La bastarda degli Sforza

.: SINOSSI :.

1463. In una Milano splendida e in subbuglio dopo l’ascesa al potere di Galeazzo Maria Sforza, tiranno crudele e spietato ma anche amante delle arti e della musica, nasce Caterina, figlia illegittima di Galeazzo, la quale fin da bambina dimostra qualità non comuni e uno spirito ribelle: impossibile imbrigliarla nell’educazione che sarebbe appropriata per una femmina, ama la caccia, la spada, la lotta.
Una sola regola sua nonna Bianca Maria riesce a inculcarle nell’animo: la necessità, per una nobildonna, di pagare il privilegio della sua nascita accettando il proprio destino, qualunque esso sia, per il bene del casato cui appartiene, anche a costo di tradire la propria natura. Per questo, quando è costretta a nozze forzate per salvare il ducato da una pericolosa guerra scatenata dal papa Sisto IV, Caterina subisce il matrimonio e, con esso, gli orrori perpetrati dal marito, che si rivela tanto violento quanto pavido e imbelle.
Quando però, dopo la morte improvvisa di Sisto IV, loro protettore, si troverà coinvolta in una serie di feroci scontri tra gruppi di potere e opposte fazioni, il suo palazzo assalito e distrutto, la vita sua e dei figli in gravissimo pericolo, ritroverà lo spirito battagliero e il coraggio indomabile di un tempo e combatterà come e meglio di un uomo, lasciando un segno così indelebile nella vita di chi la ama e di chi la odia da guadagnarsi l’appellativo di Tygre.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

La scrittura di Carla Maria Russo non delude mai: poetica ed avvincente, senza scadere nel pomposo o perdersi dietro mille orpelli, riesce a descrivere con una prosa elegante tanto la grazia quanto la brutalità dell’essere umano regalando affreschi che commuovono, provocano o generano ribrezzo a seconda delle immagini immortalate sulla pagina.
Il romanzo è da intendere come una composizione di cori battenti: un primo narratore è esterno e a lui è affidato il compito di descrivere ora la corte di Milano, ora i palazzi romani o i giochi di potere architettati nelle residenze delle nobili famiglie fiorentine o romagnole; il secondo è un solista che, calandosi nelle vesti di Caterina Sforza, racconta gli eventi dal punto di vista della protagonista arricchendo, o almeno provandoci, la narrazione. Ogni capitolo è quindi diviso in due parti: una scelta che non solo spezza il ritmo, ma rende davvero difficile cogliere tutte le sfumature dei personaggi ad eccezion fatta per Caterina Sforza.
Quando, ormai 10 anni fa, lessi Hunger Games, apprezzai la scelta del narratore in prima persona e trovai l’espediente vincente per permettere al lettore di immedesimarsi nei panni di Katniss (il mio punto di vista cambiò leggendo gli altri due capitoli della trilogia). Come ho già detto, l’alternarsi di narratore interno ed esterno non giova al ritmo della storia: il risultato è un testo zavorrato dove un tentato approfondimento psicologico della protagonista si riduce ad un incensare, decantare, enfatizzare ed esagerare i tratti di Caterina Sforza fino a rendere il personaggio antipatico annientando così ogni possibilità di empatizzare con lei.
I personaggi “buoni” con Caterina, o che hanno la fortuna di rientrare tra le sue grazie, sono descritti come uomini e donne senza macchia e senza paura: perfetti sotto ogni punto di vista.
I personaggi, al contrario, che ostili alla “bastarda degli Sforza” sono invece puntualemente descritti come scialbi, fisicamente non appetibili (perché è risaputo che per essere intelligenti si debba essere belli come il sole) e privi di pregi o qualità.
L’ultima volta che ho accettato una divisione così netta, che non rende oltretutto pienamente giustizia a personaggi storici come Galeazzo Maria Sforza, Papa Sisto o Francesco Pazzi, è stata durante la lettura di Harry Potter al liceo e ho trovato questa caratterizzazione superficiale e fine a se stessa.
I tratti caratteriali di Caterina vengono ripetuti e ribaditi ad ogni pié sospinto.
La sua bravura con le armi viene decantata in ogni capitolo.
La sua astuzia e il suo estro vengono lodati ogni tre pagina e se, per sbaglio, l’attenzione sembra spostarsi per qualche riga su un altro personaggio, una comparsa appare strategicamente per riportare l’attenzione sulla protagonista (a questo link trovate contenuti multimediali che rendono meglio l’idea).

Il voto che mi sento di dare è 7/10: dopo la lettura de Il cavaliere del giglio avevo aspettative altissime su questo romanzo; aspettative che, purtroppo sono state deluse facendomi arrancare fino all’ultima pagina.
Appellandomi a quello che Pennac indica come secondo diritto del lettore, ho saltato a piedi pari intere parti del romanzo concentrandomi sulle pagine scritte in terza persona che permettevano comunque di capire l’avanzamento di trama senza doversi subire l’ennesima elogia su Caterina Sforza ridotta, in queste pagine, più ad una protagonista di Young Adult che non alla Tygre di Romagna.
La scrittura è impeccabile (l’unico appunto è sulle parti in dialetto forlivese dove l’autrice ha usato un po’ di fantasia nel trascrivere parole e modi di dire della zona) e riesce a salvare in zona cesarini il romanzo.
La mia curiosità su Caterina Sforza non è affatto soddisfatta e, nonostante questa lettura sia stata più un buco nell’acqua che non un piacevole passatempo, resto impaziente di scoprire qualcosa di più su questo personaggio storico.

*Jo

Letture per non dimenticare – 27 gennaio 2021

Lo strano 2021, figlio di un altrettanto insolito 2020, ci vede ancora chiusi, per senso civico e dovere morale, dentro le mura domestiche; ma non siamo solo noi ad essere stati costretti a cambiare le nostre abitudini: anche lezioni, lavoro e celebrazioni si sono dovute arrangiare per essere svolte in tutta sicurezza.
La Giornata della Memoria 2021 è stata spostata quasi interamente online e, se da una parte questo toglie la magia del contatto umano, dall’altra ci permetterà di partecipare a più di una iniziativa e ascoltare numerose voci che ancora hanno la forza di raccontare.
La memoria non si ferma, non si può fermare: ricordare diventa sempre di più un dovere chi rimane. Ora che i testimoni oculari dell’orrore della Shoah si stanno lentamente spegnendo per la vecchiaia, le loro storie e la loro voce sono ancora più importanti.

