VODKA&INFERNO, La morte fidanzata

17457705_989327181204302_8685126192085506102_n

VODKA&INFERNO, LA MORTE FIDANZATA

Autore: Penelope Delle colonne
Casa Editrice: Milena Edizioni
Anno di pubblicazione: 2016

.:SINOSSI:.
Questa è una storia che va raccontata a bassa voce, sull’epidermide del mondo. Una strana, sanguinosa famiglia. Venezia di echi dissonanti, poi la Russia di forti abbracci. Un alchemico mistero, della vodka che da incolore e innocua diventa rosso-sangue, un maniero che ha occhi per vedere, danze di balalaike, fischi cosacchi. Qualcosa di macabro, gotico, grottesco, tenero e perverso che sappia di morte, di dolore e orrore, ma anche di dolce, amaro amore. E infine una sola, piccola, insignificante domanda: può un vivo innamorarsi di un morto?

.:IL NOSTRO GIUDIZIO:.

La scrittura di questa autrice esordiente è accurata, musicale e ha un sapore antico accentuato dalla ripetizione (a tratti esasperata) di locuzioni o aggettivi.
I personaggi vengono introdotti con la loro cornice di epiteti che, malgrado i nomi russi, si imprimono bene nelle mente del lettore aiutandolo a non perdersi. Ogni personaggio è ben caratterizzato e ha personalità ben strutturata, il che rende davvero difficile trovare un vero protagonista del romanzo, un eventuale antagonista e una parte per cui tifare.
Le descrizioni scorrono in modo piacevole e trasudano magia e mistero in giusta misura divenendo a tratti una poesia gotica.
Malgrado questi doverosi apprezzamenti ci sono stati diversi elementi che hanno influito negativamente sul mio giudizio finale.
Primo fra tutti la presenza di numerosi refusi: errori di battitura, frasi lasciate incomplete e segni di cancellature lasciate tra le pagine dopo la fase di editing e correzione.
In due o tre capitoli emergono influenze dialettali o più adatte ad una produzione orale che non scritta ma, considerando lo stile virtuoso e particolare dell’autrice, è una pecca che si può perdonare e accettare come “licenza poetica”.
Di licenza poetica non si può invece parlare nel momento in cui, presumo in buona fede, si usano in maniera impropria le parole o si fa parlare in un pessimo inglese un personaggio di origini americane (fosse stato un russo lo avrei trovato divertente, ma trattandosi di una giovane americana è stato davvero fastidioso).
La trama ricorda vagamente le vicende narrate in “Via col vento”: un giovane nobile decaduto che, armato di astuzia e intraprendenza, si ingegna per riportare in auge la propria casata, il tutto condito da danze cosacche, descritte in maniera coinvolgente, raggiri amorosi e segreti di sangue e vodka, pardon, Vodka&Inferno.
Arrivata a metà del libro ho visto alcuni personaggi impazzire mo’ di maionese e ci sono state alcune parti che ho saltato a piedi pari, trovandole poco rispettose, e che, purtroppo, cadevano negli stereotipi in cui sguazzano volentieri gli scrittori radical chic.
La tematica omosessuale, che è l’ombra dietro ogni parola, viene trattata con poesia e raffinatezza, per poi scadere in alcune pagine in una pornografia ingiustificata più degna di un harmony che non di un romanzo.
Veniamo ora all’altra tematica del romanzo: i vampiri. Ho letto molto poco su queste creature, che ho sempre trovato odiose, e la mia cultura si basa unicamente sui romanzi della Rice di cui ammiro la scrittura.
In questo libro gli insegnamenti dell’autrice statunitense sono lampanti: il Principe Mickalov è solo una versione esagerata del più celebre Principe Lestat.
Personalmente, avrei apprezzato molto di più il romanzo senza questa tematica grazie alla quale, in maniera astuta, l’autrice si è infilata negli scaffali degli Young Adult e dei fantasy: laddove sguazzano la maggior parte dei giovani lettori sempre pronti a sborsare quando gli viene propinata una nuova saga.
La decadenza dei Mickalov, la lotta per il riscatto della famiglia, gli intrighi, le morti misteriose e gli amori proibiti e sofferti erano sufficienti per fare di questa storia una bella storia che, per mantenere l’elemento fantastico, poteva comunque attingere dai segreti alchemici che trapelano tra le pagine del romanzo.

Che dire? Il mio voto è appena sopra la sufficienza 6/10.
Sorvolando sul fastidio che mi hanno fatto i refusi di cui ho parlato prima, ho trovato la storia a tratti esasperante, esagerata e piena di pensieri incastrati a forza tra un periodo e l’altro o luoghi comuni reiterati o già letti e sentiti in altri romanzi.
A chi lo consiglio?
Il libro ha, come ho già detto, tematiche forti e delicate: l’omosessualità, l’esoterismo, la corruzione della chiesa ortodossa, per citarne alcuni e di conseguenza non è un romanzo per tutti.
Fan di “Shadowhunters”, “Twilight”, “Fallen”: questo NON è il libro per voi; il bel tenebroso non è un principe azzurro pronto a salvare la bella di turno né un incompreso pronto a convertirsi davanti al vero amore.
Al contrario, gli amanti di Isabella Santacroce lo potranno sicuramente apprezzare, se non altro per i protagonisti che, come quelli della scrittrice riccionese, sono gli esclusi e gli scartati dal resto del mondo. Così come i lettori affezionati ai vampiri della Rice che saranno ben lieti di leggere, dopo tanta bibliografia straniera, un po’ di letteratura gotica nostrana.

