“Tu lo dici”: espressioni più o meno note di origine biblica

Il valore culturale, oltre che spirituale, della Bibbia è immenso: le vicende legate a questo libro si intrecciano continuamente a doppio filo con la storia europea. Prendendo ad esempio la cultura italiana, gli esempi che testimoniano il contributo dato dalla religione cristiana all’arte, alla letteratura e, sì, anche alla lingua di tutti i giorni sono innumerevoli.
Si parla, appunto, di lingua: spesso usiamo, persino senza accorgercene e senza conoscerne il vero significato, modi di dire ispirati a personaggi o situazioni di origine biblica e talvolta ci spingiamo persino a citare interi versetti parola per parola.
In occasione della Santa Pasqua, abbiamo deciso di portare sul nostro blog i modi di dire e le locuzioni più bizzarre che l’italiano ha estrapolato dalla Bibbia. Pronti? Allora iniziamo.

Modi di dire sulla croce:
Mettere in croce/ crocifiggere qualcuno: il termine è un chiaro riferimento alla crocifissione di Gesù, ma il suo significato non è esclusivamente legato alle vicende della Passione di Cristo. Anticamente il supplizio della crocifissione era una pena riservata ai criminali della peggior risma che quindi, per le logiche di allora, meritavano una morte lenta ed estremamente dolorosa. Essere crocifissi era sia un castigo che un’umiliazione e questa accezione sopravvive ancora oggi in questa locuzione utilizzata per descrivere chi perseguita, spesso senza un valido motivo, qualcun altro schernendolo pubblicamente anche in maniera pesante e volutamente offensiva.
Essere la croce di qualcuno: altra locuzione strettamente legata all’episodio della crocifissione, questo modo di dire si può riferire tanto ad una cosa quanto ad una persona che è, per noi o per qualcun altro, fonte di sofferenza o di dolore fisico, psicologico o spirituale.
Croce e delizia: anche in questo caso il riferimento biblico è evidente, ma a differenza della locuzione precedente, che ha solo accezione negativa, in questo caso l’accostamento dei due termini indica qualcosa che è al contempo origine di gioia e di sofferenza/preoccupazione.
Metterci una croce sopra: contrariamente alle espressioni sopraelencate, quest’ultima non ha nulla a che vedere con il Vangelo della Passione, almeno non in senso stretto. Questa frase viene utilizzata quando si vuole chiudere i conti con qualcosa/qualcuno o, ancora, per definire definitivamente chiusa una faccenda; l’origine di questo detto è incerta, ma sono due le versioni più accreditate: la prima deriva dall’usanza di tracciare una croce “X” sui crediti che non si potevano recuperare. La seconda, invece, dal fatto che considerando “morta e sepolta” una determinata questione l’unica cosa che resta da fare sia metterci una croce sopra esattamente come se si trattasse di una tomba al cimitero.

Modi di dire biblici:
Essere un Giuda: questo modo di dire non ha bisogno di troppe spiegazioni, ad ogni modo questa locuzione descrive l’atteggiamento di chi si finge amico di qualcuno e, allo stesso tempo, trama alle sue spalle. Spesso a questa espressione si collega anche “bacio di Giuda” con un chiaro riferimento all’episodio evangelico (Lc 22,47-48)in cui, con un bacio, Giuda indica ai soldati chi è Gesù perché lo arrestino.
Essere come San Tommaso: anche nota come “se non vedo non credo“(Gv 20,25), l’apostolo Tommaso è passato alla storia per la sua incredulità e da allora tutti coloro che peccano di scetticismo esagerato vengono assimilati a lui.
Essere un buon samaritano: l’espressione è presa da una parabola (Lc 10,25-36) di Gesù in cui vengono raccontate le opere di bene compiute da un samaritano nei confronti di un uomo assalito da dei briganti. Alla base della parabola vi era, da parte di Gesù, l’intento di riscattare agli occhi del suo auditorium i samaritani: un’etnia disprezzata dai giudei perché aveva mescolato il proprio sangue con quello di altre popolazioni imbastardendo anche usi e costumi; oggigiorno, la locuzione sopravvive per indicare una persona attiva dal punto di vista sociale e politico e che mostra particolare interesse per gli ultimi e i più fragili. Spesso, commettendo un falso errore, il termine “cireneo” (Lc 23,26) viene utilizzato in sostituzione di questa locuzione: come già spiegato si tratta di un errore fatto in buona fede dal momento che, per quanto le due figure non coincidano, entrambe siano accumunate dallo slancio verso il prossimo
Essere un filisteo: la storia dei Filistei si perde nella notte dei tempi e di loro non si sa gran che se non che erano gli antichi abitanti della Palestina e avevano pessimi rapporti con i Giudei; a partire dal 1600 il termine filisteo venne adottato, con significato negativo, per definire i borghesi e, da allora, questa locuzione è rimasta per indicare chi ha un atteggiamento chiuso/refrattario nei confronti delle novità, che preferisce conformarsi o che, ancora, ha interessi limitati e non si dimostra interessato ad ampliarli.
Il giudizio di Salomone: la fama di re Salomone non è circoscritta alla Bibbia, anzi, questo personaggio biblico compare anche nella mitologia islamica. Molte sono le doti e i poteri attribuiti a Salomone, prima fra tutte la sua saggezza, ma sopra ogni cosa egli rappresenta il sovrano (o capo di stato) per eccellenza. L’espressione “giudizio di Salomone” trae origine da un episodio narrato nel Libro dei Re considerato emblematico della sapienza del sovrano: due donne rivendicavano entrambe la maternità di un neonato, non sapendo a chi affidare il bambino, re Salomone decretò che venisse tagliato a metà in modo che entrambe le donne ne avessero un pezzo; la madre del bambino, a quel verdetto, acconsentì a lasciare la creatura alla rivale permettendo al sovrano di riconoscere in lei la vera madre. Nel parlato comune, soprattutto in campo giuridico, l’espressione viene utilizzata per riferirsi a questioni risolte dividendo a metà l’oggetto conteso tra le parti.
Essere come Salomone/salomonici: sempre collegato al sovrano biblico e alla sua straordinaria saggezza, questo modo di dire può avere connotati tanto positivi quanto negativi dal momento che può indicare sia una persona assennata e giusta, che qualcuno che agisce in maniera fin troppo rigida.
La pazienza di Giobbe: nella Bibbia Giobbe è uno di quei personaggi a cui, senza rischiare di essere blasfemi, non gliene va dritta una: perde i propri averi, i figli, la stima di amici e conoscenti, e, da ultima, anche la salute; ma nonostante ciò, la sua fede in Dio non vacilla. La perseveranza di questo personaggio biblico ha ispirato la locuzione “la pazienza di Giobbe” che viene utilizza, a volte anche in maniera ironica, per descrivere situazioni/faccende che richiedono tanto tempo e pazienza, ma anche per indicare l’atteggiamento resiliente di chi non si lasci abbattere dalle difficoltà e continua a perseguire i propri scopi.

