E così volete aprire un blog. Consigli e suggerimenti di due bookblogger dilettanti ma non troppo

Sono molti gli scogli che un bibliofilo deve affrontare nel momento in cui decide di condividere la propria passione per i libri su un social come può essere Instagram. Per prima cosa occorre avere chiaro il motivo per cui si decide di aprire un profilo e quali obbiettivi ci si prefigge (fare nuove amicizie, condividere le proprie letture, ottenere collaborazioni con grandi e piccole case editrici, etc…); una volta definito ciò si può avere la sensazione che il peggio sia ormai alle spalle e, invece, è proprio quando si hanno le idee chiare che iniziano i problemi.

Presentazioni
Scegliere un nome per la propria neonata creatura non è semplice ed è davvero difficile trovare quella combinazione di fantasia, coerenza ed originalità che permetterà al vostro blog di distinguersi dagli altri senza rischiare di tradire la sua essenza.
Prima di dare libero sfogo alla creatività, dovete avere chiaro quali argomenti tratterete nel vostro blog e muoversi di conseguenza. Se il vostro spazio tratterà principalmente tematiche relative al giardinaggio e alla natura, preferire nomi che contengano parole come “verde” e “natura” risulterà una scelta vincente ma se, come osiamo presupporre, il vostro sarà un bookblog allora dovrete orientarvi verso nomi che contengano termini come “scaffale”, “segnalibro”, “libro”, “libreria” o “booklover”.
Molti bookblogger, in questo caso, optano per una combinazione semplice e funzionale utilizzando il proprio nome con l’aggiunta di un termine libroso: questa soluzione non passa mai di moda e sicuramente evita che vi imbarchiate per viaggi ai confini della fantasia da cui tornerete con un nome assurdo o affatto coerente con il vostro blog. Controcanto di questa scelta è la concorrenza: se è vero che questa scelta è facile è veloce è anche vero che, aprendo il bookstagram (quella parte di instagram dedicata ai libri), si perde letteralmente il conto di quanti profili esistano con nomi simili e il rischio di finire in questo minestrone di nomi e username è davvero elevato.
Il mio consiglio è di essere voi stessi e di lasciarvi ispirare dalla vostra quotidianità e dalle casualità che la compongono.
Il nome del nostro blog (Arcadia lo scaffale sulla Laguna) è stato ispirato dall’Accademia dell’Arcadia (accademia letteraria fondata a Roma a fine ‘600) e dal luogo in cui vivevo in quegli anni: la suggestiva laguna di Venezia.

… e prime impressioni.
Vi presentereste mai ad un colloquio di lavoro o ad un esame con infradito e bermuda senza portare con voi nemmeno un curriculum o le dispense su cui avete studiato? Ovviamente no e così come siete curati nei vostri affari “offline” dovete esserlo anche per quelli online.
Dal momento in cui decidete di aprire un bookblog (o un qualsiasi altro tipo di blog), dovete pensare a lui come ad un prodotto da vendere che deve farsi notare tra migliaia di altri prodotti simili: avete trovato un nome incisivo e che vi permette di distinguervi dalla massa, ma il rischio di rovinare tutto è dietro l’angolo e niente è più nocivo della brutta pubblicità.
Grafica – Se ripenso alla grafica che avevamo inizialmente (di cui fortunatamente è andata perduta ogni testimonianza) mi metto le mani nei capelli. Non che non fosse bella, anzi, io la adoravo, ma era più simile ad una tavolozza di Picasso che non ad un progetto definito e ordinato. I vari CMS (Content Management System ndr) permettono una vasta gamma di personalizzazioni e molte volte propongono delle combinazioni di colori che possono risultare molto utili quando si iniziano a muovere i primi passi nel magico mondo del blogging. Cercando online, inoltre, potete trovare numerosi siti che propongono guide più o meno esaustive sull’argomento: dalla scelta della tonalità più azzeccata a strumenti che vi aiutino nella creazione e scelta di una palette.
Logo – Cosa vi viene in mente se vi parlo di un cavallino nero rampante? Una M maiuscola e gialla? Il logo di un prodotto è molto più di un semplice disegno: è il suo ambasciatore. Le sue dimensioni ridotte gli permettono di sostituire, per esempio, il nome completo di un’azienda su una pubblicità o in un banner e per questo motivo deve essere riconoscibile e facilmente riconducibile alla realtà che rappresenta. Allo stesso modo il vostro logo deve permettere ai vostri lettori di riconoscervi tra mille blog: non servono capolavori grafici, anzi! Spesso un disegno semplice e ben pensato rimane maggiormente impresso di uno troppo arzigogolato o difficile da decifrare. Persino un monogramma, se realizzato con fantasia, può diventare un ottimo logo per la vostra realtà.
Come per la scelta del nome, il logo non deve allontanarsi troppo dall’argomento che vi prefiggete di trattare o, almeno, deve avere un elemento in qualche modo riconducibile a voi o al vostro nome. Il logo di Arcadia, per esempio, non presenta libri o oggetti riconducibili al mondo della letteratura, ma è un chiaro riferimento alla Laguna di Venezia dove il blog è nato. Anche la scelta dei colori è importante e, cercando online, è possibile trovare una guida ai colori maggiormente indicati per qualsiasi tematica, ma, se non volete rischiare, il buon vecchio nero è sempre una valida opzione e vi permetterà di non dover impazzire per farlo intonare con le altre tinte.
Contenuti – Avete scelto i colori, il logo e tutto ciò che renderà graficamente accattivante il vostro blog: ora è arrivato il momento di pensare ai contenuti. Se la parte grafica può essere paragonata alle apparenze di una persona, i contenuti sono le sue idee e la proprietà linguistica con cui vengono espresse. Un blog ordinato è una gioia per gli occhi e rende la gestione molto più facile, certo dovrete spendere qualche momento per decidere come organizzare il tutto, ma vedrete che la vostra pazienza verrà ripagata. Per iniziare predisponete una pagina dedicata ai contatti e una alla vostra presentazione. Una volta arrivati sulla vostra piattaforma, i vostri lettori potrebbero avere il desiderio di conoscervi meglio o di cercarvi su altri social: dedicare due pagine a questi argomenti non è un eccesso di vanità, ma, al contrario, vi farà apparire molto più professionali. Fatto ciò potete passare ai contenuti che devono essere curati tanto quanto la grafica che avete scelto. Per iniziare potete lasciarvi ispirare dai format che attirano la vostra attenzione su blog simili ai vostri: l’importante è non copiare mai. Il blog è una vostra creatura e copiando i contenuti di altri non solo fareste loro un grosso torto, ma vi ritrovereste con un patchwork mal fatto di articoli ricopiati a destra e a manca senza alcun filo logico. Tutto ciò che pubblicate deve essere farina del vostro sacco e, se i primi articoli non dovessero riscuotere il successo sperato, non demordete e continuate a tentare.
Un’altra regola importante alla base della scrittura è: scrivete di ciò che conoscete. A prescindere dagli argomenti trattati, dovete essere consapevoli e debitamente informati sui temi che scegliete e mai (dico mai!) andare ad improvvisazione. Se volete scrivere un articolo su un nuovo genere letterario piuttosto che su un tipo particolare di parassita delle rose, ma non avete le competenze per farlo potete decidere di studiare l’argomento fino ad acquisire la dimestichezza necessaria oppure lasciare perdere per evitare figure poco lusinghiere.