Nell’ultimo periodo, molti sono i testimoni che hanno messo le loro storie sulla carta. In questa importante occasione, noi di Arcadia abbiamo ritenuto importante proporvi alcuni titoli.
Leggete, conoscete, ricordate.

Ora che eravamo libere, di Henriette Roosenburg: Sopravvivere alla guerra, alla deportazione e al carcere, scampare a una condanna a morte e ritrovare la libertà tramite un lento e accanito ritorno verso casa, restare in vita per testimoniare e non far dimenticare un’esperienza che ha coinvolto migliaia di resistenti contro la barbarie nazista: tutto questo è Ora che eravamo libere, l’intenso memoir che la giornalista olandese Henriette Roosenburg pubblicò nel 1957 e che, grazie all’immediato successo presso i lettori americani, documentò in modo diretto la Nacht und Nebel, la terribile direttiva emessa nel dicembre 1941 da Adolf Hitler volta a perseguitare, imprigionare e uccidere tutti gli attivisti politici invisi al regime nazista. Nata nel 1916 in Olanda, Henriette Roosenburg aveva appena cominciato l’università quando si unì alla resistenza antinazista. A causa della sua attività come staffetta partigiana prima e giornalista poi, nel 1944 fu catturata, imprigionata nel carcere di Waldheim in Sassonia e condannata a morte. Nel maggio dell’anno successivo, venne liberata assieme ad altre sue compagne di prigionia, iniziando un lunghissimo viaggio per tornare a casa, un’autentica odissea attraverso la Germania sprofondata nel caos di fine conflitto. In mezzo a soldati alleati che presidiano il territorio, nazisti in fuga e tedeschi diffidenti o addirittura ostili perché ancora fedeli al regime, tra innumerevoli astuzie, baratti e peripezie, le protagoniste di questa estenuante via crucis riusciranno alla fine a riabbracciare le proprie famiglie in patria.

La generazione del deserto. Storie di famiglia, di giusti e di infami durante le persecuzioni razziali in Italia, di Lia Tagliacozzo: Lia Tagliacozzo è ebrea, figlia di due sopravvissuti alla Shoah. Quando nel 1938 vennero promulgate le leggi razziali, i suoi genitori erano bambini: durante le persecuzioni il padre si salvò per caso da una retata e restò nascosto in un convento per tutti i mesi dell’occupazione, la madre si rifugiò in un casolare di campagna e poi, dopo la fuga attraverso le Alpi, in un campo di internamento in Svizzera. Ma di tutto questo a casa di Lia si è sempre parlato poco. E lei, da sempre, ha tentato di ricostruire la storia della sua famiglia cucendo insieme le poche informazioni, riempendo i buchi della memoria, indagando tra le omissioni e le rimozioni. Ha scritto tanto, negli anni, trasformando in romanzo le vicende degli ebrei italiani, e ora ha deciso di raccontare la propria storia.

La sola colpa di essere nati, di Liliana Segre e Gherardo Colombo: Liliana Segre ha compiuto da poco otto anni quando, nel 1938, con l’emanazione delle leggi razziali, le viene impedito di tornare in classe: alunni e insegnanti di «razza ebraica» sono espulsi dalle scuole statali, e di lì a poco gli ebrei vengono licenziati dalle amministrazioni pubbliche e dalle banche, non possono sposare «ariani», possedere aziende, scrivere sui giornali e subiscono molte altre odiose limitazioni. È l’inizio della più terribile delle tragedie che culminerà nei campi di sterminio e nelle camere a gas. In questo dialogo, Liliana Segre e Gherardo Colombo ripercorrono quei drammatici momenti personali e collettivi, si interrogano sulla profonda differenza che intercorre tra giustizia e legalità e sottolineano la necessità di non voltare mai lo sguardo davanti alle ingiustizie, per fare in modo che le pagine più oscure della nostra storia non si ripetano mai più.

Il mio nome è Selma. La coraggiosa testimonianza di una combattente della resistenza ebraica, di Selma Van de Perre: Quando nel maggio del 1940 l’esercito del Terzo Reich invase i Paesi Bassi, la vita di Selma – spensierata studentessa ebrea diciottenne – cambiò per sempre. All’occupazione nazista, infatti, fece immediatamente seguito la persecuzione crudele e sistematica della popolazione ebraica. Allontanati dai luoghi di lavoro, spogliati di ogni diritto e proprietà, braccati dalla Gestapo, dalla polizia collaborazionista e dai tanti delatori, migliaia di ebrei olandesi furono deportati nei campi di sterminio, pagando, fra tutte le comunità dell’Europa occidentale, forse il prezzo più alto della Shoah. Molti, tuttavia, riuscirono a sfuggire alla cattura scegliendo la clandestinità e combattendo nelle file della resistenza. Selma fu una di loro. Per due anni, sotto il nome di «Marga» rischiò il tutto per tutto. Viaggiò come staffetta attraverso l’Olanda, il Belgio e la Francia per raccogliere informazioni, portare ordini, falsificare documenti di identità e tessere annonarie, dare rifugio ai giovani ricercati dai tedeschi. Contribuì alla fuga di centinaia di ebrei verso l’Europa meridionale e la Palestina. Fino a quando, nell’estate del 1944, venne arrestata e deportata, come prigioniera politica, a Ravensbrück, nel principale lager femminile della Germania nazista. A differenza dei genitori e della sorella che, come successivamente scoprì, morirono nei campi di sterminio, Selma riuscì a sopravvivere fino al giorno della liberazione sotto falsa identità. Soltanto a guerra terminata osò pronunciare per la prima volta dopo anni il suo vero nome. Selma. Ora, a novantanove anni, Selma van de Perre ripercorre una delle pagine meno note della storia della Seconda guerra mondiale, quella cioè che vide moltissimi ebrei partecipare attivamente alla lotta contro il nazismo, smentendo ancora una volta il luogo comune, così caro agli antisemiti e ai negazionisti di ieri e di oggi, delle vittime mansuete che si lasciarono condurre docilmente alle camere a gas. Entrando nella resistenza e scegliendo di sopravvivere a ogni costo, Selma, insieme a tanti altri, aveva sfidato la barbarie con la sola arma di cui disponeva, il coraggio. Per poter pronunciare di nuovo il proprio nome. Per dimostrare che all’orrore è possibile opporsi.