Sulla punta del… versetto
Chi è senza peccato: questo modo di dire è preso dal vangelo secondo Giovanni quando Gesù allontana da una donna sorpresa in adulterio gli uomini che volevano lapidarla (Gv 8,4-11). Nel testo, Gesù ammonisce chi vuole farsi giudice e giustiziere verso il prossimo e tale avvertimento resta anche nell’uso che ne si fa ogni giorno quando, ripetendo le stesse parole di Gesù, si invita a non giudicare troppo aspramente il prossimo dal momento che tutti sbagliano e nessuno è perfetto. La frase va poi a braccetto con un versetto preso da un altro episodio dal vangelo di Matteo, che invita a correggere i propri cattivi comportamenti prima di voler “aggiustare” ciò che a nostro giudizio non va negli altri.
Alzati e cammina!: erronaemente assimilato con l’episodio della resurrezione di Lazzaro (Gv 11,43), questo modo di dire deriva da un episodio narrato sempre nel vangelo di Giovanni (Gv 5,1-8) durante il quale Gesù guarisce un paralitico che torna così a camminare sulle sue proprie gambe. Oggigiorno questa esortazione viene usata prevalentemente in maniera ironica per intimare a qualcuno di muoversi, di non tergiversare o continuare a poltrire.
Pietra di inciampo: tutti hanno sentito parlare, almeno una volta, delle Pietre di inciampo: si tratta di sampietrini d’ottone che, dagli anni 90, l’artista e attivista tedesco Gunter Demnig pianta nelle strade e piazze d’europa davanti ad abitazioni, rifugi o luoghi in cui abbiano vissuto o perso la vita persone vittime del nazisfascimo. Ad oggi, ne ha installate oltre cinquantamila! Queste pietre, poste solitamente in rilievo rispetto al manto stradale, sono posizionate in modo che i passanti inciampino in esse accorgendosi così, volenti o nolenti, della loro presenza e il nome di questa iniziativa è stato ispirato da un passo del Nuovo Testamento. Tanto nell’Antico quanto nel Nuovo Testamento sono molti i riferimenti alla pietra: Simone viene ribattezzato Pietro da Gesù perché “su questa pietra edificherò la mia chiesa” e Gesù, in un altro passo del vangelo, parla della “pietra scartata” diventata testata d’angolo. Il riferimento evangelico scelto da Deming per battezzare la propria iniziativa è preso dalla Lettera ai Romani in cui è Gesù stesso ad essere paragonato ad una pietra d’inciampo che è motivo di scandalo (=noia), ma in cui è, in un certo senso, necessario inciampare per poter riscuotere la coscienza: lo stesso messaggio trasmesso dalle Pietre di inciampo di Deming che non solo omaggiano uomini e donne, ragazzi e ragazze considerati pietre di inciampo dal regime nazifascista, ma intendono essere un monito e un esempio per le generazioni presenti e future affinché non si abbassi mai la guardia davanti al pericolo di nuove dittature e eclatanti violazioni della dignità e della libertà.

Speriamo che questo brevissimo excursus tra i modi di dire di origine cristiana vi avvia incuriositi. Siamo certe che ne abbiate usato almeno uno o due nella vostra vita, però ci piacerebbe sapere quale tra questi è, in assoluto, il vostro preferito.

*Jo

I simboli della pasqua: storie e leggende sui simboli pasquali

La Santa Pasqua è la festa più importante della cristianità e viene celebrata al termine della quaresima: il periodo di digiuno ed astinenza che ricorda quello fatto da Gesù prima della sua passione e morte.
Come il Natale, o altre feste religiose cristiane e non, anche la pasqua ha i suoi simboli e, soprattutto in concomitanza con l’arrivo della primavera, nelle vetrine dei negozi cominciano a far capolino pulcini, gallinelle, coniglietti e uova decorate.
In questo articolo ho raccolto i simboli della pasqua: quelli più famosi, come il coniglio e il pulcino, e quelli meno conosciuti o misteriosi come il fuoco e la luna.

AGNELLO – La tradizione dell’agnello pasquale risale alla festa ebraica da cui la Pasqua cristiana è stata coniata. Prima che l’ultima piaga si abbattesse sull’Egitto uccidendo tutti i primigeniti maschi, Dio ordinò agli ebrei di procurarsi un agnello o un capretto, una volta compiuto un olocausto, di segnare con il sangue dell’animale lo stipite della porta così che, passando, l’angelo non avrebbe recato danno a quella famiglia. Per il popolo ebraico l’agnello, così mite ed indifeso, era l’animale sacrificale per eccellenza e Giovanni Battista, riconoscendo Gesù lungo le rive del Giordano, lo chiama “Agnello di Dio” per indicare quale sia la missione di Gesù e quale sarebbe stata la sua fine. L’agnello, presente molto spesso anche nel presepe e nelle rappresentazione della natività, è quindi un’allegoria di Gesù stesso che, umile ed ubbidiente, si consegna per essere crocifisso e portare la salvezza al mondo intero.

COLOMBA – Nella religione cristiana la colomba ha diversi significati e ricorre in più di un episodio della Sacra Bibbia: essa rappresenta lo Spirito Santo e, nell’Antico Testamento, era messaggera di buone notizie. Una colomba, infatti, annuncia a Noé la fine del diluvio universale e, recando con sé un ramoscello di ulivo, fa capire al profeta che la terra è tornata asciutta ed abitabile. La colomba, inoltre, è universalmente noto come uccello simbolo di pace e, anticamente, era sacro alla dea Venere. Ancora oggi, durante i matrimoni, molti sposi sono soliti liberare in volo una coppia di colombi simbolo non solo di purezza e rettitudine, ma anche di fedeltà.

PAVONE – Quando si pensa alla Pasqua, il pavone non è esattamente il primo animale a cui si pensa: in mezzo a creature semplici ed umili come agnelli, pulcini, colombe e coniglietti; il pavone, per quanto maestoso, stona non poco.
Nonostante la sua fama di vanesio, il pavone è uno dei simboli pasquali più antichi e suoi disegni sono stati ritrovati in più di una catacomba accanto a simboli ugualmente antichi come quello del pesce e dell’agnello.
Il pavone ha sempre affascinato gli uomini e dall’oriente all’occidente egli accompagna mogli di imperatori e regine non che Era/Giunone stessa: la regina degli dei. A questo uccello erano attribuite virtù e capacità divine ed è proprio da questo immaginario che i protocristiani si sono ispirati nell’adottare questo uccello come simbolo di vita e resurrezione: si credeva infatti che, una volta morto, le carni del pavone non andassero in putrefazione; anche il suo colore così sgargiante aveva un’origine “magica” dal momento che si riteneva che il pavone fosse in grado di uccidere e mangiare serpenti velenosi senza subire alcun danno e che fosse proprio il veleno a donare alle sue piume il colore blu che tutti conosciamo. Come Gesù, quindi, il pavone non conosceva la corruzione della morte e, così come Cristo ha dovuto prendere su di sé il male del mondo per portare la redenzione, senza tuttavia rimanerne danneggiato; il pavone poteva mangiare animali velenosi senza subirne l’effetto mefitico.
Il pavone è, infine, un simbolo solare: la sua coda aperta, infatti, è stata in più di una cultura paragonata ad un sole con tutti i suoi raggi.

