Brividi tra le righe – I vincitori

La prima edizione di “Brividi tra le righe” si è ufficialmente conclusa. Un’edizione turbolenta che, purtroppo, ha visto anche alcuni scrittori ritirarsi ormai prossimi al traguardo.
Atmosfere cupe, incubi che diventano realtà, leggende e racconti in cui il grottesco e il macabro si mescolano hanno caratterizzato le opere in gara che, a modo loro, si sono tutte distinte per lo stile, l’originalità e la correttezza del testo.
Il primo posto è stato conquistato dal racconto di Sher Jones “L’uomo nero”: la storia dietro allo spauracchio dell’uomo nero, un penny dreadful che non vi consigliamo di leggere prima di andare a dormire.
Al secondo posto “Ti voglio bene” di Carlo Omodeo Zorini: una storia grottesca che sarebbe stata sicuramente apprezzata dagli ideatori dei penny dreadful e dai loro scanzonati lettori.
Al terzo posto troviamo Ida Daneri e “Urla nella notte”: i pensieri e i tormenti di un’anima maledetta e innamorata, disperata e assassina che alla notte e alla terra affida il suo dolore e ciò che resta della sua ultima vittima.
Le storie “Sai che hai degli occhi bellissimi?” e “La casa torre” sono state squalificate per mancata votazione da parte degli autori.
Mentre le storie di Devyani Berardi, “La gondola”, e Annrose Jones, “Il ventaglio”, sono state ritirate su richiesta delle autrici.
Tutti i componimenti restano, tuttavia, a disposizione dei lettori su questo sito e sulla pagina Facebook: Arcadia, lo scaffale sulla Laguna.
Lo staff di Arcadia si congratula con il vincitore e con tutti gli scrittori che hanno partecipato con le loro storie!

*Lo staff

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Brividi tra le righe – I° edizione

Raccolta dei racconti brevi che partecipano alla prima edizione del concorso “Brividi tra le righe”.
In questo album e sul sito web della pagina sarà possibile votare i propri racconti preferiti fino a domenica 13 novembre.
I non partecipanti possono esprimere la loro preferenza utilizzando il “like” di Facebook o il “mi piace” di wordpress per eleggere il vincitore del premio del pubblico.
I partecipanti, o chi ne fa le veci, devono recensire le storie in gara esprimendo un giudizio sullo stile, l’originalità e la correttezza del testo.
Inoltre per fare la loro classifica possono votare usando le emoticons LOVE (4 punti) WOW (3 punti) AHAH (2 punti).
Si possono usare le tre emozioni UNA VOLTA SOLA, invitiamo quindi i concorrenti a leggere attentamente le storie in gara e a dare a tutti gli scrittori la meritata attenzione senza farsi prendere dalla fretta.
I concorrenti, che non hanno un account facebook ma sono iscritti a wordpress, possono votare sul sito wordpress assegnando alle tre storie più meritevoli un punteggio da 2 a 4 e recensendo le opere in gara esprimendo un giudizio sulle voci sopra indicate..


Info e regolamento:

Regolamento
Vai all’album

Link diretto alle storie in concorso:

La gondola
L’uomo nero
Il ventaglio
Ti voglio bene
Urla nella notte
La casa torre
Sai che hai degli occhi bellissimi?

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La gondola

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Venezia ha un cuore di nebbia e misteri, di storie e segreti che di canale in canale e di calle in calle si diffondono tra le fondamenta e i campi.
La risacca sussurra e le nere acque della Laguna raccontano le storie che da un’isola all’altra hanno ascoltato.
Venezia, che degli amanti è alcova e tomba, nelle notti di fine novembre si veste di nebbia e di pianto e alle anime prave che la sera si attardano a passeggiare sulle fondamenta, racconta una leggenda di morte e d’amore.
Camminando sulle fondamenta di Riva degli schiavoni o trovandosi a rimirare la Laguna da Punta della Salute, può capitare di scorgere nelle fredde e pallide notti novembrine, tra i flutti neri e i lembi di nebbia, una gondola bianca ornata con rose e fiori bianchi ormai secchi, che lenta scivola tra i canali assopiti scortata da quattro lumini accesi.
Avvicinarsi a questa gondola così inusuale è proibito e il suo gondoliere invisibile e taciturno non conduce mai la sua imbarcazione verso un approdo.
Lui rema, rema in silenzio e quando il suo dolore si fa troppo forte, allora intona una triste nenia che i più scambiano per il rumore della risacca o per il fischio del vento tra le calli e i canali deserti.
Ascoltando questa melodia, apparentemente sconclusionata e anche un po’ stonata, si possono iniziare a percepire lentamente nomi e anni e lentamente le note si trasformano in parole che raccontano la triste storia di Nereo Tegan e Francesca Venturin.

