Santa Pasqua 2022

La pace non può regnare tra gli uomini se prima non regna nel cuore di ciascuno di loro.

(Papa Giovanni Paolo II)

Davanti a questi mesi difficili, retroguardia di un periodo in cui ridere e gioire sembrava proibito, non ha senso perdersi in lunghi discorsi né considerare la pace appannaggio di un’unica religione o spiritualità.
Tuttavia, credenti o meno che siate, il nostro augurio non può che essere quello di essere, ovunque la vita richieda la vostra presenza ed impegno, operatori di pace.
Vi auguriamo, oggi più che mai, la forza per sorridere anche quando tutto sembra andare storto e la fragilità per accogliere l’amore e l’amicizia di chi vi sta accanto.

Buona Santa Pasqua!

Volpe&Jo

GIVEAWAY – Vinci un biglietto per il Salone Internazionale del Libro di Torino

Dal 9 al 13 Maggio torna il Salone Internazionale del Libro di Torino e un lettore fortunato potrà andarci gratis!

Vuoi scoprire come? Dal 1 al 5 Maggio partecipa al giveaway organizzato da Arcadia lo scaffale sulla Laguna e prova a vincere! Ecco cosa fare:

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– Commenta la foto taggando almeno due amici.
– Condividi pubblicamente il post su Facebook e nelle Instagram Stories

Cosa aspetti? Hai tempo fino a domenica per partecipare!

P.S. Chi non avesse entrambi i profili social, può comunque partecipare usando solo quello di cui dispone.

*Lo Staff di Arcadia

La svastica sul sole

LA SVASTICA SUL SOLE

Autore: Philip K. Dick
Anno:  2014
Editore:  Fanucci Editore, 2014

.: SINOSSI :.

Le forze dell’Asse hanno vinto la seconda guerra mondiale e l’America è divisa in due parti, l’una asservita al Reich, l’altra ai Giapponesi. Sul resto del mondo incombe una realtà da incubo: il credo della superiorità razziale ariana è dilagato a tal punto da togliere ogni volontà o possibilità di riscatto. L’Africa è ridotta a un deserto, vittima di una soluzione radicale di sterminio, mentre in Europa l’Italia ha preso le briciole e i Nazisti dalle loro rampe di lancio si preparano a inviare razzi su Marte e bombe atomiche sul Giappone. Sulla costa occidentale degli Stati Uniti i Giapponesi sono ossessionati dagli oggetti del folklore e della cultura americana, mentre gli sconfitti sono protagonisti di piccoli e grandi eventi. E l’intera situazione è orchestrata da due libri: il millenario I Ching, l’oracolo della saggezza cinese, e il best-seller del momento, vietato in tutti i paesi del Reich, un testo secondo il quale l’Asse sarebbe stato sconfitto dagli Alleati…

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Un romanzo difficile tanto da leggere quanto da recensire. Una storia di fantapolitica che ci presenta uno scenario interessante su cui molti, almeno una volta nella vita, si sono soffermati a riflettere: cosa sarebbe successo se l’asse Roma Tokio Berlino avesse vinto la guerra?
Il risultato è, ovviamente, uno scenario distopico costellato da interi continenti distrutti insieme alle loro popolazioni, nuove e ardite forme di colonialismo, la lotta a qualsiasi forma di dissenso e, ovviamente, il perseguimento testardo della “questione ebraica”.
Il romanzo è ambientato sulla costa occidentale degli Stati Uniti d’America che, in seguito alla loro sconfitta, sono stati divisi tra i nazisti e i giapponesi che, nello specifico, controllano la parte occidentale del continente nordamericano.
I personaggi che affollano questo palcoscenico sono tanti, ognuno con una sua trama che si lega a quella degli altri in un ordito interessante ma reso un po’ complicato da nomi giapponesi che, di primo acchito, sembrano tutti uguali tra di loro.
Lo stile va di pari passo con l’intreccio e segue a volte i pensieri dei personaggi a volte quelli del narratore proponendo continui cambi fra la prima persona singolare e la terza, tra narratore interno ed esterno, tra passato e presente: un espediente interessante ma che risulta, a tratti, un po’ caotico così come i cambi di scena repentini che avvengono da un paragrafo all’altro senza un dovuto stacco.
Da germanista non ho apprezzato alcune traduzioni dal tedesco all’italiano e, ad essere sincera, ho trovato un po’ azzardata e poco pertinente la traduzione del titolo dell’opera The Man in the High Castle resa in italiano conLa svastica sul sole .
Trattandosi di un romanzo che si propone come un’ipotetica conseguenza della vittoria dei nazifascisti nella seconda guerra mondiale, avrei gradito qualche riferimento in più ai fatti che hanno costellato la storia mondiale tra il 1939 e il 1945 o, almeno, qualche spiegazione sul perché certi personaggi avessero subito una sorte diversa da quella che la storia ci ha tramandato.
Interessante anche se un po’ labile la correlazione tra l’Operazione Dente di Leone e l’Operazione Valchiria (colpo di stato avvenuto in Germania nel luglio del 1944): anche in questo caso un richiamo all’evento storico e un’eventuale spiegazione di questa fantomatica Operazione Dente di Leone, non avrebbe guastato.

