Cose che (forse) non sai sull’Italia

Per festeggiare il 75° anniversario della nascita della Repubblica Italiana, abbiamo pensato di raccontarvi qualche curiosità sull’Italia e gli italiani.

1. BIANCA, ROSSA E VERDE
Nato a Reggio Emilia nel gennaio del 1797, il tricolore italiano ha subito nel corso dei secoli numerose modifiche fino a prendere la forma di quello che non tutti conosciamo. Durante il Risorgimento, il tricolore, fregiato dallo scudo sabaudo, diventa l’incarnazione del verso di Mameli “[…]raccolgaci un’unica bandiera, una speme:” presente nella seconda strofa de Il Canto degli italiani. Al termine della seconda guerra mondiale e con la nascita della Repubblica Italiana, lo scudo sabaudo viene rimosso e il 24 marzo 1947 viene messa ai voti la foggia che il tricolore italiano dovrà assumere. Nell’articolo 12 della Costituzione Italiana si trova la descrizione ufficiale della bandiera: “La bandiera della Repubblica è il tricolore italiano: verde, bianco e rosso, a tre bande verticali di eguali dimensioni.”.
Spesso considerata una sorella minore della bandiera francese, il tricolore italiano ha spesso rischiato di essere confuso con altri colori cromaticamente simili come quello messicano e quello irlandese. Ma se sulle dimensioni e i colori la Costituzione si è espressa, il motivo per cui vennero scelti come colori il verde, il bianco e il rosso si perde nella storia tra miti, tradizioni ed interpretazioni. Senza dubbio, la spiegazione più bella la diede Domenico Modugno con la sua canzone dedicata al tricolore.

2. LA STELLA, LA RUOTA, L’ULIVO E LA QUERCIA
Due anni di lavoro, due concorsi pubblici e più di 800 bozzetti presentati da aristi professionisti e dilettanti: questi i numeri dietro all’emblema della Repubblica Italiana, che venne realizzato sul progetto di quello presentato da Paolo Paschetto.
Iisibile in tutti i palazzi pubblici e su tutti i documenti ufficiali (come la patente o la carta di identità), il simbolo della Repubblica Italiana è costituito da una stella, una ruota dentata e due rami di ulivo e di quercia.
Quercia e Ulivo: ulivi e querce sono particolarmente diffusi su tutto il territorio italiano e, a livello “superficiale”, richiamano la flora italiana; il ramo di ulivo è il simbolo per eccellenza della pace e incarna il desiderio di un futuro di pace e unità per l’Italia e il suo popolo. Il ramo di quercia, invece, rappresenta la dignità del popolo italiano e la sua forza: la quercia, infatti, è un albero resistente e particolarmente longevo.
La ruota dentata: la ruota dentata, simile ad un ingranaggio, è un riferimento all’articolo 1 della costituzione italiana “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro“; simboleggia, dunque, il lavoro e la laboriosità.
La stella: la stella è uno dei simboli italiani più antichi e già in età romana veniva posta sul capo di quella che poteva essere considerata la capostipite delle rappresentazioni dell’Italia.

3. PRIME DONNE
Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso. (articolo 3 della Costituzione Italiana)
Molte conquiste femminili sono state fatte da “prime donne” italiane: nel 1678 Elena Lucrezia Cornaro Piscopia fu la prima donna al mondo a laurearsi oggi, nel 2021, Samantha Cristoforetti è la prima donna a capo della Stazione Spaziale Internazionale. In questa parentesi lunga secoli, emergono impreditrici, editrici e fumettiste, ma anche combattenti ed attiviste, partigiane, politiche e vittime che hanno deciso di denunciare pratiche barbare e secolarizzate come quella del matrimonio riparatore. A queste donne sono dedicati i documentari La prima donna che realizzati dalla Rai e in onda tutti i giorni su Rai1 e, in differita, su Rai Play: pillole di tre minuti che confutano stereotipi sulle donne e su quali siano o meno i loro ambiti di competenza.
Purtroppo, nonostante questi bei primati, in Italia permane una cultura e una mentalità che discrimina pesantemente le donne. In ambito lavorativo: le donne hanno ricoprono raramente cariche importanti e, anche quando ciò accade, divario salariale è lampante. Fuori dal posto di lavoro, le donne italiane si scontrano con una politica che non protegge adeguatamente le vittime di stupro, e banalizza le molestie verbali tacciandole come “complimenti”. La violenza di genere è ancora una pratica diffusa: un tabù che le donne stesse, purtroppo, molto spesso non riescono a riconoscere e a denunciare.

4. IL BEL PAESE
Universalmente conosciuta come il Bel Paese, l’Italia attira ogni anno frotte di visitatori da ogni angolo del pianeta. Ma chi coniò questa espressione? Resa celebre dall’omonimo romanzo di Antonio Stoppani, l’espressione venne coniata da due delle tre corone della lingua italiana: Dante e Petrarca che, nei loro scritti, la utilizzarono come una “summa” che descrivesse in poche parole l’equilibrio e la bellezza di una terra ricca di storia e cultura, fregiata da paesaggi mozzafiato e cullata da un clime mite.
Un appellativo meritato? L’UNESCO sembra concordare con il Sommo Poeta e Petrarca: sono infatti 55 i siti italiani inclusi nel Patrimonio dell’Umanità a cui si aggiungono 11 beni immateriali. Nella lista troviamo montagne e spiagge, centri storici e edifici, non che tradizioni come l’opera dei Pupi e la dieta mediterranea.

5. AGGETTIVI ITALIANI
“Partenopeo”, “Polentone”, “Terrone”, “Gabibbo” sono solo alcuni degli aggettivi “italiani” più famosi e diffusi: piccoli stereotipi che, dietro una parola a volte, purtroppo, anche poco amichevole, cercano di immortalare l’atteggiamento di un popolo o le abitudini degli abitanti di una regione. Con simpatia e un po’ di ironia cerchiamo di raccontarvi l’origine di alcuni di essi.
L’aggettivo “partenopeo” è usato per riferirsi a Napoli, alle sue colorate genti e ai tifosi della squadra di calcio della città; l’etimologia del nome, come forse si può intuire dal suono, è greca e deriva dall’antico nome della città che era, appunto, Partènope; a chi, o cosa, facesse riferimento questo nome non è chiaro e, anche in questo caso, le interpretazioni divergono e si intrecciano con miti e leggende, poemi epici e favole.
Aggettivi coniati nel nord Italia, “terrone” e “gabibbo” sono termini nati con una forte connotazione dispregiativa che indicava i meridionali e gli stranieri. L’etimologia della parola “terrone” è legata alla terra e pone l’accento sulle origini spesso umili e contadine dei lavoratori che si spostavano dal sud Italia a Milano e nelle zone più industrializzate del nord. Meno famosa, invece, è l’origine della parola “gabibbo” resa celebre dal famoso personaggio Mediaset. Nata nel porto di Genova come storpiatura di un nome proprio di persona, la parola “gabibbo” veniva utilizzata per indicare i “non liguri” e, in senso più ampio, chi si spostava in Ligura per cercare lavoro.
Lungi dall’incassare soltanto, anche i “terroni” hanno negli anni trovato qualcosa con cui punzecchiare gli stacanovisti del nord Italia che, sopratutto se originari della Lombardia, venivano, e ancora oggi vengono, definiti “polentoni” per via del loro consumo smodato di polenta che, dal Piemonte al Friuli Venezia Giulia, accompagna molte delle ricette tipiche di queste regioni.
Oggi, fortunatamente, questi aggettivi hanno assunto una connotazione molto più amichevole e hanno perso quasi del tutto la loro carica negativa e dispregiativa.

6. AZZURRO
Tutti, soprattutto i frances…(scherzo), sanno chi siano gli azzurri e chi non segue né il calcio né le olimpiadi, sa che, quando si parla di azzurri, si parla di Italia. Le interpretazioni più poetiche parlano di un richiamo al mare e al cielo italiani, quelle più devote parlano di una dedica alla Vergine Maria; la verità è che, nonostante siano passati 75 anni dalla fine della monarchia, qualcosa del retaggio sabaudo è restato divenendo un simbolo non ufficiale della Repubblica Italiana. Nel linguaggio araldico il Blu Savoia indica il potere e il comando ed è per questo presente nello Stendardo del Presidente della Repubblica Italiana e in quello del Presidente del Consiglio dei Ministri. In tonalità più chiare e tendenti al blu è presente come una sciarpa azzurra nelle uniformi degli ufficiali delle forze armate e dei presidenti delle province italiane.

7. DIAMO I NUMERI
Tra record e “voti di incoraggiamento” ecco alcuni numeri “italiani”.
55 siti iscritti al Patrimonio dell’Umanità UNESCO a cui si aggiungono 11 beni immateriali per un totale di 66: un primato unico mondiale.
Altro primato mondiale detenuto dall’Italia è quello dei riconoscimenti DOP, IGP e STG: 23 tra vini, formaggi, preparati da forno ma anche frutta e verdura.
L’Italia è uno dei bacini di biodiversità più importanti del continente europeo: si tratta di specie autoctone, e aliene, di piante ed animali; un patrimonio non meno importante e fragile di quello artistico e culturale.
Gli azzurri della nazionale di calcio e della under 21 hanno vinto 4 mondiali e 5 europei, questi risultati vengono, tuttavia, eclissati dalle eccellenze italiane premiate con il premio nobel. Con i suoi 9 nobel (soprattutto per la fisiologia o medicina e la letteratura) l’Italia è nella top ten dei paesi che hanno ottenuto negli anni più riconoscimenti.
Secondo i dati ISTAT del 2018, la regione italiana con più siti culturali (musei, aree archeologiche, collezioni,…) è la Toscana, seguita da Emilia Romagna, Lombardia, Piemonte, Lazio e Veneto: si stima che, annualmente, il patrimonio artistico culturale italiano mobiliti quasi 130 milioni di visitatori.

