Ragazze Elettriche e la violenza di genere

Il tema della violenza, e in particolare della violenza di genere, é centrale in “Ragazze Elettriche”, in originale “The Power”, romanzo di Naomi Alderman edito nella versione italiana da nottetempo.
La distopia di Naomi Alderman ha inizio in un mondo identico al nostro dove, in un giorno come tanti e senza un’apparente motivazione, le ragazze sviluppano una “matassa” che permette loro di controllare, richiamare e usare a proprio piacimento l’energia elettrica. Da quel momento in poi il potere passa nelle mani delle donne e i ruoli di genere si invertono. Gli uomini iniziano ad essere stereotipati come “il sesso debole” e diventano vittime di abusi e violenze sia nel privato che in ambito lavorativo. Insomma, Naomi Alderman cattura l’essenza del potere patriarcale e, grazie all’espediente narrativo dell’inversione, denuncia i maltrattamenti, le ingiustizie e le violenze che le donne subiscono ogni giorno.
La struttura del romanzo è molto particolare: si tratta di un testo di narrativa che, però, nella finzione del romanzo viene presentato come testo storico. Alderman presenta il fittizio autore del romanzo nelle prime pagine del testo e spiega che quello che seguirà, ossia il romanzo stesso, è un resoconto dettagliato di come le donne sono arrivate al potere. Già dalle prime pagine il lettore ha una visione chiara della società matriarcale in cui i personaggi vivono: si possono intuire le discriminazioni di genere cui gli uomini sono sottoposti sin dalle primissime righe. Per rendere più credibile l’intento di resoconto storico, Alderman inserisce dei falsi reperti archeologici alla fine di ogni capitolo raccontandoli con originali e macabre descrizioni.
La scrittura è potente e terribile come solo quella di un libro che racconta una scomoda verità può essere; brusco e rude, lo stile è adatto alla storia raccontata da Alderman. Le descrizioni sono cariche di emozioni e il lettore è portato a soffrire, sorridere, esaltarsi e tremare assieme ai quattro protagonisti; considero positiva la capacità dell’autrice di far simpatizzare il lettore, attraverso un’introspezione curatissima, anche per i personaggi più negativi. 

Le tre forme della violenza

Il romanzo parla, come si può evincere dal titolo, del potere. Alderman lo scompone e ne analizza tanto la nascita quanto le numerose sfaccettature: parte dal potere statale per arrivare a quello spirituale e mediatico; naturalmente, in questo suo viaggio, non manca mai di sottolineare la sottomissione di genere che accompagna il potere. 

Allie, o “Madre Eve”, è la protagonista che meglio rappresenta la nascita e l’ascesa del potere spirituale, di stampo matriarcale-cristiano, all’interno del romanzo. L’oppressione della nuova chiesa nei confronti degli uomini non traspare dal racconto in sé ma è ben delineata nelle pagine in cui l’autrice raccoglie i falsi reperti archeologici con cui rende viva la preistoria del suo mondo. Tra questi troviamo anche reperti archeologici reali, come la testa riprodotta a pagina 287, cui però l’autrice cambia nome, e di conseguenza ne modifica la storia, per adattarla maggiormente al suo scopo. La testa sopra citata è nominata “Re sacerdote” mentre nel suo romanzo compare come “giovane servo” così come la statua presente nella pagina accanto è chiamata “danzatrice” ma figura tra le sue pagine come “Regina Sacerdotessa”.
Tramite queste descrizioni il lettore è in grado di ricostruire la sottomissione di genere che ha accompagnato la storia e la cultura del mondo creato da Alderman. Madre Eve è un personaggio controverso, a tratti inquietante: la ragazza, vittima di abusi e violenze da parte del patrigno, desidera raggiungere quanto più potere potere possibile e ad ogni costo perché sa che se tutto il mondo si piegherà a lei nessuno potrà più farle del male. 

Due donne nel romanzo di Alderman sono simbolo del potere statale: Margot, una politica americana, e Tatiana Moskalev, presidente della Bessapara, uno stato inventato da Alderman e situato nell’attuale Moldavia. Proprio nella Bessapara gli uomini subiscono le limitazioni e le violenze peggiori: mano a mano che lo stato si consolida gli uomini si trovano spogliati dei loro diritti e della loro dignità personale. Nel romanzo si legge:

Nessun uomo potrà portare denaro o altri beni fuori dal paese. […] Agli uomini non è più permesso guidare automobili. Agli uomini non è più consentito possedere aziende. I giornalisti e i fotografi stranieri devono lavorare alle dipendenze di una donna. Agli uomini non è più permesso di riunirsi, nemmeno in casa, in gruppi più grandi di tre senza una donna presente. Agli uomini non è più consentito di votare – perché i loro anni di violenza e di indegnità hanno dimostrato che non sono adatti a prendere decisioni o a governare. Una donna che colga un uomo a disubbidire a queste leggi in pubblico è non sono autorizzata, ma tenuta a punirlo immediatamente. […]

Queste agghiaccianti leggi ricordano moltissimo quelle oggi imposte dai talebani alle donne Afghane, segno che il romanzo è più attuale di quanto la sua data di pubblicazione possa far credere. 
Tunde, unico protagonista maschile del romanzo, è il personaggio attraverso cui conosciamo le violenze del regime repressivo e autoritario di Bessapara. Inizialmente è un giornalista d’inchiesta sempre in movimento, ma mano a mano che il suo arco narrativo progredisce si trova sempre più solo. Vittima di uno stato che lo desidera invisibile e chiuso in casa, deve nascondersi: non ha nessuna donna che possa garantire per lui o accompagnarlo nelle più banali commissioni quotidiane ed è quindi costretto alla clandestinità. 
Tramite Tunde, il lettore scopre il terrore di chi è costretto a vivere in un regime repressivo e, soprattutto, esplora il dolore di chi a causa del suo genere è privato della sua libertà.

