La collina dei conigli

.: SINOSSI :.

Il saggio Moscardo, l’ingegnoso Mirtillo, il prode Argento e tanti altri sono gli eroi di questo fantastico romanzo epico. Un drappello di piccoli coraggiosi conigli, alla ricerca di un avvenire più sicuro, migra attraverso le ridenti colline del Berkshire e affronta mille nemici in un indimenticabile cammino verso il più prezioso dei beni: la libertà. Con La collina dei conigli la letteratura contemporanea ha ricreato la sua Iliade e la sua Odissea: i piccoli e coraggiosi protagonisti vivono avventure ed emozioni, nella quiete di splendidi pascoli, e raccontano leggende sul Popolo dei Conigli, i suoi dèi e i suoi eroi.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Anche voi siete stati, come la sottoscritta, traumatizzati dal film d’animazione La collina dei conigli? Se la risposta è sì, significa che siete rimasti vittima di quello stereotipo per cui se ci sono degli animaletti parlanti il film è chiaramente, certamente e indiscutibilmente adatto ai bambini.
Quando, anni fa, venne a mancare Richard Adams e milioni di lettori riempirono i social con foto di questo libro e ringraziamenti all’autore, io pensai ad una sindrome di Stoccolma collettiva che portava i miei coetanei ad osannare colui che ci aveva procurato un trauma psicologico pari alla morte di Mufasa e di Artax.
L’interesse per il romanzo si è acceso dopo aver visto l’omonima serie tv su Netflix e, fin dalle prime pagine, il romanzo mi ha catturata e rapita verso un mondo a “misura di coniglio”.
Richard Adams è riuscito a creare, al pari di Tolkien ma con meno clamore, un mondo epico dove ogni specie animale ha una propria lingua (anche se il romanzo si concentra unicamente sulla lingua lapina parlata dai conigli), dove esistono déi e miti non meno epici o didascalici di quelli tramandatici dalle varie tradizioni sparse in tutto il mondo.
La caratterizzazione dei personaggi e la loro evoluzione è tutt’altro che aleatoria: dalla prima all’ultima pagina non si incontra un solo personaggio che risulti stereotipato; la stessa concatenazione di eventi non sembra studiata in funzione della trama, quanto ragionata per far evolvere al meglio le personalità dei singoli conigli evidenziando pregi e difetti, punti deboli e punti di forza di ognuno senza mai esacerbarli.

Il libro, sembrerà scontato, mi è davvero piaciuto e non posso che dargli 10/10.
Le descrizioni della campagna inglese sono delle perle e l’attenzione che Adams dedica nel descrivere, puntigliosamente, le specie vegetali ed animali che caratterizzano l’ambiente è davvero encomiabile. Il linguaggio è poetico e arcaico e ben si sposa con un testo che, pur parlando di conigli (non esattamente l’emblema dell’eroismo), trasuda epicità e drammaticità da ogni pagina regalando al lettore una parafrasi del mondo, della storia e di alcuni atteggiamenti tipicamente umani.
La collina dei conigli è un romanzo che, chiunque voglia fare lo scrittore, deve leggere almeno una volta e tenere sempre a portata di mano accanto allo scrittoio: a differenza di molti romanzi contemporanei, dove i personaggi tendono ad adagiarsi su stereotipi mancando così di profondità, Adams cesella minuziosamente i suoi protagonisti senza lasciare nulla al caso. Attraverso questo lavoro meticoloso, riesce a dare ai suoi conigli umanità aiutando il lettore ad empatizzare con tutti loro e capirli fino in fondo a prescindere dal loro schieramento all’interno del romanzo.

*Jo

Il principe

.: SINOSSI :.

Ogni epoca si è riconosciuta nel Principe, con argomenti sempre diversi. I motivi che lo hanno reso un classico sono ancora oggi attuali: il conflitto tra il desiderio di dominare la realtà politica e la ragione, la percezione di un momento storico indecifrabile, la natura del potere. Il capolavoro di Machiavelli viene qui presentato in una nuova edizione critica, con un ricco commento a piè di pagina, ausili letterari, rimandi culturali, chiarimenti storico-politici e spunti interpretativi.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Tutti hanno sentito parlare, almeno una volta nella vita, di Niccolò Machiavelli e della sua opera più famosa: Il Principe.
Il Principe è una di quelle opere che tutti pensano di conoscere, ma che in realtà pochi hanno letto davvero e compreso.
Partendo dal background culturale dell’uomo politico del suo tempo, Machiavelli stila quello che potrebbe essere considerato un programma che, se seguito, garantirà al principe non solo un periodo di reggenza lungo e sicuro, ma anche fama e ammirazione presso i posteri.
Agli occhi di un lettore contemporaneo certe indicazioni non sembrano solo inattuabili, ma anche incivili e l’esatto contrario di ciò che viene considerato “buon governo” nelle democrazie moderne.
Nonostante si tratti di un testo politico/militare rinascimentale, Il principe offre parecchi spunti di riflessione anche al lettore contemporaneo: non serve infatti essere politici per aver a che fare, più o meno quotidianamente, con colleghi doppiogiochisti o situazioni che richiedono un approccio diplomatico per essere risolte con il minor danno possibile ed è per casi come questi che la lettura de Il principe può risultare valida e tutt’altro che anacronistica.

Nonostante l’edizione della Mondadori a cura di Piero Melograni presenti il testo originario accanto alla parafrasi italiana, la lettura de Il principe così come venne vergato da Machiavelli non è affatto complessa e, anzi, il doversi tenere da un solo “lato” della pagina ha reso la lettura scomoda non permettendo di scorrere le pagine con la fluidità che ci si aspetta da un libro.
Per ovvie ragioni non mi è possibile dare un giudizio a questo testo, ma posso comunque consigliarlo a chi è alla ricerca di un libro interessante sotto molti aspetti: filosofici, politici, etici e storici. Leggere Il principe, infatti, non è solamente un modo per apprendere delle nozioni(più o meno valide o attuabili), ma è prima di tutto affacciarsi su un mondo antico ed affascinante che viveva in senso pieno e totalizzante il senso della cultura riuscendo a creare collegamenti interessanti e calzanti tra letteratura, storia, politica e filosofia.
*Jo

“La moglie di Dante” e le altre donne nascoste, Conversazione con Marina Marazza

Lo scorso anno, in occasione dei settecento anni dalla morte di Dante Alighieri, Marina Marazza, la “narratrice delle donne nascoste”, ha voluto raccontare la storia della donna più importante nella vita del sommo poeta: Gemma Donati. Marazza vuole restituire dignità a questa donna per lungo tempo rimasta nell’ombra: in effetti di Beatrice molto si parla, ma di Gemma pochissimo, al punto che molti ignorano la sua esistenza. 