*Devyani


La bastarda degli Sforza

.: SINOSSI :.

1463. In una Milano splendida e in subbuglio dopo l’ascesa al potere di Galeazzo Maria Sforza, tiranno crudele e spietato ma anche amante delle arti e della musica, nasce Caterina, figlia illegittima di Galeazzo, la quale fin da bambina dimostra qualità non comuni e uno spirito ribelle: impossibile imbrigliarla nell’educazione che sarebbe appropriata per una femmina, ama la caccia, la spada, la lotta.
Una sola regola sua nonna Bianca Maria riesce a inculcarle nell’animo: la necessità, per una nobildonna, di pagare il privilegio della sua nascita accettando il proprio destino, qualunque esso sia, per il bene del casato cui appartiene, anche a costo di tradire la propria natura. Per questo, quando è costretta a nozze forzate per salvare il ducato da una pericolosa guerra scatenata dal papa Sisto IV, Caterina subisce il matrimonio e, con esso, gli orrori perpetrati dal marito, che si rivela tanto violento quanto pavido e imbelle.
Quando però, dopo la morte improvvisa di Sisto IV, loro protettore, si troverà coinvolta in una serie di feroci scontri tra gruppi di potere e opposte fazioni, il suo palazzo assalito e distrutto, la vita sua e dei figli in gravissimo pericolo, ritroverà lo spirito battagliero e il coraggio indomabile di un tempo e combatterà come e meglio di un uomo, lasciando un segno così indelebile nella vita di chi la ama e di chi la odia da guadagnarsi l’appellativo di Tygre.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

La scrittura di Carla Maria Russo non delude mai: poetica ed avvincente, senza scadere nel pomposo o perdersi dietro mille orpelli, riesce a descrivere con una prosa elegante tanto la grazia quanto la brutalità dell’essere umano regalando affreschi che commuovono, provocano o generano ribrezzo a seconda delle immagini immortalate sulla pagina.
Il romanzo è da intendere come una composizione di cori battenti: un primo narratore è esterno e a lui è affidato il compito di descrivere ora la corte di Milano, ora i palazzi romani o i giochi di potere architettati nelle residenze delle nobili famiglie fiorentine o romagnole; il secondo è un solista che, calandosi nelle vesti di Caterina Sforza, racconta gli eventi dal punto di vista della protagonista arricchendo, o almeno provandoci, la narrazione. Ogni capitolo è quindi diviso in due parti: una scelta che non solo spezza il ritmo, ma rende davvero difficile cogliere tutte le sfumature dei personaggi ad eccezion fatta per Caterina Sforza.
Quando, ormai 10 anni fa, lessi Hunger Games, apprezzai la scelta del narratore in prima persona e trovai l’espediente vincente per permettere al lettore di immedesimarsi nei panni di Katniss (il mio punto di vista cambiò leggendo gli altri due capitoli della trilogia). Come ho già detto, l’alternarsi di narratore interno ed esterno non giova al ritmo della storia: il risultato è un testo zavorrato dove un tentato approfondimento psicologico della protagonista si riduce ad un incensare, decantare, enfatizzare ed esagerare i tratti di Caterina Sforza fino a rendere il personaggio antipatico annientando così ogni possibilità di empatizzare con lei.
I personaggi “buoni” con Caterina, o che hanno la fortuna di rientrare tra le sue grazie, sono descritti come uomini e donne senza macchia e senza paura: perfetti sotto ogni punto di vista.
I personaggi, al contrario, che ostili alla “bastarda degli Sforza” sono invece puntualemente descritti come scialbi, fisicamente non appetibili (perché è risaputo che per essere intelligenti si debba essere belli come il sole) e privi di pregi o qualità.
L’ultima volta che ho accettato una divisione così netta, che non rende oltretutto pienamente giustizia a personaggi storici come Galeazzo Maria Sforza, Papa Sisto o Francesco Pazzi, è stata durante la lettura di Harry Potter al liceo e ho trovato questa caratterizzazione superficiale e fine a se stessa.
I tratti caratteriali di Caterina vengono ripetuti e ribaditi ad ogni pié sospinto.
La sua bravura con le armi viene decantata in ogni capitolo.
La sua astuzia e il suo estro vengono lodati ogni tre pagina e se, per sbaglio, l’attenzione sembra spostarsi per qualche riga su un altro personaggio, una comparsa appare strategicamente per riportare l’attenzione sulla protagonista (a questo link trovate contenuti multimediali che rendono meglio l’idea).

Il voto che mi sento di dare è 7/10: dopo la lettura de Il cavaliere del giglio avevo aspettative altissime su questo romanzo; aspettative che, purtroppo sono state deluse facendomi arrancare fino all’ultima pagina.
Appellandomi a quello che Pennac indica come secondo diritto del lettore, ho saltato a piedi pari intere parti del romanzo concentrandomi sulle pagine scritte in terza persona che permettevano comunque di capire l’avanzamento di trama senza doversi subire l’ennesima elogia su Caterina Sforza ridotta, in queste pagine, più ad una protagonista di Young Adult che non alla Tygre di Romagna.
La scrittura è impeccabile (l’unico appunto è sulle parti in dialetto forlivese dove l’autrice ha usato un po’ di fantasia nel trascrivere parole e modi di dire della zona) e riesce a salvare in zona cesarini il romanzo.
La mia curiosità su Caterina Sforza non è affatto soddisfatta e, nonostante questa lettura sia stata più un buco nell’acqua che non un piacevole passatempo, resto impaziente di scoprire qualcosa di più su questo personaggio storico.

*Jo

Per amore delle parole. Vita e passioni di Virginia Woolf

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PER AMORE DELLE PAROLE. VITA E PASSIONI DI VIRGINIA WOOLF

Autore: Beatrice Masini
Casa editrice: EL
Anno di pubblicazione: 2005

.: SINOSSI :.

Un’infanzia felice interrotta dalla morte della mamma; una giovinezza di libertà, dedicata a far crescere la propria passione; un marito colto e acuto; una sorella adorata e adorante; amici e amiche brillanti, con cui scambiare pensieri e passioni. Ma anche il timore di non essere riconosciuta come scrittrice, e il pozzo nero della depressione sempre lì a un passo, insidioso, senza fondo. La vita di Virginia Woolf è stato tutto questo.
Età di lettura: da 9 anni.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

La vita di Virginia Woolf è un capolavoro e la sua biografia, scritta da Beatrice Masini, le rende pienamente giustizia raccontandone la vita con poesia ed eleganza, stile e attenzione alle parole a cui la Woolf era estremamente devota.
Raccontare gli anni di una scrittrice come Virginia Woolf non è un’impresa facile e, leggendo questo centinaio di pagine, si ha la sensazione di trovarsi ad un ballo: un ricevimento a cui sono stati invitati cavalieri affascinanti e terribili come la morte, la malattia e la disperata ricerca di un qualcosa che inesorabilemente sfugge; ma anche timide dame come la vita, l’amore e l’amicizia.
I capitoli sono istantanee di una vita che, pagina dopo pagina, ci sembra sempre più vicina e in un certo senso familiare e, ad un certo punto, i pensieri di Virginia Woolf diventano i nostri e non ci sembrano più così assurdi o frutto di una mente malata.
Nonostante questi doverosi apprezzamenti, sono costretta ad abbassare il voto del libro che ha mancato completamente il pubblico a cui è rivolto (dai 9 anni).
Lo stile poetico e musicale di Beatrice Masini non è facile e non lo trovo particolarmente adatto ai giovanissimi lettori che, il più delle volte, a nove anni stanno muovendo i primi passi nel cammino iniziatico che è la letteratura. La biografia stessa dell’autrice, complessa, spietata e allo stesso tempo romantica, non è stata adattata al pubblico per cui è pensata e alcuni paragrafi introducono il lettore in un mondo che, per il momento, è meglio tenere lontano dai bambini.

Fatte queste considerazioni, il mio voto è 6,5/10.
Mi dispiace assegnare un punteggio così basso ad un libro così ben scritto, ma nel recensirlo ho dovuto tenere conto anche dei dettagli di cui ho già scritto sopra.
Consiglio fortemente questo libro ai giovani lettori (dai 12/13 anni in su) e anche ai lettori più esperti e “stagionati” che, vedendolo tra i libri per bambini, rischiano di lasciarsi sfuggire un testo veramente ben scritto, poetico e realistico; che regala un bel ritratto di Virginia Woolf.

*Jo

Buona festa della donna!

Alle lettrici che sperano in grande,
alle sognatrici che si danno da fare,
alle scrittrici che vedono un mondo migliore,
alle artiste che colorano la vita.

Alle donne che sanno rendere bello ogni momento,
alle donne che fanno fiorire il deserto con la loro gentilezza,
alle ispiratrici che non si arrendono,
alle amiche su cui puoi sempre contare.

Buona festa della donna dallo staff di Arcadia!