Scripta manent
Perché si apre un blog? Per parlare di sé, per condividere con gli altri qualcosa che ci appassiona o per informarli su tematiche a noi particolarmente care. Aprendo un blog dovete sempre ricordare che le buone intenzioni non bastano e che, anche se formalmente cancellerete uno o più dei vostri contenuti, ne rimarrà sempre una traccia nel grande e complicato mondo del web.
Comportatevi sul web come vi comportate nel mondo reale.
A meno che il vostro non sia un blog volutamente provocatorio o con una forte connotazione umoristica, i vostri articoli devono essere sempre corretti dal punto di vista ortografico, grammaticale e linguistico.
Siate rispettosi degli altri e delle loro opinioni e non usate mai il vostro spazio per attaccare direttamente qualcuno: non si può essere sempre d’accordo su tutto e siamo tutti consapevoli che, almeno su certi argomenti, esistano punti di vista sbagliati e punti di vista corretti. A prescindere da quali siano le vostre convinzioni, cercate di essere sempre il più assertivi possibili ed esponete le vostre opinioni argomentandole senza offendere l’oggetto del vostro articolo o chi potrebbe pensarla diversamente.

Le recensioni
La stessa regola vale per quanto riguarda la stesura delle recensioni: siate sempre esaustivi e non limitate mai il vostro giudizio ad un voto sommario. Ricordatevi che l’oggetto che avete tra le mani è il frutto del lavoro di qualcun altro e, per quanto piccola, la vostra opinione in merito è comunque una forma di pubblicità.
La recensione di un libro è la sua presentazione e, di conseguenza, deve contenere una serie di informazioni utili ad inquadrare un’opera: titolo e autore, trama, genere, anno e casa editrice sono informazioni importantissime che non devono mai essere tralasciate; per quanto riguarda il vostro commento, esso deve essere sempre esaustivo e mai limitato a “bello” o “brutto”. Quando recensite un romanzo tenente conto di tutti gli elementi che lo compongono: quelli espliciti come genere e tematiche, e quelli meno evidenti come l’età di lettura consigliata (non fidatevi ciecamente della divisione che trovate nei cataloghi online!) o i diversi livelli di lettura che l’opera presenta. Ciò che a voi non è piaciuto non è detto che possa non piacere anche ad altri, per ciò cercate di non smorzare eccessivamente il romanzo e concentratevi il giusto sugli aspetti negativi e solo se necessario: per esempio è bene segnalare evidenti buchi di trama, mentre si può sorvolare sull’ennesimo triangolo amoroso, un trope imprescindibile dei romanzi per giovani adulti. Nel giudicare l’approccio di uno scrittore e le sue parole non dimenticate mai il contesto storico in cui questi vive e scrive: tra le pagine di un romanzo di inizio ‘900 potreste imbattervi in frasi omofobe o razziste che, per quanto scioccanti oggi, erano perfettamente tollerate all’epoca.

Mi dispiace, ma io so’ io e voi non siete un cazz0″
Abbiamo detto, e lo ribadiamo, che dal momento in cui si apre un bookblog è importante avere chiari gli obbiettivi prefissati e una strategia che li renda attuabili; tuttavia, qualora il vostro scopo sia diventare famosi, vi consiglio caldamente di rivedere le vostre strategie e finalità. Non c’è nulla di male nel desiderare di diventare famosi facendo ciò che si ama e spero per voi che questa nuova esperienza vi porti tutte le soddisfazioni che meritate e sognate. Tuttavia è bene ricordare che il motore della vostra realtà non deve essere la ricerca forsennata di followers, ma la passione e il vivo interesse per ciò che fate. Se, soprattuttto i primi tempi, avessi dato retta ai numeri di Arcadia (poche visite sul blog, uno o due followers guadagnati al mese, interazioni ai limiti storici da quando sono nati i social, etc…), questa realtà avrebbe già chiuso i battenti da anni.
Una delle cose di cui ci si sente maggiormente lamentare dentro e fuori dal bookstagram è la presunzione e la supponenza con cui bookblogger, autori e più raramente editori si presentano per stringere collaborazioni; ne consegue che una delle prime regole da seguire per “avere successo” come bookblogger (o blogger) è, paradossalmente, avere un atteggiamento umile e assertivo.
Prima di presentarvi ad autori, editori o altri blogger, curate bene la vostra presentazione: approcciarsi, magari con toni altisonanti, a qualcuno e poi mostrare un blog vuoto e un profilo mal tenuto non è mai un buon inizio; prima di “buttarvi nella mischia” fate una revisione della vostra pagina, magari facendovi aiutare da un amico, e chiedetevi se trasmette ciò che voi volete gli altri vedano di voi.
Nel contattare terzi per richiedere o proporre collaborazioni, cercate di avere un tono propositivo e rispettoso: avete fatto un duro lavoro per arrivare dove siete, ma non siete i soli; dietro ogni profilo bookstagram o blog c’è il lavoro di una o più persone ed è importante rispettarlo come voi volete venga rispettato il vostro.
Siate consapevoli che, per quanto curato, professionale, e accattivante possa essere il vostro prodotto, nessuno si sveglia la mattina aspettando che voi gli scriviate per proporgli una collaborazione, quindi seguite le norme di buona educazione che attuate nella vita di tutti i giorni.
– Presentazione: nome, cognome, realtà per cui lavorate/collaborate;
– Proposta: esponete la vostra idea dimostrandovi comunque aperti a forme alternative di collaborazione; in questa fase dovete essere onesti e proporre progetti commisurati alle vostre disponibilità di tempo ed energie;
– Saluti: chiudete il vostro messaggio evitando qualsiasi formula che possa “mettere fretta” all’altra persona e, qualora non riceviate una risposta, evitate di insistere;
Ricordatevi sempre che le vostre intenzioni, per quanto nobili, non sono visibili per questo motivo curate il linguaggio di ogni messaggio/comunicazione come se fosse il più importante che avete mai scritto. I primi tempi, per prendere confidenza, potete ricorrere a modelli “prefatti” in modo da evitare scivoloni linguistici o cadute di stile, ma con il tempo dovrete imparare a dare ad ogni vostro scritto la sua impronta in modo che di vi legge abbia la sensazione di aver davanti qualcuno che si è davvero interessato a lui e alla sua realtà (per esempio, se scrivete ad un autore o a un editore è bene avere chiari i generi trattati e almeno una vaga idea delle altre opere pubblicate).
La sincerità deve essere la vostra bussola: se ricevete proposte da autori/editori o “colleghi” che trattano argomenti in cui non vi sentite competenti (o non vi interessano), non c’è nulla di male a declinare l’offerta: un lavoro fatto per inerzia non è mai un buon lavoro!

