Gli occhi del Corvo

.: SINOSSI :.

Occhi di brace brillano nel buio di una notte che sembra eterna. Le voci gracchianti di mille corvi turbano la quiete della tua vita. La figura è accanto a te, appesa ai tuoi pensieri, mostruoso essere che sorge dagli inferi del tuo io. Gli occhi del corvo seguono ogni tuo passo. Ti spiano. Si insinuano nelle cesure tra veglie e sogno. Fanno capolino in un libro. Emergono dall’inchiostro dei sogni. Sono accanto a te e la loro incosciente danza ti conduce alla soglia della pazzia…. o è un mondo nuovo che si apre, come una voragine sotto i tuoi piedi? Gli occhi del corvo raccontano storie. Seminano indizi su quella storta strada e ti sussurrano “seguimi”. A te la scelta… se andare con loro e lasciare che il delirio di quello sguardo danzi dentro di te od opporti, aggrappandoti alla realtà come se fosse l’ancora di salvezza. Un viaggio onirico, affascinante, insensato attraverso le ombre che si agitano nella nostra mente. Sono gli occhi del corvo che rapiscono e ammaliano i tuoi sensi addormentati.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Il libro di Duma è complesso, contorto, scritto con l’intento di prendere il lettore di sorpresa già dal primo capitolo: non ci vuole tanto perché il lettore, infatti, si scontri con i repentini cambi di punto di vista che accadono così, senza nessun avvertimento.
Questo richiede una maggiore attenzione durante la lettura, tuttavia non crea confusione: non è difficile comprendere quando il personaggio cambia, basta fare un po’ di attenzione ai segnali che l’autore dà. I diversi punti di vista sono descritti abbastanza bene, le differenze sono in genere notevoli e accompagnate da dettagli del mondo che permettono di identificare i diversi personaggi.
La sola cosa che non ho apprezzato di questa tecnica narrativa è il fatto che i punti di vista a volte siano in terza persona e altre volte, invece, in prima. Per mantenere coerenza avrei puntato su uno dei due, soprattutto considerando il finale.

La trama è complicatissima, ma si svolge quasi del tutto negli ultimi capitoli: infatti dopo una iniziale partenza con il botto, l’autore si arena su alcuni dettagli che fanno procedere la narrazione più lentamente. Una volta superato questo piccolo scoglio, tuttavia, la trama torna ad essere scoppiettante.
I capitoli centrali del libro sono utili, solo che a volte sono ridondanti: in questo caso la tecnica dei diversi punti di vista rema contro l’autore costringendolo a riportare interi paragrafi da un personaggi all’altro.

I personaggi, una manica di adolescenti tra cui spiccano per complessità tre trentenni, sono abbastanza diversi l’uno dall’altro. Non posso dire di averne uno preferito, coinvolti in una macchinazione decisamente più grande di loro, sono tutti ugualmente vittime, o per meglio dire marionette, e quasi nessuno riesce ad agire in maniera concreta per cambiare il proprio destino o quello del mondo.
L’unico personaggio che devo dire mi ha leggermente infastidita è Yamasaki, un giapponese che si muove in una città lontana situata più o meno sulla costa occidentale dell’America. Si tratta di un personaggio egocentrico in cui le caratteristiche principali sono il razzismo e il pessimo: non proprio l’amico che uno vorrebbe avere.

Ammetto che arrivata a metà era estremamente perplessa: troppe cose sembravano strane persino per un libro weird (e, in questo caso, con strane intendo dire assolutamente non credibili neanche nella finzione narrativa). Per fortuna, a rimettere insieme i pezzi e a correggere quelle storture ci ha pensato il finale: gli ultimi capitoli, dedicati alla risoluzione del problema, sono intensi e soprattutto interessanti.
Il voto finale che mi sento di dare a questo romanzo è 7/10. Si tratta di un libro ben scritto che rientra appieno, sia come trama sia come stile di scrittura, nel genere weird. I problemi segnalati sopra, tuttavia, non mi permettono di dare un voto più alto. Consiglio di approcciarsi con una certa apertura mentale a questo romanzo perché i temi trattati non sono sempre politically correct.
Il libro mi ha messo inquietudine e senso di smarrimento. Mi ha fatto perdere durante la lettura, nonostante io non sia riuscita a immedesimarmi in nessuno dei personaggi. Soprattutto, e questo ve lo garantisco, non guarderò mai più i corvi nello stesso modo.

*Volpe

La collina dei conigli

.: SINOSSI :.

Il saggio Moscardo, l’ingegnoso Mirtillo, il prode Argento e tanti altri sono gli eroi di questo fantastico romanzo epico. Un drappello di piccoli coraggiosi conigli, alla ricerca di un avvenire più sicuro, migra attraverso le ridenti colline del Berkshire e affronta mille nemici in un indimenticabile cammino verso il più prezioso dei beni: la libertà. Con La collina dei conigli la letteratura contemporanea ha ricreato la sua Iliade e la sua Odissea: i piccoli e coraggiosi protagonisti vivono avventure ed emozioni, nella quiete di splendidi pascoli, e raccontano leggende sul Popolo dei Conigli, i suoi dèi e i suoi eroi.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Anche voi siete stati, come la sottoscritta, traumatizzati dal film d’animazione La collina dei conigli? Se la risposta è sì, significa che siete rimasti vittima di quello stereotipo per cui se ci sono degli animaletti parlanti il film è chiaramente, certamente e indiscutibilmente adatto ai bambini.
Quando, anni fa, venne a mancare Richard Adams e milioni di lettori riempirono i social con foto di questo libro e ringraziamenti all’autore, io pensai ad una sindrome di Stoccolma collettiva che portava i miei coetanei ad osannare colui che ci aveva procurato un trauma psicologico pari alla morte di Mufasa e di Artax.
L’interesse per il romanzo si è acceso dopo aver visto l’omonima serie tv su Netflix e, fin dalle prime pagine, il romanzo mi ha catturata e rapita verso un mondo a “misura di coniglio”.
Richard Adams è riuscito a creare, al pari di Tolkien ma con meno clamore, un mondo epico dove ogni specie animale ha una propria lingua (anche se il romanzo si concentra unicamente sulla lingua lapina parlata dai conigli), dove esistono déi e miti non meno epici o didascalici di quelli tramandatici dalle varie tradizioni sparse in tutto il mondo.
La caratterizzazione dei personaggi e la loro evoluzione è tutt’altro che aleatoria: dalla prima all’ultima pagina non si incontra un solo personaggio che risulti stereotipato; la stessa concatenazione di eventi non sembra studiata in funzione della trama, quanto ragionata per far evolvere al meglio le personalità dei singoli conigli evidenziando pregi e difetti, punti deboli e punti di forza di ognuno senza mai esacerbarli.