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Non è un libro per ragazzi – “Good Night Stories for Rebel Girls”

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I libri sono maestri importanti, si sa, e tra le loro pagine troviamo lezioni di vita che non dimenticheremo mai, ci misuriamo con personaggi che ci assomigliano o che, al contrario, sono completamente diversi da noi e ci fanno vedere le cose da un punto di vista nuovo e straordinario.
Le favole sono il racconto pedagogico per eccellenza e ci insegnano che ad ogni azione corrisponde una conseguenza, che il bene vince in ogni caso, che i cattivi perdono sempre e comunque e che i draghi possono essere sconfitti.
Cosa succede però quando i libri diventano discriminanti nei confronti dei loro giovani lettori? Dopo tutto non si è mai sentito di una principessa che affronta e uccide il mostro, quello è il compito del prode cavaliere!
Esattamente come, se si spulcia tra la letteratura YA o per adulti, è quasi impossibile trovare un personaggio femminile che non debba necessariamente appoggiarsi ad un uomo che la aiuti a realizzarsi pienamente come donna.
Un altro dato interessante è questo: se si dividono i libri di una libreria domestica tra romanzi in cui non compare nemmeno un personaggio maschile, romanzi in cui non compare nemmeno un personaggio femminile e romanzi in cui le donne hanno ruoli minori o addirittura non hanno voce in capitolo; si osserverà che nelle ultime due categorie vi sono molti più libri di quanti non siano quelli che non hanno personaggi maschili e ancor meno sono i libri per bambini che propongono una protagonista femminile che non sia alla ricerca del suo principe azzurro.
Nella maggior parte dei libri e dei programmi televisivi (per grandi, piccini e per famiglie) le donne ricoprono ruoli secondari che, principalmente, servono a reiterare e consolidare stereotipi di genere e una visione ormai superata della donna nella società.
Questo dato di fatto, unitamente ad altri di ragione sociale, ha ispirato Elena Favilli e Francesca Cavallo, che sul sito di Kickstarter hanno lanciato una campagna di crowdfunding per finanziare il loro progetto: un libro di storie della buona notte per ragazze ribelli “Goodnight Stories for Rebel Girls” dove, al posto di principesse e altre figure inventate, vengono proposte le storie  di cento «donne straordinarie del passato e del presente» provenienti da tutto il mondo.
Elisabetta II, la pittrice Frida Kahlo, Jane Austen e la tennista Serena Williams sono solo alcune delle personalità che vengono proposte come modelli alle lettrici a cui il libro è indirizzato, con la speranza che, leggendo le biografie di queste grandi donne, si sentano ispirate e comincino a combattere per l’uguaglianza tra i sessi e ad ambire a quelle posizioni sociali e lavorative che, per il momento, restano una prerogativa del genere maschile.

*Jo

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Sullo scaffale: pagine e mimose per la festa della donna.

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In occasione della festa della donna, vogliamo proporvi uno scaffale interamente dedicato alle eroine e alle donne che hanno fatto grande la storia della letteratura.
Storie per ragazzi, lettori maturi e classici indimenticabili usciti dalle penne di autrici immortali o che hanno per protagoniste giovani e donne emancipate e coraggiose.
Chi sono i vostri personaggi femminili preferiti? Quali sono le autrici di cui non perdete nemmeno un libro?

RAGAZZI 

“Piccole donne” di Louisa Alcott: Meg, Jo, Beth ed Emily sono quattro giovani sorelle di età compresa tra gli undici e i diciassette anni. Le quattro sorelle, tutte magistralmente descritte e caratterialmente diverse, vivono con la madre, molto attenta e prodiga di buoni consigli, in attesa del ritorno del padre, partito per la Guerra di Secessione come cappellano. Le vicende della famiglia March si susseguono una dopo l’altra, con storie piacevoli ed altre dolorose, ma sempre affrontate con coraggio e dignità dalle giovani protagoniste, che conducono una vita “decorosa”, radicata a saldi principi morali.

“Storia di una ladra di libri” di Mark Zusak: Fu a nove anni che Liesel iniziò la sua brillante carriera di ladra. Certo, aveva fame e rubava mele, ma quello a cui teneva veramente erano i libri, e più che rubarli li salvava. Il primo fu quello caduto nella neve accanto alla tomba dove era stato appena seppellito il suo fratellino. Stavano andando a Molching, vicino a Monaco, dove li aspettavano i loro genitori adottivi. Il secondo, invece, lo sottrasse al fuoco di uno dei tanti roghi accesi dai nazisti. A loro piaceva bruciare tutto: case, negozi, sinagoghe, persone… Piano piano, con il tempo ne raccolse una quindicina, e quando affidò la propria storia alla carta si domandò quando esattamente la parola scritta avesse incominciato a significare non solamente qualcosa, ma tutto. Accadde forse quando vide per la prima volta la libreria della moglie del sindaco, un’intera stanza ricolma di volumi? Quando arrivò nella sua via Max Vandenburg, ex pugile ma ancora lottatore, portandosi dietro il “Mein Kampf” e infinite sofferenze? Quando iniziò a leggere per gli altri nei rifugi antiaerei? Quando s’infilò in una colonna di ebrei in marcia verso Dachau? Ma forse queste erano domande oziose, e ciò che realmente importava era la catena di pagine che univa tante persone etichettate come ebree, sovversive o ariane, e invece erano solo poveri esseri legati da spettri, silenzi e segreti.

“Cose che nessuno sa” di Alessandro D’avenia: Margherita ha quattordici anni e sta per varcare una soglia magica e misteriosa: l’inizio del liceo. Un mondo nuovo da esplorare e conquistare, sapendo però di poter contare sulle persone che la amano. Ma un giorno, tornata a casa, ascolta un messaggio nella segreteria telefonica: è di suo padre, che non tornerà più a casa. Margherita ancora non sa che affrontando questo dolore si trasformerà a poco a poco in una donna, proprio come una splendida perla fiorisce nell’ostrica per l’attacco di un predatore marino. Accanto a lei ci sono la madre, il fratellino vivace e sensibile e l’irriverente nonna Teresa. E poi Marta, la compagna di banco sempre sorridente, e Giulio, il ragazzo più cupo e affascinante della scuola. Ma sarà un professore, un giovane uomo alla ricerca di sé eppure capace di ascoltare le pulsazioni della vita nelle pagine dei libri, a indicare a Margherita il coraggio di Telemaco nell'”Odissea“: così che il viaggio sulle tracce del padre possa cambiare il suo destino.

“Harry Potter – Saga” di J.K. Rowling: Harry Potter è un ragazzo di undici anni che, in seguito alla misteriosa morte dei genitori, vive con gli zii, i Dursley, al numero 4 di Privet Drive.
Ogni giorno Harry è vittima delle angherie del cugino e delle cattiverie ingiustificate degli zii che non perdono mai occasione per screditarlo e sbattergli in faccia la generosità con cui lo hanno accolto e cresciuto. La vita di Harry è tuttavia destinata a cambiare all’indomani del suo undicesimo compleanno, stormi di gufi sorvolano l’abitazione dei Dursley e lettere misteriose  vengono fatte prontamente sparire, accrescendo la curiosità del ragazzo. L’arrivo di un gigante buono svelerà il mistero e Harry si ritroverà a vagare in un mondo magico dove i ragazzi e le ragazze studiano per diventare maghi e streghe, dove le persone possono trasformarsi in animali, e lo sport si pratica a cavallo di velocissimi manici di scopa. Ma il pericolo è dietro l’angolo e, frequentando la scuola di magia e stregoneria di Hogwarts, Harry dovrà sfoderare tutto il suo coraggio e trovare degli amici fidati per affrontare il male senza esserne sedotto.

“Hunger Games – La trilogia” di Suzanne Collins: Katniss Everdeen sa bene che vincere significa fama e ricchezza, perdere significa morte certa; ma per vincere bisogna scegliere. Tra sopravvivenza e amore. Tra egoismo e amicizia. La trilogia Hunger Games include i romanzi: “Hunger games”, “La ragazza di fuoco”, “Il canto della rivolta”.

“Divergent – Saga” di Veronica Roth: Divergent. Una scelta può cambiare il tuo destino. Beatrice deve scegliere la fazione a cui dedicare la propria vita. La decisione si fa ancora più difficile quando scopre di essere un’anomalia del sistema. Insurgent. Una scelta può annientarti. Mentre la guerra tra le fazioni sta per scoppiare, Tris deve decidere da che parte stare e abbracciare completamente il suo lato divergente. Allegiant. Una scelta può segnarti. L’appassionante conclusione della saga distopica che ha appassionato milioni di lettori in tutto il mondo.

“Queste oscure materie- Saga” di Philip Pullman: Lyra, ragazzina impetuosa, appassionata, onestissima e ingenua bugiarda, vive al Jordan College di Oxford. Oxford non è lontana da Londra, e Londra è in Inghilterra. Ma il mondo di Lyra è ben diverso dal nostro. Oltre l’Oceano c’è l’America, ma lo stato più importante di quel continente si chiama Nuova Francia; giganteschi orsi corazzati regnano sull’Artico; lo studio della natura viene chiamato “teologia sperimentale”. E soprattutto ogni essere umano ha il suo daimon: un compagno, una parte di sé di sesso opposto al proprio, grazie al quale nessuno deve temere la solitudine.
Nel nostro universo vive Will, orgoglioso, sensibile, leale e coraggioso, ma sfuggente come un gatto: i due ragazzi, provenienti da mondi diversi, si incontrano, si scontrano e diventano amici per la pelle. Will è in possesso della lama sottile, un misterioso coltello che permette il passaggio tra i mondi. Lyra però è al centro di un’antica profezia delle streghe e il Magisterum ha decretato la sua morte. Will e Lyra sono coscienti di avere un compito importante da svolgere, ma non sanno quale sia: perché la profezia si avveri non dovranno obbedire a un destino predefinito, ma essere liberi di scegliere.

“Fangirl” di Rainbow Rowell: Approdata all’università, dove la sua gemella Wren vuole solo divertirsi tra party, alcool e ragazzi, la timidissima Cath si trova sola per la prima volta e si rinchiude nella sua stanza a scrivere la fanfiction di cui migliaia di fan attendono il seguito. Ma una compagna di stanza scontrosa con il suo ragazzo carino che le sta sempre intorno, una professoressa di scrittura creativa che pensa che le fanfiction siano solo un plagio, e un affascinante aspirante scrittore che vuole lavorare con lei, obbligheranno Cath ad affrontare la sua nuova vita.

