorni migliori funzionava raramente e al momento, in ossequio alla campagna economica in preparazione della Settimana dell’Odio, durante le ore diurne l’erogazione della corrente elettrica veniva interrotta.

I 100 libri del secolo – Le Monde

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Seguendo il filone iniziato con “100 libri imperdibili secondo la BBC Big Reads”, vi propongo i 100 libri del secolo, lista stilata dal quotidiano parigino Le mondenella primavera del 1999. Lo scopo? Identificare quali fossero i 100 libri migliori del XX secolo.

Voi aggiungereste (o togliereste) qualche titolo?

1. Lo straniero, Albert Camus
2. Alla ricerca del tempo perduto, Marcel Proust
3. Il processo, Franz Kafka
4. Il piccolo principe, Antoine de Saint-Exupery
5. La condizione umana, André Malraux
6. Viaggio al termine della notte, Louis-Ferdinande Celine
7. Furore, John Steinbeck
8. Per chi suona la campana, Ernst Hemingway
9. Il grande Meaulnes, Alain-Fournier
10. La schiuma dei giorni,  Boris Vian
11. Il secondo sesso, Simone de Beauvoir
12. Aspettando Godot, Samuel Beckett
13. L’essere e il nulla, Jean-Paul Sartre
14. Il nome della rosa, Umberto Eco
15. Arcipelago Gulag, Aleksandr Solzenicyn
16. Paroles, Jaques Prevert
17. Alcools, Guillaume Apollinaire
18.  Il loro blu, Hergé
19. Diario, Anna Frank
20. Tristi Tropici, Claude Levi-Strauss
21. Il mondo nuovo, Aldus Huxley
22. 1984, George Orwell
23. Asterix il gallico, René Goscinny e Albert Uderzo
24. La cantatrice calva, Eugene Ionesco
25. Tre saggi sulla teoria sessuale, Sigmund Freud
26. L’opera al nero, Marguerite Yourcenar
27. Lolita, Vladimir Nabokov
28. Ulisse, James Joyce
29. Il deserto dei tartari, Dino Buzzati
30. I falsari, André Gide
31. L’ussaro sul tetto, Jean Giorno
32. Bella del signore, Albert Cohen
33. Cent’anni di solitudine, Gabriel Garcia Marquez
34. L’urlo e il furore, William Faulkner
35. Thérèse Desqueyroux, François Mauriac
36. Zazie del metro, Raymond Queneau
37. Sovvertimento dei sensi, Stefan Zweig
38. Via col vento, Margaret Mitchell
39. L’amante di Lady Chatterley, D.H. Lawrence
40. La montagna incantata, Thomas Mann
41. Bonjour Tristesse, Françoise Sagan
42. Il silenzio del mare, Vercos
43. La vita, istruzioni per l’uso, Georges Perec
44. Il mastino dei Baskerville, Arthur Conan Doyle
45. Sotto il sole di Satana, Georges Bernanos
46. Il Grande Gatsby, F. Scott Fitzgerald
47. Lo scherzo, Milan Kundera
48. Il disprezzo, Alberto Moravia
49. L’assassinio di Roger Ackroyd, Agatha Christie
50. Nadja, André Breton
51. Aurélien, Louis Aragon
52. Le Soulier de Satin, Paul Claudel
53. Sei personaggi in cerca d’autore, Luigi Pirandello
54. La resistibile ascesa di Arturo Ui, Bertold Brecht
55. Il venerdì o il limbo pacifico, Michel Tournier
56. La guerra dei mondi, H. G. Wells
57. Se questo è un uomo, Primo Levi
58. Il signore degli anelli, J.R.R. Tolkien
59. Viticci, Colette
60. Capitale de la douleur, Paul Eluard
61. Martin Eden, Jack London
62. Una ballata del mare salato, Hugo Pratt
63. Il grado zero della scrittura, Roland Barthes
64. L’onore perduto di Katharina Blum, Heinrich Boll
65. La riva delle Sirti, Julien Gracq
66. Le parole e le cose, Michel Faucault
67. Sulla strada, Jack Kerouac
68. Il viaggio meraviglioso di Nils Holgersson, Selma Lagerlof
69. Una stanza tutta per sé, Virginia Woolf
70. Cronache Marziane, Ray Bradbury
71. Il rapimento di Lol V. Stein, Marguerite Duras
72. Il Verbale,  J.M.G. Le Clézio
73. Tropisme, Nathalie Sarraute
74. Diario, Jules Renard
75. Lord Jim, Joseph Conrad
76. Scritti, Jaques Lacan
77. Il teatro e il suo doppio, Antonin Artaud
78. Manhattan Transfer, John Dos Passos
79. Finzioni, Jorge Luis Borges
80. Moravagine, Blaise Cendrars
81. Il generale dell’armata morta, Ismail Kadare
82. La scelta di Sophie, William Styron
83. Romancero Gitano, Federico Garcia Lorca
84. Pietro il lettone, Georges Simeon
85. Notre Dame des Fleurs, Jean Genet
86. L’uomo senza qualità, Robert Musil
87. Fureur et Mystère, René Char
88. Il giovane Holden, J.D. Salinger
89. Niente Orchidee per miss Blandish, James Hadley Chase
90. Blake e Mortimer, Edgar P. Jacobs
91. I quaderni di Malte Laudris Brigge, Rainer Maria Rilke
92. La modificazione, Michel Butor
93. Le origini del totalitarismo, Hannah Arendt
94. Il maestro e Margherita, Michail Bulgakov
95. Crocifissione in rosa, Henry Miller
96. Il grande sonno, Raymond Chandler
97. Amers, Saint-John Perse
98. Gaston, André Franquin
99. Sotto il vulcano, Malcom Lowry
100. I figli della mezzanotte, Salman Rushdie