Tana libera tutti. Sami Modiano, il bambino che tornò da Auschwitz, di Walter Veltroni: Sami Modiano ha solo otto anni quando viene espulso dalla scuola. Abita a Rodi, all’epoca territorio italiano, dove frequenta la scuola elementare, che adora. Il maestro non gli dà motivazioni, gli dice solo di tornare a casa dal padre che gli spiegherà tutto. Da quel giorno Sami smette di essere un bambino e diventa un ebreo. Con il padre e le sorelle vive con difficoltà le restrizioni delle leggi razziali, arrivate sull’isola senza avvisaglie, fino al rastrellamento dell’intera comunità ebraica avvenuto con l’inganno il 23 luglio del 1944. Sami e la sua famiglia vengono caricati su una nave mercantile e da Atene su un treno. Un mese di viaggio in condizioni disumane verso il campo di sterminio nazista di Auschwitz-Birkenau. In pochissimo tempo perde ciò che ha di più caro al mondo: il padre e la sorella Lucia, con cui era riuscito a restare in contatto scambiando bocconi di pane della propria razione quotidiana. Per due volte viene selezionato dai medici del campo e si salva miracolosamente, come pure sopravvive alla marcia finale e alla fuga dei nazisti dal campo con i prigionieri perché creduto morto. Nella casa in cui trova rifugio e viene raccolto dai sovietici il 27 gennaio 1945 conosce Primo Levi e Piero Terracina. Di tutta la comunità ebraica di Rodi, è stato tra le sole venticinque persone riuscite a salvarsi. Nel 2005 ha trovato la forza di tornare ad Auschwitz, accompagnato da una classe di ragazzi e dall’allora sindaco di Roma Walter Veltroni ed è diventato testimone della Shoah. La sua storia arriva al grande pubblico nel 2018 grazie al docufilm Tutto davanti a questi occhi girato proprio da Veltroni.

Il bambino che non poteva andare a scuola, di Ugo Foà: Quando vengono promulgate le leggi razziali, nel 1938, Ugo ha 10 anni, sta per iscriversi alle scuole medie. Ma all’inizio di settembre, prima che ricominci l’anno scolastico, sua madre gli comunica che, in quanto ebreo, non potrà tornare tra i banchi di scuola. Ugo e i suoi quattro fratelli, e tutti gli ebrei in Italia, non potranno fare sport, lavorare negli uffici pubblici, avere una radio in casa, farsi aiutare da una tata “di razza ariana”, e via via molti provvedimenti che mirano a estrometterli dalla vita sociale, economica e politica del Paese. Il padre di Ugo lavora in Eritrea, manda il denaro per il sostentamento della famiglia rimasta a Napoli; e lì Ugo vivrà i bombardamenti, la fame, gli stenti della guerra, e poi con le Quattro giornate di Napoli, finalmente, l’arrivo degli Alleati e la Liberazione. Per quarant’anni Ugo non ha raccontato questa storia. Poi ha capito che aveva il dovere di testimoniare, soprattutto davanti ai giovani. Adesso gira instancabile le scuole di tutta Italia e racconta la sua vicenda: è la vita di un bambino durante la guerra, un bambino che non può andare a scuola, che quando dà gli esami da privatista deve sedere all’ultimo banco. È il racconto festoso della Liberazione, e quello tragico dei parenti e degli amici deportati. È la storia di un uomo che deciderà di andare ad Auschwitz soltanto nel 2005 e lì, davanti al binario che conduceva ai forni crematori, non potrà fare a meno di inginocchiarsi e dire una preghiera. Il libro, pensato per un pubblico di ragazzi, è corredato da agili schede sui momenti salienti del fascismo e della Seconda guerra mondiale, sulla persecuzione razziale in Italia e Germania, su episodi e personaggi citati nel racconto di Foà. Età di lettura: da 10 anni.

Una merce molto pregiata, di Jean-Claude Grumberg: Questa è una favola, e come tutte le favole inizia con C’era una volta. C’era una volta un bosco, in cui vivevano un povero boscaiolo e sua moglie. I due non avevano figli, e se l’uomo era contento, perché questo significava bocche in meno da sfamare, per sua moglie il desiderio di un bambino da amare era quasi doloroso. 
Dopo lo scoppio della guerra, perché nelle favole ci sono le guerre, un treno attraversava spesso il bosco. La moglie del boscaiolo era contenta di veder passare quel treno, il marito le aveva spiegato che era un treno merci. Strane merci, più che altro sembravano persone, a giudicare dalle mani che a volte uscivano tra le sbarre per lanciare bigliettini. Poi un giorno quel treno che la donna ormai crede magico le regala una merce molto pregiata, come a voler esaudire il suo desiderio più grande… Perché la cosa che più merita di esistere, nelle favole come nella vita vera, è l’amore donato ai bambini.

Diario, di Anne Frank: Quando Anne inizia il suo diario, nel giugno del 1942, ha appena compiuto tredici anni. Poche pagine, e all’immagine della scuola, dei compagni e di amori più o meno ideali, si sostituisce la storia della lunga clandestinità. Obbedendo a una sicura vocazione di scrittrice, Anne ha voluto e saputo lasciare testimonianza di sé e dell’esperienza degli altri clandestini. La prima edizione del “Diario” subì tuttavia non pochi tagli, ritocchi, variazioni. Il testo, restituito alla sua integrità originale, ci consegna un’immagine nuova: quella di una ragazza vera, ironica, passionale, irriverente, animata da un’allegra voglia di vivere, già adulta nelle sue riflessioni.

*Volpe&Jo

Fonte: Pixabay alessandra1barbieri

Stelle di cannella (Zimtsterne) – Ricetta

Le stelle di cannella, o Zimtsterne, sono dolcetti tipici della Germania e dell’Austria e anche di alcune regioni settentrionali del nostro paese e, insieme ai Lebkuchen, vengono tradizionalmente preparati in occasione delle festività natalizie.
Stelle di cannella è, inoltre, il titolo di uno dei romanzi più famosi di Helga Schneider e nel romanzo il protagonista, David, ne è ghiotto.

Ma come si preparano questi dolcetti? Spulciando su internet si trovano numerose ricette, questa è quella che ci ha convinto maggiormente.