Nel 1628 un giovane gondoliere al servizio di una famiglia benestante, si innamorò perdutamente della figlia di un nobile, tale Giovanni Venturin, e malgrado gli impedimenti sociali e le continue minacce del signore, iniziò un appassionato corteggiamento a cui anche la ragazza finì per cedere.
Quel sentimento corrisposto con pudore e timidezza, non era sufficiente per coronare il sogno d’amore degli amanti, alla cui felicità Venturini si opponeva fermamente, negando ai due giovani la sua paterna benedizione e il suo consenso alle nozze.
Esasperati dalla testarda resistenza del genitore, Nereo e Francesca decisero di scappare da Venezia e di andare a cercare la propria fortuna lontano dalla Serenissima.
Una serva, che aveva ascoltato di nascosto i loro propositi, corse a riferire il tutto al suo padrone che, nel colo del furore, strappò la figlia dai suoi propositi di fuga e la segregò nel monastero di Santa Croce sull’isola della Giudecca dove, ne era certo, le monache avrebbero saputo insegnare alla ragazza ribelle i sacri valori della morale, della virtù e dell’obbedienza.
Tuttavia, restava da risolvere il problema del gondoliere innamorato che non si sarebbe di certo lasciato fermare dalle sacre mura del monastero.
Venturini ordinò quindi a due sgherri di uccidere il gondoliere e di nascondere il corpo tra i canali della città: sicuro che i topi e le onde si sarebbero disfatti per lui dei resti del cadavere.
Con un trucco i sicari attirarono Nereo in una calle e lì lo affogarono, affidandone poi le spoglie ai flutti neri e omertosi che ingoiavano tutto senza fare domande.
Il lungo silenzio che seguì a quella notte di morte raffreddò il cuore di Francesca che, infine, si rassegnò a quella vita di preghiera e rinuncia decidendo persino di diventare, per la gioia del padre, monaca e prendere i voti.
I mesi passarono e la città fu avvolta per l’ennesima volta dal nero manto della peste. Uomini e donne, vecchi e bambini, ricchi e poveri, santi e peccatori morivano come mosche e come foglie avvizzite venivano raccolti e bruciati per contenere l’epidemia.
La peste, dio della morte e flagello dei vivi, alla fine trascinò con sé anche Venturini e la dolce Francesca, ma mentre il primo fu presto dimenticato, della seconda si continuò a parlare a lungo e con timoroso rispetto.
Dalla sua cella, ormai vuota e fredda, nella notte si sentivano provenire pianti e preghiere e nessuna messa o giaculatoria riusciva a calmare i lamenti di quello spirito in pena.
Poi, la notte del 21 novembre 1630, i pianti tacquero e il silenzio tornò ad avvolgere la Giudecca.
Quell’anima innamorata e triste si era arresa e infine era ascesa a quella gloria eterna che le spettava di diritto.
In quella stessa notte, a due anni dal vigliacco omicidio del gondoliere innamorato, una gondola bianca come la luna e splendente come una perla, iniziava silenziosa a solcare le acque della Laguna, diffondendo nell’aria il delicato odore di rose e fiori d’arancio.
Da allora Nereo naviga solitario e triste tra le isole e i canali di Venezia, scortato da quattro lumini, che segnalano la sua presenza e avvertono gli altri barcaioli, i gondolieri e i vaporetti.
Trai banchi di nebbia pallida e le onde nere e dense, Nereo naviga e di tanto in tanto canta nella speranza di richiamare a sé la sua amata che nemmeno la morte ha riportato tra le sue braccia.

Devyani Berardi

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L’uomo nero

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Se continui così sarò costretta a chiamare l’uomo nero! – Una minaccia, un gioco. Parole dette al solo scopo di mettere paura in un bambino capriccioso.
– E chiamalo! – Una risposta innocente dettata dalla voglia di disobbedire, dalla voglia di giocare.
– Va bene! Che venga a prenderti stanotte!
Le parole fatali, perché l’uomo nero, acquattato tra le ombre che la luce naturalmente produce, sentì.
Era notte fonda quando lui e i suoi amici dagli occhi bianchi e luminosi arrivarono.
Entrarono tutti dalla finestra chiusa, strisciando come ombre nella notte.
La resero ancora più scura con la loro fredda presenza e la promessa di morte.
Erano incorporei, eppure solidi con i loro macabri e lunghi artigli che gremiscono tutto ciò che è circondato dal buio.
Ero ancora sveglia quando entrarono, per tutto la sera mi ero detta che li volevo vedere, ma me ne pentii all’istante quanto la luce da notte proiettò le loro figure longilinee e cupe sulla parete della stanza.
Sembravano camminare, ma i loro passi non facevano alcun rumore sembravano parlare, ma le loro voci erano senza suono.
Mi videro e i loro sorrisi bianchi illuminarono la notte rivelando denti aguzzi. Si avvicinarono a me e mi si fermò il cuore, avrei voluto urlare ma ero paralizzata a letto. Qualcuno, più tardi, mi avrebbe detto che ero solo stata vittima di una paralisi del sonno come tante altre persone.
Che sciocchi.
Mi graffiarono il volto, ero certa volessero mangiarmi la faccia, glielo leggevo addosso, sapevo che volevano partire dagli occhi.
Immagino sia stato per questo che andarono avanti a strisciare verso il letto di mio fratello lasciandomi in pace.
Del resto li avevo chiamati io.
Chiusero di nuovo le loro macabre bocche intrise di sangue fino a quando non giunsero al letto del mio fratellino.
Lì, aprirono tutti insieme gli occhi e sembrarono farsi solidi, non più ombre riflesse sulla parete ma vere nere figure, solide all’ombra della notte, costruite di quella stessa oscurità.
– Svegliati, bimbo mio… – sussurrò l’uomo nero con la voce della mamma.
– E’ ora di alzarsi. – Aggiunse un altro con quella di papà mentre con i suoi lunghi artigli gli dava carezze come facevano i nostri genitori: sulla testa, tra i capelli, sulle guance e sul naso appuntito.
Mio fratello borbottò desideroso di dormire ancora afferrando la mano dell’ombra e stringendola, portandosela alle labbra e succhiandone il dito come se fosse suo.
– Dai, non fare così. – Disse impaziente la voce di mamma mentre lo scrollava con dolcezza. – Ti faccio la colazione buona: ti faccio i pancake.
La promessa servì: ancora non aveva finito di pronunciare quelle parole che mio fratello aprì gli occhi e incontrò quelli bianchi e vuoti dell’ombra.
La sua bocca si spalancò in un urlo muto mentre la voce gli veniva risucchiata dall’uomo nero che la mangiava boccone per boccone, sillaba per sillaba quel pianto svuotandolo di ogni vita fino a rendere mio fratello un’ombra dagli occhi bianchi e vuoti.
Un’ombra che mi guardò.
Mi persi in quegli occhi, in quegli artigli che mi strinsero e mi strapparono tutti i capelli con la cattiveria che solo il buio può avere.
Gridai anche io e il mio urlo lacerò la notte facendo fuggire gli uomini neri e mio fratello.
Mamma e papà non lo trovarono nel letto la mattina dopo.
Mia madre urlò vedendo i miei lunghi capelli neri strappati e su tutto il pavimento, il mio volto cosparso da tagli di unghie ma nessun animale nei paraggi.
Da quel giorno rivedo mio fratello ogni volta che cala il sole: il tramonto è terribile perché da dietro il vetro della finestra spuntano i suoi occhi bianchi.
La sua voce è un canto tremendo, sussurra minacce di morte e parole di odio.
Non riesco più a dormire perché quando spengo la luce lui è lì sulla sedia, sulla scrivania o appollaiato sul comodino e mi fissa con il suo ghigno di morte.
Non riesco più a chiudere gli occhi, a starnutire, tossire o semplicemente lavarmi la faccia.
Lui è sempre lì.
Non bisogna mai giocare con i demoni.