Sarebbe scontato parlare esclusivamente di Tunde nella sezione riguardante il potere mediatico. In questo caso la sottomissione maschile si sviluppa lungo tre direttrici: la prima è quella che rincorre Tunde; la seconda segue due conduttori di un programma televisivo americano; la terza colpisce il frizzo autore del romanzo. 
Tunde viene spogliato non solo dei suoi diritti di uomo ma anche della sua dignità di giornalista. Coinvolto fin dal principio dalla rivoluzione delle donne, Tunde segue, documenta e scrive tutto ciò che vede su taccuini destinati ad una cara amica. Nel corso delle sue indagini e a causa del suo genere, Tunde rischia costantemente la vita. La sua storia è quella che rappresenta al meglio la violenza fisica, dolorosa e privativa.
I due conduttori sono personaggi che compaiono spesso nel romanzo eppure il lettore quasi non si accorge di loro: inizialmente,, quando il mondo è ancora governato dagli uomini, è l’uomo della coppia ad avere un posto di rilievo nella conduzione del telegiornale ma, mano a mano che il sistema di potere si inverte, è la donna che inizia a spiccare. Il conduttore diventa sempre meno importante, relegato a ruolo di spalla, fino a quando viene sostituito da un ragazzo nuovo: più bello, più sciocco e più frivolo assunto solo perché rispetta i nuovi ruoli sociali che desiderano l’uomo affascinante, attraente e sensuale. La violenza in questo caso non è palese: è subdola e non tocca solo il conduttore costretto a lasciare il poso di lavoro, tocca soprattutto il nuovo assunto vittima di molestie, sia fisiche sia verbali, da parte della conduttrice.
Chi ha scritto “The Power” nella finzione narrativa si chiama Neil e Naomi, che coincide anche con il nome di Alderman, è la sua editor. Nonostante il loro rapporto sia amichevole non è scevro da pregiudizi e fin da subito il lettore si sente fortemente a disagio. Una frase in particolare, tratta dalla terza pagine del romanzo e che voglio riportare di seguito, sottolinea a mio avviso la forza con cui Alderman sceglie di catapultare il lettore nella violenza del suo sistema matriarcale:

Comunque! Non vedo l’ora! Credo che apprezzerei davvero il “mondo retto da uomini” del quale parli nel libro. Di certo un mondo più gentile, più attento, e – oserei dire – più erotico di quello in cui viviamo.

Un ultimo scambio di email tra Naomi e Neil conclude il romanzo. Qui Naomi suggerisce a Neil di pubblicare il suo romanzo con un nome femminile per evitare che, a causa dei pregiudizi di genere che accompagnano la letteratura, venga letto solo da uomini. Se desiderate approfonAbbiamo trattato il tema degli pseudonimi maschili adottati dalle scrittrici in questo articolo che vi invitiamo a leggere per approfondire il tema, se siete interessati

Il romanzo di Alderman spinge alla riflessione ed è uno dei tanti testi utili a comprendere quanto la violenza di genere, espressa non solo in modo violento ma anche con il linguaggio, sia radicata nel nostro quotidiano. In tutto il mondo, oggi, le donne ancora subiscono i maltrattamenti descritti da Alderman che fa del suo romanzo una pesante denuncia sociale contro il patriarcato e il suo potere.
Alderman parla soprattutto di violenza sociale perché il suo romanzo è un libro sociale. Tuttavia, anche se non la tratta in maniera diretta, non dimentica la violenza domestica: non è difficile immaginare che nel mondo di Alderman siano gli uomini, e non le donne, a subire le peggiori vessazioni tra le mura domestiche.
Oggi, 25 novembre, è stata istituita la giornata internazionale contro la violenza sulle donne ed è proprio di questo che abbiamo parlato tramite la disamina di “Ragazze elettriche” di Naomi Alderman. Nel mondo alla rovescia di Alderman la spietata dominazione femminile sull’uomo altro non é che lo specchio della nostra quotidianità in cui ancora troppe donne vengono abusate, maltrattate, picchiate e uccise. 
I dati del 2020 sono impressionanti. Il rapporto Istat del 17 maggio 2021 riporta un incremento del 79% delle richieste d’aiuto ricevute dal numero di pubblica utilità 1522. Il boom è stato durante il lockdown e i principali autori delle violenze di genere riportate, sia fisiche che psicologiche, sono partner, ex partner e famigliari segno che la convivenza forzata generata dal Covid-19 è stata pericolosissima per le donne.
Il dato era già di per sé preoccupante, ma ancora più spaventoso è il fatto che sia rimasto molto alto anche nel primo trimestre del 2021: come riporta sempre l’Istat, il numero di chiamate al centro antiviolenza tra gennaio e aprile è aumentato del 38% rispetto allo stesso periodo del 2020 per poi calare nei mesi successivi e, fortunatamente, non raggiungere o superare il picco del secondo trimestre 2020 che aveva visto oltre 12.000 chiamate valide in soli tre mesi.
Parlare di violenza di genere, a fronte di questi dati non è solo necessario: è vitale. 
L’amore, quello vero, non ferisce, non denigra e soprattutto non uccide. La violenza non è sempre, né solo, fisica ed è importante non sottovalutare i primi segnali che possono aiutare ad identificare un comportamento abusivo e pericoloso: se la vostra relazione diventa un susseguirsi di umiliazioni e vessazioni, insulti, svalutazioni, ridicolizzazioni, accuse, privazioni (esempio classico ma importantissimo da sottolineare è quando il/la partner cerca di controllare l’abbigliamento e le amicizie della vittima) e minacce di ripercussioni, allora è in atto una violenza psicologica da cui avete in diritto di proteggervi. 
Spesso, il partner, o ex partner, all’inizio della relazione non è violento. La violenza si instaura piano piano e, unita alla presenza di meccanismi atti a creare sensi di colpa, fa sentire la vittima costantemente minacciata e insicura.

La violenza di genere è subdola e, spesso, guidata dal potere. Chi perpetra violenza di genere lo fa proprio perché sente di avere il diritto di rivendicare una persona come una cosa propria, una proprietà che gli appartiene e deve pertanto obbedirgli. E’ una violenza figlia di stereotipi, falsi, dannosi e tendenziosi, che vedono un sesso irrimediabilmente inferiore all’altro.
Vi chiediamo di prestare attenzione alle persone che vi circondano e di prendervi cura di loro: se vi rendete conto che un’amica, o un amico, sta subendo maltrattamenti, consigliate loro di rivolgersi alle autorità o al numero di emergenza antiviolenza 1522 e, se la situazione vi sembra davvero grave, offrite loro una via di fuga. 

La morte di Penelope

.: SINOSSI :.