La regola d’oro
Gestire un blog non è una cosa facile, ma, a meno che non siate blogger professionisti per una qualche azienda, è importante riuscire a mantenere il giusto equilibrio tra impegno e divertimento, avere chiari obiettivi, strategia e calendario di pubblicazione non vuol dire annullare il resto.
Informarsi sugli hot topics (=temi caldi) e i trend è importante, ma non è obbligatorio riproporli sui vostri canali se questi non incontrano i vostri gusti o non ne condividete il messaggio.
Per evitare il panico da pubblicazione tenete sotto mano un’agenda o un calendario e segnate giorno per giorno cosa pubblicare in modo da arrivare preparati alla data di pubblicazione; e se qualcosa va storto? Nessun problema! Un post ritardato di un giorno o due non ha mai ucciso nessuno!

*Jo

“La moglie di Dante” e le altre donne nascoste, Conversazione con Marina Marazza

Lo scorso anno, in occasione dei settecento anni dalla morte di Dante Alighieri, Marina Marazza, la “narratrice delle donne nascoste”, ha voluto raccontare la storia della donna più importante nella vita del sommo poeta: Gemma Donati. Marazza vuole restituire dignità a questa donna per lungo tempo rimasta nell’ombra: in effetti di Beatrice molto si parla, ma di Gemma pochissimo, al punto che molti ignorano la sua esistenza. 

Con La moglie di Dante, pubblicato da Solferino e di cui le abbiamo chiesto di parlarci oggi, Marazza riporta non solo Gemma Donati ma anche tutte le donne che sono state dimenticate dalla storia al posto che spetta loro di diritto. 

Ciao Marina, per prima cosa ti ringraziamo di averci concesso parte del tuo tempo per questa breve intervista. Conoscendo te e le tue opere, la prima cosa che viene da chiedersi è se La moglie di Dante sia una sorta di biografia romanzata di Gemma Donati così come è stato per Caterina da Broni in Io sono la strega e Caterina Buti del Vacca in L’ombra di Caterina.
Direi di sì. Io uso la mia formula preferita, documentandomi come se dovessi scrivere un saggio e poi proponendo la storia in forma narrata e in prima persona, in modo che sia la protagonista a raccontare le proprie esperienze, le sensazioni, le emozioni. Attraverso tutti i dettagli della quotidianità ricostruisco l’epoca, in questo caso un Medioevo meraviglioso e terribile, di castelli e di tornei, di menestrelli e di poeti, di commerci e di alleanze, di imperatori e di cavalieri, di crociate e di Inquisizione, di grandi artisti e di grandi guerre, odi e fazioni, nella quale le donne contano molto poco e pagano duramente il clima di guerra civile della Firenze prima guelfa e ghibellina e poi bianca e nera.

Leggendo il romanzo, il lettore si accorge immediatamente che il Dante che tu descrivi è diverso da quello istituzionale, una diversità che non prende solo il carattere ma anche l’aspetto fisico.
Lo descrive Boccaccio, che fu il suo primo biografo, quando Firenze, dopo la morte di Dante in esilio, lo incaricò di rivendicare la fiorentinità dell’autore di quella Commedia che il Boccaccio stesso definì Divina. Dante era di media statura, con la barba scura e i capelli ricci, la pelle olivastra, occhi grandi e modo di fare riservato. Un bel tenebroso, tenendo conto che doveva avere un fisico allenato alle armi: combatté a Campaldino in prima fila, a cavallo e con la lancia, e di certo in un ruolo del genere non ci si improvvisa. Di questo Dante si innamora Gemma, niente a che vedere con l’immaginetta antipatica presa di profilo che siamo abituati a vedere. Un giovanotto di belle speranze, che vive della rendita dei suoi pochi possedimenti e vuole dedicarsi alla poesia e agli studi. La Divina Commedia è ancora lontana, e sarà il frutto dell’esilio.

Un breve accenno di storia per i nostri lettori: la condanna subita da Dante può essere definita una condanna politica?
Assolutamente sì. Il partito di Dante ha perduto, sono saliti al potere gli avversari, e all’epoca non c’era posto per un civile opposizione, quelli della parte avversa venivano uccisi o messi in fuga, in questo caso usando anche una sorta di “legalizzazione” della persecuzione ai loro danni, cioè accusandoli di ogni nefandezza, reati infamanti di corruzione, di tradimento. Era una prassi consolidata e Dante ne resta vittima anche perché ha davvero cercato, durante il periodo del suo mandato come priore, di fare le cose giuste, senza pensare al suo profitto personale e a mantenere dei buoni rapporti con tutti, ma solo a quello che lui riteneva fosse il bene di Firenze. Si è fatto molti nemici e ha provocato indirettamente perfino la morte del suo più caro amico, Guido Cavalcanti, cosa che gli peserà sul cuore per sempre.

Parliamo ora della donna del tuo racconto. Chi era Gemma Donati?
Gemma è della famiglia dei Donati, più illustre di quella degli Alighieri, imparentata con Corso Donati, l’eroe della battaglia di Campaldino, cavaliere di nobile schiatta, biondo, bello e prepotente. E’ stata istruita dalle monache, sa leggere e scrivere, è una donna tutt’altro che sprovveduta. E la sua tempra le servirà, quando si ritroverà vedova bianca a trent’anni, perché Dante viene esiliato…

A proposito di esilio, viene da chiedersi come mai Gemma non abbia seguito il marito 
Gemma viene messa al confino per un paio d’anni con i figlioli quando Dante viene colto dalla sentenza di bando mentre si trova a Roma dal papa (e non rientra a Firenze, perché sarebbe bruciato vivo). All’epoca tutti i con-sorti (nel senso di familiari) erano coinvolti, in caso di condanna di un membro della famiglia: i figli maschi di Gemma dovranno seguire il padre in esilio al compimento dei 14 anni. Dante si ritrova senza un soldo e senza un posto dove stare e non può tirarsi dietro moglie e quattro figli. Gemma riesce a sopravvivere grazie anche al fatto che lei è una Donati, prima che un’Alighieri, e grazie a una formidabile rete di solidarietà femminile, capace di superare gli schieramenti politici.

Dunque, Gemma Donati viene bandita da Firenze ma ritorna, assieme ai figli, poco dopo.
Sì, grazie ai buoni uffici dei Donati, ma non ha più niente, perché tutte le proprietà di Dante sono confiscate, e dagli atti notarili risulta quanto si diede da fare per sostentare la famiglia, andando in comune a reclamare gli interessi sulla sua dote, che le erano dovuti. E a uno a uno i figli devono seguire il padre in esilio perché, se rimanessero, sarebbero messi a morte. E lei continua a sperare che in qualche modo Dante torni, prima con la discesa dell’imperatore che grazia i fuoriusciti, ma l’imperatore muore. Poi con l’amnistia del nuovo governo fiorentino, che Dante rifiuta perché lo costringerebbe a un atto di umiliazione pubblica in Santa Croce. Passano vent’anni, e intanto Dante scrive la Divina Commedia.