Il mio giudizio è 7/10.
Un bel romanzo, interessante e stimolante per gli amanti della fantapolitica e della distopia, ma forse non uno dei migliori di Philip K. Dick.
I personaggi, molti e diversi tra di loro, sono caratterizzati velocemente e anche un po’ grossolanamente il che li rende, a tratti, semplicemente odiosi come nel caso della protagonista femminile.
I continui riferimenti alla cultura cinese e giapponese potevano essere spiegati con qualche nota in più in modo da rendere maggiormente partecipe anche chi non è particolarmente ferrato sull’argomento.
La conclusione del romanzo lascia aperti parecchi interrogativi e sviluppi e lascia presagire che ci debba essere almeno un secondo capitolo volto a dare soluzione ad alcune delle questioni presentate nelle ultime pagine del libro.
Parallelismo interessante, ma questa è una mia personalissima interpretazione, è il fatto che mentre il lettore legge un romanzo in cui i nazifascisti hanno vinto la guerra, i protagonisti leggano un romanzo in cui l’Asse ha perso la guerra: quasi un gioco degli specchi o di finestre in cui il mondo del lettore e quello dei protagonisti si affacciano vicendevolmente sondando due finali alternativi di un’unica storia.
A chi consiglio questo romanzo? Sicuramente agli amanti di Philip K. Dick, a chi adora la fantapolitica e i romanzi distopici costellati da intrighi e giochi di potere.
Consiglio il romanzo anche e soprattutto a chi si è limitato a guardare la serie tv, The Man in the High Castle , prodotta di recente che, nonostante mantenga gran parte dei nomi non che il titolo originale dell’opera di Philip K. Dick, è solo molto lontanamente ispirata a qualche elemento presente nel romanzo.

* Jo

Il club delle lettere segrete

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IL CLUB DELLE LETTERE SEGRETE

Autore:  Ángeles Doñate
Anno:  2015
Editore:  Universale economica Feltrinelli

 

.: SINOSSI :.

L’inverno è arrivato a Porvenir, e ha portato con sé cattive notizie: per mancanza di lettere, l’ufficio postale sta per chiudere e tutto il personale verrà trasferito altrove. Sms, email e whatsapp hanno avuto la meglio persino in questo paesino arroccato tra le montagne. Sara, l’unica postina della zona, è nata e cresciuta a Porvenir e passa molto tempo con la sua vicina Rosa, un’arzilla ottantenne che farebbe qualsiasi cosa pur di non separarsi da lei e risparmiarle un dispiacere. Ma cosa può inventarsi Rosa per evitare che la vita di una delle persone che le stanno più a cuore venga completamente stravolta? Forse potrebbe scrivere una lettera che rimanda da ben sessant’anni e invitare la persona che la riceverà a fare altrettanto, scrivendo a sua volta a qualcuno. Pian piano, quel piccolo gesto darà il via a una catena epistolare che coinvolgerà una giovane poetessa decisa a fondare un bookclub nella biblioteca locale, una donna delle pulizie peruviana, la solitaria operatrice di una chat e tanti altri, rimettendo improvvisamente in moto il lavoro di Sara e creando non poco trambusto tra gli abitanti del piccolo borgo. Perché – come ben sanno tutti quelli che sobbalzano davanti alla casella della posta e affondano il naso nella carta per sentirne il profumo – una lettera tira l’altra, come un bacio. E può cambiare il mondo.

 

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Le premesse erano buone e per un’inguaribile romantica, ancora innamorata della carta da lettera e del delicato rituale della corrispondenza postale, il libro è una tentazione a cui è difficile resistere, se poi il libraio ti adesca con un allettante 2×1 il gioco è presto fatto.
Purtroppo raramente ho trovato titoli interessanti tra quelli proposti dalla collana Universale Economica Feltrinelli e questo romanzo non ha fatto eccezione con il risultato che, a metà lettura, l’ho abbandonato letteralmente sul comodino.
La trama proposta è interessante e, per chi ha apprezzato il genere, la si può vagamente paragonare a Le ho mai raccontato del vento del nord: un romanzo quindi dove le lettere sono, o dovrebbero essere, le protagoniste e che si sviluppa attorno a diverse figure che, almeno in apparenza, non sembrano avere nulla a che fare l’una con l’altra.
C’è la signora straniera, la femme fatale, la ragazza scappata di casa, la postina sull’orlo del licenziamento, un ragazzo timido, una donna che spera di riparare agli errori del passato, …; di per sé questi personaggi non mi dispiacerebbero e a tratti mi ha anche divertito leggere questi incontri tra donne agli antipodi. L’interesse, tuttavia, ha cominciato a calare nel momento in cui ha cominciato a fare capolino l’ennesima storia d’amore, dal finale già scritto, con protagonisti la giovane ragazza anticonformista e l’introverso lettore amante della poesia e delle stelle.
Forse sono un po’ severa, ma quando in un romanzo mi viene rovinato il finale a metà lettura, ecco: quello è il momento in cui non solo perdo l’interesse, ma mi devo anche trattenere dall’impacchettare il libro e regalarlo alla prima buona occasione (prima di scatenare la rabbia dei bibliofili più accaniti, vi posso assicurare che il libro in questione è qui accanto a me e sta bene).

