Ghoul accovacciato numero otto

.: SINOSSI :.

Una storia che si muove agile e apparentemente leggera tra la commedia nera e dramma distopico. Tra Disneyworld e l’inferno, la comunità sotterranea narrata in “Ghoul accovacciato numero otto” vive in perenne stato di tensione, con le ferree regole che ne permettono la sopravvivenza ad arginare la sensazione di imminente catastrofe che accompagna l’esistenza dei suoi abitanti. In questo contesto Brian, stretto tra obblighi aziendali, rispetto della legge e un amore complicato, inizia a porsi qualche domanda di troppo. La scrittura delicata e incisiva di George Saunders esplora le contraddizioni del nostro presente, tra spinte autoritarie, non-sense sociali, e ineluttabili pulsioni umane in un racconto che porterà il lettore ad affacciarsi sul lato più oscuro del nostro complicato presente.

.: IL NOSTR GIUDIZIO :.

Ghoul accovacciato numero otto è un romanzo breve o, per meglio dire, un racconto lungo. Saunders, che abbiamo già conosciuto tramite la lettura di Volpe 8 (che ha poi con il numero 8 questo autore?), fa, in meno di cento pagine, una sapiente ed ironica critica alla società capitalista: il libro si legge in un soffio e, anche se lo stile è leggero, il lettore rimane affascinato da una storia che ha la stessa atmosfera di 1984 di Orwell.

Il racconto inizia con una sommaria descrizione del mondo: una specie di bunker che fa da casa-prigione per degli abitanti il cui lavoro allenarsi a recitare scene sempre uguali in attesa del giorno in cui verranno “dei visitatori da sopra”. Ghoul accovacciato numero otto è, a tutti gli effetti, una distopia che sembra basarsi a tratti sulle opere già citate di Orwell sia sul “mito della caverna” di Platone: il risultato è sorprendentemente interessante e tiene il lettore incollato alle pagine, soprattutto verso la fine.

Lo stile è molto schietto e genuino: la voce del narratore, si tratta di un romanzo in prima persona, è quella di una persona semplice, non particolarmente forbita e la scrittura riflette molto bene questa caratteristica. Le parole scelte sono le più semplici possibile e la costruzione della frase non ha, di per sé, niente di speciale: la semplicità però paga perché permette di comprendere meglio il carattere e l’ingenuità di un personaggio nato e cresciuto in mondo che lo vuole sia ingenuo che stupido. I personaggi, sebbene il libro sia molto breve, riescono ad esprimersi e presentano tutti delle particolarità che li rendono unici l’uno dall’altro: importante all’interno della trama sono i concetti generali di moralità ed etica che vengono più volte messi in discussione.

Il libro mi è effettivamente piaciuto molto: si tratta di un racconto che si legge in un soffio, diciamo forse mezza giornata di lettura e senza neanche troppo impegno, che però lascia effettivamente qualcosa. In particolare, è utile a riflettere sulla società in cui si vive: credo che uno dei pregi più grandi di questo libro sia che il lettore ha la possibilità di interpretare la storia a seconda delle proprie convinzioni e idee. Quel che è certo è che parla di libertà e del prezzo che questa può avere.
Il voto finale che sento di dare a questa storia è 8.5/10. Mi è piaciuto moltissimo ma avrei preferito più pagine, un approfondimento maggiore e, soprattutto, un narratore in terza persona.

*Volpe

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La stirpe e il sangue

.: SINOSSI :.

Vlad III Dracula non si è mai nutrito del sangue delle sue vittime. Radu, nato nel 1442 nel villaggio devastato dai turchi di Murad, sì. Dietro alla leggenda del principe delle tenebre c’è una storia, questa storia di un bambino affetto da una strana anemia. Sopravvissuto all’incendio del villaggio grazie alla madre e alla sorella Anna, crescerà irridendo la morte che sembrava dovesse coglierlo nei primi giorni di vita. I tre, salvati nella foresta da un boiardo violento che li porterà nella sua casa per sottometterli, dovranno rialzarsi facendosi forza l’un con l’altra e infrangendo ogni regola. La loro è la storia di una scalata che rovescia il potere e lo affoga nel sangue. La sopravvivenza come codice morale, l’amore come unica gomena. E a legarli, sopra ogni cosa, il rito del sangue.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

La Stirpe e il Sangue, romanzo di Lorenza Ghinelli, è una favola dalle tinte gotiche che prende ispirazione dalle leggende che circondano la figura di Vlad l’impalatore. E’ un libro molto forte il cui cuore è composto da violenza, rabbia e vendetta, tutte emozioni che caratterizzano soprattutto Maria e Anna protagoniste di più della metà della vicenda: mi è piaciuto il modo in cui Ghinelli ha costruito questi sentimenti negativi, soprattutto perché li ha fatti crescere assieme ai personaggi rendendoli sempre più forti e presenti.