ACQUA – L’acqua è uno dei simboli pasquali più misteriosi ed importanti. Durante la veglia pasquale, le letture si concentrano infatti su questo elemento con la lettura degli episodi biblici del diluvio universale e del passaggio del popolo ebraico attraverso il Mar Rosso (la prima pasqua): l’acqua viene quindi esaltata sia come calamità e forza distruttrice, ma anche come fonte di salvezza. Durante il periodo che precede la pasqua, vengono tradizionalmente impartite le benedizioni pasquali sia nelle case che negli ambienti di lavoro e, la notte del Sabato Santo, dopo aver benedetto il fonte battesimale, nelle cattedrali rette da un vescovo si celebrano i battesimi dei neocatecumeni: coloro che non hanno ricevuto questo sacramento da bambini. L’acqua ricorda, infine, la parola di Gesù che in più di un vangelo paragona la buona novella ad un’acqua capace di saziare la sete di giustizia, amore e verità che arde in ogni uomo.

FUOCO – Anche il fuoco e le candele hanno una parte importante durante la celebrazione della Pasqua: all’inizio della veglia pasquale, infatti, il sacerdote benedice il fuoco che servirà poi per accendere il cero pasquale poi utilizzato durante l’anno liturgico durante le messe e i riti più importanti. Nella religione cristiana il fuoco è un simbolo potente e molto evocativo. Lo Spirito Santo viene, sopratutto in occasione della Pentecoste, rappresentato come una fiammella e, in generale, il fuoco, usato sin dall’antichità per illuminare la notte, rappresenta la vittoria della luce (=Dio) sulle tenebre (=il diavolo) e, quindi, il trionfo del bene sul male. Sempre durante la veglia pasquale, il sacerdote porta in processione il cero pasquale appena acceso e proclama ad alta voce “Lumen Christi”: la luce di Cristo.

CAMPANE – Campane e campanelle sono un simbolo di novità o di avviso: i loro rintocchi scandiscono lo scorrere del tempo e, a seconda del modo in cui vengono suonate, portano buone o cattive notizie. Anticamente, quando un pericolo minacciava la comunità, le campane venivano fatte suonare in modo che la gente potesse mettersi al riparo o correre a prestare soccorso. Come a Natale, le campane della Pasqua suonano a festa e i loro rintocchi gioiosi annunciano al mondo la resurrezione di Gesù. Durante il triduo pasquale le campane vengono “legate” e non vengono suonate in segno di lutto per la passione e morte di Cristo: solo con l’annuncio del Sabato Santo e della Domenica di Pasqua le campane vengono finalmente liberate e la loro musica festosa torna a riempire le città. In Francia, per giustificare il silenzio delle campane durante i giorni del triduo, ai bambini viene detto che le campane sono volate a Roma e, la mattina di pasqua, sempre ai bambini spetta l’onore di correre alla finestra per sentire e verificare che le campane siano tornate ai loro rispettivi campanili.

LUNA – La luna non è uno dei simboli più noti della pasqua, ma merita comunque una menzione. Soprattutto nelle raffigurazioni medievali, sole e luna compaiono ai lati di Gesù in croce come a simboleggiare la partecipazione di tutto il creato al dramma della crocefissione. Ma il valore della luna nella pasqua cristiana è tutt’altro che marginale, anzi, è proprio lei a stabilire il giorno in cui deve cadere la pasqua cristiana.
A differenza di altre festività, come Natale o l’Assunzione, la Pasqua (e tutte le festività a lei connesse come la Domenica delle Palme e la Pentecoste) è una festività “mobile” e il giorno della celebrazione muta di anno in anno.
Il Concilio di Nicea del 325 stabilì che la Pasqua cristiana non doveva coincidere cona la Pesach, la Pasqua ebraica, e, per non evitare sovrapposizioni, venne adottato un sistema basato proprio sulle fasi lunari. Tradizionalmente, la Pesach viene celebrata quattordici giorno dopo il plenilunio di marzo, il Concilio di Nicea fissò il 21 Marzo come data per l’equinozio di primavera e stabilì che la pasqua cristiana venisse festeggiata la domenica successiva al plenilunio dopo l’equinozio di primavera. Nonostante questi accorgimenti, tuttavia, pasqua cristiana e pasqua ebraica possono comunque coincidere come è successo nel 2017.

UOVA – Le uova di pasqua sono l’aspetto più dolce di questa festività e grandi e piccini aspettano con ansia la domenica di Pasqua per poterle aprire e scoprire quali sorprese vi siano nascoste al loro interno. Sempre la tradizione vuole che la domenica di Pasqua si mangino le uova benedette e, spulciando in internet, si trovano ricette provenienti da tutte le regioni che spiegano come inglobare le uova benedette in torte, ciambelle ed altre pietanze.
L’uovo ha sempre stuzzicato la curiosità e la fantasia degli uomini che, abituati a vedere la vita nascere al termine di una gravidanza, ha sempre trovato curioso, se non misterioso, il processo che porta il pulcino a nascere apparantemente “da solo”.
L’uovo è un simbolo di vita e di resurrezione e il pulcino che nasce rompendone il guscio è allegoria di Cristo che esce dal sepolcro. Anche l’alchimia ha adottato questo simbolo che, nel linguaggio alchemico, indica le ampolle e i recipienti in cui avviene la trasformazione degli elementi. Tracce di questo collegamento tra l’uovo e la vita sono rintracciabili anche in scienza e in medicina. I misteri della fecondazione e della nascita hanno sempre affascinato medici e scienziati che, nel corso dei secoli, hanno cercato di capirne i segreti. Già nel 1600 si ipotizzava che, come le uccelli e rettili (così come le piante), anche i mammiferi avessero delle cellule uovo. Con la dottrina “ex ova omne vivum” (dalle uova nascono tutte le cose viventi) l’ipotesi della presenza di queste cellule scalzò le precedenti teorie sulla procreazione come quella della “generazione spontanea” o quella del “preformazionismo” e, nel 1928, venne per la prima volta attestata la presenza di cellule uovo, poi ribattezzate ovuli, in un essere umano.

