“Tu lo dici”: espressioni più o meno note di origine biblica

Il valore culturale, oltre che spirituale, della Bibbia è immenso: le vicende legate a questo libro si intrecciano continuamente a doppio filo con la storia europea. Prendendo ad esempio la cultura italiana, gli esempi che testimoniano il contributo dato dalla religione cristiana all’arte, alla letteratura e, sì, anche alla lingua di tutti i giorni sono innumerevoli.
Si parla, appunto, di lingua: spesso usiamo, persino senza accorgercene e senza conoscerne il vero significato, modi di dire ispirati a personaggi o situazioni di origine biblica e talvolta ci spingiamo persino a citare interi versetti parola per parola.
In occasione della Santa Pasqua, abbiamo deciso di portare sul nostro blog i modi di dire e le locuzioni più bizzarre che l’italiano ha estrapolato dalla Bibbia. Pronti? Allora iniziamo.

Modi di dire sulla croce:
Mettere in croce/ crocifiggere qualcuno: il termine è un chiaro riferimento alla crocifissione di Gesù, ma il suo significato non è esclusivamente legato alle vicende della Passione di Cristo. Anticamente il supplizio della crocifissione era una pena riservata ai criminali della peggior risma che quindi, per le logiche di allora, meritavano una morte lenta ed estremamente dolorosa. Essere crocifissi era sia un castigo che un’umiliazione e questa accezione sopravvive ancora oggi in questa locuzione utilizzata per descrivere chi perseguita, spesso senza un valido motivo, qualcun altro schernendolo pubblicamente anche in maniera pesante e volutamente offensiva.
Essere la croce di qualcuno: altra locuzione strettamente legata all’episodio della crocifissione, questo modo di dire si può riferire tanto ad una cosa quanto ad una persona che è, per noi o per qualcun altro, fonte di sofferenza o di dolore fisico, psicologico o spirituale.
Croce e delizia: anche in questo caso il riferimento biblico è evidente, ma a differenza della locuzione precedente, che ha solo accezione negativa, in questo caso l’accostamento dei due termini indica qualcosa che è al contempo origine di gioia e di sofferenza/preoccupazione.
Metterci una croce sopra: contrariamente alle espressioni sopraelencate, quest’ultima non ha nulla a che vedere con il Vangelo della Passione, almeno non in senso stretto. Questa frase viene utilizzata quando si vuole chiudere i conti con qualcosa/qualcuno o, ancora, per definire definitivamente chiusa una faccenda; l’origine di questo detto è incerta, ma sono due le versioni più accreditate: la prima deriva dall’usanza di tracciare una croce “X” sui crediti che non si potevano recuperare. La seconda, invece, dal fatto che considerando “morta e sepolta” una determinata questione l’unica cosa che resta da fare sia metterci una croce sopra esattamente come se si trattasse di una tomba al cimitero.

Modi di dire biblici:
Essere un Giuda: questo modo di dire non ha bisogno di troppe spiegazioni, ad ogni modo questa locuzione descrive l’atteggiamento di chi si finge amico di qualcuno e, allo stesso tempo, trama alle sue spalle. Spesso a questa espressione si collega anche “bacio di Giuda” con un chiaro riferimento all’episodio evangelico (Lc 22,47-48)in cui, con un bacio, Giuda indica ai soldati chi è Gesù perché lo arrestino.
Essere come San Tommaso: anche nota come “se non vedo non credo“(Gv 20,25), l’apostolo Tommaso è passato alla storia per la sua incredulità e da allora tutti coloro che peccano di scetticismo esagerato vengono assimilati a lui.
Essere un buon samaritano: l’espressione è presa da una parabola (Lc 10,25-36) di Gesù in cui vengono raccontate le opere di bene compiute da un samaritano nei confronti di un uomo assalito da dei briganti. Alla base della parabola vi era, da parte di Gesù, l’intento di riscattare agli occhi del suo auditorium i samaritani: un’etnia disprezzata dai giudei perché aveva mescolato il proprio sangue con quello di altre popolazioni imbastardendo anche usi e costumi; oggigiorno, la locuzione sopravvive per indicare una persona attiva dal punto di vista sociale e politico e che mostra particolare interesse per gli ultimi e i più fragili. Spesso, commettendo un falso errore, il termine “cireneo” (Lc 23,26) viene utilizzato in sostituzione di questa locuzione: come già spiegato si tratta di un errore fatto in buona fede dal momento che, per quanto le due figure non coincidano, entrambe siano accumunate dallo slancio verso il prossimo
Essere un filisteo: la storia dei Filistei si perde nella notte dei tempi e di loro non si sa gran che se non che erano gli antichi abitanti della Palestina e avevano pessimi rapporti con i Giudei; a partire dal 1600 il termine filisteo venne adottato, con significato negativo, per definire i borghesi e, da allora, questa locuzione è rimasta per indicare chi ha un atteggiamento chiuso/refrattario nei confronti delle novità, che preferisce conformarsi o che, ancora, ha interessi limitati e non si dimostra interessato ad ampliarli.
Il giudizio di Salomone: la fama di re Salomone non è circoscritta alla Bibbia, anzi, questo personaggio biblico compare anche nella mitologia islamica. Molte sono le doti e i poteri attribuiti a Salomone, prima fra tutte la sua saggezza, ma sopra ogni cosa egli rappresenta il sovrano (o capo di stato) per eccellenza. L’espressione “giudizio di Salomone” trae origine da un episodio narrato nel Libro dei Re considerato emblematico della sapienza del sovrano: due donne rivendicavano entrambe la maternità di un neonato, non sapendo a chi affidare il bambino, re Salomone decretò che venisse tagliato a metà in modo che entrambe le donne ne avessero un pezzo; la madre del bambino, a quel verdetto, acconsentì a lasciare la creatura alla rivale permettendo al sovrano di riconoscere in lei la vera madre. Nel parlato comune, soprattutto in campo giuridico, l’espressione viene utilizzata per riferirsi a questioni risolte dividendo a metà l’oggetto conteso tra le parti.
Essere come Salomone/salomonici: sempre collegato al sovrano biblico e alla sua straordinaria saggezza, questo modo di dire può avere connotati tanto positivi quanto negativi dal momento che può indicare sia una persona assennata e giusta, che qualcuno che agisce in maniera fin troppo rigida.
La pazienza di Giobbe: nella Bibbia Giobbe è uno di quei personaggi a cui, senza rischiare di essere blasfemi, non gliene va dritta una: perde i propri averi, i figli, la stima di amici e conoscenti, e, da ultima, anche la salute; ma nonostante ciò, la sua fede in Dio non vacilla. La perseveranza di questo personaggio biblico ha ispirato la locuzione “la pazienza di Giobbe” che viene utilizza, a volte anche in maniera ironica, per descrivere situazioni/faccende che richiedono tanto tempo e pazienza, ma anche per indicare l’atteggiamento resiliente di chi non si lasci abbattere dalle difficoltà e continua a perseguire i propri scopi.

Sulla punta del… versetto
Chi è senza peccato: questo modo di dire è preso dal vangelo secondo Giovanni quando Gesù allontana da una donna sorpresa in adulterio gli uomini che volevano lapidarla (Gv 8,4-11). Nel testo, Gesù ammonisce chi vuole farsi giudice e giustiziere verso il prossimo e tale avvertimento resta anche nell’uso che ne si fa ogni giorno quando, ripetendo le stesse parole di Gesù, si invita a non giudicare troppo aspramente il prossimo dal momento che tutti sbagliano e nessuno è perfetto. La frase va poi a braccetto con un versetto preso da un altro episodio dal vangelo di Matteo, che invita a correggere i propri cattivi comportamenti prima di voler “aggiustare” ciò che a nostro giudizio non va negli altri.
Alzati e cammina!: erronaemente assimilato con l’episodio della resurrezione di Lazzaro (Gv 11,43), questo modo di dire deriva da un episodio narrato sempre nel vangelo di Giovanni (Gv 5,1-8) durante il quale Gesù guarisce un paralitico che torna così a camminare sulle sue proprie gambe. Oggigiorno questa esortazione viene usata prevalentemente in maniera ironica per intimare a qualcuno di muoversi, di non tergiversare o continuare a poltrire.
Pietra di inciampo: tutti hanno sentito parlare, almeno una volta, delle Pietre di inciampo: si tratta di sampietrini d’ottone che, dagli anni 90, l’artista e attivista tedesco Gunter Demnig pianta nelle strade e piazze d’europa davanti ad abitazioni, rifugi o luoghi in cui abbiano vissuto o perso la vita persone vittime del nazisfascimo. Ad oggi, ne ha installate oltre cinquantamila! Queste pietre, poste solitamente in rilievo rispetto al manto stradale, sono posizionate in modo che i passanti inciampino in esse accorgendosi così, volenti o nolenti, della loro presenza e il nome di questa iniziativa è stato ispirato da un passo del Nuovo Testamento. Tanto nell’Antico quanto nel Nuovo Testamento sono molti i riferimenti alla pietra: Simone viene ribattezzato Pietro da Gesù perché “su questa pietra edificherò la mia chiesa” e Gesù, in un altro passo del vangelo, parla della “pietra scartata” diventata testata d’angolo. Il riferimento evangelico scelto da Deming per battezzare la propria iniziativa è preso dalla Lettera ai Romani in cui è Gesù stesso ad essere paragonato ad una pietra d’inciampo che è motivo di scandalo (=noia), ma in cui è, in un certo senso, necessario inciampare per poter riscuotere la coscienza: lo stesso messaggio trasmesso dalle Pietre di inciampo di Deming che non solo omaggiano uomini e donne, ragazzi e ragazze considerati pietre di inciampo dal regime nazifascista, ma intendono essere un monito e un esempio per le generazioni presenti e future affinché non si abbassi mai la guardia davanti al pericolo di nuove dittature e eclatanti violazioni della dignità e della libertà.

Speriamo che questo brevissimo excursus tra i modi di dire di origine cristiana vi avvia incuriositi. Siamo certe che ne abbiate usato almeno uno o due nella vostra vita, però ci piacerebbe sapere quale tra questi è, in assoluto, il vostro preferito.

