La lotteria

.: SINOSSI :.

Il racconto di Shirley Jackson intitolato “La lotteria” ricorda da vicino, per la fama che lo circonda, la famigerata lettura radiofonica della Guerra dei Mondi di Orson Welles. Fama non immeritata, giacché la pubblicazione sul “New Yorker” nel 1949, scatenò un pandemonio. Molti lo presero alla lettera, reagendo all’istante e poi per lungo tempo con missive indignate o atterrite alla redazione. Certe cose non potevano, non dovevano succedere. Eppure la storia si presenta in tutta innocenza quale pura e semplice descrizione della lotteria che si svolge nell’atmosfera pastorale, quasi idilliaca, di un villaggio del New England in un luminoso mattino di giugno, come ogni anno da tempo immemore. Ma giunto al termine di questo racconto, come degli altri che compongono l’intensa silloge qui proposta, il lettore scoprirà da sé, in un crescendo di “brividi sommessi e progressivi” – come diceva Dorothy Parker che cosa li rende dei classici del terrore. Secondo un altro illustre ammiratore della Jackson, oltre che maestro del genere, Stephen King, lo sono perché “finiscono con una svolta che porta dritto in un vicolo buio”.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Ho preso La Lotteria, raccolta di racconti di Shirley Jackson edita Adelphi, a causa della prima frase del racconto che dà, appunto, il titolo alla raccolta. “La mattina del 27 giugno…” recita la prosa, ed era proprio una mattina di un 27 giugno quella in cui ho letto questo incipit.
L’ho preso come un segno del destino, ho comprato il libro e l’ho lasciato sulla libreria fino ad ora quando, finalmente, non ho deciso di leggerlo.

Mi aspettavo altro. La sinossi, leggermente fuorviante, mi aveva convinta che la lettura sarebbe stata inquietante, ansiosa, meravigliosamente ottobrina. In realtà è stata una lettura abbastanza leggera: sì, la prosa ha delle componenti ansiose che spingono il lettore a leggere sempre più freneticamente per comprendere cosa stia accadendo. Sì, l’autrice ha uno stile impeccabile, in grado di creare con pochi aggettivi (per fortuna, anche nelle descrizioni Jackson con abusa mai di questo potentissimo strumento) un clima bizzarro, fastidioso.
Eppure non abbastanza, almeno per me, per farmi emozionare davvero. E’ stata una lettura che è rimasta in superficie, che non mi ha colpita e sarà destinata, purtroppo, a perdersi nella memoria piuttosto che a rimanere. Lo considero un vero dispiacere e per questo spero di tornare su questa raccolta tra qualche anno, con meno aspettative, e poterla apprezzare un po’ di più.
Non è un brutto libro, solo che le aspettative erano altissime: presentato come un libro che ha fatto scalpore tanto quanto “La Guerra dei Mondi”, mi aspettavo qualcosa di terribile che mi avrebbe scosso fin nelle ossa e, ovviamente, quando non è stato così la delusione ha preso il posto dell’eccitazione.

So di essermi approcciata alla raccolta con l’animo sbagliato: la scrittura di Jackson è bellissima, la sua prosa immaginifica e in effetti i racconti scorrono velocissimi uno dietro l’altro. Purtroppo, però, non mi hanno emozionata quanto avrei voluto e, siccome sono una lettrice che ama emozionasi, questo rende il libro un po’ meno bello ai miei occhi.
Il voto finale è un 7.5/10. Un voto nella media, tutto sommato. Consiglio di leggere la raccolta senza altissime aspettative, così da poterla, forse, apprezzare un po’ di più.

*Volpe

Pubblicità

Pandora

.: SINOSSI :.

Londra,1799. Un tempo rinomato, l’Emporio di Antichità Esotiche dei Blake, racchiuso fra un caffè e la bottega di un merciaio, ha da offrire soltanto opere contraffatte, armature scalcagnate e ninnoli privi di valore da quando è finito nelle mani di Hezekiah Blake dopo la tragica morte di suo fratello Elijah. Stimati archeologi e collezionisti, Elijah Blake e sua moglie Helen sono rimasti uccisi dal crollo di uno scavo in Grecia. L’incidente ha lasciato illesa Pandora, la figlia della illustre coppia, ma ha determinato la sciatta decadenza dell’Emporio, rapidamente divenuto una bottega di polverose cianfrusaglie nelle mani sbagliate di Hezekiah. Gli anni sono passati e Pandora, detta Dora, è ora una giovane donna che sogna di diventare un’artista orafa. Un sogno che lei coltiva con caparbietà mentre trascorre le sue ore nell’Emporio in cui l’inettitudine e l’oscura attività dello zio trascinano sempre più il nome dei Blake nell’infamia e nell’oblio. Un giorno, di ritorno al negozio, una scena spaventosa si schiude davanti agli occhi della ragazza: di fronte all’Emporio giace, ribaltato, un carro. Il cavallo, sdraiato sul fianco, sembra illeso, Hezekiah, invece, è intrappolato sotto l’animale. Attorno a lui tre uomini malvestiti, con il terrore negli occhi e l’odore salmastro dei marinai addosso, armeggiano e imprecano alla scalogna mentre fissano una cassa incrostata di molluschi rimbalzata sul selciato. Nei giorni successivi Hezekiah, malconcio e sospettoso, chiude la cassa a chiave nello scantinato e vieta alla nipote di accedervi. Che cosa c’è in quella cassa? Perché Hezekiah è impallidito quando la nipote glielo ha domandato? E per quale motivo ordina a chiunque di non mettere piede nello scantinato?
Incapace di tenere a freno la curiosità, Dora si avventura nello stanzino buio e umido per imbattersi in qualcosa che cambierà per sempre la sua vita. Ambientato nella Londra georgiana, in cui splende l’astro del neoclassicismo e si diffonde l’irresistibile attrazione per il mondo antico, Pandora è un avvincente mystery tradotto in numerosi paesi e acclamato dai lettori, catturati da una scrittura capace di ricreare in ogni dettaglio lo spirito di un’epoca affascinante e di una storia d’amore e di inganni, di segreti e speranze. 

