L’Ombra di Caterina

.: SINOSSI :.

«Oggi è festa. Nella chiesetta del borgo battezzano il mio bambino. Io non ci potrò essere, ufficialmente: devo stare nascosta.» Comincia così il racconto di una donna che la Storia ha a lungo dimenticato: Caterina, la madre di Leonardo da Vinci. Giovane popolana, sedotta dal notaio ser Pietro da Vinci, Caterina rimane incinta di un figlio che non potrà allevare: lo allatta, ma le viene tolto dalle braccia per essere cresciuto nella casa paterna. Il suo bellissimo bambino potrà godere di molti più agi, certo, ma rimarrà sempre un bastardo: non erediterà né titoli né proprietà e dovrà vivere solo del suo ingegno. Anche la vita di Caterina non sarà facile: l’accusa di stregoneria, il matrimonio con un ex soldato di ventura, cinque figli da crescere, e sempre il rimpianto per quel primogenito perduto che può vedere solo da lontano. Leonardo si trasferisce a Firenze, entra nella bottega del Verrocchio, manifesta ingegno e talento al di là di ogni previsione, ma si trova macchiato da un’accusa di sodomia. Meglio partire per una città più grande, più libera, piena di opportunità, la Milano degli Sforza. Madre e figlio sono destinati a non rivedersi mai più? O Caterina potrà riunirsi a Leonardo, coronando il sogno di stargli vicino, che ha dato luce e senso alla sua intera vita?

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Con L’Ombra di Caterina, Marina Marazza si conferma ai miei occhi come un’ottima autrice di romanzi storici, capace di far appassionare i suoi lettori ai personaggi che decide di raccontare.
Lo scorso anno avevo divorato il suo Io sono la strega e, certa di ritrovare tra le pagine de L’ombra di Caterina la stessa scintilla che mi aveva coinvolta ed emozionata, ho subito recuperato anche questo libro. Per fortuna, non sono rimasta delusa.
Il romanzo parla della madre di Leonardo Da Vinci, figura così poco conosciuta da essere dimenticata dai più, e ne analizza la vita con una prosa semplice, scorrevole e coinvolgente. L’appendice del romanzo racconta interamente di come la Marazza è venuta a conoscenza di questa storia, di cosa l’ha incuriosita e delle persone che l’hanno aiutata; l’autrice stila una lista dei documenti che ha consultato, mostrando al lettore quanto lavoro ci sia dietro un romanzo storico; racconta anche quali licenze si è presa elencando gli eventi storici realmente accaduti e quelli che invece ha inserito di suo pugno per colmare i vuoti storiografici; come è naturale, l’autrice fa notare che essendo un romanzo scritto in prima persona i pensieri non corrispondono necessariamente a quelli formulati da Caterina. Un’onestà, questa, che rende ancora più apprezzabile il romanzo.
Dunque, come è strutturato il romanzo? La struttura è ciclica: comincia dalla fine ed è proprio questo a spingere Caterina a raccontare la propria vita. Come per Io sono la strega la trama copre un arco temporale che va dall’infanzia della protagonista fino alla sua vecchiaia. Leonardo da Vinci è il fulcro della narrazione pur essendo scarsamente presente: separata dal figlio che ha messo al mondo con Piero da Vinci, Caterina ricorda il suo bambino ogni giorno, anche quando si è fatta donna e la sua famiglia si allarga. Il romanzo sottolinea la forza dei legami affettivi e la Marazza lascia intendere, sia con il titolo del libro sia con gli argomenti portati avanti nel corso della narrazione, che il genio di Leonardo derivi proprio dal ramo di sua madre, come se l’ombra della donna, il suo ingegno e la sua caparbia, lo avessero accarezzato per tutta la vita.

A mio giudizio, il voto che questo romanzo merita è un buon 9/10. L’ho preferito rispetto a Io sono la strega che comunque mi era piaciuto molto. In questo romanzo la Marazza è più delicata nelle descrizioni e non si lascia quasi mai prendere da situazioni che possono turbare il lettore.
Nonostante la trama presenti un intreccio relativamente semplice, gli argomenti trattati e i temi approfonditi sostengono molto bene la narrazione. Il punto di forza di questa autrice è l’essere in grado di trattare con semplicità argomenti molto complessi: l’autrice descrive magistralmente gli usi e i costumi del tempo; porta alla luce tante curiosità riguardo l’epoca in cui ambienta i suoi romanzi (per esempio racconta della costruzione del Duomo di Milano nel dettaglio; parla dei Disciplini, un ordine ecclesiastico dedito al conforto dei condannati a morte… etc) e le spiega con linguaggio semplice rendendo tutto molto intuitivo. La Marazza racconta bene anche la Firenze dei Medici; porta davanti al lettore Savonarola con le sue sconvolgenti novità; descrive nel dettaglio la Milano degli Sforza. Insomma, in generale si ha sempre la sensazione di essere accanto alla protagonista e di vedere ogni luogo come se fosse la prima volta in cui ci si mette piede.
Il lettore si renderà conto quasi subito, prendendo tra le mani questo libro, che il sotto-tema principale affrontato dalla Marazza è la condizione della donna nel medioevo: leggendo le pagine in cui rivive Caterina, è inevitabile non rendersi conto di quanto questo argomento stia a cuore all’autrice. Ogni pagina, per non dire ogni riga, racconta delle difficoltà, dei dolori e dell’ingegno di chi non ha mai potuto fare la storia. Le donne di cui scrive la Marazza sono donne semplici, popolane e relativamente povere, che affrontano la vita con uno stoicismo invidiabile mostrando come la forza abbia sede nell’anima e nel cervello più che nei muscoli.
Consiglio questo romanzo a chi ha voglia di approfondire la storia della madre di Leonardo da Vinci e a chi ha voglia di godersi un buon romanzo storico; se invece cercate un romanzo pieno di avventura, allora, forse, questo non fa per voi.

*Volpe

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The Lives of Saints

.: SINOSSI :.