2084: LA FINE DEL MONDO

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2084: LA FINE DEL MONDO

Autore: Boualem Sansal
Casa Editrice: Neri Pozza
Anno di pubblicazione: 2016

.:SINOSSI:.

Nel 2084 si estende, su una buona parte del mondo, la grande potenza dell’Abistan, dove si parla l’abilang, una nuova lingua che ha soppiantato tutte le lingue precedenti, considerate stolti idiomi di non-credenti. Il nuovo dominio è sorto da una «Grande Guerra» contro la «miscredenza » e la sua pretesa di non sottomettersi alla volontà di Yölah e del suo rappresentante in terra, il profeta Abi. Nell’Abistan arte, pensiero, letteratura sono considerate attività corrotte di civiltà decadenti e atee. L’unica norma fondamentale è l’obbedienza a Yölah. Frustate, lapidazioni, esecuzioni negli stadi spettano a chiunque trasgredisca tale semplice norma. Dubbi, domande, riflessioni sono vietate, e ovunque risuona il grido di guerra dell’esercito di Yölah: «Andiamo a morire per vivere felici!».
Dopo due lunghi anni di assenza e un altrettanto lungo periodo trascorso in un sanatorio arroccato su una montagna per curare la sua tubercolosi, Ati ritorna alla propria città natale, Qodsabad. Per la prima volta nella sua vita comincia a essere assalito da dubbi e paure… E se fosse possibile dire di no? Se fosse possibile varcare la frontiera proibita dietro la quale sopravvive un altro mondo?
Ispirato alla celebre opera di George Orwell 1984, 2084. La fine del mondo, narra di un mondo futuro dove tutti gli incubi del presente sembrano realizzati nella forma di una terribile teocrazia totalitaria.

.:IL NOSTRO GIUDIZIO:.

Cos’è la libertà? Cosa sono la verità e il libero arbitrio?
Nell’Abistan, uno stato, qualcuno direbbe un mondo, governato da una ferrea dittatura a stampo religioso, non esiste una risposta a queste domande.
Nessuno può pensare, la lingua stessa non permette altro che sottomettersi: ogni parola contiene riferimenti a Yolah, ossia Dio, ad Abi, il suo profeta e pastore dalla vita eterna, o al Gkabul, il libro sacro scritto da Abi in persona.
Si segue il viaggio di Ati, un uomo semplice che guarito dalla tubercolosi comincia a scoprire che il mondo non è come credeva, che le verità sono nascoste sotto fitte reti di bugie.
Il suo unico scopo è capire, capire ed imparare che cos’è il mondo, cosa nasconde e soprattutto che cos’è la libertà. Non ha alcuna intenzione di ribellarsi e non lo farà mai, ma la sua sete di conoscenza lo porterà a fare scoperte che potrebbero mettere a rischio l’intero sistema.
Un libro pieno di riflessioni filosofiche su cosa siano la vita, la libertà, la sottomissione, la lingua e la verità condito con descrizioni magnifiche di un futuro non troppo lontano in cui la nostra civiltà è stata annienta da guerre e dove la legge unica del Gkabul ha preso piede.
L’ho adorato per la sua profondità e al contempo semplicità, è stato come viaggiare nell’anima di un addormentato che, all’improvviso, si accorge di potersi svegliare e diventa curioso come un bambino. Curioso come tutti siamo.
Ottimo per chi ama le distopie vecchio stampo, il contenuto del libro non ha niente a che vedere con “Hunger Games” o “Divergent”, non ci sono eroi in questo romanzo, non ci sono personaggi completamente buoni e, in certi casi, si può dire che le presenze non abbiano alcuna personalità.
L’autore ha fatto, secondo me, un lavoro magistrale nel descrivere come il totalitarismo sia in grado di attaccarsi alla mente delle persone e non lasci loro spazio per nulla.
Ati è, per me, l’emblema dell’uomo che trova se stesso nonostante le menzogne da cui è circondato. Un libro veramente spettacolare sotto ogni punto di vista.