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Pandora è il libro esordio di Stokes-Chapman: si tratta di un romanzo ben costruito, interessante e intrigante, in cui mitologia e mistero si fondono sullo sfondo dell’Inghilterra di inizio ottocento.
E’ un romanzo che mi ha incuriosita e la trama, sebbene presenti qualche piccola ingenuità, mi ha tenuta letteralmente incollata: dopo mesi in cui non riuscivo a trovare una storia appassionante, questo libro è stato una vera e propria ventata di aria fresca!

Ovviamente, sebbene sia stata una lettura piacevolissima, non è un romanzo perfetto: si vede che è il primo libro di questa scrittrice che, però, dimostra grandissimo talento. Sono certa che in futuro i suoi romanzi saranno ancora più belli, originali e intriganti di questo!
La trama, in generale, fila via liscia e senza intoppi: non ho trovato parti noiose o superflue. Chiaramente rallenta un po’ verso il centro per poi accelerare verso la fine, ma trattandosi di un romanzo dai toni mystery lo trovo assolutamente appropriato. I personaggi sono interessanti e quasi tutti abbastanza approfonditi: partendo da Dora, la protagonista, fino ad arrivare all’antagonista principale, il lettore riesce a conoscere i dettagli della loro psiche e seguirne le motivazioni così da poter, in un certo senso, scegliere da che parte stare. Anche se leggermente macchiettistici, e mi riferisco in particolare all’antagonista che presenta una caratterizzazione tendente al disneyano, i personaggi sono comunque molto interessanti. Il mio preferito è Cornelius che, pur non essendo uno dei protagonisti, è una figura fondamentale all’interno della trama: nonostante il colpo di scena che lo riguarda sia pressoché ovvio fin dal primo incontro con il personaggio, l’autrice è riuscita a renderlo interessante e a seguirne bene l’evoluzione psicologica.
A rendere il romanzo un po’ meno bello sono alcune ingenuità legate alla scrittura. Il libro presenta una quantità smisurata di “!” e “…” all’interno della prosa che rendono la scrittura a tratti quasi infantile: nella maggioranza delle situazioni, la punteggiatura poteva essere semplicemente eliminata o, al massimo, sostituita da una riformulazione della frase che avrebbe reso meglio l’emozione provata dai protagonisti. Un vero peccato, perché onestamente Stokes-Chapman è davvero molto brava nelle descrizioni, specialmente in quelle degli ambienti che risultano visibili e tangibili sia nel loro aspetto fisico che in quello olfattivo o uditivo.

In generale, il romanzo mi è piaciuto davvero molto. “Pandora” è coinvolgente, interessante, cattura il lettore perché l’autrice è riuscita a inserire il mito del vaso di Pandora alla perfezione nella sua trama giocando molto con la fantasia dei suoi lettori. Leggendo Pandora ci si chiede in continuazione se la maledizione di cui tutti parlano sia vera oppure solo frutto dell’immaginazione dei protagonisti: questo è un dubbio che coinvolge il lettore dalla prima fino all’ultima pagina. Ho apprezzato moltissimo il fatto che nel romanzo la protagonista conoscesse il greco: Pandora, infatti, ha origini anglo-elleniche e la lingua, in questo caso, è stata utilizzata molto bene per dare spessore al personaggio e renderlo forse anche più credibile.
In generale, mi sentirei di consigliare il libro a chi ama la mitologia greca ma vuole una storia che non sia un retelling quanto piuttosto un’originale racconto all’interno del quale si fa riferimento al mito di Pandora. Lo consiglio anche a tutti coloro che si sentono “bloccati” in una situazione che non gli appartiene: la storia di Dora è proprio quella di una donna che cerca di emanciparsi in un mondo che non la vuole libera. In questo caso ho anche prezzato la love story tra i due protagonisti, forse perché è solo accennata e lasciata da parte rispetto alla trama principale nonostante comunque sia presente.
Il voto finale che mi sento di dare al romanzo è 8.5/10. Ci sono, appunto, cose che lo avrebbero reso migliore ma devo essere sincera dicendo che comunque è una lettura che ho apprezzato tantissimo.

*Volpe

Ponte di Anime

.: SINOSSI :.