Il romanzo presenta una narrazione episodica: il lettore non segue i protagonisti giorno per giorno quanto piuttosto “momento critico dopo momento critico”, a volte anche con salti di anni. La violenza è il centro di questo tipo di narrazione: i capitoli si interrompono e ricominciano seguendo uno schema che vede una quotidianità, bella o brutta che sia, interrotta da un episodio violento che va a costruire o rafforzare il sentimento di odio, rabbia e vendetta che anima i tre protagonisti.
Accanto a questo primo topos c’è, ovviamente, quello del sangue. In questo caso però, al di là della connotazione ovvia di sangue come linfa vitale, vorrei soffermarmi sul sangue visto come sinonimo di famiglia: a plasmare Radu è la presenza costante di Maria e Anna che, con la loro tenacia, proteggono il bambino e gli insegnano non solo ad amare ma soprattutto ad odiare. La famiglia di Radu è composta da tre generazioni di donne ciascuna delle quali gli trasmette una cosa diversa: c’è la “nonna”, un personaggio bizzarro che spiega a Radu come diventare davvero se stesso; la madre che insinua nel bambino furbizia e vendetta; e la sorella che invece rappresenta, oltre che l’odio, la protezione.

I personaggi sono pochissimi: si contano letteralmente sulle dita di una mano o poco più. In generale i personaggi meglio caratterizzati sono quelli femminili: le donne di questo romanzo presentano una forza notevole che si esprime non solo attraverso i loro sentimenti che sono potenti e molto presenti sia in senso negativo che positivo ma anche attraverso le numerose decisioni che sono obbligate a prendere. Sono donne che sanno quello che vogliono e sanno come ottenerlo ed è questa tenacia che insegnerà a Radu come stare al mondo.
I personaggi maschili, al contrario, sono più bidimensionali e caratterizzati quasi tutti dalle stesse pulsioni: sembra che nessun uomo, Radu a parte, possa svincolarsi dalla violenza.

E’ un libro che mi ha presa e ho letto molto velocemente: ho amato rifletterci sopra e trovarmi in compagnia di Anna e Maria che, con la loro forza, si sono scavate un posticino nel mio cuore. La scrittura è ottima, abbastanza onirica e questo stile, unito alle illustrazioni all’inizio di ogni capitolo, fa somigliare questo libro più ad una fiaba che ad un romanzo.
In generale mi sento di dargli 8.5/10 come voto. Avrei preferito una narrazione con personaggi un po’ più diversi tra loro anche se ho apprezzato il protagonismo della parte femminile e la connotazione sia di protettore che di vendicatore che Ghinelli ha dato loro.

*Volpe

La piccola conformista

.: SINOSSI :.

La piccola conformista è un romanzo quasi completamente affidato alla voce di un personaggio. Basta sfogliare qualche pagina, leggere le prime righe, ed eccola lì l’eroina della storia, Esther Dahan. Comica, senza freni inibitori, tagliente, forse indimenticabile. Esther è una bambina intimamente conservatrice, si autodefinisce «di destra» e si è trovata a crescere in una famiglia di sinistra negli anni Settanta a Marsiglia. Da irriducibile reazionaria sogna l’ordine, il rispetto delle regole, i «vestitini blu» delle brave ragazze cattoliche, desidera una vita inquadrata dalla normalità. In casa sua, a parte lei, tutti sono eccentrici, girano nudi, si lanciano piatti quando litigano, rifuggono regole e comportamenti conformisti, perbenisti, benpensanti. La madre, atea, anticapitalista e sessantottina, lavora come segretaria al municipio. Il padre è un ebreo francese nato in Algeria, ed esorcizza l’ansia di un prossimo olocausto stilando liste maniacali di compiti da svolgere. Si aggiungono poi un fratello minore iperattivo e i nonni paterni, che vivono nel ricordo nostalgico del glorioso passato nell’Algeria francese e trascorrono le giornate giocando alla roulette con i ceci, che serviranno poi a cucinare il cuscus domenicale. L’esistenza di Esther subisce una svolta quando i genitori, imprigionati nelle loro contraddizioni, decidono inspiegabilmente di mandarla in pasto al nemico, ossia in una scuola cattolica nel quartiere più borghese di tutta Marsiglia. Esther trova forse il suo paradiso personale, osserva e riflette sullo stile di vita dei genitori, dei nonni, delle compagne così diverse da lei, fin quando un segreto custodito a lungo metterà tutto in discussione. La comicità può raccontare anche gli aspetti più oscuri degli individui, l’ironia e la lucidità possono sondare il mistero della felicità e del dolore. In questo romanzo il desiderio di voler essere come tutti gli altri fa esplodere ogni logica parentale e ogni lessico familiare, e la quotidiana follia e normalità di una famiglia diventano lo strumento di un’appassionata ricerca di vita e di verità, con un sorriso a rischiarare il buio.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Ho scelto questo libro così, di istinto, dopo averne letto le prime pagine in libreria. La scrittura era promettente, la trama sembrava voler accompagnare il lettore verso una satira sociale contemporanea che, sinceramente, avevo davvero voglia di leggere. In più era brevissimo: proprio perfetto per un viaggio in treno, insomma!