*Jo

Pubblicità

Non è un libro per ragazzi – “Good Night Stories for Rebel Girls”

16508775_1446896352010892_3267800877718680518_n

I libri sono maestri importanti, si sa, e tra le loro pagine troviamo lezioni di vita che non dimenticheremo mai, ci misuriamo con personaggi che ci assomigliano o che, al contrario, sono completamente diversi da noi e ci fanno vedere le cose da un punto di vista nuovo e straordinario.
Le favole sono il racconto pedagogico per eccellenza e ci insegnano che ad ogni azione corrisponde una conseguenza, che il bene vince in ogni caso, che i cattivi perdono sempre e comunque e che i draghi possono essere sconfitti.
Cosa succede però quando i libri diventano discriminanti nei confronti dei loro giovani lettori? Dopo tutto non si è mai sentito di una principessa che affronta e uccide il mostro, quello è il compito del prode cavaliere!
Esattamente come, se si spulcia tra la letteratura YA o per adulti, è quasi impossibile trovare un personaggio femminile che non debba necessariamente appoggiarsi ad un uomo che la aiuti a realizzarsi pienamente come donna.
Un altro dato interessante è questo: se si dividono i libri di una libreria domestica tra romanzi in cui non compare nemmeno un personaggio maschile, romanzi in cui non compare nemmeno un personaggio femminile e romanzi in cui le donne hanno ruoli minori o addirittura non hanno voce in capitolo; si osserverà che nelle ultime due categorie vi sono molti più libri di quanti non siano quelli che non hanno personaggi maschili e ancor meno sono i libri per bambini che propongono una protagonista femminile che non sia alla ricerca del suo principe azzurro.
Nella maggior parte dei libri e dei programmi televisivi (per grandi, piccini e per famiglie) le donne ricoprono ruoli secondari che, principalmente, servono a reiterare e consolidare stereotipi di genere e una visione ormai superata della donna nella società.
Questo dato di fatto, unitamente ad altri di ragione sociale, ha ispirato Elena Favilli e Francesca Cavallo, che sul sito di Kickstarter hanno lanciato una campagna di crowdfunding per finanziare il loro progetto: un libro di storie della buona notte per ragazze ribelli “Goodnight Stories for Rebel Girls” dove, al posto di principesse e altre figure inventate, vengono proposte le storie  di cento «donne straordinarie del passato e del presente» provenienti da tutto il mondo.
Elisabetta II, la pittrice Frida Kahlo, Jane Austen e la tennista Serena Williams sono solo alcune delle personalità che vengono proposte come modelli alle lettrici a cui il libro è indirizzato, con la speranza che, leggendo le biografie di queste grandi donne, si sentano ispirate e comincino a combattere per l’uguaglianza tra i sessi e ad ambire a quelle posizioni sociali e lavorative che, per il momento, restano una prerogativa del genere maschile.

*Jo

16995962_1467350516632142_2627125151090087939_n

VENTO DALL’EST

15978695_1362035980536673_810756924_n

VENTO DALL’EST

Autrice: Chiara Albertini
Casa Editrice: Rizzoli (Collana YouFeel)
Anno di pubblicazione: 2016

.: SINOSSI :.

Il vento… Dove potrebbe portarti, se decidessi di ascoltarlo? Lungo quali sentieri nascosti, inaspettati potrebbe condurti, se ti affidassi a lui?
C’è un vento per ogni stagione. E c’è un vento per le stagioni dell’anima… una storia delicata, emozionante, fatta di rivelazioni, di incontri, un lungo viaggio in più vite, dove reale e immaginario si sovrappongono e si scontrano, un complesso gioco di scelte, dove il possibile e l’impossibile si fondono e si confondono fra richiami del passato e i riflessi del presente.
.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

La stessa autrice ci ha gentilmente inviato una copia omaggio di questo romanzo e noi abbiamo accettato volentieri di leggerlo e recensirlo.
Ammetto, tuttavia, che la prima parte non mi ha entusiasmato più di tanto, era scritto molto bene e questo l’ho apprezzato tanto, però non aveva attirato la mia attenzione nel modo che forse mi aspettavo.
Era un po’ lento, per i miei gusti, ed era una parte più o meno prevedibile, mi chiedevo, insomma, dove l’autrice volesse andare a parare e perché.
Una volta giunti all’incontro tra Tracy, la prima protagonista, e Ben, il secondo protagonista, le cose sono radicalmente cambiate e ho avuto un coinvolgimento emotivo quasi totale tanto che in certi punti del romanzo ho davvero versato tutte le lacrime che avevo in corpo, cosa che non succede proprio spesso!
Il romanzo ha preso una piega inaspettata, bella, imprevedibile e molto dolce e romantica raccontando di un’amore che ha avuto la capacità di durare, nonostante tutto, per sempre. Ben si è messo in gioco per riparare errori commessi in passato. E’ in un certo senso la figura del riscatto, pertanto è impossibile non fare un parallelo tra lui e il padre di Tracy, figura negativa della prima parte del romanzo. E’ impossibile non vedere che i due avrebbero potuto essere la stessa persona ma Ben ha deciso che non voleva. Ed è diventato una persona migliore.
Mi è piaciuto molto anche il ruolo che i libri e le parole hanno avuto in questo romanzo facendolo diventare un testo in cui chiunque, amante della lettura, si può rivedere e ricevere speranza.

Come voto mi sento di dare un 9/10 perché la prima parte, non avendomi entusiasmato molto, mi impedisce di dare il massimo dei voti.
Consiglio questo romanzo a tutte le persone sensibili che hanno voglia di farsi coinvolgere in un sentimento forte e dolce, in un amore che si esprime in tanti modi diversi e che non è solo quello tra marito e moglie. Attenzione, però, non è un romanzo rosa è un romanzo di sentimento e per me è parecchio diverso.