***

Tutto il giorno.
Tutto il giorno a sorbirmi le bugie e le moine di quella ragazzina.
I genitori sostengono sia sana di mente, ma chi mai darebbe la colpa di una sparizione all’uomo nero? Che si aspettava che noi ci credessimo?
Arrivato a casa sento il buon profumo di pollo al curry cucinato da mia moglie.
Nessuno lo fa meglio di lei.
– Ciao tesoro! – Le grido dal corridoio.
Sento che risponde, immagino che sia il solito “Buonasera amore!”.
Ancora me lo chiedo: chi mai poteva credere a quella bambina e al suo uomo nero?
Mi sto togliendo gli scarponi e la giacca della divisa che ho dimenticato di togliermi al distretto di polizia, quando mio figlio si mette a correre per andare a tavola e urta giocoso sua madre che si gira con il mestolo alzato ridendo e facendo finta di volerlo colpire.
Io tossisco e lo guardo dritto negli occhi.
Sorrido prima di parlare schernendo la bambina e le sue stupide paure.
Non esiste nessun uomo nero.
– Attento eh! – Comincio scherzando. – Se lo fai di nuovo chiamo l’uomo nero!

Alzo gli occhi e il mio sorriso svanisce. Dietro mio figlio, nascosto all’ombra della tenda, con denti aguzzi come lame e occhi vuoti, c’è il bambino morto questa notte.

Il ventaglio

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Tra tutte le figlie di Verona la contessina Paolina del Brolo era la più bella e la più volubile: un suo sorriso faceva vergognare i fiori alle finestre, un suo battito di ciglia faceva arrossire la luna che svelta correva a nascondersi dietro le montagne o tra le nuvole, un suo sguardo fugace bastava a ispirare amore a chi incrociava con lei gli occhi.
Così tanta bellezza era, tuttavia, l’unica virtù di questa fanciulla che, ben conscia del suo potenziale, si pavoneggiava e gioiva nel vedere nobili e plebei sospirare invaghiti della sua grazia.
Leone, un giovane che lavorava per un nobile veronese, era solo uno dei tanti spasimanti che la contessina poteva vantare ma, essendo poco più di un garzone, il ragazzo si teneva ben lontano da lei e mestamente lavorava nutrendo il sogno proibito di un titolo nobiliare e un matrimonio con la bella Paolina.
Anno dopo anno, infrangendo il veto che gli impediva di parlarle, Leone si recava dalla giovane e con poesie e parole dolci cercava di conquistare il cuore della ragazza, promettendole ogni cosa per coronare quel sogno d’amore e felicità.
Tuttavia, la frivola contessina respingeva ogni sua dichiarazione e sbattendo le ciglia nere e sventolandosi con il ventaglio di pizzo bianco accampava scuse fantasiose o avanzava richieste che andavano ben oltre le possibilità del garzone innamorato.
Ma Leone, determinato e caparbio, non si perdeva d’animo e lavorava di buona lena per soddisfare gli assurdi desideri della sua amata contessina.
Passarono gli anni e mentre il giovane si spezzava la schiena sotto il peso del lavoro, la bella contessina sembrava non risentire dello scorrere del tempo e ogni primavera la ritrovava più florida e aggraziata della primavera precedente.
Il signore di Verona era solito organizzare all’indomani dell’equinozio di primavera un ballo aperto a tutta la cittadinanza: un’occasione per ballare, cantare e scambiare baci e parole sotto le stelle ancora troppo lontane e fredde per impicciarsi degli uomini e delle loro questioni.
Come al solito la contessina era il fiore più bello di quella ghirlanda umana che danzava e festeggiava la fine dell’inverno.
Le virtuose matrone si facevano il segno della croce al vederla ballare in maniera così ardita e rispondere senza alcun pudore ad ogni cavaliere che la invitava a ballare, le altre dame, invidiose, parlottavano tra di loro nascoste dietro i loro ventagli colorati e li abbassavano solo per regalare agli astanti sorrisi velenosi e moine di circostanze.
Paolina danzava e le sue dita si intrecciavano ancora ed ancora con quelle di cavalieri sempre diversi, incrociando con loro sguardi carichi di malizia e di sentimenti non detti.

Leone, rintanato all’ombra di una casa, guardava impaziente l’oggetto del suo amore passare tra le mani di così tanti giovani e scalpitante di gelosia ringhiava al vedere la sua contessina scambiare occhiate e parole d’intesa con giovani che meritavano nemmeno di vedere la sua ombra.
Tra il drappello di spasimanti che ovunque seguiva la contessina, si fece largo un giovane dai capelli scuri e la pelle abbronzata dal caldo sole del sud: sembrava un contadino, pensò Leone al vederlo avvicinarsi alla sua contessina, ma aveva maniere da principe e modi che indubbiamente facevano vibrare il cuore di Paolina come mani nessuno aveva fatto.
La contessina rideva, scherzava, si lasciava stringere e giocava con quello straniero abbandonandosi, forse per la prima volta, al calore di un sentimento autentico.
Leone era furioso.
Come osava quella sciocca giocare in quel modo con uno sconosciuto? Con quale diritto quel giovane dalla pelle ambrata cercava di sedurre la sua bella contessina? La sua pelle scura non era poi tanto diversa da quella di quel principe meridionale, i loro capelli corvini sembravano notte accanto a quelli dorati di Paolina e i loro occhi scuri erano gli argini che accoglievano lo sguardo cristallino della giovane.
Leone e il principe. Il principe e Leone.
Due giovani uguali in tutto, che solo la sorte aveva reso diversi ricoprendo uno di benedizioni e l’altro di miseria.
La bellezza di Paolina sfiorì davanti agli occhi del giovane: come una rosa che una folata di vento spoglia dei petali che strenuamente erano rimasti attaccati al gambo e ai pistilli.
Che se ne fa la bellezza senza un cuore da istruire? A cosa serve la grazia se non si ha con chi spartirla? Perché sorridere quando la gentilezza non cura, ma fa soffrire il cuore che si strugge d’amore?
Sciocco Leone: sognatore innamorato e disilluso che per anni aveva covato quella dolce speranza aspettando paziente che Paolina gli si concedesse.
Anni di corteggiamento, di speranze, sentimenti e sogni infranti senza alcuna pietà: frammenti di odio e rimorso che come dardi fendevano l’aria e squarciavano quel cuore già sanguinante e ferito.
Leone ringhiava, bestemmiava e borbottava mentre claudicante si trascinava per le strade di Verona.
L’eco della musica era ormai sparito, pensieri neri di gelosia e morte gli rimbombavano nelle orecchie con il ronzio di uno sciame d’api.
Propositi di morte e rancore rivolti all’unico amore del giovane: l’unica persona tanto amata da trasformare l’amore in odio e il bene in male.