La storia si svolge a Itaca, il tempo è quello del mito; ogni notte la tela, come una quinta teatrale, unisce e separa, incessantemente. Più ossessione che pazienza. Tre personaggi si muovono in questo romanzo breve e intenso di Maria Grazia Ciani: Penelope, Antinoo e Ulisse. Non ombre, ma corpi. Corpi che esitano. Penelope è rimasta, Antinoo è arrivato, Ulisse è tornato. Penelope l’ha aspettato. Ma l’attesa, più che un tempo, si è rivelata uno spazio, e lo spazio è stato occupato da Antinoo, principe e pretendente. Che cosa succede quando l’ospite si sostituisce all’atteso? Che cosa accade ai miti, a Penelope e Ulisse, e a noi? Dell’uomo Ulisse sappiamo molto, della donna Penelope – che se ne sta, impenetrabile e irraggiungibile, a guardia della fedeltà coniugale – assai meno. Eppure, quando Ulisse parte, lei non ha nemmeno vent’anni, e come tutti, a un certo punto, dovrà pure aver cercato un sorriso… Con una scrittura nitida, esatta e sensuale, riprendendo e ampliando una versione narrata da Apollodoro, Maria Grazia Ciani, grecista e traduttrice dell’Odissea, ci regala una Penelope inedita e segreta, attraverso il volto, i gesti e il desiderio di una delle figure più celebri e affascinanti della mitologia.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Il racconto di Maria Grazia Ciani è una rivisitazione degli ultimi capitoli dell’Odissea; di quando Ulisse, riapprodato ad Itaca, trova la propria terra invasa dai Proci. Se però nel mito originale Penelope ha atteso il suo sposo costruendo la propria libertà con furbizie e astuzie diventando la degna controparte di Ulisse, nel racconto della Ciani troviamo un personaggio decisamente molto meno aderente alla figura della moglie prudente, intelligente e innamorata.

Purtroppo, non credo che il racconto della Ciani sia riuscito. Non voleva “riscattare” la figura Penelope, slegandola dall’immagine di donna astuta e fedele: la Ciani voleva semplicemente raccontare una storia diversa basandosi sulle parole di Apollodoro che ipotizza Penelope abbia ceduto alle attenzioni di Antinoo. Il punto è che la presunta storia d’amore tra i due si basa, nel racconto della Ciani, sul nulla.
Per quanto io mi sforzi, non riesco proprio ad immaginare una Penelope che si innamora di un uomo senza mai parlargli ma solo guardandolo in faccia, basandosi sulla sua bellezza e la sua forza. Penelope condivide lo stesso ingegno di Ulisse ed è troppo fuori dal suo carattere lasciarsi andare a pensieri d’amore degni di un harmony: Antinoo le piace, improvvisamente e senza che questa attrazione sia in alcun modo giustificata dall’autrice, perché è bello. Penelope ed Antinoo non hanno mai scambiato neanche una parola, dettaglio che viene sottolineato più volte dall’autrice, eppure lei si scopre profondamente innamorata del capo dei bruti che le fanno la corte da dieci anni. Altrettanto inspiegabilmente, la Penelope della Ciani “salva” Antinoo dai propri giudizi morali: mentre tutti i suoi compagni sono descritti come maleducati, ubriaconi e pervertiti, Antinoo sembra il principe azzurro con “gli occhi gentili”, come lo descrive la Ciani. Poco credibile da qualsiasi punto di vista.
L’amore di Antinoo per Penelope è più comprensibile: lui si è innamorato, secondo la Ciani, proprio della Regina algida e forte che comanda Itaca dal trono del suo sposo. Si è innamorato del suo ingegno e della sua forza; si è innamorato perché lei amava ancora Ulisse. Il problema è che nei capitoli scritti dal punto di vista di Penelope tutto quello di cui Antinoo si è innamorato non esiste.

Ciò che ritengo in assoluto più grave è che la Tela di Penelope non è neanche citata: la Ciani ci dice solo che Penelope “tesseva per noia” guardando il mare aspettando Ulisse durante i primi anni e che poi ha smesso perché non era un passatempo che le dava più gioia. Non si può, soprattutto da insegnanti e traduttori di Omero, ignorare volutamente l’ingegnosa trappola con cui una donna ha fatto valere la propria opinione, la propria volontà, su un gruppo di uomini.
Anche l’inganno dell’Arco, l’arco che Penelope sapeva solo Ulisse era in grado di tendere, è ridotto a poco più di un espediente narrativo con cui Penelope cerca di diventare la sposa di Antinoo. In questa versione del mito, Ulisse vede l’amore (Amore che fondamentalmente non viene mai concretizzato perché obiettivamente è basato sul nulla) tra sua moglie ed Antinoo e sceglie di ucciderli entrambi.

Il mio voto finale, soprattutto per il modo improprio in cui certe parti del mito sono state trattate, è 4/10. Se l’autrice mi avesse presentato una storia coerente dall’inizio alla fine in cui Antinoo e Penelope si avvicinano fino ad innamorarsi, avrei potuto quasi fingere che il racconto omerico fosse riscrivibile secondo la versione di Apollodoro, anche se personalmente non mi sembra il caso di riscrivere un poema. Ma che Penelope si infatui di un uomo senza mai rivolgergli la parola e solo perché è bello, ecco questo non lo riesco proprio ad accettare.
Penelope è una figura splendida della mitologia classica. Non è solo simbolo della fedeltà coniugale, ma anche di, lealtà, ingegno e prudenza: non riesco a capire perché snaturarla in questo modo e perché ignorare volontariamente le trovate che la rendono la donna forte che è. Penelope è una figura molto interessante, direi senza problemi che è femminista nella versione di Omero: regna per vent’anni come un uomo, allatta e cresce un figlio, si occupa di un regno assediato e lo mantiene con la propria intelligenza. A che pro cambiare un personaggio già ottimo?
Anche dal punto di vista della scrittura, purtroppo, ho trovato il racconto carente. Non che sia scritto male, anzi lo stile è ottimo e si legge facilmente: il problema è essenzialmente il doppio punto di vista che spesso si riduce al racconto praticamente identico di uno stesso episodio in cui cambia però il punto di vista. A tratti, comunque, il racconto è stato emozionante: la penna della Ciani non è brutta, al contrario.
Purtroppo fatico a trovare aspetti positivi in questo racconto, perché l’ho trovato proprio mal strutturato. Al di là che ritengo sbagliato cambiare il finale di un’altra opera (cosa che purtroppo pare molto in voga ultimamente), la trama fa acqua da tutte le parti perché è troppo forzata e non si adatta ai personaggi che vuole raccontare.
Mi è dispiaciuto molto, perché avevo riposto molta fiducia in questa autrice. Di certo, questo racconto potrà piacere a chi è meno affezionato a Penelope di quanto non lo sia o a chi è in grado di accettare i numerosi cambiamenti che la Ciani ha apportato alla storia che tutti conosciamo.