ULIVO – L’ulivo è un simbolo di pace ed era sacro alla dea Atena. Racconta la leggenda che gli ateniesi, indecisi su chi dovesse essere il patrono della loro città, invocarono Poseidone e Atena che, per ingraziarsi il favore del popolo, portarono un dono ciascuno: Poseidone si presentò con un bellissimo cavallo e ne lodò la forza e il valore militare, mentre Atena, piantata la lancia nel terreno, offrì agli ateniesi un alberello gracile da cui pendevano piccoli frutti neri. Come la dea spiegò, si trattava di un ulivo: non il più imponente tra gli alberi, ma comunque utile perché con i suoi frutti gli ateniesi avrebbero potuto sia sfamarsi che illuminare le loro notti oltre, ovviamente, usarne il legno. Gli ateniesi scelsero, come suggerisce il nome, Atena e sulle vecchie 100 lire vi era raffigurata proprio la dea nell’atto di creare l’ulivo.
L’ulivo è un altro dei simboli pasquali più diffusi e, come per la colomba, la sua fama affonda le radici nell’Antico Testamento e nelle tradizioni del popolo ebraico. L’olio, ottenuto dalle olive, era usato per consacrare re e profeti e tutt’ora, durante i sacramenti del Battesimo, della Cresima (o Confermazione), dell’Ordine Sacro e dell’Unzione degli Infermi; il sacerdote unge chi riceve il sacramento con il crisma (o crismale): l’olio benedetto.
Un giardino di ulivi, chiamato Orto degli Ulivi o Getsemani, compare nelle letture del triduo pasquale ed è il luogo in cui avviene il tradimento di Giuda che segna l’inizio della passione di Cristo. A parte questo chiaro riferimento, non ci sono altri episodi che vedano protagonisti degli ulivi, tuttavia, durante la Domenica delle Palme, nelle chiese viene fatta la tradizionale benedizione dei rami di ulivo che i fedeli portano poi nelle case; si tratta di una “variazione sul tema”: considerata la scarsità di palme in Italia (e la difficoltà nel raccoglierne le foglie) nel corso dei secoli si è optato per piante più facilmente reperibili e meno difficili da potare come, per l’appunto, gli ulivi ugualmente molto presenti in Terra Santa.

CONIGLIO – Reso celebre, e mai così dolce, da una nota azienda dolciaria, il coniglio, e più raramente la lepre, ha consolidato la propria posizione tra i simboli pasquali per eccellenza. Nonostante il suo successo, sopratutto nei paesi anglosassoni, le origini del Coniglio di Pasqua, noto anche come Coniglietto di Pasqua, sono più sacre che profane.
Il coniglio è universalmente noto per la sua proliferosità: le colonie di conigli selvatici possono contare svariate dozzine di esemplari e, grazie alle loro gallerie e velocità, i conigli possono dare la sensazione di spostarsi velocemente da un’apertura all’altra anche se molto distanti tra di loro. Il coniglio è associato alla Luna (una leggenda cinese sostiene che la luna sia una colonia di conigli) e al mondo degli spiriti, ma anche al rinnovamento e alla vita. La sua natura timida e difficilmente avvicinabile fece sì che presso i popoli celtici il coniglio fosse considerato un viaggiatore tra i mondi: una creatura capace di passare indenne dal mondo dei morti a quello dei vivi facendosi foriero di profezie o presagi. Tuttavia è sotto il luteranesimo che il coniglietto di Pasqua comincia a diffondersi ricoprendo un ruolo analogo a quello di Santa Klaus: una sorta di Babbo Natale primaverile che, invece dei doni, nasconde uova colorate.
Come molti animali notoriamente classificati come “prede”, il coniglio si riproduce molto più frequentemente rispetto ai grandi erbivori e ai carnivori e ogni parto può contare fino a 15 cuccioli per nidiata. Questa sua caratteristica, per quanto fonte di ilarità e battute non sempre lusinghiere, lo rende un vero e proprio simbolo di vita e rinnovamento, non che di speranza e di nuovi inizi: tutti valori e messaggi fortemente legati al messaggio pasquale portato da Gesù con la sua resurrezione dai morti.

*Jo

Detto da Dante – Parole e modi di dire resi celebri dal Sommo Poeta.

Istituito dal Consiglio dei Ministri, il Dantedì è dal 2020 la giornata nazionale dedicata a Durante di Alighiero degli Alighieri, noto in tutto il mondo come Dante Alighieri. La data scelta per questa celebrazione è il 25 Marzo: giorno in cui, secondo gli studiosi, Dante iniziò il suo viaggio nell’aldilà narrato nelle tre Cantiche che compongono la Divina Commedia.
Dante Alighieri non ha bisogno di presentazioni e il suo contributo alla cultura italiana, e in parte anche mondiale, è indiscusso: il suo viaggio nell’aldilà ha ispirato, nell’arco di secoli, artisti, scrittori e anche registi; e la sua rappresentazione dei regni ultraterreni continua tutt’ora ad essere presa come modello anche nelle rappresentazioni contemporanee dell’Inferno, del Purgatorio e del Paradiso.
Tra le pagine della Divina Commedia, infatti, si trova ben più di un semplice racconto, di un affresco della cultura medievale e delle dottrine teologiche e filosofiche che si discutevano nelle università e nelle corti.
Politica, storia, mitologia, astronomia, ma anche tecniche agricole e navali vengono descritte facendo sì che la Commedia diventi, al pari dell’Iliade e dell’Odissea di Omero, una sorta di enciclopedia trecentesca in cui, per esempio, si fa cenno a pratiche come quella del maggese (la rotazione delle colture che prevede la messa “a riposo” di un terreno per l’anno successivo) o alle operazioni di calafataggio, di impermeabilizzazione, condotte “nell’Arzanà de’ Viniziani” con la “tenace pece” (Inferno: C. XXI, v. 7-8).
La Divina Commedia è un testo che parla di Dio, parlando agli uomini: una sinossi di teologia medievale che, tuttavia, era comprensibile tanto ai contemporanei di Dante quanto ai lettori dei nostri giorni che, tra i canti, incontrano personaggi che palpitano di vita ed eroismo, tanto meschini e vili, alcuni, quanto puri e nobili altri; ma tutti incredibilmente umani e per questo vicini al pubblico di ogni epoca e luogo.

Tuttavia, la Divina Commedia non si può ridurre ad un mero almanacco trecentesco: a Dante va il merito di aver vergato uno dei testi che ha ufficializzato il volgare fiorentino contribuendo alla nascita e al progressivo imporsi di quella che sarebbe diventata l’italiano.
Con Dante, Petrarca e Boccaccio (le Tre Corone fiorentine) nasce la nostra lingua: che non è fatta solo da grammatica e vocaboli, ma si avvale di modi di dire che, per la prima volta, vengono messi su carta divenendo parte attiva di una nuova cultura ed una nuova Italia.
È così che espressioni, come fa tremare le vene e i polsi (Inferno: C.I, v. 90) approdano nell’italiano corrente riuscendo, oggi come allora, a descrivere sentimenti ed emozioni universali come la paura, se non addirittura il terrore, davanti a situazioni o cose raccapriccianti o che paiono invincibili. Modi di dire  come “stare freschi”, “cosa fatta capo ha”, “non mi tange”, parole come “merda” o il tipicamente toscano “babbo”, squisitamente dialettali nella loro spontaneità, superano il tempo e lo spazio e fuggono dalla carta tornando al popolo che li ha coniati e che continua ad usarli.
Confrontando la Divina Commedia con la lingua di tutti i giorni si scopre l’aspetto giocoso, quasi pop, di Dante e della sua opera.
Non esiste studente al mondo che non sia stato, almeno una volta nel corso della sua carriera scolastica, apostrofato dal proprio professore con le parole “fatti non foste a vivere come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza.” (Inferno: C.XXVI,v.119-20). E che dire della locuzione “Galeotto fu…” (Inferno: C. V, v. 37) che è comunemente usata per indicare qualcosa che, per quanto spiacevole, ci ha fatto cadere in tentazione o prendere una libertà in più.
Dante non è solamente un coniatore di citazioni e, come l’inglese William Tyndale e come qualunque letterato che si affacci sulle potenzialità di una nuova lingua, egli gioca ed inventa ritagliando parole da altre parole o creandone di nuove quando il vocabolario corrente manca di quel termine atto a descrivere azioni, emozioni o atteggiamenti.
Latinismi come “quisquilia” o francesismi come “gabbare”, dal francese antico “gaber”(=”scherzo”), scivolano via dalle pagine garantendo la sopravvivenza di parole che, altrimenti, sarebbero oggi estinte. Non tutti i neologismi di Dante sono, purtroppo, giunti fino a noi e, sebbene siano molti le frasi e le espressioni per cui il Sommo Poeta è ricordato, ci sono alcuni verbi che, pur suonando strani se non addirittura buffi, sono forse la testimonianza più grande dell’estro e della conoscenza che Dante aveva della lingua e della linguistica. Espressioni come “indracarsi” (Inferno: C.XVI, v. 115), con l’accezione di divenire furioso come un drago, “infuturarsi” (Inferno: C. XVII, v. 98), estendersi al futuro, o “imparadisare” (Inferno: C. XXVIII, v.3), qualcosa che ti fa sentire “in paradiso”, colpiscono per la loro schiettezza e l’espressività con cui riescono a veicolare il messaggio di Dante.