La contessina dormiva serena tra i suoi cuscini che profumavano di sapone e lavanda.
I capelli sciolti sembravano una corona solare: ciocche dorate che si muovevano appena ogni volta che la giovane si muoveva rincorrendo principi o ballando in saloni che potevano esistere solo nei suoi più bei sogni.
Leone si arrampicò svelto fino al suo balcone, nelle tasche un bocciolo di rosa e un coltello: due segni d’amore per consacrare quel macabro rito.
Con cautela aprì la finestra e scostò la tenda leggera, scivolando come un incubo nella stanza della contessina.
– Paolina, mio amore, svegliati.-, sussurrò il giovane accostandosi alla ragazza e accarezzandole delicato le belle guance rosee e calde.
Ma Paolina non voleva saperne e anche nel sonno si ostinava a respingere Leone e lo allontanava, agitando la manina, con la stessa stizza con cui si allontanano le mosche.
Era troppo.
Leone la afferrò con decisione e la scrollò fino a svegliarla, mettendole una mano sulla bocca per impedirle di urlare e allertare la casa.
– Paolina, bella Paolina, dolce Paolina, cara Paolina.- Cominciò a recitare il giovane come fosse una nenia. – Un ultimo gesto d’amore, un’ultima dichiarazione, un’ultima parola d’amore prima che la notte tramonti e porti con sé una vita dannata. Paolina, mi ami tu? –
La rosa rossa, stropicciata e rovinata dalla vicinanza con il coltello, era ora tra Leone e Paolina, che terrorizzata lo guardava senza sapere cosa dire o fare.
– No.- Sussurrò spaventata la giovane.
– Paolina, bella Paolina, dolce Paolina, cara Paolina.- Ripeté testardo il giovane, sperando vivamente che la ragazza scegliesse la salvezza al coltello.- Davvero non ti interessa salvare un’anima resa nera dall’amore?-
– Leone, tu mi spaventi.- Gemette la contessina cercando di sfuggire dalle grinfie del garzone. – Per favore, vattene! Vattene o chiamo mio padre!-
– Paolina, bella Paolina, dolce Paolina, cara Paolina.-
I petali della rosa caddero a terra uno ad uno come schegge di vetro, mentre Leone prendeva il coltello e con un balzo si gettava sulla ragazza bloccandola sul letto.
– Allora sei dannata.- Paolina gemette, pianse, pregò, ma quelle lacrime una volta così efficaci sul cuore del giovane, ora erano vane e impietosa la lama di Leone calò sfregiando il viso della contessina.
Un macabro sorriso, rosso e sbilenco, si apriva sul volto smunto della ragazza: una crepa sanguinolenta che disegnava una macabra falce di luna che da un orecchio all’altro solcava il viso di Paolina.
– Vana bellezza! Vana bellezza!- Ammonì il giovane lasciando il coltello accanto alla sua amata e gettandole addosso il ventaglio dietro a cui si era nascosta tante volte per sfuggire alle sue dichiarazioni d’amore.
– Ora non sei più bella né dolce né cara, Paolina. Ma una rosa resta una rosa anche quando l’inverno arriva e ne strappa i petali e ne rattrappisce lo stelo.-
Il giovane si chinò di nuovo e con delicatezza baciò la ferita aperta sul volto della sua amata: lì dove ancora si poteva intuire il sottile disegno di due labbra ora violacee.
– Che tu sia maledetto, Leone.- Sussurrò tra le lacrime la giovane, cercando di sfruttare quel poco di fiato e di voce che le rimanevano.
– Non troverai pace né qui né all’inferno fino a quando io non avrò trovato chi apprezzerà di nuovo la mia bellezza.- Piangendo la giovane si alzò e barcollante uscì dalla stanza portando con sé il suo prezioso ventaglio e il coltello che Leone aveva usato per deturpare il suo bel viso.
Ferita e sconsolata, la contessina corse tra le strade ancora addormentate di Verona e alla fine del suo fuggire si ritrovò alla porta del principe straniero con cui aveva ballato quella sera stessa.
– Ho bisogno di parlare con il principe, è urgente.- Dichiarò all’inserviente mentre nervosa nascondeva dietro al ventaglio la sua ferita ancora fresca.
Sapendo di avere un’ospite così gradita, il principe non esitò a far salire la giovane nelle sue stanze e al vederla sulla soglia della sua camera, vestita in modo così umile e con solo il ventaglio a darle una parvenza di nobiltà, il principe sorrise bonario, invitando la contessina a sedersi accanto a lui sul letto.
– Contessina.- La salutò facendole un delicato baciamano.- Non credo sia conveniente una vostra visita a quest’ora della notte! Che cosa succede e come vi posso aiutare?-
– Principe.- Gemette Paolina senza scoprire il suo volto. – Principe, ditemi, voi mi trovate bella?-
Il giovane sorrise e la guardò con dolcezza, trovando deliziosa l’ingenuità della ragazza. – Vi trovo bella.- Confermò affabile.
Paolina sorrise e, nel colmo dell’entusiasmo, richiuse il ventaglio svelando al principe il suo sorriso macabro e sanguinante.
– Anche così, mi trovate bella?- Gli domandò con la stessa semplice speranza con cui aveva posto la prima domanda.
– Contessina… .- Inorridito il giovane sobbalzò cercando di allontanarsi da quel mostro sfregiato. – Contessina, che vi è successo? Quale orrore il vostro viso!-
Paolina, al sentire quelle parole, scattò in piedi e con gli occhi ridotti ad una fessura saltò addosso al principe, bloccandolo sotto di sé e brandendo con decisione la lama assassina ancora sporca del suo sangue.
– Vana bellezza! Vana bellezza!- Latrò delusa mentre il coltello calava e apriva la gola del principe, lasciandolo morto sulle lenzuola screziate e calde di sangue fresco. – Ma una rosa resta una rosa anche quando l’inverno arriva e ne strappa i petali e ne rattrappisce lo stelo.- Aggiunse ritrovando la sua dolcezza e baciando le labbra fredde e violacee del giovane.
– E io cercherò, cercherò fino a quando non avrò trovato chi apprezzerà di nuovo la mia bellezza.-