Il libro, sembrerà scontato, mi è davvero piaciuto e non posso che dargli 10/10.
Le descrizioni della campagna inglese sono delle perle e l’attenzione che Adams dedica nel descrivere, puntigliosamente, le specie vegetali ed animali che caratterizzano l’ambiente è davvero encomiabile. Il linguaggio è poetico e arcaico e ben si sposa con un testo che, pur parlando di conigli (non esattamente l’emblema dell’eroismo), trasuda epicità e drammaticità da ogni pagina regalando al lettore una parafrasi del mondo, della storia e di alcuni atteggiamenti tipicamente umani.
La collina dei conigli è un romanzo che, chiunque voglia fare lo scrittore, deve leggere almeno una volta e tenere sempre a portata di mano accanto allo scrittoio: a differenza di molti romanzi contemporanei, dove i personaggi tendono ad adagiarsi su stereotipi mancando così di profondità, Adams cesella minuziosamente i suoi protagonisti senza lasciare nulla al caso. Attraverso questo lavoro meticoloso, riesce a dare ai suoi conigli umanità aiutando il lettore ad empatizzare con tutti loro e capirli fino in fondo a prescindere dal loro schieramento all’interno del romanzo.

*Jo

Il re, il cuoco e il buffone

.: SINOSSI :.

Non si sa se Tyll Ulenspiegel sia realmente esistito, ma dal Medioevo questa specie di Peter Pan tedesco, questo giullare che getta scompiglio, buffone di corte che si prende gioco dei potenti, è entrato nella tradizione popolare tedesca e, almeno in parte, europea. Daniel Kehlmann racconta il suo Tyll. Un bambino mingherlino nato nel piccolo villaggio di Ampleben, nel Nord della Germania, nel Diciassettesimo secolo, poco prima dello scoppio della Guerra dei trent’anni, che scappa dopo che suo padre viene bruciato con l’accusa di stregoneria. L’apprendista acrobata che, presa la via della strada, diventa il funambolo che balla in bilico sulla fune, incanta e irride gli astanti. Il giullare irriverente voluto da tutti, che finisce alla corte del Re d’Inverno, re che è durato il tempo di una sola stagione. E i tempi sono assai duri, imperversano il freddo, la fame e la guerra. L’Europa si è lasciata andare al sonno della ragione. Sulla strada impervia, Tyll, accompagnato dall’amica sorella Nele, tra boschi stregati, pentacoli e quadrati magici, incontra molte celebrità della sua epoca, come il dottor Fleming che scriveva poesie in tedesco, lingua ancora non formata, Athanasius Kircher, gesuita alla ricerca di un drago con il cui sangue vuole creare una medicina contro la peste, la regina di Boemia, Wallenstein e il re di Svezia Gustav Albert Wasa, circondato dai suoi rudi soldati sul campo di battaglia.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Trovare le parole adatte per discutere di questo romanzo è davvero difficile. Il re, il cuoco e il buffone non è solo la storia di Tyll Ulenspiegel, celebre personaggio folcloristico già protagonista di molti programmi televisivi per bambini e ragazzi, è un compendio di storia europea, di filosofia, di religione, di magia e medicina.
Ogni pagina trasuda conoscenza e ogni personaggio porta qualcosa di nuovo e immensamente personale, profondo e complesso al lettore. Dire che esiste un solo protagonista sarebbe sbagliato, ma di certo Tyll Ulenspiegel è sempre presente: lui lega le storie e le vite le une alle altre e, nonostante la sua fama di buffone, ha qualcosa da insegnare a ciascuno di noi.

Non è un libro semplice da leggere: l’autore, Daniel Kehlmann, descrive l’Europa durante la guerra dei trent’anni sia nei suoi particolari più buffi, come ad esempio la folle ricerca dell’ultimo invisibile drago della Baviera o il magico quadro che solo gli stupidi vedono vuoto, sia in quelli più cruenti. In particolare, sono rimasta molto colpita dall’abilità dell’autore di descrivere le battaglie campali tipiche dell’epoca. Lungi dal riportare i fatti in modo eroico, Kehlmann mostra al lettore come doveva essere davvero la vita negli accampamenti e, peggio ancora, tra le fila dei soldati. Io ho avuto la fortuna di studiare questo periodo storico abbastanza di recente anche nei suoi dettagli militari e sono rimasta stupida dall’accuratezza con cui l’autore si è informato prima di mettere la sua storia su carta.
La precisione storica di Kehlmann non si limita tuttavia alla sola storia militare: il suo romanzo è ricco di nozioni religiose e, soprattutto magiche e folcloristiche. Il lettore is trova proiettato in un mondo completamente alieno in cui superstizione, scienza e magia si fondono costruendo così non solo la cultura ma anche la stessa realtà dei protagonisti. Seguendo il pensiero dell’epoca, Kehlmann descrive pratiche come i quadrati magici, la dragologia e l’alchimia rendendo bene l’idea di quanto, per le persone dell’epoca, la magia fosse assolutamente reale.

In questo quadro, che può apparire estremamente pesante, si inserisce la presenza dissonante di Tyll Ulenspiegel che, appunto, accompagna il lettore per tutta la storia. La sua funzione è, nel romanzo, quella del buffone di corte: permette di esplorare le assurdità di un’epoca piuttosto buia e sottolinea, esattamente i buffoni erano soliti fare con i sovrani, con spiccata ironia le incoerenze dei diversi personaggi.
Il romanzo è raccontato da un narratore onnisciente in terza persona e, proprio grazie a questo, il lettore può viaggiare da un punto di vista all’altro: anche in questo caso, la tecnica non è usata solo per poter mostrare di più al lettore, viene anche sfruttata per evidenziale le incongruenze che animano i diversi personaggi. Così, in un capitolo abbiamo la regina che si crede molto più intelligente del suo povero marito e riporta di lui l’immagine di un inetto che ha bisogno del suo amore per sopravvivere e in quello successivo rileggiamo le stesse vicende ma dagli occhi del re che vede nella sua mogliettina una fragile donna che ha tanto bisogno del suo amore per sopravvivere. Sono proprio l’assurdità e la disarmonia a rendere il romanzo uno specchio non solo della società del tempo ma anche di oggi.