Ingredienti per 20 biscotti ca

  • 250 gr di mandorle
  • 4 cucchiai di farina 00
  • 250 gr di zucchero
  • 3 cucchiaini di cannella in polvere
  • 1 bustina di vanillina
  • 3 albumi
  • la buccia grattugiata di una arancia
  • 4 cucchiaini di succo d’arancia
  • 125 gr di zucchero a velo

Procedimento

Tritare le mandorle finemente e unirle alla farina, allo zucchero, alla cannella in polvere e alla vanillina. Aggiungere gli albumi e la scorza d’arancia facendo amalgamare bene gli ingredienti.
Ottenuto un impasto omogeneo, creare un panetto e lasciare a riposare in frigorifero per almeno un’ora avvolto nella pellicola trasparente.
Terminato il tempo di riposo, stendere l’impasto con un mattarello facendo una sfoglia alta circa mezzo centimetro e ritagliare le stelline usando delle formine (siccome io odio buttare via le cose, potete utilizzare anche altre formine e stendere l’impasto più volte così da non sprecare lo scarto delle stelline).
Preparare una teglia con un foglio di carta da forno e infornare le stelline a 180° per 10 min ca (forno ventilato) o a 190° per lo stesso tempo (forno statico); dovranno essere dorate all’esterno e morbide dentro (aiutatevi con la prova dello stecchino).

La glassa tende a solidificare abbastanza velocemente, per cui vi consiglio di prepararla solo a stelline sfornate.
Per prepararla versare in una ciotola il succo d’arancia e aggiungere lo zucchero a velo un poco alla volta fino ad ottenere un composto liscio ed omogeneo (in alternativa si può utilizzare la ghiaccia reale classica).
Con un cucchiaino, prendere un po’ di glassa alla volta, metterla al centro della stella e distribuirla aiutandosi con uno stuzzicadenti (se non siete dei pasticcioni come la sottoscritta, potete anche prendere i biscotti e immergerli nella glassa per un lato, lasciandoli poi ad asciugare sulla carta da forno).

Le Zimtsterne sono pronte! Potete conservarle a temperatura ambiente per 30 giorni meglio se in un contenitore.

Guten Appetit und Fröhliche Weihnachten!

*Devyani

L’Italia del Nobel

Il premio Nobel è una onorificenza assegnata, dal 1901, a coloro che si ritiene abbiano dato un contributo fondamentale e duraturo in un determinato ambito.
Naturalmente, noi ci occuperemo esclusivamente del Nobel per la letteratura. Quello per la letteratura è uno dei cinque premi istituiti da Alfred Nobel nel suo testamento nel 1895, e viene assegnato a quell’autore (o autrice) che “si sia maggiormente distinto per le sue opere in una direzione ideale”.

Se dovessimo metterci a costruire un resoconto delle vite di tutti gli autori vincitori del premio Nobel per la letteratura dal 1901 ad oggi, ci imbarcheremmo in una avventura non solo impossibile, ma che avrebbe anche risultati mediocri e abbastanza noiosi. Per questo, abbiamo deciso di essere un po’ più patriottici e di presentarvi i sei autori italiani che nel tempo si sono meritati questa onorificenza.

1906 – Giosuè Carducci (27 luglio 1835 – 16 febbraio 1907)
Motivazione:  “Non solo in riconoscimento dei suoi profondi insegnamenti e ricerche critiche, ma su tutto un tributo all’energia creativa, alla purezza dello stile e alla forza lirica che caratterizza il suo capolavoro di poetica”.

1926 – Grazia Deledda (28 settembre 1871 – 15 agosto 1936)
Motivazione: “per la sua potenza di scrittrice, sostenuta da un alto ideale, che ritrae in forme plastiche la vita quale è nella sua appartata isola natale e che con profondità e con calore tratta problemi di generale interesse umano”

1934 – Luigi Pirandello (28 giugno 1867 – 10 dicembre 1936)
Motivazione: “per il suo coraggio e l’ingegnosa ripresentazione dell’arte drammatica e teatrale”

1959 – Salvatore Quasimodo ( 20 agosto 1901 – 14 giugno 1968)
Motivazione: “Per la sua poetica lirica, che con ardente classicità esprime le tragiche esperienze della vita dei nostri tempi”

1975 – Eugenio Montale (12 ottobre 1896 – 12 settembre 1981)
Motivazione: “per la sua poetica distinta che, con grande sensibilità artistica, ha interpretato i valori umani sotto il simbolo di una visione della vita priva di illusioni”

1997 – Dario Fo (24 marzo 1926 – 13 ottobre 2016)
Fu il primo attore al mondo a ricevere questa onorificenza.
Motivazione: “seguendo la tradizione dei giullari medioevali, dileggia il potere restituendo la dignità agli oppressi”

-Volpe

Musica di libertà: le canzoni della resistenza italiana

Amata dai più, copiata da cantanti e musicisti di tutto il mondo, resa celebre da voci indimenticabili o tramandata di generazione in generazione la canzone italiana è, senz’ombra di dubbio, una delle maggiori ambasciatrici della nostra cultura nel mondo.
Chiunque, italiano o meno, ha sentito e canticchiato almeno una volta la melodia di canzoni come Volare o Azzurro, ma il nostro repertorio melodico è solo l’ultimo di una lunga e complessa tradizione musicale che, attraverso i secoli e le vicissitudini, ha raccontato con poesia gli eventi che hanno lasciato un segno nella storia italiana e mondiale.
Quando guerre e pericoli dividevano le regioni e la paura era troppa per chiamare con il loro nome i mostri e i pericoli che stavano in agguato oltre all’uscio di casa, la musica ha saputo dare voce a chi non poteva parlare né cantare e, a volte in dialetto a volte usando argute metafore, ha cantato la voglia di libertà e di unità di un popolo.
I testi della resistenza partigiana compongono uno dei repertori più importanti, drammatici e allo stesso tempo suggestivi della storia della canzone italiana.
La morte, il dolore, la paura, la dittatura e il sangue si intrecciano con la vita, la speranza, l’amore, la libertà e la fratellanza dando vita a brani in cui il dramma alimenta il desiderio di un mondo franco dove la giustizia sia reale e dove non vi sia posto per la violenza e la legge del più forte.
Dai monti e dalle pianure occupate dalle truppe nazifasciste e silenziosamente battute dalle brigate partigiane, cominciarono a levarsi canti che oggi sono conosciuti tanto in Italia quanto all’estero e che tutt’ora vengono intonati ogni qual volta si avverte un pericolo o si teme per la propria libertà.