Ancora oggi Paolina percorre le strade di Verona: di giorno spia da dietro le colonne o all’ombra degli alberi gli amanti, li segue e sparisce tra le ombra della città prima che il tramonto la sorprenda per le vie.
Quando poi la notte cala e la luna sua complice si alza per illuminarle il cammino, la contessina ripercorre quelle stesse strade per cui ha rincorso giovani ed innamorati fino a quando, sotto un porticato o all’angolo di una piazza, non vede un giovane andarle incontro.
Il suo ventaglio comincia a sfarfallare, mentre i suoi occhi, resi neri dalla morte e dalla disperazione, si addolciscono.
I suoi capelli chiari sembrano ritrovare le sfumature dorate della gioventù, mentre il volto scheletrico ritrova vigore e salute: un incantesimo o l’ennesimo scherzo di una maledizione?
Come è immaginabile una simile trasfigurazione non può passare inosservata e allora il malcapitato si ferma e i suoi occhi incrociano quelli della contessina.
– Mi trovi bella?- Gli domanda la ragazza mentre si esibisce in una strana piroetta e cerca di trascinare la sua vittima lontano dalle luci della strada.
– Sì.- risponde senza esitazione lo sfortunato, rapito da quello sguardo languido e allo stesso tempo spietato.
La contessina, felice, richiude allora il ventaglio e la luna fa capolino illuminando con un suo raggio il tetro sorriso sul volto della giovane.
– Anche così mi trovi bella?- Domanda nuovamente la giovane, mentre tra le sue mani si materializza il coltello di Leone.
Terrorizzato la vittima trasale e invano cerca di sfuggire al coltello che minaccia la sua vita. Non esiste una risposta corretta, per la contessina, ma questo nessuno lo sa.
Se nei vostri occhi la contessina Paolina leggerà la paura e lo sgomento, allora lei vi taglierà la gola, ripetendo il monito che per primo le fece Leone e firmando quella lezione con un bacio di morte.
Se, invece, apprezzerete la sua cicatrice, allora ella prenderà il coltello e con la punta inciderà anche nella vostra carne un sorriso di sangue per rendervi belli quanto lei.
Morire o vivere? Qualunque cosa scegliate, al cospetto della contessina Paolina del Brolo, vi consiglio di non mentire.

Annrose Jones

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Ti voglio bene

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Comincio a togliermi i vestiti che non voglio sporcarli di sangue; il sangue è difficile da lavare.
Sorrido mentre tolgo la gonna e cerco in lui quella luce di cupidigia e desiderio che illumina il viso dei miei ‘clienti’: che ironia, loro credono di potermi avere ed invece non sanno che li avrò io. Soffoco una risata e lo guardo dritto negli occhi.
Strano, i suoi occhi sembrano tingersi di rosso e quasi non sento le parole che pronuncia:
“Ti voglio bene” mi dice.
Reprimo il brivido di piacere che mi percorre la schiena, è bello quando la preda si avvicina ignara al cacciatore, mi fa sentire forte, potente.
Da quando il barbiere ha cominciato a pagarmi con quella strana ‘carne di pollo’ non ho più sofferto la fame, ed anche se ora il barbiere è sparito, ho imparato abbastanza per cavarmela da sola.
Ricordo ancora la prima volta che ho ucciso un uomo; avevo paura ed ero eccitata allo stesso tempo poi, mentre lo facevo a pezzi, la paura è passata…
Da allora ne ho uccisi dodici, tu sei il tredicesimo mio caro, la paura è scomparsa del tutto ed i miei metodi si sono fatti più sicuri: un colpo di rasoio alla gola, un passo indietro per non farmi afferrare, la breve attesa prima che sopraggiunga la morte e poi il duro lavoro di macelleria.
Sono nuda , tengo il rasoio ben nascosto nella mano destra; mi avvicino sorridendo.
“Anche io ti voglio bene” gli dico con la mia voce migliore.
Mentre parlo, i miei pensieri volano: chissà quale sarà la prima cosa che assaggerò di te, chissà quanto mi renderai quando rivenderò quello che non riuscirò mangiare. Così, ad occhio e croce, direi che posso farci qualche sterlina: tra vestiti, quello che sicuramente hai nel portafoglio e… il resto.
Mi restituisce lo sguardo, in tutto questo tempo si è sfilato solo il mantello. Bello il vestito, con tutto quel nero non lo avevo notato prima, mi sa che ci faccio un sacco di grana con questo tizio.
A questo punto sono veramente allegra, mi avvicino ed apro il rasoio nella mano nascosta dietro la schiena; lui sorride e mi prende per le spalle. Che occhi enormi. Arriccia le labbra mostrando i denti.
“No, non hai capito: non ho detto ti voglio bene, ho detto ti voglio bere…
Non riesco a muovere la mano, il rasoio mi cade, ho paura ma non riesco a scappare, che occhi enormi… , il dolore, il sangue scorre ma è il sangue sbagliato, fa male, fa male…

Nella stanza sembrava che una belva feroce si fosse scatenata sulla ragazza: solo la testa, staccata dal corpo, era stata rispettata nella sua interezza.
Brandelli di carne, flaccida e pallida, erano sparsi ovunque. L’uomo raccolse il mantello e se lo mise sulle spalle con un gesto leggero.
“Bene” disse posando lo sguardo su quello scempio.
Il suo lavoro era finito.
Gli altri lo aveva mandato a sistemare la questione, e lui lo aveva fatto al meglio, ricavandoci anche un piccolo spuntino ed un poco di divertimento.
In ogni caso il messaggio sarebbe stato chiaro per coloro che dovevano capire.
Questi mangiatori di carne umana stavano cominciando ad esagerare, qualcuno avrebbe potuto cominciare a porsi delle domande sulle persone scomparse, magari avrebbero anche cominciato ad indagare seriamente, e questa era l’ultima cosa che tutti loro volevano.
L’uomo, anzi, il vampiro, si avvicinò alla finestra e scomparve: ombra tra le ombre della notte.