Con La moglie di Dante, pubblicato da Solferino e di cui le abbiamo chiesto di parlarci oggi, Marazza riporta non solo Gemma Donati ma anche tutte le donne che sono state dimenticate dalla storia al posto che spetta loro di diritto. 

Ciao Marina, per prima cosa ti ringraziamo di averci concesso parte del tuo tempo per questa breve intervista. Conoscendo te e le tue opere, la prima cosa che viene da chiedersi è se La moglie di Dante sia una sorta di biografia romanzata di Gemma Donati così come è stato per Caterina da Broni in Io sono la strega e Caterina Buti del Vacca in L’ombra di Caterina.
Direi di sì. Io uso la mia formula preferita, documentandomi come se dovessi scrivere un saggio e poi proponendo la storia in forma narrata e in prima persona, in modo che sia la protagonista a raccontare le proprie esperienze, le sensazioni, le emozioni. Attraverso tutti i dettagli della quotidianità ricostruisco l’epoca, in questo caso un Medioevo meraviglioso e terribile, di castelli e di tornei, di menestrelli e di poeti, di commerci e di alleanze, di imperatori e di cavalieri, di crociate e di Inquisizione, di grandi artisti e di grandi guerre, odi e fazioni, nella quale le donne contano molto poco e pagano duramente il clima di guerra civile della Firenze prima guelfa e ghibellina e poi bianca e nera.

Leggendo il romanzo, il lettore si accorge immediatamente che il Dante che tu descrivi è diverso da quello istituzionale, una diversità che non prende solo il carattere ma anche l’aspetto fisico.
Lo descrive Boccaccio, che fu il suo primo biografo, quando Firenze, dopo la morte di Dante in esilio, lo incaricò di rivendicare la fiorentinità dell’autore di quella Commedia che il Boccaccio stesso definì Divina. Dante era di media statura, con la barba scura e i capelli ricci, la pelle olivastra, occhi grandi e modo di fare riservato. Un bel tenebroso, tenendo conto che doveva avere un fisico allenato alle armi: combatté a Campaldino in prima fila, a cavallo e con la lancia, e di certo in un ruolo del genere non ci si improvvisa. Di questo Dante si innamora Gemma, niente a che vedere con l’immaginetta antipatica presa di profilo che siamo abituati a vedere. Un giovanotto di belle speranze, che vive della rendita dei suoi pochi possedimenti e vuole dedicarsi alla poesia e agli studi. La Divina Commedia è ancora lontana, e sarà il frutto dell’esilio.

Un breve accenno di storia per i nostri lettori: la condanna subita da Dante può essere definita una condanna politica?
Assolutamente sì. Il partito di Dante ha perduto, sono saliti al potere gli avversari, e all’epoca non c’era posto per un civile opposizione, quelli della parte avversa venivano uccisi o messi in fuga, in questo caso usando anche una sorta di “legalizzazione” della persecuzione ai loro danni, cioè accusandoli di ogni nefandezza, reati infamanti di corruzione, di tradimento. Era una prassi consolidata e Dante ne resta vittima anche perché ha davvero cercato, durante il periodo del suo mandato come priore, di fare le cose giuste, senza pensare al suo profitto personale e a mantenere dei buoni rapporti con tutti, ma solo a quello che lui riteneva fosse il bene di Firenze. Si è fatto molti nemici e ha provocato indirettamente perfino la morte del suo più caro amico, Guido Cavalcanti, cosa che gli peserà sul cuore per sempre.

Parliamo ora della donna del tuo racconto. Chi era Gemma Donati?
Gemma è della famiglia dei Donati, più illustre di quella degli Alighieri, imparentata con Corso Donati, l’eroe della battaglia di Campaldino, cavaliere di nobile schiatta, biondo, bello e prepotente. E’ stata istruita dalle monache, sa leggere e scrivere, è una donna tutt’altro che sprovveduta. E la sua tempra le servirà, quando si ritroverà vedova bianca a trent’anni, perché Dante viene esiliato…

A proposito di esilio, viene da chiedersi come mai Gemma non abbia seguito il marito 
Gemma viene messa al confino per un paio d’anni con i figlioli quando Dante viene colto dalla sentenza di bando mentre si trova a Roma dal papa (e non rientra a Firenze, perché sarebbe bruciato vivo). All’epoca tutti i con-sorti (nel senso di familiari) erano coinvolti, in caso di condanna di un membro della famiglia: i figli maschi di Gemma dovranno seguire il padre in esilio al compimento dei 14 anni. Dante si ritrova senza un soldo e senza un posto dove stare e non può tirarsi dietro moglie e quattro figli. Gemma riesce a sopravvivere grazie anche al fatto che lei è una Donati, prima che un’Alighieri, e grazie a una formidabile rete di solidarietà femminile, capace di superare gli schieramenti politici.

Dunque, Gemma Donati viene bandita da Firenze ma ritorna, assieme ai figli, poco dopo.
Sì, grazie ai buoni uffici dei Donati, ma non ha più niente, perché tutte le proprietà di Dante sono confiscate, e dagli atti notarili risulta quanto si diede da fare per sostentare la famiglia, andando in comune a reclamare gli interessi sulla sua dote, che le erano dovuti. E a uno a uno i figli devono seguire il padre in esilio perché, se rimanessero, sarebbero messi a morte. E lei continua a sperare che in qualche modo Dante torni, prima con la discesa dell’imperatore che grazia i fuoriusciti, ma l’imperatore muore. Poi con l’amnistia del nuovo governo fiorentino, che Dante rifiuta perché lo costringerebbe a un atto di umiliazione pubblica in Santa Croce. Passano vent’anni, e intanto Dante scrive la Divina Commedia.