Bella Ciao!
Bella Ciao! è sicuramente il testo della resistenza più famoso e la sua melodia è tanto amata in Italia quanto all’estero. Ha commosso il video girato in un quartiere di Bamberg in cui un gruppo di cittadini intona e canta, in un italiano un po’ maldestro ma comunque evocativo, questo canto.
Composta quando il conflitto volgeva ormai al termine, Bella ciao! è indebitamente ritenuta l’inno della resistenza nonostante storici e testimoni concordino sul fatto che, a dispetto del suo successo, questa allegra marcetta non fosse la canzone più diffusa tra le brigate.
Composta e cantata soprattutto in Piemonte, Lombardia e Veneto; Bella Ciao! può vantare due varianti: quella del partigiano, più famosa, con connotati più militareschi e maggiori richiami alla lotta partigiana, e quella della mondina che attingendo dalla quotidianità delle lavoratrici delle risaie, racconta un altro aspetto, meno conosciuto ed eroico, delle guerre partigiane.
La scarsa fama di questo canto ha fatto supporre ai musicologi e agli storici che la “Versione della mondina”  sia una variante posteriore alla fine della guerra o, comunque, più recente rispetto a quella del Partigiano.

Fischia il vento
Citata da Fenoglio ne Il partigiano Johnny, Fischia il vento è una canzone che attraversa epoche e nazioni. Composta in Russia con il titolo Katjuša, il testo originale racconta la storia di una giovane di nome Katjuša e del suo periglioso viaggio per ritrovare l’amato partito per il fronte. Di ritorno dalla guerra in Russia, il partigiano Giacomo Sibilla (nome di battaglia Ivan), inizia a strimpellare per i membri della sua compagnia questa melodia e in un momento successivo il compagno d’armi Felice Cascione ne verga una stesura iniziale che, di brigata in brigata, viene poi rimaneggiata fino ad ottenere il testo finale.
L’atmosfera della canzone descrive, sia nella versione italiana che in quella originale, un paesaggio primaverile che, tuttavia, ancora risente del freddo e dei rigori dell’inverno; ma se l’ambientazione è rimasta pressoché invariata, lo stesso non si può dire del testo che, abbandonato ogni riferimento romantico, si concentra sugli aspetti più duri della vita dei partigiani e pone l’accento sul loro desiderio di libertà e di una nuova primavera per l’Italia occupata.

I ribelli della montagna
Meno famoso, ma non per questo meno importante, I ribelli della montagna è l’inno che accompagnava i partigiani III Brigata d’assalto garibaldina in Liguria e che, come la maggior parte dei testi della resistenza, fu oggetto di rivisitazioni, rimaneggiamenti e aggiunte.
La canzone descrive con un linguaggio crudo, scarno e decisamente poco poetico, la dura vita dei partigiani: uomini e donne di ogni età ed estrazione sociale costretti a lasciare le loro case, a vivere nascosti e a veder morire in maniera crudele e impietosa i loro parenti, amici e compagni d’arme.
Nonostante il rigore e la drammaticità che trapelano da queste strofe, non manca un richiamo forte e deciso alla libertà e l’esternazione di un desiderio comune che auspica un avvenire all’insegna della giustizia e della fratellanza.
Cornice e spettatrice silenziosa del coraggio e dell’eroismo dei partigiani è la montagna che, nella poetica della resistenza, non rappresenta solamente il campo di battaglia ma è, all’occorrenza, un richiamo alle condizioni di vita dei dissidenti mandati al confino o metafora di una vita aspra fatta di “stenti e patimenti”.

Appare dunque evidente come la musica, spesso considerata un accessorio alle nostre giornate o un passatempo per impegnare piacevolmente qualche ora del nostro tempo, sia, e sia stata, una testimone della storia della resistenza non meno importante della letteratura, della fotografia e della cronaca.
In un periodo di guerra civile e divisione, le canzoni e le melodie della resistenza hanno diffuso il germe della speranza e alimentato la fiducia in un domani migliore avvicinando combattenti di regioni, dialetti e convinzioni politiche differenti ma uniti da un unico nobile desiderio: la libertà.
Cantate timidamente nei rifugi o intonate gagliardamente durante gli spostamenti esse hanno forgiato legami di amicizia e solidarietà capaci di sfidare e vincere una delle dittature più spietate e dure che la storia abbia mai visto.
Queste canzoni e la memoria che tramandano non sono retaggio di un solo partito o di un solo movimento politico, ma sono patrimonio di tutti gli italiani e di quanti anelano e lottano per la libertà e l’annientamento di qualsiasi forma di tirannia ed oppressione.

*Jo

La “Buona novella” della Terra di Mezzo: Tolkien e le allegorie invisibili

Contemporaneo di C.S.Lewis, uomo di lettere e storico, linguista e filologo e, a ragion veduta, consacrato padre della letteratura fantasy moderna, John Ronald Ruel Tolkien è un autore che non ha bisogno di presentazioni. 
Dalla loro pubblicazione, i suoi romanzi non hanno mai abbandonato gli scaffali delle librerie e sono già tre i volumi, curati dal figlio Christopher Tolkien (recentemente scomparso), pubblicati postumi.
Contemporaneo dell’autore de Le cronache di Narnia, Tolkien forgia le sue opere dando fondo alla sua vasta cultura e agli arricchimenti e suggerimenti che gli vengono dalla compagnia di accademici di Oxford. 
Tuttavia, nonostante l’ambiente culturale comune, la contemporaneità, le tematiche affini e l’amicizia che legava i loro autori, Le cronache di Narnia e Il Signore degli Anelli appaiono più che mai distanti, quasi agli antipodi.

L’intento pedagogico, e chiaramente evangelizzatore, di Lewis è declinato in una trama semplice con una spartizione netta tra bene e male, tra divino e malefico; gli stessi personaggi sono figure precise che, tanto nei nomi quanto nei tratti, richiamano figure bibliche ed evangeliche.
Il contesto quasi fiabesco in cui si muovono i beniamini di Lewis resiste,  alla moda di Tolkien, ne Lo Hobbit, antefatto de Il Signore degli Anelli e favola dell Terra di Mezzo, e nei primi capitoli de La compagnia dell’anello, per poi cedere il passo a scenari ereditati dai poemi epici medievali e germanici. 

Come l’autore a più riprese afferma, Il Signore degli Anelli non può essere considerato una parafrasi religiosa, né può essere utilizzato per leggere il contesto storico (caratterizzato da due guerre mondiali) in cui esso vede la luce. 
Tolkien è,  prima di tutto, un linguista e solo in seconda battuta uno scrittore: la Terra di Mezzo,  e tutti i suoi abitanti, sono conseguenti agli esperimenti linguistici compiuti nella creazione delle lingue degli elfi e delle altre creature che vivono in questo mondo. Sempre Tolkien è fermo nel chiarire i natali della sua opera e la sua natura meramente fantastica in cui trovano spazio personaggi nati per caso o emersi improvvisamente dalle ombre senza nome di una locanda.
Nonostante la sua caparbietà ad affrancare l’opera da qualsiasi interpretazione religiosa, filosofica e politica; l’autore non nega l’esistenza di un messaggio invisibile che, come un fiume sotterraneo, scorre dietro le pagine dei suoi romanzi.