Carlo Omodeo Zorini

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Urla nella notte

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Intorno a lui vi era solo una landa fredda e desolata, pesantemente oppressa dall’oscurità cupa e silenziosa della notte.
Il giovane uomo era apparso all’improvviso, ombra nera che affiorava appena nel nero del cielo notturno, rotto solo da tetri raggi di luna che filtravano a fatica dai varchi nelle nuvole scure.
Era curvo, ripiegato su se stesso come un gracile vecchio, i lunghi capelli corvini a nascondergli il viso pallido e affilato distrutto dal dolore, le ginocchia affondate nel fango semi ghiacciato, le mani a graffiare spasmodiche la dura superficie cercando di soffocare la disperazione che gli attanagliava cuore e anima. Se ancora li possedeva…
Il volto pallido e spigoloso del giovane uomo era solcato da cocenti lacrime che, dall’abisso nero dei suoi occhi, ormai privi di ogni anelito di vita, riversavano sulle guance scavate la sua bruciante e imperdonabile colpa.
Aveva ceduto alla terribile brama, spinto dall’arsura provocata dai macabri racconti del suo odiato Maestro, guidato da un istinto indotto da affilati canini che gli avevano rubato l’umanità e l’amore, per regalargli solo una tremenda immortalità di sofferenza, rimorso e rimpianto.
Il giovane graffiò con violenza la crosta di fango ghiacciata scheggiandosi le unghie e lacerando la pelle delle dita, poi affondò con forza le mani nella terra fredda che presto avrebbe accolto per sempre il suo perduto amore.
All’improvviso la bocca si spalancò con violenza, quasi lacerando le labbra sottili, e il giovane uomo urlò, urlò tutto il suo atroce tormento, la tremenda sofferenza che aveva trattenuto in sé fino a quel momento, compressa in quel lungo, straziante urlo muto che lo soffocava mentre disperato stringeva la donna amata tra le braccia, solo pochi minuti prima, pallida e prosciugata d’ogni linfa vitale.
Urlò la sua insostenibile angoscia, la colpa tremenda che devastava la sua non vita. La colpa dell’assassino che aveva guidato il carnefice dalla giovane vittima inerme e ne aveva fatto un macabro scempio.
L’urlo uscì, gli graffiò la gola e lacerò le labbra sottili, straziandogli il cuore e squarciandogli indelebilmente l’anima, e nella notte oscura il giovane urlò il suo infelice amore appassionato, senza avere il coraggio di implorare il perdono che non meritava, il sangue a macchiargli ancora le labbra.
Urlò, urlò il nome amato nel silenzio agghiacciato della notte nera, affondando con furia le dita insanguinate nel terreno, quasi a scavare una tomba che gli permettesse di raggiungere alfine l’amata, abbandonando sulla fredda superficie, illuminata da tetri raggi di luna, solo l’ombra scura dell’involucro del proprio corpo maledetto, l’anima incrinata ed il cuore infranto per sempre seppelliti con lei, l’unica donna che aveva amato, l’unica donna che avrebbe mai amato.
Per sempre!
L’unica donna che aveva ucciso, suggendone ogni stilla di sangue in una crescente e inarrestabile follia, fagocitato da se stesso e dalla propria maledizione. Aveva giurato di starle lontano, da quella notte funesta in cui era iniziata la sua perdizione e il suo orribile calvario. Aveva a lungo resistito, indebolendosi ogni giorno di più, ma infine era tornato da lei, carnefice di sangue.
Ma non sarebbe mai più accaduto.
Avrebbe trascorso tutte le sue future notti sulla sua tomba, inginocchiato davanti al marmo che ne celava i resti di cui era stato fatto scempio. Da lui, dal mostro che era diventato. Dal mostro che non sarebbe mai più stato.
Chiuse gli occhi, il sangue ad accecarlo e ad assordarlo.
Il sangue di lei, il sangue della donna che amava, il sangue della donna che un mostro aveva ucciso.

Ida Daneri

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La casa torre

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Un dolore improvviso al ginocchio mi bloccò  sulla soglia: somatizzavo tutto da mesi, e non riuscivo più a riposare,  il che mi rendeva terribilmente nervosa, e orribilmente stanca. Rincasavo dal lavoro, ogni volta, pochi minuti prima dell’alba, desiderosa di raggiungere il mio giaciglio e incurante di ogni pensiero ; ma quella notte un brutto presentimento aveva scurito la mia coscienza. Il  portone era stranamente socchiuso e forse un estraneo era penetrato nella pensione. Non potevo chiamare la polizia, data la mia condizione, e neppure dormire per strada. Che fare? Ero arrivata in Italia da neppure un anno: non era stato facile farsi accettare dalla piccola comunità del paesino, ma la mia discrezione, il riserbo e la prudenza avevano avuto la meglio ed ero riuscita a trascorrere serenamente le fresche notti della vallata. Trovai alloggio in una pensione, una specie di casa di cura per anziani; e lavoro in un locale, un pub, che svolgeva la sua attività esclusivamente di notte. La paga non era buona e così conducevo una vita modesta; a differenza dei mie cugini che migrando in terra tedesca, avevano avuto più fortuna. Tuttavia essendo moderatamente pigra, non avevo nessuna voglia di rimettermi in viaggio e sottopormi di conseguenza a tutti i rischi  in cui una donna nella mia condizione potrebbe imbattersi facendosi sbatacchiare qua è là per il continente, rifiutai gli inviti della parte più avveduta della famiglia. Che fare? L’aria della notte, cominci  moderatamente a schiarire, e io dovetti decidermi. Così senza far rumore entrai nell’androne della torre. Poiché proprio in una vecchia casa-torre avevo trovato dimora. Avrei dovuto salire tre piani di scale, prima di potermi chiudere a chiave nella mia stanza. A quell’ora sarebbe stato facile incontrare qualcuno degli anziani già sveglio, ma non potevano essere stati loro a lasciare la porta aperta, perché avevano sempre avuto premura di essere ben protetti, tenendola chiusa con più di una mandata. Erano terribilmente fifoni… data l’età, ogni piccola suggestione li spaventava, ed erano avvezzi talvolta a delle reazioni a dir poco … bizzarre. Quando salendo nel buio sentii delle voci, quindi, dapprima non ebbi paura, provenivano dalla cucina del secondo piano. Agata stava preparando i suoi biscotti, il profumo era inconfondibile, ma lo stesso mi avvicinai senza farmi sentire. Raggiunto il secondo piano non accesi la luce, ma avanzai ancora tra le tenebre. Con chi stava parlando la signora Agata? Ahi! Il ginocchio. L’angoscia mi azzoppò  una volta ancora. Avevo scorto Marco Tullio nella cucina che sorseggiava un limoncello e si faceva servire i biscotti dalla vecchia. Fin dove si era spinto quel seccatore? Maledetto. Che tu sia maledetto, Marco Tullio! La rabbia mi salì alla testa, avrei voluto urlare, ma la prudenza, come al solito la prudenza riuscì a