A proposito della Commedia. E’ proprio quest’opera ad aver reso famosa Beatrice e ad aver invece affossato la fama di Gemma Donati. Come mai Dante non parla mai di sua moglie?
Dante non parla della sua famiglia nei suoi scritti. L’autobiografismo di Dante è trasfigurato. Anche quando parla in prima persona, non sta descrivendo se stesso, ma quella figura poetica che quel se stesso rappresenta. Dante non cita mai sua madre Bella, che morì quando lui era bambino, né suo padre Alighiero, né la sua matrigna Lapa, perché suo padre si risposò, né la sua cara sorella Tana, né il suo fratellastro Francesco, tutte persone importantissime nella sua vita, sia da un punto di vista affettivo sia da un punto di vista pratico. In compenso ha reso celebre Beatrice, che forse è riconducibile a Beatrice Portinari coniugata de’ Bardi, alla quale lui nemmeno rivolse mai la parola, destinata a passare come una meteora, morta a 24 anni di parto, completamente trasfigurata in un personaggio che ha la funzione di portare il protagonista della Commedia alla salvezza, come dice anche il suo nome: colei che conduce alla beatitudine. Niente a che vedere con la vita reale. Nessuno quindi di cui poter essere gelosi. Beatrice è un simbolo, Gemma una donna in carne e ossa che con Dante ci ha mangiato e dormito, come si suol dire. Questo non vuol dire che Gemma non abbia dovuto essere gelosa di altre donne, dal momento che il Sommo era anche, in gioventù, un discreto tombeur de femmes.

Dalle tue parole, così come dai tuoi libri, si evince perfettamente che anche quando parli di Campaldino e di come Dante combatté e fu ferito, non è la Storia delle battaglie sul campo quella che ti interessa.
Mi appoggio a un nome celebre… diceva Manzoni nella sua lettera a Monsieur Chauvet   sul vero poetico: “Perché alla fin fine, che cosa ci dà la storia? Ci dà avvenimenti che, per così dire, sono conosciuti soltanto nel loro esterno, ci dà ciò che gli uomini hanno fatto. Ma quel che essi hanno pensato, i sentimenti che hanno accompagnato le loro decisioni e i loro progetti, i loro successi e i loro scacchi, i discorsi coi quali hanno fatto prevalere o hanno tentato di far prevalere le loro passioni e le loro volontà su altre passioni o altre volontà, coi quali hanno espresso la loro collera, hanno dato sfogo alla loro tristezza, coi quali in una parola hanno rivelato la loro personalità, tutto questo o quasi la storia lo passa sotto silenzio, e tutto questo invece è dominio della poesia… Spiegare quel che gli uomini hanno sentito, voluto e sofferto attraverso quel che hanno fatto, in questo consiste la poesia drammatica”. Cioè, per me questo è lo scopo del romanzo storico: guardare dentro il cuore di chi ha vissuto prima di noi. 

Ora vorremmo ampliare il discorso. Esiste un fil rouge tra le protagoniste dei tuoi romanzi? C’è qualcosa che lega Gemma Donati a Caterina da Broni, la strega di Milano, a Caterina, madre di Leonardo Da Vinci, e alla figlia della monaca di Monza?
La resilienza. Cambiando le epoche, perché ciascuna di loro appartiene a un periodo storico diverso e si va dal Rinascimento leonardesco alla controriforma di Caterina da Broni e di Alma e indietro fino Medioevo trecentesco di Gemma, hanno dovuto tutte far fronte a una vita che definire avventurosa è un eufemismo. Ovviamente non erano periodi difficili solo per le donne, e ci sono moltissime figure maschili nei miei romanzi, che finiscono sempre col diventare un po’ corali, nella ricostruzione di un luogo e di un tempo dove tutti, dagli umili ai potenti, devono combattere una battaglia quotidiana, che è la più importante.

Ringraziamo Marina per il tempo che ci ha dedicato e speriamo che le sue parole vi aiutino a riflettere in questo giorno non di festa quanto di commemorazione.
Marina racconta “le donne nascoste” dalla storia anche per permettere alle donne di oggi di uscire allo scoperto.

*Volpe & Jo

Arcadia wants you!

Ne abbiamo fatta di strada in questi anni, ma siamo consapevoli che il meglio debba ancora venire ma, per migliorare, abbiamo bisogno di te!
Abbiamo creato un breve sondaggio a cui ti invitiamo caldamente a partecipare: rispondendo alle domande che ti verranno poste ci aiuterai a capire quali sono i nostri punti di forza e dove, invece, dobbiamo correggere il tiro e ci darai preziose informazioni sui lettori che visitano il nostro scaffale virtuale.
Non è richiesta alcuna forma di registrazione e non verranno richiesti dati sensibili, se non vuoi rispondere ad una o più domande scegli “altro” e vai avanti.

Bastano pochi minuti per rispondere, che cosa aspetti? Arcadia wants you!
Clicca sull’immagine

*Lo staff

Dark Academia: corrente estetica o sindrome dell’epoca d’oro?

Nata su TikTok e Tumblr durante la pandemia da Covid-19, la web subculture della Dark Academia ha velocemente invaso internet grazie a casse di risonanza come Pinterest e Instagram, raggruppando intorno a sé un folto numero di ammiratori, esteti e amanti della moda anni ’20, ’30 e ’40.
Nonostante la Dark Academia abbia principalmente influenzato il settore della moda, questa tendenza non può essere ridotta ad una mera corrente estetica né la si può circoscrivere ad un fenomeno social caratterizzato da pantoni scuri, oggetti vintage e suggestioni nostalgiche.

Fulcro della Dark Academia sono la consapevolezza dell’importanza dell’istruzione e l’esaltazione della cultura classica e delle materie umanistiche; declinati in una passione ardente e totalizzante per lo studio di materie prevalentemente letterarie e, più raramente, scientifiche.
A livello superficiale questa attitudine si traduce con un interesse per la lettura, specialmente dei classici, e le discipline filosofico letterarie. Ad un livello più profondo e conscio, invece, l’approccio Dark Academia mira a rendere l’esperienza dello studio qualcosa di assoluto in cui mente e materia si fondono portando l’individuo ad estraniarsi dal mondo e dalla realtà circostante. Lungi dall’essere fine a se stesso, questo metodo è propedeutico al processo di crescita interiore e perfezionamento che costituisce l’essenza più profonda della Dark Academia.
Per quanto affascinante, questo modus operandi non è stato risparmiato dai giudizi negativi che si sono prevalentemente concentrati proprio sull’eccessiva esaltazione dell’apprendimento e della teoria a scapito, per esempio, dell’attività fisica o della naturale alternanza tra sonno e veglia.
Nel criticare la Dark Academia, il suo stile e la filosofia che vi sta dietro, è bene tenere a mente il contesto storico e sociale in cui questa corrente ha iniziato ad affermarsi: un periodo in cui migliaia di giovani sono stati contemporaneamente costretti, a causa della pandemia e delle misure di contenimento attuate nei vari paesi, a vivere l’università e la scuola lontani da ambienti stimolanti come atenei e aule scolastiche subendo, di contro, un’autentica invasione tecnologica che ha disumanizzato e sterilizzato il processo di apprendimento compromettendo i rapporti e le interazioni sociali.
L’onnipresenza di dispositivi elettronici e il loro uso sfrenato hanno portato gli affiliati della Dark Academia a formulare una critica all’utilizzo delle nuove tecnologie ree, secondo questa corrente di pensiero, di aver esaltato il futuro, la tecnica e il digitale a svantaggio di uno stile di vita maggiormente incentrato sulla cultura, l’introspezione e la ricerca del bello e del buono.
Dal punto di vista estetico e grafico la corrente della Dark Academia si compone di elementi e suggestioni romantiche e tendenzialmente nostalgiche: una vecchia edizione di un romanzo, una candela ed una un orologio ed una bella penna stilografica sono, in genere, sufficienti a ricreare queste atmosfere melanconiche e la reperibilità di questi oggetti ha sicuramente favorito la diffusione e il successo di questo tipo di aesthetics.
Essendo una corrente nata in ambito accademico/scolastico, le ambientazioni che maggiormente si prestano come cornici sono edifici antichi, atenei e istituti, giardini e qualsiasi altro luogo di gusto classico e neoclassico, vittoriano, rinascimentale e leggermente gotico.
Per rispettare i canoni della Dark Academia, il leit motiv deve essere presente tanto all’esterno, quanto all’interno ricreato con mobili antichi, suppellettili vintage e un inventario di oggetti e decorazioni che richiamino lo stile a cui si fa riferimento.
Vecchi orologi da taschino o gioielli, vecchie edizioni di romanzi o cataloghi delle collezioni dei musei più prestigiosi sono solo alcuni degli elementi che maggiormente ricorrono nei feed etichettati come #DarkAcademia su Instagram e Pinterest.
Per quanto riguarda il guardaroba, invece, la moda Dark Academia riprende tanto nelle tinte, quanto nelle fogge e nelle fantasie le divise scolastiche delle accademie e dei college inglesi ed americani. Uno stile classico che ha facilmente conquistato gli amanti delle gonne e dei pantaloni di tweed o principe di Galles, dei pullover e dei capispalla oversize, delle camicie bianche e delle scarpe stringate.
Per quanto riguarda la scelta cromatica, la Dark Academia si avvale principalmente di tinte autunnali spaziando sulle numerose sfumature del marrone e dell’arancione, del verde, molto raramente del blu, e del nero; usate per creare contrasto con colori decisamente più chiari come le diverse tonalità del bianco e del grigio.