Per me questo romanzo vale 10/10.
Lo consiglio a chi ha tempo e voglia di un libro con pochissimi dialoghi ma grandi riflessioni e grande filosofia. Lo consiglio a chi ha voglia di capire se stesso, magari, e i pericoli che si nascondono dietro certi comportamenti della società odierna.
Lo sconsiglio a chi non ama descrizioni troppo lunghe (è fatto quasi solo di descrizioni).

*Volpe

Tra le pagine dell’incubo – Un biglietto di sola andata da Oceania a Panem

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Abbiamo già parlato nell’articolo “La letteratura che uccide la speranza” del genere YA (= Young Adult) e questa sera voglio fare con voi un ulteriore passo avanti analizzando quello che è il principale cavallo di battaglia di questo neo genere.

Come è già stato detto nell’articolo sopracitato, la colpa, o il merito, del genere YA è quella di incentivare una produzione letteraria pressoché identica dove situazioni e trame rimangono più o meno le stesse con piccole e necessarie differenze come l’ambientazione e i nomi dei protagonisti. Un fenomeno analogo ha interessato il settore della letteratura erotica che, cavalcando lo tsunami di scandalo e scalpore provocato da “Cinquanta sfumature di grigio”, è riuscita a conquistarsi nelle librerie un reparto autonomo e dignitoso al pari delle scansie dedicate ai fantasy, ai thriller o ai classici.

La forza di questo genere è, come già sappiamo, una trama focalizzata sul conflitto tra eroe/eroina e una società chiusa, sorda ed egoista che il più delle volte si declina in un sistema autarchico che il/la protagonista deve distruggere.

La distopia, termine coniato nell’ottocento dal filosofo britannico John Stuart Mill, è usato per riferirsi a condizioni sociali, politiche e storiche avverse a quelle che ci si potrebbe trovare in un’utopia. Il più delle volte sono delle profezie laiche in cui lo scrittore riversa le proprie paure per il domani esagerando gli aspetti negativi della società in cui vive, in altri casi può invece trattarsi di satira come nel caso de “Il grande dittatore”(1940)  film di Charlie Chaplin che ironizza sulla figura del Fuhrer.

La distopia è la letteratura di chi ha paura. Se si guarda alla storia della letteratura e del cinema, si può notare come il genere distopico veda la sua ribalta nei periodi di maggiore crisi o in prossimità di eventi che, come l’avvento del nuovo millennio, risvegliano in noi paure ancestrali che trovano qui una valida valvola di sfogo. E’ una lunga storia che dall’inizio del ‘900 sembra non aver mai visto un definitivo tramonto e che intreccia la letteratura e il cinema. Una tradizione che ha Orwell come padre, è stata tramandata ai fratelli Wachosky ( autori della trilogia di “Matrix” (1999) ed è infine approdata, passando per “V per Vendetta” della DC, sui nostri scaffali e sui nostri schermi grazie a saghe come “Hunger Games”, “Divergent”, “The Maze Runner”, “The Giver”,… .

Quella che stasera vi voglio proporre è una riflessione su questo genere che, a mio giudizio, è stato fin troppo abusato negli ultimi tempi e in cui sono stati stipati romanzi che di distopico hanno solo l’etichetta, ma non la sostanza.

Abbiamo già dato a grandi linee una definizione di “distopia”, per cui possiamo passare ad analizzare velocemente quelle che sono le ambientazioni dei racconti distopici e quali sono i tratti su cui scrittori e sceneggiatori si sono maggiormente concentrati nel corso degli anni.