*Volpe

Buon anno!

2020, che anno strano.
Un anno da buttare, un anno da dimenticare, un anno che vorremmo restituire al tempo sperando che la garanzia non sia scaduta e il reso venga accettato.
Eppure, se guardiamo con obiettività a questo 2020 così denigrato e ci togliamo dal mazzo delle “opinioni condivise” non è difficile scorgere il buono di questo anno così apparentemente nefasto.
La paura è stata la costante dei nostri giorni, ma è grazie a questo pungolo che molti di noi hanno trovato la forza di fare cose che prima sembravano impossibili per mancanza di tempo, di voglia o di coraggio.
È stato l’anno in cui gettare il cuore oltre l’ostacolo non era follia, ma necessità.
L’anno in cui abbiamo tagliato fuori dalle nostre vite il superfluo per aggrapparci al necessario: la famiglia, gli amici, l’amore, la salute; in poche parole alla Vita.
È stato un anno di pianto, ma non tutte le lacrime sono state di lutto e dolore. Si è pianto di gioia e di sollievo, ma la cosa più importante e che la nostra umanità, che è fatta anche di debolezze, ha ripreso il suo posto in un mondo che, apparentemente, era ormai diventato esclusiva dei superuomini ( invincibili, instancabili e patinati di una perfezione posticcia).
È stato l’anno del distanziamento e l’anno in cui il cuore ha vinto sulla tecnologia rivelando quanto freddi e sterili siano questi apparecchi che, pur con la loro utilità, tolgono a parenti e amici il calore di un abbraccio, agli studenti la sensazione della carta sfogliata e ai lavoratori la gratificazione di fare parte di una squadra.
È stato un anno di parole nuove e parole ritrovate, un anno di amici andati e amici ritrovati, di legami stretti e legami sciolti.
È stato il 2020: terribile e luminoso come tanti altri anni prima di lui e comunque generoso per chi non lo ha emarginato senza dargli una seconda possibilità.
L’augurio per questo 2021 appena iniziato non è di dimenticare i dodici mesi appena conclusi, ma di avere la pazienza e la costanza di coltivare e far sbocciare quanto di buono è stato piantato nel 2020.
Buon anno!

*Lo staff di Arcadia

Stelle, eroi, animali e vecchie conoscenze: l’etimologia dei nomi e dei cognomi della saga di Harry Potter (parte 1)

Un nome, si sa, non è mai solo un nome: nessuno, a meno che non abbia una spiccata vena ironica, chiamerebbe mai un prode cavaliere “Cippi” né userebbe un nome dolce e musicale come “Mussolina” (se non sapete cosa sia la mussolina vi lascio questo link) per un feroce drago.
Omen Nomen, dicevano gli antichi: nel nostro nome è contenuto il nostro destino e, per questo motivo, “battezzare” i personaggi del proprio romanzo non è mai un compito facile e, nonostante le fonti di ispirazione non manchino, non sempre trovare il nome perfetto è così facile.
Nella saga di J.K. Rowling troviamo un’infinità di personaggi e se per qualcuno indovinarne l’etimologia è abbastanza facile, per altri invece bisogna investigare un po’ per scoprirne non solo il significato ma anche lati del carattere non particolarmente tratteggiati nei romanzi.

HARRY POTTER“non ci sarà bambino nel nostro mondo che non conoscerà il suo nome” diceva Minerva Mc Grannit nelle prime pagine di Harry Potter e la pietra filosofale e, in effetti, per un’intera generazione il nome Harry fa subito pensare al piccolo mago occhialuto. Il nome Harry deriva dal germanico Heimirich e si compone di due parti heim “casa/patria” and ric “guida”; nel corso dei secoli il nome è andato in contro ad una serie di varianti e se in Germania e in Italia il nome sopravvive in una forma abbastanza fedele all’originale, Heinrich ed Enrico, nei paesi anglosassoni e francofoni troviamo le varianti che più si avvicinano al nome del maghetto: Henri (Francia), Henry e Harry.
E il cognome? L’etimologia di Potter non è certa e, sebbene i più concordino sulla traduzione di “ceramica” o “inerente alla ceramica”; la stessa autrice ha spiegato di aver preso in prestito il cognome da uno dei suoi amici.

RONALD WEASLEY – Forse il secondo personaggio più famoso della saga: Ron, insieme alla sua numerosa famiglia, è la spalla di Harry Potter e lo accompagna ovunque gettando più di una volta il cuore oltre l’ostacolo per aiutare i propri amici.
Anche l’origine del nome Ronald (abbreviato Ron) è germanica, Ragnvaldr, e si compone di due parti regin “consiglio” and valdr “potente/valido”. Diffuso sopratutto nei paesi anglossassoni nelle varianti Ronald e Reynold, in Italia è presente come Rinaldo.
Il cognome Weasley, invece, è un chiaro riferimento alla donnola animale a cui, secondo la tradizione, è attribuita la capacità di guardare oltre alle apparenze smascherando così le falsità.

HERMIONE GRANGER – La streghetta più brillante della saga può vantare un nome tutt’altro che banale e ricco di storia. Nonostante Hermione de Un racconto d’Inverno di William Shakespeare, abbia privato la strega dell’esclusiva nel pantheon della letteratura inglese; le origini del nome sono ancora più antiche e risalgono alla mitologia classica.
Hermione, infatti, non è solo la figlia di Elena e Menelao, ma è anche la versione femminile di Hermes: il celebre messaggero degli dei e protettore di viaggiatori, scrittori, ladri (ricordiamo tutti la piccola incursione tra le scorte di Piton), oratori, atleti e mercanti.
Tuttavia, è analizzando il cognome del personaggio che emergono i dettagli più interessanti. Il cognome Granger è stato preso in prestito dal romanzo Fahrenheit 451 di Bradbury: l’autore statunitense affidò al suo Granger, un intellettuale ribelle, la guida di uno dei gruppi di dissidenti impegnati a salvare i libri.

ALBUS DUMBLEDORE – Amato ed odiato, Albus Silente (Dubledore nella versione originale) ha lasciato un segno nei nostri cuori e, almeno una volta, tutti noi lo avremmo voluto come preside… almeno prima di leggere il settimo romanzo.
La traduzione italiana è quanto mai lontana da quella inglese. Pur non essendoci una reale corrispondenza tra il cognome Dumbledore e una qualsiasi parola inglese, è possibile notare una certa assonanza con il termine Bumblebee: calabrone. Più di una volta, infatti, Albus Silente viene descritto mentre passeggia nervosamente su e giù borbottando tra sé e sé producendo un rumore simile a quello di un calabrone (o di un bombo) in volo: un personaggio tutt’altro che silente come invece lascia pensare la traduzione nostrana.