Come già ampliamente spiegato, la Dark Academia si distingue dalle altre sub culture nate sui social per via della sua esaltazione del passato e il suo strizzare l’occhio ad un mondo scevro di quell’inquinamento tecnologico che, soprattutto in seguito alla pandemia, è diventato ancora più onnipresente e invasivo tanto in ambito scolastico/accademico quanto lavorativo.
Nonostante la patina di fascino che ammanta questo movimento, è pressoché impossibile non notare alcuni difetti.
Sorvolando sulle accuse di white washing e di eurocentrismo (che sono piuttosto fini a loro stesse), uno degli aspetti che forse rende meno apprezzabile questo stile è la sua vocazione elitaria: lo stile Dark Academia fa infatti riferimento ad ambientazioni aristocratiche ed esclusive ed è mirato a sensibilizzare i propri affiliati sul “privilegio” nel ricevere una buona istruzione. Questo atteggiamento esclusivo si ripercuote anche sulle attività classificate come Dark Academia che comprendono sport considerati “di nicchia” come il canottaggio, gli sport equestri e il golf; ed attività prevalentemente culturali come, ad esempio, il lettering o gli scacchi.
Altra critica, oltre a quella già presentata sull’eccesso di studio a scapito di altre attività, è stata rivolta al rigetto che i membri di questa corrente di pensiero sembrano avere nei confronti della tecnologia e dei social, salvo poi utilizzarli per condividere i propri scatti ed outfit.
La repulsione del presente,unita all’idea romantica che le cose fossero più belle, se non addirittura migliori, in un tempo ormai passato, alimenta la cosiddetta sindrome dell’epoca d’oro: un atteggiamento connaturale della psicologia umana che tende a mitizzare i fasti di un’epoca passata e a fantasticare su di essa senza tenere conto degli aspetti negativi se non addirittura pericolosi.
D’altro canto, la corrente Dark Academia cerca di sensibilizzare sull’importanza tanto dello studio e della conoscenza, quanto sull’introspezione e sulla crescita personale: pratiche che, in un mondo scandito da ritmi sempre più frenetici, sono difficili da coltivare con costanza.
Altro aspetto molto interessante, e tutt’altro che scontato, è la versatilità di questo stile che può essere adottato indistintamente dagli uomini e dalle donne a prescindere dall’etnia di appartenenza.

In ambito letterario, quanto in quello cinematografico e delle serie tv è importante fare una distinzione tra le opere che rievocano l’estetica Dark Academia e quelle che sono effettivamente rappresentative, per via delle tematiche affrontate, della trama e dei personaggi, di questa corrente.
I romanzi di Donna Tartt, tra cui si annoverano The Secret History (= Dio di Illusioni), The Goldfinch (= Il Cardellino), sono considerati da tutti i capostipiti del genere Dark Academia; mentre romanzi come Ninth House (=La nona casa) di Leigh Bardugo, Raven Boys di Maggie Stiefvater ed Harry Potter di J.K.Rowling rievocano solamente le atmosfere e le ambientazioni Dark Academia.
Per quanto riguarda i film, quelli maggiormente rappresentativi del genere sono Dead Poets Society (= L’attimo Fuggente), The Emperor’s Club (= Il Club degli imperatori), Monalisa Smile, Kill Your Darlings (= Giovani ribelli) e, per il leit motiv, Midnight in Paris.
Serie tv con ambientazioni Dark Academia possono considerarsi The Queen’s Gambit (= La regina degli scacchi), Riverdale, Legacy, Fate The Winx Saga.

Un’ulteriore precisazione va fatta sui generi letterari e cinematografici che rientrano nella Dark Academia.
Nonostante molte delle opere sopra elencate abbiano elementi gotici/fantastici o siano ambientate in luoghi immaginari, la Dark Academia non è da intendere né come una sfumatura del genere fantasy né di quello gotico, così come è sbagliato declinare questa corrente come una sottocategoria del genere period, nonostante molte aesthetic facciano riferimento alla società vittoriana e inglese tra ottocento e novecento

*Devyani

Il contratto reale

.: SINOSSI :.