Ebbene, le prime pagine mi avevano preparato a tutto (e con di tutto intendo dire non solo la rivoluzione casalinga di una bambina, ma anche un vero e proprio omicidio) ma non a quello che poi il libro è diventato: una storia tristissima, fatta di violenza, rabbia, gelosie e ossessioni. Da questo punto di vista, l’autrice ha fatto un lavoro ottimo: come un ragno, ha attirato l’ignaro lettore nella sua tela stimolando la sua fantasia con una ironia promettente; poi, lentamente, ha inserito in un quadro ironico, e a tratti geniale, il dramma che vuole davvero raccontare. L’ossessione, la malattia e la morte sono i pilastri di una narrazione che si fa sempre più cupa. Verso la fine il libro mi ha quasi fatta arrabbiare: non perché si tratti di un romanzo brutto ma perché l’incapacità dei personaggi di risolvere le situazioni in cui sono incastrati è talmente umana da risultare quasi frustrante.
Mano a mano che la trama prosegue, il lettore si rende conto delle numerose stranezze che caratterizzano i genitori della protagonista. All’apparenza sessantottini doc con un animo rivoluzionario e fuori dal comune, nascondono un lato oscuro che si fa via via più opprimente fino a soffocare la trama stessa. Il lettore, accompagnato dalla voce narrante di Esther ancora bambina, ripercorre un dramma famigliare in cui non può intervenire ma che farebbe di tutto per evitare.

La scrittura è piacevole e scorrevole: il romanzo è raccontato dal punto di vista di una bambina e il lessico è adeguato alla giovane, geniale e molto prevenuta protagonista. Devo ammettere che è stato difficilissimo empatizzare con i personaggi e solo la madre di Esther a un certo punto mi ha suscitato abbastanza pena da farmi essere triste per lei e la situazione in cui era incastrata.
Insomma, è davvero un libro che si legge facilmente e, nonostante la trama che si fa via via più pesante, di grande compagnia. Mi sento di dare a questo libro un 8/10: mi è piaciuto, eppure non riesco ad annoverarlo né tra quei libri che mi hanno lasciato qualcosa di importante né tra quelli che mi hanno coinvolta fino in fondo.
Consiglio comunque la lettura: permette di avere una visione piuttosto chiara della Francia degli anni post-sessantotto!

*Volpe

Incanto. Strie di draghi, stregoni e scienziati

.: SINOSSI:.

Il fantastico è un genere intriso di magia, eventi misteriosi e creature sovrannaturali, e spesso è percepito come una pura evasione nell’irrazionale, nel superstizioso e nel fiabesco. Ma in molte storie di eroi, incantatrici, creature leggendarie e magie di ogni sorta c’è sempre più spazio anche per la scienza. “Incanto” è un viaggio alla ricerca della scienza nascosta in molti archetipi della narrativa fantastica. Come nasce il mito del drago? Cos’hanno in comune maghi e scienziati? Come funziona il martello di Thor? Che impatto hanno avuto i giochi di ruolo sulla codificazione della magia? Queste sono solo alcune delle domande che Michele Bellone, giornalista scientifico appassionato di narrazioni, affronta nel libro, cercando di smontare diversi pregiudizi su due mondi tutt’altro che inconciliabili. Perché se la scienza può generare la magia del fantastico, il fantasy può stimolare riflessioni sulla scienza.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Leggendo questo saggio ho imparato che la magia esiste.
So che può sembrare un’affermazione strana e immagino ora di vedervi, cari lettori, con la fronte aggrottata mentre pensate “Volpe è impazzita del tutto”. Ebbene, nonostante lo stress per la laurea imminente, posso assicurarvi che sono sanissima.
Incanto è un saggio che racconta il rapporto che intercorre tra scienza e magia basandosi su romanzi, su manuali di giochi di ruolo e tanto altro: è proprio raccontando come i grandi autori del fantasy hanno preso spunto dalla natura, dalla scienza o dalla chimica per descrivere il mondo in cui le loro avventure si svolgono che questo libro mi ha insegnato che la magia esiste o che, almeno, qualcosa di magico può essere trovato anche nel nostro mondo.