A proposito della Commedia. E’ proprio quest’opera ad aver reso famosa Beatrice e ad aver invece affossato la fama di Gemma Donati. Come mai Dante non parla mai di sua moglie?
Dante non parla della sua famiglia nei suoi scritti. L’autobiografismo di Dante è trasfigurato. Anche quando parla in prima persona, non sta descrivendo se stesso, ma quella figura poetica che quel se stesso rappresenta. Dante non cita mai sua madre Bella, che morì quando lui era bambino, né suo padre Alighiero, né la sua matrigna Lapa, perché suo padre si risposò, né la sua cara sorella Tana, né il suo fratellastro Francesco, tutte persone importantissime nella sua vita, sia da un punto di vista affettivo sia da un punto di vista pratico. In compenso ha reso celebre Beatrice, che forse è riconducibile a Beatrice Portinari coniugata de’ Bardi, alla quale lui nemmeno rivolse mai la parola, destinata a passare come una meteora, morta a 24 anni di parto, completamente trasfigurata in un personaggio che ha la funzione di portare il protagonista della Commedia alla salvezza, come dice anche il suo nome: colei che conduce alla beatitudine. Niente a che vedere con la vita reale. Nessuno quindi di cui poter essere gelosi. Beatrice è un simbolo, Gemma una donna in carne e ossa che con Dante ci ha mangiato e dormito, come si suol dire. Questo non vuol dire che Gemma non abbia dovuto essere gelosa di altre donne, dal momento che il Sommo era anche, in gioventù, un discreto tombeur de femmes.

Dalle tue parole, così come dai tuoi libri, si evince perfettamente che anche quando parli di Campaldino e di come Dante combatté e fu ferito, non è la Storia delle battaglie sul campo quella che ti interessa.
Mi appoggio a un nome celebre… diceva Manzoni nella sua lettera a Monsieur Chauvet   sul vero poetico: “Perché alla fin fine, che cosa ci dà la storia? Ci dà avvenimenti che, per così dire, sono conosciuti soltanto nel loro esterno, ci dà ciò che gli uomini hanno fatto. Ma quel che essi hanno pensato, i sentimenti che hanno accompagnato le loro decisioni e i loro progetti, i loro successi e i loro scacchi, i discorsi coi quali hanno fatto prevalere o hanno tentato di far prevalere le loro passioni e le loro volontà su altre passioni o altre volontà, coi quali hanno espresso la loro collera, hanno dato sfogo alla loro tristezza, coi quali in una parola hanno rivelato la loro personalità, tutto questo o quasi la storia lo passa sotto silenzio, e tutto questo invece è dominio della poesia… Spiegare quel che gli uomini hanno sentito, voluto e sofferto attraverso quel che hanno fatto, in questo consiste la poesia drammatica”. Cioè, per me questo è lo scopo del romanzo storico: guardare dentro il cuore di chi ha vissuto prima di noi. 

Ora vorremmo ampliare il discorso. Esiste un fil rouge tra le protagoniste dei tuoi romanzi? C’è qualcosa che lega Gemma Donati a Caterina da Broni, la strega di Milano, a Caterina, madre di Leonardo Da Vinci, e alla figlia della monaca di Monza?
La resilienza. Cambiando le epoche, perché ciascuna di loro appartiene a un periodo storico diverso e si va dal Rinascimento leonardesco alla controriforma di Caterina da Broni e di Alma e indietro fino Medioevo trecentesco di Gemma, hanno dovuto tutte far fronte a una vita che definire avventurosa è un eufemismo. Ovviamente non erano periodi difficili solo per le donne, e ci sono moltissime figure maschili nei miei romanzi, che finiscono sempre col diventare un po’ corali, nella ricostruzione di un luogo e di un tempo dove tutti, dagli umili ai potenti, devono combattere una battaglia quotidiana, che è la più importante.

Ringraziamo Marina per il tempo che ci ha dedicato e speriamo che le sue parole vi aiutino a riflettere in questo giorno non di festa quanto di commemorazione.
Marina racconta “le donne nascoste” dalla storia anche per permettere alle donne di oggi di uscire allo scoperto.

*Volpe & Jo

Le Origini del Potere

.: SINOSSI :.

Agosto 1471. Esausto dal lungo viaggio, un giovane frate attraversa le antiche mura che difendono la città, passa accanto alle vestigia diroccate di un passato ormai dimenticato, s’inoltra in un intrico di vicoli bui e puzzolenti. E infine sbuca in una piazza enorme, davanti alla basilica più importante della cristianità, dove si unisce al resto della popolazione. Ma lui non è una persona qualunque. Non più. È il nipote del nuovo papa, Sisto IV. È Giuliano della Rovere. E quello è il primo giorno della sua nuova vita, un giorno che segnerà il suo destino: dopo aver assistito alla solenne incoronazione dello zio, Giuliano viene coinvolto dai suoi cugini, Girolamo e Pietro Riario, in una folle girandola di festeggiamenti nelle bettole della città, per poi rischiare la morte in un agguato e ritrovarsi al sicuro tra le braccia di una fanciulla dal fascino irresistibile. È il benvenuto di Roma a quell’umile fraticello, che subito impara la lezione. Solo i più forti, i più determinati, i più smaliziati sopravvivono in quel pantano che è la curia romana. Inizia così la scalata di Giuliano, che scopre di avere dentro di sé un’ambizione bruciante, pari solo all’attrazione per Lucrezia Normanni, la donna che lo aveva salvato quel fatidico, primo giorno, e che rimarrà al suo fianco per gli anni successivi, dandogli pure una figlia. Anni passati a fronteggiare con ogni mezzo sia le oscure manovre del suo grande avversario, il cardinale Rodrigo Borgia, sia i tradimenti dei suoi stessi parenti, i Riario. Anni passati sui campi di battaglia, ad imparare l’arte della guerra, e a tramare in segreto contro i Medici di Firenze, nonostante il disastroso esito della congiura dei Pazzi. E tutto per prepararsi a un evento ineluttabile: la morte di suo zio, il papa, e l’apertura del conclave. Ecco la grande occasione di conquistare il potere assoluto. Ma Giuliano scoprirà che il destino, per il momento, ha altri piani per lui…

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Il fascino del rinascimento, gli intrighi e le cospirazioni che lo caratterizzarono rivivono ne Le origini del potere di Alessandra Selmi. L’autrice regala ai propri lettori un romanzo equilibrato dove descrizioni e dialoghi sono perfettamente bilanciati cosicché, leggendolo, non si corre il rischio di imbattersi in resoconti minuziosi né in interminabili scambi di battute. L’evoluzione del protagonista, Giuliano della Rovere, è un climax e, a lettura terminata, è difficile capire se si siano lette le gesta di un eroe o si sia seguito il tortuoso cammino di un antieroe.
Abile narratrice, Selmi riesce a raccontare la storia senza diventare didascalica aiutando con discrezione il lettore quando, per esempio, è costretta a descrivere il funzionamento di una macchina senza trasformare il passo in un compendio di storia rinascimentale.