Lui non è il solito Principe Azzurro e lei non è la solita ragazza ricca, di buona famiglia
che mira a fama e potere.
Henry è lo scapestrato della corona danese, un ribelle che non è mai stato interessato alle questioni
di stato.
Lady Selene è la pecora nera della famiglia. Ha un carattere impulsivo e non pensa prima di parlare,
causando spesso imbarazzo ai suoi genitori.
Cosa può succedere quando una persona che tenta di fuggire dal proprio destino e una che cerca di
saldare i conti con il proprio passato, sono costretti a legarsi per tutta la vita?
Un viaggio alla ricerca di se stessi, del coraggio e della fiducia, da affrontare con qualcuno che mai
avrebbero voluto al loro fianco.
Tra litigi, pregiudizi e attrazione, dovranno decidere se afferrare o no la mano che il destino ha
deciso di porgere.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Innanzitutto, ringraziamo l’autrice per essersi fidata di noi e averci regalato una copia del suo primo libro Il contratto reale. Alcune dovute premesse prima di addentrarci nella recensione vera e propria: purtroppo né io né Jo siamo mai state delle grandi fan del genere Romance o Romantic comedy quindi, anche se non ci tiriamo mai indietro, non siamo il pubblico migliore.
Bando alle ciance, iniziamo.
E’ innegabile: il romanzo è scritto piuttosto bene. Nonostante sia “categorizzato” come Romance, Ilaria Merafina riesce ad alternare scene romantiche a siparietti comici rendendo la lettura frizzante ed interessante: soprattutto nella prima metà del romanzo, quando i protagonisti sono ancora tutti da scoprire e l’autrice poteva sbizzarrirsi con descrizioni e simpatiche esagerazioni, avevo davvero molta voglia di continuare a leggere.
Lo stile di scrittura è adatto al genere. Le descrizioni, non rare, si sciolgono in fantasiose e romantiche iperboli stuzzicando la fantasia del lettore a volte anche con immagini innovative. Coloriti sono soprattutto gli epiteti che i due protagonisti si riservano a vicenda. Alcuni degli insulti, che poi sono sempre molto tranquilli perché il libro non è affatto volgare, fanno veramente ridere: posso solo immaginare quanto debba essere spassoso avere l’autrice come amica e parlarle del mascalzone (la parole sarebbe un’altra ma non si può dire sull’internet) che ci ha spezzato il cuore.
In generale, Ilaria è messa piuttosto bene sul fronte “scrittura”. Ci sono alcune ingenuità, sia di trama che di scrittura, che possono essere sistemate, ma non è niente di tragico.
Parere strettamente personale: non amo eccessivamente il salto dal punto di vista della protagonista a quello del protagonista, ma mi rendo conto che sia un escamotage tipico del genere romance e quindi devo accettarlo.
I personaggi sono interessanti e hanno buon margine di evoluzione. In questo primo romanzo conosciamo in particolare Selene e Henry, rispettivamente una lady e il principe ereditario. Costretti al matrimonio, che non desiderano, ai due viene dato del tempo per conoscersi ma le conseguenze sono a dir poco disastrose. Henry in particolare è combattuto tra l’amore che prova per la sua ex fidanzata, Isabel, e la curiosità che prova nei confronti di Selene. Ho apprezzato questa particolarità che crea un bel contrasto, soprattutto inizialmente: il problema arriva quando questo contrasto potrebbe essere superato, a quel punto Henry scivola nella testardaggine capricciosa risultando un po’ antipatico. Selene invece è più apprezzabile: nasconde un mistero e il lettore vuole davvero scoprire quale sia, la curiosità è innegabile.
Per quanto riguarda la trama, le intuizioni dell’autrice sono buone: ci sono stati alcuni momenti in cui la narrazione è stata molto originale ed incalzante; purtroppo lo sprint iniziale si infrange quando i due protagonisti si trovano soli e confinati tra le mura del castello. In questa seconda parte, la trama si fa statica e la sparizione delle comparse (la mia preferita era Soby!) fa zoppicare un po’ la lettura. Avevo apprezzato molto l’idea di far aprire i due protagonisti quando Selene indossava una maschera (letteralmente, ma non spoilero il perché), così come forse avrei apprezzato di più uno sviluppo “giallistico” in cui i due si sarebbero dati da fare a scoprire il mistero che si nascondeva dietro l’allontanamento di Isabel. Sarà materiale per i prossimi capitoli della trilogia? Sarebbe interessante.
Per concludere, il mio voto è un 7.5/10. La saga, pur non essendo perfetta, ha un buon margine di miglioramento: bisogna tenere presente che questa è la prima esperienza di scrittura di Ilaria. La lettura intriga e incuriosisce e credo che nel suo genere sia un testo decisamente interessante. Consiglio la lettura? Sì, se vi piace il romance e avete voglia di provare qualcosa che, pur essendo ambientato ai giorni nostri, ha lo spirito e il sapore di una romantica avventura d’altri tempi.

*Volpe

Bridgerton

.: TRAMA :.

La serie, ambientata in una utopica Età della reggenza inglese, narra le vicende della famiglia Bridgerton: la madre Violet, Lady Bridgerton; i suoi quattro figli Anthony, Benedict, Colin e Gregory e le sue quattro figlie Daphne, Eloise, Francesca e Hyacinthe. Altra famiglia protagonista sono i Featherington, composti da: la madre Portia, Lady Featherington; suo marito, il barone; le tre figlie Philippa, Prudence e Penelope. Siamo nell’alta società londinese nella stagione in cui le giovani donne cercano marito e le madri sono in fermento, intente a trovare una buona sistemazione per le proprie figlie. Protagonista della prima stagione è Daphne Bridgerton che, al debutto nell’alta società, incontrerà il duca di Hastings, Simon, scapolo ambìto e amico di suo fratello Anthony. Per eludere politiche matrimoniali svantaggiose per entrambi, fingeranno di instaurare un legame.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Bridgerton la serie del momento, tanto amata quanto criticata.
Tra le più viste da sempre, secondo Netflix, Bridgerton ha saputo incantare il pubblico con i suoi colori e la sua freschezza; ma la sua presunta mancanza di realismo ha irritato molti spettatori.

Bridgerton è una serie statunitense, la prima stagione è basata sul romanzo Il Duca e io, di Julia Quinn ormai praticamente introvabile: dopo aver divorato la serie tv, uno stormo di fan è corso ad acquistare ogni singola copia esistente. Un bel colpo per Julia Quinn: dopo vent’anni di attesa si vede riconosciuto un discreto successo.
Il romanzo, e quindi il telefilm, è un harmony: ruotando attorno alla ricerca, da parte delle giovani protagoniste, di un marito, la trama non è altro che il racconto di una travagliata storia d’amore. Il pregio di questo racconto è la presenza di Lady Whistledown, una misteriosa dama pronta a rivelare al mondo, con ironia e uno spiccato senso dell’umorismo, gli scheletri nell’armadio delle nobili famiglie londinesi.

Se vi aspettate una serie televisiva sullo stile dei romanzi di Jane Austen, rimarrete inevitabilmente delusi: i romanzi sono stati scritti nel 2000 e, figli del nuovo millennio, raccontano in modo a dir poco spregiudicato la vita matrimoniale. Come è naturale, certe cose capitano oggi come capitavano allora, ma le acrobatiche avventure tra le lenzuola descritte in Bridgerton fanno sorridere lo spettatore per la loro assurdità. Del resto, come ho già sottolineato, si tratta di un Romance Storico: scene eccessivamente avventurose ed esplicite sono quasi un obbligo in questo tipo di letteratura.
Pur non arrogandomi il diritto di definire quanto accurata o meno sia la serie televisiva rispetto al periodo storico in cui è ambientata, sono sicura gli autori si siano presi non poche libertà nella rappresentazione dell’età della Reggenza: tra i “dettagli” più anacronistici spiccano l’elevatissimo numero di nobili di colore (impossibile, non solo improbabile, in un periodo in cui erano ancora presenti sia il colonialismo sia la segregazione razziale); i tacchi a spillo (ma la chiameremo “scelta editoriale”); la colonna sonora che, talvolta, si prende moderne libertà e trasforma un ballo in una festa dal sapore quasi liceale; la boxe, praticata dal bel Duca di Hastings, che fa somigliare il protagonista maschile più a Christian Grey che a Mr. Darcy.