Il libro è diviso in sezioni: ricalcando le orme degli autori di “la fisica dei supereroi” e “la fisica di star trek”, Bellone spacchetta il fantasy e la magia per rintracciarne gli archetipi che diventano, quindi, i leitmotiv dei capitoli. Partendo da una accurata analisi delle origini delle creature magiche (e in particolare dei draghi), il lettore è coinvolto da una scrittura semplice e didascalica che lo porta a scoprire i segreti della magia degli elementi, la nascita e creazione dei vampiri nonché il ruolo storico dei maghi nella società.
Insomma: ce n’è davvero per tutti i gusti!
In generale ho apprezzato l’intento del saggio e mi è anche sembrato che, normalmente, le informazioni divulgate dall’autore fossero corrette: solo nel capitolo sull’alchimia ho notato alcune piccole inesattezze.

La scrittura è molto semplice e l’analisi coinvolge: l’autore cita continuamente romanzi, giochi di ruolo e altri saggi che i lettori più avidi (come me) e gli appassionati di gdr (sempre io) avranno sicuramente piacere a recuperare. Gli esempi riportati, tuttavia, per quanto interessanti sono leggermente ridondanti: più di una volta mi sono trovata a pensare che anche in opere più recenti o, forse meno conosciute, si sarebbero potuto trovare esempi validissimi. Non se ne può però fare una colpa all’autore che ha comunque operato scelte che considero adeguate.

Mi sembra un libro adatto a stuzzicare l’interesse di tutti gli appassionati di fantasy, horror e weird cui consiglio sinceramente di dare un’occhiata a questo saggio. Il voto globale che do al testo è 8/10: è molto buono ma dopo un po’ la scrittura semplice e gli esempi ripresi quasi sempre dalle stesse opere tendono a stancare.
Siccome si legge molto velocemente e ormai siamo in estate: perché non portarselo al mare?

*Volpe

La faglia delle fate

.: SINOSSI :.

Datemi la mano. Lasciate che vi parli delle fate e che vi accompagni in un viaggio, in un’avventura
Iris Compiet è un’artista dei più rari: quelli capaci di evocare una realtà completa e coesa con ognuna delle immagini che realizzano. Splendide, potenti e contemplative a un tempo.
In questa edizione rivista e arricchita da nuove sezioni e illustrazioni inedite, l’illustratrice olandese guida i lettori in un viaggio attraverso un mondo incantato, apparentemente nascosto agli occhi degli umani eppure minacciato dalla loro cecità. 
Schizziappunti e splendidi acquerelli compongono un reportage nel mondo delle creature fatate che ha molto da insegnare anche sul nostro. Fate, fauni, sirene e gnomi sono solo alcune delle creature che lo popolano e che si disvelano agli occhi del lettore come la faglia si manifesta a chi è ancora in grado di meravigliarsi…

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Questo non è un libro: è un gioiello.
La faglia delle fate raccoglie i sogni di Iris Compiet che qui prendono vita sotto forma di parole e, soprattutto, illustrazioni.
Lo ammetto: recensire questo libro per me è difficilissimo. Al di là del fatto che si tratta di una raccolta di illustrazioni in cui le brevi didascalie hanno esclusivamente il compito di rendere ancora più onirico il volume, ad avermi colpita in modo particolare è che le fate descritte da Compiet sono esattamente quelle che io ho sempre immaginato.
Posso dire con onestà che le immagini mi hanno commossa: per tutta la lettura mi è sembrato che qualcuno avesse sbirciato le mie fantasie per poi metterle con cura su carta e, anche ora che ci ripenso, la sensazione è sempre questa. Mi rende molto felice.

La palette usata è quella che vede il verde come protagonista cui ogni tanto si aggiungono il rosa e il rosso, che fanno un ottimo contrasto, o il blu e il giallo che lo completano alla perfezione.
Per quanto riguarda la scrittura, il libro non è fatto per essere giudicato da questo punto di vista: è stato chiaramente immaginato da Compiet come un volume in cui a coinvolgere siano i disegni più che più che la lettura. Nonostante questo, devo dire che l’immaginazione dell’autrice è protagonista indiscussa anche delle brevi introduzioni e dei paragrafi in cui sono presenti le descrizioni delle creature fatate che il lettore andrà a conoscere.
Lo stile è molto semplice, lineare, come se si trattasse di un manuale o un testo informativo: la finzione di Compiet, del resto, lo richiede perché sin dall’introduzione l’autrice sostiene di raccontare al lettore il suo viaggio nel mondo delle fate. Finzione a cui ho voluto credere con tutto il cuore durante l’intera lettura e a cui, sarò sincera, mi piace dire di credere ancora adesso.