Sia come sia, Cass potrebbe avere un talento per scovare gli spiriti inquieti. Insieme a Jacob, il suo migliore amico fantasma, è sopravvissuta a due città infestate mentre era in viaggio per il programma televisivo dei suoi genitori. Tuttavia nulla potrebbe prepararla a quel che la attende a New Orleans, un luogo che pullula di antiche magie, società segrete e terrificanti sedute spiritiche. Ma la sorpresa più terribile è un nemico che Cass non avrebbe mai sospettato di dover affrontare: un messaggero della Morte in persona. Sarà all’altezza della sfida? E a cosa dovrà rinunciare per vincerla?

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

In questo volume, terzo e ultimo della saga di Cassidy Blake, finalmente Schwab torna se stessa. “Ponte di Anime” ha la stessa freschezza di “Città di Spettri” e per fortuna nulla della monotonia di “Tunnel di Ossa“: la trama è molto diversa, nonché decisamente più complessa, e coinvolge un numero piuttosto alto di personaggi che, con le loro particolarità e molte qualità, accompagnano la piccola protagonista nella sua avventura contro l’Emissario della Morte.

Non posso, tuttavia, dire che sia un libro perfetto. Forse per paura di scontentare i suoi giovanissimi lettori o nel timore di tirare fuori un libro troppo complesso, Schwab non ha sfruttato appieno gli indizi che lei stessa ha disseminato nei precedenti romanzi. Alcuni spunti narrativi, specialmente riguardanti la storyline di Jacob, a mio avviso sono stati lasciati fumosi e frettolosamente risolti nei capitoli finali con un escamotage che, per quanto tenero, non è stato del tutto soddisfacente. Anche i genitori di Cassidy, che decisamente avevano il potenziale per diventare due personaggi favolosi, sono stati messi da parte in favore di altri personaggi adulti che hanno svolto un ruolo più importante all’interno della vicenda. Allo stesso modo, alcuni escamotage narrativi utilizzati per mandare avanti la trama sono un pochino ingenui ma, se si tiene presente il pubblico di riferimento, adatti.
Ciò detto, per il resto non ho molto di cui lamentarmi: la trama è avvincente e finalmente la protagonista non si trova coinvolta in una “caccia al fantasma” quanto piuttosto nella fuga dalla Morte stessa.
In questo suo viaggio scoprirà l’esistenza di una misteriosa società segreta e conoscerà altre persone dotate di poteri paranormali, cosa che rende l’universo di Schwab più completo e realistico. I personaggi che l’autrice mette di fronte al suo lettore sono colorati, animosi, pieni di vita e semplici da ricordare: ciascuno presenta specifiche caratteristiche che lo rendono unico e memorabile.

Naturalmente il focus del romano è l’amicizia, trattandosi comunque di un libro per ragazzini pre-adolescenti. In questo caso il tema è trattato molto bene tanto che alla fine, lo ammetto, mi sono anche un po’ commossa. Il sentimento viene rappresentato nella sua interezza prendendo in considerazione sia i lati positivi (rappresentati di solito tramite la costante elencazione delle “regole dell’amicizia” che Jacob sembra inventarsi un po’ ad hoc come scusa per aiutare sempre e comunque la protagonista, cosa che ho apprezzato tantissimo) sia i lati negativi ovvero quelli del dolore e della perdita.
E’ un romanzo frizzante, non troppo complesso e che si legge in poche ore e perfetto a tenere compagnia in un pomeriggio autunnale magari non troppo freddo e buio. Sicuramente rispetto ai volumi precedenti la percentuale di horror è leggermente superiore anche se l’atmosfera non è mai né troppo cupa né troppo spaventosa.
In sostanza, siamo tornati a dare un voto più che positivo al finale di questa saga! Penso che questo si meriti un bel 8/10. Ancora una volta, comunque, trovo inconcepibile aver trovato più di un errore di battitura e l’ignoranza della protagonista (non sa cos’è il pane al cioccolato, ma dai!) ha raggiunto livelli davvero troppo alti per dare un voto in più al romanzo.

*Volpe

L’Unica Innocua Meraviglia

.: SINOSSI :.

“Vedranno il nostro brillare e sapranno la verità. La cosa che quel vecchio elefante non capiva – e come avrebbe potuto? – è che gli umani non sono sempre interessati ad affrontare la verità.” All’inizio del XX secolo un gruppo di operaie del New Jersey moriva per avvelenamento da radiazioni. Nello stesso periodo, un elefante veniva condannato a morte per elettrocuzione a Coney Island. Così è scritto sui libri di storia. Brooke Bolander intreccia i due eventi per dare vita a un futuro alternativo, un passato mitologico, una storia di rabbia e ingiustizia, di catene che si spezzano e sorellanze inaspettate, di elefanti che brillano nel buio e del futuro che possiamo creare.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Questo libro mi ha fatto piangere, senza ritegno, sulla banchina della stazione ferroviaria mentre aspettavo il treno che mi avrebbe riportata a casa. Immaginate la scena: state aspettando il vostro treno (che ha un ritardo approssimativo di mezz’ora), siete irritati, nervosi e stanchi e a occupare il solo posto a sedere (scusate, sono arrivata prima) c’è una tizia che sta piangendo LACRIMONI, con tanto di fazzolettino in mano e occhioni rossi, su un libro minuscolo con la copertina nera e blu, piuttosto bizzarra.