*Volpe

Brividi tra le righe – I vincitori

La prima edizione di “Brividi tra le righe” si è ufficialmente conclusa. Un’edizione turbolenta che, purtroppo, ha visto anche alcuni scrittori ritirarsi ormai prossimi al traguardo.
Atmosfere cupe, incubi che diventano realtà, leggende e racconti in cui il grottesco e il macabro si mescolano hanno caratterizzato le opere in gara che, a modo loro, si sono tutte distinte per lo stile, l’originalità e la correttezza del testo.
Il primo posto è stato conquistato dal racconto di Sher Jones “L’uomo nero”: la storia dietro allo spauracchio dell’uomo nero, un penny dreadful che non vi consigliamo di leggere prima di andare a dormire.
Al secondo posto “Ti voglio bene” di Carlo Omodeo Zorini: una storia grottesca che sarebbe stata sicuramente apprezzata dagli ideatori dei penny dreadful e dai loro scanzonati lettori.
Al terzo posto troviamo Ida Daneri e “Urla nella notte”: i pensieri e i tormenti di un’anima maledetta e innamorata, disperata e assassina che alla notte e alla terra affida il suo dolore e ciò che resta della sua ultima vittima.
Le storie “Sai che hai degli occhi bellissimi?” e “La casa torre” sono state squalificate per mancata votazione da parte degli autori.
Mentre le storie di Devyani Berardi, “La gondola”, e Annrose Jones, “Il ventaglio”, sono state ritirate su richiesta delle autrici.
Tutti i componimenti restano, tuttavia, a disposizione dei lettori su questo sito e sulla pagina Facebook: Arcadia, lo scaffale sulla Laguna.
Lo staff di Arcadia si congratula con il vincitore e con tutti gli scrittori che hanno partecipato con le loro storie!

*Lo staff

15036348_898711763599178_3622129151496615309_n

 

 

Brividi tra le righe – I° edizione

Raccolta dei racconti brevi che partecipano alla prima edizione del concorso “Brividi tra le righe”.
In questo album e sul sito web della pagina sarà possibile votare i propri racconti preferiti fino a domenica 13 novembre.
I non partecipanti possono esprimere la loro preferenza utilizzando il “like” di Facebook o il “mi piace” di wordpress per eleggere il vincitore del premio del pubblico.
I partecipanti, o chi ne fa le veci, devono recensire le storie in gara esprimendo un giudizio sullo stile, l’originalità e la correttezza del testo.
Inoltre per fare la loro classifica possono votare usando le emoticons LOVE (4 punti) WOW (3 punti) AHAH (2 punti).
Si possono usare le tre emozioni UNA VOLTA SOLA, invitiamo quindi i concorrenti a leggere attentamente le storie in gara e a dare a tutti gli scrittori la meritata attenzione senza farsi prendere dalla fretta.
I concorrenti, che non hanno un account facebook ma sono iscritti a wordpress, possono votare sul sito wordpress assegnando alle tre storie più meritevoli un punteggio da 2 a 4 e recensendo le opere in gara esprimendo un giudizio sulle voci sopra indicate..


Info e regolamento:

Regolamento
Vai all’album

Link diretto alle storie in concorso:

La gondola
L’uomo nero
Il ventaglio
Ti voglio bene
Urla nella notte
La casa torre
Sai che hai degli occhi bellissimi?

horror

La gondola

14971848_325558601141495_605613229_n
Venezia ha un cuore di nebbia e misteri, di storie e segreti che di canale in canale e di calle in calle si diffondono tra le fondamenta e i campi.
La risacca sussurra e le nere acque della Laguna raccontano le storie che da un’isola all’altra hanno ascoltato.
Venezia, che degli amanti è alcova e tomba, nelle notti di fine novembre si veste di nebbia e di pianto e alle anime prave che la sera si attardano a passeggiare sulle fondamenta, racconta una leggenda di morte e d’amore.
Camminando sulle fondamenta di Riva degli schiavoni o trovandosi a rimirare la Laguna da Punta della Salute, può capitare di scorgere nelle fredde e pallide notti novembrine, tra i flutti neri e i lembi di nebbia, una gondola bianca ornata con rose e fiori bianchi ormai secchi, che lenta scivola tra i canali assopiti scortata da quattro lumini accesi.
Avvicinarsi a questa gondola così inusuale è proibito e il suo gondoliere invisibile e taciturno non conduce mai la sua imbarcazione verso un approdo.
Lui rema, rema in silenzio e quando il suo dolore si fa troppo forte, allora intona una triste nenia che i più scambiano per il rumore della risacca o per il fischio del vento tra le calli e i canali deserti.
Ascoltando questa melodia, apparentemente sconclusionata e anche un po’ stonata, si possono iniziare a percepire lentamente nomi e anni e lentamente le note si trasformano in parole che raccontano la triste storia di Nereo Tegan e Francesca Venturin.

Nel 1628 un giovane gondoliere al servizio di una famiglia benestante, si innamorò perdutamente della figlia di un nobile, tale Giovanni Venturin, e malgrado gli impedimenti sociali e le continue minacce del signore, iniziò un appassionato corteggiamento a cui anche la ragazza finì per cedere.
Quel sentimento corrisposto con pudore e timidezza, non era sufficiente per coronare il sogno d’amore degli amanti, alla cui felicità Venturini si opponeva fermamente, negando ai due giovani la sua paterna benedizione e il suo consenso alle nozze.
Esasperati dalla testarda resistenza del genitore, Nereo e Francesca decisero di scappare da Venezia e di andare a cercare la propria fortuna lontano dalla Serenissima.
Una serva, che aveva ascoltato di nascosto i loro propositi, corse a riferire il tutto al suo padrone che, nel colo del furore, strappò la figlia dai suoi propositi di fuga e la segregò nel monastero di Santa Croce sull’isola della Giudecca dove, ne era certo, le monache avrebbero saputo insegnare alla ragazza ribelle i sacri valori della morale, della virtù e dell’obbedienza.
Tuttavia, restava da risolvere il problema del gondoliere innamorato che non si sarebbe di certo lasciato fermare dalle sacre mura del monastero.
Venturini ordinò quindi a due sgherri di uccidere il gondoliere e di nascondere il corpo tra i canali della città: sicuro che i topi e le onde si sarebbero disfatti per lui dei resti del cadavere.
Con un trucco i sicari attirarono Nereo in una calle e lì lo affogarono, affidandone poi le spoglie ai flutti neri e omertosi che ingoiavano tutto senza fare domande.
Il lungo silenzio che seguì a quella notte di morte raffreddò il cuore di Francesca che, infine, si rassegnò a quella vita di preghiera e rinuncia decidendo persino di diventare, per la gioia del padre, monaca e prendere i voti.
I mesi passarono e la città fu avvolta per l’ennesima volta dal nero manto della peste. Uomini e donne, vecchi e bambini, ricchi e poveri, santi e peccatori morivano come mosche e come foglie avvizzite venivano raccolti e bruciati per contenere l’epidemia.
La peste, dio della morte e flagello dei vivi, alla fine trascinò con sé anche Venturini e la dolce Francesca, ma mentre il primo fu presto dimenticato, della seconda si continuò a parlare a lungo e con timoroso rispetto.
Dalla sua cella, ormai vuota e fredda, nella notte si sentivano provenire pianti e preghiere e nessuna messa o giaculatoria riusciva a calmare i lamenti di quello spirito in pena.
Poi, la notte del 21 novembre 1630, i pianti tacquero e il silenzio tornò ad avvolgere la Giudecca.
Quell’anima innamorata e triste si era arresa e infine era ascesa a quella gloria eterna che le spettava di diritto.
In quella stessa notte, a due anni dal vigliacco omicidio del gondoliere innamorato, una gondola bianca come la luna e splendente come una perla, iniziava silenziosa a solcare le acque della Laguna, diffondendo nell’aria il delicato odore di rose e fiori d’arancio.
Da allora Nereo naviga solitario e triste tra le isole e i canali di Venezia, scortato da quattro lumini, che segnalano la sua presenza e avvertono gli altri barcaioli, i gondolieri e i vaporetti.
Trai banchi di nebbia pallida e le onde nere e dense, Nereo naviga e di tanto in tanto canta nella speranza di richiamare a sé la sua amata che nemmeno la morte ha riportato tra le sue braccia.