Non possono che dare a questo romanzo un 10/10 perché, per me, ha tutto quello che un buon libro dovrebbe avere. Non solo la scrittura è splendida e riesce a coinvolgere il lettore anche nei momenti in cui la trama si fa più noiosa (l’autore è riuscito a mantenere alta la mia concentrazione scrivendo delle elucubrazioni di un mugnaio che cerca di capire quando, filosoficamente parlando, un insieme di chicchi di grado diventa effettivamente un mucchio di chicchi di grano), ma si tratta anche di un libro che, pur trasmettendo una quantità indefinibile di sapere, invita il lettore a non prendere mai la vita troppo sul serio.
Consiglio vivamente la lettura di questo romanzo a chi ama la storia ma anche e soprattutto a chi è sempre alla ricerca di un libro in grado di insegnare qualcosa: non resterete delusi perché ogni pagina è una nuova, emozionante, lezione.

*Volpe

E così volete aprire un blog. Consigli e suggerimenti di due bookblogger dilettanti ma non troppo

Sono molti gli scogli che un bibliofilo deve affrontare nel momento in cui decide di condividere la propria passione per i libri su un social come può essere Instagram. Per prima cosa occorre avere chiaro il motivo per cui si decide di aprire un profilo e quali obbiettivi ci si prefigge (fare nuove amicizie, condividere le proprie letture, ottenere collaborazioni con grandi e piccole case editrici, etc…); una volta definito ciò si può avere la sensazione che il peggio sia ormai alle spalle e, invece, è proprio quando si hanno le idee chiare che iniziano i problemi.

Presentazioni
Scegliere un nome per la propria neonata creatura non è semplice ed è davvero difficile trovare quella combinazione di fantasia, coerenza ed originalità che permetterà al vostro blog di distinguersi dagli altri senza rischiare di tradire la sua essenza.
Prima di dare libero sfogo alla creatività, dovete avere chiaro quali argomenti tratterete nel vostro blog e muoversi di conseguenza. Se il vostro spazio tratterà principalmente tematiche relative al giardinaggio e alla natura, preferire nomi che contengano parole come “verde” e “natura” risulterà una scelta vincente ma se, come osiamo presupporre, il vostro sarà un bookblog allora dovrete orientarvi verso nomi che contengano termini come “scaffale”, “segnalibro”, “libro”, “libreria” o “booklover”.
Molti bookblogger, in questo caso, optano per una combinazione semplice e funzionale utilizzando il proprio nome con l’aggiunta di un termine libroso: questa soluzione non passa mai di moda e sicuramente evita che vi imbarchiate per viaggi ai confini della fantasia da cui tornerete con un nome assurdo o affatto coerente con il vostro blog. Controcanto di questa scelta è la concorrenza: se è vero che questa scelta è facile è veloce è anche vero che, aprendo il bookstagram (quella parte di instagram dedicata ai libri), si perde letteralmente il conto di quanti profili esistano con nomi simili e il rischio di finire in questo minestrone di nomi e username è davvero elevato.
Il mio consiglio è di essere voi stessi e di lasciarvi ispirare dalla vostra quotidianità e dalle casualità che la compongono.
Il nome del nostro blog (Arcadia lo scaffale sulla Laguna) è stato ispirato dall’Accademia dell’Arcadia (accademia letteraria fondata a Roma a fine ‘600) e dal luogo in cui vivevo in quegli anni: la suggestiva laguna di Venezia.

… e prime impressioni.
Vi presentereste mai ad un colloquio di lavoro o ad un esame con infradito e bermuda senza portare con voi nemmeno un curriculum o le dispense su cui avete studiato? Ovviamente no e così come siete curati nei vostri affari “offline” dovete esserlo anche per quelli online.
Dal momento in cui decidete di aprire un bookblog (o un qualsiasi altro tipo di blog), dovete pensare a lui come ad un prodotto da vendere che deve farsi notare tra migliaia di altri prodotti simili: avete trovato un nome incisivo e che vi permette di distinguervi dalla massa, ma il rischio di rovinare tutto è dietro l’angolo e niente è più nocivo della brutta pubblicità.
Grafica – Se ripenso alla grafica che avevamo inizialmente (di cui fortunatamente è andata perduta ogni testimonianza) mi metto le mani nei capelli. Non che non fosse bella, anzi, io la adoravo, ma era più simile ad una tavolozza di Picasso che non ad un progetto definito e ordinato. I vari CMS (Content Management System ndr) permettono una vasta gamma di personalizzazioni e molte volte propongono delle combinazioni di colori che possono risultare molto utili quando si iniziano a muovere i primi passi nel magico mondo del blogging. Cercando online, inoltre, potete trovare numerosi siti che propongono guide più o meno esaustive sull’argomento: dalla scelta della tonalità più azzeccata a strumenti che vi aiutino nella creazione e scelta di una palette.
Logo – Cosa vi viene in mente se vi parlo di un cavallino nero rampante? Una M maiuscola e gialla? Il logo di un prodotto è molto più di un semplice disegno: è il suo ambasciatore. Le sue dimensioni ridotte gli permettono di sostituire, per esempio, il nome completo di un’azienda su una pubblicità o in un banner e per questo motivo deve essere riconoscibile e facilmente riconducibile alla realtà che rappresenta. Allo stesso modo il vostro logo deve permettere ai vostri lettori di riconoscervi tra mille blog: non servono capolavori grafici, anzi! Spesso un disegno semplice e ben pensato rimane maggiormente impresso di uno troppo arzigogolato o difficile da decifrare. Persino un monogramma, se realizzato con fantasia, può diventare un ottimo logo per la vostra realtà.
Come per la scelta del nome, il logo non deve allontanarsi troppo dall’argomento che vi prefiggete di trattare o, almeno, deve avere un elemento in qualche modo riconducibile a voi o al vostro nome. Il logo di Arcadia, per esempio, non presenta libri o oggetti riconducibili al mondo della letteratura, ma è un chiaro riferimento alla Laguna di Venezia dove il blog è nato. Anche la scelta dei colori è importante e, cercando online, è possibile trovare una guida ai colori maggiormente indicati per qualsiasi tematica, ma, se non volete rischiare, il buon vecchio nero è sempre una valida opzione e vi permetterà di non dover impazzire per farlo intonare con le altre tinte.
Contenuti – Avete scelto i colori, il logo e tutto ciò che renderà graficamente accattivante il vostro blog: ora è arrivato il momento di pensare ai contenuti. Se la parte grafica può essere paragonata alle apparenze di una persona, i contenuti sono le sue idee e la proprietà linguistica con cui vengono espresse. Un blog ordinato è una gioia per gli occhi e rende la gestione molto più facile, certo dovrete spendere qualche momento per decidere come organizzare il tutto, ma vedrete che la vostra pazienza verrà ripagata. Per iniziare predisponete una pagina dedicata ai contatti e una alla vostra presentazione. Una volta arrivati sulla vostra piattaforma, i vostri lettori potrebbero avere il desiderio di conoscervi meglio o di cercarvi su altri social: dedicare due pagine a questi argomenti non è un eccesso di vanità, ma, al contrario, vi farà apparire molto più professionali. Fatto ciò potete passare ai contenuti che devono essere curati tanto quanto la grafica che avete scelto. Per iniziare potete lasciarvi ispirare dai format che attirano la vostra attenzione su blog simili ai vostri: l’importante è non copiare mai. Il blog è una vostra creatura e copiando i contenuti di altri non solo fareste loro un grosso torto, ma vi ritrovereste con un patchwork mal fatto di articoli ricopiati a destra e a manca senza alcun filo logico. Tutto ciò che pubblicate deve essere farina del vostro sacco e, se i primi articoli non dovessero riscuotere il successo sperato, non demordete e continuate a tentare.
Un’altra regola importante alla base della scrittura è: scrivete di ciò che conoscete. A prescindere dagli argomenti trattati, dovete essere consapevoli e debitamente informati sui temi che scegliete e mai (dico mai!) andare ad improvvisazione. Se volete scrivere un articolo su un nuovo genere letterario piuttosto che su un tipo particolare di parassita delle rose, ma non avete le competenze per farlo potete decidere di studiare l’argomento fino ad acquisire la dimestichezza necessaria oppure lasciare perdere per evitare figure poco lusinghiere.