Liberamente tradotto da Volpe per voi: Immergiti nell’epico mondo dell’autrice di bestseller internali Leigh Bardugo con questa replica finemente illustrata di The Lives of Saints, Istorii Sankt’ya, che comprende le storie dei santi tratte dagli amati romanzi ed oltre. Dalle pagine della trilogia di Shadow and Bone, dalle mani di Alina Starkov alle tue, la Istorii Sankt’ya è un magico dono dal Grishaverse. Queste storie includono miracoli e martiri riguardanti sia santi già noti nella saga, come Sankla Lizabeta delle Rose e Pant Ilya incatenato, sia le strane e oscure storie di Sankta Ursula, Sankta Maradi e The starless Saint.
Questa bellissima collezione include, per ciascuna storia, una meravigliosa illustrazione.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

L’edizione è inglese, al momento non ho trovato informazioni riguardo la pubblicazione in Italia, ma credo non dovremo aspettare molto.
Il libricino, un volume di poco più di un centinaio di pagine in cui brevi storie e incantevoli illustrazioni si alternano, è una riproduzione “fedele” della Istorii Sankt’ya di Alina.
Come molti autori prima di lei, tra i quali figurano Martin e J. K. Rowling, la Bardugo ha deciso di scrivere e pubblicare un libro che è fondamentale per la trama della sua saga regalando ai lettori la possibilità di immergersi nelle leggende inventate per il suo mondo. E’ una pratica che adoro: io, curiosissima riguardo ogni singolo dettaglio degli universi che più mi appassionano, trovo in questi volumi ciò di cui sento di aver bisogno. Scoprire una ambientazione leggendo i romanzi è bellissimo, ma è altrettanto affascinante quando l’autore gioca un po’ con noi lettori lasciandoci immaginare di essere al fianco dei nostri personaggi preferiti ed avere la possibilità di leggere i loro stessi libri.

In generale, non c’è molto da dire: ciascuna storia dura poco più di una pagina ed è accompagnata da una bellissima illustrazione, ossia la ragione per cui ho deciso di acquistarlo cartaceo e non in kindle e la giustificazione di un prezzo tanto alto per un libro così breve. Alcune storie sono più interessanti di altre, ma in generale stimolano tutte la curiosità del lettore che le legge volentieri. Essendo principalmente storie di santi e di martiri immaginari, bisogna approcciarle con il giusto spirito: non ci si deve aspettare storie complesse o arzigogolate ma brevi parabole che raccontano, a volte in modo un po’ criptico, la vita di coloro che sono arrivati a conquistarsi un posto nell’ampio pantheon dei santi del Grishaverse.
Lo stile è abbastanza semplice, del resto è stato scritto per somigliare ad un libro che parla ai bambini: leggerlo in inglese mi ha anche permesso di fare un po’ di esercizio di lingua.

Darei al volume in generale un bel 8/10. Per quanto il contenuto sia “effimero” di per sé, aiuta il lettore a capire meglio il mondo creato da Leigh Bardugo. Essendo questo lo scopo principale del libro, direi che fa il suo lavoro in maniera più che dignitosa. Personalmente, sono rimasta incantata e affascinata dalle illustrazioni che sono, sicuramente, il pezzo forte del volume: non riuscivo a smettere di guardarle, e anche ora che l’ho finito ogni tanto lo riapro per il solo piacere di osservare le illustrazioni.
Ovviamente, quella che volevo vedere maggiormente, e che paradossalmente mi ha delusa di più, era l’illustrazione di Sankt Ilya. Una delle più belle, invece, è quella di Sankta Lizabeta delle Rose.
Il modo “giusto” per leggere questo libricino è gustarselo prima di dormire, lasciandosi cullare dalle storie nate dalla fantasia della Bardugo: La Istorii Sankt’ya ha il sapore della fiaba. Bonus: l’inchiostro con cui hanno stampato le illustrazioni ha un ottimo profumo.

*Volpe

Dark Academia: corrente estetica o sindrome dell’epoca d’oro?

Nata su TikTok e Tumblr durante la pandemia da Covid-19, la web subculture della Dark Academia ha velocemente invaso internet grazie a casse di risonanza come Pinterest e Instagram, raggruppando intorno a sé un folto numero di ammiratori, esteti e amanti della moda anni ’20, ’30 e ’40.
Nonostante la Dark Academia abbia principalmente influenzato il settore della moda, questa tendenza non può essere ridotta ad una mera corrente estetica né la si può circoscrivere ad un fenomeno social caratterizzato da pantoni scuri, oggetti vintage e suggestioni nostalgiche.

Fulcro della Dark Academia sono la consapevolezza dell’importanza dell’istruzione e l’esaltazione della cultura classica e delle materie umanistiche; declinati in una passione ardente e totalizzante per lo studio di materie prevalentemente letterarie e, più raramente, scientifiche.
A livello superficiale questa attitudine si traduce con un interesse per la lettura, specialmente dei classici, e le discipline filosofico letterarie. Ad un livello più profondo e conscio, invece, l’approccio Dark Academia mira a rendere l’esperienza dello studio qualcosa di assoluto in cui mente e materia si fondono portando l’individuo ad estraniarsi dal mondo e dalla realtà circostante. Lungi dall’essere fine a se stesso, questo metodo è propedeutico al processo di crescita interiore e perfezionamento che costituisce l’essenza più profonda della Dark Academia.
Per quanto affascinante, questo modus operandi non è stato risparmiato dai giudizi negativi che si sono prevalentemente concentrati proprio sull’eccessiva esaltazione dell’apprendimento e della teoria a scapito, per esempio, dell’attività fisica o della naturale alternanza tra sonno e veglia.
Nel criticare la Dark Academia, il suo stile e la filosofia che vi sta dietro, è bene tenere a mente il contesto storico e sociale in cui questa corrente ha iniziato ad affermarsi: un periodo in cui migliaia di giovani sono stati contemporaneamente costretti, a causa della pandemia e delle misure di contenimento attuate nei vari paesi, a vivere l’università e la scuola lontani da ambienti stimolanti come atenei e aule scolastiche subendo, di contro, un’autentica invasione tecnologica che ha disumanizzato e sterilizzato il processo di apprendimento compromettendo i rapporti e le interazioni sociali.
L’onnipresenza di dispositivi elettronici e il loro uso sfrenato hanno portato gli affiliati della Dark Academia a formulare una critica all’utilizzo delle nuove tecnologie ree, secondo questa corrente di pensiero, di aver esaltato il futuro, la tecnica e il digitale a svantaggio di uno stile di vita maggiormente incentrato sulla cultura, l’introspezione e la ricerca del bello e del buono.
Dal punto di vista estetico e grafico la corrente della Dark Academia si compone di elementi e suggestioni romantiche e tendenzialmente nostalgiche: una vecchia edizione di un romanzo, una candela ed una un orologio ed una bella penna stilografica sono, in genere, sufficienti a ricreare queste atmosfere melanconiche e la reperibilità di questi oggetti ha sicuramente favorito la diffusione e il successo di questo tipo di aesthetics.
Essendo una corrente nata in ambito accademico/scolastico, le ambientazioni che maggiormente si prestano come cornici sono edifici antichi, atenei e istituti, giardini e qualsiasi altro luogo di gusto classico e neoclassico, vittoriano, rinascimentale e leggermente gotico.
Per rispettare i canoni della Dark Academia, il leit motiv deve essere presente tanto all’esterno, quanto all’interno ricreato con mobili antichi, suppellettili vintage e un inventario di oggetti e decorazioni che richiamino lo stile a cui si fa riferimento.
Vecchi orologi da taschino o gioielli, vecchie edizioni di romanzi o cataloghi delle collezioni dei musei più prestigiosi sono solo alcuni degli elementi che maggiormente ricorrono nei feed etichettati come #DarkAcademia su Instagram e Pinterest.
Per quanto riguarda il guardaroba, invece, la moda Dark Academia riprende tanto nelle tinte, quanto nelle fogge e nelle fantasie le divise scolastiche delle accademie e dei college inglesi ed americani. Uno stile classico che ha facilmente conquistato gli amanti delle gonne e dei pantaloni di tweed o principe di Galles, dei pullover e dei capispalla oversize, delle camicie bianche e delle scarpe stringate.
Per quanto riguarda la scelta cromatica, la Dark Academia si avvale principalmente di tinte autunnali spaziando sulle numerose sfumature del marrone e dell’arancione, del verde, molto raramente del blu, e del nero; usate per creare contrasto con colori decisamente più chiari come le diverse tonalità del bianco e del grigio.