Tutto questo, dunque, è un problema?
Sì, e no.
Sì, perché in nome del politically correct un periodo storico è stato preso e ribaltato fino ad essere svuotato della sua oggettiva realtà.
No, perché comunque non è una serie televisiva da prendere sul serio. Guardata con la giusta superficialità, è una serie che permette di passare qualche ora tranquilla a godersi una storia piacevole e spensierata. Lanciarsi in spietate critiche riguardo alla presunta mancanza di accuratezza storica è abbastanza inutile: penso che rendere la serie tv il più simile possibile all’epoca storica in cui è ambientata fosse proprio l’ultimo dei pensieri dei suoi creatori. Bridgerton è una serie che non viene guardata né per la trama e tantomeno per l’ambientazione storica: viene guardata perché è una storia d’amore con la giusta tensione che, tutto sommato, funziona.
Parlo per cognizione di causa. Ascoltando i pareri di chi ha davvero amato Bridgerton, ci si rende conto che la maggior parte di essi ruotano tutti attorno ad un unico argomento: il duca di Hastings. Il resto della trama sembra scomparire di fronte alla sua presenza che ha letteralmente conquistato le (ed i) fans. Regé-Jean Page, il giovane attore che interpreta il duca, è ancora molto acerbo e non è dotato né di particolare bravura né di chissà quale espressività. E’ anche vero che è stato rinchiuso nello stereotipo del belloccio dannato e misterioso, ruolo che non dà molte possibilità di mostrare il proprio talento. Però è riuscito comunque, con il suo fisico e la sua aria misteriosa, a conquistarsi le simpatie del pubblico diventando quasi un sex symbol; pare che la scena in cui lecca un cucchiaino, di cui mi ero totalmente dimenticata ma che una conoscente mi ha ricordato con molto ardore (e prove fotografiche), sia stata molto provocante per alcuni spettatori.
Phoebe Dynevor, la giovane Daphne, promette piuttosto bene: riesce a coinvolgere lo spettatore con le sue emozioni, per esempio le urla di quando scoppia a piangere in teatro ancora mi echeggiano in testa.
I personaggi che ho amato, e che ho trovato ben interpretai dagli attori, sono stati: Penelope Featherington ed Eloise e Colin Bridgerton. I loro personaggi, nonché le loro sottotrame, sono quelle che ho trovato più interessanti e meglio studiate.

Il mio voto complessivo è un 7.5/10. Mentirei se non ammettessi di averla guardata con gusto, ma non penso che sia una di quelle serie tv che resteranno nella mia memoria per l’eternità. Divertente, leggera e piena di simpatica ironia, è uno show da guardare proprio come passatempo e soprattutto da non prendere sul serio! Non è una serie televisiva storica: è quasi reinterpretazione in chiave fantasy. E’ ambientata in un’epoca che somiglia alla reggenza ma non è la reggenza: qui, esiste una completa parità tra bianchi e neri; qui, una ragazza può permettersi di negare un “sì” a pretendenti non rifiutabili; qui, gli scandali svaniscono con la stessa facilità con cui sono venuti a crearsi; gli abiti sono reinterpretati in chiave moderna
Ciò che mi è piaciuto davvero molto dello show sono le ambientazioni: sarei rimasta ore ad osservare i dettagli dei palazzi, delle sale e dei negozi in cui si svolge la vicenda. Un’altra chicca è la totale mancanza di gusto, sia nei modi di fare sia nel vestire e nell’atteggiarsi, della famiglia Featherington: impossibile non sciogliersi in una risata!

*Volpe

𝔑𝔞𝔱𝔞𝔩𝔢 2020 – AUGURI!!

A te,
che con amicizia e simpatia ci hai accompagnato, seguito, ispirato, incoraggiato e supportato.

A te,
che ami parlare di libri e coltivi mille e più passioni con coraggio ed impegno.

A te,
che in questi mesi ci hai fatto sentire la tua vicinanza e il tuo sostegno;

i nostri più cari e sinceri auguri di buon natale e di un felice anno nuovo.

*Lo Staff di Arcadia lo scaffale sulla Laguna

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La parola d’ordine? E’ uno dei colori simbolo del natale (clicca qui per saperne di più)! 5 lettere tutto minuscolo.

Stelle di cannella (Zimtsterne) – Ricetta

Le stelle di cannella, o Zimtsterne, sono dolcetti tipici della Germania e dell’Austria e anche di alcune regioni settentrionali del nostro paese e, insieme ai Lebkuchen, vengono tradizionalmente preparati in occasione delle festività natalizie.
Stelle di cannella è, inoltre, il titolo di uno dei romanzi più famosi di Helga Schneider e nel romanzo il protagonista, David, ne è ghiotto.

Ma come si preparano questi dolcetti? Spulciando su internet si trovano numerose ricette, questa è quella che ci ha convinto maggiormente.

Ingredienti per 20 biscotti ca

  • 250 gr di mandorle
  • 4 cucchiai di farina 00
  • 250 gr di zucchero
  • 3 cucchiaini di cannella in polvere
  • 1 bustina di vanillina
  • 3 albumi
  • la buccia grattugiata di una arancia
  • 4 cucchiaini di succo d’arancia
  • 125 gr di zucchero a velo

Procedimento

Tritare le mandorle finemente e unirle alla farina, allo zucchero, alla cannella in polvere e alla vanillina. Aggiungere gli albumi e la scorza d’arancia facendo amalgamare bene gli ingredienti.
Ottenuto un impasto omogeneo, creare un panetto e lasciare a riposare in frigorifero per almeno un’ora avvolto nella pellicola trasparente.
Terminato il tempo di riposo, stendere l’impasto con un mattarello facendo una sfoglia alta circa mezzo centimetro e ritagliare le stelline usando delle formine (siccome io odio buttare via le cose, potete utilizzare anche altre formine e stendere l’impasto più volte così da non sprecare lo scarto delle stelline).
Preparare una teglia con un foglio di carta da forno e infornare le stelline a 180° per 10 min ca (forno ventilato) o a 190° per lo stesso tempo (forno statico); dovranno essere dorate all’esterno e morbide dentro (aiutatevi con la prova dello stecchino).

La glassa tende a solidificare abbastanza velocemente, per cui vi consiglio di prepararla solo a stelline sfornate.
Per prepararla versare in una ciotola il succo d’arancia e aggiungere lo zucchero a velo un poco alla volta fino ad ottenere un composto liscio ed omogeneo (in alternativa si può utilizzare la ghiaccia reale classica).
Con un cucchiaino, prendere un po’ di glassa alla volta, metterla al centro della stella e distribuirla aiutandosi con uno stuzzicadenti (se non siete dei pasticcioni come la sottoscritta, potete anche prendere i biscotti e immergerli nella glassa per un lato, lasciandoli poi ad asciugare sulla carta da forno).

Le Zimtsterne sono pronte! Potete conservarle a temperatura ambiente per 30 giorni meglio se in un contenitore.

Guten Appetit und Fröhliche Weihnachten!