Il voto che mi sento di dargli è un 7/10.
Sufficienza meritata per la scrittura che è piacevole e scorrevole e diventa, a tratti, quasi musicale a seconda del personaggio che prende in mano la penna. Ho molto apprezzato questo virtuosismo da parte dell’autrice che è riuscita a caratterizzare i suoi personaggi non solo nei loro siparietti, ma anche quando, presa la penna in mano, cominciano a raccontarsi ognuno con il suo stile, le sue difficoltà e il suo bagaglio di storie, esperienze e consigli.
Consiglio questo romanzo a chi ha perso una persona cara e non sa come ritrovarla o tornare da lei, a chi non si stanca mai delle storie d’amore agrodolci che rendono più piacevoli i caldi pomeriggi estivi, lo consiglio a chi vive in qualche piccolo paese o è attratto dalle località sperdute tra i monti dove, per un motivo o per un altro, tutti si salutano, ma non si conoscono davvero.

*Jo

Gioie d’autunno

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L’arrivo dei primi freddi e la fine delle belle giornate estive all’insegna del relax e del divertimento sono per molte persone cause di malcontento e di stress e rendono l’autunno una delle stagioni meno apprezzate.
Non tutti però sono così critici nei confronti di questa stagione che riesce comunque a regalare ai suoi ammiratori spettacoli e piccoli momenti di piacere: il rosseggiare delle foglie, le castagne e le lunghe serate trascorse sul divano sorseggiando una tisana calda e leggiucchiando un bel libro.
In più in autunno, per la gioia dei lettori, si cominciano ad assaporare le prime gioie dell’inverno sempre più prossimo.
Ecco alcuni dei motivi per cui, secondo Bustle, la stagione autunnale è tanto amata dai booklovers.

– DENTRO O FUORI?
In autunno, si sa, le giornate non solo si fanno più fredde, ma le ore di sole si riducono drasticamente invogliando uomini e animali ad entrare in letargo fino alla primavera successiva. Tuttavia, sopratutto in settembre, il clima non è ancora eccessivamente freddo e ci si può ancora permettere le ultime letture all’aperto.
Il clima autunnale è anche l’ideale per i lettori  più “pantofolai”, che possono finalmente tornare a dedicarsi alle loro letture coccolati da una bevanda calda e una morbida coperta sotto cui raggomitolarsi.

– TEMPO PER …
Da sempre l’estate è sinonimo di vacanze, di relax e divertimento, ma tra i bagagli, le ultime scadenze e le partenze il tempo per leggere è davvero poco e sotto l’ombrellone non si riesce mai a leggere con la dovuta tranquillità. In autunno, rientrati dalle vacanze e ancora lontani dalle feste natalizie, si ha finalmente il tempo per dedicarsi alle letture arretrate e alle nuove uscite che, in vista del Natale, regalano ai lettori i titoli e le storie più belle dell’anno. Al calduccio sotto una coperta o sul mezzo che li riporta a casa dopo il lavoro, qualsiasi momento è buono per divorare qualche altro buon libro.

– DOLCETTO O LIBRETTO?
E come dimenticarsi di Halloween? Il carnevale d’ottobre che, nei paesi anglosassoni, prevede che grandi e piccini si mascherino per una notte dai loro personaggi preferiti. Ovviamente un lettore non può lasciarsi sfuggire l’occasione per vestire i panni del proprio beniamino letterario e così, tra un dolcetto e uno scherzetto, un lupo mannaro e una streghetta, possono presentarsi alla porta giovani travestite da Anna Karenina, intraprendenti Tom Sawyer e misteriosi Guardiani della notte.

– E’ PIU’ GRANDE ALL’INTERNO!
Malgrado la buona volontà e le migliori intenzioni, leggere in vacanza può essere una vera missione impossibile per i lettori più accaniti che, pur riuscendo sempre a ritagliare uno spazio in valigia per i loro libri, difficilmente riescono a dedicarsi al loro passatempo preferito per via delle numerose attività che riempiono le loro meritate vacanze.
Con l’arrivo dell’autunno le borse si svuotano e si tirano fuori i cappotti pesanti e, come per magia, compaiono nuovi spazi per portare con sé le proprie letture: dai tascabili, perfetti per essere infilati nelle tasche delle giacche a vento, alle borse finalmente libere da creme solari e cambi di costume.

*Jo

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College of Wizardry – In Polonia imparare la magia è possibile!

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Un castello che sembra uscito da una favola slava, aule, dormitori e sfide avvincenti, e poi incantesimi, pozioni e quel pizzico di mistero capace di trasformare un’esperienza come quella del gioco di ruolo in qualcosa di magico.
Il castello di Czocha non è solo un gioiello della storia medievale polacca. Tra le sue mura nasconde uno dei progetti di gioco di ruolo dal vivo (larp) più ambiziosi e avvincenti d’Europa.
Varcato il cancello di questo castello del quattrocento, i visitatori diventano a tutti gli effetti degli studenti della scuola del College of Wizardry, la scuola di magia e stregoneria di Czocha, e esattamente come accade a chi frequenta il primo anno nella celebre scuola di Hogwarts vengono smistati in una delle cinque squadre (il corrispettivo delle case create da J.K. Rowling), ciascuna delle quali ha un proprio simbolo e una propria “filosofia”:

Durentius, simboleggiata da un gallo, si distingue per l’importanza che viene data alla diligenza e al valore.
Molin, simboleggiata da un golem di pietra, insegna ai suoi studenti la lealtà e l’intuito.
Sendivogius, simboleggiata da una fenice, sprona i suoi membri ad agire con coraggio e onore.
Faust, simboleggiata da un drago, incoraggia gli studenti a perseguire la conoscenza e il potere.
Libussa, simboleggiata da un leone, invita i propri membri ad agire con creatività e lungimiranza.