Devyani Berardi

Ti è piaciuto questo racconto?
Faccelo sapere votandolo sul nostro sito o andando sulla nostra pagina Facebook. Nell’album “Brividi tra le righe” trovi questo e tutti i racconti brevi che partecipano al concorso.

L’uomo nero

14938037_325558597808162_1597418301_n

Se continui così sarò costretta a chiamare l’uomo nero! – Una minaccia, un gioco. Parole dette al solo scopo di mettere paura in un bambino capriccioso.
– E chiamalo! – Una risposta innocente dettata dalla voglia di disobbedire, dalla voglia di giocare.
– Va bene! Che venga a prenderti stanotte!
Le parole fatali, perché l’uomo nero, acquattato tra le ombre che la luce naturalmente produce, sentì.
Era notte fonda quando lui e i suoi amici dagli occhi bianchi e luminosi arrivarono.
Entrarono tutti dalla finestra chiusa, strisciando come ombre nella notte.
La resero ancora più scura con la loro fredda presenza e la promessa di morte.
Erano incorporei, eppure solidi con i loro macabri e lunghi artigli che gremiscono tutto ciò che è circondato dal buio.
Ero ancora sveglia quando entrarono, per tutto la sera mi ero detta che li volevo vedere, ma me ne pentii all’istante quanto la luce da notte proiettò le loro figure longilinee e cupe sulla parete della stanza.
Sembravano camminare, ma i loro passi non facevano alcun rumore sembravano parlare, ma le loro voci erano senza suono.
Mi videro e i loro sorrisi bianchi illuminarono la notte rivelando denti aguzzi. Si avvicinarono a me e mi si fermò il cuore, avrei voluto urlare ma ero paralizzata a letto. Qualcuno, più tardi, mi avrebbe detto che ero solo stata vittima di una paralisi del sonno come tante altre persone.
Che sciocchi.
Mi graffiarono il volto, ero certa volessero mangiarmi la faccia, glielo leggevo addosso, sapevo che volevano partire dagli occhi.
Immagino sia stato per questo che andarono avanti a strisciare verso il letto di mio fratello lasciandomi in pace.
Del resto li avevo chiamati io.
Chiusero di nuovo le loro macabre bocche intrise di sangue fino a quando non giunsero al letto del mio fratellino.
Lì, aprirono tutti insieme gli occhi e sembrarono farsi solidi, non più ombre riflesse sulla parete ma vere nere figure, solide all’ombra della notte, costruite di quella stessa oscurità.
– Svegliati, bimbo mio… – sussurrò l’uomo nero con la voce della mamma.
– E’ ora di alzarsi. – Aggiunse un altro con quella di papà mentre con i suoi lunghi artigli gli dava carezze come facevano i nostri genitori: sulla testa, tra i capelli, sulle guance e sul naso appuntito.
Mio fratello borbottò desideroso di dormire ancora afferrando la mano dell’ombra e stringendola, portandosela alle labbra e succhiandone il dito come se fosse suo.
– Dai, non fare così. – Disse impaziente la voce di mamma mentre lo scrollava con dolcezza. – Ti faccio la colazione buona: ti faccio i pancake.
La promessa servì: ancora non aveva finito di pronunciare quelle parole che mio fratello aprì gli occhi e incontrò quelli bianchi e vuoti dell’ombra.
La sua bocca si spalancò in un urlo muto mentre la voce gli veniva risucchiata dall’uomo nero che la mangiava boccone per boccone, sillaba per sillaba quel pianto svuotandolo di ogni vita fino a rendere mio fratello un’ombra dagli occhi bianchi e vuoti.
Un’ombra che mi guardò.
Mi persi in quegli occhi, in quegli artigli che mi strinsero e mi strapparono tutti i capelli con la cattiveria che solo il buio può avere.
Gridai anche io e il mio urlo lacerò la notte facendo fuggire gli uomini neri e mio fratello.
Mamma e papà non lo trovarono nel letto la mattina dopo.
Mia madre urlò vedendo i miei lunghi capelli neri strappati e su tutto il pavimento, il mio volto cosparso da tagli di unghie ma nessun animale nei paraggi.
Da quel giorno rivedo mio fratello ogni volta che cala il sole: il tramonto è terribile perché da dietro il vetro della finestra spuntano i suoi occhi bianchi.
La sua voce è un canto tremendo, sussurra minacce di morte e parole di odio.
Non riesco più a dormire perché quando spengo la luce lui è lì sulla sedia, sulla scrivania o appollaiato sul comodino e mi fissa con il suo ghigno di morte.
Non riesco più a chiudere gli occhi, a starnutire, tossire o semplicemente lavarmi la faccia.
Lui è sempre lì.
Non bisogna mai giocare con i demoni.