Fiumi di inchiostro sono stati versati e, tutt’ora, le opere di Dante Alighieri continuano ad attirare l’attenzione di linguisti e storici e continuano  a regalare, anche a distanza di secoli, sorprese e ad essere oggetto di studio.
Una menzione va fatta all’Accademia della Crusca (il cui contributo è stato fondamentale per questa stesura) che, in occasione del 700° anniversario dalla morte di Dante Alighieri, ha deciso di pubblicare ogni giorno una parola “dantesca”: neologismi o espressioni dialettali entrate, in maniera più o meno consapevole, nella lingua di tutti i giorni.

*Jo

Stelle, eroi, animali e vecchie conoscenze: l’etimologia dei nomi e dei cognomi della saga di Harry Potter (parte 1)

Un nome, si sa, non è mai solo un nome: nessuno, a meno che non abbia una spiccata vena ironica, chiamerebbe mai un prode cavaliere “Cippi” né userebbe un nome dolce e musicale come “Mussolina” (se non sapete cosa sia la mussolina vi lascio questo link) per un feroce drago.
Omen Nomen, dicevano gli antichi: nel nostro nome è contenuto il nostro destino e, per questo motivo, “battezzare” i personaggi del proprio romanzo non è mai un compito facile e, nonostante le fonti di ispirazione non manchino, non sempre trovare il nome perfetto è così facile.
Nella saga di J.K. Rowling troviamo un’infinità di personaggi e se per qualcuno indovinarne l’etimologia è abbastanza facile, per altri invece bisogna investigare un po’ per scoprirne non solo il significato ma anche lati del carattere non particolarmente tratteggiati nei romanzi.

HARRY POTTER“non ci sarà bambino nel nostro mondo che non conoscerà il suo nome” diceva Minerva Mc Grannit nelle prime pagine di Harry Potter e la pietra filosofale e, in effetti, per un’intera generazione il nome Harry fa subito pensare al piccolo mago occhialuto. Il nome Harry deriva dal germanico Heimirich e si compone di due parti heim “casa/patria” and ric “guida”; nel corso dei secoli il nome è andato in contro ad una serie di varianti e se in Germania e in Italia il nome sopravvive in una forma abbastanza fedele all’originale, Heinrich ed Enrico, nei paesi anglosassoni e francofoni troviamo le varianti che più si avvicinano al nome del maghetto: Henri (Francia), Henry e Harry.
E il cognome? L’etimologia di Potter non è certa e, sebbene i più concordino sulla traduzione di “ceramica” o “inerente alla ceramica”; la stessa autrice ha spiegato di aver preso in prestito il cognome da uno dei suoi amici.

RONALD WEASLEY – Forse il secondo personaggio più famoso della saga: Ron, insieme alla sua numerosa famiglia, è la spalla di Harry Potter e lo accompagna ovunque gettando più di una volta il cuore oltre l’ostacolo per aiutare i propri amici.
Anche l’origine del nome Ronald (abbreviato Ron) è germanica, Ragnvaldr, e si compone di due parti regin “consiglio” and valdr “potente/valido”. Diffuso sopratutto nei paesi anglossassoni nelle varianti Ronald e Reynold, in Italia è presente come Rinaldo.
Il cognome Weasley, invece, è un chiaro riferimento alla donnola animale a cui, secondo la tradizione, è attribuita la capacità di guardare oltre alle apparenze smascherando così le falsità.

HERMIONE GRANGER – La streghetta più brillante della saga può vantare un nome tutt’altro che banale e ricco di storia. Nonostante Hermione de Un racconto d’Inverno di William Shakespeare, abbia privato la strega dell’esclusiva nel pantheon della letteratura inglese; le origini del nome sono ancora più antiche e risalgono alla mitologia classica.
Hermione, infatti, non è solo la figlia di Elena e Menelao, ma è anche la versione femminile di Hermes: il celebre messaggero degli dei e protettore di viaggiatori, scrittori, ladri (ricordiamo tutti la piccola incursione tra le scorte di Piton), oratori, atleti e mercanti.
Tuttavia, è analizzando il cognome del personaggio che emergono i dettagli più interessanti. Il cognome Granger è stato preso in prestito dal romanzo Fahrenheit 451 di Bradbury: l’autore statunitense affidò al suo Granger, un intellettuale ribelle, la guida di uno dei gruppi di dissidenti impegnati a salvare i libri.

ALBUS DUMBLEDORE – Amato ed odiato, Albus Silente (Dubledore nella versione originale) ha lasciato un segno nei nostri cuori e, almeno una volta, tutti noi lo avremmo voluto come preside… almeno prima di leggere il settimo romanzo.
La traduzione italiana è quanto mai lontana da quella inglese. Pur non essendoci una reale corrispondenza tra il cognome Dumbledore e una qualsiasi parola inglese, è possibile notare una certa assonanza con il termine Bumblebee: calabrone. Più di una volta, infatti, Albus Silente viene descritto mentre passeggia nervosamente su e giù borbottando tra sé e sé producendo un rumore simile a quello di un calabrone (o di un bombo) in volo: un personaggio tutt’altro che silente come invece lascia pensare la traduzione nostrana.

GILDEROY LOCKHART – Come dimenticare il pomposo e vanitoso professore di difesa contro le arti oscure? Gilderoy Lockhart (Allock) compare nel secondo capitolo della saga e, suo malgrado, si ritrova catapultato al centro dell’azione e sulla soglia della Camera dei Segreti.
Se in italiano la traduzione si è maggiormente concentrata sul cognome (da Lockhart ad Allock) giocando su una divertente assonanza tra il nome e la sua somiglianza con il termine allocco (considerato il meno brillante dei rapaci); la versione inglese pone l’accento sulla sua natura truffaldina ed opportunista.
Lockhart è composto da due parole lock “chiuso” e hart>heart “cuore”: un cuore chiuso tipico di una persona egocentica affatto interessata ad aiutare il prossimo.
Ancor meno lusinghiero, però, è il nome che deriva dal verbo inglese to gild “dorare”(un’azione ben diversa da to plate “placcare”) che allude a qualcosa di bello solo esteriormente.