Come già ampliamente spiegato, la Dark Academia si distingue dalle altre sub culture nate sui social per via della sua esaltazione del passato e il suo strizzare l’occhio ad un mondo scevro di quell’inquinamento tecnologico che, soprattutto in seguito alla pandemia, è diventato ancora più onnipresente e invasivo tanto in ambito scolastico/accademico quanto lavorativo.
Nonostante la patina di fascino che ammanta questo movimento, è pressoché impossibile non notare alcuni difetti.
Sorvolando sulle accuse di white washing e di eurocentrismo (che sono piuttosto fini a loro stesse), uno degli aspetti che forse rende meno apprezzabile questo stile è la sua vocazione elitaria: lo stile Dark Academia fa infatti riferimento ad ambientazioni aristocratiche ed esclusive ed è mirato a sensibilizzare i propri affiliati sul “privilegio” nel ricevere una buona istruzione. Questo atteggiamento esclusivo si ripercuote anche sulle attività classificate come Dark Academia che comprendono sport considerati “di nicchia” come il canottaggio, gli sport equestri e il golf; ed attività prevalentemente culturali come, ad esempio, il lettering o gli scacchi.
Altra critica, oltre a quella già presentata sull’eccesso di studio a scapito di altre attività, è stata rivolta al rigetto che i membri di questa corrente di pensiero sembrano avere nei confronti della tecnologia e dei social, salvo poi utilizzarli per condividere i propri scatti ed outfit.
La repulsione del presente,unita all’idea romantica che le cose fossero più belle, se non addirittura migliori, in un tempo ormai passato, alimenta la cosiddetta sindrome dell’epoca d’oro: un atteggiamento connaturale della psicologia umana che tende a mitizzare i fasti di un’epoca passata e a fantasticare su di essa senza tenere conto degli aspetti negativi se non addirittura pericolosi.
D’altro canto, la corrente Dark Academia cerca di sensibilizzare sull’importanza tanto dello studio e della conoscenza, quanto sull’introspezione e sulla crescita personale: pratiche che, in un mondo scandito da ritmi sempre più frenetici, sono difficili da coltivare con costanza.
Altro aspetto molto interessante, e tutt’altro che scontato, è la versatilità di questo stile che può essere adottato indistintamente dagli uomini e dalle donne a prescindere dall’etnia di appartenenza.

In ambito letterario, quanto in quello cinematografico e delle serie tv è importante fare una distinzione tra le opere che rievocano l’estetica Dark Academia e quelle che sono effettivamente rappresentative, per via delle tematiche affrontate, della trama e dei personaggi, di questa corrente.
I romanzi di Donna Tartt, tra cui si annoverano The Secret History (= Dio di Illusioni), The Goldfinch (= Il Cardellino), sono considerati da tutti i capostipiti del genere Dark Academia; mentre romanzi come Ninth House (=La nona casa) di Leigh Bardugo, Raven Boys di Maggie Stiefvater ed Harry Potter di J.K.Rowling rievocano solamente le atmosfere e le ambientazioni Dark Academia.
Per quanto riguarda i film, quelli maggiormente rappresentativi del genere sono Dead Poets Society (= L’attimo Fuggente), The Emperor’s Club (= Il Club degli imperatori), Monalisa Smile, Kill Your Darlings (= Giovani ribelli) e, per il leit motiv, Midnight in Paris.
Serie tv con ambientazioni Dark Academia possono considerarsi The Queen’s Gambit (= La regina degli scacchi), Riverdale, Legacy, Fate The Winx Saga.

Un’ulteriore precisazione va fatta sui generi letterari e cinematografici che rientrano nella Dark Academia.
Nonostante molte delle opere sopra elencate abbiano elementi gotici/fantastici o siano ambientate in luoghi immaginari, la Dark Academia non è da intendere né come una sfumatura del genere fantasy né di quello gotico, così come è sbagliato declinare questa corrente come una sottocategoria del genere period, nonostante molte aesthetic facciano riferimento alla società vittoriana e inglese tra ottocento e novecento

*Devyani

Cose che succedono la notte

.: SINOSSI :.