*Jo

Mostri e creature d’Irlanda

Che cosa hanno in comune banshee, selkies, kelpie, leprecauni e changeling? Alcune di queste creature abbiamo imparato a conoscerle grazie a serie letterarie e cinematografiche di successo, altre, invece, le abbiamo sentite nominare in qualche racconto le cui radici si perdono nella notte dei tempi. In questo articolo vogliamo raccontarvi un po’ di loro: le creature che popolano l’immaginario irlandese.

Dullahan
Tutti, almeno una volta nella vita, hanno sentito parlare del temibile cavaliere senza testa: nelle leggende tedesche si tratta di un cacciatore, spesso intento a suonare il suo corno, accompagnato da una muta di cani; in quelle statunitensi è un cavaliere errante alla furiosa ricerca della propria testa che ha sostituito con una zucca intagliata; in quella irlandese è addirittura identificato con l’incarnazione del dio Crom Dubh.
Dullahan è una creatura che porta la propria testa in braccio o sotto la coscia, e che viaggia in groppa ad un cavallo senza testa. Possiede una frusta che si dice essere fatta dalla spina dorsale di un essere umano e ovunque egli smetta di cavalcare, così si dice, qualcuno deve morire. Dullahan chiama, con una voce possente e spettrale, il nome di una persona e quella d’improvviso muore; quando cavalca e non porta morte, sul suo volto è disegnato un sorriso così largo da attraversargli l’intera faccia. 
Sebbene possa sembrare una creatura terrificante, esiste un modo per sconfiggere Dullahan: gli oggetti dorati. Suona strano lo so, ma indossare oggetti in oro o metterne uno sul suo cammino obbligherà Dullahan a scomparire.

Selkie
La leggenda delle (o dei) Selkie è molto particolare. Secondo le popolazioni nordiche, infatti, le foche non sono semplici animali: una volta che raggiungono la terraferma possono togliersi la pelle e diventare esseri umani.
Sono creature innocue, anche se i maschi di Selkie vengono a volte ritenuti in grado di scatenare tempeste e causare naufragi, che spesso vivono assieme agli esseri umani. Nella maggioranza delle leggende, le Selkie sono donne cui viene rubata la magica pelle che permette loro di tramutarsi e sono costrette a restare sulla terra ferma; spesso sono anche obbligate a sposare l’uomo che ha commesso il furto. In queste storie, però, per il ladro non ha mai un lieto fine: che sia lenta o veloce, la vendetta della Selkie arriverà sempre, perché se c’è una cosa che nessuno deve fare in Irlanda o in Scozia è proprio rubare la sua pelle. Non so a voi, ma a me queste leggende fanno pensare una cosa ben precisa.

Leprecauno
Sicuramente, il Leprecauno è la creatura più famosa della mitologia irlandese. Non si sa dove derivi il nome di questo folletto: il Collins english Dictionary deriva il nome dalla parola gaelica leipreachán che vuol dire “piccolo spirito”, mentre l’Oxford English Dictionary ritiene che derivi da leath bhrógan ossia “ciabattino”.
Se sull’etimologia due colossi della lingua non riescono a mettersi d’accordo, chiare sono invece le origini della creatura stessa. I Leprecauni sono considerati parte del popolo fatato e la tradizione vuole che abitassero l’isola ben prima dell’arrivo dei Celti tanto che la costruzione dei “cerchi magici” di epoca preceltica è imputata proprio a loro. In origine, i Leprecauni erano caratterizzati da un abbigliamento rosso intenso e non verde come invece vengono rappresentati adesso: la descrizione sembra essere cambiata nel XX secolo, anche se nessuno sa dare una ragione a queste modifiche.
I Leprecauni sono creature innocue, spesso rappresentate come anziani ometti dediti agli scherzi e alle burle, sono molto acuti e scaltri. La leggenda vuole che siano molto ricchi e che i loro tesori possano essere trovati solo da chi riesce a catturare un Leprecauno e interrogarlo con domande molto specifiche. C’è solo un problema: sebbene i Leprecauni non possano scappare se li si guarda fissi, basta distrarsi un secondo perché essi svaniscano nel nulla. Per questo si dice che i loro tesori siano nascosti alla fine dell’arcobaleno: è solo un modo come un altro per dire che sono introvabili.

Puca
Si dice che i Puca possano essere sia malevoli sia benevoli, che abbiano il manto bianco o nero e che siano in grado di cambiare forma. Sebbene solitamente prendano la forma di animali piuttosto comuni (come lepri, capre, gatti o cani), talvolta possono assumere una forma umanoide che però includa vari tratti animaleschi come lunghe orecchie o una coda.
Nella sua rappresentazione più amichevole, il Puca è d’aiuto nelle fattorie oppure interviene per aiutare gli esseri umani prima che accada loro qualcosa di terribile. Quando invece è rappresentato come creatura maligna, si dice che convinca i passanti a salire sulla sua groppa per poi portarli in una corsa terrificante e senza senso che finisce là dove era cominciata senza che niente di davvero terribile, però, accada al suo cavaliere.

Changeling
Le rappresentazioni dei Changeling nella cultura di massa sono pressoché infinite e sembra che questa creatura non smetta mai di stimolare la fantasia di registi, scrittori o giocatori di ruolo. Ma cosa sono i Changeling secondo la mitologia irlandese? Si tratta di neonati fatati sostituiti a neonati umani nella culla.
Esistono, nelle leggende irlandesi, diversi modi per distinguere un neonato umano da un changeling: per esempio, il changeling non cresce in modo “normale” come gli altri bambini, è molto più intelligente di quanto dovrebbe essere e in qualche caso ha comportamenti anomali come per esempio una parlantina precoce.
Al giorno d’oggi, la comunità medica crede che le storie riguardanti i changeling siano state inventate nel tentativo di spiegare e comprendere le nascite di bambini con deformità o disabilità.
*Volpe&Jo

Come fare una scheda libro: modelli e suggerimenti per studenti disperati

Tutti gli studenti, all’indomani del ritorno a scuola a settembre, devono cimentarsi in quello che, per molti, rappresenta l’aspetto più antipatico delle odiate e mal sopportate letture: la scheda libro.
Prerogativa dei compiti delle vacanze (estive ed invernali), le schede libro rappresentano per molti studenti uno scoglio e, in alcuni casi, una vera e propria scocciatura. Se, infatti, tutti sanno (almeno in teoria) come svolgere un esercizio di matematica o come scrivere un tema, quello delle schede libro resta un mondo di possibilità inesplorate ed ogni docente sembra avere un’idea più o meno precisa di come una scheda libro debba essere fatta.
Ecco alcuni consigli, ed aiuti, per fare una scheda libro ordinata e, soprattutto, coerente con i compiti assegnati dal vostro professore.

CHE COS’È UNA SCHEDA LIBRO? RECENSIONE VS SCHEDA LIBRO – Pensate alla scheda libro come ad una carta di identità. Su tutti i documenti più importanti sono riportati: il nome, il cognome, la data e il luogo di nascita e, in alcuni casi, informazioni come eventuali segni particolari o il tipo di veicoli che si è autorizzati a guidare.
Spesso confusa con una recensione grossolana di un libro, la scheda libro è, piuttosto, da intendersi come un documento in cui vengono elencate le informazioni principali di un determinato romanzo.
La recensione, che sia redatta da un professionista o da un recensore amatoriale, non si limita a elencare una serie di caratteristiche di una determinata opera ma, se ben fatta, scava tra le pieghe del testo evidenziando punti deboli e punti di forza di un romanzo. Sapere chi sia l’antagonista o quali prove debba affrontare il protagonista per riuscire nella sua impresa è, per un lettore esperto, un dato marginale rispetto ad altri elementi come l’originalità della trama, la caratterizzazione (= psicologia) dei personaggi o le descrizioni dell’ambientazione. Anche lo stile dell’autore è oggetto di studio delle recensioni così come è importante commentare una determinata opera anche in base al contesto storico in cui questa viene pubblicata (non letta!). Da ultimo, ma non meno importante, una recensione non è mai un giudizio tagliente su un’opera e quanto più è bravo un recensore, quanti più punti di forza e collegamenti con altre opere saprà trovare per invogliare altri lettori a cimentarsi con una determinata lettura.
La recensione non è mai un giudizio, ma sempre un commento e un consiglio. Al contrario, una scheda libro, lascia molto più spazio alle opinioni personali e permette al lettore di esprimere i propri pareri anche in maniera critica quando e se necessario.