Scripta manent
Perché si apre un blog? Per parlare di sé, per condividere con gli altri qualcosa che ci appassiona o per informarli su tematiche a noi particolarmente care. Aprendo un blog dovete sempre ricordare che le buone intenzioni non bastano e che, anche se formalmente cancellerete uno o più dei vostri contenuti, ne rimarrà sempre una traccia nel grande e complicato mondo del web.
Comportatevi sul web come vi comportate nel mondo reale.
A meno che il vostro non sia un blog volutamente provocatorio o con una forte connotazione umoristica, i vostri articoli devono essere sempre corretti dal punto di vista ortografico, grammaticale e linguistico.
Siate rispettosi degli altri e delle loro opinioni e non usate mai il vostro spazio per attaccare direttamente qualcuno: non si può essere sempre d’accordo su tutto e siamo tutti consapevoli che, almeno su certi argomenti, esistano punti di vista sbagliati e punti di vista corretti. A prescindere da quali siano le vostre convinzioni, cercate di essere sempre il più assertivi possibili ed esponete le vostre opinioni argomentandole senza offendere l’oggetto del vostro articolo o chi potrebbe pensarla diversamente.

Le recensioni
La stessa regola vale per quanto riguarda la stesura delle recensioni: siate sempre esaustivi e non limitate mai il vostro giudizio ad un voto sommario. Ricordatevi che l’oggetto che avete tra le mani è il frutto del lavoro di qualcun altro e, per quanto piccola, la vostra opinione in merito è comunque una forma di pubblicità.
La recensione di un libro è la sua presentazione e, di conseguenza, deve contenere una serie di informazioni utili ad inquadrare un’opera: titolo e autore, trama, genere, anno e casa editrice sono informazioni importantissime che non devono mai essere tralasciate; per quanto riguarda il vostro commento, esso deve essere sempre esaustivo e mai limitato a “bello” o “brutto”. Quando recensite un romanzo tenente conto di tutti gli elementi che lo compongono: quelli espliciti come genere e tematiche, e quelli meno evidenti come l’età di lettura consigliata (non fidatevi ciecamente della divisione che trovate nei cataloghi online!) o i diversi livelli di lettura che l’opera presenta. Ciò che a voi non è piaciuto non è detto che possa non piacere anche ad altri, per ciò cercate di non smorzare eccessivamente il romanzo e concentratevi il giusto sugli aspetti negativi e solo se necessario: per esempio è bene segnalare evidenti buchi di trama, mentre si può sorvolare sull’ennesimo triangolo amoroso, un trope imprescindibile dei romanzi per giovani adulti. Nel giudicare l’approccio di uno scrittore e le sue parole non dimenticate mai il contesto storico in cui questi vive e scrive: tra le pagine di un romanzo di inizio ‘900 potreste imbattervi in frasi omofobe o razziste che, per quanto scioccanti oggi, erano perfettamente tollerate all’epoca.