Siccome per me il volume ha un valore molto personale, mi è difficile ridurre il giudizio ad un voto. Non aspettatevi di trovare tra queste pagine le belle fatine antropomorfe cui la televisione ci ha abituato: insettiformi, animalesche oppure simili a foglie e fiori, le fate de La faglia delle fate sono creature che si confondono nella natura. Gli unicorni che abitano la faglia sono completamente diversi dai bellissimi cavalli bianchi delle leggende; così come creature di ogni tipo, tra cui voglio davvero segnalarvi la presenza dei famosissimi bookworms, abitano la faglia e sono pronti ad accogliere i lettori in questo viaggio.
Consiglio la lettura a tutti gli amanti del folklore che qui troveranno alcuni spunti visivi che possano stimolare a dovere la loro immaginazione. A questo proposito, mi permetto di consigliare la lettura anche a tutti coloro che amano i giochi di ruolo, in particolare ai Master: personalmente ho travato tra queste pagine ottimi spunti per la creazione di storie che potessero far divertire i miei giocatori!

*Volpe

L’Altra metà delle fiabe

.: SINOSSI :.

Quali sono le origini delle fiabe che abbiamo ascoltato da bambini mentre, sognando ad occhi aperti, fantasticavamo di principi, scarpette di cristallo e gatti parlanti dai poteri magici?

In quest’opera si mettono a confronto tre fiabe di Perrault (CenerentolaLa bella addormentatanel bosco e Il gatto con gli stivali) con le loro controparti italiane, quelle di Gianbattista Basile, tratte da Lo cunto de li cunti

Per scoprire che anche le fiabe in realtà nascondono il loro “lato oscuro”.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

La raccolta di racconti “l’altra metà delle fiabe” è stata creata con l’intento di portare ai lettori un confronto tra le fiabe così come noi le conosciamo, ossia nella loro versione edulcorata scritta da Perrault, e la loro versione originale che, a detta della curatrice, è molto più spaventosa e oscura.
Purtroppo le aspettative non sono per nulla soddisfatte: fatto salvo per “la bella addormentata nel bosco” in cui la versione di Giambattista Basile è davvero caratterizzata da aspetti un po’ più macabri e disturbanti, “il gatto con gli stivali” e “cenerentola” presentano differenze così minime da lasciare i lettori praticamente indifferenti.

Si tratta di una raccolta che si legge molto in fretta, io l’ho terminata in meno di un paio d’ore durante un viaggio in treno. Il suo pregio più grande, e forse unico, è quello di rendere fruibile ai lettori più appassionati la versione delle fiabe di Basile che raramente si trova in commercio.
Purtroppo ad aver fallito, in questo caso, è proprio la selezione delle storie: ad esempio si sarebbero potute mettere a confronto le diverse versioni de “La sirenetta” oppure usare la “Cenerentola” dei fratelli Grimm che, a differenza di quelle scelte, presentano differenze sostanziali.

La stessa introduzione, pochissime pagine in cui vengono date informazioni scarne non sempre complete, purtroppo, non è delle migliori, soprattutto considerando lo standard della Casa Editrice che normalmente pubblica libri in cui l’introduzione è un breve ma completo saggio sull’argomento trattato. Avrei apprezzato di più un confronto diretto e, magari, commentato delle diverse versioni delle fiabe mentre in questo caso il lettore è lasciato a se stesso e finisce con l’annoiarsi’: una delle cose peggiori che può capitare con un libro.
A conquistate è sicuramente la cura per la grafica: copertina e immagini presenti all’interno della raccolta sono bellissime e il volume figura benissimo all’interno della libreria.

Non riesco a giudicare troppo positivamente la raccolta: il lavoro svolto poteva essere fatto molto meglio. La mia delusione deriva dal fatto che il libro promette cose che poi non riesce a mantenere perché le fiabe scelte non sono così scabrose come vengono tratteggiate. In sostanza, non riesco a dare alla raccolta più di un 5/10: sicuramente è valida per chi non ha accesso o non conosce le storie originali ma per chi ha più dimestichezza con essere è una lettura che non aggiunge niente di nuovo.