Condizione sine qua non è la guerra che porta alla nascita di un nuovo governo e di una società di sopravvissuti. Ciò che a mio parere rende un romanzo distopico un romanzo di successo, o almeno degno di essere letto, è un contesto storico e politico plausibile. “1984” (1948) di Orwell è ambientato in un’Inghilterra del futuro in cui il socialismo ha vinto sul liberalismo e il capitalismo, una neo nazione, Oceania, in cui la privacy del cittadino è azzerata e l’intera vita del cittadino è in funzione del sistema “Socing”. Quella di Orwell è, ovviamente e fortunatamente, una società inventata le cui radici però affondano nel contesto storico e politico in cui Orwell scrisse il suo più famoso romanzo. Lashapeimage_2 seconda guerra mondiale è finita già da tre anni, ma le tensioni tra Alleati e URSS non si allenta e Berlino è divisa tra questi due schieramenti. La propaganda americana, che fino a qualche anno prima ha diffuso piccoli spot in cui metteva in guardia dai pericoli del nazismo, può ora dedicarsi completamente alla dittatura di Stalin e descrivere con dovizia di particolari quali siano le condizioni di vita sotto il regime comunista ( in questo periodo anche Captain America, il soldato nato per combattere i nazisti, fa della lotta al comunismo la sua nuova missione). L’Europa, come ho già detto, ha ancora negli occhi le atrocità compiute dalle SS di Hitler e la OVRA di Mussolini, la riservatezza di molti è stata violata e ogni scheletro nell’armadio è già stato portato alla luce o gettato definitivamente in fondo ad un pozzo per evitare problemi. Il Grande Fratello è quindi lo spauracchio perfetto per un popolo, come quello inglese, che ha sentito sul collo il freddo respiro della dittatura hitleriana. Gli occhi onniveggenti del Big Brother, che ricordano l’occhio in cui si trasforma l’antagonista de “Il Signore degli anelli”(1937-1949) e attraverso cui Sauron spia indisturbato ogni forma vivente della Terra di Mezzo, non sono solamente il mezzo attraverso il quale si semina il terrore e si mantiene l’ordine, ma sono anche e soprattutto la paura più grande di un europeo ancora “fresco di dittatura”, l’evoluzione elettronica, e meno controllabile dal cittadino, della Gestapo o degli organi di controllo delle dittature del ‘900. Uno scenario simile, che segue di qualche anno il romanzo di Orwell, ci viene presentato da Bradbury nel romanzo fantascientifico “Fahrenheit 451” (1953) dove la società sembra regredire, la televisione è ormai onnipresente e sempre più invadente nelle case degli spettatori e i libri sono messi al bando e bruciati da quelli che comunemente dovrebbero spegnere gli incendi: i pompieri. I roghi dei libri richiamano i tristi falò che i nazisti organizzavano nelle piazze tedesche, mentre la televisione interattiva, invadente e a tratti inopportuna sembra, oltre che una macabra profezia di quello che è sotto i nostri occhi quotidianamente, l’esagerazione di un fenomeno sociale che si faceva sempre più spazio nella vita dei cittadini americani. Altro ed ultimo esempio, questa volta preso dal cinema, è quello della trilogia dei fratelli Wachosky “The Matrix” (1999) in cui la distopia è governata da macchine super evolute create all’alba del XXI secolo e che, come nel peggior incubo di Asimov, hanno ridotto l’umanità in schiavitù creando per essa una realtà virtuale che non gli permette di distinguere la realtà dal Matrix. In questo caso le paure che ispirano questa trilogia cinematografica sono tante: il millennio ormai alle porte (saranno anche passati mille danni dall’ultima volta in cui è successo, ma alcune paure non muoiono mai del tutto), software e sistemi operativi sempre più efficienti, l’invasione sempre più massiccia dei computer non solo sul luogo di lavoro, ma anche nell’ambiente domestico. Gli occhi del Grande Fratello sono andati incontro ad un aggiornamento e lo spionaggio si svolge sul web. La violazione della privacy continua ad essere la paura centrale di queste dittature più o meno plausibili che, malgrado la loro natura fittizia, nascondono tra le proprie pagine profezie più o meno avveratesi sul futuro che noi ora stiamo vivendo: la riservatezza e lo spazio domestico calpestati ai fini di indagini di mercato, l’egemonia della televisione ormai sempre accesa nelle nostre case, la tecnologia sempre più intelligente e, per certi versi, invasiva nella vita di tutti i giorni.