Mi dispiace, ma io so’ io e voi non siete un cazz0″
Abbiamo detto, e lo ribadiamo, che dal momento in cui si apre un bookblog è importante avere chiari gli obbiettivi prefissati e una strategia che li renda attuabili; tuttavia, qualora il vostro scopo sia diventare famosi, vi consiglio caldamente di rivedere le vostre strategie e finalità. Non c’è nulla di male nel desiderare di diventare famosi facendo ciò che si ama e spero per voi che questa nuova esperienza vi porti tutte le soddisfazioni che meritate e sognate. Tuttavia è bene ricordare che il motore della vostra realtà non deve essere la ricerca forsennata di followers, ma la passione e il vivo interesse per ciò che fate. Se, soprattuttto i primi tempi, avessi dato retta ai numeri di Arcadia (poche visite sul blog, uno o due followers guadagnati al mese, interazioni ai limiti storici da quando sono nati i social, etc…), questa realtà avrebbe già chiuso i battenti da anni.
Una delle cose di cui ci si sente maggiormente lamentare dentro e fuori dal bookstagram è la presunzione e la supponenza con cui bookblogger, autori e più raramente editori si presentano per stringere collaborazioni; ne consegue che una delle prime regole da seguire per “avere successo” come bookblogger (o blogger) è, paradossalmente, avere un atteggiamento umile e assertivo.
Prima di presentarvi ad autori, editori o altri blogger, curate bene la vostra presentazione: approcciarsi, magari con toni altisonanti, a qualcuno e poi mostrare un blog vuoto e un profilo mal tenuto non è mai un buon inizio; prima di “buttarvi nella mischia” fate una revisione della vostra pagina, magari facendovi aiutare da un amico, e chiedetevi se trasmette ciò che voi volete gli altri vedano di voi.
Nel contattare terzi per richiedere o proporre collaborazioni, cercate di avere un tono propositivo e rispettoso: avete fatto un duro lavoro per arrivare dove siete, ma non siete i soli; dietro ogni profilo bookstagram o blog c’è il lavoro di una o più persone ed è importante rispettarlo come voi volete venga rispettato il vostro.
Siate consapevoli che, per quanto curato, professionale, e accattivante possa essere il vostro prodotto, nessuno si sveglia la mattina aspettando che voi gli scriviate per proporgli una collaborazione, quindi seguite le norme di buona educazione che attuate nella vita di tutti i giorni.
– Presentazione: nome, cognome, realtà per cui lavorate/collaborate;
– Proposta: esponete la vostra idea dimostrandovi comunque aperti a forme alternative di collaborazione; in questa fase dovete essere onesti e proporre progetti commisurati alle vostre disponibilità di tempo ed energie;
– Saluti: chiudete il vostro messaggio evitando qualsiasi formula che possa “mettere fretta” all’altra persona e, qualora non riceviate una risposta, evitate di insistere;
Ricordatevi sempre che le vostre intenzioni, per quanto nobili, non sono visibili per questo motivo curate il linguaggio di ogni messaggio/comunicazione come se fosse il più importante che avete mai scritto. I primi tempi, per prendere confidenza, potete ricorrere a modelli “prefatti” in modo da evitare scivoloni linguistici o cadute di stile, ma con il tempo dovrete imparare a dare ad ogni vostro scritto la sua impronta in modo che di vi legge abbia la sensazione di aver davanti qualcuno che si è davvero interessato a lui e alla sua realtà (per esempio, se scrivete ad un autore o a un editore è bene avere chiari i generi trattati e almeno una vaga idea delle altre opere pubblicate).
La sincerità deve essere la vostra bussola: se ricevete proposte da autori/editori o “colleghi” che trattano argomenti in cui non vi sentite competenti (o non vi interessano), non c’è nulla di male a declinare l’offerta: un lavoro fatto per inerzia non è mai un buon lavoro!

La regola d’oro
Gestire un blog non è una cosa facile, ma, a meno che non siate blogger professionisti per una qualche azienda, è importante riuscire a mantenere il giusto equilibrio tra impegno e divertimento, avere chiari obiettivi, strategia e calendario di pubblicazione non vuol dire annullare il resto.
Informarsi sugli hot topics (=temi caldi) e i trend è importante, ma non è obbligatorio riproporli sui vostri canali se questi non incontrano i vostri gusti o non ne condividete il messaggio.
Per evitare il panico da pubblicazione tenete sotto mano un’agenda o un calendario e segnate giorno per giorno cosa pubblicare in modo da arrivare preparati alla data di pubblicazione; e se qualcosa va storto? Nessun problema! Un post ritardato di un giorno o due non ha mai ucciso nessuno!

*Jo

Cronache dalla val Lemuria

.: SINOSSI :.

Da Genova (o da qualunque altra località civile) sono tre le strade per raggiungere la Val Lemuria. Il confine non è indicato da nessun cartello eppure, quando lo si supera, è difficile non accorgersene. Il paesaggio diventa subito più cupo e selvaggio. Boscaglie intricate si arricciano sui versanti della gola tortuosa scavata dal rio Aneto, mentre le montagne, dalle cime tipicamente coperte di nebbia, incombono opprimenti. Dieci storie alla scoperta di quel luogo misterioso e fantastico che è la Val Lemuria, dove è possibile udire il verso del pappagufo, imbattersi nelle tracce dei misteriosi Cecìni, o essere travolti dalla Birta Odlata. Ma attenzione… hic sunt lemures: qui ci sono gli spettri!

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

La raccolta di racconti di Cristiano Demicheli è in parte costituita da horror (piuttosto soft) e in parte da puro genio. Si resta sorpresi, pagina dopo pagina, dalla creatività di Demicheli: l’autore riesce a stupire i suoi lettori con ogni parola e, cosa ancora più bella, a non annoiarli nemmeno durante la seconda lettura.
I racconti sono ambientati in val Lemuria, un luogo che, seppur immaginario, ha molto di reale tanto che tutti almeno in un primo momento ci siamo chiesti se fosse davvero solo frutto della fantasia di Demicheli. Complice di questo inganno è il prologo: Demicheli si è divertito a scrivere una guida turistica della Val Lemuria per presentare tanto le stranezze di questo luogo quanto le ambientazioni e i protagonisti delle sue vicende. Divertentissimo è anche il penultimo racconto di cui però, per non rovinare la lettura a nessuno, non farò cenno: vi dico solo che, in questo caso, la fantasia dello scrittore sfonda addirittura la quarta parete.

Il centro dell’intera raccolta è, appunto, l’inventiva. I racconti di Demicheli sono intriganti soprattutto perché originali: l’autore riesce a coinvolgere sia quando scrive racconti per così dire classici, sia quando si diletta con storie dal sapore decisamente alternativo in cui inventa spiegazioni inusuali per pratiche comunissime, come ad esempio nel suo racconto “l’invenzione della passeggiata“.
Tutti i racconti di Demicheli appartengono al genere weird: a volte, sono caratterizzati da note più cupe, tal altre invece da sfumature comiche che rendono i testi ancora più bizzarri e, a mio giudizio, interessanti.
Lo stile scelto, che punta a suscitare sorpresa anche grazie all’uso sapiente della comicità catartica, non stanca mai e soprattutto si adatta perfettamente alle storie che l’autore ha deciso di raccontare.