ADULTI:

“Il cavaliere d’inverno – Trilogia” di Paullina Simons: Leningrado, 1941. In una tranquilla sera d’estate Tatiana e Dasha, sorelle ma soprattutto grandi amiche, si stanno confidando i segreti del cuore, quando alla radio il generale Molotov annuncia che la Germania ha invaso la Russia. Uscita per fare scorta di cibo, Tatiana incontra Alexander, un giovane ufficiale dell’Armata Rossa che parla russo con un lieve accento. Tra loro scatta subito un’attrazione reciproca e irresistibile. Ma è un amore impossibile, che potrebbe distruggerli entrambi. Mentre un implacabile inverno e l’assedio nazista stringono la città in una morsa, riducendola allo stremo, Tatiana e Alexander trarranno la forza per affrontare mille avversità e sacrifici proprio dal legame segreto che li unisce.

“Prometto di sbagliare” di  Pedro Chagas Freitas: Il locale è affollato e rumoroso. L’uomo è seduto vicino alla finestra e guarda il cielo grigio, annoiato come ogni lunedì mattina. Improvvisamente si volta e lei è lì, di fronte a lui. Gli occhi carichi di stupore e l’imbarazzo tradito dal tremito delle dita che afferrano la borsa. Sono passati anni dall’ultima volta che l’ha vista, il giorno in cui l’ha lasciata. Senza una spiegazione, senza un perché, se n’è andato spezzandole il cuore. Da allora, lei si è rifatta una vita, e anche lui. Eppure solo ora si rende conto di non avere smesso di amarla neanche per un secondo. Per questo, quando lei cerca di fuggire da lui, troppo sconvolta dalle emozioni che la scuotono, l’uomo decide di fermarla. E nel loro abbraccio, in mezzo ai passanti, prometterle di tentare, agire, cadere, sbagliare di nuovo. Amarla. Davvero e per sempre. Questa sembrerebbe la fine, ma non è che l’inizio della loro storia. Perché ogni loro gesto, ogni lettera che si scrivono, ogni persona che incontrano, ha un universo da raccontare. E l’amore è il filo rosso che lega tutto. Quante volte ci siamo chiesti com’era l’amore da cui siamo nati? Come si è sentito nostro padre la prima volta che ci ha tenuto in braccio? L’emozione più grande è quella di ritrovare quello che si è perso e amarlo di nuovo, come se fosse la prima volta.

“Ogni mattina a Jenin” di Susan Abulhawa: “La nostra rabbia è un furore che gli occidentali non possono capire. La nostra tristezza fa piangere le pietre.”
Attraverso la voce di Amal, la brillante nipotina del patriarca della famiglia Abulheja, viviamo l’abbandono della casa dei suoi antenati di ‘Ain Hod, nel 1948, per il campo profughi di Jenin. Assistiamo alle drammatiche vicende dei suoi due fratelli, costretti a diventare nemici: il primo rapito da neonato e diventato un soldato israeliano, il secondo che invece consacra la sua esistenza alla causa palestinese. E, in parallelo, ripercorriamo la storia di Amal: l’infanzia, gli amori, i lutti, il matrimonio, la maternità e, infine, il suo bisogno di condividere questa storia con la figlia, per preservare il suo più grande amore.
La storia della Palestina, intrecciata alle vicende di una famiglia che diventa simbolo delle famiglie palestinesi, si snoda nell’arco d quasi sessanta anni, attraverso gli episodi che hanno segnato la nascita di uno stato e la fine di un altro.  In primo piano c’è la tragedia dell’esilio, la guerra, la perdita della terra e degli affetti, la vita nei campi profughi, come rifugiati, condannati a sopravvivere in attesa di una svolta. L’autrice non cerca i colpevoli tra gli israeliani, che anzi descrive con pietà, rispetto e consapevolezza, racconta invece la storia di tante vittime capaci di andare avanti solo grazie all’amore.

“Lettere a una ragazza in Turchia” Antonia Arslan: “Tu devi avere un coraggio nuovo, mia ragazza di Turchia. Ti vogliono rimandare indietro a tempi lontani, mentre a te piacciono capelli al vento e gonne leggere, ascoltare musiche forti, andare a zonzo con gli amici e sentirti uguale a loro. Vorresti lottare a viso scoperto. E invece dovrai scoprire di nuovo il coraggio sotterraneo dei deboli, l’audacia che si muove nell’ombra, e cercare nella tua storia antica le ragioni e la forza per sopravvivere.” Queste le parole di Antonia Arslan nella sua lettera immaginata a una ragazza turca. Con la maestria che è solo dei grandi narratori, Antonia Arslan ripercorre le vicende delle sue antenate armene, tessendo un racconto che si dipana attraverso un filo teso dai tempi antichi per arrivare fino ai giorni nostri. Perché la paura subdola che ci colpisce ogni giorno, le oscure premonizioni che si propagano da Oriente a Occidente, da Istanbul a Bruxelles, sono le stesse delle donne armene che si sono sacrificate in nome della libertà. L’antidoto contro la paura è la memoria, è il tappeto di storie di chi ha subito un ribaltamento del suo mondo all’improvviso. L’autrice della “Masseria” ci regala un libro intimo, attualissimo, un viaggio straordinario in cui rida vita alle vicende di donne che combattono per il proprio futuro e per restare se stesse.

“Tempesta di neve e profumo di mandorle” di Camilla Läckberg : Manca poco meno di una settimana a Natale. Adagiata contro le rocce grigie, con le sue casette di legno ammantate di neve, Fjallbacka regala uno spettacolo particolarmente suggestivo, un paesino fiabesco affacciato sul mare di ghiaccio. Martin Molin, collega di Patrik Hedstrom alla stazione di polizia di Tanumshede, ha raggiunto la fidanzata Lisette sulla vicina isola di Valo per una festa di famiglia. Mentre il vento infuria, durante la cena il vecchio patriarca dall’immensa fortuna muore improvvisamente. Nell’aria si avverte un vago aroma di mandorle amare, e a Martin Molin non resta che cercare di far luce su quella morte misteriosa. Intanto, la violenta tempesta che agita le acque gelide dell’arcipelago non accenna a placarsi, e ogni contatto con la terraferma è interrotto.

“L’eleganza del riccio” di Muriel Barbery : Renée Michel sembra essere la comunissima portinaia del numero 7 di rue Grenelle, un condominio parigino abitato da famiglie facoltose: è apparentemente sciatta, pigra, perennemente presa dalla cura del suo gatto (Lev, in onore di Tolstoj), dalla televisione e dalle sue piccole faccende private. In realtà, Reneé è una persona coltissima: si interessa di arte, di filosofia, di cinema, di musica classica e di cultura giapponese ma preferisce dissimulare la propria erudizione. È vedova, ma non affronta la sua solitudine con rancore o nostalgia, bensì esplorando ogni sfaccettatura della propria anima, ogni sfumatura dei propri sentimenti con grande distacco e grande perizia filosofica. Solo un segreto doloroso, celato sino alla fine, sfugge alle sue analisi.

“Il profumo delle foglie di limone” di Clara Sanchez : Spagna, Costa Blanca. Il sole è ancora caldo nonostante sia già settembre inoltrato. Per le strade non c’è nessuno, e l’aria è pervasa dal profumo di limoni che arriva fino al mare. È qui che Sandra, trentenne in crisi, ha cercato rifugio: non ha un lavoro, è in rotta con i genitori, è incinta di un uomo che non è sicura di amare. Si sente sola, ed è alla disperata ricerca di una bussola per la sua vita. Fino al giorno in cui non incontra occhi comprensivi e gentili: si tratta di Fredrik e Karin Christensen, una coppia di amabili vecchietti. Sono come i nonni che non ha mai avuto. Momento dopo momento, le regalano una tenera amicizia, le presentano persone affascinanti, come Alberto, e la accolgono nella grande villa circondata da splendidi fiori. Un paradiso. Ma in realtà si tratta dell’inferno.Perché Fredrik e Karin sono criminali nazisti. Si sono distinti per la loro ferocia e ora covano il sogno di ricominciare. Lo sa bene Julián, scampato al campo di concentramento di Mauthausen, che da giorni segue i loro movimenti. Sa bene che le loro mani rugose si sono macchiate del sangue degli innocenti. Ma ora, forse, può smascherarli e Sandra è l’unica in grado di aiutarlo. Non è facile convincerla della verità. Eppure, dopo un primo momento di incredulità, la donna comincia a guardarli con occhi diversi e a leggere dietro quella fragile apparenza. Adesso Sandra l’ha capito: lei e il suo piccolo rischiano molto. Ma non importa. Perché tutti devono sapere. Perché è impossibile restituire la vita alle vittime, ma si può almeno fare in modo tutto ciò che è successo non cada nell’oblio. E che il male non rimanga impunito.

“Il linguaggio segreto dei fiori” di Vanessa Diffenbaugh : Victoria ha paura del contatto fisico. Ha paura delle parole, le sue e quelle degli altri. Soprattutto, ha paura di amare e lasciarsi amare. C’è solo un posto in cui tutte le sue paure sfumano nel silenzio e nella pace: è il suo giardino segreto nel parco pubblico di Portero Hill, a San Francisco. I fiori, che ha piantato lei stessa in questo angolo sconosciuto della città, sono la sua casa. Il suo rifugio. La sua voce. È attraverso il loro linguaggio che Victoria comunica le sue emozioni più profonde. La lavanda per la diffidenza, il cardo per la misantropia, la rosa bianca per la solitudine. Perché Victoria non ha avuto una vita facile. Abbandonata in culla, ha passato l’infanzia saltando da una famiglia adottiva a un’altra. Fino all’incontro, drammatico e sconvolgente, con Elizabeth, l’unica vera madre che abbia mai avuto, la donna che le ha insegnato il linguaggio segreto dei fiori. E adesso, è proprio grazie a questo magico dono che Victoria ha preso in mano la sua vita: ha diciotto anni ormai, e lavora come fioraia. I suoi fiori sono tra i più richiesti della città, regalano la felicità e curano l’anima. Ma Victoria non ha ancora trovato il fiore in grado di rimarginare la sua ferita. Perché il suo cuore si porta dietro una colpa segreta. L’unico capace di estirparla è Grant, un ragazzo misterioso che sembra sapere tutto di lei. Solo lui può levare quel peso dal cuore di Victoria, come spine strappate a uno stelo. Solo lui può prendersi cura delle sue radici invisibili.