Immaginate di avvicinarvi a me, in quel momento, e sorbirvi questa recensione come se ve la stessi raccontando con le emozioni di quel momento: anche se ormai è passata quasi una settimana è difficile parlare in maniera del tutto distaccata di questo romanzo. Quindi continuiamo questa piccola finzione letteraria e godetevi questa recensione un po’ bizzarra.
Il romanzo prende spunto da due eventi storici, la morte di un gruppo di operaie a causa di avvelenamento da radiazioni e l’elettrocuzione di un elefante in un parco divertimenti. Naturalmente, i due eventi non hanno niente a che fare l’uno con l’atro ed è qui che la fantasia di Bolander inizia a lavorare creando uno spaventoso filo conduttore tra i due eventi.
Le voci narranti sono tre, quattro se si conta quella mitologica delle matriarche elefantesse, e sono quelle di Regan, l’ultima delle operaie che stanno lentamente morendo, la quale deve insegnare a Topsy, seconda voce narrante ed elefantessa, il lavoro: leccare pennelli che hanno tracce di polvere radioattiva. Come dice lei stessa “insegnarle a morire” lentamente e in maniera orribile. La terza e ultima voce è quella di una ricercatrice che cerca di costruire un mondo futuro in cui gli uomini e gli elefanti possano convivere.
La cosa interessante è come i diversi capitoli sono scritti: non è mai segnalato il cambio di punto di vista, eppure è chiarissimo perché ciascun personaggio ha una voce molto potente e che si distingue bene dalle altre. Sono tutte molto musicali ed è un vero piacere assaggiare la capacità comunicativa di Bolander.
Le descrizioni, per quanto ovviamente poche, sono molto evocative e estremamente piacevoli da leggere rendendo il romanzo valido non solo dal punto di vista delle tematiche, ma anche da quello della scrittura.

I temi principali sono la schiavitù, le discriminazioni, ingiustizia e, ovviamente, la libertà. Questo libricino è un inno alla Libertà con la L maiuscola che non arriva come forse noi tutti vorremmo, ovvero con la giustizia e la rivalsa, quanto piuttosto con la vendetta e la consapevolezza che un singolo gesto possa, talvolta, cambiare le sorti del mondo.
La storia di Regan e Topsy è alla base del nuovo futuro descritto da Bolander: se loro due, insieme, non avessero compiuto determinate scelte, il mondo sarebbe rimasto uguale. Invece due schiave, condannate ad una morte oscena, sono state in grado di lanciare un sasso che lentamente si è tramutato in valanga dando una specie di sentore di speranza nonostante il finale del romanzo lasci un sapore dolceamaro in bocca.

Si tratta di uno dei libri più belli letti in questo 2022. Penso che chiunque potrebbe prendersi un pomeriggio per leggerlo attentamente e ascoltare la voce di Bolander che insiste sul significato della parola giustizia e su quello della parola ingiustizia. Il voto che mi sento di dargli è, naturalmente, un 10 pieno con i complimenti ad autore e traduttrice per essere riusciti a farmi piangere così malamente. Aspetto il risarcimento per i danni emotivi, però.

*Volpe

Tunnel di Ossa

.: SINOSSI :.

Cass è nei guai. Ancora più del solito. Insieme a Jacob, il suo migliore amico fantasma, Cass si trova a Parigi, dove i suoi genitori stanno girando il loro programma televisivo sulle città più infestate del mondo. Certo, mangiare croissant e visitare la Tour Eiffel è un vero spasso, ma sotto Parigi, nelle raccapriccianti Catacombe, c’è in agguato un pericolo spettrale. Quando Cass risveglia un poltergeist terribilmente potente, deve affidarsi alle sue abilità di cacciatrice di spettri, ancora tutte da dimostrare, e chiedere l’aiuto di amici vecchi e nuovi per svelare un mistero. Se fallirà, le forze che ha ridestato potrebbero rimanere a infestare la città per sempre. L’autrice Victoria Schwab torna al mondo di “Città di spettri”, regalandoci nuove avventure e una lezione sull’amicizia (perché, a volte, anche i migliori amici fantasma hanno segreti…).

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Rispetto al primo volume della saga, ovvero Città di Spettri, Tunnel di Ossa è un po’ sottotono. La trama è pressoché la stessa: la ragazzina, assieme ai genitori e all’amico fantasma, arriva in una nuova città infestata da un pericoloso fantasma. Anche in questo caso ci sono alcune comparse, ovvero i membri della troupe, e anche in questo caso compare una seconda ragazzina che aiuterà la nostra giovane protagonista nella sua attività di cacciatrice di fantasmi. Di base, niente di nuovo.

E’ chiaro, a mio avviso, che questo sia un volume di passaggio. Durante la lettura non ho percepito come importanti i fatti che l’aurice descriveva tra queste pagine, quanto piuttosto gli indizi lasciati qua e là per permettere al lettore di incuriosirsi riguardo la storia di Jacob, l’amico fantasma di Cassidy Blake.
Da una parte, quindi, la leggera monotonia della trama è giustificata, dall’altra non toglie il fatto che, rispetto al primo volume, il libro sia noiosetto e non abbia effettivamente molto da dire.