GILDEROY LOCKHART – Come dimenticare il pomposo e vanitoso professore di difesa contro le arti oscure? Gilderoy Lockhart (Allock) compare nel secondo capitolo della saga e, suo malgrado, si ritrova catapultato al centro dell’azione e sulla soglia della Camera dei Segreti.
Se in italiano la traduzione si è maggiormente concentrata sul cognome (da Lockhart ad Allock) giocando su una divertente assonanza tra il nome e la sua somiglianza con il termine allocco (considerato il meno brillante dei rapaci); la versione inglese pone l’accento sulla sua natura truffaldina ed opportunista.
Lockhart è composto da due parole lock “chiuso” e hart>heart “cuore”: un cuore chiuso tipico di una persona egocentica affatto interessata ad aiutare il prossimo.
Ancor meno lusinghiero, però, è il nome che deriva dal verbo inglese to gild “dorare”(un’azione ben diversa da to plate “placcare”) che allude a qualcosa di bello solo esteriormente.

ARGUS FILCH – Argus Filch, Gazza nella versione italiana, ha decisamente rivoluzionato l’idea del bidello trasformandolo da, amico di tutti gli scolari, a custode implacabile dei corridoi.
Il nome Argus è la versione latinizzata di Argo: un nome molto diffuso nella mitologia greca. Argo è, infatti, il nome della nave utilizzata da Giasone e dagli Argonauti per recuperare il vello doro, e anche il cane di Ulisse, l’unico membro della corte a riconoscere il padrone sotto mentite spoglie, porta questo nome.
Pur avendo tratti in comune con il fedele amico a quattro zampe del condottiero greco (la lealtà al proprio lavoro e la sua vocazione di custode del castello di Hogwarts), Argus Filch deve il suo nome ad Argo Panoptes: un gitante che, secondo il mito greco, era dotato di cento occhi il che lo rendeva, oltre che difficile da ingannare, sempre vigile e pronto ad intervenire.
Anche il cognome Filch, Gazza in italiano, non è stato scelto a caso: entrambe le traduzioni pongono l’accento sulla leggera cleptomania del personaggio che è solito requisire e rubacchiare tutti gli oggetti lasciati incostoditi o che non dovrebbero trovarsi ad Hogwarts. In inglese il verbo to filch significa appunto “rubacchiare” (per l’esattezza “rubacchiare e nascondere”) ed è usato per descrivere, tra le altre cose, l’attitudine delle gazze a ladrare oggetti brillanti per portarli nel proprio nido.

*Jo

La metamorfosi

LA METAMORFOSI

Autore: Franz Kafka
Anno di edizione: 2007
Casa editrice: Bur

.: SINOSSI :.

Cosa si prova a svegliarsi una mattina trasformati in orrendi scarafaggi? Non si può sfuggire a questa domanda, leggendo le prime righe della Metamorfosi, tra le più folgoranti e memorabili della letteratura europea. La descrizione piana e minuziosa del gigantesco insetto, con la sua corazza dura e nera, le zampette che si dimenano, non risparmia orrore e angoscia al protagonista e al lettore. Così questo romanzo, diventato uno del simboli del Novecento, apre a un confronto serrato col dolore, con la violenza, con l’esclusione. Nel commesso viaggiatore Gregor Samsa, che sogna la felicità e scopre l’indifferenza, c’è tutta la tragica condizione dell’uomo contemporaneo

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

E’ difficile riuscire a formulare un giudizio su un testo così complicato, interessante e stimolante che si apre a diverse interpretazioni.
Quel che è certo è che Kafka ha impresso sulla carta uno stato d’animo, un’esperienza emotiva in cui chiunque si possa riconoscere: mostra ai suoi lettori l’infelicità, l’insoddisfazione e la rassegnazione di chi si sente inutile.

Come molti autori, Kafka sceglie la tecnica narrativa della allegoria: prende questo sentimento in mano e lo plasma fino a farlo diventare una vera e propria caratteristica fisica del suo protagonista. Gregor Samsa è uno scarafaggio perché tale si è sempre sentito.
Inquietante e quasi incredibile è la rassegnazione con cui Samsa accoglie questa novità: lungi dall’essere sconvolto per essersi svegliato nel corpo di un lepidottero, la sua prima preoccupazione è per il lavoro, per il denaro, per la famiglia che ora dovrà cavarsela senza più il suo preziosissimo aiuto.
Un’interessante interpretazione che ho letto spulciando su internet, e che purtroppo non riesco a ritrovare, è che questi elementi definiscano La metamorfosi come una feroce critica al capitalismo e al consumismo. A mio avviso, questa idea è da tenere in considerazione, ma credo che la vicenda raccontata da Kafka sia molto più personale e che il sentimento di inutilità provato da Gregor nasca direttamente dall’insoddisfazione che Kafka provava nel rapportarsi con il padre.

Non solo Gregor risulta un personaggio intrigante per il significato che nasconde, ma tutta la famiglia Samsa stimola il lettore a cercare un perché. Ciascun componente accoglie la strana novità con sentimenti contrastanti: la madre è divisa tra l’amore incondizionato per il figlio e la paura; il padre è colmo di ribrezzo e disperazione; la sorella, forse il personaggio più strambo, è divisa tra l’assoluta necessità di rendersi utile e la volontà di sfruttare la situazione a proprio vantaggio.
La lettura è scorrevole, anche se personalmente ho trovato la traduzione un po’ ostica in alcuni punti. Avrei preferito una introduzione, la mia era di Giuliano Baioni, un po’ più chiara ed esplicativa.

E’ sempre complicato dare una votazione a testi che ci hanno colpito molto, per correttezza mi limito a consigliare il racconto, senza però etichettarlo affibbiandogli un numero.

*Volpe

In musica suonano meglio

IN MUSICA SUONANO MEGLIO

Autore: Paolo Colombo
Casa editrice: Abeditore
Anno: 2016

.: SINOSSI :.