– COME SI SCRIVE UNA SCHEDA LIBRO? Su questo punto esistono opinioni differenti e, nel passaggio dalle scuole elementari alle scuole medie prima e dalle scuole medie alle superiori poi, la scheda libro subisce delle leggere variazioni. Il primo consiglio è quello di non scrivere tutte le schede libro insieme e all’ultimo momento, ma di dedicarsi ad ogni scheda dopo aver finito un titolo in modo da essere sicuri di ricordare tutto. Se un libro dovesse essere particolarmente lungo o complicato, potete sempre prendere appunti su un foglio da tenere tra le pagine e usare le vostre annotazioni per compilare poi la scheda libro. Non esiste un formato ufficiale, ma tutte le schede libro, come i dati anagrafici di un documento di identità, si concentrano su alcuni dettagli fissi. Il primo passo da fare per iniziare a scrivere una scheda libro è rispondere ad alcune domande:
– Qual è il titolo del romanzo?
Domanda facile a cui tutti sanno rispondere senza troppo sforzo.
– Chi è l’autore?
Altra domanda piuttosto scontata.
– Chi è l’editore?
Come sopra.
– In che anno è stato pubblicato il romanzo?
Per rispondere bisogna, il più delle volte, sfogliare la prima pagina del libro dove troverete scritto, oltre al numero dell’edizione in vostro possesso, l’anno in cui è stato pubblicato il romanzo.
– Quante pagine ha il libro?
Questa informazione può sembrare scontata, ma in realtà è molto importante: prendere coscienza del “tempo” che un libro richiede per essere letto può aiutarvi, infatti, a scegliere con maggior criterio le vostre prossime letture. Soprattutto per i lettori neofiti, o poco abituati a leggere, muovere i primi passi tra titoli con un numero di pagine simile può aiutarli a prendere confidenza tanto con i libri quanto con le loro capacità di lettore.
– A quale genere appartiene il romanzo?
È un giallo o un fantasy? Racconta una storia d’amore o, piuttosto, le gesta di un personaggio storico? Ogni libro ha il proprio genere e, nonostante negli anni si siano creati sottogeneri e generi letterari ibridi, stabilire a che genere appartenga una determinata lettura è piuttosto facile. Dimostrare di avere capito il genere di un libro non prova soltanto che voi abbiate effettivamente letto quel romanzo, ma è anche un ottimo modo per scegliere le vostre letture future orientandovi verso quei titoli che, per tematiche, assomigliano ad un romanzo già letto che, magari, vi è rimasto nel cuore. In quest’ottica molto utili sono, almeno per iniziare, le saghe: serie di romanzi con sempre gli stessi protagonisti ed ambientazioni che, da un capitolo all’altro, presentano poche differenze.
– Chi sono i personaggi?
Chi è il protagonista e da chi viene aiutato nel corso della storia? Chi, invece, lo ostacola? I protagonisti sono il cuore e le braccia di una storia: sono loro, infatti, che con le loro scelte mandano avanti la trama e scrivono il finale di una storia. Come per le persone in carne ed ossa è importante conoscere il loro nome e cognome e, soprattutto, il loro ruolo a prescindere che sia quello del protagonista, della spalla o dell’antagonista. Tutti i personaggi sono necessari e vanno ricordati.
– Dove e quando è ambientata la storia?
L’ambientazione di una storia non è meno importante dei personaggi che la animano. Un libro senza contesto è come un palcoscenico senza fondali o come un film girato interamente in uno sgabuzzino dalle pareti grige. Stabilire dove una storia sia ambientata è, in genere, facile e, anche quando si ha tra le mani un fantasy, il nome del luogo viene sempre scritto. Più difficile può essere, invece, stabilire il quando. Anche in questo caso solo la lettura effettiva di un romanzo può aiutare a rispondere a questa domanda: se infatti per un fantasy è plausibile sia ambientato in un medioevo fantastico, per alcuni gialli o romanzi introspettivi può essere più arduo e sarà necessario intuire il quando dagli indizi nascosti tra le pagine. I personaggi utilizzano la tecnologia e conoscono i social network? Allora il romanzo potrà essere ambientato ai giorni nostri. Oppure, al contrario, scrivono con la penna d’oca e si spostano utilizzando il calesse? Probabilmente sarà necessario fare un salto indietro nel tempo di un paio di secoli.
– Di cosa parla la storia?
Il riassunto. Che cosa ci vuole? Esiste internet, no? Certo: esiste internet e lo sapete voi quanto i vostri insegnanti. Sarebbe davvero imbarazzante se, a settembre, la vostra scheda libro avesse lo stesso identico riassunto del vostro vicino di banco, non trovate? O se, per sbaglio, voi aveste copiato il riassunto proprio dal blog di recensioni gestito dal vostro insegnante di italiano! Scrivere il riassunto di un libro può sembrare difficile, certo, ma non è impossibile e, se avete risposto alle domande elencate qui sopra, avrete già metà del lavoro fatto. Che parole utilizzereste per riassumere ciò che avete fatto durante le vacanze? Descrivereste i posti che avete visitato e le persone con cui siete stati e, magari, un’avventura che avete vissuto o qualcosa che avete visto o fatto di particolare. Il riassunto di un libro si scrive nello stesso modo: chi sono i protagonisti e dove vivono? Cosa devono, o non devono, fare e perché? Quali avventure vivono? Come finisce il libro? A questa ultima domanda, in genere, è meglio non rispondere ma se vi piace fare spoiler allora sbizzarritevi!
– Come scrivere il commento?
Il commento è, forse, la parte più complicata della stesura di una scheda libro. In questa sezione vi si chiede, in genere, di esprimere la vostra opinione sul libro che avete letto. Se siete alle elementari e alle medie, in genere, esprimere o meno il proprio apprezzamento per un romanzo, portando magari qualche motivazione, è sufficiente ma cercate comunque di non sembrare banali: solo perché siete dei piccoli lettori non vuol dire che non dobbiate impegnarvi!
Alle medie, e ancora di più alle superiori, il mero giudizio non è più sufficiente e il commento deve essere un po’ più articolato: questo non significa che non siete liberi di poter o meno dire se un libro vi è piaciuto, ma tenete conto anche di altri dettagli. Se avete letto altri romanzi di un determinato autore, per esempio, può essere interessante fare un raffronto tra i vari titoli o, se lo scrittore appartiene ad una determinata corrente, paragonarlo a romanzieri simili a lui. L’importante è non esagerare: qualsiasi parola scriverete nel commento deve essere farina del vostro sacco o basterà poco per smascherarvi o trovare il sito da cui avete copiato una determinata analisi. Altro punto che il commento potrebbe toccare è la comunicabilità dell’opera: qual è il messaggio del libro? L’ho trovato interessante e valido? Sono riuscito ad empatizzare con i personaggi o, al contrario, mi hanno lasciato indifferente? La storia è credibile o sembra un susseguirsi disordinato di eventi?

Vi serve un altro piccolo aiuto? Allora cliccate qui e scaricate la nostra scheda libro compilabile!

*Jo

Cose che (forse) non sai sull’Italia

Per festeggiare il 75° anniversario della nascita della Repubblica Italiana, abbiamo pensato di raccontarvi qualche curiosità sull’Italia e gli italiani.

1. BIANCA, ROSSA E VERDE
Nato a Reggio Emilia nel gennaio del 1797, il tricolore italiano ha subito nel corso dei secoli numerose modifiche fino a prendere la forma di quello che non tutti conosciamo. Durante il Risorgimento, il tricolore, fregiato dallo scudo sabaudo, diventa l’incarnazione del verso di Mameli “[…]raccolgaci un’unica bandiera, una speme:” presente nella seconda strofa de Il Canto degli italiani. Al termine della seconda guerra mondiale e con la nascita della Repubblica Italiana, lo scudo sabaudo viene rimosso e il 24 marzo 1947 viene messa ai voti la foggia che il tricolore italiano dovrà assumere. Nell’articolo 12 della Costituzione Italiana si trova la descrizione ufficiale della bandiera: “La bandiera della Repubblica è il tricolore italiano: verde, bianco e rosso, a tre bande verticali di eguali dimensioni.”.
Spesso considerata una sorella minore della bandiera francese, il tricolore italiano ha spesso rischiato di essere confuso con altri colori cromaticamente simili come quello messicano e quello irlandese. Ma se sulle dimensioni e i colori la Costituzione si è espressa, il motivo per cui vennero scelti come colori il verde, il bianco e il rosso si perde nella storia tra miti, tradizioni ed interpretazioni. Senza dubbio, la spiegazione più bella la diede Domenico Modugno con la sua canzone dedicata al tricolore.

2. LA STELLA, LA RUOTA, L’ULIVO E LA QUERCIA
Due anni di lavoro, due concorsi pubblici e più di 800 bozzetti presentati da aristi professionisti e dilettanti: questi i numeri dietro all’emblema della Repubblica Italiana, che venne realizzato sul progetto di quello presentato da Paolo Paschetto.
Iisibile in tutti i palazzi pubblici e su tutti i documenti ufficiali (come la patente o la carta di identità), il simbolo della Repubblica Italiana è costituito da una stella, una ruota dentata e due rami di ulivo e di quercia.
Quercia e Ulivo: ulivi e querce sono particolarmente diffusi su tutto il territorio italiano e, a livello “superficiale”, richiamano la flora italiana; il ramo di ulivo è il simbolo per eccellenza della pace e incarna il desiderio di un futuro di pace e unità per l’Italia e il suo popolo. Il ramo di quercia, invece, rappresenta la dignità del popolo italiano e la sua forza: la quercia, infatti, è un albero resistente e particolarmente longevo.
La ruota dentata: la ruota dentata, simile ad un ingranaggio, è un riferimento all’articolo 1 della costituzione italiana “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro“; simboleggia, dunque, il lavoro e la laboriosità.
La stella: la stella è uno dei simboli italiani più antichi e già in età romana veniva posta sul capo di quella che poteva essere considerata la capostipite delle rappresentazioni dell’Italia.

3. PRIME DONNE
Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso. (articolo 3 della Costituzione Italiana)
Molte conquiste femminili sono state fatte da “prime donne” italiane: nel 1678 Elena Lucrezia Cornaro Piscopia fu la prima donna al mondo a laurearsi oggi, nel 2021, Samantha Cristoforetti è la prima donna a capo della Stazione Spaziale Internazionale. In questa parentesi lunga secoli, emergono impreditrici, editrici e fumettiste, ma anche combattenti ed attiviste, partigiane, politiche e vittime che hanno deciso di denunciare pratiche barbare e secolarizzate come quella del matrimonio riparatore. A queste donne sono dedicati i documentari La prima donna che realizzati dalla Rai e in onda tutti i giorni su Rai1 e, in differita, su Rai Play: pillole di tre minuti che confutano stereotipi sulle donne e su quali siano o meno i loro ambiti di competenza.
Purtroppo, nonostante questi bei primati, in Italia permane una cultura e una mentalità che discrimina pesantemente le donne. In ambito lavorativo: le donne hanno ricoprono raramente cariche importanti e, anche quando ciò accade, divario salariale è lampante. Fuori dal posto di lavoro, le donne italiane si scontrano con una politica che non protegge adeguatamente le vittime di stupro, e banalizza le molestie verbali tacciandole come “complimenti”. La violenza di genere è ancora una pratica diffusa: un tabù che le donne stesse, purtroppo, molto spesso non riescono a riconoscere e a denunciare.