Questo libro è fatto di buio e di neve. Di un treno nella notte, e di una coppia senza nome che scende in una stazione deserta del Grande Nord. Di un immenso, lussuoso albergo nel cuore di una foresta. Delle sue stanze chiuse, dei suoi infiniti corridoi, dell’isola di luce del suo bar. Dei suoi ambigui ospiti – una vecchia cantante che tutto ha visto, e un losco uomo d’affari con un suo crudele disegno. E ancora, di un sinistro orfanotrofio, e di un enigmatico guaritore. Non tutti gli scrittori avrebbero saputo trasformare questa materia in un avvincente, misterioso romanzo. Ma Peter Cameron, questo nel tempo lo abbiamo imparato, è uno scrittore a parte.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Cose che succedono la notte è un romanzo difficile da giudicare perché è anche difficile da leggere e da capire.
E’ un sogno ad occhi aperti. Il lettore è catapultato nell’opaca, davvero non trovo un aggettivo migliore, vita di un uomo e di una donna che rimangono volutamente anonimi e si muovono in una ambientazione lasciata completamente all’immaginazione. Non si tratta di pigrizia ma di un efficace espediente che contribuisce al complessivo senso di estraniamento.
E’ davvero un libro “fatto di buio e di neve” come promette la quarta di copertina: tutte le scene sono caratterizzate da una tetra malinconia. In un certo senso sembra di essere spettatori di un film muto in bianco e nero dove tutto prende vita solo quando uno dei protagonisti mette piede della stanza.
Il treno che accompagna i due protagonisti fino alla remota località dove hanno prenotato un albergo sembra trasportarli dalla nostra realtà ad una completamente diversa, un po’ come l’auto che in Midnight in Paris porta il protagonista negli anni venti. Solo che, in questo caso, nessuno dei due trova dall’altra parte un sogno: ad aspettarli c’è la tetra realtà di quello che entrambi hanno ignorato per troppi anni. Allo stesso modo, quando il treno esce dalla bolla di irrealtà in cui li ha catapultati, anche la narrazione riprende colore e vigore, come se qualcuno avesse colorato la pellicola.
Come dicevo all’inizio della recensione, è difficile spiegare bene tutto quello che questo romanzo mi ha lasciato perché credo sia uno di quei rari libri che regalano a ciascun lettore un’esperienza diversa.
Come lettrice mi sono sentita profondamente a disagio: avevo la sensazione di stringere tra le dita l’anima di due persone e di spiarle nei loro momenti più intimi e vulnerabili. E’ un romanzo che mi ha fatto profondamente arrabbiare, non perché fosse brutto o perché non sia riuscito, al contrario: mi sono adirata perché era la perfetta rappresentazione di un fallimento.
Le vite dell’uomo e della donna suonano come una lunga bugia e la loro reciproca ritrosia nell’affrontare i problemi dà loro il colpo di grazia. E’ irritante come entrambi i personaggi siano profondamente egoisti e nascondano dietro questo individualismo tutte le proprie colpe.
La fine della lettura lascia sensazioni contrastanti: se da una parte ci si rende conto che quello è il solo finale davvero plausibile, dall’altra mi sono sentita insoddisfatta come se qualcosa mancasse. Però, credo che il profondo senso di mancanza che si sente a fine lettura sia esattamente quello che Cameron voleva trasmettere. Dunque, complimenti, non era semplice.
Lo stile è semplicissimo, scarno e crudo. Cameron ha scelto di togliere le virgolette ai dialoghi rendendo la narrazione ancora più straniante. I personaggi sono pochi e, pur essendo a mala pena abbozzati, hanno una loro strana profondità che attira il lettore. Le pagine volano e improvvisamente ci si trova alla fine del libro anche se lo si è appena iniziato. Non è un romanzo in cui si ha un buono e un cattivo, perché sensazioni positive e negative sono efficacemente mescolate per dare al lettore qualcosa che sia profondamente vero e infinitamente malinconico.

Il voto che mi sento di dare è 8/10, con un po’ di onestà devo ammettere di non essere certa di averlo capito appieno. Come ho già detto, si tratta di un libro con molteplici livelli di lettura che lascia ad ogni lettore qualche cosa di diverso.
Non è stata una brutta lettura, ma è stata malinconica e a tratti quasi deprimente. Il libro racconta esattamente quello che il titolo promette: parla di tutte quelle cose che succedono la notte. Lo consiglio a chi ha voglia di tuffarsi in un romanzo intimista e scuro, a chi non ha paura di soffrire ritrovando se stesso nell’abile penna di Cameron.

*Volpe

La bastarda degli Sforza

.: SINOSSI :.

1463. In una Milano splendida e in subbuglio dopo l’ascesa al potere di Galeazzo Maria Sforza, tiranno crudele e spietato ma anche amante delle arti e della musica, nasce Caterina, figlia illegittima di Galeazzo, la quale fin da bambina dimostra qualità non comuni e uno spirito ribelle: impossibile imbrigliarla nell’educazione che sarebbe appropriata per una femmina, ama la caccia, la spada, la lotta.
Una sola regola sua nonna Bianca Maria riesce a inculcarle nell’animo: la necessità, per una nobildonna, di pagare il privilegio della sua nascita accettando il proprio destino, qualunque esso sia, per il bene del casato cui appartiene, anche a costo di tradire la propria natura. Per questo, quando è costretta a nozze forzate per salvare il ducato da una pericolosa guerra scatenata dal papa Sisto IV, Caterina subisce il matrimonio e, con esso, gli orrori perpetrati dal marito, che si rivela tanto violento quanto pavido e imbelle.
Quando però, dopo la morte improvvisa di Sisto IV, loro protettore, si troverà coinvolta in una serie di feroci scontri tra gruppi di potere e opposte fazioni, il suo palazzo assalito e distrutto, la vita sua e dei figli in gravissimo pericolo, ritroverà lo spirito battagliero e il coraggio indomabile di un tempo e combatterà come e meglio di un uomo, lasciando un segno così indelebile nella vita di chi la ama e di chi la odia da guadagnarsi l’appellativo di Tygre.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