Lo stile è sempre molto semplice, adatto sia alla storia raccontata sia al pubblico di riferimento: non ci sono grandi descrizioni tuttavia i luoghi sono ben delineati e si riesce a seguire la storia piuttosto bene. Il romanzo è comunque molto scorrevole e piacevole e tiene ottima compagnia in un paio di pomeriggi autunnali in cui ci si vuole riposare per bene, magari sotto una copertina e con una tazza di te caldo tra le mani!
Sono curiosa di sapere come sarà il terzo volume: spero che gli indizi lasciati dall’autrice non cadano nel vuoto e siano utili per costruire una trama più originale in cui l’amicizia e la volontà di difendere le persone care prendano davvero il sopravvento.
Fino ad allora, posso solo giudicare questo volume. A mio avviso è nella media: né brutto né bello. Direi sufficiente, dunque il mio voto è 6.5/10, nella speranza che il terzo della saga mi riporti all’entusiasmo che avevo provato con il primo!

*Volpe

Città di Spettri

.: SINOSSI :.

Da quando Cass è quasi annegata (sì, va bene, è veramente annegata, ma non le piace ripensarci), è in grado di attraversare il Velo che separa i vivi dai morti… e accedere al mondo degli spiriti. Persino il suo migliore amico è un fantasma. Insomma, la faccenda è già piuttosto strana. Ma sta per farsi ancora più strana. Quando i suoi genitori vengono ingaggiati per girare un programma televisivo dedicato alle città infestate, tutta la famiglia si trasferisce a Edimburgo, in Scozia. Dove cimiteri, castelli e vicoli sotterranei pullulano di fantasmi irrequieti. E quando Cass incontra un’altra ragazza che condivide il suo stesso “dono”, si accorge di avere ancora molto da imparare sul Velo, e su se stessa.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Città di Spettri, primo volume di una trilogia, racconta delle avventure scozzesi di Cassidy Blake una tredicenne che da quando è quasi morta può vedere i fantasmi e attraversare a suo piacimento la soglia che separa il mondo dei vivi da quello dei morti.
Il libro, un volume molto piccolo che supera le trecento pagine soltanto grazie al formato scelto dalla casa editrice, si lascia leggere e alla fine risulta essere una lettura davvero piacevole. Si tratta di una storia dalle sfumature gotiche e horror ma per ragazzi: questo significa che, anche nei momenti più cupi, il libro non fa assolutamente paura e anzi risulta una lettura piuttosto leggera.

La scritturati Schwab è adatta al pubblico di riferimento: il libro è facile da capire e dinamico tanto che volendo lo si può terminare anche in una sola seduta rendendolo adatto a quei pomeriggi autunnali in cui si ha voglia di una seduta di lettura intensiva e coinvolgente.
I personaggi sono caratterizzati abbastanza bene anche se tutti tendono a scivolare verso un archetipo preciso: Cassidy è il tipico eroe, Jacob la spalla comica, Lara il mentore; e così via. Si tratta comunque di una tendenza non invasiva e non eccessivamente stereotipata che, anzi, aiuta a fissare i personaggi nella memoria del lettore.
Le descrizioni dei luoghi sono abbastanza buone: ho visitato personalmente Edimburgo molti anni fa e, in certi momenti, era un po’ come essere di nuovo lì. Sono comunque scritte in maniera molto semplice, non eccessivamente caratterizzate, quindi se si cerca un romanzo in cui le descrizioni e le atmosfere sono preponderanti sicuramente questo non è la scelta migliore.
Il romanzo è caratterizzato da numerosissimi riferimenti pop, in particolare ai fumetti Marvel e DC e ad Harry Potter: ho trovato la scelta adattissima per rendere il romanzo ancora più interessante e inserito nel contesto contemporaneo. Cassidy è oggettivamente una ragazzina come tutte le altre, ha passioni come tutte le altre e le mostra anche tramite questi piccoli riferimenti che ho trovato azzeccati.

Il romanzo è bello, non memorabile, ma incuriosisce tanto che ho immediatamente deciso di leggere i seguenti. Si tratta di storie piacevoli, semplici e leggere, adatte sia a lettori molto giovani sia adulti che hanno voglia di qualcosa di non impegnativo (io personalmente li ho letti durante la stesura della tesi). Una delle pecche più grandi, però, e che non mi permette di assegnare al libro un voto superiore a 7.5/10 sono i numerosissimi errori di battitura. Non è accettabile che in un libro pubblicato da una grande casa editrice, ma in realtà neanche da una piccola CE, si trovino così tanti errori ortografici!
Ultimo, ma non meno importante, è la tendenza sporadica e spesso assolutamente insensata che ha la protagonista di riferirsi direttamente al lettore. Succede solo in due punti specifici e questo rende l’atteggiamento assolutamente non coerente.

*Volpe

Cenerentola

.: SINOSSI :.

Lilian è stata bandita dal suo mondo, si è macchiata di una colpa enorme di cui porta il peso da secoli. Ma cosa può aver desiderato la fata più conosciuta della storia, la Fata Madrina di Cenerentola? La stessa Cenerentola il cui destino è già stato deciso dalle Anziane? Solo un’azione compiuta in nome dell’Amore romperà l’incantesimo che la tiene legata alla Terra. E Lilian lotterà, sospesa tra due mondi, per espiare la sua colpa. Ma le fate esistono realmente? La fiaba oscura di Cenerentola che nessuno vi ha mai raccontato.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Che si tratti della versione dei fratelli Grimm o di quella di Walt Disney, tutti conoscono la favola di Cenerentola. La sua iconica scarpetta e il delizioso abito turchese sono ormai entrati a far parte dell’immaginario collettivo di tutti i bambini e le bambine che sognano storie da fiaba.
Approcciandosi al retelling Cenerentola di Carolyn Turgeon, però, il lettore non deve farsi trarre in inganno: la storia che si appresta a leggere è molto più bizzarra.