*Volpe

Piccolo nome, grande sangue

.: SINOSSI :.

Chiusi in una casa circondata da un bosco inospitale, due bambini si dicono addio. Sono finiti tra quelle mura perché entrambi sognano gli animali: il protagonista spera di scorgere i loro occhi obliqui dalla finestra e di essere privo di nome; il fratello Leo modella le loro forme nel buio. Ma i due non sanno che perdere la propria umanità è una questione di cuore, di sangue.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

La favola scritta da Riccardo Meozzi racconta di come l’uomo può perdere e allo stesso tempo ritrovare la propria identità. Con una prosa asciutta, costituita da un’ottima aggettivazione e un sapiente uso delle metafore, trascina il lettore, pagina dopo pagina, in un crescendo di inquietudine, orrore e libertà. Meozzi racconta quella che definirei “una storia senza tempo” in cui chiunque riuscirà, almeno un pochino, a rivedersi.
Ambientata in un periodo non meglio definito che sa di contemporaneità solo per la presenza di oggetti come un’automobile, una televisione o dei videogiochi, Piccolo nome, grande sangue fa riflettere in pochissime pagine su temi come la diversità, la mancanza di accettazione e, infine, l’autodeterminazione.

Per raccontare il dramma del suo protagonista senza nome, Meozzi usa uno schema freudiano. Il protagonista, un bambino che si rifiuta di essere chiamato per nome, vive intrappolato in una lotta costante tra il suo es e il suo super io: non riuscendo ad adattarsi alla vita che gli altri hanno deciso per lui ma non potendo accontentare i propri istinti e desideri, finisce per essere schiacciato da entrambi.
Solo nella foresta e con l’aiuto di una vecchia che, pagina dopo pagina, sembra sempre più simile a lui riuscirà a trovare un senso alla sua esistenza.

Nonostante la storia appartenga al genere weird e sia costellata da elementi di fantasia e del folklore italiano, non è, dunque, poi così lontana dalla realtà. Chi può dire con assoluta tranquillità di non essersi mai sentito a disagio tra le convenzioni in cui è costretto a vivere? Chi non ha mai desiderato, cercato e ottenuto di essere finalmente se stesso? Certo nessuno, immagino, desidera quello che il piccolo protagonista vuole e nessuno otterrà la propria libertà nello stesso, strano modo ma questo non significa che non si possa empatizzare con la straneazioni che lui prova a vivere nel nostro mondo.
A mio avviso, il libro merita di essere letto e sento di poterlo giudicare in maniera estremamente positiva. I temi trattati, così come l’attenzione che l’autore ha messo nella creazione del conflitto identitario del protagonistami spingono ad assegnare a questo racconto un 8.5/10. A completare il quadro ci sono le bellissime illustrazioni di Giulia Pex che vengono in soccorso del lettore aiutandolo a vedere la realtà di Meozzi tramite gli occhi stessi dell’autore.

*Volpe

La maledizione di Cassandra

.: SINOSSI :.

Italia centrale, XVI secolo. Le Signorie degli Strina e dei Valsabora combattono da anni. Riccardo Strina, Signore di Drena, insegue l’ultima possibilità di salvezza: la Bella Fenice, l’eroina che secondo i vaticini garantirà al suo esercito la vittoria. Il vate di corte sa dove si trova: lei è nel futuro. Ed è necessario che sia richiamata, a ogni costo. Per eseguire questo rituale il Signore degli Strina si rivolge a Cassandra, la veggente esiliata da Drena dopo la sanguinosa disfatta della battaglia di Lucera. Chiara sta facendo jogging sul lungomare, quando all’improvviso si trova catapultata in un mondo sconosciuto. Cosa vogliono da lei? Perché si ostinano a chiamarla Fenice? Chi sopravvivrà alla lotta senza esclusione di colpi?

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Antonella Degni scrive un libro fatto di incantesimi, guerre, politica e maledizioni trasportando il lettore in un rinascimento alternativo in cui, accanto alle signorie che tutti conosciamo, ci sono anche, nascoste così da non essere trovate e distrutte, le corti degli stregoni.
I protagonisti di questo libro, perché si tratta di una storia corale in cui è difficile identificare un solo protagonista o un solo antagonista, fanno parte di tre signorie magiche. Di queste, due sono in guerra tra loro e, dopo anni di massacri, una profezia potrebbe finalmente aiutarli a trovare un vincitore.