***

Tutto il giorno.
Tutto il giorno a sorbirmi le bugie e le moine di quella ragazzina.
I genitori sostengono sia sana di mente, ma chi mai darebbe la colpa di una sparizione all’uomo nero? Che si aspettava che noi ci credessimo?
Arrivato a casa sento il buon profumo di pollo al curry cucinato da mia moglie.
Nessuno lo fa meglio di lei.
– Ciao tesoro! – Le grido dal corridoio.
Sento che risponde, immagino che sia il solito “Buonasera amore!”.
Ancora me lo chiedo: chi mai poteva credere a quella bambina e al suo uomo nero?
Mi sto togliendo gli scarponi e la giacca della divisa che ho dimenticato di togliermi al distretto di polizia, quando mio figlio si mette a correre per andare a tavola e urta giocoso sua madre che si gira con il mestolo alzato ridendo e facendo finta di volerlo colpire.
Io tossisco e lo guardo dritto negli occhi.
Sorrido prima di parlare schernendo la bambina e le sue stupide paure.
Non esiste nessun uomo nero.
– Attento eh! – Comincio scherzando. – Se lo fai di nuovo chiamo l’uomo nero!

Alzo gli occhi e il mio sorriso svanisce. Dietro mio figlio, nascosto all’ombra della tenda, con denti aguzzi come lame e occhi vuoti, c’è il bambino morto questa notte.

Il ventaglio

14937955_325558594474829_517286649_n

Tra tutte le figlie di Verona la contessina Paolina del Brolo era la più bella e la più volubile: un suo sorriso faceva vergognare i fiori alle finestre, un suo battito di ciglia faceva arrossire la luna che svelta correva a nascondersi dietro le montagne o tra le nuvole, un suo sguardo fugace bastava a ispirare amore a chi incrociava con lei gli occhi.
Così tanta bellezza era, tuttavia, l’unica virtù di questa fanciulla che, ben conscia del suo potenziale, si pavoneggiava e gioiva nel vedere nobili e plebei sospirare invaghiti della sua grazia.
Leone, un giovane che lavorava per un nobile veronese, era solo uno dei tanti spasimanti che la contessina poteva vantare ma, essendo poco più di un garzone, il ragazzo si teneva ben lontano da lei e mestamente lavorava nutrendo il sogno proibito di un titolo nobiliare e un matrimonio con la bella Paolina.
Anno dopo anno, infrangendo il veto che gli impediva di parlarle, Leone si recava dalla giovane e con poesie e parole dolci cercava di conquistare il cuore della ragazza, promettendole ogni cosa per coronare quel sogno d’amore e felicità.
Tuttavia, la frivola contessina respingeva ogni sua dichiarazione e sbattendo le ciglia nere e sventolandosi con il ventaglio di pizzo bianco accampava scuse fantasiose o avanzava richieste che andavano ben oltre le possibilità del garzone innamorato.
Ma Leone, determinato e caparbio, non si perdeva d’animo e lavorava di buona lena per soddisfare gli assurdi desideri della sua amata contessina.
Passarono gli anni e mentre il giovane si spezzava la schiena sotto il peso del lavoro, la bella contessina sembrava non risentire dello scorrere del tempo e ogni primavera la ritrovava più florida e aggraziata della primavera precedente.
Il signore di Verona era solito organizzare all’indomani dell’equinozio di primavera un ballo aperto a tutta la cittadinanza: un’occasione per ballare, cantare e scambiare baci e parole sotto le stelle ancora troppo lontane e fredde per impicciarsi degli uomini e delle loro questioni.
Come al solito la contessina era il fiore più bello di quella ghirlanda umana che danzava e festeggiava la fine dell’inverno.
Le virtuose matrone si facevano il segno della croce al vederla ballare in maniera così ardita e rispondere senza alcun pudore ad ogni cavaliere che la invitava a ballare, le altre dame, invidiose, parlottavano tra di loro nascoste dietro i loro ventagli colorati e li abbassavano solo per regalare agli astanti sorrisi velenosi e moine di circostanze.
Paolina danzava e le sue dita si intrecciavano ancora ed ancora con quelle di cavalieri sempre diversi, incrociando con loro sguardi carichi di malizia e di sentimenti non detti.

Leone, rintanato all’ombra di una casa, guardava impaziente l’oggetto del suo amore passare tra le mani di così tanti giovani e scalpitante di gelosia ringhiava al vedere la sua contessina scambiare occhiate e parole d’intesa con giovani che meritavano nemmeno di vedere la sua ombra.
Tra il drappello di spasimanti che ovunque seguiva la contessina, si fece largo un giovane dai capelli scuri e la pelle abbronzata dal caldo sole del sud: sembrava un contadino, pensò Leone al vederlo avvicinarsi alla sua contessina, ma aveva maniere da principe e modi che indubbiamente facevano vibrare il cuore di Paolina come mani nessuno aveva fatto.
La contessina rideva, scherzava, si lasciava stringere e giocava con quello straniero abbandonandosi, forse per la prima volta, al calore di un sentimento autentico.
Leone era furioso.
Come osava quella sciocca giocare in quel modo con uno sconosciuto? Con quale diritto quel giovane dalla pelle ambrata cercava di sedurre la sua bella contessina? La sua pelle scura non era poi tanto diversa da quella di quel principe meridionale, i loro capelli corvini sembravano notte accanto a quelli dorati di Paolina e i loro occhi scuri erano gli argini che accoglievano lo sguardo cristallino della giovane.
Leone e il principe. Il principe e Leone.
Due giovani uguali in tutto, che solo la sorte aveva reso diversi ricoprendo uno di benedizioni e l’altro di miseria.
La bellezza di Paolina sfiorì davanti agli occhi del giovane: come una rosa che una folata di vento spoglia dei petali che strenuamente erano rimasti attaccati al gambo e ai pistilli.
Che se ne fa la bellezza senza un cuore da istruire? A cosa serve la grazia se non si ha con chi spartirla? Perché sorridere quando la gentilezza non cura, ma fa soffrire il cuore che si strugge d’amore?
Sciocco Leone: sognatore innamorato e disilluso che per anni aveva covato quella dolce speranza aspettando paziente che Paolina gli si concedesse.
Anni di corteggiamento, di speranze, sentimenti e sogni infranti senza alcuna pietà: frammenti di odio e rimorso che come dardi fendevano l’aria e squarciavano quel cuore già sanguinante e ferito.
Leone ringhiava, bestemmiava e borbottava mentre claudicante si trascinava per le strade di Verona.
L’eco della musica era ormai sparito, pensieri neri di gelosia e morte gli rimbombavano nelle orecchie con il ronzio di uno sciame d’api.
Propositi di morte e rancore rivolti all’unico amore del giovane: l’unica persona tanto amata da trasformare l’amore in odio e il bene in male.