La scrittura di Carla Maria Russo non delude mai: poetica ed avvincente, senza scadere nel pomposo o perdersi dietro mille orpelli, riesce a descrivere con una prosa elegante tanto la grazia quanto la brutalità dell’essere umano regalando affreschi che commuovono, provocano o generano ribrezzo a seconda delle immagini immortalate sulla pagina.
Il romanzo è da intendere come una composizione di cori battenti: un primo narratore è esterno e a lui è affidato il compito di descrivere ora la corte di Milano, ora i palazzi romani o i giochi di potere architettati nelle residenze delle nobili famiglie fiorentine o romagnole; il secondo è un solista che, calandosi nelle vesti di Caterina Sforza, racconta gli eventi dal punto di vista della protagonista arricchendo, o almeno provandoci, la narrazione. Ogni capitolo è quindi diviso in due parti: una scelta che non solo spezza il ritmo, ma rende davvero difficile cogliere tutte le sfumature dei personaggi ad eccezion fatta per Caterina Sforza.
Quando, ormai 10 anni fa, lessi Hunger Games, apprezzai la scelta del narratore in prima persona e trovai l’espediente vincente per permettere al lettore di immedesimarsi nei panni di Katniss (il mio punto di vista cambiò leggendo gli altri due capitoli della trilogia). Come ho già detto, l’alternarsi di narratore interno ed esterno non giova al ritmo della storia: il risultato è un testo zavorrato dove un tentato approfondimento psicologico della protagonista si riduce ad un incensare, decantare, enfatizzare ed esagerare i tratti di Caterina Sforza fino a rendere il personaggio antipatico annientando così ogni possibilità di empatizzare con lei.
I personaggi “buoni” con Caterina, o che hanno la fortuna di rientrare tra le sue grazie, sono descritti come uomini e donne senza macchia e senza paura: perfetti sotto ogni punto di vista.
I personaggi, al contrario, che ostili alla “bastarda degli Sforza” sono invece puntualemente descritti come scialbi, fisicamente non appetibili (perché è risaputo che per essere intelligenti si debba essere belli come il sole) e privi di pregi o qualità.
L’ultima volta che ho accettato una divisione così netta, che non rende oltretutto pienamente giustizia a personaggi storici come Galeazzo Maria Sforza, Papa Sisto o Francesco Pazzi, è stata durante la lettura di Harry Potter al liceo e ho trovato questa caratterizzazione superficiale e fine a se stessa.
I tratti caratteriali di Caterina vengono ripetuti e ribaditi ad ogni pié sospinto.
La sua bravura con le armi viene decantata in ogni capitolo.
La sua astuzia e il suo estro vengono lodati ogni tre pagina e se, per sbaglio, l’attenzione sembra spostarsi per qualche riga su un altro personaggio, una comparsa appare strategicamente per riportare l’attenzione sulla protagonista (a questo link trovate contenuti multimediali che rendono meglio l’idea).

Il voto che mi sento di dare è 7/10: dopo la lettura de Il cavaliere del giglio avevo aspettative altissime su questo romanzo; aspettative che, purtroppo sono state deluse facendomi arrancare fino all’ultima pagina.
Appellandomi a quello che Pennac indica come secondo diritto del lettore, ho saltato a piedi pari intere parti del romanzo concentrandomi sulle pagine scritte in terza persona che permettevano comunque di capire l’avanzamento di trama senza doversi subire l’ennesima elogia su Caterina Sforza ridotta, in queste pagine, più ad una protagonista di Young Adult che non alla Tygre di Romagna.
La scrittura è impeccabile (l’unico appunto è sulle parti in dialetto forlivese dove l’autrice ha usato un po’ di fantasia nel trascrivere parole e modi di dire della zona) e riesce a salvare in zona cesarini il romanzo.
La mia curiosità su Caterina Sforza non è affatto soddisfatta e, nonostante questa lettura sia stata più un buco nell’acqua che non un piacevole passatempo, resto impaziente di scoprire qualcosa di più su questo personaggio storico.

*Jo

Il diavolo e l’acqua scura

.: SINOSSI:.

Un omicidio in alto mare. Una straordinaria coppia di detective. Un demone che esiste. O forse no. Batavia, Indie orientali olandesi, 1634. La Saardam, col suo carico di pepe, spezie, sete e trecento anime tra passeggeri e membri dell’equipaggio, è pronta a salpare alla volta di Amsterdam. Una traversata non priva di insidie, tra malattie, tempeste e pirati in agguato in oceani ancora largamente inesplorati. Le vele ripiegate, il galeone accoglie nel suo ventre il corteo dei passeggeri aperto da Jan Haan, il governatore generale di Batavia. In sella a uno stallone bianco, seguito da un’accozzaglia di cortigiani e adulatori e da quattro moschettieri che reggono una pesante cassa dal contenuto misterioso, Haan procede impettito. Ad Amsterdam riceverà l’ambito premio per i suoi servigi: sarà uno degli enigmatici Diciassette del consiglio direttivo della Compagnia. Poco dietro avanza il palanchino che ospita Sara Wessel, sua moglie, una nobildonna dai capelli rossi decorati di gemme preziose e un segreto ben custodito nel cuore, e Lia, sua figlia, una ragazzina insolitamente pallida. Seguono dignitari e passeggeri di riguardo, ciambellani, capitani della guardia e viscontesse e, alla fine, a chiudere il corteo, un uomo coi ricci scuri appiccicati alla fronte e un altro con la testa rasata e il naso schiacciato. Sono Samuel Pipps, celebre detective appena trasferito al porto dalle segrete del forte, dov’era recluso con l’accusa di aver commesso un crimine meritevole di processo in patria, e il tenente Arent Hayes, sua fedele guardia del corpo. Le operazioni di imbarco proseguirebbero secondo un consolidato copione se un oscuro evento non funestasse la partenza. In piedi su una pila di casse, un lebbroso vestito di stracci grigi, prima di prendere stranamente fuoco, annuncia che «il signore dell’oscurità» ha decretato che ogni essere vivente a bordo della Saardam sarà colpito da inesorabile rovina e che la nave non arriverà mai alla sua meta. Non è il solo segno funesto. Non appena il galeone prende il largo, sulle vele compare uno strano simbolo: un occhio con una coda. 

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Il diavolo e l’acqua scura è ufficialmente parte della mia top ten. 
E’ difficile, per me, scrivere questa recensione: il romanzo mi ha catturata fin dalla prima pagina e ha conquistato il mio cuore con un finale che, per quanto fantasioso, resta convincente e coerente. Vorrei raccontarvelo per intero, ma il tacito accorto tra blogger e lettore mi impone di non scrivere spoiler. Così, devo mordermi le mani e cercare di farvi sentire le mie emozioni senza rovinarvi il piacere della lettura.