4. IL BEL PAESE
Universalmente conosciuta come il Bel Paese, l’Italia attira ogni anno frotte di visitatori da ogni angolo del pianeta. Ma chi coniò questa espressione? Resa celebre dall’omonimo romanzo di Antonio Stoppani, l’espressione venne coniata da due delle tre corone della lingua italiana: Dante e Petrarca che, nei loro scritti, la utilizzarono come una “summa” che descrivesse in poche parole l’equilibrio e la bellezza di una terra ricca di storia e cultura, fregiata da paesaggi mozzafiato e cullata da un clime mite.
Un appellativo meritato? L’UNESCO sembra concordare con il Sommo Poeta e Petrarca: sono infatti 55 i siti italiani inclusi nel Patrimonio dell’Umanità a cui si aggiungono 11 beni immateriali. Nella lista troviamo montagne e spiagge, centri storici e edifici, non che tradizioni come l’opera dei Pupi e la dieta mediterranea.

5. AGGETTIVI ITALIANI
“Partenopeo”, “Polentone”, “Terrone”, “Gabibbo” sono solo alcuni degli aggettivi “italiani” più famosi e diffusi: piccoli stereotipi che, dietro una parola a volte, purtroppo, anche poco amichevole, cercano di immortalare l’atteggiamento di un popolo o le abitudini degli abitanti di una regione. Con simpatia e un po’ di ironia cerchiamo di raccontarvi l’origine di alcuni di essi.
L’aggettivo “partenopeo” è usato per riferirsi a Napoli, alle sue colorate genti e ai tifosi della squadra di calcio della città; l’etimologia del nome, come forse si può intuire dal suono, è greca e deriva dall’antico nome della città che era, appunto, Partènope; a chi, o cosa, facesse riferimento questo nome non è chiaro e, anche in questo caso, le interpretazioni divergono e si intrecciano con miti e leggende, poemi epici e favole.
Aggettivi coniati nel nord Italia, “terrone” e “gabibbo” sono termini nati con una forte connotazione dispregiativa che indicava i meridionali e gli stranieri. L’etimologia della parola “terrone” è legata alla terra e pone l’accento sulle origini spesso umili e contadine dei lavoratori che si spostavano dal sud Italia a Milano e nelle zone più industrializzate del nord. Meno famosa, invece, è l’origine della parola “gabibbo” resa celebre dal famoso personaggio Mediaset. Nata nel porto di Genova come storpiatura di un nome proprio di persona, la parola “gabibbo” veniva utilizzata per indicare i “non liguri” e, in senso più ampio, chi si spostava in Ligura per cercare lavoro.
Lungi dall’incassare soltanto, anche i “terroni” hanno negli anni trovato qualcosa con cui punzecchiare gli stacanovisti del nord Italia che, sopratutto se originari della Lombardia, venivano, e ancora oggi vengono, definiti “polentoni” per via del loro consumo smodato di polenta che, dal Piemonte al Friuli Venezia Giulia, accompagna molte delle ricette tipiche di queste regioni.
Oggi, fortunatamente, questi aggettivi hanno assunto una connotazione molto più amichevole e hanno perso quasi del tutto la loro carica negativa e dispregiativa.

6. AZZURRO
Tutti, soprattutto i frances…(scherzo), sanno chi siano gli azzurri e chi non segue né il calcio né le olimpiadi, sa che, quando si parla di azzurri, si parla di Italia. Le interpretazioni più poetiche parlano di un richiamo al mare e al cielo italiani, quelle più devote parlano di una dedica alla Vergine Maria; la verità è che, nonostante siano passati 75 anni dalla fine della monarchia, qualcosa del retaggio sabaudo è restato divenendo un simbolo non ufficiale della Repubblica Italiana. Nel linguaggio araldico il Blu Savoia indica il potere e il comando ed è per questo presente nello Stendardo del Presidente della Repubblica Italiana e in quello del Presidente del Consiglio dei Ministri. In tonalità più chiare e tendenti al blu è presente come una sciarpa azzurra nelle uniformi degli ufficiali delle forze armate e dei presidenti delle province italiane.

7. DIAMO I NUMERI
Tra record e “voti di incoraggiamento” ecco alcuni numeri “italiani”.
55 siti iscritti al Patrimonio dell’Umanità UNESCO a cui si aggiungono 11 beni immateriali per un totale di 66: un primato unico mondiale.
Altro primato mondiale detenuto dall’Italia è quello dei riconoscimenti DOP, IGP e STG: 23 tra vini, formaggi, preparati da forno ma anche frutta e verdura.
L’Italia è uno dei bacini di biodiversità più importanti del continente europeo: si tratta di specie autoctone, e aliene, di piante ed animali; un patrimonio non meno importante e fragile di quello artistico e culturale.
Gli azzurri della nazionale di calcio e della under 21 hanno vinto 4 mondiali e 5 europei, questi risultati vengono, tuttavia, eclissati dalle eccellenze italiane premiate con il premio nobel. Con i suoi 9 nobel (soprattutto per la fisiologia o medicina e la letteratura) l’Italia è nella top ten dei paesi che hanno ottenuto negli anni più riconoscimenti.
Secondo i dati ISTAT del 2018, la regione italiana con più siti culturali (musei, aree archeologiche, collezioni,…) è la Toscana, seguita da Emilia Romagna, Lombardia, Piemonte, Lazio e Veneto: si stima che, annualmente, il patrimonio artistico culturale italiano mobiliti quasi 130 milioni di visitatori.

*Devyani


I simboli della pasqua: storie e leggende sui simboli pasquali

La Santa Pasqua è la festa più importante della cristianità e viene celebrata al termine della quaresima: il periodo di digiuno ed astinenza che ricorda quello fatto da Gesù prima della sua passione e morte.
Come il Natale, o altre feste religiose cristiane e non, anche la pasqua ha i suoi simboli e, soprattutto in concomitanza con l’arrivo della primavera, nelle vetrine dei negozi cominciano a far capolino pulcini, gallinelle, coniglietti e uova decorate.
In questo articolo ho raccolto i simboli della pasqua: quelli più famosi, come il coniglio e il pulcino, e quelli meno conosciuti o misteriosi come il fuoco e la luna.

AGNELLO – La tradizione dell’agnello pasquale risale alla festa ebraica da cui la Pasqua cristiana è stata coniata. Prima che l’ultima piaga si abbattesse sull’Egitto uccidendo tutti i primigeniti maschi, Dio ordinò agli ebrei di procurarsi un agnello o un capretto, una volta compiuto un olocausto, di segnare con il sangue dell’animale lo stipite della porta così che, passando, l’angelo non avrebbe recato danno a quella famiglia. Per il popolo ebraico l’agnello, così mite ed indifeso, era l’animale sacrificale per eccellenza e Giovanni Battista, riconoscendo Gesù lungo le rive del Giordano, lo chiama “Agnello di Dio” per indicare quale sia la missione di Gesù e quale sarebbe stata la sua fine. L’agnello, presente molto spesso anche nel presepe e nelle rappresentazione della natività, è quindi un’allegoria di Gesù stesso che, umile ed ubbidiente, si consegna per essere crocifisso e portare la salvezza al mondo intero.

COLOMBA – Nella religione cristiana la colomba ha diversi significati e ricorre in più di un episodio della Sacra Bibbia: essa rappresenta lo Spirito Santo e, nell’Antico Testamento, era messaggera di buone notizie. Una colomba, infatti, annuncia a Noé la fine del diluvio universale e, recando con sé un ramoscello di ulivo, fa capire al profeta che la terra è tornata asciutta ed abitabile. La colomba, inoltre, è universalmente noto come uccello simbolo di pace e, anticamente, era sacro alla dea Venere. Ancora oggi, durante i matrimoni, molti sposi sono soliti liberare in volo una coppia di colombi simbolo non solo di purezza e rettitudine, ma anche di fedeltà.

PAVONE – Quando si pensa alla Pasqua, il pavone non è esattamente il primo animale a cui si pensa: in mezzo a creature semplici ed umili come agnelli, pulcini, colombe e coniglietti; il pavone, per quanto maestoso, stona non poco.
Nonostante la sua fama di vanesio, il pavone è uno dei simboli pasquali più antichi e suoi disegni sono stati ritrovati in più di una catacomba accanto a simboli ugualmente antichi come quello del pesce e dell’agnello.
Il pavone ha sempre affascinato gli uomini e dall’oriente all’occidente egli accompagna mogli di imperatori e regine non che Era/Giunone stessa: la regina degli dei. A questo uccello erano attribuite virtù e capacità divine ed è proprio da questo immaginario che i protocristiani si sono ispirati nell’adottare questo uccello come simbolo di vita e resurrezione: si credeva infatti che, una volta morto, le carni del pavone non andassero in putrefazione; anche il suo colore così sgargiante aveva un’origine “magica” dal momento che si riteneva che il pavone fosse in grado di uccidere e mangiare serpenti velenosi senza subire alcun danno e che fosse proprio il veleno a donare alle sue piume il colore blu che tutti conosciamo. Come Gesù, quindi, il pavone non conosceva la corruzione della morte e, così come Cristo ha dovuto prendere su di sé il male del mondo per portare la redenzione, senza tuttavia rimanerne danneggiato; il pavone poteva mangiare animali velenosi senza subirne l’effetto mefitico.
Il pavone è, infine, un simbolo solare: la sua coda aperta, infatti, è stata in più di una cultura paragonata ad un sole con tutti i suoi raggi.

ACQUA – L’acqua è uno dei simboli pasquali più misteriosi ed importanti. Durante la veglia pasquale, le letture si concentrano infatti su questo elemento con la lettura degli episodi biblici del diluvio universale e del passaggio del popolo ebraico attraverso il Mar Rosso (la prima pasqua): l’acqua viene quindi esaltata sia come calamità e forza distruttrice, ma anche come fonte di salvezza. Durante il periodo che precede la pasqua, vengono tradizionalmente impartite le benedizioni pasquali sia nelle case che negli ambienti di lavoro e, la notte del Sabato Santo, dopo aver benedetto il fonte battesimale, nelle cattedrali rette da un vescovo si celebrano i battesimi dei neocatecumeni: coloro che non hanno ricevuto questo sacramento da bambini. L’acqua ricorda, infine, la parola di Gesù che in più di un vangelo paragona la buona novella ad un’acqua capace di saziare la sete di giustizia, amore e verità che arde in ogni uomo.