Il libro merita e il mio voto non può che essere positivo: 8-9/10.
Quando si parla del Rinascimento è inevitabile pensare immediatamente alle famiglie dei Medici e dei Borgia o ad artisti come Michelangelo e Leonardo e, d’altronde, scrivere di queste figure storiche (per i quali si sono già profusi fiumi di inchiostro) è un lavoro in discesa, forse proprio per questo il romanzo di Selmi risulta ancora più godibile, oltre che originale. La storia del cardinale Giuliano della Rovere, come raccontata ne Le origini del potere non ha nulla da invidiare alle altre saghe (romanzate e televisive) sul rinascimento italiano e pagina dopo pagina il lettore viene trascinato in un dedalo di bugie, ambizioni e potere rischiando, come lo stesso Giuliano, di finire stritolato dalle spire di un intreccio che tiene con il fiato sospeso e riesce sempre a stupire.
La caratterizzazione dei personaggi è coerente con il loro temperamento e il loro andirivieni tra le pagine del romanzo crea un’alchimia di caratteri e personalità che risulta piacevole.
Nonostante queste doverose, e meritate, lodi il libro ha qualche neo che, tuttavia, non compromette la lettura. La relazione amorosa tra il cardinale della Rovere e una nobildonna romana inizialmente appassiona, per poi ridursi ad un copione sempre uguale che finisce per annoiare.
In un libro dedicato a Giuliano della Rovere è normale che le vicende che interessano i personaggi secondari non trovino largo spazio, tuttavia alcuni eventi e personaggi passano in sordina, come l’eroica resistenza di Caterina Sforza dopo la morte del marito, senza che gli venga riconosciuto nemmeno l’onore delle armi. Questa sommarietà affetta anche il resto della storia che mantiene, fino alla morte di papa Sisto, un buon ritmo per poi diventare frettoloso riassumendo, per esempio, gli eventi avvenuti sotto papa Borgia in pochi capitoli a più o meno cento pagine dalla fine del romanzo. Non sono riuscita a capire se tale cambiamento fosse presente già nel manoscritto editoriale o se si sia trattata di una scelta fatta in fase di editing, ma (parare mio personalissimo) forse sarebbe stato più funzionale dividere in due capitoli la saga usando la morte di papa Sisto come pretesto per chiudere un primo potenziale romanzo e in modo da creare ed alimentare l’aspettativa e la curiosità circa l’epilogo delle avventure del papa guerriero.

*Jo

Travolti dal trash nell’immenso mare del brutto

.: SINOSSI :.

Il trash è intorno a noi. Il trash è dentro di noi. Nella moda, in tv, nell’arte. E anche l’editoria ci è cascata. Basta girare tra gli scaffali di una libreria per rendersene conto. Potete trovare la raccolta di consigli sullo stile di Lapo Elkann, le poesie firmate Flavia Vento, il libro della zia di Britney Spears che rivela gossip scottanti sulla nipote, il manuale su come fare l’uncinetto con i peli di gatto e quello per perdere peso della signora Fletcher, la guida per rimorchiare le ragazze in modo consono a Dio e quella per farlo spendendo meno di un dollaro… Matteo Fumagalli fa scoprire il lato oscuro del gusto e del bello nell’arte – dalla letteratura alla musica, dal cinema alla televisione – senza dimenticare anche altri aspetti della vita quotidiana come le vacanze, il cibo, la moda. Perché, come dimostra il ricchissimo repertorio di libri, canzoni, film, spettacoli raccolto in queste pagine, il trash riguarda proprio tutto e ci accompagna dalla mattina alla sera. Riconoscere questa verità, eliminando lo snobismo che ci inibisce, ci porterà a fuggire da quello che è universalmente considerato di buon gusto e accettabile. E a vivere più liberi e sereni. La bruttezza non va presa sottogamba. Non va sottovalutata. Anzi, spesso è quest’ultima la chiave per immergersi nel bello. Dunque, coraggio: siate felici di danzare tra l’alto e il basso, di lasciarvi contaminare da ogni tipo di stimolo interessante; non c’è nulla di male nell’avere nella stessa playlist John Cage e gli Eiffel 65. E si possono leggere le barzellette di Totti anche se si amano i classici. Osservate il mondo con occhi nuovi e curiosi, come facevate da bambini. Senza vergognarvi.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Per chi, come me, ha sempre seguito Matteo Fumagalli sui social e soprattutto sul suo canale YouTube, l’argomento di questo saggio non sarà una grandissima sorpresa. Amante del brutto in musica, cinema e letteratura, Fumagalli ha trasportato la sua passione per il trash e il suo raffinatissimo senso critico in questo testo breve ma divertente, ironico e vivace. 

Il saggio è diviso in quattro parti, la prima dedicata ai libri e alla letteratura; la seconda al cinema; la terza alla musica e l’ultima è un brevissimo excursus su come il trash sia presente in molti, se non tutti, gli aspetti della vita quotidiana dal turismo alla cucina. Ciascun capitolo comincia con una confidenza da parte dell’autore: Fumagalli racconta se stesso a cuore aperto, spesso portando al suo lettore gli episodi più divertenti della sua infanzia o adolescenza per sottolineare come il trash, i cliché e il brutto in generale faccia parte di tutti noi e che, se proprio dobbiamo giudicarlo, è meglio farlo con la consapevolezza di non essere “senza peccato”. 
In generale, le argomentazioni sono buone anche se la parte dedicata alla letteratura può risultare ripetitiva per chi come me è un assiduo frequentatore del suo canale YouTube. Spesso mi sono trovata a leggere ragionamenti e soprattutto recensioni di romanzi che avevo già sentito e apprezzato nei suoi video. Mi è piaciuta molto invece la spiegazione delle differenze che distinguono il Camp dal Trash, l’argomentazione era vincente e accompagnata da una nutrita schiera di esempi che rendevano bene l’idea che l’autore stava cercando di esprimere.

La scrittura di Fumagalli è ottima, leggera e scorrevole accompagna il lettore velocemente fino alla fine: il saggio, se si è interessati all’argomento, si legge tutto d’un fiato. Il testo si presta sia ad essere letto con molta serietà, soprattutto da chi non conosce molto l’autore, sia ad essere consumato tra sorrisi e annotazioni a margine. Permette di riflettere su se stessi e sulla propria adolescenza, alle sciocchezze che si sono commesse con assoluta serietà e al trash che si è involontariamente prodotto. 