Cenerentola è, a dire il vero, molto più di un semplice retelling dell’omonima fiaba: è un romanzo che colpisce dritto al cuore e costringe il lettore a interrogarsi anche su se stesso e sulla propria realtà. Protagonista di questa fiaba è Lilian, la fata madrina, esiliata sulla terra dopo che ha fallito nel suo compito: portare Cenerentola al ballo. Quella che però si nasconde sotto la superficie è una storia complicata fatta di invidia, odio e ossessione che allontana un po’ il romanzo dal retelling e, soprattutto dopo aver letto il finale, lo rende un romanzo adatto a chi ama storie introspettive con qualche tinta fosca.
Il finale è, forse, la parte migliore del romanzo: il libro di per sé è carino sebbene non sia una lettura che tiene incollati alle pagine, ma con un finale simile, che mi verrebbe da definire semplicemente sorprendente, diventa favoloso. Rileggere il romanzo alla luce del finale è stata una bellissima esperienza che, sinceramente, consiglio a tutti coloro che vogliono approcciarsi alla lettura di Cenerentola.

Lo stile di scrittura è piuttosto semplice: le descrizioni, sebbene non eccessivamente elaborate, permettono al lettore di viaggiare con la fantasia e immaginare i luoghi, soprattutto quelli più incantati come il regno delle fate, di cui Turgeon scrive. I dialoghi sono, forse, il punto forte della scrittura: presentano una struttura buona, che non annoia e non sembra artificiosa.
Il narratore è Lilian, che si presenta come fata diventata umana e invecchiata nel mondo dei mortali, ed è proprio lei a raccontare al lettore la sua storia: la narrazione si svolge in due luoghi e momenti differenti, una parte è ambientata nel regno delle fate e in quello di Cenerentola, mentre l’altra è ambientata nella New York di oggi. Il lettore è accompagnato da una serie di indizi e stranezze per tutto il romanzo: mano a mano che la trama si infittisce e i nodi vengono sciolti la conclusione si può intuire, anche se mai davvero immaginare fino a quando l’autrice non la esplicita.

Credo che il romanzo, per struttura e soprattutto innovazione, mediti una votazione molto positiva: 9/10. Ho apprezzato in particolare modo, oltre che il finale, la caratterizzazione delle fate e la descrizione del mondo fatato. Sebbene Turgeon non scenda nei dettagli, le sue fate somigliano molto a quelle del folklore: sono dispettose, irriverenti e simpaticissime. Una chicca per chi è stufo delle solite tenere fatine!
Vorrei sottolineare una cosa: a discapito di quanto si possa pensare leggendo il titolo del romanzo, non si tratta di un libro che parla d’amore. Questo non vuol dire che l’amore non abbia un posto all’interno della narrazione, tuttavia non si tratta di un posto di primaria importanza: il sentimento che colora maggiormente le pagine di questo romanzo è quello dell’invidia. A chi consiglio, quindi, questo libro? Più che a chi desidera leggere un retelling di Cenerentola, lo consiglio a chi ama le storie introspettive in cui realtà e fantasia si mescolano completamente.

Ringrazio la casa editrice per la copia gratuita e vi ricordo che il libro esce il 21 settembre!

*Volpe

Ghoul accovacciato numero otto

.: SINOSSI :.

Una storia che si muove agile e apparentemente leggera tra la commedia nera e dramma distopico. Tra Disneyworld e l’inferno, la comunità sotterranea narrata in “Ghoul accovacciato numero otto” vive in perenne stato di tensione, con le ferree regole che ne permettono la sopravvivenza ad arginare la sensazione di imminente catastrofe che accompagna l’esistenza dei suoi abitanti. In questo contesto Brian, stretto tra obblighi aziendali, rispetto della legge e un amore complicato, inizia a porsi qualche domanda di troppo. La scrittura delicata e incisiva di George Saunders esplora le contraddizioni del nostro presente, tra spinte autoritarie, non-sense sociali, e ineluttabili pulsioni umane in un racconto che porterà il lettore ad affacciarsi sul lato più oscuro del nostro complicato presente.

.: IL NOSTR GIUDIZIO :.

Ghoul accovacciato numero otto è un romanzo breve o, per meglio dire, un racconto lungo. Saunders, che abbiamo già conosciuto tramite la lettura di Volpe 8 (che ha poi con il numero 8 questo autore?), fa, in meno di cento pagine, una sapiente ed ironica critica alla società capitalista: il libro si legge in un soffio e, anche se lo stile è leggero, il lettore rimane affascinato da una storia che ha la stessa atmosfera di 1984 di Orwell.

Il racconto inizia con una sommaria descrizione del mondo: una specie di bunker che fa da casa-prigione per degli abitanti il cui lavoro allenarsi a recitare scene sempre uguali in attesa del giorno in cui verranno “dei visitatori da sopra”. Ghoul accovacciato numero otto è, a tutti gli effetti, una distopia che sembra basarsi a tratti sulle opere già citate di Orwell sia sul “mito della caverna” di Platone: il risultato è sorprendentemente interessante e tiene il lettore incollato alle pagine, soprattutto verso la fine.