CLASSICI SENZA ETA’:

“Il buio oltre la siepe” di Harper Lee:  In una cittadina del “profondo” Sud degli Stati Uniti l’onesto avvocato Atticus Finch è incaricato della difesa d’ufficio di un negro accusato di violenza carnale; riuscirà a dimostrare l’innocenza, ma il negro sarà ugualmente condannato a morte. La vicenda, che è solo l’episodio centrale del romanzo, è raccontata dalla piccola Scout, la figlia di Atticus, un Huckleberry in gonnella, che scandalizza le signore con un linguaggio non proprio ortodosso, testimone e protagonista di fatti che nella loro atrocità e violenza non riescono mai a essere più grandi di lei. Nel suo raccontare lieve e veloce, ironico e pietoso, rivive il mondo dell’infanzia che è un po’ di tutti noi, con i suoi miti, le sue emozioni, le sue scoperte, in pagine di grande rigore stilistico e condotte con bravura eccezionale.

“Via col vento” di Margareth Mitchell:  Rossella O’Hara è la viziata e capricciosa ereditiera della grande piantagione di Tara, in Georgia. Ma l’illusione di una vita facile e agiata si infrangerà in brevissimo tempo, quando i venti della Guerra Civile cominceranno a spirare sul Sud degli Stati Uniti, spazzando via in pochi anni la società schiavista. Il più grande e famoso romanzo popolare americano narra così, in un colossale e vivissimo affresco storico, le vicende di una donna impreparata ai sacrifici: la tragedia della guerra, la decimazione della sua famiglia, la necessità di dover farsi carico della piantagione di famiglia e di doversi adattare a una nuova società. E soprattutto la sua lunga, travagliata ricerca dell’amore e la storia impossibile con l’affascinante e spregiudicato Rhett Butler, avventuriero che lei comprenderà di amare solo troppo tardi.

“Tutti i romanzi” di  Jane Austen: Jane Austen è stata definita la scrittrice più enigmatica e controversa della letteratura inglese. Per molto tempo è stata vista come una moralista e una conservatrice, le cui opere non toccano i grandi temi sociali e ideologici della sua epoca, ma ritraggono soltano il “piccolo mondo” femminile della middle class. In realtà, le storie raccontate dalla Austen, proprio per essere così clamorosamente chiuse nello spazio concesso al “femminile”, da un lato esaltano quel mondo e dall’altro costituiscono un implicito atto d’accusa verso chi ne ha segnato i confini. Sotto la superficie controllata e apparentemente convenzionale del testo si coglie una vena ironica e parodica la vera cifra della scrittura austeniana – che destabilizza i valori di una società rappresentata con brillante e divertito realismo.

“I capolavori” di Irene Nemirovsky: Sono raccolti in questo volume i racconti e i romanzi più rappresentativi dell’opera letteraria di Irene Némirovsky, dal primo testo pubblicato su una rivista, “Il malinteso”, all’ultimo, “Suite francese”, che l’autrice non potè completare. Irene scomparve fisicamente nel campo di sterminio, ma ancora prima era stata condannata all’invisibilità dalla paura che, opprimente come le mura di un lager, si materializzava intorno a lei, donna ebrea nella Francia invasa dai nazisti. Della codardia, dell’ipocrisia, della stupidità e della grettezza ottusa si vendicò nei suoi scritti, vivisezionando con una penna acuta e affilata i vizi e le virtù dei suoi compatrioti d’elezione. Senza risparmiare nessuno: contadini dipinti in paesaggi bucolici che si rivelano rozzi, violenti ed egoisti; ricchi ebrei incatenati alla loro esistenza dorata, arida e vuota, dove contano solo i beni accumulati; madri poco materne, che Irene odia con furia e di cui smaschera la fatuità, l’aridità affettiva, il bisogno di sottomettersi per avere protezione; figlie che rinunciano alla loro vita perché ormai troppo invischiate in meccanismi di rivalità e sopraffazione. In questa foresta lussureggiante di personaggi scomodi e resi alla loro nudità, di rapporti sofferti e analizzati con precisione scientifica, ci perdiamo volentieri, risucchiati da una scrittura affascinante e magnetica, come se leggessimo un unico, lunghissimo romanzo, in cui la parola fine arriva troppo presto.

“I capolavori di Agata Christie” di Agata Christie: Un elegante volume che racchiude quattro capolavori assoluti del giallo, quattro opere con cui la raffinata “signora del crimine” ha scritto la storia del genere, ormai entrato a buon diritto nella grande letteratura. Da Dieci piccoli indiani a L’assassinio di Roger Ackroyd, da Assassinio sull’Orient Express a Istantanea di un delitto: i grandi romanzi che hanno rivoluzionato il genere poliziesco.
Quattro prove magistrali dalla trama originale e perfetta, meccanismi ingegnosi in cui, a colpi di suspense, il genio di Miss Marple e di Poirot riesce a ricostruire il puzzle apparentemente incomprensibile degli indizi, risolvendo anche il più intricato mistero.
Una raccolta che rende il doveroso omaggio alla più grande giallista di tutti i tempi.

“Tutti i romanzi: Jane Eyre – Shirley – Villette – Il professore – Agnes Grey – La signora di Wildfell Hall – Cime tempestose.” di Anne, Charlotte e Emily BrontëAnne, Charlotte e Emily Brontë, le sorelle più famose della letteratura mondiale, vissero le loro travagliate e brevi vite durante la prima metà del XIX secolo nella campagna inglese, nella regione dello Yorkshire. Temendo i pregiudizi riguardo alle donne scrittrici scelsero, per pubblicare le loro opere, gli pseudonimi maschili di Acton, Currer, Ellis Bell, rispettando le iniziali del nome e cognome di ciascuna di loro. Dopo essersi dedicate, senza grandi fortune, alla pubblicazione di una raccolta di poesie, nel 1847 pubblicarono, in contemporanea, i tre romanzi Jane Eyre, Agnes Grey e Cime tempestose.
L’opera di Charlotte, Jane Eyre, un romanzo di formazione scritto in forma di autobiografia, fu accolto con notevole favore e anche Agnes Grey della sorella Anne ricevette numerose lodi, ma il pubblico e la critica dell’epoca vittoriana rivelarono scarsa lungimiranza nel decretare l’insuccesso di Cime tempestose, unico romanzo di Emily Brontë, ormai considerato un capolavoro della letteratura mondiale.

SAGGISTICA

“Le donne erediteranno la terra” di Aldo Cazzullo: «Voi donne siete meglio di noi. Non pensiate che gli uomini non lo sappiano; lo sappiamo benissimo, e sono millenni che ci organizziamo per sottomettervi, spesso con il vostro aiuto. Ma quel tempo sta finendo. È finito. Comincia il tempo in cui le donne prenderanno il potere.»
L’autore evoca il genio femminile, attraverso figure del passato e del presente, storie di grandi artiste e di figlie che salvano i padri o ne custodiscono la memoria. Racconta le battaglie che le donne conducono nel mondo e in Italia contro le ingiustizie che ancora le penalizzano, contro il masochismo che ancora le mette l’una contro l’altra o le induce a innamorarsi della persona sbagliata. E ricostruisce i mezzi con cui i maschi hanno imposto la loro egemonia per secoli, quando una femmina per rivendicare la propria libertà doveva diventare come un uomo, o almeno sembrarlo: da Giovanna d’Arco, arsa viva per non aver rinunciato all’abito maschile, alle «soldate» che si travestirono per combattere tutte le guerre.

*Jo

Leggere ti fa Bella

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Tra i personaggi delle favole più amati dai lettori, e dalle lettrici in particolare, c’è senza dubbio lei: Belle, la protagonista della favola de “La Bella e la Bestia” da cui la Disney ha tratto un film d’animazione e un live-action che uscirà nelle sale tra qualche settimana. Ma qual è il segreto del successo di questa eroina acqua e sapone?

La protagonista del classico d’animazione Disney si allontana parecchio da quella della favola così come ci viene raccontata da Beaumont e l’unico tratto che non viene alterato è la semplicità con cui la ragazza conduce le proprie giornate, gettando il cuore oltre l’ostacolo e ricercando sopra ogni cosa la semplicità. Questi tratti, di per sé sufficienti a rendere Belle un modello per qualsiasi bambino, vengono analizzati dalla Disney che trasforma la ragazza in una lettrice accanita, caratterizzando in maniera più approfondita la descrizione data dallo scrittore francese.

Belle arriva sugli schermi nel 1991 e con questo personaggio la Disney inaugura una nuova stagione di eroine che si distinguono dalle precedenti non solo per l’aspetto fisico più realistico, ma anche per il carattere che chiude definitivamente la generazione delle “donzelle in difficoltà” a cui appartengono personaggi come Biancaneve, Aurora e Cenerentola.
Fino al 1989 le principesse di Walt Disney si distinguevano per le fattezze angeliche, per gli atteggiamenti svenevoli e per la quasi totale mancanza di carattere; con Ariel, protagonista del film “La Sirenetta“, le tendenze cominciano a cambiare e il personaggio acquista un po’ di spessore: la giovane sirenetta sfodera un carattere ribelle, curioso, testardo e tutt’altro che zuccheroso; le angeliche figure che cantavano con gli uccellini e parlavano con i topolini furono superate con un balzo e questo passaggio repentino, che cercava di tenere il passo con l’emancipazione femminile, portò alla nascita di un nuovo personaggio femminile che, per quanto non pienamente sviluppato, segnava uno spartiacque che si sarebbe definito meglio con la nascita, due anni più tardi, di Belle.