Come nella saga di Harry Potter: i membri delle cinque case potranno accrescere il prestigio della loro fazione guadagnando punti grazie alle attività didattiche previste.
Lo smistamento è solo una delle sorprese che attende gli aspiranti giovani maghi iscritti a questa scuola: in base al livello di esperienza del giocatore, il visitatore potrà interpratare uno studente o, nel caso dei giocatori più esperti, impersonare un docente, un caposcuola o una carica di prestigio all’interno del college.
Tra le attività proposte ci sono ovviamente le lezioni e, tra i corsi offerti, vi sono ovviamente corsi di difesa contro le arti oscure, divinazione e pozioni, mentre tra le attività ricreative non può certo mancare il famosissimo Quidditch.

Ed ora qualche informazione.
L’iscrizione a questo gioco di ruolo ha un costo che oscilla tra i 200 e i 300 euro, possono iscriversi giocatori dal tutto il mondo a patto che siano maggiorenni (alla prima edizione gli iscritti erano quasi 200 provenienti da 11 paesi diversi).
Le campagne durano quattro giorni e nel corso della partita ai giocatori vengono garantiti, oltre al vitto e all’alloggio, anche le divise, gli accessori e i libri di testo.
Maggiori informazioni sugli eventi e sulle modalità di iscrizione si possono trovare sul sito ufficiale del college e sulla sua pagina facebook.

*Jo

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Un racconto nel cassetto – Storie in viaggio

Raccolta dei racconti brevi che partecipano alla seconda edizione del concorso “Un racconto nel cassetto – Storie in viaggio”.
In questo album e sul sito web della pagina sarà possibile votare i propri racconti preferiti fino a domenica 24 settembre.
Vi ricordiamo che su Facebook è possibile votare solamente attraverso l’utilizzo del “like”, altre forme di apprezzamento non verranno calcolate nel conteggio finale dei voti.

 
 
Info&Regolamento

Link diretto alle storie in concorso:

Il canto dei Puffin

La passeggiata

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Magic Sahara

Radici

Rivoluzione in ritardo

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~ Rivoluzione in ritardo ~

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Domenica di luglio, la stazione di Riccione, un paio di binari che permettono i collegamenti essenziali con le città vicine, è un crocevia: un crogiolo dove si rimescolano pezzi di dialoghi, storie di vacanze e fughe di un giorno verso i caldi lidi romagnoli.
Stranamente gli sguardi dei presenti non si specchiano sugli schermi luminosi degli smartphones, ma guardano in alto verso un monitor su cui, arancio su nero, compaiono i treni in arrivo e il relativo binario.
I più sbuffano, in troppi bestemmiano, mentre i più disperati e risoluti prendono d’assalto la biglietteria esigendo risposte e soluzioni per tutti i problemi creati dal ritardo dei treni: Trenitalia non è nota per la sua puntualità svizzera, ma questa volta ha davvero esagerato.
Arriva un regionale, la direzione non importa basta partire e allontanarsi da questa città che odora di mare, sudore, ansia e nostalgia per il week end ormai finito. In un istante, la banchina della stazione si trasforma nel set di un film western, dove turisti accaldati e stanchi si avventano contro le porte del treno con la stessa ferocia di un esercito di banditi all’attacco del convoglio dei pionieri, manca solo la cavalleria e un regista pronto a gridare “STOP!” prima che la situazione degeneri. Qualche controllore, con l’aiuto di due capistazione e un paio di poliziotti, cerca di mantenere l’ordine e di garantire la discesa dei viaggiatori prima che la fiumana che cerca di scappare da Riccione li intrappoli fino alla fermata successiva.
Salire sul regionale diretto a Piacenza diventa una fatica giobbica e poco ci manca perché i passeggeri si arrampichino anche sul tetto dei vagoni, adottando una tecnica che in India non sembrerebbe né folle né sbagliata.
Poco a poco, treno dopo treno, la stazione comincia a svuotarsi e sui marciapiedi ormai vuoti, dove assenti svolazzano cartacce e biglietti stracciati, restano gli ultimi viaggiatori in attesa degli Intercity e delle Frecce.
Il tempo passa, il sole non si decide a calare e la fame comincia a dare i primi timidi morsi mentre l’altoparlante annuncia un ulteriore ritardo: cinquanta minuti, un’ora, un’ora e dieci.
Si ride per non piangere e si comincia a parlare della destinazione come di un’amante da cui si ha smania di tornare.
Finalmente il treno arriva e, malgrado la prenotazione, è difficile trovare un posto a sedere tra i passeggeri che sono saliti nonostante il biglietto diverso e quelli che sono stati spostati dalle carrozze in cui non funziona l’aria condizionata.
Finalmente si parte e anche gli ultimi si lasciano cadere sfiniti sui sedili, cercando di ritagliarsi uno spazio tra le borse e i passeggeri più invadenti.
Una madre, andando contro il suo istinto materno, relega il figlio nel vano tra le due carrozze e fa accomodare tra le gambe il cucciolo di labrador che, a suo dire, è stressato e ha bisogno della frescura dell’aria condizionata.
Dall’altra parte del vagone due donne battibeccano per appropriarsi del posto a sedere: gesticolano furiose, sbraitano sorde l’una alle ragioni dell’altra. Alla fine una delle due si allontana impettita dall’avversaria ed esclama che, a differenza della contendente, lei è una signora che non si accapiglia per un sedile.
Il viaggio procede, alla stazione di Rimini salgono altri passeggeri e il copione si ripete più o meno uguale: chi ha un po’ di buon senso cerca posto altrove e si accomoda dove e come può, qualcun altro, agitando il proprio biglietto con la stessa veemenza e sicurezza con cui si impugna un contratto, costringe gli usurpatori a sloggiare per farlo sedere.
Il controllore attraversa spedito la carrozza, tenendo lo sguardo basso per evitare di rispondere alle domande dei passeggeri e di inciampare sulle borse abbandonate alla bene meglio tra i sedili e i tavolini ingombri. Se potesse diventerebbe invisibile, ma è solo un controllore di Trenitalia e la sua più grande preoccupazione è quella di non essere linciato dai viaggiatori innervositi dal ritardo.
La madre degenere, stringendo il suo cucciolo di labrador al petto, placca il povero controllore, che cerca inutilmente di sfuggire dalle sue grinfie e rassegnato sorbisce impotente le lamentele della donna, incassa le sue rimostranze e cerca in tutti i modi di contenere l’indignazione della signora che, cagnolino in braccio, continua a lamentarsi del caldo, della gente e di altre scomodità su cui persino il Padre Eterno avrebbe ben poco potere.
Il treno frena bruscamente e il controllore se ne approfitta per riprendere la sua precipitosa ritirata verso la testa del treno.
Frattanto un nuovo problema si fa capolino tra i sedili e, stazione dopo stazione, l’aria all’interno della carrozza si fa sempre più pesante: complice il mix letale di “eau de sudor” e aria condizionata mal funzionante.
In pochi istanti la carrozza sembra trasformarsi in una serra dentro cui svolazzano decine di farfalle di carta colorata. Le vecchiette, con l’espressione di chi ne sa una più del diavolo, sfoderano i loro ventagli e iniziano pigramente a farsi aria, mentre i più giovani ed impreparati improvvisano un ventaglio con quello che trovano: pezzi di carta, biglietti del treno o pagine di una rivista. Per alcuni minuti il rumore di carta svolazzante copre il mormorio sommesso della carrozza, ma è una tregua che dura poco; solo le vecchiette, complice il decennale allenamento della messa domenicale, continuano a sventolarsi con nonchalance e a guardarsi intorno con espressione beffarda.
La stazione di Bologna è ancora lontana e il nervosismo comincia ad essere palpabile: i sedili, così tanto agognati e duramente conquistati, cominciano ad essere stretti e i più impazienti cominciano a scalpitare irrequieti e a lamentarsi più rumorosamente.
Prima che qualcuno possa stemperare la tensione, i luoghi comuni cominciano a concatenarsi in una lunga catena di lamentele tutte volte a rimarcare i numerosi problemi di un paese che sogna in grande, ma campa di stenti.