Lo stile è molto schietto e genuino: la voce del narratore, si tratta di un romanzo in prima persona, è quella di una persona semplice, non particolarmente forbita e la scrittura riflette molto bene questa caratteristica. Le parole scelte sono le più semplici possibile e la costruzione della frase non ha, di per sé, niente di speciale: la semplicità però paga perché permette di comprendere meglio il carattere e l’ingenuità di un personaggio nato e cresciuto in mondo che lo vuole sia ingenuo che stupido. I personaggi, sebbene il libro sia molto breve, riescono ad esprimersi e presentano tutti delle particolarità che li rendono unici l’uno dall’altro: importante all’interno della trama sono i concetti generali di moralità ed etica che vengono più volte messi in discussione.

Il libro mi è effettivamente piaciuto molto: si tratta di un racconto che si legge in un soffio, diciamo forse mezza giornata di lettura e senza neanche troppo impegno, che però lascia effettivamente qualcosa. In particolare, è utile a riflettere sulla società in cui si vive: credo che uno dei pregi più grandi di questo libro sia che il lettore ha la possibilità di interpretare la storia a seconda delle proprie convinzioni e idee. Quel che è certo è che parla di libertà e del prezzo che questa può avere.
Il voto finale che sento di dare a questa storia è 8.5/10. Mi è piaciuto moltissimo ma avrei preferito più pagine, un approfondimento maggiore e, soprattutto, un narratore in terza persona.

*Volpe

La stirpe e il sangue

.: SINOSSI :.

Vlad III Dracula non si è mai nutrito del sangue delle sue vittime. Radu, nato nel 1442 nel villaggio devastato dai turchi di Murad, sì. Dietro alla leggenda del principe delle tenebre c’è una storia, questa storia di un bambino affetto da una strana anemia. Sopravvissuto all’incendio del villaggio grazie alla madre e alla sorella Anna, crescerà irridendo la morte che sembrava dovesse coglierlo nei primi giorni di vita. I tre, salvati nella foresta da un boiardo violento che li porterà nella sua casa per sottometterli, dovranno rialzarsi facendosi forza l’un con l’altra e infrangendo ogni regola. La loro è la storia di una scalata che rovescia il potere e lo affoga nel sangue. La sopravvivenza come codice morale, l’amore come unica gomena. E a legarli, sopra ogni cosa, il rito del sangue.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

La Stirpe e il Sangue, romanzo di Lorenza Ghinelli, è una favola dalle tinte gotiche che prende ispirazione dalle leggende che circondano la figura di Vlad l’impalatore. E’ un libro molto forte il cui cuore è composto da violenza, rabbia e vendetta, tutte emozioni che caratterizzano soprattutto Maria e Anna protagoniste di più della metà della vicenda: mi è piaciuto il modo in cui Ghinelli ha costruito questi sentimenti negativi, soprattutto perché li ha fatti crescere assieme ai personaggi rendendoli sempre più forti e presenti.

Il romanzo presenta una narrazione episodica: il lettore non segue i protagonisti giorno per giorno quanto piuttosto “momento critico dopo momento critico”, a volte anche con salti di anni. La violenza è il centro di questo tipo di narrazione: i capitoli si interrompono e ricominciano seguendo uno schema che vede una quotidianità, bella o brutta che sia, interrotta da un episodio violento che va a costruire o rafforzare il sentimento di odio, rabbia e vendetta che anima i tre protagonisti.
Accanto a questo primo topos c’è, ovviamente, quello del sangue. In questo caso però, al di là della connotazione ovvia di sangue come linfa vitale, vorrei soffermarmi sul sangue visto come sinonimo di famiglia: a plasmare Radu è la presenza costante di Maria e Anna che, con la loro tenacia, proteggono il bambino e gli insegnano non solo ad amare ma soprattutto ad odiare. La famiglia di Radu è composta da tre generazioni di donne ciascuna delle quali gli trasmette una cosa diversa: c’è la “nonna”, un personaggio bizzarro che spiega a Radu come diventare davvero se stesso; la madre che insinua nel bambino furbizia e vendetta; e la sorella che invece rappresenta, oltre che l’odio, la protezione.

I personaggi sono pochissimi: si contano letteralmente sulle dita di una mano o poco più. In generale i personaggi meglio caratterizzati sono quelli femminili: le donne di questo romanzo presentano una forza notevole che si esprime non solo attraverso i loro sentimenti che sono potenti e molto presenti sia in senso negativo che positivo ma anche attraverso le numerose decisioni che sono obbligate a prendere. Sono donne che sanno quello che vogliono e sanno come ottenerlo ed è questa tenacia che insegnerà a Radu come stare al mondo.
I personaggi maschili, al contrario, sono più bidimensionali e caratterizzati quasi tutti dalle stesse pulsioni: sembra che nessun uomo, Radu a parte, possa svincolarsi dalla violenza.