FUOCO – Anche il fuoco e le candele hanno una parte importante durante la celebrazione della Pasqua: all’inizio della veglia pasquale, infatti, il sacerdote benedice il fuoco che servirà poi per accendere il cero pasquale poi utilizzato durante l’anno liturgico durante le messe e i riti più importanti. Nella religione cristiana il fuoco è un simbolo potente e molto evocativo. Lo Spirito Santo viene, sopratutto in occasione della Pentecoste, rappresentato come una fiammella e, in generale, il fuoco, usato sin dall’antichità per illuminare la notte, rappresenta la vittoria della luce (=Dio) sulle tenebre (=il diavolo) e, quindi, il trionfo del bene sul male. Sempre durante la veglia pasquale, il sacerdote porta in processione il cero pasquale appena acceso e proclama ad alta voce “Lumen Christi”: la luce di Cristo.

CAMPANE – Campane e campanelle sono un simbolo di novità o di avviso: i loro rintocchi scandiscono lo scorrere del tempo e, a seconda del modo in cui vengono suonate, portano buone o cattive notizie. Anticamente, quando un pericolo minacciava la comunità, le campane venivano fatte suonare in modo che la gente potesse mettersi al riparo o correre a prestare soccorso. Come a Natale, le campane della Pasqua suonano a festa e i loro rintocchi gioiosi annunciano al mondo la resurrezione di Gesù. Durante il triduo pasquale le campane vengono “legate” e non vengono suonate in segno di lutto per la passione e morte di Cristo: solo con l’annuncio del Sabato Santo e della Domenica di Pasqua le campane vengono finalmente liberate e la loro musica festosa torna a riempire le città. In Francia, per giustificare il silenzio delle campane durante i giorni del triduo, ai bambini viene detto che le campane sono volate a Roma e, la mattina di pasqua, sempre ai bambini spetta l’onore di correre alla finestra per sentire e verificare che le campane siano tornate ai loro rispettivi campanili.

LUNA – La luna non è uno dei simboli più noti della pasqua, ma merita comunque una menzione. Soprattutto nelle raffigurazioni medievali, sole e luna compaiono ai lati di Gesù in croce come a simboleggiare la partecipazione di tutto il creato al dramma della crocefissione. Ma il valore della luna nella pasqua cristiana è tutt’altro che marginale, anzi, è proprio lei a stabilire il giorno in cui deve cadere la pasqua cristiana.
A differenza di altre festività, come Natale o l’Assunzione, la Pasqua (e tutte le festività a lei connesse come la Domenica delle Palme e la Pentecoste) è una festività “mobile” e il giorno della celebrazione muta di anno in anno.
Il Concilio di Nicea del 325 stabilì che la Pasqua cristiana non doveva coincidere cona la Pesach, la Pasqua ebraica, e, per non evitare sovrapposizioni, venne adottato un sistema basato proprio sulle fasi lunari. Tradizionalmente, la Pesach viene celebrata quattordici giorno dopo il plenilunio di marzo, il Concilio di Nicea fissò il 21 Marzo come data per l’equinozio di primavera e stabilì che la pasqua cristiana venisse festeggiata la domenica successiva al plenilunio dopo l’equinozio di primavera. Nonostante questi accorgimenti, tuttavia, pasqua cristiana e pasqua ebraica possono comunque coincidere come è successo nel 2017.

UOVA – Le uova di pasqua sono l’aspetto più dolce di questa festività e grandi e piccini aspettano con ansia la domenica di Pasqua per poterle aprire e scoprire quali sorprese vi siano nascoste al loro interno. Sempre la tradizione vuole che la domenica di Pasqua si mangino le uova benedette e, spulciando in internet, si trovano ricette provenienti da tutte le regioni che spiegano come inglobare le uova benedette in torte, ciambelle ed altre pietanze.
L’uovo ha sempre stuzzicato la curiosità e la fantasia degli uomini che, abituati a vedere la vita nascere al termine di una gravidanza, ha sempre trovato curioso, se non misterioso, il processo che porta il pulcino a nascere apparantemente “da solo”.
L’uovo è un simbolo di vita e di resurrezione e il pulcino che nasce rompendone il guscio è allegoria di Cristo che esce dal sepolcro. Anche l’alchimia ha adottato questo simbolo che, nel linguaggio alchemico, indica le ampolle e i recipienti in cui avviene la trasformazione degli elementi. Tracce di questo collegamento tra l’uovo e la vita sono rintracciabili anche in scienza e in medicina. I misteri della fecondazione e della nascita hanno sempre affascinato medici e scienziati che, nel corso dei secoli, hanno cercato di capirne i segreti. Già nel 1600 si ipotizzava che, come le uccelli e rettili (così come le piante), anche i mammiferi avessero delle cellule uovo. Con la dottrina “ex ova omne vivum” (dalle uova nascono tutte le cose viventi) l’ipotesi della presenza di queste cellule scalzò le precedenti teorie sulla procreazione come quella della “generazione spontanea” o quella del “preformazionismo” e, nel 1928, venne per la prima volta attestata la presenza di cellule uovo, poi ribattezzate ovuli, in un essere umano.

ULIVO – L’ulivo è un simbolo di pace ed era sacro alla dea Atena. Racconta la leggenda che gli ateniesi, indecisi su chi dovesse essere il patrono della loro città, invocarono Poseidone e Atena che, per ingraziarsi il favore del popolo, portarono un dono ciascuno: Poseidone si presentò con un bellissimo cavallo e ne lodò la forza e il valore militare, mentre Atena, piantata la lancia nel terreno, offrì agli ateniesi un alberello gracile da cui pendevano piccoli frutti neri. Come la dea spiegò, si trattava di un ulivo: non il più imponente tra gli alberi, ma comunque utile perché con i suoi frutti gli ateniesi avrebbero potuto sia sfamarsi che illuminare le loro notti oltre, ovviamente, usarne il legno. Gli ateniesi scelsero, come suggerisce il nome, Atena e sulle vecchie 100 lire vi era raffigurata proprio la dea nell’atto di creare l’ulivo.
L’ulivo è un altro dei simboli pasquali più diffusi e, come per la colomba, la sua fama affonda le radici nell’Antico Testamento e nelle tradizioni del popolo ebraico. L’olio, ottenuto dalle olive, era usato per consacrare re e profeti e tutt’ora, durante i sacramenti del Battesimo, della Cresima (o Confermazione), dell’Ordine Sacro e dell’Unzione degli Infermi; il sacerdote unge chi riceve il sacramento con il crisma (o crismale): l’olio benedetto.
Un giardino di ulivi, chiamato Orto degli Ulivi o Getsemani, compare nelle letture del triduo pasquale ed è il luogo in cui avviene il tradimento di Giuda che segna l’inizio della passione di Cristo. A parte questo chiaro riferimento, non ci sono altri episodi che vedano protagonisti degli ulivi, tuttavia, durante la Domenica delle Palme, nelle chiese viene fatta la tradizionale benedizione dei rami di ulivo che i fedeli portano poi nelle case; si tratta di una “variazione sul tema”: considerata la scarsità di palme in Italia (e la difficoltà nel raccoglierne le foglie) nel corso dei secoli si è optato per piante più facilmente reperibili e meno difficili da potare come, per l’appunto, gli ulivi ugualmente molto presenti in Terra Santa.

CONIGLIO – Reso celebre, e mai così dolce, da una nota azienda dolciaria, il coniglio, e più raramente la lepre, ha consolidato la propria posizione tra i simboli pasquali per eccellenza. Nonostante il suo successo, sopratutto nei paesi anglosassoni, le origini del Coniglio di Pasqua, noto anche come Coniglietto di Pasqua, sono più sacre che profane.
Il coniglio è universalmente noto per la sua proliferosità: le colonie di conigli selvatici possono contare svariate dozzine di esemplari e, grazie alle loro gallerie e velocità, i conigli possono dare la sensazione di spostarsi velocemente da un’apertura all’altra anche se molto distanti tra di loro. Il coniglio è associato alla Luna (una leggenda cinese sostiene che la luna sia una colonia di conigli) e al mondo degli spiriti, ma anche al rinnovamento e alla vita. La sua natura timida e difficilmente avvicinabile fece sì che presso i popoli celtici il coniglio fosse considerato un viaggiatore tra i mondi: una creatura capace di passare indenne dal mondo dei morti a quello dei vivi facendosi foriero di profezie o presagi. Tuttavia è sotto il luteranesimo che il coniglietto di Pasqua comincia a diffondersi ricoprendo un ruolo analogo a quello di Santa Klaus: una sorta di Babbo Natale primaverile che, invece dei doni, nasconde uova colorate.
Come molti animali notoriamente classificati come “prede”, il coniglio si riproduce molto più frequentemente rispetto ai grandi erbivori e ai carnivori e ogni parto può contare fino a 15 cuccioli per nidiata. Questa sua caratteristica, per quanto fonte di ilarità e battute non sempre lusinghiere, lo rende un vero e proprio simbolo di vita e rinnovamento, non che di speranza e di nuovi inizi: tutti valori e messaggi fortemente legati al messaggio pasquale portato da Gesù con la sua resurrezione dai morti.

*Jo

Detto da Dante – Parole e modi di dire resi celebri dal Sommo Poeta.