La trama è un intreccio coinvolgente; è il palcoscenico perfetto per una rosa di personaggi accattivanti che, pagina dopo pagina, accompagnano il lettore in un viaggio lungo e misterioso. Quelli che Turton descrive non sono personaggi bidimensionali: sono persone. Hanno tutti le loro debolezze, i loro rimorsi; non sono liberi dalla cattiveria né sono immuni dalle paure. Però sanno anche cos’è la speranza, hanno desideri credibili e coerenti con la loro personalità e sono in grado di affrontare le vicende di cui sono protagonisti con coraggio e ingegno. 
Il personaggio che ho apprezzato di più è Sara: alle spalle ha una storia complessa intrisa di violenza e di paura, eppure non ha perso la voglia di vivere. Il suo fuoco è il desiderio di poter regalare a sua figlia tutte le possibilità che la vita ha tolto a lei. Nella sua semplicità l’ho trovata una donna forte, capace di mostrare il proprio valore con la determinazione di chi ha tanto da perdere ma troppo da guadagnare per potersi accontentare di una vita perfetta solo nelle apparenze. Arent, la controparte maschile di Sara, è il tipico uomo bruto (non brutto) ma buono: con la stazza di un gigante incute timore e rispetto, ma ha il cuore tenero e tanta voglia di fare del bene. 
Attorno a loro si muovono personaggi di ogni sorta che, pur non essendo protagonisti movimentano e danno un senso a tutta la complicatissima trama che l’autore ha messo in piedi. 

L’ambientazione è innovativa: per quanto io mi sforzi di ricordare, non mi sembra di aver mai letto altri romanzi interamente ambientati su un vascello. Onestamente, non so definire quanto accurate siano le descrizioni della vita in mare aperto, ma non penso che Turton si sia lanciato nella scrittura di questo romanzo senza aver prima svolto ricerche accurate e dettagliate: non sembra proprio il tipo. Alla fine della lettura, conosciamo tutto della Saardam, e ho apprezzato che l’ambientazione risultasse così viva, tangibile.

Se, talvolta, trama complicata significa finale contorto, sarete contenti di sapere che questo non è il caso de il diavolo e l’acqua scura
Ogni dubbio trova una risposta, ogni obiezione viene prontamente raccolta dall’autore e spiegata. Il filo rosso che collega la prima pagina all’ultima, una volta chiuso il romanzo, può essere disteso tranquillamente: ciascun lettore noterà che tutto è perfettamente al suo posto. 
Turton è un ottimo giallista, non ho ancora letto Le sette morti di Evelyne Hardcastle ma se è scritto bene anche solo la metà di questo penso che sia un romanzo imperdibile. E’ anche un bravissimo romanziere storico e per questo è difficile collocare il suo libro in un genere preciso: la penna di Turton delinea una trama che si muove tra realtà, superstizione, magia, storia ed enigmi. E’ un romanzo avventuroso tra le cui pagine di nasconde un mistero che va risolto; allo stesso tempo il mistero è un pretesto per trascinare il lettore in una riflessione decisamente più ampia che va a solleticare i lati più profondi dell’animo umano. Chiudendo per l’ultima volta il romanzo il lettore non può non restare ancora imprigionato sulla Saardam, le battute finali a rimbombargli nella testa e una domanda a stuzzicare la sua fantasia: e tu? Tu cosa avresti fatto? 

La scrittura è semplice e priva di fronzoli. Proprio per questo è efficace: è lo stile adatto ad un romanzo di questo genere, dove chiarezza e immediatezza sono necessarie per rendere il testo interessante ed avvincente. Le descrizioni sono comunque presenti e ottimamente scritte; i pensieri dei personaggi sono riportati con cura e attenzione e permettono di empatizzare meglio con loro.

Se non si fosse già capito, il voto finale per questo romanzo, da parte mia, è un 10 pienissimo. 
Turton è un ottimo scrittore, in grado di gestire non solo trame complesse ma precisi richiami letterari: impossibile non notare la somiglianza tra Sammy Pipps e il famosissimo Sherlock Holmes; gli amanti di Lovecraft potrebbero trovare ne Il diavolo e l’acqua scura un romanzo intrigante dove un demone si aggira silenzioso sotto il pelo dell’acqua; i giocatori di ruolo, invece, avranno tra le mani un’avventura affascinante con cui fantasticare e divertirsi. 
Allora, vi ho convinti a salire a bordo? 

*Volpe

La cattedrale dei vangeli perduti

.: SINOSSI :.

Roma, dicembre 1564. Mentre in città un misterioso assassino traccia una croce di sangue sulla fronte delle sue vittime, in Vaticano qualcuno sta tramando per uccidere il papa. Raphael Dardo, agente segreto del duca Cosimo i de’ Medici, è a Roma con una missione: proteggere la vita di Pio IV a tutti i costi. Tocca a lui scoprire chi muove i fili della congiura. L’indagine lo porterà a fare ricerche tra “cavatori di tesori”, maghi, profeti eretici, nobili indebitati e potentissimi cardinali; dai piani alti del potere fin nelle profondità labirintiche delle catacombe paleocristiane. Chi trama per eliminare il Santo Padre? Chi è l’assassino della croce di sangue? Cercare le risposte è solo una parte dell’enigma. Se vuole salvare se stesso, le persone che ama, il Papa e l’intera Chiesa di Roma, Raphael deve scoprire i segreti che il labirinto ha custodito per secoli. E deve farlo al più presto…

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Un romanzo interessante che cattura fin dalle prime pagine grazie alla sua scrittura curata che riesce a tratteggiare degnamente il palcoscenico in cui i protagonisti si muovono permettendo al lettore di “passeggiare” tra le strade di una Roma di metà ‘500 dilaniata da conflitti, giochi di potere e congiure architettate da eretici e cacciatori di tesori.
La cattedrale dei vangeli perduti è l’ultimo capitolo delle trilogia Le indagini di Raphael Dardo, ma funziona altrettanto come autoconclusivo e i pochi richiami ai libri precedenti non spezzano il ritmo né impediscono al lettore di perdere il filo del discorso.
Il ritmo e l’intreccio sono ben studiati e l’accuratezza dei dettagli storici non annoia ma accende la curiosità del lettore. I personaggi, di cui alcuni “ereditati” dagli altri capitoli della saga, entrano ed escono come comparse di un film e la loro caratterizzazione risulta labile con il risultato che nessuno riesce veramente ad accattivarsi il pubblico o a rimanere nella mente più di un altro.
Il mio voto è 7/10: un thriller storico interessante che tiene con il fiato sospeso, provoca e fa tremare; un romanzo non particolarmente impegnativo, ma non per questo da bistrattare o denigrare. Per quanto l’ambientazione e la trama, così come l’uso del linguaggio e le descrizioni di Roma, mi abbiano tenuta incollata alle pagine, pardon, allo schermo del kindle, lo stesso non si può dire dei personaggi: tanti (troppi!) che entravano ed uscivano creando un po’ di confusione.