Se identificare Aslan come figura cristica è automatico, quasi scontato, lo stesso non si può dire de i personaggi de Il Signore degli Anelli.
Molti hanno cercato di decifrare l’opera alla luce della fede cristiana, ma questi tentativi si sono rivelati per lo più fallimentari o forzati.
La salita di Frodo sul Monte Fato, piegato dal peso dell’Anello e reduce dalle torture degli orchi, è facilmente paragonabile alla salita di Cristo sul monte Golgota e tale analogia è rafforzata dal fatto che la distruzione dell’ Unico Anello avviene il 25 Marzo: festa dell’Annunciazione e data che, secondo un’antica tradizione inglese, coinciderebbe con il primo Venerdì Santo. 
Tuttavia questa interpretazione non tiene conto del fatto che, giunto al momento decisivo, Frodo sceglie di non distruggere l’Anello e, di fatto, tradisce la sua missione e tutti coloro che su di lui avevano riposto le loro speranze e fiducia.
Tolkien scrive un romanzo che parla di creature tanto fantastiche quanto umane e per questo corruttibili.
I limiti che vincolano lo scrittore: le sue debolezze, paure e iniquità; sono le stesse che zavorranno i suoi personaggi facendoli oscillare costantemente tra il bene e il male senza negare a nessuno un’opportunità di riscatto.
Alla luce di queste considerazioni un protagonista “perdente”, sconfitto, è quanto mai apprezzabile, perché ci permette di empatizzare e comprendere meglio la sua condizione mentale e spirituale.

Sempre l’episodio culmine della trilogia, permette di introdurre in maniera tanto silenziosa quanto incisiva il concetto della Provvidenza. 
La forza divina che muove le vicende de I promessi sposi, è, nelle opere tolkieniane, personaggio invisibile ma non silenzioso: camaleontico nel suo cambiare volto e voce senza mai diventare didascalico o moralista.

Frodo (parlando di Gollum): Che peccato che Bilbo non l’abbia ucciso quando poteva.

Gandalf: Peccato? È stata la pena che gli ha fermato la mano. Molti di quelli che vivono meritano la morte e molti di quelli che muoiono meritano la vita. Tu sei in grado di valutare Frodo? Non essere troppo ansioso di elargire morte e giudizi. Anche i più saggi non conoscono tutti gli esiti. Il mio cuore mi dice che Gollum ha ancora una parte da recitare nel bene o nel male, prima che la storia finisca. La pietà di Bilbo può decidere il destino di molti.

(Il signore degli anelli: La compagnia dell’Anello, Peter Jackson, 2001)

Ed è proprio Gollum, la vile creatura consumata dell’Anello che è sua croce e delizia, suo inizio e sua fine, l’ultimo personaggio ad incarnare la Provvidenza che, mentre Frodo e Sam sono dinnanzi alle fiamme del Monte Fato, segna con il suo intervento il destino dell’Anello e mette la parola “fine” all’intera faccenda .

È dunque sbagliato cercare a tutti i costi un senso religioso a Il Signore degli Anelli? Quale significato hanno le allegorie invisibili che compongono il messaggio nascosto di Tolkien, la “Buona novella” della Terra di Mezzo?
Il signore degli Anelli, come abbiamo già chiarito, non è Le cronache di Narnia né ambisce ad avere lo stesso scopo.
Lo stile e le tematiche non sono per bambini e, abbandonato ogni intento pedagogico, Tolkien alza il tiro costringendo personaggi e lettori a confrontarsi con un concetto che supera la mera distinzione tra bene e male, che restano comunque due concetti chiari tanto nella distinzione di determinati ruoli quanto nell’intimo dei personaggi, e tocca nel profondo le coscienze.
Isildur e Sauron per primi e poi Frodo, Boromir, Aragorn, Galdriel e tutti gli altri protagonisti dell’opera vengono posti davanti ad una domanda che supera le barriere del tempo e dello spazio: “Come reagire alla tentazione?”
E questa domanda è subito seguita da un’altra: “Si è in grado di riconoscere il male?”
Coloro che sono maggiormente tentati e che più soffrono del distacco dell’anello sono coloro che non ne comprendono appieno la minaccia o che hanno la presunzione di esserne immuni o in grado di domarlo.
Il signore degli Anelli non è meno formativo di altri romanzi, semplicemente non fa dell’insegnamento il fine, lasciando al lettore la libertà di approcciarsi a una storia fantasy ben scritta piuttosto che ad una parabola su valori immortali quali: amicizia, fedeltà, onore, sacrificio, onestà e amore.

*Jo

Leggi anche Il leone, la fede e il libro – Il simbolismo del leone ne “Le cronache di Narnia”

Fiabe Irlandesi

FIABE IRLANDESI

Autore: Yeats
Casa editrice: Newton Compton
Anno di edizione: 2002

.: SINOSSI:.

Poco più di un secolo fa Yeats, la maggiore voce poetica di lingua inglese del Novecento, riuniva per la prima volta nelle due raccolte “Fiabe e racconti popolari delle campagne irlandesi” (1888) e “Fiabe irlandesi” (1892), le favole e i racconti dei più grandi scrittori del suo paese, tra cui Thomas Crofton Croker, Lady Wilde (madre di Oscar), William Carleton, Douglas Hyde, che seppero ben interpretare e rivendicare la validità di una tradizione narrativa popolare autonoma e vivace: una splendida panoramica del folclore irlandese, popolato da spettri, folletti, streghe, diavoli, giganti, gatti magici, druidi…

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Fiabe Irlandesi è una raccolta dal sapore antico, con la quale Yeats dipinge un’Irlanda avvolta dalla più dolce delle magie: il folklore.
Folletti, sirene, spiriti, fantasmi ed eroi del passato animano le pagine di questa raccolta portando il lettore nel vivo della tradizione favolistica Irlandese: le fiabe qui trascritte sono riportare da Yeats così come sono state a lui raccontate.
L’autore fa un ottimo lavoro di raccolta, sistemando le storie per argomento e dà al suo lettore tutti gli strumenti necessari per capire ciò che sta andando in scena: brevi, quanto esaustive, note accompagnano ciascuna favola; alcune si limitano a tradurre termini dal gaelico, altre invece sono note storico-culturali.
Ogni favola ha un suo significato: alcune sembrano atte ad istruire i giovani su quali comportamenti siano accettabili e quali no; altre invece provano a dare una giustificazione a fatti altrimenti inspiegabili. Così, quando un ragazzo scapestrato mette la testa a posto nel giro di una notte, ecco che gli Irlandesi tirano in ballo i folletti e le loro magie; quando qualcuno raccoglie una enorme fortuna nel giro di poco, si scomodano grandi eroi o santi che premiano chi è puro di cuore.