La contessina dormiva serena tra i suoi cuscini che profumavano di sapone e lavanda.
I capelli sciolti sembravano una corona solare: ciocche dorate che si muovevano appena ogni volta che la giovane si muoveva rincorrendo principi o ballando in saloni che potevano esistere solo nei suoi più bei sogni.
Leone si arrampicò svelto fino al suo balcone, nelle tasche un bocciolo di rosa e un coltello: due segni d’amore per consacrare quel macabro rito.
Con cautela aprì la finestra e scostò la tenda leggera, scivolando come un incubo nella stanza della contessina.
– Paolina, mio amore, svegliati.-, sussurrò il giovane accostandosi alla ragazza e accarezzandole delicato le belle guance rosee e calde.
Ma Paolina non voleva saperne e anche nel sonno si ostinava a respingere Leone e lo allontanava, agitando la manina, con la stessa stizza con cui si allontanano le mosche.
Era troppo.
Leone la afferrò con decisione e la scrollò fino a svegliarla, mettendole una mano sulla bocca per impedirle di urlare e allertare la casa.
– Paolina, bella Paolina, dolce Paolina, cara Paolina.- Cominciò a recitare il giovane come fosse una nenia. – Un ultimo gesto d’amore, un’ultima dichiarazione, un’ultima parola d’amore prima che la notte tramonti e porti con sé una vita dannata. Paolina, mi ami tu? –
La rosa rossa, stropicciata e rovinata dalla vicinanza con il coltello, era ora tra Leone e Paolina, che terrorizzata lo guardava senza sapere cosa dire o fare.
– No.- Sussurrò spaventata la giovane.
– Paolina, bella Paolina, dolce Paolina, cara Paolina.- Ripeté testardo il giovane, sperando vivamente che la ragazza scegliesse la salvezza al coltello.- Davvero non ti interessa salvare un’anima resa nera dall’amore?-
– Leone, tu mi spaventi.- Gemette la contessina cercando di sfuggire dalle grinfie del garzone. – Per favore, vattene! Vattene o chiamo mio padre!-
– Paolina, bella Paolina, dolce Paolina, cara Paolina.-
I petali della rosa caddero a terra uno ad uno come schegge di vetro, mentre Leone prendeva il coltello e con un balzo si gettava sulla ragazza bloccandola sul letto.
– Allora sei dannata.- Paolina gemette, pianse, pregò, ma quelle lacrime una volta così efficaci sul cuore del giovane, ora erano vane e impietosa la lama di Leone calò sfregiando il viso della contessina.
Un macabro sorriso, rosso e sbilenco, si apriva sul volto smunto della ragazza: una crepa sanguinolenta che disegnava una macabra falce di luna che da un orecchio all’altro solcava il viso di Paolina.
– Vana bellezza! Vana bellezza!- Ammonì il giovane lasciando il coltello accanto alla sua amata e gettandole addosso il ventaglio dietro a cui si era nascosta tante volte per sfuggire alle sue dichiarazioni d’amore.
– Ora non sei più bella né dolce né cara, Paolina. Ma una rosa resta una rosa anche quando l’inverno arriva e ne strappa i petali e ne rattrappisce lo stelo.-
Il giovane si chinò di nuovo e con delicatezza baciò la ferita aperta sul volto della sua amata: lì dove ancora si poteva intuire il sottile disegno di due labbra ora violacee.
– Che tu sia maledetto, Leone.- Sussurrò tra le lacrime la giovane, cercando di sfruttare quel poco di fiato e di voce che le rimanevano.
– Non troverai pace né qui né all’inferno fino a quando io non avrò trovato chi apprezzerà di nuovo la mia bellezza.- Piangendo la giovane si alzò e barcollante uscì dalla stanza portando con sé il suo prezioso ventaglio e il coltello che Leone aveva usato per deturpare il suo bel viso.
Ferita e sconsolata, la contessina corse tra le strade ancora addormentate di Verona e alla fine del suo fuggire si ritrovò alla porta del principe straniero con cui aveva ballato quella sera stessa.
– Ho bisogno di parlare con il principe, è urgente.- Dichiarò all’inserviente mentre nervosa nascondeva dietro al ventaglio la sua ferita ancora fresca.
Sapendo di avere un’ospite così gradita, il principe non esitò a far salire la giovane nelle sue stanze e al vederla sulla soglia della sua camera, vestita in modo così umile e con solo il ventaglio a darle una parvenza di nobiltà, il principe sorrise bonario, invitando la contessina a sedersi accanto a lui sul letto.
– Contessina.- La salutò facendole un delicato baciamano.- Non credo sia conveniente una vostra visita a quest’ora della notte! Che cosa succede e come vi posso aiutare?-
– Principe.- Gemette Paolina senza scoprire il suo volto. – Principe, ditemi, voi mi trovate bella?-
Il giovane sorrise e la guardò con dolcezza, trovando deliziosa l’ingenuità della ragazza. – Vi trovo bella.- Confermò affabile.
Paolina sorrise e, nel colmo dell’entusiasmo, richiuse il ventaglio svelando al principe il suo sorriso macabro e sanguinante.
– Anche così, mi trovate bella?- Gli domandò con la stessa semplice speranza con cui aveva posto la prima domanda.
– Contessina… .- Inorridito il giovane sobbalzò cercando di allontanarsi da quel mostro sfregiato. – Contessina, che vi è successo? Quale orrore il vostro viso!-
Paolina, al sentire quelle parole, scattò in piedi e con gli occhi ridotti ad una fessura saltò addosso al principe, bloccandolo sotto di sé e brandendo con decisione la lama assassina ancora sporca del suo sangue.
– Vana bellezza! Vana bellezza!- Latrò delusa mentre il coltello calava e apriva la gola del principe, lasciandolo morto sulle lenzuola screziate e calde di sangue fresco. – Ma una rosa resta una rosa anche quando l’inverno arriva e ne strappa i petali e ne rattrappisce lo stelo.- Aggiunse ritrovando la sua dolcezza e baciando le labbra fredde e violacee del giovane.
– E io cercherò, cercherò fino a quando non avrò trovato chi apprezzerà di nuovo la mia bellezza.-