ARGUS FILCH – Argus Filch, Gazza nella versione italiana, ha decisamente rivoluzionato l’idea del bidello trasformandolo da, amico di tutti gli scolari, a custode implacabile dei corridoi.
Il nome Argus è la versione latinizzata di Argo: un nome molto diffuso nella mitologia greca. Argo è, infatti, il nome della nave utilizzata da Giasone e dagli Argonauti per recuperare il vello doro, e anche il cane di Ulisse, l’unico membro della corte a riconoscere il padrone sotto mentite spoglie, porta questo nome.
Pur avendo tratti in comune con il fedele amico a quattro zampe del condottiero greco (la lealtà al proprio lavoro e la sua vocazione di custode del castello di Hogwarts), Argus Filch deve il suo nome ad Argo Panoptes: un gitante che, secondo il mito greco, era dotato di cento occhi il che lo rendeva, oltre che difficile da ingannare, sempre vigile e pronto ad intervenire.
Anche il cognome Filch, Gazza in italiano, non è stato scelto a caso: entrambe le traduzioni pongono l’accento sulla leggera cleptomania del personaggio che è solito requisire e rubacchiare tutti gli oggetti lasciati incostoditi o che non dovrebbero trovarsi ad Hogwarts. In inglese il verbo to filch significa appunto “rubacchiare” (per l’esattezza “rubacchiare e nascondere”) ed è usato per descrivere, tra le altre cose, l’attitudine delle gazze a ladrare oggetti brillanti per portarli nel proprio nido.

*Jo

Secret Garden Booktag

Amata dai più romantici e dagli amanti della natura o odiata da chi, purtroppo, soffre di ogni tipo di allergia legata ai pollini e ai fiori; che sia o meno la vostra stagione preferita la primavera sta tornando e quale modo migliore per celebrarla se non dedicarle una booktag?
In questa booktag primaverile ci siamo cimentate nell’abbinare ai nostri fiori preferiti un romanzo. Volete scoprire cosa c’è nel nostro giardino delle letture?

ATTENZIONE: pur parlando di fiori questa booktag non causa attacchi d’allergia, tuttavia è possibile che, in seguito alla lettura dell’articolo, alcuni di voi vengano presi dall’irrefrenabile voglia di correre nella libreria più vicina.

1. #PAPAVERO – Un libro indimenticabile
VOLPE: La tua seconda vita comincia quando capisci di averne una sola di Raphaelle Giordano; questo per due motivi: il primo è che è un libro che è arrivato esattamente quando ne avevo bisogno, il secondo è che Annrose ha scelto Promettimi che ci sarai!
JO:
Promettimi che ci sarai di Carol Brunt; so che lo cito almeno una volta a booktag, ma questo libro significa davvero molto per me.

2. #GERBERA– Un libro che ti ha fatto tornare il sorriso
VOLPE: Leggere è una faccenda da gatti di Alex Howard.
JO:
Dove porta la neve di Matteo Righetto.

3. #ZAFFERANO– Un libro dalle tinte “gialle”
VOLPE:  L’uomo di neve di Jo Nesbø
JO:
L’ombra del vento di Carlos Ruiz Zafon

4. #ROSABIANCA– Un libro che ha per protagonisti dei bambini e la loro innocenza
VOLPE: La leggenda del cavaliere dei draghi di Cornelia Fake
JO:
La bambina che salvava i libri alias Storia di una ladra di libri di
Markus Zusak

5. #STELLADINATALE– Un libro ambientato in luoghi esotici o lontani
VOLPE: Come addestrare un drago di Cressida Cowell; valgono i luoghi immaginari, no?
JO:
L’utimo cacciatore di libri di Matthew Pearl

6. #FELCE– Un libro che non ti è piaciuto proprio per niente
VOLPE: Qualcosa di Chiara Gamberale; Ho trovato il romanzo senza senso, mancava un vero e proprio filo conduttore o una morale chiara che lasciasse il segno. Mi è parso un tentativo mal riuscito di copiare il Piccolo Principe.
JO: Fluo di Isabella Santacroce; ne avevo in mente un altro, ma considerata la pessima e spropositata reazione che l’editore ha avuto alla recensione che gli ho fatto, ho deciso di non fargli ulteriore pubblicità.

7. #VISCHIO– Un libro che racconta una storia di coraggio
VOLPE: Coraggio! di Gabriele Romagnoli
JO: Una questione privata di Beppe Fenoglio

8. #AGLIOSELVATICO– Un libro che parla di animali o natura
VOLPE: Il peso della farfalla di Erri De Luca
JO:
La fine del mondo storto di Mauro Corona

9. #NARCISO– Il primo libro che hai letto da solo/sola
VOLPE: Le streghe di Roald Dahl
JO: Matilde di Roald Dahl

10. #GLADIOLO– Un libro che ti ha “trafitto” il cuore
VOLPE: Diario di Anna Frank
JO: La meccanica del cuore di Mathias Malzieu

Molti dei fiori scelti per questo articolo hanno un significato preciso nel linguaggio dei fiori; volete sapere quale? Allora non vi resta che leggere l’articolo dedicato al Linguaggio dei fiori!

Film per capire la Shoah

Sempre grazie all’aiuto di Caterina, abbiamo deciso di presentarvi anche una selezione di film, naturalmente ispirati a libri, con cui spendere parte di questa giornata della memoria.

Schindler’s List, 1993, Steven Spielberg
Da: La lista di Schindler, 1982, romanzo di Thomas Keneally

Jona che visse nella balena, 1993, Roberto Faenza
Da: Anni d’infanzia. Un bambino nei lager, 1978, biografia di Jona Oberski.

Sorstalanság – Senza destino, 2004, Lájos Koltai
Da: Essere senza destino, 1975, romanzo di Imre Kertész.

Il pianista, 2002, Roman Polański
Da: Il pianista, 1946, romanzo autobiografico di Władysław Szpilman

Il giardino di Finzi-Contini, 1970, Vittorio De Sica
Da: Il giardino dei Finzi-Contini, 1962, romanzo di Giorgio Bassani

La chiave di Sarah (Elle s’appelait Sarah), 2011, Gilles Paquet-Brenner
Da: La chiave di Sarah, 2007, romanzo di Tatiana de Rosnay

Il bambino con il pigiama a righe, 2008, Mark Herman
Da: Il bambino con il pigiama a righe, 2006, romanzo di John Boyne

Mi ricordo Anne Frank, 2009, Alberto Negrin
Ispirato a: Mi ricordo Anna Frank, biografia di Annie Leslie Gold

Defiance – I giorni del coraggio, 2008, Edward Zwik
Da: Gli ebrei che sfidarono Hitler, 1993, romanzo di Necham Tec

In darkness (W ciemności), 2012, Agnieszka Holland
Da: In fuga dai nazisti, 1990, di Robert Marshall

Il coraggio di Irena Sendler, 2009, John Kent Harrison
Da: Mother of the Children of the Holocaust: The Story of Irena Sendler, 2004, di Anna Mieszkowska