*Jo

Il castello delle stelle

IL CASTELLO DELLE STELLE

Autore: Alex Alice
Casa editrice: Mondadori Oscar Ink
Anno di Edizione: 2017

.: SINOSSI :.

E se la conquista dello spazio fosse avvenuta un secolo prima? XIX secolo, l’età del progresso. Dall’Antartide al cuore di tenebra dell’Africa, per terra e per mare gli esploratori espandono senza sosta i confini del mondo conosciuto. Avidi di nuove scoperte, volgono lo sguardo verso l’alto, verso le stelle, verso mondi ignoti e cieli pieni di meravigliose promesse. È il 1868, l’esploratrice Claire Dulac è dispersa, sparita nel corso di un viaggio in mongolfiera. Così il figlio, il giovane Séraphin, parte alla sua ricerca oltre il blu del cielo, dove l’aria si fa sottile…

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Il Castello delle stelle è una graphic novel adatta a tutte le età. Tra le pagine di Alex Alice si respira la stessa aria dei romanzi di Jules Verne mescolata alla fantasiosità meccanica di H.G. Wells: elementi reali, a tratti dal sapore quasi scientifico, e fantastici, creativi, forse assurdi, si mescolano regalando al lettore una piacevolissima pausa dalla realtà.
La ricerca dell’etere, unita al bisogno del giovane protagonista di sapere cosa sia accaduto alla madre, è il fuoco che muove la trama per intero. Con un’affascinante volo di fantasia, l’autore ipotizza che la corsa allo spazio sia avvenuta con un secolo di anticipo, ambientando la sua storia nel 1869. Seraphin, il professore, Hans e Sophie sono tutti personaggi ben delineati, nonostante lo spazio per la caratterizzazione sia notoriamente poco nelle graphic novel. Ciascun personaggio ha un proprio tratto caratteristico che lo rende unico e facilmente identificabile.
La trama è buona, ben scritta e attira l’interesse del lettore che, una volta preso in mano il volume, fa fatica a metterlo già. Non ho trovato buchi di trama né espedienti narrativi fallaci o reiterati, al contrario ho trovato lo svolgimento accattivante e il finale affatto scontato.

L’ambientazione di quasi tutta la graphic novel è quella del castello di Neuschwanstein, il famosissimo castello bavarese arroccato nei pressi Füssen. Ho visitato questo castello qualche anno fa e devo dire che ho ritrovato alcuni elementi quasi famigliari nella grafica del libro: si vede che l’autore si è preso del tempo per esplorare e conoscere i luoghi in cui aveva scelto di far vivere la propria storia.
La grafica, cuore pulsante di ogni “graphic novel” è semplicemente meravigliosa: richiamando lo stile dell’acquerello, i disegni sono morbidi e sembrano essere appena usciti da un quadro antico di cui conservano i colori. Sfortunatamente non ho abbastanza competenze per dare giudizi più approfonditi, ma la sensazione era di avere in mano un pezzo unico che qualcuno aveva scelto di disegnare apposta per me. La palette dei colori è tenue e tende verso i colori pastello, la copertina da questo punto di vista è un ottimo esempio dello stile grafico che troverete all’interno.

Il voto per me è 9/10. E’ un’ottima graphic novel adatta a tutte le età con elementi avventurosi, fantasiosi ed educativi. Mappe, calcoli, progetti ben studiati e discorsi incredibilmente plausibili rendono la narrazione realistica coinvolgendo tutti i lettori, anche i più scettici.

*Volpe

Una sirena a Parigi

UNA SIRENA A PARIGI

Autore: Mathias Malzieu
Anno di edizione: 2020
Casa editrice: Feltrinelli Editore

.: SINOSSI :.

Una pioggia ininterrotta si abbatte su Parigi. È giugno del 2016 e la Senna è in piena; un’atmosfera apocalittica e surreale avvolge la città. I dispersi sono sempre più numerosi e il fiume trascina oggetti di ogni tipo. D’un tratto, un canto ammaliante e misterioso attira l’attenzione di Gaspard Snow che, incredulo, sotto un ponte scopre il corpo ferito e quasi esanime di una sirena. Decide di portarla a casa per prendersene cura e guarirla, ma ben presto tutto si rivela più complicato di quanto non sembri. La creatura gli spiega che chiunque ascolti la sua voce si innamora di lei perdutamente fino a morire, e nemmeno chi come Gaspard si crede immune all’amore può sfuggirle. Inoltre, come può un essere marino vivere a lungo lontano dall’oceano? Gaspard non si dà per vinto e trova nell’ingegno, nell’estro e nel potere dell’immaginazione gli strumenti per affrontare questa mirabile avventura e difendere un altro grande sogno: salvare il Flowerburger, il suo locale a bordo di un’imbarcazione, un regno di musica, arte e libera espressione. Con Una sirena a Parigi, Mathias Malzieu dispiega le ali della fantasia, ricreando al sommo grado sensazioni oniriche e personaggi fantastici che richiamano La meccanica del cuore e Il bacio più breve della storia. Rende omaggio all’amore travolgente e impossibile, irrinunciabile energia vitale, fonte di creazione ma anche di distruzione.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Ciò che Perrault, a suo tempo, fece regalando alla Francia una raccolta di favole, Malzieu lo sta facendo oggi con i suoi racconti: favole moderne di cui, un giorno, non mi stupirei di trovare piccole varianti esattamente come accade per Cenerentola o La Bella e la Bestia.
Una sirena a Parigi è solo l’ultima delle favole di Malzieu la cui scrittura, in questi anni, si è evoluta producendo testi di volta in volta sempre più piacevoli e maturi.
La meccanica del cuore, primo romanzo dell’autore, ci aveva conquistati con il suo linguaggio e le sue atmosfere a metà tra un film francese e una storia di Tim Burton; il Bacio più breve della storia ci aveva ubriacato, letteralmente, di neologismi e pensieri innamorati e, dopo queste due parabole sull’amore e i suoi corollari, L’uomo delle nuvole ci aveva riportato, con dolcezza e un po’ di malinconia, coi i piedi per terra a fare i conti anche con il dolore e la morte che, almeno idealmente, possono essere considerati il controcanto della gioia e dell’amore.
Una sirena a Parigi è un mix, ben riuscito ed equilibrato, di tutte queste suggestioni e tematiche.
Vita e tristezza, amore e morte, sogno e follia duettano per le strade di Parigi e la loro melodia si arricchisce di nuove tonalità e colori che riescono a rendere perfettamente le istantanee tratteggiate dall’autore.