Mi sento di dare al saggio un 8/10. Penso che Fumagalli avrebbe potuto approfondire maggiormente l’argomento soprattutto perché è chiaro che lo conosca molto bene; la bibliografia citata è interessante e questo dà una marcia in più al saggio che può essere quasi un punto di partenza scherzoso e poco impegnativo per imparare qualcosa di nuovo.

Il motivo per cui mi sento davvero di consigliare il libro è il messaggio che permea tutte le pagine del testo di Fumagalli e che viene esplicitato nella conclusione: non bisogna vergognarsi di amare ciò che ci fa stare bene, anche se non è considerato bello dagli altri; e, soprattutto, bisogna smettere di giudicare la libertà e i gusti delle persone che ci stanno attorno. Il testo di Fumagalli è una denuncia contro i pregiudizi e un inno alla libertà ad amare anche le opere mediocri o non acclamate dalla critica, purché queste ci rendano felici. 

*Volpe

Come fare una scheda libro: modelli e suggerimenti per studenti disperati

Tutti gli studenti, all’indomani del ritorno a scuola a settembre, devono cimentarsi in quello che, per molti, rappresenta l’aspetto più antipatico delle odiate e mal sopportate letture: la scheda libro.
Prerogativa dei compiti delle vacanze (estive ed invernali), le schede libro rappresentano per molti studenti uno scoglio e, in alcuni casi, una vera e propria scocciatura. Se, infatti, tutti sanno (almeno in teoria) come svolgere un esercizio di matematica o come scrivere un tema, quello delle schede libro resta un mondo di possibilità inesplorate ed ogni docente sembra avere un’idea più o meno precisa di come una scheda libro debba essere fatta.
Ecco alcuni consigli, ed aiuti, per fare una scheda libro ordinata e, soprattutto, coerente con i compiti assegnati dal vostro professore.

CHE COS’È UNA SCHEDA LIBRO? RECENSIONE VS SCHEDA LIBRO – Pensate alla scheda libro come ad una carta di identità. Su tutti i documenti più importanti sono riportati: il nome, il cognome, la data e il luogo di nascita e, in alcuni casi, informazioni come eventuali segni particolari o il tipo di veicoli che si è autorizzati a guidare.
Spesso confusa con una recensione grossolana di un libro, la scheda libro è, piuttosto, da intendersi come un documento in cui vengono elencate le informazioni principali di un determinato romanzo.
La recensione, che sia redatta da un professionista o da un recensore amatoriale, non si limita a elencare una serie di caratteristiche di una determinata opera ma, se ben fatta, scava tra le pieghe del testo evidenziando punti deboli e punti di forza di un romanzo. Sapere chi sia l’antagonista o quali prove debba affrontare il protagonista per riuscire nella sua impresa è, per un lettore esperto, un dato marginale rispetto ad altri elementi come l’originalità della trama, la caratterizzazione (= psicologia) dei personaggi o le descrizioni dell’ambientazione. Anche lo stile dell’autore è oggetto di studio delle recensioni così come è importante commentare una determinata opera anche in base al contesto storico in cui questa viene pubblicata (non letta!). Da ultimo, ma non meno importante, una recensione non è mai un giudizio tagliente su un’opera e quanto più è bravo un recensore, quanti più punti di forza e collegamenti con altre opere saprà trovare per invogliare altri lettori a cimentarsi con una determinata lettura.
La recensione non è mai un giudizio, ma sempre un commento e un consiglio. Al contrario, una scheda libro, lascia molto più spazio alle opinioni personali e permette al lettore di esprimere i propri pareri anche in maniera critica quando e se necessario.