I più esagitati, quelli confinati su quei vagoni già dalle prime ore del pomeriggio, cominciano a parlare di rivoluzione e le loro idee trovano subito l’appoggio dei vicini di posto che annuiscono compiaciuti come religiosi intenti ad ascoltare una confessione particolarmente interessante.
La situazione comincia a farsi claustrofobica anche per me e, per non essere contagiata dalle idee sovversive dei miei compagni di viaggio, decido di alzarmi e dirigermi verso il vagone bar per prendere una bottiglia d’acqua.
Lungo la strada incrocio il controllore che, per evitare l’ennesimo interrogatorio, mi sfila accanto sempre tenendo lo sguardo basso, per poi cambiare atteggiamento alla mia richiesta cortese e pacata di un sorso d’acqua. Con rinnovata cortesia e speranza nel genere umano, il controllore mi accompagna fino ad un vano tra due carrozze dove a mo’ di barricata (il primo goffo tentativo di rivoluzione?) sono stati abbandonati scatoloni pieni e vuoti.
Mi metto a rovistare tra i sacchetti e i cartoni accatastati, fino a quando, dopo l’ennesima scatola mal piegata, non trovo delle buste di carta traboccanti di generi di conforto quali acqua, biscotti, succo di frutta, fazzolettini e salviette.
La rivoluzione può ancora essere fermata.
Senza pensarci due volte afferro tutti i sacchetti che riesco e torno alla mia carrozza dove inizio a distribuirli.
Improvvisamente mi sento protagonista di un miracolo moderno: una parabola che parla di un treno in ritardo, un popolo in viaggio e dell’eletta che diede loro Oreo e succhi di frutta per affrontare l’esodo.
Il mio buon senso mi impedisce di diventare blasfema e con alcuni compagni di viaggio faccio la spola tra le scorte e il vagone per distribuire a ciascuno il suo sacchetto, condendo lo smistamento con le fantomatiche scuse di Trenitalia. Fortunatamente la fame e la stanchezza fanno sì che nessuno abbia voglia di fare domande e tutti accettano la loro busta di viveri senza questionare sul fatto che una “civile” aiuti il personale di bordo.
A Bologna il treno si svuota e io resto sola con la mia razione di Oreo e il mio libro.
Il vagone è ormai vuoto e la pace è tornata a regnare tra i sedili abbandonati.
A Rovigo i miei compagni di viaggio si contano sulle dita di una mano e, per mia fortuna, nessuno ha voglia di parlare o di lamentarsi: hanno tutti troppo sonno per reagire alla noia e alla stanchezza.
Il libro sul tavolino davanti a me resta chiuso e in silenzio osservo il tramonto sfilare al di là del finestrino, mentre questo treno corre sempre più sicuro e rapido verso oriente andando incontro alla notte.
Una freccia scagliata verso la luna: contro la culla dei sogni e delle fantasie.
Per un attimo il mio animo poetico sembra risvegliarsi e, prima che l’immagine si dissolva davanti ai miei occhi, la segno sul mio blocco per poi lasciare cadere la matita accanto alle pagine ancora intonse.
La mia razione di Oreo è ormai finita e, per non abbuffarmi, mi limito a piluccare le briciole che si sono incastrate tra le pieghe dell’incarto.
Ora che ci penso, qualche biscotto in più non mi dispiacerebbe e, riflettendoci ancora meglio, credo proprio di essermi guadagnata una razione extra di Oreo: dopotutto ho impedito lo scoppio di una rivoluzione.
Ciondolante e affamata mi trascino fino al vagone dove ho trovato i primi sacchetti ma, con mio grosso dispiacere, scopro che qualcuno ha già provveduto a fare razzia, lasciando nei sacchetti i succhi di frutta alla pera.
Delusa torno al mio scomparto, certa di trovarlo nella stessa pigra quiete in cui l’ho lasciato appena pochi secondi prima, ma mi basta aprire la porta della mia carrozza per capire che anche questa mia aspettativa è destinata ad essere delusa.
Attorno ad un sedile un capannello di viaggiatori discute animatamente e, al vedermi, uno di loro si volta verso di me.
“Tu sei mai andata a Venezia in treno?” mi chiede con la stessa urgenza con cui si chiede chi sa praticare un massaggio cardiaco.
“Sì, io ci vivo a Venezia”.
“È vero che a Mestre il treno si divide e che una parte va a Venezia mentre l’altra va a Trieste?”
La rosea visione di Venezia e del mio letto viene bruscamente offuscata dalla raccapricciante immagine di un treno che, come Centipede*, si frammenta in due incurante dei passeggeri che scappano da una carrozza all’altra.
“Questa ragazza dice che è così, che dividono il treno. Ha detto che è un sergente dell’esercito e che vive a Venezia!”
Prima di rispondere alla mia compagna di viaggio, mi fermo ad osservare la militare davanti a me riflettendo sulle conseguenze a cui andrei incontro contraddicendo un’ufficiale dell’esercito italiano e, alla fine, decido di dare fondo a tutte le mie scarse capacità di mediazione per scongiurare il pericolo senza smentire il sergente.
Sono convinta che, tra una sfilata e l’altra, il controllore ci avrebbe avvertito dell’imminente mitosi del treno, ma per essere certa decido di risolvere il problema alla radice rivolgendomi al capotreno e, siccome la mia voglia di Oreo non si è ancora esaurita, ne approfitto per chiedergli se è rimasta qualche sporta di viveri.
Ancora una volta il karma, o chi per lui, decide di premiare il mio senso civico e vengo premiata con scorte da cui nessuno ha tolto i biscotti.
Per mia sfortuna non ho la borsa con me e a malincuore sono costretta a tornarmene a mani vuote nella mia carrozza, che alla stazione di Mestre si svuota completamente lasciandomi libera di agire e fare razzia.
Arrivata a Venezia scendo dal treno con la stessa frettolosa disperazione di un naufrago che, dopo mille peripezie, riesce finalmente a raggiungere la terra ferma e guardando gli ultimi passeggeri scendere dal treno noto che il mio è un sentimento condiviso.
Mi sistemo meglio la borsa a tracolla, cercando di non far scricchiolare troppo i tubi di Oreo mentre passo accanto al controllore e lo saluto con un sorriso e un cordiale “Grazie e buona notte.”
Da qualche parte sento la mia coscienza rimproverarmi per quel furto di biscotti, ma per quella sera decido di non darle ascolto: penserò domani a spiegarle che, avendo sventato un colpo di stato, qualche pacco di biscotti è un compenso più che giusto.
Lentamente mi trascino fino all’embarcadero e abbandono sulla panchina deserta la borsa e la valigia, per poi uscire e controllare l’orario del prossimo battello.
In alto, su un monitor nero, una striscia arancione lampeggia beffarda.
“SERVIZIO SOSPESO CAUSA ACQUA ALTA”.