E’ un libro che mi ha presa e ho letto molto velocemente: ho amato rifletterci sopra e trovarmi in compagnia di Anna e Maria che, con la loro forza, si sono scavate un posticino nel mio cuore. La scrittura è ottima, abbastanza onirica e questo stile, unito alle illustrazioni all’inizio di ogni capitolo, fa somigliare questo libro più ad una fiaba che ad un romanzo.
In generale mi sento di dargli 8.5/10 come voto. Avrei preferito una narrazione con personaggi un po’ più diversi tra loro anche se ho apprezzato il protagonismo della parte femminile e la connotazione sia di protettore che di vendicatore che Ghinelli ha dato loro.

*Volpe

La piccola conformista

.: SINOSSI :.

La piccola conformista è un romanzo quasi completamente affidato alla voce di un personaggio. Basta sfogliare qualche pagina, leggere le prime righe, ed eccola lì l’eroina della storia, Esther Dahan. Comica, senza freni inibitori, tagliente, forse indimenticabile. Esther è una bambina intimamente conservatrice, si autodefinisce «di destra» e si è trovata a crescere in una famiglia di sinistra negli anni Settanta a Marsiglia. Da irriducibile reazionaria sogna l’ordine, il rispetto delle regole, i «vestitini blu» delle brave ragazze cattoliche, desidera una vita inquadrata dalla normalità. In casa sua, a parte lei, tutti sono eccentrici, girano nudi, si lanciano piatti quando litigano, rifuggono regole e comportamenti conformisti, perbenisti, benpensanti. La madre, atea, anticapitalista e sessantottina, lavora come segretaria al municipio. Il padre è un ebreo francese nato in Algeria, ed esorcizza l’ansia di un prossimo olocausto stilando liste maniacali di compiti da svolgere. Si aggiungono poi un fratello minore iperattivo e i nonni paterni, che vivono nel ricordo nostalgico del glorioso passato nell’Algeria francese e trascorrono le giornate giocando alla roulette con i ceci, che serviranno poi a cucinare il cuscus domenicale. L’esistenza di Esther subisce una svolta quando i genitori, imprigionati nelle loro contraddizioni, decidono inspiegabilmente di mandarla in pasto al nemico, ossia in una scuola cattolica nel quartiere più borghese di tutta Marsiglia. Esther trova forse il suo paradiso personale, osserva e riflette sullo stile di vita dei genitori, dei nonni, delle compagne così diverse da lei, fin quando un segreto custodito a lungo metterà tutto in discussione. La comicità può raccontare anche gli aspetti più oscuri degli individui, l’ironia e la lucidità possono sondare il mistero della felicità e del dolore. In questo romanzo il desiderio di voler essere come tutti gli altri fa esplodere ogni logica parentale e ogni lessico familiare, e la quotidiana follia e normalità di una famiglia diventano lo strumento di un’appassionata ricerca di vita e di verità, con un sorriso a rischiarare il buio.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Ho scelto questo libro così, di istinto, dopo averne letto le prime pagine in libreria. La scrittura era promettente, la trama sembrava voler accompagnare il lettore verso una satira sociale contemporanea che, sinceramente, avevo davvero voglia di leggere. In più era brevissimo: proprio perfetto per un viaggio in treno, insomma!

Ebbene, le prime pagine mi avevano preparato a tutto (e con di tutto intendo dire non solo la rivoluzione casalinga di una bambina, ma anche un vero e proprio omicidio) ma non a quello che poi il libro è diventato: una storia tristissima, fatta di violenza, rabbia, gelosie e ossessioni. Da questo punto di vista, l’autrice ha fatto un lavoro ottimo: come un ragno, ha attirato l’ignaro lettore nella sua tela stimolando la sua fantasia con una ironia promettente; poi, lentamente, ha inserito in un quadro ironico, e a tratti geniale, il dramma che vuole davvero raccontare. L’ossessione, la malattia e la morte sono i pilastri di una narrazione che si fa sempre più cupa. Verso la fine il libro mi ha quasi fatta arrabbiare: non perché si tratti di un romanzo brutto ma perché l’incapacità dei personaggi di risolvere le situazioni in cui sono incastrati è talmente umana da risultare quasi frustrante.
Mano a mano che la trama prosegue, il lettore si rende conto delle numerose stranezze che caratterizzano i genitori della protagonista. All’apparenza sessantottini doc con un animo rivoluzionario e fuori dal comune, nascondono un lato oscuro che si fa via via più opprimente fino a soffocare la trama stessa. Il lettore, accompagnato dalla voce narrante di Esther ancora bambina, ripercorre un dramma famigliare in cui non può intervenire ma che farebbe di tutto per evitare.

La scrittura è piacevole e scorrevole: il romanzo è raccontato dal punto di vista di una bambina e il lessico è adeguato alla giovane, geniale e molto prevenuta protagonista. Devo ammettere che è stato difficilissimo empatizzare con i personaggi e solo la madre di Esther a un certo punto mi ha suscitato abbastanza pena da farmi essere triste per lei e la situazione in cui era incastrata.
Insomma, è davvero un libro che si legge facilmente e, nonostante la trama che si fa via via più pesante, di grande compagnia. Mi sento di dare a questo libro un 8/10: mi è piaciuto, eppure non riesco ad annoverarlo né tra quei libri che mi hanno lasciato qualcosa di importante né tra quelli che mi hanno coinvolta fino in fondo.
Consiglio comunque la lettura: permette di avere una visione piuttosto chiara della Francia degli anni post-sessantotto!

*Volpe