Ancora oggi Paolina percorre le strade di Verona: di giorno spia da dietro le colonne o all’ombra degli alberi gli amanti, li segue e sparisce tra le ombra della città prima che il tramonto la sorprenda per le vie.
Quando poi la notte cala e la luna sua complice si alza per illuminarle il cammino, la contessina ripercorre quelle stesse strade per cui ha rincorso giovani ed innamorati fino a quando, sotto un porticato o all’angolo di una piazza, non vede un giovane andarle incontro.
Il suo ventaglio comincia a sfarfallare, mentre i suoi occhi, resi neri dalla morte e dalla disperazione, si addolciscono.
I suoi capelli chiari sembrano ritrovare le sfumature dorate della gioventù, mentre il volto scheletrico ritrova vigore e salute: un incantesimo o l’ennesimo scherzo di una maledizione?
Come è immaginabile una simile trasfigurazione non può passare inosservata e allora il malcapitato si ferma e i suoi occhi incrociano quelli della contessina.
– Mi trovi bella?- Gli domanda la ragazza mentre si esibisce in una strana piroetta e cerca di trascinare la sua vittima lontano dalle luci della strada.
– Sì.- risponde senza esitazione lo sfortunato, rapito da quello sguardo languido e allo stesso tempo spietato.
La contessina, felice, richiude allora il ventaglio e la luna fa capolino illuminando con un suo raggio il tetro sorriso sul volto della giovane.
– Anche così mi trovi bella?- Domanda nuovamente la giovane, mentre tra le sue mani si materializza il coltello di Leone.
Terrorizzato la vittima trasale e invano cerca di sfuggire al coltello che minaccia la sua vita. Non esiste una risposta corretta, per la contessina, ma questo nessuno lo sa.
Se nei vostri occhi la contessina Paolina leggerà la paura e lo sgomento, allora lei vi taglierà la gola, ripetendo il monito che per primo le fece Leone e firmando quella lezione con un bacio di morte.
Se, invece, apprezzerete la sua cicatrice, allora ella prenderà il coltello e con la punta inciderà anche nella vostra carne un sorriso di sangue per rendervi belli quanto lei.
Morire o vivere? Qualunque cosa scegliate, al cospetto della contessina Paolina del Brolo, vi consiglio di non mentire.

Annrose Jones

Ti è piaciuto questo racconto?
Faccelo sapere votandolo sul nostro sito o andando sulla nostra pagina Facebook. Nell’album “Brividi tra le righe” trovi questo e tutti i racconti brevi che partecipano al concorso.

Ti voglio bene

horror

Comincio a togliermi i vestiti che non voglio sporcarli di sangue; il sangue è difficile da lavare.
Sorrido mentre tolgo la gonna e cerco in lui quella luce di cupidigia e desiderio che illumina il viso dei miei ‘clienti’: che ironia, loro credono di potermi avere ed invece non sanno che li avrò io. Soffoco una risata e lo guardo dritto negli occhi.
Strano, i suoi occhi sembrano tingersi di rosso e quasi non sento le parole che pronuncia:
“Ti voglio bene” mi dice.
Reprimo il brivido di piacere che mi percorre la schiena, è bello quando la preda si avvicina ignara al cacciatore, mi fa sentire forte, potente.
Da quando il barbiere ha cominciato a pagarmi con quella strana ‘carne di pollo’ non ho più sofferto la fame, ed anche se ora il barbiere è sparito, ho imparato abbastanza per cavarmela da sola.
Ricordo ancora la prima volta che ho ucciso un uomo; avevo paura ed ero eccitata allo stesso tempo poi, mentre lo facevo a pezzi, la paura è passata…
Da allora ne ho uccisi dodici, tu sei il tredicesimo mio caro, la paura è scomparsa del tutto ed i miei metodi si sono fatti più sicuri: un colpo di rasoio alla gola, un passo indietro per non farmi afferrare, la breve attesa prima che sopraggiunga la morte e poi il duro lavoro di macelleria.
Sono nuda , tengo il rasoio ben nascosto nella mano destra; mi avvicino sorridendo.
“Anche io ti voglio bene” gli dico con la mia voce migliore.
Mentre parlo, i miei pensieri volano: chissà quale sarà la prima cosa che assaggerò di te, chissà quanto mi renderai quando rivenderò quello che non riuscirò mangiare. Così, ad occhio e croce, direi che posso farci qualche sterlina: tra vestiti, quello che sicuramente hai nel portafoglio e… il resto.
Mi restituisce lo sguardo, in tutto questo tempo si è sfilato solo il mantello. Bello il vestito, con tutto quel nero non lo avevo notato prima, mi sa che ci faccio un sacco di grana con questo tizio.
A questo punto sono veramente allegra, mi avvicino ed apro il rasoio nella mano nascosta dietro la schiena; lui sorride e mi prende per le spalle. Che occhi enormi. Arriccia le labbra mostrando i denti.
“No, non hai capito: non ho detto ti voglio bene, ho detto ti voglio bere…
Non riesco a muovere la mano, il rasoio mi cade, ho paura ma non riesco a scappare, che occhi enormi… , il dolore, il sangue scorre ma è il sangue sbagliato, fa male, fa male…