*Centipede è un videogioco arcade di genere sparatutto in cui il giocatore deve difendersi da un centopiedi e da altri artropodi da giardino.

Annrose Jones

 

 

 

 

Ti è piaciuto questo racconto?
Faccelo sapere votandolo sul nostro sito o andando sulla nostra pagina Facebook. Nell’album “Un racconto nel cassetto – Storie in viaggio” trovi questo e tutti i racconti brevi che partecipano al concorso.

 

 

~ Il canto dei Puffin ~

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Ogni riferimento a persone o fatti realmente accaduti è puramente voluto.
Ebbe luogo, nel lontano agosto del 2008, un viaggio che aveva lo scopo di mostrare a due giovanotti di 12 e 13 anni una parte del globo ancora interamente tra le mani di madre natura. Un idilliaco paradiso nordico in cui animali dal nome delicato ed evocativo avevano dimora da millenni.
L’isola dei Puffin.
Ora, sono certa che ce l’avesse un nome e che si trovasse in Norvegia e non mi interessa se tutte le ricerche condotte in internet a riguardo mi abbiano riportato ad un’isoletta vicino all’Islanda: faranno fede i miei vividi (più o meno) ricordi.
Ma partiamo dall’inizio.
Io, i miei genitori e mio cugino eravamo in crociera ed era giunto il fatidico giorno della visita all’isola dei Puffin.
Gli inserti pubblicitari di quella specifica gita sembravano vergati dalla mano di un poeta: i paesaggi erano descritti con parole altisonanti, probabilmente in disuso dal 1800; l’esperienza che ci accingevamo a vivere era unica ed irripetibile.
Immagino ci dovesse essere una profezia a riguardo, sicuramente, perché una così alta concentrazione di bellezze naturali non poteva non portare con sé la minaccia di non ripetersi per altri 10.000 (diecimila) anni.
Era davvero un’ottima pubblicità che lasciava al pubblico un certo grado di mistero.
Non potevamo non usufruire di quella fortunata coincidenza astrale e terrena.
Dunque, come dicevo, era giunto il giorno della partenza per la gita miracolosa che ci avrebbe portati a vedere i volatili più belli dell’universo.
Arrivati al punto di ritrovo, mentre aspettavamo l’autobus, una sola domanda aleggiava tra i presenti: cosa sono i Puffin?
All’epoca non esisteva ancora il roaming internazionale, i cellulari non avevano internet e l’unico modo per cercare una foto di un adorabile Puffin, o almeno la traduzione del suo nome, era accedere ad uno dei computer fissi presenti sulla nave, pagare e fare la ricerca in internet.
Le aspettative erano alte, la tensione palpabile.
Una vecchia signora, che chiameremo affettuosamente “Signora Joy Fun Travel”, spezzò il silenzio che si era formato nell’attesa del pullman e della guida.
Non ricordo le esatte parole, ma non potrei mai dimenticare la sensazione di smarrimento che provai nell’udire la frase:
– Qui a quanti metri siamo sul livello del mare?
Guardai la nave dalla quale eravamo appena scesi. Guardai la signora Joy Fun Travel e mi chiesi quale intelligenza superiore dovesse averla in quel momento ispirata per porre una domanda cui nessun altro mai (e chissà perché, eh?) aveva pensato.
Non trovò risposta, evidentemente nessuno di noi era abbastanza bravo a calcolare i centimetri ad occhio per dirglielo.
Fortunatamente, a spezzare l’imbarazzo creatosi dopo quella domanda troppo intelligente, fu la guida.
La guida incarnava tutto ciò che una tipica bellezza nordica non sarebbe dovuta essere: era cinese.
La salvatrice ci fece salire sull’autobus e tutti insieme partimmo. La meta? Un secondo porto dal quale avremmo preso la piccola barca rossa che solcava il mare del nord verso l’isola dei Puffin.
Durante il viaggio ottenemmo anche la risposta alla domanda “cosa sono i Puffin”.
Salendo, infatti, tutti quanti potemmo notare che seduto sulla prima fila di sedili e con la cintura di sicurezza ben allacciata, c’era un enorme peluche di una pulcinella di mare.
No, non poteva essere un Puffin, cercammo di consolarci tra di noi.
Non potevamo essere andati a vedere un’isola piena di semplicissime pulcinelle di mare.
Sull’autobus, i più bravi in inglese cercarono di convincere noialtri che i due nomi (Puffin e Pulcinella di mare) erano troppo diversi per rappresentare il medesimo uccello: quel peluche doveva solo essere il portafortuna dell’autista.
E invece no.
Non so dove avessero preso la laurea quei geniacci, ma i Puffin sono assolutamente, totalmente, inequivocabilmente delle pulcinelle di mare.
Rassegnati al nostro destino e con un certo imbarazzo, cercammo di fingerci entusiasti di quella scoperta. La nostra guida, molto cinese e poco norvegese, cercava di raccontarci, in un pessimo inglese, quali prodezze potevano compiere quei pennuti simili a pinguini ma dal nome più bizzarro ancora.
Il falso entusiasmo si trasformò in speranza nel vedere la barchetta sulla quale saremmo dovuti salire: somigliava a un piccolissimo battello di colore rosso che prometteva davvero tante avventure.
E infatti, arrivarono.
La navigazione per raggiungere l’isola dei Puffin (o meglio chiamarle Puffinelle di mare?) sarebbe durata all’incirca un’ora. Forse durò meno, ma me la ricordo abbastanza lunga e soprattutto agitata.
Il mare del nord sembrava voler a tutti i costi impedire a noi impavidi viaggiatori di raggiungere la meravigliosa isola dei Puffin. Era come se volesse tener lontano l’occhio umano da quell’incontaminato paradiso naturale; sottrarre l’isola alla mera logica economica dell’uomo occidentale che rende tutto, anche la perla più preziosa, oggetto del suo consumismo sfrenato.
Con il senno di poi, ritengo che il mare del nord desiderasse solo farci naufragare per risparmiarci una cocente delusione.
Devo sottolineare che durante il tragitto era data la possibilità ai naviganti di scendere sottocoperta e prendere un bicchierino-di-plastica di tè e qualche biscottino, ovviamente a pagamento.
E’ vero che era agosto, ma in Norvegia fa freddo comunque, quindi io e mio cugino decidemmo di godere di quella piccola dolcezza e, dopo aver costretto a pagare due turisti che volevano fare i furbetti, ci accingemmo a consumare il nostro tè.
Ora: io non soffro il mal di mare, lui, sì.
Con la stessa velocità di un battito d’ala di farfalla, il colorito di mio cugino passò da rosa intenso a verde oliva marcia e io ebbi la sensazione che anche la sua vita avrebbe avuto la medesima durata di quella dell’insetto.
A ciò si aggiunse che il tempo peggiorò. La barca si era fermata nei pressi dell’isoletta dei Puffin: uno scoglio senza vegetazione, non più largo di un paio di metri quadrati, e all’apparenza assolutamente privo di Puffin!
Le onde si inasprirono portando la barca a oscillare pericolosamente prima a destra e poi a sinistra, aggravando la nausea del mio povero cuginetto (io dovevo avere uno stomaco di ferro perché gridavo “wiii” correndo da una parte all’altra del ponte seguendo le onde) e mettendo a dura prova i nervi di tutti gli altri passeggeri.
Alle mie grida di giubilo si unirono quelle della guida che cominciò ad indicare un preciso punto dello scoglio sul quale, a suo avviso, era appena comparso un Puffin.
Immagino che tutti gli altri passeggeri fossero troppo occupati a pregare affinché la barca non si ribaltasse per poterlo notare, perché nessuno di noi lo vide.
Quello fu il solo avvistamento.
Per tutto il resto del tempo, la guida continuò a invitarci ad ascoltare il meraviglioso canto del Puffin (che poi immagino fossero le mie grida di gioia ad ogni onda).
Per quanto mi riguarda, fu davvero una gita stupenda, superiore ad ogni mia più rosea aspettativa: oltre ad avere un motivo per prendere un po’ in giro mio cugino, adesso ho un vero e proprio mistero da risolvere.
Dove diavolo sono finiti i Puffin dell’isola dei Puffin?