La trama costruita da Degni è a dir poco complessa, completa e intrigante ma, a mio avviso, avrebbe avuto bisogno di molte più pagine per essere sviluppata a dovere: purtroppo, alcuni avvenimenti e, in particolare, il funzionamento del sistema magico sono spiegati in maniera sommaria e frettolosa. Questo spezza un po’ il ritmo ed è un peccato, visto che la scrittura di Degni è bellissima e le sue descrizioni, estremamente evocative, permettono ai lettori di immergersi fino in fondo nella storia da lei creata. Trattandosi del primo romanzo di una autrice emergente, però, posso dire con certezza che promette molto bene: l’esperienza la aiuterà a rendere i prossimi capitoli di questa serie ancora più belli.

Come accennato in precedenza, questo libro presenta al lettore un sacco di personaggi: nonostante il focus principale sia su Cassandra e la signoria degli Strina, seguendo lo stile di George R. R. Martin Degni sposta il punto di vista, capitolo per capitolo, da un personaggio all’altro. Così, il lettore può seguire sia le avventure di quelli che sono caratterizzati come “i buoni” sia quelle di chi, a primo impatto, potrebbe essere considerato “cattivo”.
Personalmente amo questo stile di scrittura perché, soprattutto come in questo caso in cui c’è una trama politica e militare molto sviluppata, dà modo di capire meglio le ragioni di tutti i personaggi.

In generale, penso che questo libro, primo di quella che si preannuncia come una lunga e interessante serie, meriti un 7/10. Problematiche ce ne sono, sarebbe sciocco non ammetterlo, ma sono tutte cose che possono (e so che saranno) superate grazie al tempo e all’esperienza.
La capacità di inventiva di Degni, comunque, tiene il lettore incollato alle pagine: sono rimasta molto colpita dal finale di questo primo romanzo che mi ha lasciato senza parole e mi ha fatto riflettere su alcune delle affermazioni che i personaggi hanno portato all’attenzione l’uno dell’altro nelle pagine precedenti.
Ad avermi colpito più di ogni altra cosa è il worldbuilding perché, per quanto semplice, è assolutamente geniale: si tratta di un romanzo Fantasy italianissimo in cui l’autrice non ha sentito il bisogno di inserire nomi, siano essi di luoghi o persone, strani per dare la sensazione di leggere qualcosa di ambientato in un mondo diverso dal nostro.

*Volpe

La primula rossa

.: SINOSSI :.

1792, Parigi è sconvolta dal regime del Terrore imposto dai giacobini. La ghigliottina reclama ogni giorno il suo pegno di sangue, decine di teste aristocratiche. L’ultima speranza per la nobiltà francese sta nel misterioso eroe che organizza la spericolata evasione e il successivo espatrio dei condannati a morte armato solo della propria inventiva e utilizzando i più impensabili travestimenti: la Primula rossa, così chiamata perché ogni volta la sua prossima impresa è annunciata da un biglietto di sfida firmato con uno scarlatto simbolo floreale… La Primula rossa è uno dei più fortunati romanzi di tutti i tempi. L’autrice, Emma Orczy, ha saputo trasporre genialmente le convenzioni del feuilleton e del romanzo di cappa e spada nella sensibilità del Ventesimo secolo, l’era della velocità, dell’elettricità e del cinematografo, creando una storia incalzante che non tralascia alcuna delle convenzioni del romanzo popolare del secolo precedente proponendole però con i ritmi del nascente cinematografo, e inventando il primo supereroe mascherato della storia, archetipo di un colossale filone dell’immaginario moderno (senza dimenticare la vera protagonista, Marguerite, uno dei primi esempi nella letteratura popolare di donna non sottomessa, libera e ardita). Non a caso da La Primula rossa sono germinate innumerevoli trasposizioni per il grande e piccolo schermo.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.
Se avete amato I tre moschettieri e i romanzi cappa e spada sono la vostra passione, La Primula rossa non vi deluderà.
Rifacendosi ai romanzi d’avventura, Orczy tesse la trama di una storia avvincente che non annoia mai il lettore.
La descrizione del Terrore francese, gli intrighi e le trappole da cui la Primula Rossa deve guardarsi tengono con il fiato sospeso e le pagine scorrono velocemente grazie ad un ritmo ben cadenzato che avvince senza mandare eccessivamente in titillazione.