Istituito dal Consiglio dei Ministri, il Dantedì è dal 2020 la giornata nazionale dedicata a Durante di Alighiero degli Alighieri, noto in tutto il mondo come Dante Alighieri. La data scelta per questa celebrazione è il 25 Marzo: giorno in cui, secondo gli studiosi, Dante iniziò il suo viaggio nell’aldilà narrato nelle tre Cantiche che compongono la Divina Commedia.
Dante Alighieri non ha bisogno di presentazioni e il suo contributo alla cultura italiana, e in parte anche mondiale, è indiscusso: il suo viaggio nell’aldilà ha ispirato, nell’arco di secoli, artisti, scrittori e anche registi; e la sua rappresentazione dei regni ultraterreni continua tutt’ora ad essere presa come modello anche nelle rappresentazioni contemporanee dell’Inferno, del Purgatorio e del Paradiso.
Tra le pagine della Divina Commedia, infatti, si trova ben più di un semplice racconto, di un affresco della cultura medievale e delle dottrine teologiche e filosofiche che si discutevano nelle università e nelle corti.
Politica, storia, mitologia, astronomia, ma anche tecniche agricole e navali vengono descritte facendo sì che la Commedia diventi, al pari dell’Iliade e dell’Odissea di Omero, una sorta di enciclopedia trecentesca in cui, per esempio, si fa cenno a pratiche come quella del maggese (la rotazione delle colture che prevede la messa “a riposo” di un terreno per l’anno successivo) o alle operazioni di calafataggio, di impermeabilizzazione, condotte “nell’Arzanà de’ Viniziani” con la “tenace pece” (Inferno: C. XXI, v. 7-8).
La Divina Commedia è un testo che parla di Dio, parlando agli uomini: una sinossi di teologia medievale che, tuttavia, era comprensibile tanto ai contemporanei di Dante quanto ai lettori dei nostri giorni che, tra i canti, incontrano personaggi che palpitano di vita ed eroismo, tanto meschini e vili, alcuni, quanto puri e nobili altri; ma tutti incredibilmente umani e per questo vicini al pubblico di ogni epoca e luogo.

Tuttavia, la Divina Commedia non si può ridurre ad un mero almanacco trecentesco: a Dante va il merito di aver vergato uno dei testi che ha ufficializzato il volgare fiorentino contribuendo alla nascita e al progressivo imporsi di quella che sarebbe diventata l’italiano.
Con Dante, Petrarca e Boccaccio (le Tre Corone fiorentine) nasce la nostra lingua: che non è fatta solo da grammatica e vocaboli, ma si avvale di modi di dire che, per la prima volta, vengono messi su carta divenendo parte attiva di una nuova cultura ed una nuova Italia.
È così che espressioni, come fa tremare le vene e i polsi (Inferno: C.I, v. 90) approdano nell’italiano corrente riuscendo, oggi come allora, a descrivere sentimenti ed emozioni universali come la paura, se non addirittura il terrore, davanti a situazioni o cose raccapriccianti o che paiono invincibili. Modi di dire  come “stare freschi”, “cosa fatta capo ha”, “non mi tange”, parole come “merda” o il tipicamente toscano “babbo”, squisitamente dialettali nella loro spontaneità, superano il tempo e lo spazio e fuggono dalla carta tornando al popolo che li ha coniati e che continua ad usarli.
Confrontando la Divina Commedia con la lingua di tutti i giorni si scopre l’aspetto giocoso, quasi pop, di Dante e della sua opera.
Non esiste studente al mondo che non sia stato, almeno una volta nel corso della sua carriera scolastica, apostrofato dal proprio professore con le parole “fatti non foste a vivere come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza.” (Inferno: C.XXVI,v.119-20). E che dire della locuzione “Galeotto fu…” (Inferno: C. V, v. 37) che è comunemente usata per indicare qualcosa che, per quanto spiacevole, ci ha fatto cadere in tentazione o prendere una libertà in più.
Dante non è solamente un coniatore di citazioni e, come l’inglese William Tyndale e come qualunque letterato che si affacci sulle potenzialità di una nuova lingua, egli gioca ed inventa ritagliando parole da altre parole o creandone di nuove quando il vocabolario corrente manca di quel termine atto a descrivere azioni, emozioni o atteggiamenti.
Latinismi come “quisquilia” o francesismi come “gabbare”, dal francese antico “gaber”(=”scherzo”), scivolano via dalle pagine garantendo la sopravvivenza di parole che, altrimenti, sarebbero oggi estinte. Non tutti i neologismi di Dante sono, purtroppo, giunti fino a noi e, sebbene siano molti le frasi e le espressioni per cui il Sommo Poeta è ricordato, ci sono alcuni verbi che, pur suonando strani se non addirittura buffi, sono forse la testimonianza più grande dell’estro e della conoscenza che Dante aveva della lingua e della linguistica. Espressioni come “indracarsi” (Inferno: C.XVI, v. 115), con l’accezione di divenire furioso come un drago, “infuturarsi” (Inferno: C. XVII, v. 98), estendersi al futuro, o “imparadisare” (Inferno: C. XXVIII, v.3), qualcosa che ti fa sentire “in paradiso”, colpiscono per la loro schiettezza e l’espressività con cui riescono a veicolare il messaggio di Dante.

Fiumi di inchiostro sono stati versati e, tutt’ora, le opere di Dante Alighieri continuano ad attirare l’attenzione di linguisti e storici e continuano  a regalare, anche a distanza di secoli, sorprese e ad essere oggetto di studio.
Una menzione va fatta all’Accademia della Crusca (il cui contributo è stato fondamentale per questa stesura) che, in occasione del 700° anniversario dalla morte di Dante Alighieri, ha deciso di pubblicare ogni giorno una parola “dantesca”: neologismi o espressioni dialettali entrate, in maniera più o meno consapevole, nella lingua di tutti i giorni.

*Jo

Dante al cinema ~ Streaming and Pajamas

Il Dantedì si avvicina e, per tale occasione, abbiamo pensato di suggervi due film che, per tematiche ed ambientazioni, si rifanno all’immaginario dantesto e alla sua opera più famosa: la Divina Commedia.

INFERNO (2016)

.: Trama :.
Il professor Robert Langdon si sveglia in un ospedale di Firenze con una ferita d’arma da fuoco alle testa e nessun ricordo di quanto accaduto, se non allucinazioni orribili che parlano di un pericolo incombente e che sembrano provenire direttamente dall’Inferno così come narrato da Dante Alighieri.

.: Il nostro giudizio :.
Tratto dal romanzo di Dan Brown Inferno (2013), il film si riassume in una rocambolesca corsa da Firenze a Costantinopoli con una tappa intermedia a Venezia (lo stesso percorso di Ezio Auditore nella trilogia di Assassin’s Creed: coincidenze? Io non credo) per cercare di impedire lo scoppio di una pestilenza che decimerebbe l’umanità.
Con una pandemia in corso Inferno non è esattamente il film adatto per passare una serata in tranquillità, ma anche senza il Coronavirus in circolazione il lungometraggio di Ron Howard risulta essere una cozzaglia di elementi che niente hanno a che spartire né con la Divina Commedia né con Dante, la storia e la cultura italiana, né tantomeno con i principi base della demografia.
Come per i capitoli precedenti Il codice Da Vinci e Angeli e Demoni, Brown (produttore esecutivo del film) gioca a fare il professore di storia farcendo il romanzo e di informazioni infondate o che fanno sorridere per la loro ingenuità.
Per noi il film risica la sufficienza 5-6/10: Firenze, Venezia e Istanbul offrono una cornice mozzafiato e la colonna sonora di Hans Zimmer è meravigliosa; ma non bastano a salvare una pellicola che sembra uno spin off, o un lontano parente, de National Treasure ( Il mistero dei templari in italiano ndr).

AL DI LÀ DEI SOGNI

.: Trama :.
L’amore che unisce Chris e sua moglie, la pittrice Annie è infinito: nulla, neanche l’aldilà può separarli. Chris muore in un incidente e raggiunge un paradiso che la sua fantasia ha ambientato in uno dei meravigliosi dipinti di Annie. Non potendo immaginare di vivere senza sua moglie, per raggiungerla si avventura in un fantasmagorico e coloratissimo viaggio guidato da un angelo molto particolare.

.: Il nostro giudizio :.
What Dreams May Come ( Al di là dei sogni in italiano ndr) è un inno e mescola con grazia e crudeltà elementi tra di loro agli antipodi ricordando che non ci può essere vita senza morte, né dolore senza speranza o coraggio senza amore
Il film, del 1998, è tratto dall’omonimo romanzo dello scrittore statuintense Richard Matheson e fin dai primi minuti colpisce per il forte impatto visivo e per l’utilizzo dei colori che concorrono sapientemente, ma allo stesso tempo discretamente, alla narrazione divenendo a loro volta protagonisti.
Tutti i temi del film, infatti, sono uniti da questo filo rosso che corre, come una pennellata, con continui riferimenti all’arte: sia quella impressionista che ispira alcune location o i quadri dipinti da Annie ( la “moglie” di Robin Williams).
La trama del film e le ambientazioni rievocano con forza le suggestioni e le tematiche presenti nella Divina Commedia: come Dante, il protagonista compie un viaggio “a ritroso” nell’aldilà scendendo dal Paradiso all’Inferno dove l’ispirazione dantesca si fa più evidente.
Il film è tutt’altro che leggero e, se non approcciato con la giusta disposizione d’animo, può risultare impegnativo se non addirittura indigesto, per noi merita un 8.5/10.

*Jo

Dark Academia: corrente estetica o sindrome dell’epoca d’oro?

Nata su TikTok e Tumblr durante la pandemia da Covid-19, la web subculture della Dark Academia ha velocemente invaso internet grazie a casse di risonanza come Pinterest e Instagram, raggruppando intorno a sé un folto numero di ammiratori, esteti e amanti della moda anni ’20, ’30 e ’40.
Nonostante la Dark Academia abbia principalmente influenzato il settore della moda, questa tendenza non può essere ridotta ad una mera corrente estetica né la si può circoscrivere ad un fenomeno social caratterizzato da pantoni scuri, oggetti vintage e suggestioni nostalgiche.