Lo stile dell’autore è semplice ed esaustivo, l’unica pecca vera e propria del libro è l’edizione: sembra poco curata ed è piena di errori ortografici, specialmente mancano spesso gli accenti, cosa che rende la lettura difficoltosa.
E’ impossibile giudicare il repertorio culturale di un popolo, quindi mi astengo dal dare un voto numerico alla raccolta.

*Volpe

Riflessioni di una lettrice resistente

Finalmente, dopo anni di “vorrei ma non posso” e “forse il prossimo anno…”, anche io varcherò l’ingresso del Salone Internazionale del Libro di Torino: un appuntamento che, per lettori, scrittori ed editori è sacro tanto quanto il pellegrinaggio alla Mecca che ogni buon mussulmano deve compiere almeno una volta nella vita.

Come lettrice e come curatrice di un blog a carattere letterario mi sto preparando a questo avvenimento con entusiasmo e un po’ di nervosismo: tante le cose da fare e da preparare, ancor di più le cose da vedere e leggere.
Ovviamente, lavoro permettendo, mi sono tenuta aggiornata sui temi che si affronteranno in questa edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino e ho apprezzato non poco la presenza di autori e case editrici che presenteranno in queste giornate libri e romanzi sulla resistenza italiana e testimonianze sulla Shoah e gli orrori che tutti noi conosciamo.
Mi ha entusiasmato molto meno sapere che, tra le case editrici, ce ne sarebbe stata una dichiaratamente di stampo fascista. Fortunatamente ho appreso questa sera che detto editore è stato, infine, escluso dalla manifestazione e il suo stand è stato smontato e lasciato vuoto (potrebbe essere l’occasione per portarci una rosa bianca? chissà!).

Fortuna che, ogni tanto, qualcuno prende in mano la nostra cara, vecchia Costituzione e si ricorda che, tra le transizioni finali (trovate qui il testo), ve ne è una che vieta la ricostituzione del Partito Fascista e ogni forma di apologia tesa a denigrare o minacciare i valori della democrazia e della resistenza.
Questa memoria, tuttavia, non sembra appartenere al nostro Ministro degli Interni che, in proposito, si è espresso così:

Siamo nel 2019 alla censura dei libri in base alle idee, al rogo dei libri che non ha mai portato fortuna in passato.” ( fonte Ansa)

Caro ministro,
è vero: siamo nel 2019 ed è assurdo che ci sia ancora chi, dimentico delle centinaia di migliaia di morti causati dalle scelte del partito fascista, acclama Benito Mussolini come il più grande statista italiano.
Siamo nel 2019 ed è assurdo che, in un quartiere romano, l’arrivo di una famiglia di stranieri venga accolta con bandiere italiane alla finestra e manifestazioni che poco hanno a che vedere con i principi su cui si fonda la repubblica che tra meno di un mese festeggieremo.

Caro ministro,
non posso negare di aver fatto il suo stesso pensiero: ovvero che è sbagliato censurare le idee di qualcuno solo perché diverse dalle nostre o da quelle del pensiero comune. Tuttavia, in questo caso, non stiamo parlando di pensieri innocui: stiamo parlando di una mentalità criminale e pericolosa che, come dimostrano i fatti di questi giorni a Roma, rischia di trascinare l’Italia indietro di più di 70 anni!

Qualcuno, memore di quando davvero la censura chiudeva la bocca e legava le mani al popolo italiano, potrebbe dire che è semplicemente la legge del contrappasso e che ciò che si semina prima o poi si raccoglie.
Io non la penso così e, francamente, trovo riduttivo liquidare la questione con un semplice e sbrigativo “chi la fa la aspetti”.

Credo che questa sia un’occasione d’oro per tutti noi per fermarci e riflettere su quanto poco considerata sia la libertà di opinione ed espressione: un regalo che abbiamo ricevuto indegnamente, pagato con la vita da chi voleva consegnarci un mondo libero e di pace.
Questo dono, prezioso e fragile come ogni libertà, lo stiamo sperperando in nome di un relativismo ingiustificato che tutto concede. Le nostre coscienze sono assopite, anestetizzate da una frivolezza che si è sviluppata in seno alla libertà di poter esprimere i nostri pensieri con leggerezza, trasformando gli orrori del passato in barzellette e storielle da spalmare sul web e condividere con gli amici.

Siamo tutti, chi più e chi meno, webeti incapaci di mantenere la nostra opinione e affrontare un dialogo con il prossimo e chi non la pensa come noi.

Non sappiamo più raccogliere una provocazione e rispondere in maniera pertinente a domande essenziali come: quando e se è giusto mettere del limiti alla libertà d’espressione?
Abbiamo relegato gli insegnamenti di giornate fondamentali come il 27 Gennaio e il 25 Aprile nella soffitta della coscienza, insieme ai sentimenti di ribellione e sdegno che hanno tenuto accesa la fiamma della resistenza nelle coscienze e nei cuori dei popoli europei oppressi dal nazi-fascismo.
Abbiamo rinunciato alla speranza che è stata la meta verso cui partigiani e dissidenti di tutto il mondo tendono con il solo obbietivo di regalare ai loro discendenti un mondo giusto.

Caro ministro,
io la sfido a scrivermi, trova l’indirizzo e-mail tra i contatti del blog, per parlare di libertà e resistenza. La sfido a confrontarsi con me, ma sopratutto a spiegarmi cosa l’ha spinta a rilasciare una dichiarazione anacronista e sopratutto incoerente con il panorama sociale e culturale del nostro paese.

Buone letture,


Jo lettrice resistente

Giornata Mondiale della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa

Le piazze di ogni città e di ogni paese, l’8 maggio si colorano di bianco e di rosso. In questa giornata di metà primavera, infatti, si festeggia la giornata mondiale della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa.