La storia di Belle, così come raccontata da Walt Disney, ha un inizio che ricalca quello delle sue sorelle maggiori Biancaneve e Cenerentola. Come loro infatti, Belle è di umili origini, non ha natali nobili e indossa vestiti decisamente “casalinghi” se paragonati agli abiti che sfoggiano le altre principesse.
La bellezza interiore di Belle, che le permette di guardare oltre alle apparenze e di non giudicare nessun libro dalla copertina, non è una caratteristica innata come per Cenerentola, ma una naturale conseguenza della passione della protagonista per i libri ,che hanno temprato il suo carattere rendendola forte, sensibile, intelligente, furba e coraggiosa.
Belle è una giovane donna indipendente e combattiva che non aspetta il principe azzurro rinchiusa nella sua torre d’avorio e, al contrario delle d.i.d (chi è un fan Disney capirà la citazione) è lei stessa a garantire alla sua storia un lieto fine, e, mentre altre principesse aspettano il bacio del vero amore per poter convolare verso il loro “per sempre felici e contenti”, è lei stessa a galoppare verso il castello della Bestia per salvare il suo amato dalla furia di Gaston e spezzare l’incantesimo.

*Jo

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Poesia impossibile – La Rosa Bianca: “Uno spirito forte, un cuore tenero”

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La Rosa Bianca (=Die Weiße Rose) fu un movimento studentesco di matrice cattolica fondato da cinque studenti universitari: i fratelli Hans e Sophie Scholl, Christoph Probst, Alexander Schmorell e Willi Graf a cui si unì il docente di filosofia Kurt Huber.

Il gruppo fu attivo a Monaco di Baviera tra il 1942 e il 1943 e in un anno di attività distribuì nelle città  bavaresi ed austriache sei volantini nei quali invitava i tedeschi ad un resistenza non violenta alla dittatura hitleriana; i membri della Rosa Bianca credevano infatti che i Länder meridionali, essendo di maggioranza cattolica, fossero più ricettivi nei confronti del loro messaggio non violento.
Il sogno della Rosa Bianca era quello di assistere alla nascita di un’Europa federale fondata sui pilastri della morale cattolica, un’Europa dove non vi fosse posto per atti di ingiustizia ed intolleranza e che rifiutasse categoricamente la violenza del regime nazista.
Appellandosi a quella che definivano l’intellighenzia tedesca, la Rosa Bianca citava nei suoi volantini Lao Tzu, Aristotele, la Bibbia e Novalis e così, attraverso queste parole, diffondeva negli atenei tedeschi il suo sogno di pace.
Dopo un periodo di inattività, la Rosa Bianca distribuì, nel luglio 1942, gli ultimi due volantini e dipinse sui muri e sulla cancellata dell’università di Monaco slogan anti-nazisti. Era il chiaro segno di una più chiara e vigorosa presa di posizione contro Hitler e contro una guerra insensata che stava mandando a morte migliaia di tedeschi.
Ad ulteriore conferma di tali prese di posizione, nelle intestazioni dei volantini apparve la scritta “il movimento di resistenza in Germania”; tali provocanti parole stuzzicarono il gauleiter della Baviera , Paul Giesler, che decise, dopo aver letto i volantini del gruppo, di affrontare i “ribelli” nella loro tana.
Nelle prime settimane del febbraio 1943 il gauleiter tenne, presso l’università di Monaco, un discorso volutamente volgare e provocante nel quale esortava gli studenti a combattere anziché “perdere tempo sui libri”, e chiedeva alle studentesse di “rendersi utili […] regalando un figlio all’anno al Terzo Reich”.
In seguito all’intervento di Giesler, seguirono manifestazioni di protesta da parte degli studenti oltraggiati.
Poteva forse la Rosa Bianca rimanere muta davanti all’ennesimo scempio compiuto dai nazisti?
No, e la risposta arrivò il 18 febbraio del ’43 quando Sophie Scholl decise di affacciarsi sull’atrio dell’ateneo di Monaco per lanciare, sugli studenti sottostanti, l’ultimo volantino della Rosa Bianca.
Questa coraggiosa decisione le costò tuttavia cara in quanto un inserviente dell’università, membro zelante del partito dell’NSDAP , la riconobbe e la denunciò alla Gestapo.
Il giorno stesso i fratelli Scholl vennero arrestati insieme al loro compagno Christoph Probst.
Gli altri membri vennero subito fermati e il gruppo, assieme a tutti quelli a loro associati, venne sottoposto ad un interrogatorio da parte della Gestapo.
Fin dall’inizio gli Scholl si assunsero la piena responsabilità degli scritti sperando, invano, di scagionare i membri del gruppo ancora in libertà e di salvare la vita di molti studenti universitari che nutrivano simpatie per l’associazione; i funzionari della Gestapo che li interrogarono rimasero stupiti per il coraggio e la determinazione dei due giovani.

Il 22 febbraio 1943 i fratelli Scholl e Probst si presentarono davanti al Volksgerichtshof presieduto da Roland Freisler.
Il processo fu, come molti altri imbastiti dal giudice Freisler, un processo-farsa dalla sentenza già decisa. Durante la seduta i fratelli Scholl non cercarono in alcun modo di difendersi e rivendicarono con fermezza il loro diritto ad esprimere il loro dissenso verso un regime costruito sulla violenza, la barbara legge del più forte e l’intolleranza di motivazione religiosa.
Al termine del dibattito, durato cinque ore, gli imputati vennero ritenuti colpevoli e condannati a morte per decapitazione. Nel verbale quali motivazioni di tale sentenza venne scritto:

“Gli accusati hanno, in tempo di guerra e per mezzo di volantini, incitato al sabotaggio dello sforzo bellico e degli armamenti, e al rovesciamento dello stile di vita nazionalsocialista del nostro popolo, hanno propagandato idee disfattiste e hanno diffamato il Führer in modo assai volgare, prestando così aiuto al nemico del Reich e indebolendo la sicurezza armata della nazione. Per questi motivi essi devono essere puniti con la morte.”

Prima di morire Christoph Probst, che si era gradualmente avvicinato alla fede cattolica, chiese di vedere un sacerdote per poter ricevere il sacramento del battesimo.
Gli altri membri del gruppo, processati il 19 aprile 1943, furono ritenuti colpevoli e giustiziati nei mesi successivi.

In seguito alla caduta del regime, la Rosa Bianca divenne una rappresentazione della forma più pura di opposizione, senza interesse per il potere personale o l’autocelebrazione.
La piazza sulla quale si affaccia l’Università Ludwig-Maximilian di Monaco è stata battezzata “Geschwister-Scholl-Platz” (piazza fratelli Scholl) in onore di Hans e Sophie.

*Jo

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Poesia impossibile – Paul Celan: poesia che interroga il cielo.

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Il poeta ebreo Paul Antschel, in arte Paul Celan, nacque nel 1920 nell’allora cittadina rumena di Czernowitz in una famiglia ebrea ortodossa. Malgrado la miscellanea di idiomi parlati nella regione di Czernowitz, la Bucovina, all’interno della comunità a cui Celan apparteneva si parlava tedesco, lingua in cui il poeta comporrà tutte le sue poesie e i suoi scritti. Le vicende della città di Celan sono complesse e si allacciano con quelle personali del poeta. In seguito alla prima guerra mondiale la Bucovina passò dalla dominazione austriaca a quella rumena per poi essere divisa, nel 1947, tra la Romania a l’Unione Sovietica. Nel 1941 le truppe naziste invasero ed occuparono la Bucovina. Grazie ad una fuga rocambolesca Celan riescì a lasciare Czernowitz e a scampare agli orrori della persecuzione antisemita, mentre una sorte meno fortunata spettò ai suoi genitori che persero la vita nei lager nazisti.
Anche se l’ombra della morte e della distruzione aveva solo accarezzato la sua vita ( solo i genitori morirono durante la prigionia nel campo di concentramento, mentre il fu internato in un Arbeitslager nel 1942 da cui fu liberato due anni più tardi dai russi), gli orrori e la ferocia con cui i nazisti avevano portato avanti il loro progetto di morte avevano lasciato un solco indelebile nell’anima del poeta, il quale si porterà il peso di questa tragedia fino alla fine.

Altra costante della vita di Celan è il viaggio. Al termine della seconda guerra mondiale egli tornò in patria dove rimase fino al 1947, anno in cui si trasferì a Vienna, per poi raggiungere Parigi  nel 1948, dove rimarrà fino alla morte nel 1970.
Nella capitale francese il poeta ricopre la carica di lettore di lingua e letteratura tedesca presso l’École Normale Supérieure, incarico che conserverà fino alla fine dei suoi giorni. Di grande aiuto per il poeta fu l’amicizia con la poetessa Nelly Sachs con cui tenne una fitta corrispondenza in cui affrontava i traumi della sua infanzia e approfondiva la tematica della fede.
Alla fine però il peso e la convivenza con la colpa di essere sopravvissuto alla Shoah divennero un fardello troppo pesante per Celan che, nel 1970, si suicidò annegando nella Senna.

La sua poetica è un intreccio di contraddizioni: l’eros e la morte si rincorrono in una lotta in cui una cerca di non soccombere all’altro, la ricerca di un senso si scontra con la tragedia della storia che si declina nella ricerca di una risposta ad una Grundfrage, le esperienze individuali si intessono con quelle collettive, la terra e il cielo sembrano poste una dirimpetto all’altro in una preghiera disperata.