Il diario di Anna Frank, 1959, George Stevens
Il diario di Anna Frank, 2009, Jon Jones
Da: Diario, di Anna Frank

L’amico ritrovato, 1989, Jerry Schatszberg
Da: L’amico ritrovato, 1971, romanzo di Fred Uhlman

Corri, ragazzo, corri, 2013, Pepe Danquart
Da: Corri ragazzo, corri, 2001, romanzo di Uri Orlev

Jacob il bugiardo, 1999, Peter Kassovitz
Da: Jacob il bugiardo, 1968, romanzo di Jurek Becker

Anita B., 2014, Roberto Faenza
Da: Quanta stella c’è nel cielo, romanzo di Edith Bruck

L’isola in via degli uccelli, 1997, Søren Kragh-Jacobsen
Da: L’isola in via degli uccelli, 1981, romanzo di Uri Orlev

La scelta di Sophie, 1982, Alan J. Pakula
Da: La scelta di Sophie, 1976, romanzo di William Styron

La signora dello zoo di Varsavia, 2017, Niki Caro
Da: Gli ebrei dello zoo di Varvasia, romanzo di Diane Ackerman

La Tregua, 1997, Francesco Rosi
Da: La tregua, 1963, di Primo Levi

L’onda (Die Welle), 2008, Dennis Gansel
Da: L’Onda, 1981, romanzo di Todd Strasser

The Reader, 2008, Stephen Daldry
Da: A voce alta, 2008, romanzo di Bernhard Schlink

Ogni cosa è illuminata, 2005, Liev Schreiber
Da: Ogni cosa è illuminata, 2005, romanzo di Jonathan Safran Foer

La verità negata, 2016, Mick Jason
Da: History on Trial: My Day in Court with a Holocaust Denier, 2005, di Deborah Lipstadt

Giornata della Memoria

All’ingresso del crematorio di Dachau una lapide, con una scritta in tedesco, accoglie i visitatori e li invita con sprezzante durezza a fermarsi e a riflettere su come la gente morisse in quel quadrato di terra nascosto dagli alberi e dalle fabbriche.
Poco più avanti, incisa ai piedi di una statua raffigurante una delle tante vittime senza nome né volto, una seconda scritta “Ai morti l’onore, ai vivi il monito”.

Oggi, come ogni anno, anche noi ci fermiamo: niente giochi, niente foto colorate o spiritose; oggi più che mai vogliamo farci carico dell’impegno che è la Memoria e insieme a voi riflettere, condividere e rileggere la storia passate e presente in modo da poter oggi e per sempre gridare a gran voce “Mai più!”.

A 74 anni dalla fine della II guerra mondiale e dalla liberazione del campo di concentramento di Auschwitz, ricordare cosa è successo è un compito non più riservato ai pochi testimoni diretti ancora invita, ma è un dovere morale urgente e al quale non è possibile sottrarsi.

Mai più.

*Lo Staff

GREAT (WO)MEN #6: SALOME’

In questa nuova puntata di Great (Wo)men, in collaborazione con il canale YouTube La Storica, parleremo di un controverso personaggio della letteratura e della storia, ossia Salomé.

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“…Erodiade, loro sorella, fu moglie di Erode, figlio di Erode il Grande, natogli da Mariamme, figlia del sommo sacerdote Simone. Essi ebbero una figlia, Salome, dopo la quale, Erodiade, agendo contro la legge dei nostri padri sposò Erode, fratello di suo marito, dello stesso padre, che era tetrarca della Galilea…”

Giuseppe Flavio, ANTICHITA’ GIUDAICHE, libro XVIII : 136

In questo passo, si possono leggere le origini di quella Salomé che ispirò gli artisti di tutta la storia: Erodiade, moglie di Erode Filippo I, abbandonò il marito, dopo la nascita di Salomé, per sposare il fratello del precedente marito.
La cattiveria e la malvagità della piccola Salomé sono spesso attribuite a questa figura materna che sembra essere lì soltanto per manipolare la figlia e la spinge a chiedere ad Erode la testa di Giovanni Battista su un piatto che diventerà suo simbolo.Eccovi il passo del vangelo di Matteo che descrive questa scena:

“…La figlia di Erodìade danzò in pubblico e piacque tanto a Erode che egli le promise con giuramento di darle tutto quello che avesse domandato. Ed essa, istigata dalla madre, disse: “Dammi qui, su un vassoio, la testa di Giovanni il Battista…“

Matteo 1, 1-12

Molti tra pittori e scrittori si sono lasciati affascinare da questa figura a metà tra lo storico e il fantastico, da questa bambina che viene sempre dipinta come una seducente donna che per malizia e cattveria chiede la testa di un santo.toilettesalome
Dal punto di vista pittorico, una delle rappresentazioni più belle, e sicuramente più veritiere, è quella di Botticelli, in cui Salomé tiene tra le mani il vassoio con la testa di Giovanni Battista e la guarda con i suoi occhi di bimba, completamente diversi da quelli rappresentati nella “Giuditta II (Salomé)” di Klimt in cui la ragazzina è rappresentata come una vera e propria Femme Fatale.
Oscar Wilde le ha intitolato un’opera, pubblicata nel 1893. Nella mente dello scrittore sarebbe dovuta essere Sarah Bernhardt a interpretare la protagonista, tuttavia l’attrice si rifiutò a causa degli scandali collegati a Salomé. L’opera fu messa in scena per la prima volta nel 1896 al Teatro dell’Oeuvre a Parigi.
Fatto curioso è che a Londra l’opera fu portata solo nel 1931 perché considerata troppo scabrosa per i nobili del tempo.

*Volpe

Il linguaggio del ventaglio

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Quest’opera di Klimt introduce il tema di questo nuovo articolo dedicato al linguaggio. Dopo aver parlato del linguaggio dei fiori, è arrivato il momento di parlare del linguaggio del ventaglio: una lingua meno nota di quella dei fiori, ma altrettanto usata soprattutto nel ‘700 e nell’800 quando, come abbiamo già detto, i tête-à-tête tra uomini e gentil sesso erano assai rari e bisognava utilizzare messaggi in codice per far sapere al proprio spasimante la propria disponibilità ad un incontro. Un linguaggio silenzioso conosciuto, come quello dei fiori, sia dalle donne che dagli uomini.

Il ventaglio, soprattutto tra ‘700 e ‘800, aveva una funzione completamente diversa da quella che ci immaginiamo noi oggi ed era un accessorio usato tanto in estate, quando alla scomodità dei corsetti si aggiungeva il caldo, quanto in inverno dove centinaia di persone erano chiuse anche per diverse ore nella stessa stanza in cui il ricircolo d’aria era pressoché assente e respirare poteva diventare una vera e propria impresa. Lo sfarfallio dei regency-ball1ventagli era quindi uno spettacolo usuale, soprattutto nelle grandi corti, e non stupisce quindi che questi piccoli oggetti di stoffa e merletti siano diventati i discreti messaggeri di questi messaggi in codice. Inoltre il ventaglio era un’ottima maschera dietro la quale ci si poteva prontamente nascondere per celare agli altri il proprio viso e il proprio sguardo e non rendere così pubblici i propri sentimenti. Il ventaglio è sensualità, mistero, ma anche timidezza e riservatezza.