Henry Dunant

E’ stato scelto come giorno l’8 maggio perché si tratta dell’anniversario di nascita di Henry Dunant, mondialmente riconosciuto come il padre della Croce Rossa Internazionale.
Per chi non lo sapesse, la patria di questo corpo volontario è stata, in un certo senso, l’Italia. Nonostante la Croce Rossa Internazionale sia stata formalmente costituita a Ginevra, in Svizzera, nel 1864, l’idea nacque in seguito alla battaglia di Solferino.
Nel 1859, Dunant si trovava in Italia per chiedere alcune concessioni all’Imperatore Napoleone III, tuttavia si scontrò con la dura realtà della guerra.
Rimase sorpreso e amareggiato dal massacro di Solferino, in particolare rimase sconvolto dalla scarsa preparazione medica dell’esercito, tanto che chiese all’imperatore di liberare alcuni medici austriaci affinché si prendessero cura dei feriti.

Tra il 1860 e il 1861, Dunant si prese del tempo anche per scrivere un libro simbolicamente intitolato Un ricordo di Solferino, nel quale illustra abilmente lo stato di abbandono di morti e feriti. Una parte importante del libro è dedicata ai soccorsi che le donne di Castiglione delle Stiviere prestarono ai soldati feriti che erano stati portati nella chiesa maggiore del paese per essere curati.
Sempre in questo volume, Dunant formula l’idea di un corpo volontario, ai tempi chiamato Società di soccorso ai militari feriti.

Da qui, una serie di eventi porta all’organizzazione della prima Conferenza Internazionale di Ginevra dove 14 paesi firmeranno la Carta Fondamentale che definisce i mezzi e le funzioni delle Società di Soccorso. In tale occasione, nacque anche il Movimento Internazionale della Croce Rossa.
La croce rossa che fa da logo e che da il nome al movimento non è un simbolo di natura religiosa, sebbene non tutti ne siano a conoscenza: fu scelta semplicemente invertendo i colori della bandiera Svizzera, come ringraziamento al paese che aveva dato i natali all’azione umanitario più imponente della storia dell’umanità. La CRI si basa su sette principi fondamentali (Umanità, Imparzialità, Neutralità, Indipendenza, Volontarietà, Unità e Universalità), enunciati per la prima volta nel 1965 in occasione della XX Conferenza Internazionale della Croce Rossa. Da allora, ogni manifestazione della Croce Rossa si apre con la lettura dei principi fondamentali per ricordare ai volontari e al mondo su cosa si basa il Movimento.

In Italia, i festeggiamenti dell’8 maggio saranno diversi a seconda del paese e della città, ma non mancheranno manifestazioni in piazza e fiaccolate a sostegno di questa associazione che, nel tempo, si è evoluta entrando a far parte del quotidiano di ognuno di noi.
La Croce Rossa non interviene più soltanto nelle zone di guerra o in occasione di imponenti catastrofi naturali, il suo operato ha luogo anche in ambienti più comuni quali il reparto di pediatria in ospedale e le feste dei più piccolini.
Lo scopo è quello di far sentire tutti uguali, tutti umani.

*Volpe


Film per capire la Shoah

Sempre grazie all’aiuto di Caterina, abbiamo deciso di presentarvi anche una selezione di film, naturalmente ispirati a libri, con cui spendere parte di questa giornata della memoria.

Schindler’s List, 1993, Steven Spielberg
Da: La lista di Schindler, 1982, romanzo di Thomas Keneally

Jona che visse nella balena, 1993, Roberto Faenza
Da: Anni d’infanzia. Un bambino nei lager, 1978, biografia di Jona Oberski.

Sorstalanság – Senza destino, 2004, Lájos Koltai
Da: Essere senza destino, 1975, romanzo di Imre Kertész.

Il pianista, 2002, Roman Polański
Da: Il pianista, 1946, romanzo autobiografico di Władysław Szpilman

Il giardino di Finzi-Contini, 1970, Vittorio De Sica
Da: Il giardino dei Finzi-Contini, 1962, romanzo di Giorgio Bassani

La chiave di Sarah (Elle s’appelait Sarah), 2011, Gilles Paquet-Brenner
Da: La chiave di Sarah, 2007, romanzo di Tatiana de Rosnay

Il bambino con il pigiama a righe, 2008, Mark Herman
Da: Il bambino con il pigiama a righe, 2006, romanzo di John Boyne

Mi ricordo Anne Frank, 2009, Alberto Negrin
Ispirato a: Mi ricordo Anna Frank, biografia di Annie Leslie Gold

Defiance – I giorni del coraggio, 2008, Edward Zwik
Da: Gli ebrei che sfidarono Hitler, 1993, romanzo di Necham Tec

In darkness (W ciemności), 2012, Agnieszka Holland
Da: In fuga dai nazisti, 1990, di Robert Marshall

Il coraggio di Irena Sendler, 2009, John Kent Harrison
Da: Mother of the Children of the Holocaust: The Story of Irena Sendler, 2004, di Anna Mieszkowska

Il diario di Anna Frank, 1959, George Stevens
Il diario di Anna Frank, 2009, Jon Jones
Da: Diario, di Anna Frank

L’amico ritrovato, 1989, Jerry Schatszberg
Da: L’amico ritrovato, 1971, romanzo di Fred Uhlman

Corri, ragazzo, corri, 2013, Pepe Danquart
Da: Corri ragazzo, corri, 2001, romanzo di Uri Orlev

Jacob il bugiardo, 1999, Peter Kassovitz
Da: Jacob il bugiardo, 1968, romanzo di Jurek Becker

Anita B., 2014, Roberto Faenza
Da: Quanta stella c’è nel cielo, romanzo di Edith Bruck

L’isola in via degli uccelli, 1997, Søren Kragh-Jacobsen
Da: L’isola in via degli uccelli, 1981, romanzo di Uri Orlev

La scelta di Sophie, 1982, Alan J. Pakula
Da: La scelta di Sophie, 1976, romanzo di William Styron

La signora dello zoo di Varsavia, 2017, Niki Caro
Da: Gli ebrei dello zoo di Varvasia, romanzo di Diane Ackerman

La Tregua, 1997, Francesco Rosi
Da: La tregua, 1963, di Primo Levi

L’onda (Die Welle), 2008, Dennis Gansel
Da: L’Onda, 1981, romanzo di Todd Strasser

The Reader, 2008, Stephen Daldry
Da: A voce alta, 2008, romanzo di Bernhard Schlink

Ogni cosa è illuminata, 2005, Liev Schreiber
Da: Ogni cosa è illuminata, 2005, romanzo di Jonathan Safran Foer

La verità negata, 2016, Mick Jason
Da: History on Trial: My Day in Court with a Holocaust Denier, 2005, di Deborah Lipstadt