trattenere il mio impeto. Marco Tullio era uno spilungone dalla testa canuta, sempre vestito di nero, elegante, quarantenne;  con un certo ottuso aplomb. Non perdeva occasione per tormentarmi, mi seguiva ovunque, ed ora era riuscito a violare il mio piccolo mondo. Mi faceva la corte: si sedeva nel locale dove lavoravo e restava fino alla chiusura. Io avevo respinto le sue avance, dapprima in modo gentile, poi con forza, ma sembrava non riuscisse a capire. Da alcuni clienti del locale era apostrofato come… “matto”, ma aveva un buon lavoro, era corrispondente per un grosso giornale, non si trattava quindi di un disadattato.  Non capiva mai quando era sgradito, non toglieva mai il disturbo. Quando gli altri parlavano con lui sosteneva la sua tesi, non importava quale, fino alla fissazione. E quando veniva contraddetto si irrigidiva, il suo volto diventava paonazzo e un rivolo di bava gli scendeva dalla bocca. Si irritava e diventava violento. Non che picchiasse qualcuno, ma la sua violenza era palpabile, forte.. anche se trattenuta. E la sua fisicità sgraziata incuteva un certo timore, era alto… con quella faccia, con quel muso, sembrava un cavallo. A me non faceva paura, devo dire la verità, anche se le mie colleghe erano molto preoccupate, ma allora non mi spaventava, ero serena. Certo seccata: mi telefonava tre volte al giorno, mi faceva dei regali, degli inviti… mi dava dei consigli… suggerimenti… Io lo ascoltavo e non lo ascoltavo. Poi per  cambi  qualcosa. L’ultima notte d’estate, mentre tornavo dal lavoro, lui mi seguì. Io pensavo di essere sola, non c’era nessuno in strada… e avevo fame, morivo di fame, ma le serrande erano ancora tutte abbassate…

No perdonatemi, cari amici, non voglio ancora ricordare quel momento disgraziato, spenderei troppe parole dolorose. Torniamo piuttosto al nostro racconto, come vi dicevo ero appostata nel buio e osservavo sbalordita il comportamento disinvolto di Marco Tullio, che parlava di me con la signora; quando, sembra assurdo: mi si spezzò  il tacco, e mi feci udire. Entrai velocemente in una stanza vuota e mi nascosi sotto il tavolo. Marco Tullio, mi venne dietro e accese la luce, non mi aveva ancora vista, ma intuiva la mia presenza:  cominci  a camminare nella stanza, e a parlare: ora che i vecchi non potevano sentire mi diceva cose orribili, ogni suo insulto mi faceva rabbrividire. Sapeva quel maledetto come farmi paura, aveva con lui un oggetto ben appuntito e  minacciava di conficcarmelo nel petto. Che potevo fare? Chi poteva aiutarmi? I vecchi dell’ospizio?  Ma come mi ero cacciata in una situazione del genere? Forse il fatto che fossi sola e schiva, gli faceva pensare che fossi una facile preda. Io una preda? Quel pensiero mi lasci  perplessa, non mi ero mai sentita in quel modo. Forse era proprio quel pensiero che mi dava tante noie, tanti dolori, tante ansie. Se avessi continuato così, prima o poi mi sarei ammalata: dovevo trovare una soluzione. Quel bestione andava a dire in giro che ero un essere spregevole, un mostro: attirava l’attenzione su di me. Nel paese non si parlava che di me da qualche settimana. Forse sarei dovuta partire, andare in Germania dai miei cugini. Ma non volevo dargliela vinta. Non volevo farmi schiacciare. Non volevo farlo sentire forte. …E poi mi avrebbe seguito, persino in Germania, tanto si era accanito contro

di me. Cosa ci faccio sotto il tavolo, mi chiesi? Ora esco e lo affronto, pensai, ma la signora Agata lo richiamò  in cucina e Marco Tullio andò  via; e io ebbi modo finalmente, di salire l’ultimo piano e di raggiungere la mia camera; ma lasciai volontariamente la porta aperta e aspettai in silenzio. Come pensavo Marco Tullio non si fece aspettare. Io mi ero premurata di chiudere bene tutte le imposte, come sempre, per evitare che luce del giorno disturbasse il mio riposo; e lui approfittando della penombra arrivò  nel centro della stanza e sollevando con una mano la sua arma appuntita con l’altra aprì il coperchio della bara. Quando si accorse che non c’era niente, per lui fu troppo tardi, gli saltai alle spalle e gli tolsi la vita con un terribile morso. Poi gli andai sopra e lo mangia pezzo a pezzo: ci volle tutto il giorno. Era tanto tempo che non capitava più: si trattava di vecchie abitudini del passato, si trattava di antichi istinti che la mia famiglia, andando incontro alla civiltà, aveva abbandonato, ma ora non avevo scelta.  L’ultima notte d’estate Marco Tullio mi aveva visto mangiare dei topi nella piazza, e da allora aveva preso l’abitudine di girare con un piccolo paletto di frassino ben acuminato nella borsa. Ora la sua arma giaceva sul pavimento, vicino ai suo resti. Finalmente avevo ritrovato la pace? No, una premonizione, arrivò  alla mia mente: si trattò  di una breve e misteriosa visione: una scintilla che animava una piccola fiamma. Che strano, pensai, e continua a cancellare le ultime macchie di sangue, sul mio viso, quando mi resi conto che la porta della stanza era rimasta aperta. Ahi, il ginocchio. Forse qualcuno aveva visto? Spalancai la porta e scesi le scale, ma le fiamme mi accolsero crudeli. La signora Agata aveva dato l’allarme e terrorizzati gli abitanti della pensione avevano deciso di appiccare il fuoco a tutta la casa e ora riuniti in strada osservavano il rogo, mentre i soccorsi impotenti tentavano invano di salvarmi.