Esistono numerosi vocaboli che posseggono significati diversi nell’accezione musicale e nel lessico quotidiano. Chissà per quale disegno del destino, spesso questi termini risultano positivi nel contesto musicale, ma negativi altrove. Parole come rubato, ictus, capriccio, distorsione, frottola, ritardo, imbroglio, indubbiamente detengono un nobile significato in musica, mentre nel discorso quotidiano rimandano a nefandezze di ogni genere. Da qui lo spunto per un divertente ricamo, spesso paradossale, qua e là irriverente, creato con la sovrapposizione delle diverse accezioni. Una lettura leggera.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Attirata dalla sinossi, dalla splendida copertina e speranzosa di riuscire a farmi una, seppur modesta, cultura musicale, ho acquistato questo breve volumetto con aspettative altissime.

Purtroppo, come spesso succede quando si ripone troppa fiducia in qualcosa di totalmente sconosciuto, sono rimasta insoddisfatta.
Il libro si propone di analizzare alcuni termini che in musica hanno un significato positivo mentre nel linguaggio comune hanno, o per meglio dire dovrebbero avere, un senso negativo. Ecco, il problema principale è che l’autore non fa quello che si è prefissato come obiettivo
Pur trattandosi effettivamente di un piccolo dizionario di termini musicali, le differenze tra il linguaggio della musica e il linguaggio quotidiano sono quasi del tutto assenti oppure i nessi tra i due usi sono facilmente intuibili anche a chi, come me, è assolutamente ignorante in materia musicale.

Ogni vocabolo è accompagnato da una “spiegazione” dell’autore che non è altro che un commento dai toni forzatamente divertenti che crea doppi sensi infantili (vi lascio intuire quali interessanti cose avesse da dire sul termine “sega” o “bocchino”) o attacchi più o meno randomici alla politica italiana.
Il risultato è che sembra di avere tra le mani un libro scritto da un adulto che prova a fingersi un ragazzino e che, nel tentativo di scatenare una risata, risulta solo un molto triste.

Onestamente non sarei in grado di dare più di un 5/10 a questo volume. Salvo in toto la parte strettamente informativa, che poi è un mero copia-incolla dal dizionario, e metto invece alla gogna i commenti che ho trovato inappropriati e spesso assolutamente ridicoli. Avrei di gran lunga preferito che le riflessioni dell’autore fossero una spiegazione, magari ricca di aneddoti, del come quella determinata parola si sia conquistata un posto nel linguaggio musicale: insomma, avrei dato più valore alla qualità dei commenti rispetto che alla quantità dei vocaboli.
Una nota di merito va all’editore che ha saputo dare una veste meravigliosa al libro: come sempre la stampa è ottima e il volume è di una certa qualità, almeno dal punto di vista fisico. Io sono una grandissima fan di Abeditore, che ha un catalogo che giudico davvero ottimo, ma con questo libro hanno davvero toppato.

*Volpe

Ascoltami ora

Autore: Maricla Pannocchia

.: SINOSSI :.

Ascoltami ora – storie di bambini e ragazzi oncologici” è un libro che sa di vita, un insieme di storie che conducono il lettore nel mondo dell’oncologia pediatrica. La prefazione è a cura di Maricla Pannocchia (fondatrice e Presidente dell’Associazione di volontariato Adolescenti e cancro), un’esauriente introduzione per il pubblico alla realtà del cancro in età pediatrica. Il testo è un viaggio emozionante all’interno delle storie di bambini, ragazzi e famiglie che hanno vissuto la realtà del cancro pediatrico. I diritti del libro, uniti alle campagne di crowdfunding collegate, sono devoluti ai progetti di sensibilizzazione dell’Associazione Adolescenti e cancro e al progetto a Pristina (Kosovo) della fondazione Cure2Children ONLUS.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Il libro che Maricla ci ha gentilmente offerto da recensire è un testo davvero unico. Nato come volume di accompagnamento per una mostra fotografica organizzata dall’associazione “Adolescenti e Cancro” di cui Maricla è fondatrice e presidentessa, il libro è una raccolta di vite.
In queste poche pagine sono raccolte, con cura e attenzione, le vite di bambini e ragazzi che si trovati a lottare strenuamente contro il cancro: alcuni possono raccontare la propria esperienza facendo sentire la propria voce, altri hanno bisogno di quella di genitori, amici o parenti perché non ci sono più.
Sono storie di chi resiste e va avanti nonostante la tremenda paura della morte, di ha qualcosa da insegnare ai suoi cari nonostante la malattia. 
Ho trovato giusto che di queste persone venissero indicati solo nome ed età. Oltre che per soddisfare una questione di privacy, che è sacrosanta, trovo che questo espediente abbia anche avuto un secondo e importantissimo risultato: possiamo immedesimarci in ciascuno di loro, oppure vedere nelle loro storie e nelle loro parole qualcosa che un giorno potrebbe, purtroppo e per sfortuna, capitare a noi o ai nostri cari. E’ da questa personale impersonalità che si deduce quanto sia importante aiutare la ricerca: se riusciamo a capire che non sono cose che capitano solo “agli altri” ma che potrebbero capitare anche a noi, ecco che ci si sente immediatamente più coinvolti.

Ciò che mi ha davvero colpita, al di là delle toccanti storie di questi ragazzi che sono e restano comunque la parte più importante del manoscritto, è la prima sezione. Maricla, con tono semplice e quasi didattico, racconta a noi lettori la realtà di come viene affrontata la malattia da bambini ed adolescenti: tristemente, si viene a scoprire che la ricerca è ancora molto indietro e che essendo per la maggior parte malattie considerate “molto rare” le percentuali di sopravvivenza sono davvero lasciate al caso o, per meglio dire, alla forza e alla resistenza di questi ragazzi unita alla capacità di questo o quel medico.
E’ un libro che lascia una grandissima amarezza da questo punto di vista, ma regala anche speranza e sprona ad una azione collettiva ed immediata: sì, è vero, la ricerca è molto indietro ma potrebbe avanzare anche grazie al nostro contributo.

Come specificato nella sinossi, i proventi ricavati dalla vendita saranno utilizzati per finanziare le attività dell’associazione, raccontate nel dettaglio da Maricla stessa nella sua introduzione, e per aiutare Cure2Children il cui aiuto è descritto sia da Maricla sia dalle tenere parole di una ragazza che grazie a loro può ancora vivere.
Onestamente, dare un voto a questo libro sarebbe una mancanza di rispetto nei confronti di chi ha vissuto in prima persona le esperienze qui riportate. Posso solo limitarmi a consigliare caldamente questo testo a chiunque: non ci sono sensibilità che tengano, qui si parla di malattie e di vite riparate oppure spezzate.
Il libro di Maricla ha moltissimi punti di forza e nessun difetto.