Nella stanza sembrava che una belva feroce si fosse scatenata sulla ragazza: solo la testa, staccata dal corpo, era stata rispettata nella sua interezza.
Brandelli di carne, flaccida e pallida, erano sparsi ovunque. L’uomo raccolse il mantello e se lo mise sulle spalle con un gesto leggero.
“Bene” disse posando lo sguardo su quello scempio.
Il suo lavoro era finito.
Gli altri lo aveva mandato a sistemare la questione, e lui lo aveva fatto al meglio, ricavandoci anche un piccolo spuntino ed un poco di divertimento.
In ogni caso il messaggio sarebbe stato chiaro per coloro che dovevano capire.
Questi mangiatori di carne umana stavano cominciando ad esagerare, qualcuno avrebbe potuto cominciare a porsi delle domande sulle persone scomparse, magari avrebbero anche cominciato ad indagare seriamente, e questa era l’ultima cosa che tutti loro volevano.
L’uomo, anzi, il vampiro, si avvicinò alla finestra e scomparve: ombra tra le ombre della notte.

Carlo Omodeo Zorini

Ti è piaciuto questo racconto?
Faccelo sapere votandolo sul nostro sito o andando sulla nostra pagina Facebook. Nell’album “Brividi tra le righe” trovi questo e tutti i racconti brevi che partecipano al concorso.

 

Urla nella notte

14962987_325558584474830_2122659712_n

Intorno a lui vi era solo una landa fredda e desolata, pesantemente oppressa dall’oscurità cupa e silenziosa della notte.
Il giovane uomo era apparso all’improvviso, ombra nera che affiorava appena nel nero del cielo notturno, rotto solo da tetri raggi di luna che filtravano a fatica dai varchi nelle nuvole scure.
Era curvo, ripiegato su se stesso come un gracile vecchio, i lunghi capelli corvini a nascondergli il viso pallido e affilato distrutto dal dolore, le ginocchia affondate nel fango semi ghiacciato, le mani a graffiare spasmodiche la dura superficie cercando di soffocare la disperazione che gli attanagliava cuore e anima. Se ancora li possedeva…
Il volto pallido e spigoloso del giovane uomo era solcato da cocenti lacrime che, dall’abisso nero dei suoi occhi, ormai privi di ogni anelito di vita, riversavano sulle guance scavate la sua bruciante e imperdonabile colpa.
Aveva ceduto alla terribile brama, spinto dall’arsura provocata dai macabri racconti del suo odiato Maestro, guidato da un istinto indotto da affilati canini che gli avevano rubato l’umanità e l’amore, per regalargli solo una tremenda immortalità di sofferenza, rimorso e rimpianto.
Il giovane graffiò con violenza la crosta di fango ghiacciata scheggiandosi le unghie e lacerando la pelle delle dita, poi affondò con forza le mani nella terra fredda che presto avrebbe accolto per sempre il suo perduto amore.
All’improvviso la bocca si spalancò con violenza, quasi lacerando le labbra sottili, e il giovane uomo urlò, urlò tutto il suo atroce tormento, la tremenda sofferenza che aveva trattenuto in sé fino a quel momento, compressa in quel lungo, straziante urlo muto che lo soffocava mentre disperato stringeva la donna amata tra le braccia, solo pochi minuti prima, pallida e prosciugata d’ogni linfa vitale.
Urlò la sua insostenibile angoscia, la colpa tremenda che devastava la sua non vita. La colpa dell’assassino che aveva guidato il carnefice dalla giovane vittima inerme e ne aveva fatto un macabro scempio.
L’urlo uscì, gli graffiò la gola e lacerò le labbra sottili, straziandogli il cuore e squarciandogli indelebilmente l’anima, e nella notte oscura il giovane urlò il suo infelice amore appassionato, senza avere il coraggio di implorare il perdono che non meritava, il sangue a macchiargli ancora le labbra.
Urlò, urlò il nome amato nel silenzio agghiacciato della notte nera, affondando con furia le dita insanguinate nel terreno, quasi a scavare una tomba che gli permettesse di raggiungere alfine l’amata, abbandonando sulla fredda superficie, illuminata da tetri raggi di luna, solo l’ombra scura dell’involucro del proprio corpo maledetto, l’anima incrinata ed il cuore infranto per sempre seppelliti con lei, l’unica donna che aveva amato, l’unica donna che avrebbe mai amato.
Per sempre!
L’unica donna che aveva ucciso, suggendone ogni stilla di sangue in una crescente e inarrestabile follia, fagocitato da se stesso e dalla propria maledizione. Aveva giurato di starle lontano, da quella notte funesta in cui era iniziata la sua perdizione e il suo orribile calvario. Aveva a lungo resistito, indebolendosi ogni giorno di più, ma infine era tornato da lei, carnefice di sangue.
Ma non sarebbe mai più accaduto.
Avrebbe trascorso tutte le sue future notti sulla sua tomba, inginocchiato davanti al marmo che ne celava i resti di cui era stato fatto scempio. Da lui, dal mostro che era diventato. Dal mostro che non sarebbe mai più stato.
Chiuse gli occhi, il sangue ad accecarlo e ad assordarlo.
Il sangue di lei, il sangue della donna che amava, il sangue della donna che un mostro aveva ucciso.

Ida Daneri

Ti è piaciuto questo racconto?
Faccelo sapere votandolo sul nostro sito o andando sulla nostra pagina Facebook. Nell’album “Brividi tra le righe” trovi questo e tutti i racconti brevi che partecipano al concorso.