Fulcro della Dark Academia sono la consapevolezza dell’importanza dell’istruzione e l’esaltazione della cultura classica e delle materie umanistiche; declinati in una passione ardente e totalizzante per lo studio di materie prevalentemente letterarie e, più raramente, scientifiche.
A livello superficiale questa attitudine si traduce con un interesse per la lettura, specialmente dei classici, e le discipline filosofico letterarie. Ad un livello più profondo e conscio, invece, l’approccio Dark Academia mira a rendere l’esperienza dello studio qualcosa di assoluto in cui mente e materia si fondono portando l’individuo ad estraniarsi dal mondo e dalla realtà circostante. Lungi dall’essere fine a se stesso, questo metodo è propedeutico al processo di crescita interiore e perfezionamento che costituisce l’essenza più profonda della Dark Academia.
Per quanto affascinante, questo modus operandi non è stato risparmiato dai giudizi negativi che si sono prevalentemente concentrati proprio sull’eccessiva esaltazione dell’apprendimento e della teoria a scapito, per esempio, dell’attività fisica o della naturale alternanza tra sonno e veglia.
Nel criticare la Dark Academia, il suo stile e la filosofia che vi sta dietro, è bene tenere a mente il contesto storico e sociale in cui questa corrente ha iniziato ad affermarsi: un periodo in cui migliaia di giovani sono stati contemporaneamente costretti, a causa della pandemia e delle misure di contenimento attuate nei vari paesi, a vivere l’università e la scuola lontani da ambienti stimolanti come atenei e aule scolastiche subendo, di contro, un’autentica invasione tecnologica che ha disumanizzato e sterilizzato il processo di apprendimento compromettendo i rapporti e le interazioni sociali.
L’onnipresenza di dispositivi elettronici e il loro uso sfrenato hanno portato gli affiliati della Dark Academia a formulare una critica all’utilizzo delle nuove tecnologie ree, secondo questa corrente di pensiero, di aver esaltato il futuro, la tecnica e il digitale a svantaggio di uno stile di vita maggiormente incentrato sulla cultura, l’introspezione e la ricerca del bello e del buono.
Dal punto di vista estetico e grafico la corrente della Dark Academia si compone di elementi e suggestioni romantiche e tendenzialmente nostalgiche: una vecchia edizione di un romanzo, una candela ed una un orologio ed una bella penna stilografica sono, in genere, sufficienti a ricreare queste atmosfere melanconiche e la reperibilità di questi oggetti ha sicuramente favorito la diffusione e il successo di questo tipo di aesthetics.
Essendo una corrente nata in ambito accademico/scolastico, le ambientazioni che maggiormente si prestano come cornici sono edifici antichi, atenei e istituti, giardini e qualsiasi altro luogo di gusto classico e neoclassico, vittoriano, rinascimentale e leggermente gotico.
Per rispettare i canoni della Dark Academia, il leit motiv deve essere presente tanto all’esterno, quanto all’interno ricreato con mobili antichi, suppellettili vintage e un inventario di oggetti e decorazioni che richiamino lo stile a cui si fa riferimento.
Vecchi orologi da taschino o gioielli, vecchie edizioni di romanzi o cataloghi delle collezioni dei musei più prestigiosi sono solo alcuni degli elementi che maggiormente ricorrono nei feed etichettati come #DarkAcademia su Instagram e Pinterest.
Per quanto riguarda il guardaroba, invece, la moda Dark Academia riprende tanto nelle tinte, quanto nelle fogge e nelle fantasie le divise scolastiche delle accademie e dei college inglesi ed americani. Uno stile classico che ha facilmente conquistato gli amanti delle gonne e dei pantaloni di tweed o principe di Galles, dei pullover e dei capispalla oversize, delle camicie bianche e delle scarpe stringate.
Per quanto riguarda la scelta cromatica, la Dark Academia si avvale principalmente di tinte autunnali spaziando sulle numerose sfumature del marrone e dell’arancione, del verde, molto raramente del blu, e del nero; usate per creare contrasto con colori decisamente più chiari come le diverse tonalità del bianco e del grigio.

Come già ampliamente spiegato, la Dark Academia si distingue dalle altre sub culture nate sui social per via della sua esaltazione del passato e il suo strizzare l’occhio ad un mondo scevro di quell’inquinamento tecnologico che, soprattutto in seguito alla pandemia, è diventato ancora più onnipresente e invasivo tanto in ambito scolastico/accademico quanto lavorativo.
Nonostante la patina di fascino che ammanta questo movimento, è pressoché impossibile non notare alcuni difetti.
Sorvolando sulle accuse di white washing e di eurocentrismo (che sono piuttosto fini a loro stesse), uno degli aspetti che forse rende meno apprezzabile questo stile è la sua vocazione elitaria: lo stile Dark Academia fa infatti riferimento ad ambientazioni aristocratiche ed esclusive ed è mirato a sensibilizzare i propri affiliati sul “privilegio” nel ricevere una buona istruzione. Questo atteggiamento esclusivo si ripercuote anche sulle attività classificate come Dark Academia che comprendono sport considerati “di nicchia” come il canottaggio, gli sport equestri e il golf; ed attività prevalentemente culturali come, ad esempio, il lettering o gli scacchi.
Altra critica, oltre a quella già presentata sull’eccesso di studio a scapito di altre attività, è stata rivolta al rigetto che i membri di questa corrente di pensiero sembrano avere nei confronti della tecnologia e dei social, salvo poi utilizzarli per condividere i propri scatti ed outfit.
La repulsione del presente,unita all’idea romantica che le cose fossero più belle, se non addirittura migliori, in un tempo ormai passato, alimenta la cosiddetta sindrome dell’epoca d’oro: un atteggiamento connaturale della psicologia umana che tende a mitizzare i fasti di un’epoca passata e a fantasticare su di essa senza tenere conto degli aspetti negativi se non addirittura pericolosi.
D’altro canto, la corrente Dark Academia cerca di sensibilizzare sull’importanza tanto dello studio e della conoscenza, quanto sull’introspezione e sulla crescita personale: pratiche che, in un mondo scandito da ritmi sempre più frenetici, sono difficili da coltivare con costanza.
Altro aspetto molto interessante, e tutt’altro che scontato, è la versatilità di questo stile che può essere adottato indistintamente dagli uomini e dalle donne a prescindere dall’etnia di appartenenza.

In ambito letterario, quanto in quello cinematografico e delle serie tv è importante fare una distinzione tra le opere che rievocano l’estetica Dark Academia e quelle che sono effettivamente rappresentative, per via delle tematiche affrontate, della trama e dei personaggi, di questa corrente.
I romanzi di Donna Tartt, tra cui si annoverano The Secret History (= Dio di Illusioni), The Goldfinch (= Il Cardellino), sono considerati da tutti i capostipiti del genere Dark Academia; mentre romanzi come Ninth House (=La nona casa) di Leigh Bardugo, Raven Boys di Maggie Stiefvater ed Harry Potter di J.K.Rowling rievocano solamente le atmosfere e le ambientazioni Dark Academia.
Per quanto riguarda i film, quelli maggiormente rappresentativi del genere sono Dead Poets Society (= L’attimo Fuggente), The Emperor’s Club (= Il Club degli imperatori), Monalisa Smile, Kill Your Darlings (= Giovani ribelli) e, per il leit motiv, Midnight in Paris.
Serie tv con ambientazioni Dark Academia possono considerarsi The Queen’s Gambit (= La regina degli scacchi), Riverdale, Legacy, Fate The Winx Saga.

Un’ulteriore precisazione va fatta sui generi letterari e cinematografici che rientrano nella Dark Academia.
Nonostante molte delle opere sopra elencate abbiano elementi gotici/fantastici o siano ambientate in luoghi immaginari, la Dark Academia non è da intendere né come una sfumatura del genere fantasy né di quello gotico, così come è sbagliato declinare questa corrente come una sottocategoria del genere period, nonostante molte aesthetic facciano riferimento alla società vittoriana e inglese tra ottocento e novecento

*Devyani

14 curiosità su San Valentino

Prima che un nuovo dpcm decida di ribattezzare il 14 Febbrario “La festa dei congiunti” e sperando di vedere solo rose rosse e non altre zone rosse, ecco a voi una selezione delle tradizioni e delle curiosità più insolite sulla festa degli innamorati.

1. UN PO’ DI STORIA
La festa di San Valentino ha origini antichissime, addirittura risalenti all’antica Roma. Prima di essere il patrono degli innamorati, Valentino era un vescovo che predicò e praticò la fede cristiana sotto l’imperatore Aureliano, accanito persecutore dei cristiani. Sul martirio circolano numerose storie, ma la più toccante, non che quella che spiega perché egli sia divenuto il protettore degli innamorati, è sicuramente quella secondo cui Valentino sarebbe stato giustiziato per aver unito in matrimonio la cristiana Serapia e il legionario romano Sabino.

2. AMOR CH’A NULLO AMATO…
Durante il medioevo, in Inghilterra, la festa di San Valentino era attesa con impazienza dai giovani e dalle fanciulle dell’alta società. Durante questa ricorrenza uomini e donne estraevano da un cappello un biglietto su cui era vergato il nome del cavaliere o della dama con cui avrebbero dovuto ballare; per evitare brogli, questi cartigli venivano poi appuntati alle maniche del vestito in modo che tutti potessero sapere chi avrebbe danzato con chi. Questo rito sopravvive ancora nei modi di dire inglesi: “to wear your heart on your sleeve” (=”indossare il cuore sulla manica”) significa palesare al proprio innamorato sentimenti che gli altri hanno già intuito.

3. AMORE SACRO E AMORE PROFANO
Celebrati nel cuore dell’inverno, quando i lupi affamati si avvicinavano ai pascoli e la primavera cominciava a bussare alle porte, i Lupercali (o Lupercalia) erano festeggiamenti tipici dell’Antica Roma in onore del dio Fauno Lupercus: il protettore delle greggi e del bestiame. Durante queste feste, che anticamente attiravano tanto i pagani quanto i neonati cristiani, l’amore veniva celebrato nel suo aspetto più passionale e non mancavano episodi di libertinaggio.
Nel febbrario del 496, papa Gelasio abolì questa festa pagana e nominò il vescovo e martire Valentino patrono degli innamorati, sperando così di porre fine agli sfrenati e decisamente poco morali festeggiamenti di origine latina.