Di seguito, vi lascio il link per l’acquisto ricordandovi che tutti i proventi saranno domani alle associazioni “Adolescenti e cancro” e “Cure2Children”: https://www.associazioneaurora.eu/prodotto/ascoltami-ora-di-maricla-pannocchia/

*Volpe.

Poesia impossibile: Etty Hillesum e la Sorgente dell’amore

Raramente parole come “Shoah” e “amore” vengono accostate: d’altronde come si possono conciliare due termini così in antitesi tra di loro senza scadere nel romanticismo e in un sentimentalismo del tutto inappropriato?
La vicenda umana e spirituale di Esther (Etty) Hillesum (Middelburg, 1914 – Auschwitz, 1943) è una testimonianza unica che, attraverso le pagine di un diario e alcune lettere scritte dalla stessa Etty e pubblicate postume, racconta di un’esistenza fragile e coraggiosa capace di trovare, anche tra gli orrori dei campi di concentramento, la scintilla dell’amore vero.

Etty Hillesum nacque a Middelburg nel 1914 e, durante la sua adolescenza, frequentò il ginnasio di Deventer per poi laurearsi in giurisprudenza e trovare lavoro presso il Consiglio Ebraico: un’occupazione che non era solo un posto di lavoro, ma rappresentava anche una condizione privilegiata che avrebbe potuto permetterle di salvarsi dalla deportazione.
Il trasferimento, dietro sua richiesta, al campo di smistamento di Westerbork, dove prende servizio in veste di funzionario assistendo i detenuti sotto diversi aspetti, fortifica la consapevolezza di Etty sul destino preparato non solo per lei, ma per tutto il popolo ebraico. Questa coscienza viene così vergata sulle pagine del suo diario:

«Bene, io accetto questa nuova certezza: vogliono il nostro totale annientamento. Non darò più fastidio con le mie paure, non sarò amareggiata se altri non capiranno cos’è in gioco per noi ebrei. Continuo a lavorare con la stessa convinzione e trovo la vita ugualmente ricca di significato»

Una presa di posizione così coraggiosa fu possibile grazie al lungo lavoro che Etty, guidata dallo psicospirologo Julius Speir (specialista con cui Etty ebbe una relazione amorosa e che, alla fine della guerra, curò le edizioni postume del diario e delle lettere), fece su se stessa e che la vide impegnata, attraverso la letteratura e la scrittura, in un viaggio interiore alla scoperta di se stessa.
Attraverso gli incontri con Spier e alla lettura di autori da lei tanto amati, come Rilke e Dostoevskij, Etty scoprì quella che lei chiama “Sorgente profonda”: Dio; una sorgente, un’impronta che Etty ricosceva tanto in sé quanto in qualunque essere umano a prescindere dalla divisa che indossa o alla “razza” a cui appartiene.
La certezza della presenza di questa sorgente profonda, nascosta nell’intimo del prossimo, portò Etty ad approcciarsi agli altri con uno spirito nuovo, considerandoli come parte di un dialogo tra sorgente e sorgente: tra Dio e Dio.

«Puoi creare quante teorie vuoi, sono persone come noi e a questo dobbiamo aggrapparci in tutte le circostanze, e dobbiamo proclamarlo contro tutto quell’odio»

«Amo così tanto gli altri perché amo in ognuno un pezzetto di Te, mio Dio. Ti cerco in tutti gli uomini e spesso trovo in loro qualcosa di Te. E cerco di disseppellirTi dal loro cuore, mio Dio»

Le pagine più significative e pregne di significato del diario raccolgono riflessioni che colpiscono e commuovono e che, coerentemente con la scelta di Etty di non accettare le possibilità di salvezza che le venivano offerte, raccontano il coraggio con cui ella abbracciò il destino suo e del popolo ebraico.

«Mi si dice: una persona come te ha il dovere di mettersi in salvo, hai tanto da fare nella vita, hai ancora tanto da dare. Ma quel poco o molto che ho da dare lo posso dare comunque, che sia qui o in una piccola cerchia di amici, o altrove, in un campo di concentramento. E mi sembra una curiosa sopravvalutazione di se stessi, quella di ritenersi troppo preziosi per condividere con gli altri un “destino di massa”

«So che chi odia ha fondati motivi per farlo. Ma perché dovremmo sempre scegliere la strada più facile e a buon mercato? Laggiù ho potuto toccare con mano come ogni atomo di odio che si aggiunge al mondo lo renda ancora più inospitale»

Etty Hillesum fu deportata ad Auschwitz il 7 settembre 1943 e lì morì, secondo un rapporto della Croce Rossa, il 30 novembre 1943.

Alla luce dei suoi scritti è forte la tentazione di stigmatizzare Etty come una santa dimenticata del nostro secolo, al contrario è proprio dalle pagine da lei lasciate che emerge tutta l’umanità di un’anima fragile, a volte instabile, eppure capace di slanci coraggiosi verso il prossimo in nome di un amore capace di vincere anche l’odio più radicato.
La vicenda di Etty racconta una resistenza esistenziale: un esempio di fedeltà e dedizione al prossimo e al proprio popolo per cui, con umiltà, Etty diede la vita.
La coerenza di Etty alla legge dell’amore verso l’altro, ma ancor di più la sua coscienza di Dio che è origine stessa dell’amore, hanno lasciato nel mondo una traccia indelebile che prova, a dispetto di ogni ideologia, corrente di pensiero o politica, che l’amore vince e sempre vincerà sull’odio e sulla cattiveria.

«La barbarie nazista fa sorgere in noi un’identica barbarie che procederebbe con gli stessi metodi, se noi avessimo la possibilità di agire oggi come vorremmo. […] non possiamo coltivare in noi quell’odio perché altrimenti il mondo non uscirà di un solo passo dalla melma. […]  Per formularlo ora in modo crudo: […] se un uomo delle SS dovesse prendermi a calci fino alla morte, io alzerei ancora gli occhi per guardarlo in viso, e mi chiederei […] per puro interesse nei confronti dell’umanità: Mio Dio, ragazzo, che cosa mai ti è capitato nella vita di tanto terribile da spingerti a simili azioni? Quando qualcuno mi rivolge parole di odio […] non provo mai la tentazione di rispondere con l’odio, ma sprofondo improvvisamente nell’altro, […], e mi chiedo perché l’altro sia così, dimenticando me stessa».