” Marietta, graziosa, fine, elegante, decolté, con le sue forti spalle muscolose, con un neo sul collo, si voltò subito verso Niehliudof ed indicandogli col ventaglio un posto dietro a lei, l’accolse con uno sguardo riconoscente e, come gli parve, pieno di sottintesi.”

(Anna Karenina, Lev Tolstoj)

E’ difficile fare un elenco di quelli che erano i messaggi più usati e non è altrettanto facile capire a quale movimento corrispondesse un determinato messaggio. Tuttavia, confrontando diverse interpretazioni, credo di essere riuscita a stilare una lista abbastanza attendibile di quelle che erano le comunicazioni più usate.

  • Ventaglio appoggiato vicino al cuore: Hai il mio amore/ Voglio parlarti
  • Ventaglio chiuso tocca l’occhio destro:  Quando posso vederti?
  • Il numero di stecche del ventaglio aperto indicava solitamente un orario
  • Movimenti minacciosi a ventaglio chiuso: Non essere imprudente!
  • Ventaglio mezzo aperto appoggiato alle labbra:  Ti concedo di baciarmi
  • Coprirsi l’orecchio sinistro con il ventaglio aperto: Non tradire il nostro segreto
  • Nascondere gli occhi con un ventaglio aperto:  Ti amo
  • Chiudere lentamente un ventaglio spalancato: Ti sposerò, te lo prometto
  • Far scivolare il ventaglio sugli occhi: Scusami
  • Ventaglio tenuto aperto a mani unite: Perdonami
  • Toccare con un dito la punta del ventaglio: Vorrei parlare con te
  • Appoggiare il ventaglio sulla guancia destra: Sì
  • Appoggiare il ventaglio sulla guancia sinistra: No
  • Aprire a chiudere più volte il ventaglio : Sei crudele
  • Lasciar cadere il ventaglio: Ti considero un amico/ Saremo amici
  • Sventolarsi lentamente: Sono sposata
  • Sventolarsi velocemente: Sono fidanzata
  • Appoggiare alle labbra il manico del ventaglio: Baciami
  • Aprire completamente il ventaglio: Aspettami
  • Mettere il ventaglio dietro la testa: Non ti scordare di me
  • Mettere il ventaglio dietro la testa con le dita tese: Arrivederci
  • Ventaglio nella mano destra davanti al viso: Vieni con me
  • Ventaglio nella mano sinistra davanti al viso: Desidero fare la tua conoscenza
  • Ventaglio tenuto sopra all’orecchio sinistro: Non voglio vederti più
  • Far scivolare il ventaglio sulla fronte: Sei cambiato/ Non sei più lo stesso
  • Rigirare il ventaglio nella mano sinistra: Ci guardano
  • Rigirare il ventaglio nella mano destra: Il mio cuore appartiene ad un altro/ Amo un altro
  • Portare il ventaglio aperto nella mano destra: Sei troppo irruente/ Sei troppo disponibile
  • Portare il ventaglio aperto nella mano sinistra: Vieni a parlare con me
  • Far scivolare il ventaglio attraverso la mano: Ti odio!
  • Fra scivolare il ventaglio lungo la guancia: Ti amo!
  • Presentare il ventaglio chiuso: Ho il tuo amore? / Mi ami?
*Jo
Fernand Toussaint (Belgian artist, 1873-1955) Elegant Woman Seated.jpg

Great (Wo)men #1 – Hammurabi

Questo articolo, primo di una nuovissima serie che tratterà di grandi uomini e donne, è stato redatto in collaborazione con il canale YouTube La Storica.

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Il primo personaggio di cui vogliamo parlarvi è Hammurabi, sesto re di Babilonia, e, soprattutto, autore del codice di leggi conosciuto come “codice di Hammurabi” ritenuto uno dei più antichi del mondo.
Hammurabi fu un sovrano molto capace e tra le sue opere più importanti, tralasciando per qualche istante il codice, si possono annoverare: il tentativo di riunificazione della mesopotamia e l’instaurazione del Babilonese come lingua ufficiale dell’impero; il riordinamento del pantheon mesopotamico con il quale divinità simili tra loro vennero accorpate sotto un’unica figura; l’aver riportato la sfera della giustizia sotto il controlo del re sottraendola, così, al controllo sacerdotale e, per far fronto alla crisi dell’abbandono dei campi, la distibuzione tra i veterani delle terre conquistate al nemico.

Ma passiamo ora alla parte per noi importante, ossia il codice.
295 leggi incise a caratteri cuneiformi su una stele di basalto nero alta quasi due metri e mezzo, recante sulla sommità una scultura del re in venerazione del dio della giustizia Shamash, formano uno tra i più importanti codici di leggi dell’antichità.

Per prima cosa, il codice ci dice che esistevano tre classi sociali:
awīlum: Cittadini con ogni tipo di diritto, oggi potremmo chiamarli nobili;
muškēnum: Cittadini liberi ma non possidenti o ricchi;
wardum: Gli schiavi con tutti i non privilegi che questo status comporta.
Appartenere ad una classe sociale comportava diritti, a meno che non si fosse un Wardum, e dei doveri diversi. C’erano anche pene particolari per ogni casta e, sorpredentemente, le pene di tipo pecuniario venivano calcolate in base alla possibilità economica del colpovevole; in questo modo un ricco pagava, per lo stesso delitto, una multa più alta rispetto che un povero.

Codice_di_hammurabi_01La particolarità di questo codice è la sua pubblicità: ogni cittadino poteva controllare che la propria condotta fosse in linea con i dettami del re, oltretutto poteva controllare quale pena gli sarebbe stata inflitta se avesse trasgredito.
Probabilmente, la decisione di esporre le pene che potevano essere inflitte fu di tipo politico: possiamo supporre dovesse servire a disincentivare un determinato comportamento e non possiamo escludere che abbia anche funzionato al tempo.
Le pene erano basate sul famosissimo concetto della legge del taglione che possiamo riassumere con il motto: Occhio per occhio e dente per dente.
Come abbiamo spiegato in precedenza, però ci sono delle piccole eccezioni o particolarità:  la pena per l’omicidio era la morte, tuttavia se la vittiva era uno schiavo e l’omicida di una classe sociale più elevata, la pena veniva ridotta al pagamento di una multa calcolata in base all’utilità dello schiavo per il padrone.
Come se questa durissima legge non fosse abbastanza, non era riconosciuto il concetto di responsabilità personale: che il colpevole lo avesse o meno fatto di proposito, era colpevole e come tale sarebbe stato punito con il massimo della pena per il reato commesso.

Il codice di Hammurabi da alcuni indizi anche sulla mentalità dell’epoca in cui ordine e disciplina erano estremamente importanti per staccare dall’epoca precedente considerata piena di caos.
Poco importava, quindi, ai sudditi che non tutto ciò che veniva osannato, riguardo soprattutto alle regole morali, nel codice fosse reale o applicabile, era importante solo che fosse scritto in una legge e reso ufficiale e tecnicamente protetto dall’ordine statale contro il caos.

*Volpe