Era da tempo che questo romanzo attirava la mia attenzione e, finalmente, sono riuscita a dedicarmici con la giusta disposizione d’animo. Descrizioni poetiche, personaggi ben tratteggiati e una storia ricca di colpi di scena mi hanno rapita verso un mondo fatto di balli, audaci contrabbandieri e spie senza scrupoli da cui mi sono separata a malincuore. Nonostante sia un romanzo di inizio ‘900 il linguaggio non abbonda di arcaismi e la lettura risulta gradevole e scorrevole. Stilisticamente il libro mi è piaciuto e merita 9-/10. Il mio giudizio sarebbe stato ottimo se, in dirittura d’arrivo, l’autrice non avesse fatto due scivoloni che mi hanno lasciato un po’ perplessa. Dopo aver decantato per oltre trecento pagine le abilità della Primula rossa, la soluzione scelta da Orczy per arrivare alla resa dei conti con l’acerrimo nemico del protagonista mi è sembrata un po’ campata per aria per non dire improvvisata: quasi che, trovandosi ormai prossima alla conclusione, l’autrice abbia tirato via le ultime pagine certa, ormai, di aver guadagnato l’attenzione e il favore del lettore. L’altra cosa che ha un po’ rovinato la lettura, rischiando di trascinare la storia da romanzo cappa e spada a romanzetto rosa di bassa lega, è stato il tormento che da metà libro affligge la coprotagonista (una donna dimostratasi per metà del romanzo tutt’altro che svenevole e, anzi, alquanto intraprendente considerato il periodo in cui il romanzo viene scritto e l’ambientazione dello stesso): in seguito ad una serie di intrighi, la giovane si trova davanti un dubbio amletico e, letteralmente per almeno due paragrafi per ogni capitolo che separa il lettore dalla conclusione, il travaglio morale e psicologico della madame viene ripetuto ancora, ed ancora fino a dare noia.

*Jo

Women of Weird

.: SINOSSI :.

“W.o.W. Women of Weird” raccoglie dodici racconti nati dalla penna di tredici autrici italiane che hanno interpretato, ciascuna con il proprio tratto, le tematiche dell’onirico, del bizzarro e del perturbante. Un viaggio nell’ignoto e nell’altrove, terrificante come la tana di una creatura o i meandri di un’astronave. Il volume presenta la copertina della poster artist Sabrina Gabrielli. Prefazione di Viola Di Grado.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Ormai lo avrete capito: il 2022 è l’anno dei racconti e, soprattutto, delle letture Weird. A differenza delle raccolte precedenti (Cronache dalla val lemuria e il libro nero della fame), Women of Weird (chiamato amichevolmente WoW) racchiude i racconti di undici diverse autrici. Questo vuol dire che gli stili e gli argomenti trattati sono tutti diversi: a legare i racconti, infatti, non c’è un tema comune ma soltanto l’appartenenza al genere weird.
Salvo rare eccezioni, devo dire che i racconti mi sono piaciuti tutti: essendo molto brevi è stato facile per me, che di solito mi affezione e fatico a cominciare una storia diversa dopo averne appena conclusa una, saltare dall’uno all’altro senza stufarmi mai di leggere.

In questo caso, una disamina approfondita dello stile delle diverse autrici è non solo inutile ma controproducente: un racconto può piacere più di un altro per tanti motivi e, non essendoci niente a legarli, sarebbe scorretto affermare che uno è migliore o uno peggiore. Quello che posso dire è che il primissimo racconto della raccolta mi ha stupita moltissimo e ha creato, almeno per me, aspettative molto alte: non tutti i racconti che sono venuti dopo, purtroppo, e sono riusciti a raggiungere, almeno per me, lo stesso livello. Questo è ovviamente un parere puramente personale e sono certa che altri lettori abbiano avuto una esperienza diametralmente opposta.
I miei preferiti sono, quindi, in ordine “ricordo la luce”, “la punizione madre”, “Ultimi di noi”, “Gloria di notte”, “l’angolo vuoto è una brutta cosa”. Ho invece trovato che “Sul ponte delle Montagne Rosse” avesse un potenziale più alto come romanzo piuttosto che come racconto: siccome la trama è molto complessa, avrebbe avuto bisogno di molte più pagine per essere sviluppato a pieno e diventare, così, un ottimo testo.

La raccolta è validissima e, secondo me, vale davvero la pena leggerla!
Per quali motivi? Perché in primo luogo si sostiene la letteratura italiana femminile, che è sempre buona cosa; poi, una raccolta di racconti come questa, con storie brevissime e tutte molto diverse, permette di non annoiarsi mai; da ultimo, ma non per importanza, tutti i racconti, anche quelli che posso dire essermi piaciuti un po’ di meno, scorrono a meraviglia e il lettore si trova alla fine in un secondo ma con tanti bei ricordi.
Il voto che mi sento di dare alla raccolta è 8.5/10. Consiglio di leggerlo in vacanza, magari in spiaggia, perché la lettura di racconti brevi si presta molto bene a fare da interruzione tra un bagno e l’altro!

*Volpe