*Volpe e Jo

Un grazie di cuore a Azzurra Urbinati e alla sua paziente, quanto puntuale, consulenza: ci hai tramandato una testimonianza che supera i confini del tempo dello spazio e scuote il cuore dalle radici.

Fonti:
https://www.doppiozero.com/ascolta/etty-hillesum-lo-scandalo-della-bonta
https://www.lastampa.it/vatican-insider/it/2018/11/26/news/etty-hillesum-la-ragazza-che-trovo-dio-durante-la-shoah-1.34062846?refresh_ce
https://it.gariwo.net/giusti/biografie-dei-giusti/shoah-e-nazismo/figure-esemplari-segnalate-da-gariwo/etty-hillesum-15620.html

Il circo della notte

IL CIRCO DELLA NOTTE

Autore: Erin Morgenstern
Casa editrice: Rizzoli
Anno: 2012

.: SINOSSI :.

Appare così, senza preavviso. La notizia si diffonde in un lampo, e una folla impaziente già si assiepa davanti ai cancelli, sotto l’insegna in bianco e nero che dice: “Le Cirque des Rèves. Apre al crepuscolo, chiude all’aurora”. È il circo dei sogni, il luogo dove realtà e illusione si fondono e l’umana fantasia dispiega l’infinito ventaglio delle sue possibilità. Un esercito di appassionati lo insegue dovunque per ammirare le sue straordinarie attrazioni: acrobati volanti, contorsioniste, l’albero dei desideri, il giardino di ghiaccio,.. Ma dietro le quinte di questo spettacolo senza precedenti, due misteriosi rivali ingaggiano la loro partita finale, una magica sfida tra due giovani allievi scelti e addestrati all’unico scopo di dimostrare una volta per tutte l’inferiorità dell’avversario. Contro ogni attesa e contro ogni regola, i due giovani si scoprono attratti l’uno dall’altra: l’amore di Marco e Celia è una corrente elettrica che minaccia di travolgere persino il destino, e di distruggere il delicato equilibrio di forze a cui il circo deve la sua stessa esistenza.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Ero scettica riguardo a questo romanzo che, leggendo la sinossi, prometteva un copione già visto e un intreccio caratterizzato da quegli espedienti narrativi tipici degli YA.
Fortunatamente i miei preconcetti sono stati demoliti e la lettura si è rivelata particolarmente piacevole e coinvolgente.
Lo stile non è dei più pomposi e non lascia troppo spazio a quegli arabeschi letterari che trasformano una buona prosa in poesia: è essenziale, ma questa sua avidità di parole non offende le descrizioni che riescono a trasmettere con precisione e magia le immagini, che l’autrice accosta componendo una galleria di istantanee ora del circo, con i suoi tendoni e le mille mirabolanti distrazioni, ora dei palazzi e delle ville che fanno da contorno all’ambientazione principale.
La vicenda ruota, come anticipato dalla sinossi, intorno a Marco e Celia, due apprendisti impegnati in una sfida magica destinata a non finire mai; a cui fanno da cornice una serie di altri personaggi che, a tratti, sembrano derubare i due protagonisti del loro ruolo di rilievo aggiungendo così elementi interessanti alla trama e permettendo così al lettore di affezionarsi anche a quelli che, diversamente, sfilerebbero in silenzio tra le pagine del romanzo come semplici comparse senza arte né parte.

Il voto che mi sento di dargli è 8,5/10.
Alcuni capitoli, per quanto piacevoli e scorrevoli, mi sono sembrati ridondanti e ripetitivi, tuttavia questo “difetto” (se così si può chiamare) si è fatto perdonare quando, giunta ai capitoli conclusivi, ogni capitolo e descrizione si è rivelata funzionale alla sfida e alla muta corrispondenza che i protagonisti paiono scambarsi per tutto il corso del romanzo.
Consiglio questo romanzo a chi è alla ricerca di una storia con il sapore agrodolce di una favola un po’ noir: l’età dei protagonisti, che nei capitoli conclusivi sono quasi trentenni, rende la narrazione apprezzabile tanto ai giovani lettori quanto a chi non è più un ragazzino ma non vuole rinunciare a qualche ora di fantasia.
A chi volesse dare a questo romanzo una possibilità, consiglio vivamente di non lasciarsi ingannare dalla collocazione che potrebbe avere nella libreria (dove l’ho comprato io era nella letteratura per bambini!): i temi e l’ambientazione, così come la sinossi, rischiano infatti di banalizzare una storia che, lungi dall’essere un fantasy YA come quelli a cui siamo avvezzi, è indicata per lettori dai 20 anni in su.

*Jo

Storie d’autunno ~ Booktag

Le calde tonalità autunnali cominciano a colorare le nostre città e, per noi lettori, è finalmente arrivata la stagione in cui gustare le nostre letture preferite accompagnate da una tazza di té.
Nella booktag che abbiamo preparato per festeggiare il ritorno dell’autunno, ci siamo divertite ad abbinare i titoli sui nostri scaffali alle foglie degli alberi.

1. #QUERCIA – Un libro che parla di una famiglia.
VOLPE: Mio fratello rincorre i dinosauri di Giacomo Mazzariol
JO: Promettimi che ci sarai di Carol Rifka Brunt

2. #ACERO – Un libro ambientato in luoghi selvaggi.
VOLPE: 2084 – la fine del mondo di Boualem Sansal
JO: La fine del mondo storto di Mauro Corona

3. #IPPOCASTANO – Un libro che fa parte di una saga.
VOLPE: L’apprendista assassino di Robin Hobb
JO: Raven Boys di Maggie Stiefvater

4. #PLATANO – Una lettura abbandonata.
VOLPE: I coraggiosi saranno perdonati di Chris Cleave, con la speranza di riprenderlo a breve!
JO: Metro 2035 di Dmitry Glukhovsky

5. #VITE – Un libro di cui vorresti vedere il film.
VOLPE: Il sognatore di Laini Taylor
JO: Fidanzati d’inverno di Christelle Dabos

6. #FICO – Il libro in cui hai letto scene “senza veli”.
VOLPE: La casa delle foglie rosse di Paullina Simons
JO: Il cavaliere d’inverno di Paullina Simons

7. #ABETE – Un classico “sempre verde”
VOLPE: Viaggio al centro della terra di Jules Verne
JO: Premesso che faccio molta fatica a definire quali libri siano o meno classici, consiglio Narciso e Boccadoro di Hermann Hesse