E’ difficile trovare dei difetti alla raccolta: ciascun racconto è lungo il giusto e, allo stesso modo, la comicità così come le bizzarrie sono calibrate in modo da non disturbare mai il lettore. Difficile, quindi, dare al lavoro di Demicheli un voto inferiore a 10/10.
Il viaggio che si intraprende in Val Lemuria non dura né troppo poco né troppo a lungo: tutti i luoghi caratteristici della valle, come descritti del prologo-guida-turistica, vengono sfiorati da almeno un racconto donando circolarità al testo.
Il mio racconto preferito è stato “Il cielo sopra Tolengo” seguito da “l’invenzione della passeggiata” e, naturalmente, dal prologo che da solo dovrebbe convincere chiunque alla lettura.
Consiglio questa raccolta a chi ha voglia di fare un viaggio in una terra nuova e bizzarra, strana ma di cui poi non si potrà più fare a meno.

*Volpe

Storie della liberazione: quattro film sulla resistenza italiana

25 aprile, Festa della Liberazione: un appuntamento per cui ogni anno ci prepariamo guardando film e leggendo libri a tema, pronte a ricordare chi ha lottato e dato la vita per donarci una Italia libera.
Le considerazioni sarebbero molte e il tempo, invece, è sempre troppo poco: per non banalizzare un argomento che ci sta a cuore, finiamo sempre per lasciare che siano altri, più competenti, a parlare per noi.
Se gli scorsi anni vi abbiamo consigliato la lettura di libri come La Gabriella in bicicletta di Tina Anselmi e La macchina del vento di Wu Ming, quest’anno vogliamo che siano i film ad aiutarvi nella vostra personale riflessione.
Per questo, abbiamo scelto quattro film che ci sono piaciuti e, soprattutto, che ci hanno lasciato qualcosa.

Paisà (1946)
Attraverso sei episodi distinti ed indipendenti uno dall’altro, il film rievoca l’avanzata delle truppe alleate in Italia. Si inizia con un episodio dello sbarco in Sicilia, dove una ragazza e un soldato americano vedono troncare sul nascere la loro storia d’amore. Segue una scena a Napoli, protagonisti un soldato afroamericano e un bambino, che deruba il militare. Il soldato, inseguendo il bambino, scopre la vita misera che conduce con la famiglia e decide di non denunciarlo. Il terzo episodio si svolge a Roma, dove un soldato si incontra con una prostituta, raccontandole di una ragazza che aveva conosciuto tempo prima. L’uomo non sa che quella giovane di cui serba il ricordo è proprio lei. Il quarto rievoca le drammatiche giornate della liberazione di Firenze, dove una donna cerca un suo amico pittore, ora capo partigiano. Il quinto si svolge in Romagna nella riposante quiete di un piccolo convento sulla linea gotica sconvolto dagli eventi. L’ultimo, ambientato nel Delta del Po esalta la coraggiosa opera di partigiani italiani nelle paludi della Valle padana.

Il sangue dei vinti (2008)
Storia di una famiglia lacerata dalle divisioni politiche verso la fine della II Guerra Mondiale. Il poliziotto Francesco Dogliani, confidente nello Stato e nella giustizia e fedele al Re, cerca di risolvere un caso di omicidio, avvenuto durante il bombardamento dello scalo di San Lorenzo, in cui ha trovato la morte una giovane prostituta, madre di una bambina. Nel frattempo il fratello di Dogliani, Ettore, si aggrega alle brigate partigiane mentre sua sorella, Lucia, entra a far parte della milizia della Repubblica di Salò. Le fasi concitate e sanguinose della Liberazione segneranno profondamente le esistenze di tutti i protagonisti.

Una questione privata (2017)
Impegnato nelle lotte della resistenza italiana, Milton (giovane partigiano durante la Seconda guerra mondiale) perde le tracce di Fulvia, la donna di cui è follemente innamorato.
Tornato nella villa dove aveva conosciuto la sua dolce metà, il partigiano scopre grazie alla custode un tremendo segreto: forse Fulvia ora è innamorata di Giorgio, affiliato alla resistenza nonché suo migliore amico. Sullo sfondo delle guerre partigiane nel territorio nebbioso delle verdi Langhe, Milton intraprende un coraggioso viaggio non solo per ricevere spiegazioni da Giorgio e incontrare il suo amore, ma anche per ritrovare se stesso.

Freaks Out (2021)
Siamo nel 1943, a Roma, proprio nel bel mezzo della Seconda guerra mondiale e nell’anno in cui la Capitale è scenario di bombardamenti tra nazisti e Alleati.
I quattro lavorano in un circo, gestito da Israel, che per loro- più che un capo – è una sorta di figura paterna. Quando quest’ultimo cerca di trovare una via di fuga che li porti lontano dal conflitto, scompare misteriosamente, lasciando i quattro soli e senza alcuna prospettiva. Matilde, Cencio, Fulvio e Mario si ritrovano improvvisamente senza quello che avevano prima, un circo che era sinonimo di famiglia e sicurezza. Senza Israel, senza il tendone sono soltanto dei fenomeni da baraccone privi di uno scopo nella vita, bloccati nella Città eterna, che inizia a crollare sotto i duri colpi bellici.

A favore della libertà, ora e sempre.
*Jo&Volpe

L’estate più bella della mia vita

.: SINOSSI :.

È la notte prima degli esami di maturità, Caterina si trova in bilico sul filo della vita, il termine di un percorso importante che la porterà ad affacciarsi al mondo degli adulti. Non si sente ancora pronta per affrontare tutto questo, la sua mente è confusa, ha paura di prendere decisioni sbagliate, come lasciarsi alle spalle la sua più importante storia d’amore. Per uno strano scherzo del destino incontra Federico, promettente studente universitario alla facoltà di Medicina, dal fare burbero, la cui vita gli ha riservato una spiacevole sorpresa. La condivisione di un segreto importante li porterà a conoscersi sempre di più, divenendo complici l’uno dell’altra in un’estate che ricorderanno per sempre come l’estate più bella della loro vita.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

E’ una storia di sentimenti, oltre che romantica, quella raccontata da Alice Buzzella nel suo L’estate più bella della mia vita. Un romanzo in cui, sebbene il finale si intraveda sin dalle prime pagine, il lettore ha la possibilità di sperare e sognare. La trama è abbastanza semplice, lineare e facile da seguire: come ho detto, il turning point principale è accennato già nelle prime pagine e un lettore attento riesce a prevedere come andranno, più o meno, le cose. Questa scelta, però, non rende il romanzo scontato: al contrario spinge il lettore a cercare di indovinare cosa succederà.