4. PAESE CHE VAI …
Se nei paesi europei ed anglofoni il 14 febbraio è da tempo immemore il giorno degli innamorati, lo stesso non vale per gli altri paesi.
In Brasile, per esempio, gli innamorati devono aspettare il 12 giugno per festeggiare. A vegliare sulle giovani coppie è, infatti, Sant’Antonio (protettore degli animali) da loro venerato come il patrono dei matrimoni.
In Giappone la festa si volge in due tempi: il 14 febbrario le donne regalano ai loro uomini dei cioccolatini, preferibilmente fatti in casa, ed esattamente un mese dopo, nel Giorno bianco, questi ricambiano regalando dei cioccolatini rigorosamente bianchi.
In Cina, ad inizio agosto, si celebra la festa di Qixi che ricorda la triste storia della la fata Zhinu e del contadino Niulang che pagarono il loro amore venendo trasformati in due stelle perennemente divise dalla via Lattea. Tuttavia, settimo giorno del settimo mese lunare, secondo il calendario cinese, il muro di stelle che separa i due amanti si abbassa e Zhinu e Niulang possono abbracciarsi.

5. … USANZA CHE TROVI
Non in tutti i paesi San Valentino gode della fama di patrono degli innamorati. In Russia la festa di San Valentino non è celebrata e solo chi è in procinto di convolare a nozze o è già unito in matrimonio può festeggiare l’8 luglio la festa di Petr di Murom e Fevronija: i protettori, secondo il culto ortodosso, della felicità familiare, dell’amore e della fedeltà.
Decisamente peggio va agli “sfortunati amanti” del Pakistan, non trovando la festa di San Valentino coerente con la fede islamica, le autorità locali hanno deciso di bandirla.

6. UN ANELLO PER …
In Irlanda la festa di San Valentino si mescola con le radici gaeliche del paese. Certo non mancano rose rosse e cioccolatini, biglietti e dichiarazioni d’amore; ma l’amore in Irlanda non può essere celebrato senza il Claddagh Ring. Le origini di questo gioiello sono incerte e le leggende che ne raccontano la creazione molteplici; ciò che non cambia, tuttavia, è la forma del Claddagh che, sia esso forgiato come anello o come pendente, è composto da due mani (l’amicizia) che sorreggono un cuore (l’amore) sormontato da una corona (la fedeltà duratura). Indossare un Claddagh Ring, tuttavia, non è facile e per evitare figuracce è bene informarsi prima su come posizionarlo.
Le persone single devono metterlo alla mano destra con la punta del cuore rivolta verso le dita, i fidanzati devono indossarlo sulla sinistra con la punta del cuore rivolta verso le dita, mentre gli sposi devono portarlo alla mano sinistra con la punta del cuore rivolta verso il polso.

7. ROSE ROSSE PER TE…
La rosa rossa è il fiore simbolo dell’amore vero ed eterno. Questo fiore, infatti, era anticamente sacro alla dea Venere: dea dell’amore e madre di Eros. Se le rose rosse dovessero scarseggiare ci sono molti altri fiori su cui si può ripiegare per promettere amore eterno.
Il garofano, per esempio, è un fiore fortemente legato alla passione e al desiderio carnale (in inglese, infatti, si chiama carnage): un garofano singolo significa “amore puro”, mentre una coppia di garofani rossi indica “amore puro e ardente”.
Se, invece, volete cogliere la palla al bazzo e fare una proposta di matrimonio nel giorno degli innamorati, un bouquet di fiori d’arancio ed edera è l’ideale per voi.

8. I NUMERI NON MENTONO
Tra fede e superstizione, cabala e coincidenze ecco un simpatico gioco matematico con cui stupire la vostra dolce metà.
La festa di San Valentino venne istituzionalizzata il 14 febbraio del 496 d.C, se si sommano i singoli numeri 1,4,2,4,9,6 si ottiene il numero 26 e sommando nuovamente le due cifre (2+6) si ottiene 8: il numero che, rovesciato, è il simbolo dell’infinito e dell’amore eterno.

9. IL GIORNO DELL’AMORE
Notoriamente San Valentino è la festa degli innamorati, ma non tutti i paesi riconoscono agli amanti l’esclusività di questa festa.
In America, fin dalla scuola materna, è usanza scambiarsi le “Valentine”: biglietti a forma di cuore e con frasi romantiche che possono essere indirizzate ad una persona cara.
Nel Sud America, invece, il 14 febbrario è il “Día del amor y la Amistad” (= il giorno dell’amore e dell’amicizia) ed è molto simile alla festa finlandese di “Ystavanpaiva” (=giorno degli amici). In Danimarca, invece, è usanza regalare agli amici dei fiori bianchi chiamati “snowdropos”, mentre gli olandesi preferiscono condividere un cuore di liquirizia.

10. PRENDERE PER LA GOLA
Molte storie d’amore iniziano tra i fornelli: d’altronde chi mai direbbe di “no” ad un partner capace di sfornare manicaretti gustosi ogni giorno diversi? Se, tuttavia, essere Master Chef Italia non rientra tra i vostri obbiettivi per il 2021, potete sempre ripiegare su dei cioccolatini o qualche dolcetto. In questo periodo le case dolciarie di tutto il mondo danno il meglio di sé mettendo in commercio versioni speciali o confezioni a forma di cuori e di rose. Già dal 1800 alcuni medici consigliavano il consumo di cioccolato e, recenti studi, hanno effettivamente dimostrato che, grazie alle sostanze nutritive presenti, il cioccolato è un ottimo alleato del benessere fisico e mentale.

11. LETTERS TO…
Forse non tutti sanno che è possibile scrivere una lettera a niente popodimeno che Giulietta Capuleti. A Verona, infatti, esiste un vero e proprio ufficio postale gestito dalle “segretarie di Giulietta” che raccolgono le storie e le lettere delle coppie e delle innamorate che scrivono a Giulietta per confidarsi o chiedere consigli per impedire che il loro amore si trasformi in tragedia. Secondo le stime fatte dal Juliet Club (l’associazione a capo dell’iniziativa), in occasione di San Valentino sono oltre mille le lettere che vengono scritte a Giulietta e altrettante le risposte inviate dalle sue efficentissime segretarie.

12. AMORE ED AMORINI.
Non solo cuori e rose, grazie a Geoffrey Chaucer, autore de I Racconti di Canterbury, Eros diventò a sua volta uno dei patroni, pagani, della festa degli innamorati. Nel poema The Parliament of Fowls (=Il Parlamento degli Uccelli) scritto in occasione del matrimonio fra Riccardo II e Anna di Boemia, l’autore traccia un collegamento tra la figura di Eros e San Valentino. Da allora, raffigurato come un putto alato o un angioletto e con il nome di “Cupido”, Eros volteggia sopra la festa degli innamorati scoccando le sue frecce e facendo sbocciare l’amore.

13. VUOI SPOSARMI?
Sì stima che, il giorno di San Valentino, oltre 220mila coppie si scambino una proposta di matrimonio. Questi numeri, per quanto alti, sono un nulla in confronto al numero di matrimoni celebrati il 14 Febbraio. In alcuni paesi, come ad esempio le Filippine, questa data è talmente richiesta dalle coppie che si organizzano matrimoni “di massa” con cerimonie tenuti in luoghi come teatri, stadi e anche centri commerciali.

14. AMORI ANIMALI
Gli amici a quattro zampe non sono, ovviamente, esclusi dai festeggiamenti e sono molti i padroni che decidono di fare anche al proprio amico animale un pensiero per San Valentino.
Si stima che in America, il 14 febbraio, vengano spesi 751.3milioni di dollari in regali per animali e, in effetti, non è difficile trovare sul mercato, oltre a giocattoli ed accessori, cioccolatini e dolcetti fatti appositamente per cani e gatti in modo da non nuocere al loro organismo.

*Jo

Stelle di cannella (Zimtsterne) – Ricetta

Le stelle di cannella, o Zimtsterne, sono dolcetti tipici della Germania e dell’Austria e anche di alcune regioni settentrionali del nostro paese e, insieme ai Lebkuchen, vengono tradizionalmente preparati in occasione delle festività natalizie.
Stelle di cannella è, inoltre, il titolo di uno dei romanzi più famosi di Helga Schneider e nel romanzo il protagonista, David, ne è ghiotto.

Ma come si preparano questi dolcetti? Spulciando su internet si trovano numerose ricette, questa è quella che ci ha convinto maggiormente.

Ingredienti per 20 biscotti ca

  • 250 gr di mandorle
  • 4 cucchiai di farina 00
  • 250 gr di zucchero
  • 3 cucchiaini di cannella in polvere
  • 1 bustina di vanillina
  • 3 albumi
  • la buccia grattugiata di una arancia
  • 4 cucchiaini di succo d’arancia
  • 125 gr di zucchero a velo

Procedimento

Tritare le mandorle finemente e unirle alla farina, allo zucchero, alla cannella in polvere e alla vanillina. Aggiungere gli albumi e la scorza d’arancia facendo amalgamare bene gli ingredienti.
Ottenuto un impasto omogeneo, creare un panetto e lasciare a riposare in frigorifero per almeno un’ora avvolto nella pellicola trasparente.
Terminato il tempo di riposo, stendere l’impasto con un mattarello facendo una sfoglia alta circa mezzo centimetro e ritagliare le stelline usando delle formine (siccome io odio buttare via le cose, potete utilizzare anche altre formine e stendere l’impasto più volte così da non sprecare lo scarto delle stelline).
Preparare una teglia con un foglio di carta da forno e infornare le stelline a 180° per 10 min ca (forno ventilato) o a 190° per lo stesso tempo (forno statico); dovranno essere dorate all’esterno e morbide dentro (aiutatevi con la prova dello stecchino).

La glassa tende a solidificare abbastanza velocemente, per cui vi consiglio di prepararla solo a stelline sfornate.
Per prepararla versare in una ciotola il succo d’arancia e aggiungere lo zucchero a velo un poco alla volta fino ad ottenere un composto liscio ed omogeneo (in alternativa si può utilizzare la ghiaccia reale classica).
Con un cucchiaino, prendere un po’ di glassa alla volta, metterla al centro della stella e distribuirla aiutandosi con uno stuzzicadenti (se non siete dei pasticcioni come la sottoscritta, potete anche prendere i biscotti e immergerli nella glassa per un lato, lasciandoli poi ad asciugare sulla carta da forno).

Le Zimtsterne sono pronte! Potete conservarle a temperatura ambiente per 30 giorni meglio se in un contenitore.

Guten Appetit und Fröhliche Weihnachten!

*Devyani