Dio è un altro Leitmotiv della lirica di Celan. La poesia è una domanda rivolta verso il cielo, una richiesta che sale dal tempo e dalla storia verso l’Eterno a cui vengono chieste spiegazioni per le vicende storiche che hanno segnato l’esistenza del poeta. Le continue richieste che Celan rivolge fanno di lui un nuovo Giobbe, un uomo provato dalla sofferenza che grida al cielo e in cui ‘l’io’ delle liriche si rivolge a un ‘tu’ trascendente imprecando ed esigendo ragioni e risposte. Celan non ripudia il pensiero di Dio, ma lo ricerca senza tuttavia riuscire a scorgere nella storia sua e dell’Europa le sue tracce.

Come ultimo tentativo per riallacciare i rapporti con il Padre, Paul Celan compì nel 1970 un pellegrinaggio in Terra Santa, un viaggio rilevante non solo dal punto di vista poetico ma anche da quello simbolico. Questo viaggio verso la culla della religione e della civiltà ebraica e cristiana riaccende nel cuore del poeta il senso di nostalgia e di bisogno di Dio al punto che, in una lettera ad amici residenti a Gerusalemme, ricordando con rammarico le strade della Città Santa  egli scrive: “Io bisogno di Gerusalemme”.

La poesia che abbiamo scelto è Fuga di morte (trad. Todesfuge) dalla raccolta Papavero e memoria (Mohn und Gedächtnis)del 1947: una lirica composta poco dopo la fine della guerra  che è non solo una delle più celebri poesie di Celan, ma l’emblema della produzione poetica legata alla Shoah.

Nero latte dell’alba lo beviamo la sera
lo beviamo al meriggio, al mattino, lo beviamo la notte
beviamo e beviamo
scaviamo una tomba nell’aria lì non si sta stretti

Nella casa c’è un uomo che gioca coi serpenti che scrive
che scrive in Germania la sera i tuoi capelli d’oro Margarete
lo scrive e va sulla soglia e brillano stelle e richiama i suoi mastini
e richiama i suoi ebrei uscite scavate una tomba nella terra
e comanda i suoi ebrei suonate che ora si balla

Nero latte dell’alba ti beviamo la notte
ti beviamo al mattino, al meriggio ti beviamo la sera
beviamo e beviamo
Nella casa c’è un uomo che gioca coi serpenti che scrive
che scrive in Germania la sera i tuoi capelli d’oro Margarete
i tuoi capelli di cenere Sulamith scaviamo una tomba nell’aria lì non si sta stretti

Egli urla forza voialtri dateci dentro scavate e voialtri cantate e suonate
egli estrae il ferro dalla cinghia lo agita i suoi occhi sono azzurri
vangate più a fondo voialtri e voialtri suonate che ancora si balli

Nero latte dell’alba ti beviamo la notte
ti beviamo al meriggio e al mattino ti beviamo la sera
beviamo e beviamo
nella casa c’è un uomo i tuoi capelli d’oro Margarete
i tuoi capelli di cenere Sulamith egli gioca coi serpenti
egli urla suonate la morte suonate più dolce la morte è un maestro tedesco
egli urla violini suonate più tetri e poi salirete come fumo nell’aria
e poi avrete una tomba nelle nubi lì non si sta stretti.

Nero latte dell’alba ti beviamo la notte
ti beviamo al meriggio la morte è un maestro tedesco
ti beviamo la sera e al mattino beviamo e beviamo
la morte è un maestro tedesco il suo occhio è azzurro
egli ti centra col piombo ti centra con mira perfetta
nella casa c’è un uomo i tuoi capelli d’oro Margarete
egli aizza i suoi mastini su di noi ci dona una tomba nell’aria
egli gioca coi serpenti e sogna la morte è un maestro tedesco

I tuoi capelli d’oro Margarete
i tuoi capelli di cenere Sulamith

Todesfuge, inizialmente intitolata Todestango, è un grido impregnato di sofferenza e orrore che denuncia con un linguaggio ricco di simboli i crimini del regime nazista e le riprovevoli condizioni degli internati nei campi di concentramento.

Celan sceglie con cura le parole, gli aggettivi e gli avverbi donando al lettore un affresco in cui le immagini, nitide ed incisive, si susseguono seguendo idealmente la struttura e il ritmo della doppia fuga.
Le anafore che introducono le strofe e i versi imprimono nella mente di chi si avvicina al testo istantanee propedeutiche per comprendere l’orrore, la crudeltà e la routine sfibrante ed umiliante a cui i detenuti erano obbligati.
La lirica si apre con un ossimoro che disarma e disorienta: il ‘Nero latte’ distrugge l’iconografia biblica che vede nel latte un simbolo di benessere e purezza consegnandoci un’immagine tetra che sottolinea le atrocità del campo e gli stenti a cui venivano condannati i prigionieri, primo fra tutti la fame.
L’immagine del ‘nero latte’ viene reiterata dal poeta fino alla nausea e, insieme alla ripetizione strategica di verbi e avverbi, batte il tempo della poesia come a voler ricreare il ritmo monotono con cui procedeva la vita nei lager.
Come in uno spaccato della vita del campo vediamo le condizioni degli internati e dei loro carcerieri.
La musica accompagna nuovamente la descrizione e, come gli ebrei di allora, siamo costretti ad ascoltare ancora ed ancora la fuga di Celan, mentre impietose ci scorrono davanti agli occhi le immagini delle fosse nelle nuvole, i capelli di cenere di Sulamith e l’occhio azzurro del soldato che pensa alla sua donna in Germania.
L’uomo che “gioca coi serpenti” è una SS che scrive lettere a Margarete, la donna dai capelli d’oro emblema della razza ariana, e intanto serve scrupolosamente e fedelmente il nuovo maestro della Germania: la morte; il suo occhio azzurro guarda agli Ebrei intimando loro di scavare le loro tombe nell’aria, unico dono che mai riceveranno, mentre ad altri viene ordinato di suonare, cantare e ballare dolci musiche in onore della morte.
Timidamente, nascosta all’ombra di Margarete, si intravede la taciturna Sulamith con i suoi capelli di cenere e ridotti in cenere, immagine delicata che, insieme alle tombe nell’aria, ci suggerisce l’unico modo in cui si poteva uscire dal campo.
Celan pone dirimpetto le due donne emblema della bellezza e della femminilità per la cultura tedesca ed ebraica: Margarete è la donna tedesca dai bellissimi capelli color dell’oro che viene indicata da Goethe come “l’eterno femminino”[1], mentre Sulamith è la fanciulla la cui bellezza e grazia vengono cantate nel Cantico di Salomone[2], o Cantico dei Cantici.

*Jo

(dopo l’immagine trovate il link alla seconda parte dell’approfondimento)

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[1] L’eterno femminino: cfr J.W.Ghoete, Faust, trad. it. cura di G.V. Amoretti, vol. II, Feltrinelli, Milano 1996, p. 667

[2]Cantico di Salomone (7,1-10): 1Vòltati, vòltati, Sulammita,vòltati, vòltati: vogliamo ammirarti./Che cosa volete ammirare nella Sulammita durante la danza a due cori?/2Come sono belli i tuoi piedi nei sandali, figlia di principe! Le curve dei tuoi fianchi sono come monili, opera di mani d’artista./3Il tuo ombelico è una coppa rotonda che non manca mai di vino aromatico. Il tuo ventre è un covone di grano, circondato da gigli. /4I tuoi seni sono come due cerbiatti, gemelli di una gazzella. /5Il tuo collo come una torre d’avorio, i tuoi occhi come le piscine di Chesbon presso la porta di Bat-Rabbìm, il tuo naso come la torre del Libano che guarda verso Damasco./6Il tuo capo si erge su di te come il Carmelo e la chioma del tuo capo è come porpora; un re è tutto preso dalle tue trecce. /7Quanto sei bella e quanto sei graziosa,o amore, piena di delizie!/8La tua statura è slanciata come una palma e i tuoi seni sembrano grappoli./9Ho detto: «Salirò sulla palma,coglierò i grappoli di datteri». Siano per me i tuoi seni come grappoli d’uva e il tuo respiro come profumo di mele./10Il tuo palato è come vino squisito,che scorre morbidamente verso di me e fluisce sulle labbra e sui denti!

Poesia impossibile – Nelly Sachs: scrivere per ricordare

Poesia impossibile – Nelly Sachs: scrivere per ricordare

16395872_1258489230899916_1853153279_nNelly Sachs (Berlino, 1891 – Stoccolma, 1970) è una delle voci poetiche che, confutando il principio di Adorno (secondo il quale non può esistere poesia dopo la tragedia della Shoah), dimostrò come comporre poesie dopo Auschwitz non fosse un atto barbarico bensì una maniera di ricongiungersi alle vittime per mezzo della lirica. Sachs ha dedicato tutta la sua vita alla stesura di raccolte che affrontassero il tema della Shoah e, pur non avendo vissuto in prima persona l’oppressione nazista, è stata insignita nel 1966 del Premio Nobel per la letteratura. Le furono riconosciuti altissimi meriti riguardanti “her outstanding lyrical and dramatic writing which interprets Israel’s destiny with touching strength”[1].
La poetessa è infatti considerata la portavoce del grande dolore del popolo ebraico, poiché ne ripercorre le tragiche vicende creando analogie tra le immagini bibliche e la storia contemporanea.