– COME SI SCRIVE UNA SCHEDA LIBRO? Su questo punto esistono opinioni differenti e, nel passaggio dalle scuole elementari alle scuole medie prima e dalle scuole medie alle superiori poi, la scheda libro subisce delle leggere variazioni. Il primo consiglio è quello di non scrivere tutte le schede libro insieme e all’ultimo momento, ma di dedicarsi ad ogni scheda dopo aver finito un titolo in modo da essere sicuri di ricordare tutto. Se un libro dovesse essere particolarmente lungo o complicato, potete sempre prendere appunti su un foglio da tenere tra le pagine e usare le vostre annotazioni per compilare poi la scheda libro. Non esiste un formato ufficiale, ma tutte le schede libro, come i dati anagrafici di un documento di identità, si concentrano su alcuni dettagli fissi. Il primo passo da fare per iniziare a scrivere una scheda libro è rispondere ad alcune domande:
– Qual è il titolo del romanzo?
Domanda facile a cui tutti sanno rispondere senza troppo sforzo.
– Chi è l’autore?
Altra domanda piuttosto scontata.
– Chi è l’editore?
Come sopra.
– In che anno è stato pubblicato il romanzo?
Per rispondere bisogna, il più delle volte, sfogliare la prima pagina del libro dove troverete scritto, oltre al numero dell’edizione in vostro possesso, l’anno in cui è stato pubblicato il romanzo.
– Quante pagine ha il libro?
Questa informazione può sembrare scontata, ma in realtà è molto importante: prendere coscienza del “tempo” che un libro richiede per essere letto può aiutarvi, infatti, a scegliere con maggior criterio le vostre prossime letture. Soprattutto per i lettori neofiti, o poco abituati a leggere, muovere i primi passi tra titoli con un numero di pagine simile può aiutarli a prendere confidenza tanto con i libri quanto con le loro capacità di lettore.
– A quale genere appartiene il romanzo?
È un giallo o un fantasy? Racconta una storia d’amore o, piuttosto, le gesta di un personaggio storico? Ogni libro ha il proprio genere e, nonostante negli anni si siano creati sottogeneri e generi letterari ibridi, stabilire a che genere appartenga una determinata lettura è piuttosto facile. Dimostrare di avere capito il genere di un libro non prova soltanto che voi abbiate effettivamente letto quel romanzo, ma è anche un ottimo modo per scegliere le vostre letture future orientandovi verso quei titoli che, per tematiche, assomigliano ad un romanzo già letto che, magari, vi è rimasto nel cuore. In quest’ottica molto utili sono, almeno per iniziare, le saghe: serie di romanzi con sempre gli stessi protagonisti ed ambientazioni che, da un capitolo all’altro, presentano poche differenze.
– Chi sono i personaggi?
Chi è il protagonista e da chi viene aiutato nel corso della storia? Chi, invece, lo ostacola? I protagonisti sono il cuore e le braccia di una storia: sono loro, infatti, che con le loro scelte mandano avanti la trama e scrivono il finale di una storia. Come per le persone in carne ed ossa è importante conoscere il loro nome e cognome e, soprattutto, il loro ruolo a prescindere che sia quello del protagonista, della spalla o dell’antagonista. Tutti i personaggi sono necessari e vanno ricordati.
– Dove e quando è ambientata la storia?
L’ambientazione di una storia non è meno importante dei personaggi che la animano. Un libro senza contesto è come un palcoscenico senza fondali o come un film girato interamente in uno sgabuzzino dalle pareti grige. Stabilire dove una storia sia ambientata è, in genere, facile e, anche quando si ha tra le mani un fantasy, il nome del luogo viene sempre scritto. Più difficile può essere, invece, stabilire il quando. Anche in questo caso solo la lettura effettiva di un romanzo può aiutare a rispondere a questa domanda: se infatti per un fantasy è plausibile sia ambientato in un medioevo fantastico, per alcuni gialli o romanzi introspettivi può essere più arduo e sarà necessario intuire il quando dagli indizi nascosti tra le pagine. I personaggi utilizzano la tecnologia e conoscono i social network? Allora il romanzo potrà essere ambientato ai giorni nostri. Oppure, al contrario, scrivono con la penna d’oca e si spostano utilizzando il calesse? Probabilmente sarà necessario fare un salto indietro nel tempo di un paio di secoli.
– Di cosa parla la storia?
Il riassunto. Che cosa ci vuole? Esiste internet, no? Certo: esiste internet e lo sapete voi quanto i vostri insegnanti. Sarebbe davvero imbarazzante se, a settembre, la vostra scheda libro avesse lo stesso identico riassunto del vostro vicino di banco, non trovate? O se, per sbaglio, voi aveste copiato il riassunto proprio dal blog di recensioni gestito dal vostro insegnante di italiano! Scrivere il riassunto di un libro può sembrare difficile, certo, ma non è impossibile e, se avete risposto alle domande elencate qui sopra, avrete già metà del lavoro fatto. Che parole utilizzereste per riassumere ciò che avete fatto durante le vacanze? Descrivereste i posti che avete visitato e le persone con cui siete stati e, magari, un’avventura che avete vissuto o qualcosa che avete visto o fatto di particolare. Il riassunto di un libro si scrive nello stesso modo: chi sono i protagonisti e dove vivono? Cosa devono, o non devono, fare e perché? Quali avventure vivono? Come finisce il libro? A questa ultima domanda, in genere, è meglio non rispondere ma se vi piace fare spoiler allora sbizzarritevi!
– Come scrivere il commento?
Il commento è, forse, la parte più complicata della stesura di una scheda libro. In questa sezione vi si chiede, in genere, di esprimere la vostra opinione sul libro che avete letto. Se siete alle elementari e alle medie, in genere, esprimere o meno il proprio apprezzamento per un romanzo, portando magari qualche motivazione, è sufficiente ma cercate comunque di non sembrare banali: solo perché siete dei piccoli lettori non vuol dire che non dobbiate impegnarvi!
Alle medie, e ancora di più alle superiori, il mero giudizio non è più sufficiente e il commento deve essere un po’ più articolato: questo non significa che non siete liberi di poter o meno dire se un libro vi è piaciuto, ma tenete conto anche di altri dettagli. Se avete letto altri romanzi di un determinato autore, per esempio, può essere interessante fare un raffronto tra i vari titoli o, se lo scrittore appartiene ad una determinata corrente, paragonarlo a romanzieri simili a lui. L’importante è non esagerare: qualsiasi parola scriverete nel commento deve essere farina del vostro sacco o basterà poco per smascherarvi o trovare il sito da cui avete copiato una determinata analisi. Altro punto che il commento potrebbe toccare è la comunicabilità dell’opera: qual è il messaggio del libro? L’ho trovato interessante e valido? Sono riuscito ad empatizzare con i personaggi o, al contrario, mi hanno lasciato indifferente? La storia è credibile o sembra un susseguirsi disordinato di eventi?

Vi serve un altro piccolo aiuto? Allora cliccate qui e scaricate la nostra scheda libro compilabile!

*Jo

Lettere a Theo

.: SINOSSI :.

Delle 820 lettere scritte da Van Gogh nell’arco della sua breve esistenza ben 651 sono indirizzate al fratello Theo: il primo a comprenderne il talento e a incoraggiarne la vocazione, e il solo che non gli negò mai l’indispensabile sostegno morale e finanziario. Pochi artisti hanno rivelato così tanto di sé stessi nei propri scritti. Lettera dopo lettera, il toccante scambio epistolare fra Vincent e l’amato Theo, non solo fratello, ma amico e confidente, delinea la parabola di un genio inquieto e originalissimo e getta luce sulla sua vita e sulla sua personalità: i rovelli della fede, la strenua ricerca di un amore corrisposto, l’ansia di veder riconosciuto il proprio lavoro, il timore e la conferma della follia. Nella loro immediatezza e profondità emotiva, le “Lettere a Theo” (1872-1890) compongono un ricchissimo diario, un eccezionale documento umano e artistico, e un’avvincente autobiografia che si è conquistata a pieno titolo il rango di classico moderno della letteratura.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Tutti sanno, almeno per sentito dire, chi sia Vincent van Gogh e tutti, anche i meno esperti, sanno elencare almeno una delle sue opere. Ma quanti conoscono Vincent van Gogh? Una persona. Una persona soltanto ha avuto il privilegio, l’onere e l’onore di conoscere Vincent e di amarlo come solo un fratello minore può amare un fratello maggiore.
Le Lettere a Theo non sono il testamento di un artista folle e tra le sue pagine si trova tutto, tranne ciò che ci viene detto a scuola o all’università su questo artista; le lettere che Vincent scrive a suo fratello Theo sono la parabola di un uomo e, a tratti, sono talmente umane, quasi veniali, da chiedersi se davvero sia stato il grande Vincent van Gogh a vergarle e non piuttosto una mano più semplice al servizio di un’anima talmente umana da essere nostra pari. Nelle Lettere a Theo c’è tutto e non serve essere olandesi, o uomini di fine ottocento né avere sangue van Gogh nelle vene per capire ciò di cui Vincent parla con il fratello.
Vincent e Theo (anche se il libro è, purtroppo, composto solo dalla corrispondenza da parte del maggiore dei due fratelli) dialogano di tutto: delle passioni che li animano, dei paesaggi che vedono e delle esperienze fatte; parlano di Dio e degli uomini; dell’amore e della disperata ricerca di qualcuno che sappia guardare oltre le apparenze e amare ciò che per la società è, invece, riprovevole se non addirittura detestabile.
Si scopre, tra queste pagine, un uomo colto e curioso, un pittore che è anche lettore e non manca a suggerire al fratello nuovi titoli o a stimolare una riflessione sul nuovo testo di questo o quell’autore.