Un altro libro che si aggiudica un 8/10 + un bonus di 2 punti tutto per la traduttrice Cinzia Poli che, ancora una volta, è riuscita a rendere alla perfezione l’estro di Malzieu seguendo il ritmo della sua scrittura come una ballerina ormai abituata alle acrobazie linguistiche del suo partner letterario.
Sarebbe bello, desiderio un po’ bislacco, vedere un giorno un romanzo di questa traduttrice.
Come gli altri romanzi di Malzieu anche questa favola contemporanea merita: vi sono regni, o chiatte se preferite, da salvare, principesse marine da soccorrere, mostri, più umani che mai, da sconfiggere e amici improbabili da trasformare in alleati.

*Jo

La quattordicesima lettera

LA QUATTORTICESIMA LETTERA

Autore: Claire Evans
Anno di edizione: 2020
Casa editrice: Neri Pozza

.: SINOSSI :.

È una mite sera di giugno del 1881, la sera della festa di fidanzamento di Phoebe Stanbury. Mano nella mano di Benjamin Raycraft, il fidanzato appartenente a una delle famiglie più in vista della Londra vittoriana, Phoebe accoglie gli invitati con un sorriso raggiante di gioia. È il suo momento, l’istante che suggella la sua appartenenza alla buona società londinese. Un istante destinato a durare poco.
Dalla folla accalcata attorno alla coppia si stacca una sinistra figura, un uomo nudo, sporco di fango e col torace coperto da una griglia di tatuaggi, come un fiore gigante. L’uomo solleva il braccio verso Benjamin, facendo balenare la lama stretta nella mano: «Ho promesso che ti avrei salvato» dice, prima di avventarsi sull’ignara Phoebe e tagliarle la gola con un rapido gesto.
La mattina seguente, a pochi chilometri di distanza, William Lamb, ventitré anni e l’ambizione di diventare socio dell’avvocato Bridge una volta completato il praticantato, fa visita a un cliente molto particolare, Ambrose Habborlain, sino a quel momento seguito esclusivamente da Bridge. Si ritrova al cospetto di un uomo dai capelli canuti e dallo sguardo smarrito che, in preda alla paura, gli consegna un misterioso messaggio: «Dite a Bridge che il Cercatore sa».
Tornato allo studio, William spera di avere da Bridge delucidazioni sull’oscuro comportamento di Habborlain. Ma, contro ogni aspettativa, l’anziano avvocato viene colto anche lui dal terrore. Con affanno apre l’ultimo cassetto della scrivania, estrae un piccolo cofanetto in legno sul cui coperchio sono intagliati sette cerchi all’interno di un ottavo, a formare un grande fiore, e lo affida a William con la raccomandazione di tenerlo al sicuro e non farne parola con nessuno.
Tra rocambolesche fughe, una misteriosa setta disposta a tutto pur di realizzare i propri scopi e un terribile segreto che affonda le sue radici in un lontano passato, William vivrà giorni turbolenti in una Londra vittoriana che, come un gigantesco labirinto di misteri, custodisce antiche leggende e oscure macchinazioni, saperi secolari e nuovi pericolosi intrighi.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

La quattordicesima lettera è, senz’ombra di dubbio, uno dei must read del 2020.
Alla pubblicazione del libro, sono stata, come tutti suppongo, immediatamente catturata dalla copertina e dal ricamo formato dai simboli e dai disegni che ricalca, seppur con tonalità e disposizione grafica differenti, la copertina della versione originale.
Tuttavia, leggendo la sinossi non ero stata particolarmente “agganciata” che, seppur interessante, sembrava proporre una variante più petulante di Sherlock Holmes.
Tornata in libreria qualche tempo dopo, la curiosità non si era sopita e così, decisa a togliermi lo sfizio, ho aperto il libro a metà e ho iniziato a leggere.
Il linguaggio fresco e, a tratti colorito, e una serie di situazioni grottesche mi hanno catapultato in una Londra di fine ‘800 decisamente diversa da quella descritta nei romanzi di Sir. Arthur Conan Doyle (senza nulla togliere al maestro del giallo) e, in men che non si dica, il libro è passato dallo scaffale al comodino e dal comodino alla borsa del lavoro.

Capitoli brevi scandiscono il ritmo di una trama avvicincente che ben si dipana tra misteri e complotti, suggestioni e brividi.
Come figure di un carillon, i personaggi danzano e si rincorrono senza mai intrecciarsi o afferrarsi e, almeno per una buona metà del libro, si ha la sensazione che le diverse trame viaggino con fuso orari differenti che non permettono alla vicenda corale di prendere veramente il via.
Alcune scene di tortura possono risultare, per i più sensibili, un po’ fastidiose; ma pur trattando di argomenti difficili da digerire, il libro non scade mai nello splatter e anche le scene più raccapriccianti sono tratteggiate con tatto.
L’evoluzione dei personaggi è ben studiata e, nonostante non tutti mi abbiano particolarmente entusiasmato, ognuno riesce a dare il proprio contributo alla storia senza mai alterare il delicato equilibrio tra un bel romanzo e una bella sceneggiatura.

Il voto è 9+/10.
La brevità dei capitoli è, oltre che vincente per il ritmo della storia, una vera benedizione per chi, come la sottoscritta, lavora e cerca di ritagliare un momento per la lettura anche durante pausa pranzo. Poche e ben scritte pagine permettono al lettore di mantenere il polso della situazione senza dover abbandonare i protagonisti nel bel mezzo di un inseguimento o di una schermaglia.
I personaggi mi hanno convinto quasi tutti e per la dipartita di alcuni sono stata lì lì per versare una lacrimuccia; alla fine, come in una favola vittoriana, il lieto fine arriva per tutti e ogni brutto ricordo annega in una tazza di buon té.
L’epilogo, che sembra copiato dal primo capitolo di una saga cinematografica, non mi è piaciuto per niente e mi è sembrato il proverbiale sgambetto sulla linea del traguardo dopo una corsa meravigliosa.

*Jo