Evidente è l’influenza della Torah e della mistica ebraica, tanto che le sue opere sembrano assumere nel complesso la forma di una Kaddish, ovvero una preghiera recitata in ricordo dei morti che è espressione dell’accettazione del giudizio e della giustizia divina e un’invocazione a concedere la pace su Israele. Questo lamento funebre presenta vere e proprie iscrizioni tombali nell’aria (Grabschriften in die Luft geschrieben, ciclo di poesie del 1944) aventi per destinatario il popolo ebraico o un tu indefinito: Sachs pensa alle vittime che non sono state sepolte ma che sono passate “attraverso il camino”, e le cui ceneri sono dunque disperse nell’aria. Si viene così a formare un paesaggio fatto di grida, il quale riflette la paura della poetessa che il dramma della Shoah possa essere dimenticato dall’umanità. Le sue liriche servono dunque a dar voce a chi è stato ridotto al silenzio dal regime, donando loro la possibilità di sopravvivere per sempre attraverso il ricordo. Viene fondata una nuova teologia basata sulla memoria, scritta immedesimandosi nel dolore delle vittime e attraverso la quale si cerca di superare il trauma della Shoah e il senso di colpa per essere scampati alla morte nei lager. L’immagine di Dio oscilla nel paradosso tra il rifiuto del mondo religioso e una Sehnsucht verso lo stesso, così come si può rintracciare una tensione fra un’immagine di Dio lontano, che rimane nascosto e sconosciuto nella sua trascendenza, e un Dio compassionevole e vicino ai suoi figli.

Il tradizionale linguaggio religioso e metaforico viene rivisto e riadattato, in quanto non in grado di raccontare in maniera adeguata le atrocità della Shoah. Lo stile salmodico e profetico, caratterizzato da ripetizioni parallele di concetti e parole, riprende, varia e rafforza il tema della sofferenza, della persecuzione, dell’esilio e della morte del suo popolo. Alcuni critici ritengono tuttavia che questa dipendenza dal linguaggio tipico dell’Antico Testamento impedisca a Sachs di conferire ulteriore linfa ai reiterati temi e motivi, accusandola di “limitarsi alla ripetizione di parole-chiave o una parola-definizione all’inizio di una talora assai lunga strofa e poi anche all’interno di esse”[2] . Ciò nonostante si è costretti ad ammettere che la sua poesia finisce per imporsi grazie al suo tono lento e misurato, originando una meditazione dolorosa e profonda sul mondo Post – Auschwitz.

La poesia che abbiamo scelto per rappresentare questa autrice è Der Chor der Geretteten ( trad.Il coro dei superstiti) ( 1961) Il Coro dei superstiti contenuta nella raccolta Al di là della polvere (trad. Fahrt ins Staublose) (1961), è un amara riflessione sull’impossibilità di chi è sopravvissuto alla Shoah di condurre un’esistenza libera dai traumi inferti dai nazisti al popolo ebraico.

Noi superstiti
dalle nostre ossa la morte ha già intagliato i suoi flauti,
sui nostri tendini ha già passato il suo archetto –
I nostri corpi ancora si lamentano
col loro canto mozzato.
Noi superstiti
davanti a noi, nell’aria azzurra,
pendono ancora i lacci attorti per i nostri colli –
le clessidre si riempiono ancora con il nostro sangue.
Noi superstiti,
ancora divorati dai vermi dell’angoscia –
la nostra stella è sepolta nella polvere.
Noi superstiti
vi preghiamo:
mostrateci lentamente il vostro sole.
Guidateci piano di stella in stella.
Fateci di nuovo imparare la vita.
Altrimenti il canto di un uccello,
il secchio che si colma alla fontana
potrebbero far prorompere il dolore
a stento sigillato
e farci schiumare via –
Vi preghiamo:
non mostrateci ancora un cane che morde
potrebbe darsi, potrebbe darsi
che ci disfiamo in polvere
davanti ai vostri occhi.
Ma cosa tiene unita la nostra trama?
Noi, ormai senza respiro,
la nostra anima è volata a lui dalla mezzanotte
molto prima che il nostro corpo si salvasse
nell’arca dell’istante –
Noi superstiti,
stringiamo la vostra mano,
riconosciamo i vostri occhi –
ma solo l’addio ci tiene ancora uniti,
l’addio nella polvere
ci tiene uniti a voi.

Si tratta di un’unica strofa libera di 37 versi, cioè non regolata da schema metrico, ritmico o rimico, in cui le frasi sono corte e ricche di punteggiatura per consentire una lettura lenta e meditata; tale scelta viene giustificata dalla convinzione che dopo l’Olocausto la parola e l’esperienza non possano essere trasmesse avvalendosi delle tradizionali convenzioni linguistiche (e poetiche), ma che sia necessario fondare un nuovo metodo comunicativo.

Partendo dal titolo è possibile notare un riferimento alle tragedie teatrali greche, in quanto il termine ‘coro’ rimanda a quell’elemento fondamentale che aveva il compito di ricapitolare e commentare gli eventi della tragedia. Al verso 1 la locuzione “noi superstiti” (che si ritrova anche ai versi 6, 10, 13 e 32) serve alla Sachs per porre distanza tra la condizione delle vittime a quella dei sopravvissuti; tuttavia si tratta di un’opposizione apparente in quanto entrambi sono accomunati da un marchio incancellabile: il dolore che grava su vittime e sopravvissuti dalla repressione nazista.

Nei primi cinque versi è possibile rintracciare la “danza macabra”, un motivo iconografico medievale in cui degli scheletri richiamano alle danze con i loro strumenti musicali uomini di diverse condizioni sociali. In questa lirica la morte intaglia flauti dalle ossa dei superstiti e passa l’archetto del violino sopra i loro tendini: essa assume il ruolo di musicista, mentre i superstiti diventano personificazione degli strumenti da suonare (correlazione tra i tendini e le corde del violino e le ossa e i flauti).

Al verso 4 è presente un neologismo: nachklagen è una parola coniata appositamente per la poesia combinando i termini nachklingen (trad. risuonare, echeggiare, si intende come farebbe un violino dopo che si è passato l’archetto sulle corde) e klagen (trad. lamentarsi). Nachklingen si riferisce ai corpi dei sopravvissuti i quali “risuonano lamentosamente” con la loro musica mutilata (vv. 4-5), una metonimia che riporta l’immagine della musica che la morte ha suonato con i superstiti mutilandoli come descritto precedentemente. I successivi quattro versi (vv. 6-10) presentano due immagini brutali : dei cappi che sventolano vuoti nel cielo ai quali dovevano essere appesi i superstiti e clessidre riempite del loro sangue.
Sachs dipinge poi la condizione tipica del sopravvissuto: l’estrema difficoltà di continuare a vivere sopportando il peso che molti altri non ce l’hanno fatta, diventando poco a poco morti anch’essi (v. 10: “divorati dai vermi dell’angoscia”). Al verso 12 “la nostra stella” è la stella di Davide, la quale giace sepolta nella polvere dei corpi bruciati nei capi di sterminio. In realtà la parola tedesca Gestirn significa propriamente costellazione, con chiari rimandi astrologici alla correlazione tra costellazione e fato; di conseguenza questo verso potrebbe avere la funzione di memento mori, poiché implica  che anche il destino dei superstiti è morire. Da notare che altri elementi astronomici (il sole e le stelle) si ripetono successivamente ai versi 15 e 16.
Inizia poi la preghiera alle vittime dell’Olocausto (vv. 13-26) di insegnare ai superstiti a vivere ancora. I sopravvissuti ebbero un’esperienza ravvicinata con la morte, e il ricordo dei morti rende loro difficile apprezzare la vita stessa. Semplici esperienze della vita di tutti i giorni (udire il canto di un uccello, riempire un secchio alla fontana) potrebbero spezzare il loro fragile equilibrio e farli “schiumare via” così come tutto ciò che richiama alla memoria l’esperienza nei lager (v. 23: “cane che morde”, riferimento ai cane di guardia nei campi di concentramento che venivano sistematicamente rilasciati per dare la caccia agli internati) potrebbe letteralmente disintegrarli in polvere. La ferita è talmente profonda  che se il dolore non è ben sigillato, può scoppiare a causa di cose quotidiane e insospettabili.
Negli ultimi dieci versi (vv. 27-37) la scrittrice chiarifica di che materiali siano fatti i sopravvissuti, se a un minimo input rischiano di “tornare alla polvere”. Aperta da una domanda retorica riguardante la natura dell’uomo, l’indagine verte sulla lacerazione tra corpo e spirito: immedesimandosi nella voce dei superstiti, i quali sono rimasti “senza respiro”anche se il corpo si trova fisicamente ancora sulla Terra, Sachs constata che  la nostra animaè volata a Dio “a Mezzanotte” (metafora del buio e dell’oscurità a cui è stata relegata l’umanità durante il nazismo) per mezzo di un’Arca dell’istante. Due parole sono legate in questo passaggio alla sfera religiosa, Arca (quella costruita da Noè secondo le indicazioni di Dio per salvarsi dal diluvio universale e l’Arca dell’alleanza, simbolo della presenza di Yahweh tra il suo popolo) e respiro (Dio soffia l’alito di vita su Adamo). Quando si verifica la separazione dell’anima dal corpo avviene la morte della persona, ma non per  i superstiti i quali continuano a vivere unitamente alle vittime; l’incapacità di dimenticare le vittime “uccide” in parte quelli che vivono e permette agli uccisi di vivere, quantomeno nella memoria.

*Jo

(dopo l’immagine trovate il link alla prima parte dell’approfondimento)

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[1] Trad:la sua radicale e drammatica scrittura lirica, che interpreta il destino di Israele con forza toccante.

[2] cfr. L.Mittner, Storia della letteratura tedesca. Dal realismo alla sperimentazione (1820-1970) Dal fine secolo alla sperimentazione (1890-1970) Tomo terzo, Piccola Biblioteca Einaudi, Torino, 1971, pg. 1634

Poesia impossibile – La poesia di Auschwitz