La scrittura è molto buona: le metafore di Buzzella non sono scontate, la storia ha un buon ritmo e le pagine scorrono una dietro l’altra facilmente accompagnando il lettore verso le ultime righe ad una velocità sorprendente. Non ci sono paragrafi o frasi in cui si inciampa, le parole sono scelte con cura sebbene vengano quasi tutte dal linguaggio del quotidiano e, in generale, la scrittura semplice si adatta alla storia che l’autrice ha voluto raccontare.
Unico neo stilistico è il desiderio di rendere “esotici” i nomi italiani in una storia ambientata in Italia. Per quanto io capisca che gli adolescenti abbiano la tendenza a inglesizzare i propri nomi, non amo molto vedere “Caterina” diventare “Kate” e “Gioia” trasformarsi in “Joy”.

In generale, la storia è molto buona: io non amo particolarmente i romanzi d’amore o i libri eccessivamente romantici, ma la scrittura di Buzzella mi ha aiutata ad arrivare alla fine e a gustarmi ogni singola riga. Ho apprezzato soprattutto la mancanza di molti dei cliché dei romanzi rosa che, di solito, mi infastidiscono: qui non ci sono ragazzacci molesti che disturbano la quiete di docili ragazzine. La protagonista ha un carattere piuttosto normale, tipico di una ragazza della sua età e con cui è facile entrare in empatia; allo stesso modo le vicende in cui si trova coinvolta sono coerenti e credibili e il lettore non ha la sensazione di leggere forzature messe lì apposta solo per far arrivare i personaggi principali ad innamorarsi. Anche Federico, il nostro protagonista maschile, ha un carattere che risulta credibile.
Questo rende entrambi molto umani: due tipici, o quasi, adolescenti italiani che il lettore segue con pazienza osservando il susseguirsi delle vicende che li porterà a passare, per citare il titolo, l’estate più bella della loro vita.
Non è un romanzo perfetto ma in generale è un libro che considero molto buono. Il mio voto è 8/10: ci sono alcune cose che potrebbero essere migliorate, come ad esempio la velocità con cui i capitoli iniziano e finiscono e lo scarso numero di descrizioni, ma è un libro che mi sento di consigliare.
Amanti di Nicholas Sparks, troverete in Alice Buzzella una degna compagnia!

*Volpe

Il principe

.: SINOSSI :.

Ogni epoca si è riconosciuta nel Principe, con argomenti sempre diversi. I motivi che lo hanno reso un classico sono ancora oggi attuali: il conflitto tra il desiderio di dominare la realtà politica e la ragione, la percezione di un momento storico indecifrabile, la natura del potere. Il capolavoro di Machiavelli viene qui presentato in una nuova edizione critica, con un ricco commento a piè di pagina, ausili letterari, rimandi culturali, chiarimenti storico-politici e spunti interpretativi.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Tutti hanno sentito parlare, almeno una volta nella vita, di Niccolò Machiavelli e della sua opera più famosa: Il Principe.
Il Principe è una di quelle opere che tutti pensano di conoscere, ma che in realtà pochi hanno letto davvero e compreso.
Partendo dal background culturale dell’uomo politico del suo tempo, Machiavelli stila quello che potrebbe essere considerato un programma che, se seguito, garantirà al principe non solo un periodo di reggenza lungo e sicuro, ma anche fama e ammirazione presso i posteri.
Agli occhi di un lettore contemporaneo certe indicazioni non sembrano solo inattuabili, ma anche incivili e l’esatto contrario di ciò che viene considerato “buon governo” nelle democrazie moderne.
Nonostante si tratti di un testo politico/militare rinascimentale, Il principe offre parecchi spunti di riflessione anche al lettore contemporaneo: non serve infatti essere politici per aver a che fare, più o meno quotidianamente, con colleghi doppiogiochisti o situazioni che richiedono un approccio diplomatico per essere risolte con il minor danno possibile ed è per casi come questi che la lettura de Il principe può risultare valida e tutt’altro che anacronistica.

Nonostante l’edizione della Mondadori a cura di Piero Melograni presenti il testo originario accanto alla parafrasi italiana, la lettura de Il principe così come venne vergato da Machiavelli non è affatto complessa e, anzi, il doversi tenere da un solo “lato” della pagina ha reso la lettura scomoda non permettendo di scorrere le pagine con la fluidità che ci si aspetta da un libro.
Per ovvie ragioni non mi è possibile dare un giudizio a questo testo, ma posso comunque consigliarlo a chi è alla ricerca di un libro interessante sotto molti aspetti: filosofici, politici, etici e storici. Leggere Il principe, infatti, non è solamente un modo per apprendere delle nozioni(più o meno valide o attuabili), ma è prima di tutto affacciarsi su un mondo antico ed affascinante che viveva in senso pieno e totalizzante il senso della cultura riuscendo a creare collegamenti interessanti e calzanti tra letteratura, storia, politica e filosofia.
*Jo

Io, Tituba, strega nera di Salem

.: SINOSSI :.