Sembrerà scontato, ma non posso dare un voto a questo libro né lo posso giudicare come farei con un romanzo autobiografico o una raccolta di poesie (di cui, pur non potendo esprimermi sulla poetica, potrei comunque commentare lo stile). Lettere a Theo è un testo disarmante che demolisce pagina dopo pagina le convinzioni che il lettore ha su Vincent van Gogh per sostituirle con un autoritratto di carta ed inchiostro. La scrittura di Vincent è evocativa e riesce a rendere perfettamente tanto le tonalità dei paesaggi che descrive a Theo, quanto le sfumature della sua anima e i chiaro scuri di una vita tutt’altro che facile, ma mai rassegnata.
Alla fine della lettura monsieur Vincent van Gogh diventa solo Vincent; le sue lettere sembrano un reperto riemerso dal fondo di un qualche cassetto e sembra di leggere le lettere e i pensieri di un amico di penna ormai irrimediabilmente perduto e, purtroppo per il lettore, questa nostalgia, questo mal di Vincent, non può essere curato in alcun modo.

*Jo

L’uomo che scrisse la Bibbia

.: SINOSSI :.

Questo romanzo narra la storia di William Tyndale il Traduttore, l’uomo che scrisse il libro più letto nella storia dell’Occidente: la Bibbia in inglese. È una storia popolata da sicari, vescovi oltranzisti, avidi mercanti, subdoli traditori, alchimisti e re, e ambientata in una delle epoche più turbolente, complesse e avvincenti che l’Europa abbia conosciuto: la prima metà del Cinquecento, il secolo che si apre con la scoperta dell’America, la Riforma luterana e la definitiva spaccatura fra Oriente e Occidente.
Narra di un genio che osò scrivere la Bibbia come se fosse la prima volta, nella lingua del popolo e non dei potenti, e che, così facendo, inventò l’inglese moderno, la lingua di Shakespeare. Dalla sua penna sono scaturiti neologismi come «il sale della terra», «i segni dei tempi», «capro espiatorio» e frasi piene di ritmo che Tyndale afferra «a orecchio» dalla gente comune, dal modo di esprimersi di quei commercianti, tessitori, marinai, tosatori, sarti e venditori di stoffe che ha conosciuto da ragazzo, nel Gloucestershire, la terra di confine affacciata sul mare dove è nato e cresciuto.
È, infine, il racconto di un viaggio, avventuroso e insidioso come quello dei primi esploratori, che porta da una lingua misteriosa, l’ebraico del Vecchio Testamento, a una lingua non ancora nata. Un viaggio in cui, per un libero pensatore alle prese con i demoni della propria creatività, per un rivoluzionario braccato da potenti nemici, il prezzo da pagare è sempre molto alto.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

L’uomo che scrisse la Bibbia non è un romanzo per tutti, ma è un romanzo che tutti i lettori dovrebbero leggere. Marco Videtta regala al suo pubblico un trattato di linguistica e teoria della traduzione camuffato da romanzo storico e riesce, grazie a questo travestimento letterario, a parlare di temi che difficilmente trovano spazio tra la pagine di un romanzo senza scadere nel didascalico o senza essere lentamente accantonati.
La traduzione della Bibbia in inglese è il pretesto per discutere non solo di filosofia e teologia, ma getta sopratutto le basi per una seria e ben strutturata riflessione sul come nasca la lingua e quanto potere si celi in ogni parola sia essa vergata o sussurrata.
Una cosa tanto quotidiana quanto scontata diventa così un terreno su cui si scontrano religione e politica, tradizioni e inventiva e, accompagnando Tyndale nel suo ramingare da una città all’altra, abbiamo modo di approfondire sempre di più quella che può essere definita una vera e propria “questione linguistica”.

Come linguista e come credente ho amato questo libro sia per la riflessione religiosa, che pur non essendo sempre perfettamente coerente con la dottrina cattolica è comunque valida e stimolante; che per le pagine in cui, dalla viva voce di Tyndale (o da quella dei suoi compagni) si assiste alla nascita di neologismi come “peacemaker” (=operatori di pace nella versione italiana) o si ascoltano le ragioni per cui una traduzione è da preferire ad un’altra.
Le parti dedicate alla traduzione mi hanno fatto, letteralmente, vibrare l’anima e il mio piccolo cuore da linguista si è commosso più di una volta nel vedere comparire, come lo spettro dell’arcobaleno, sulla carta le mille e più sfumature di uno scritto o di una singola parola capace, se utilizzata, di cambiare un testo rendendolo ora più profondo, ora provocante e duro o al contrario discreto ed elegante.
Il libro si guadagna un pieno e più che meritato 10+/10; è una lettura che, pur non essendo semplicissima, scorre fluida grazie ad una scrittura che sembra ricamare intorno ai concetti cardine del libro e che risulta equilibrata: né appesantita da un’aggetivazione eccessiva né ridotta all’essenziale.

*Jo

I leoni di Sicilia

.: SINOSSI :.

C’è stata una famiglia che ha sfidato il mondo. Una famiglia che ha conquistato tutto. Una famiglia che è diventata leggenda. Questa è la sua storia.