Ovviamente questi sono solo alcuni esempi, citarli tutti sarebbe impossibile e rischieremmo solamente di fare una gran confusione, ma sono sufficienti per mettere in evidenza una cosa: gli autori di questi romanzi o sceneggiature conoscevano la storia, la loro storia, quella che leggevano sui giornali o ascoltavano alla radio. Le loro dittature sono al 50% fantasia e al 50% verità ed è per questo che, leggendo “1984” o “Fahrenheit 451”, sentiamo sempre un brivido lungo la schiena mentre assistiamo ai roghi dei libri o all’indottrinamento delle masse. I romanzi distopici “pre Hunger Games” sono romanzi per persone con una coscienza non solo morale, ma soprattutto storica e sociale. Sono per lettori che hanno ben chiari i rischi di una dittatura, che hanno studiato gli effetti di sistemi autarchici come il nazismo, il fascismo e il comunismo e che quindi si guardano bene dall’intraprendere strade che portino nuovamente a nuove sanguinose tirannie.

Al contrario i contesti storici delineati nei romanzi come Hunger Games&Co. sono una cornice il più delle volte tracciata di fretta e senza alcuna connessione con i fatti storici che stanno scuotendo il mondo dal 2001 ad oggi. Resta costante il tema del conflitto armato come causa principale che porterà all’origine della nuova dittatura: guerre civili, nucleari, mondiali che riportano l’umanità all’anno zero e la costringono a ricostruire un mondo che ha, per certi versi, del primitivo con una netta distinzione in classi sociali tipiche delle antiche società del Mediterraneo. La nuova letteratura distopica è un’antologia che si concentra maggiormente sui prototipi letterari che non sul contesto in cui le nuove distopie attecchiscono. I miti greci del Labirinto di Creta, della città di Atlantide, dei tributi che Atene doveva mandare annualmente sull’isola di Minosse o della repubblica così come pensata da Platone. L’immagine bella e terribile del gladiatore che nell’arena affronta ed uccide uomini e belve, la storia di Spartaco da schiavo a ribelle, da gladiatore a guerriero,…; ciò che noi occidentali abbiamo per secoli dato per scontato e obsoleto è, agli occhi di un popolo orfano di una sua mitologia classica come il popolo americano, un’autentica manna, una caverna delle meraviglie da cui attingere sempre nuovi spunti per scontri generazionali e lotte di classe. Leggendo la saga di “Hunger Games” (2010) viene spontaneo pensare non solo al mito di Teseo e il Minotauro, ma anche ai gladiatori e alla rivolta di Spartaco. Lo stesso labirinto è presente in “The Maze Runner” (2009), ma in questo caso con la funzione di prigione da cui si deve evadere e non entrare. La saga della Roth “Divergent” (2011) mescola il mito di Atlantide, città all’avanguardia in tutte le scienze e guidata da un governo utopico, con la repubblica idealizzata da Platone: una società guidata dai saggi, la classe d’oro, e divisa in classi in cui ogni individuo viene inquadrato appena finita l’infanzia.

Siamo di fronte ad una nuova letteratura che, in barba agli insegnamenti di Orwell, è più preoccupata a dare ai propri romanzi un retaggio antico, che non un contesto storico se non credibile almeno coerente con l’attuale periodo storico che stiamo vivendo. Sopravvive la paura per la privacy violata, l’inquadramento in un sistema in cui tutto è già controllato e le tecnologie sempre più sofisticate. Il terrorismo, che rappresenta una minaccia paragonabile solamente a quella del nazismo, sembra non aver mai scosso le coscienze di queste società sospese in un indefinito futuro, la caduta delle Torri Gemelle, la tragedia dei profughi, la corsa e la guerra per le risorse come gas e petrolio sono state gettate nel dimenticatoio  e solo “V per Vendetta”, riportando l’ambientazione nel Vecchio continente, dà qualche accenno a queste tematiche che si sono negli anni sempre più aggravate. La letteratura distopica dell’ultimo quinquennio ha fallito spegnendo, esattamente come un televisore, le coscienze dei lettori che, alla fine, diventano spettatori assetati di sangue al pari degli abitanti di Capitol City (la capitale di Panem nei romanzi di “Hunger Games”), lettori vampiri che strepitano per leggere l’ultimo volume della loro saga preferita per sapere quale personaggio morirà e chi vivrà.

Quello che sui nostri scaffali manca, e che mi auguro di trovare molto presto, è un romanzo distopico che si rifaccia, o almeno prenda insegnamento, dai romanzi di Orwell o Van Dick( per citare nomi nuovi). Una storia nuova, con protagonisti maturi e un contesto storico credibile che dia al lettore una prospettiva temporale di al massimo un secolo. Un romanzo non solo di piacere, ma che obblighi il lettore a riflettere sul periodo storico che stiamo vivendo e a misurarsi con le conseguenze catastrofiche a cui, se non prestiamo attenzione, potremmo andare incontro.

*Jo