Rossana Omodeo Zorini

 

 

 

 

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~ La passeggiata ~

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Dietro una curva, l’asfalto bruno non ancora luccicante e tremolante per il caldo, fa da sfondo alla passeggiata mattutina, o meglio, alla prima caccia dal sorgere del sole, di due leoni scortanti di malavoglia due leonesse con le orecchie e i baffi in attesa di cogliere qualche movimento significativo nel bush immobile.
Ci avviciniamo a motore al minimo, il maschio più anziano sembra un sultano che guarda dall’alto il suo harem, ma è stanco e un momento dopo si stende sul manto d’asfalto attendendo un cenno delle femmine.
Sempre con il motore al minimo sorpassiamo i maschi e ci posizioniamo un tratto più avanti, anticipando le leonesse che procedono a passo rilassato sulla strada.
Fermiamo il motore e nel silenzio mattutino della boscaglia, interrotto solo dal richiamo degli uccelli sugli alberi, attendiamo che gli animali ci sorpassino per goderci la loro vicinanza.
Le zampe feline si appoggiano sulla strada senza un rumore, con eleganza, come se fossero dei cuscini di piume che si appoggiano su un divano, i corpi affusolati si muovono in una danza speciale, senza musica, con le criniere appena mosse dalla brezza e le code dondolanti a ritmo sincopato.
Il mio finestrino è spalancato ed io, con la mia macchina fotografica pronta a scattare, resto appiccicata al vano libero godendomi la fragranza mattutina del bush.
Eccoli che arrivano, davanti le due femmine, con le orecchie in movimento e le narici frementi, dietro il maschio più giovane con la criniera appena un pò più scura della peluria da cucciolo e , dietro di lui, il vecchio sultano con la coda pigra che scaccia le mosche svogliatamente.
La prima leonessa si ferma alla nostra altezza, di fianco al furgoncino, mi basterebbe allungare la mano per toccarla.
Immobile, gira la testa verso la discesa al bush quasi a cercare un rumore che possa interessarla, con i baffi frementi nel lieve vento del mattino.
Ora la sua testa si gira verso di noi ed io mi trovo a fissare due occhi gialli, limpidi e crudeli, che sembrano frugarmi dentro, senza che nessun ostacolo si frapponga tra noi.
Il mio sopito istinto di sopravvivenza muove inconsciamente il mio stomaco che si chiude velocemente in un pugno rabbioso.
Le iridi gialle sono finite dentro le mie e le incatenano con una strana malìa che mi impedisce di muovere anche un solo muscolo.
Lei è la cacciatrice ed io sono la preda, lei è la dominatrice e io colei che è dominata, lei è libera e io sono in gabbia, lei è l’Africa e io la spettatrice.
E’ tutto finito, con uno scatto sono tornati nella boscaglia, lontano da noi e dalla nostra curiosità.
Gli arbusti si chiudono alle loro spalle e il loro manto marrone chiaro già li mimetizza completamente al paesaggio, sono diventati invisibili a noi e alle loro future prede.
Un raggio di sole nascente spezza l’incanto dell’intreccio di ombre sui rami di un baobab, filtrando da una nube passeggera nell’alba chiara di un giallo mattino africano.

Monica Barzaghi

 

 

 

 

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