Dal momento in cui sbarcano a Palermo da Bagnara Calabra, nel 1799, i Florio guardano avanti, irrequieti e ambiziosi, decisi ad arrivare più in alto di tutti. A essere i più ricchi, i più potenti. E ci riescono: in breve tempo, i fratelli Paolo e Ignazio rendono la loro bottega di spezie la migliore della città, poi avviano il commercio di zolfo, acquistano case e terreni dagli spiantati nobili palermitani, creano una loro compagnia di navigazione… E quando Vincenzo, figlio di Paolo, prende in mano Casa Florio, lo slancio continua, inarrestabile: nelle cantine Florio, un vino da poveri – il marsala – viene trasformato in un nettare degno della tavola di un re; a Favignana, un metodo rivoluzionario per conservare il tonno – sott’olio e in lattina – ne rilancia il consumo in tutta Europa… In tutto ciò, Palermo osserva con stupore l’espansione dei Florio, ma l’orgoglio si stempera nell’invidia e nel disprezzo: quegli uomini di successo rimangono comunque «stranieri», «facchini» il cui «sangue puzza di sudore». Non sa, Palermo, che proprio un bruciante desiderio di riscatto sociale sta alla base dell’ambizione dei Florio e segna nel bene e nel male la loro vita; che gli uomini della famiglia sono individui eccezionali ma anche fragili e – sebbene non lo possano ammettere – hanno bisogno di avere accanto donne altrettanto eccezionali: come Giuseppina, la moglie di Paolo, che sacrifica tutto – compreso l’amore – per la stabilità della famiglia, oppure Giulia, la giovane milanese che entra come un vortice nella vita di Vincenzo e ne diventa il porto sicuro, la roccia inattaccabile.

Intrecciando il percorso dell’ascesa commerciale e sociale dei Florio con le loro tumultuose vicende private, sullo sfondo degli anni più inquieti della Storia italiana – dai moti del 1818 allo sbarco di Garibaldi in Sicilia – Stefania Auci dipana una saga familiare d’incredibile forza, così viva e pulsante da sembrare contemporanea.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Ho sempre trovato difficile scrivere la recensione di un libro che, per quanto mi sia piaciuto, mi ha lasciato l’amaro in bocca. Sembra le parole non bastino mai e mettere in fila le emozioni che la lettura ha scatenato non è semplice.

Di cosa parla questo romanzo? Anche se ormai penso lo sappiate più o meno tutti, è doveroso da parte mia raccontarlo (senza spoiler, ovviamente). I leoni di Sicilia è la storia della famiglia Florio: la narrazione copre ben tre generazioni con un arco temporale di circa settant’anni. Questo vuol dire che i personaggi nascono, crescono, invecchiano e quindi si susseguono. Nella prima metà del romanzo il lettore segue le vicende di Ignazio – che è il vero protagonista di questa prima parte – e Paolo Florio; i due fratelli si lasciano la Calabria alle spalle e partono per Palermo dove costruiscono le basi per il commercio che li porterà al successo. Quello che ho apprezzato, in questa prima parte del romanzo, è che l’autrice mostra molto bene l’ingegno che deve aver caratterizzato il vero Ignazio Florio: sebbene sia descritto dalla Auci come un uomo mite e tranquillo, è dotato di una grandissima forza di volontà e una creatività fuori dal comune che lo rendono la vera colonna portante del romanzo. Ignazio è, oltretutto, un personaggio piacevole con il quale il lettore empatizza volentieri.
Purtroppo, non si può dire lo stesso di Vincenzo Florio, il secondo grande protagonista del romanzo.
Come per molti altri libri, la trama de I leoni di Sicilia coinvolge il lettore, tanto che ne ho lette cento pagine in neanche un giorno, per tutta la prima metà. Poi, purtroppo, il romanzo rallenta e il lettore tende ad arenarsi tra le pagine che vedono Vincenzo come protagonista. Questo anche perché, come dicevo, Vincenzo è un personaggio difficile da amare e tende ad allontanare anche il lettore.
Lungi dall’essere un protagonista gradevole, è caratterizzato da una fortissima ambizione e da una profondissima rabbia: questo lo rende un uomo davvero capace di qualsiasi cosa pur di ottenere quello che desidera. L’autrice cerca di mostrarci, e a volte ci riesce, il lato umano di Vincenzo Florio ma credo che non fosse nelle sue intenzioni farlo passare come una persona buona. Credo che la Auci abbia cercato di costruire personaggi credibili e coerenti con la vicenda e, che piaccia oppure no, Vincenzo lo è. Anche qui, l’ingegno e la creatività sono tratti caratteristici del personaggio ma s in Ignazio erano caratterizzati da un generale alone di positività, quando si parla di Vincenzo si vede quanto il suo lavoro sia stato mosso principalmente dalla rabbia.
Una cosa che invece non ho affatto apprezzato è la caratterizzazione dei personaggi femminili. Qui, oltretutto, la sinossi inganna un po’ il lettore: pretende di presentare Giuseppina come donna eccezionale, ma all’interno del romanzo il personaggio è petulante e sicuramente rientra tra quelli negativi più che tra i positivi . Per Giulia sono più propensa a spezzare una lancia perché, devo essere, onesta mi è piaciuta. La sua forza è essere ostinata e comprensiva, cose che la rendono un’ottima controparte per Vincenzo: entrambi se vogliono una cosa la ottengono.

Stefania Auci ha scritto questo libro con tanta passione e presenta al lettore una Sicilia bella, riconoscibile, ben descritta nei suoi particolari geografici e culturali. Il linguaggio con cui l’autrice parla al suo pubblico è semplice, a tratti didascalico, ma generalmente adatto alla narrazione che richiede un linguaggio schietto e scevro da metafore troppo ardite.
Il voto che mi sento di dare a questo romanzo è un 8/10. La trama, come avevo già accennato è gradevole, ma solo a tratti. La prima metà del romanzo cattura e tiene il lettore incollato alle pagine, mentre dalla seconda metà in poi c’è qualcosa che non va: non saprei dire esattamente che cosa non abbia funzionato, ma mi rendevo conto di aver perso il coinvolgimento iniziale. Forse il problema sta nel fatto che succedono davvero tante cose e che tutte le vicende sono riassunte in poche pagine, come se l’autrice avesse avuto modo solo di grattare la superficie delle vicende che hanno coinvolto i Florio.
Ciò che ho apprezzato particolarmente di questo romanzo è il fatto che l’autrice abbia cercato di portare al lettore una storia non solo verosimile ma anche vera. La storia dei Florio è caratterizzata da tanti successi ma anche da tantissima discriminazione:penso che la Auci sia stata molto brava a raccontare al suo lettore la società siciliana della prima metà del diciannovesimo secolo mostrandola sia nei suoi lati positivi, come per esempio la grandissima apertura commerciale, sia in quelli più negativi che ruotano principalmente attorno alla difficoltà di accettare il cambiamento in tutte le sue numerose sfaccettature.
Consiglio questo romanzo a chi ha proprio voglia di una lettura complessa e non ha paura di annoiarsi tra le pagine di un romanzo difficile da leggere (perché di dialetto siciliano ce n’è tanto e, soprattutto all’inizio, ho fatto una gran fatica) e pesante nella trama e nei personaggi.

*Volpe

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*Lo staff