*Devyani

Stelle, eroi, animali e vecchie conoscenze: l’etimologia dei nomi e dei cognomi della saga di Harry Potter (parte 1)

Un nome, si sa, non è mai solo un nome: nessuno, a meno che non abbia una spiccata vena ironica, chiamerebbe mai un prode cavaliere “Cippi” né userebbe un nome dolce e musicale come “Mussolina” (se non sapete cosa sia la mussolina vi lascio questo link) per un feroce drago.
Omen Nomen, dicevano gli antichi: nel nostro nome è contenuto il nostro destino e, per questo motivo, “battezzare” i personaggi del proprio romanzo non è mai un compito facile e, nonostante le fonti di ispirazione non manchino, non sempre trovare il nome perfetto è così facile.
Nella saga di J.K. Rowling troviamo un’infinità di personaggi e se per qualcuno indovinarne l’etimologia è abbastanza facile, per altri invece bisogna investigare un po’ per scoprirne non solo il significato ma anche lati del carattere non particolarmente tratteggiati nei romanzi.

HARRY POTTER“non ci sarà bambino nel nostro mondo che non conoscerà il suo nome” diceva Minerva Mc Grannit nelle prime pagine di Harry Potter e la pietra filosofale e, in effetti, per un’intera generazione il nome Harry fa subito pensare al piccolo mago occhialuto. Il nome Harry deriva dal germanico Heimirich e si compone di due parti heim “casa/patria” and ric “guida”; nel corso dei secoli il nome è andato in contro ad una serie di varianti e se in Germania e in Italia il nome sopravvive in una forma abbastanza fedele all’originale, Heinrich ed Enrico, nei paesi anglosassoni e francofoni troviamo le varianti che più si avvicinano al nome del maghetto: Henri (Francia), Henry e Harry.
E il cognome? L’etimologia di Potter non è certa e, sebbene i più concordino sulla traduzione di “ceramica” o “inerente alla ceramica”; la stessa autrice ha spiegato di aver preso in prestito il cognome da uno dei suoi amici.

RONALD WEASLEY – Forse il secondo personaggio più famoso della saga: Ron, insieme alla sua numerosa famiglia, è la spalla di Harry Potter e lo accompagna ovunque gettando più di una volta il cuore oltre l’ostacolo per aiutare i propri amici.
Anche l’origine del nome Ronald (abbreviato Ron) è germanica, Ragnvaldr, e si compone di due parti regin “consiglio” and valdr “potente/valido”. Diffuso sopratutto nei paesi anglossassoni nelle varianti Ronald e Reynold, in Italia è presente come Rinaldo.
Il cognome Weasley, invece, è un chiaro riferimento alla donnola animale a cui, secondo la tradizione, è attribuita la capacità di guardare oltre alle apparenze smascherando così le falsità.

HERMIONE GRANGER – La streghetta più brillante della saga può vantare un nome tutt’altro che banale e ricco di storia. Nonostante Hermione de Un racconto d’Inverno di William Shakespeare, abbia privato la strega dell’esclusiva nel pantheon della letteratura inglese; le origini del nome sono ancora più antiche e risalgono alla mitologia classica.
Hermione, infatti, non è solo la figlia di Elena e Menelao, ma è anche la versione femminile di Hermes: il celebre messaggero degli dei e protettore di viaggiatori, scrittori, ladri (ricordiamo tutti la piccola incursione tra le scorte di Piton), oratori, atleti e mercanti.
Tuttavia, è analizzando il cognome del personaggio che emergono i dettagli più interessanti. Il cognome Granger è stato preso in prestito dal romanzo Fahrenheit 451 di Bradbury: l’autore statunitense affidò al suo Granger, un intellettuale ribelle, la guida di uno dei gruppi di dissidenti impegnati a salvare i libri.

ALBUS DUMBLEDORE – Amato ed odiato, Albus Silente (Dubledore nella versione originale) ha lasciato un segno nei nostri cuori e, almeno una volta, tutti noi lo avremmo voluto come preside… almeno prima di leggere il settimo romanzo.
La traduzione italiana è quanto mai lontana da quella inglese. Pur non essendoci una reale corrispondenza tra il cognome Dumbledore e una qualsiasi parola inglese, è possibile notare una certa assonanza con il termine Bumblebee: calabrone. Più di una volta, infatti, Albus Silente viene descritto mentre passeggia nervosamente su e giù borbottando tra sé e sé producendo un rumore simile a quello di un calabrone (o di un bombo) in volo: un personaggio tutt’altro che silente come invece lascia pensare la traduzione nostrana.

GILDEROY LOCKHART – Come dimenticare il pomposo e vanitoso professore di difesa contro le arti oscure? Gilderoy Lockhart (Allock) compare nel secondo capitolo della saga e, suo malgrado, si ritrova catapultato al centro dell’azione e sulla soglia della Camera dei Segreti.
Se in italiano la traduzione si è maggiormente concentrata sul cognome (da Lockhart ad Allock) giocando su una divertente assonanza tra il nome e la sua somiglianza con il termine allocco (considerato il meno brillante dei rapaci); la versione inglese pone l’accento sulla sua natura truffaldina ed opportunista.
Lockhart è composto da due parole lock “chiuso” e hart>heart “cuore”: un cuore chiuso tipico di una persona egocentica affatto interessata ad aiutare il prossimo.
Ancor meno lusinghiero, però, è il nome che deriva dal verbo inglese to gild “dorare”(un’azione ben diversa da to plate “placcare”) che allude a qualcosa di bello solo esteriormente.

ARGUS FILCH – Argus Filch, Gazza nella versione italiana, ha decisamente rivoluzionato l’idea del bidello trasformandolo da, amico di tutti gli scolari, a custode implacabile dei corridoi.
Il nome Argus è la versione latinizzata di Argo: un nome molto diffuso nella mitologia greca. Argo è, infatti, il nome della nave utilizzata da Giasone e dagli Argonauti per recuperare il vello doro, e anche il cane di Ulisse, l’unico membro della corte a riconoscere il padrone sotto mentite spoglie, porta questo nome.
Pur avendo tratti in comune con il fedele amico a quattro zampe del condottiero greco (la lealtà al proprio lavoro e la sua vocazione di custode del castello di Hogwarts), Argus Filch deve il suo nome ad Argo Panoptes: un gitante che, secondo il mito greco, era dotato di cento occhi il che lo rendeva, oltre che difficile da ingannare, sempre vigile e pronto ad intervenire.
Anche il cognome Filch, Gazza in italiano, non è stato scelto a caso: entrambe le traduzioni pongono l’accento sulla leggera cleptomania del personaggio che è solito requisire e rubacchiare tutti gli oggetti lasciati incostoditi o che non dovrebbero trovarsi ad Hogwarts. In inglese il verbo to filch significa appunto “rubacchiare” (per l’esattezza “rubacchiare e nascondere”) ed è usato per descrivere, tra le altre cose, l’attitudine delle gazze a ladrare oggetti brillanti per portarli nel proprio nido.

*Jo

Calendario dell’avvento 2020 – Freebie

Torna, anche quest’anno, il calendario dell’avvento dedicato ai Booklovers.
24 domande, curiosità, giochi e sorprese per vivere insieme questo tempo magico.

Non solo su Instagram!

Ogni settimana sarà possibile scaricare dal nostro sito dei contenuti a tema booklover.
Il primo è già disponibile, siete curiosi di scoprirlo?

Cliccate sull’immagine per scoprire quali sorprese vi attendono.