Ora una volta ogni anno il mio spirito passeggia per queste strade, senza aver altro da fare che ricordare la sua storia e di tanto in tanto raccontarla a qualche curioso passante di questo mondo.

FINE

Emanuele Carboni (racconto postumo).

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Sai che hai degli occhi bellissimi?

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Il rumore della strada era presente in ogni secondo di quei lunghi minuti passati sull’autobus. La pioggia batteva sui finestrini e le gocce d’acqua correvano davanti a me, come se stessero facendo una gara per perdersi in una delle tante pozzanghere presenti sul marciapiede. Non riuscivo a capire cosa provassi in quel preciso istante, forse noia, forse tristezza o malinconia. Le macchine davanti al mio mezzo si muovevano a passo d’uomo, e oltre al finestrino vedevo quell’agglomerato di mattoni e cemento, quella palazzina mancata e rimasta vuota. Mi chiedevo, proprio in quell’istante, se dentro quel palazzo non completato, o eternamente distrutto, ci fossero dei barboni o dei drogati. Un brivido lungo la schiena mi fece chiudere il giubbotto ma quel freddo, altro non era che una sensazione dovuta a quello che stavo osservando. Le porte al pian terreno, mai montate, mostravano dei cespugli verdi, a malapena visibili dalle persone esterne. L’autobus continuò a scorrere, portandomi con sé e cancellando il paesaggio davanti ai miei occhi, non potendo però levarlo dai miei ricordi. Ogni giorno, lo stesso scenario mi provocava l’orribile impulso di andare ad esplorare quel luogo, così tre giorni fa decisi di andarci, di nascosto. Arrivai a quelle piante e vi scoprii un’apertura, passando all’interno vi era una casa. La casa era illuminata da non so quali luci, l’ansia si impossessava di me. Proprio come in quei videogiochi dove ti viene sbarrata la strada, l’uscita dalla quale ero entrata, non c’era più. Tremante camminai verso quella casa, circondata da lanterne. Bussai alla porta che si aprì improvvisamente. Una donna sorridente, dai lunghi capelli biondi, un vestito rosa, labbra carnose e naso perfetto, mi guardò con un viso dolce. Nonostante l’aspetto che ai più sarebbe parso amichevole, anche effimero e vanitoso, in quel preciso istante mi intimorì.

-Piccolina, ti sei persa?-

-Tanto piccola non sono, ho 22 anni.-

Dissi guardandola incuriosita.

-Sei proprio carina, scusami, non è un posto carino in cui vivere ma ci sono affezionata, vuoi venire a prendere un tè? Sai che hai degli occhi bellissimi?-

-Grazie.-

Dissi guardandola, senza sapere che dire, feci due lunghi respiri per calmarmi e come, il più stupido personaggio dei film e dei libri horror, la seguii.

La donna mi offrii un tè, che finsi di bere ma che buttai nella pianta rinsecchita alla mia destra. Non parlammo, sentivo il suo sguardo addosso, in attesa. Forse dentro quel tè c’era qualcosa. Improvvisamente si alzò e mi intimò con dolcezza infinita, da una voce zuccherosa di seguirla per vedere la casa. Mi portò nella sua camera da letto. La casa tetra non rispecchiava minimamente l’aspetto del personaggio bizzarro davanti a me. Mentre mi domandavo in che razza di casa fossi capitata, che razza di persona avevo appena conosciuto, venni distratta da un crack, non feci in tempo a chiedermi da dove venisse quel rumore, perché la risposta arrivò repentina. La botola sotto al tappeto sopra il quale mi trovavo si era aperta e la bionda, mi guardò con uno sguardo incattivito. Vicino a me c’erano pelli di altre ragazze, il terrore si impossessò di me e la risata cattiva della tizia si sentì ovunque. Mi raggomitolai su me stessa quando la botola venne chiusa sopra di me e piansi. La donna scese per portarmi del cibo, io, presa da un’ira fuori dal comune cercai di attaccarla per poi risalire. Lei però mi afferrò per un braccio e mi diede uno schiaffo, la sua forza superava qualsiasi creatura umana. Mi legò le braccia su quelle che sembravano delle catene. Mi afferrò il mento sollevandolo, ed esponendolo alla luce della sua lanterna.

-Sei proprio una bella ragazza, molto espressiva. Uh, hai pianto piccolina?-

Non risposi, mi sentivo persa, inerme.

-Meglio, i tuoi occhi sono più puliti con le lacrime.-

Tirò fuori degli attrezzi che non riuscii a vedere, urlai, urlai tanto per il dolore. Non riuscii più a vedere nulla, mi tolse gli occhi, per metterseli, mi disse mentre con il suo sorriso li toglieva. Stufa di sentirmi urlare mi cucì le labbra. Piano mi smembrò, con dedizione. Il mio spirito si elevò e la vidi, la vidi dall’alto, vidi quando si staccò gli occhi e si mise i miei, la vidi disperatamente mentre accarezzava e baciava la mia testa ancora integra, prima di lasciarla cadere in mezzo agli altri corpi. La vidi ancora, mentre apriva la testa ad un’altra ragazza spaventata. Ora cerco vendetta, solo su di lei, non sul mondo. L’ultima bambina è appena entrata, la vedo mentre beve il tè e sviene, sviene davanti a lei e lei ride. Sono un fantasma, dovrò pur far qualcosa, la bambina viene smembrata davanti ai miei occhi, mostrandomi che razza di mostro avevo incontrato. Mi aspettavo di vedere il fantasma della piccola ma quando li addormenta, di fantasmi non ce ne sono. Per la prima volta seguo la donna in una stanza non vista, prende un barattolo, questo si illumina, mi risucchia al suo interno.

-Ti vedevo sai? Così non potrai mai provocarmi danni, il mio nome in fondo è Abel, demone trasformista.-

Il mio mondo si è fatto buio, maledico il momento in cui sono entrata in questa casa, ora pagherò questo errore per l’eternità.

Giorgia Romano

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