Nel 1692 la comunità puritana di Salem, nel New England, fu lacerata da uno dei più famigerati processi per stregoneria della storia. Le accuse, gli interrogatori, le torture e le condanne che seguirono coinvolsero più di centocinquanta persone e culminarono nella condanna a morte di diciannove imputati, in maggioranza donne. La nera Tituba, schiava di origine caraibica di proprietà del Reverendo Parris, fu accusata di istigare le donne e le fanciulle bianche alla stregoneria e ai commerci con il Maligno; la giovane schiava veniva dalle piantagioni delle Antille, e il romanzo a lei ispirato si apre sul luogo della sua nascita, l’isola di Barbada. Tituba è figlia di una donna nera violentata da un marinaio bianco durante la traversata oceanica e, nel corso delle peripezie che sconvolgono la sua vita fin dall’infanzia, viene iniziata ai riti e alla magia da Man Yaya, una vecchia curatrice africana. Da allora, Tituba ricorrerà spesso ai sortilegi e ai contatti con gli spiriti della sua tradizione, per reagire al disprezzo e ai soprusi dei bianchi: tutto il romanzo è così percorso da un’atmosfera di magia e sensualità, ma al tempo stesso è fondato sulla sanguinaria realtà della schiavitù nelle colonie del Nuovo Mondo, delle rivolte di schiavi e della “caccia alle streghe” del Seicento.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Maryse Condé regala una voce forte e piena di vita a Tituba, una delle più celebri donne condannate per stregoneria durante il processo di Salem. Avvalendosi di documenti storici, Condé è in grado di ripercorrere accuratamente la vita di Tituba: così, il lettore ha la rara opportunità di leggere non solo delle sue origini e della donna che l’ha introdotta alle arti mediche, ma anche alcuni stralci tratti dai resoconti del famosissimo processo alle streghe.
Sebbene a prima vista il testo possa sembrare una biografia romanza di Tituba, tra le parole di Condé si nasconde molto altro. Più volte nel corso della narrazione Condé sottolinea la sua intenzione di fare di questo libro una denuncia dei soprusi che gli schiavi neri hanno sopportato nel corso della storia americana.
Tituba diventa il simbolo di tutte le ingiustizie, passate e presenti, e per questo l’autrice non risparmia al lettore neanche un particolare delle torture che lei e altre donne e uomini neri hanno dovuto subire in schiavitù. Condé si avvale delle capacità mistiche di Tituba per farle “prevedere il futuro”: in queste previsioni Tituba scopre che i processi di Salem saranno dichiarati illegali e tutti condannati saranno assolti. O meglio, quasi tutti, perché nelle sue visioni Tituba vede che per lei e per tutti gli altri neri non ci sarà alcuna assoluzione solo l’oblio, come se la storia avesse deciso di cancellarli per sempre.

Il narratore è in prima persona singolare, uno stile che permette alla scrittrice di dare maggiore profondità al cuore e ai pensieri della protagonista.
La Tituba di Condé è una donna che ama ed è proprio il suo amore, per la vita e per gli altri, a metterla spesso nei guai. Nonostante sia nata schiava in un mondo che sembra desideroso di farle solo del male, Tituba non è in grado di odiare: la sua forza è quella di un albero che anche davanti alle tempeste più forti, resiste.
Proprio questa sua risolutezza le causa non pochi problemi all’interno della narrazione ma, nonostante questo, è interessante vedere come Tituba sia in grado di restare coerente e accogliere non solo i risultati positivi dei suoi comportamenti ma anche e soprattutto quelli negativi.
Gli altri personaggi sono appena accennati: sono ombre che di tanto in tanto incontrano Tituba per poi allontanarsi di nuovo da lei; nessuno di loro spicca davvero nella sua interezza o profondità e tutti lasciano spazio alla protagonista che alle sue riflessioni. Sebbene possa sembrare un difetto, io ho trovato questa scelta narrativa apprezzabile: Tituba è un personaggio molto solitario e, così come non permette agli altri di conoscerla fino in fondo, non vuole andare oltre la superficie delle altre persone che la circondano. Proprio per questo resta spesso fregata e finisce per scoprire che le persone che credeva sue amiche sono in realtà nemici.

Il romanzo è un ottimo testo soprattutto per il messaggio di denuncia che vuole mandare, purtroppo però dal punto di vista stilistico non è altrettanto vincente. Ci sono troppi punti esclamativi all’interno della prosa che spezzano il ritmo narrativo e troppe frasi che si ripetono e danno un senso di “già letto” ad alcune pagine. Per questo, secondo me il romanzo vale un 8/10.
Vale la pena leggerlo per avere un’idea più chiara di cosa furono i processi di Salem o di cosa fosse considerata stregoneria all’epoca.

*Volpe

“La moglie di Dante” e le altre donne nascoste, Conversazione con Marina Marazza

Lo scorso anno, in occasione dei settecento anni dalla morte di Dante Alighieri, Marina Marazza, la “narratrice delle donne nascoste”, ha voluto raccontare la storia della donna più importante nella vita del sommo poeta: Gemma Donati. Marazza vuole restituire dignità a questa donna per lungo tempo rimasta nell’ombra: in effetti di Beatrice molto si parla, ma di Gemma pochissimo, al punto che molti ignorano la sua esistenza. 

Con La moglie di Dante, pubblicato da Solferino e di cui le abbiamo chiesto di parlarci oggi, Marazza riporta non solo Gemma Donati ma anche tutte le donne che sono state dimenticate dalla storia al posto che spetta loro di diritto. 

Ciao Marina, per prima cosa ti ringraziamo di averci concesso parte del tuo tempo per questa breve intervista. Conoscendo te e le tue opere, la prima cosa che viene da chiedersi è se La moglie di Dante sia una sorta di biografia romanzata di Gemma Donati così come è stato per Caterina da Broni in Io sono la strega e Caterina Buti del Vacca in L’ombra di Caterina.
Direi di sì. Io uso la mia formula preferita, documentandomi come se dovessi scrivere un saggio e poi proponendo la storia in forma narrata e in prima persona, in modo che sia la protagonista a raccontare le proprie esperienze, le sensazioni, le emozioni. Attraverso tutti i dettagli della quotidianità ricostruisco l’epoca, in questo caso un Medioevo meraviglioso e terribile, di castelli e di tornei, di menestrelli e di poeti, di commerci e di alleanze, di imperatori e di cavalieri, di crociate e di Inquisizione, di grandi artisti e di grandi guerre, odi e fazioni, nella quale le donne contano molto poco e pagano duramente il clima di guerra civile della Firenze prima guelfa e ghibellina e poi bianca e nera.

Leggendo il romanzo, il lettore si accorge immediatamente che il Dante che tu descrivi è diverso da quello istituzionale, una diversità che non prende solo il carattere ma anche l’aspetto fisico.
Lo descrive Boccaccio, che fu il suo primo biografo, quando Firenze, dopo la morte di Dante in esilio, lo incaricò di rivendicare la fiorentinità dell’autore di quella Commedia che il Boccaccio stesso definì Divina. Dante era di media statura, con la barba scura e i capelli ricci, la pelle olivastra, occhi grandi e modo di fare riservato. Un bel tenebroso, tenendo conto che doveva avere un fisico allenato alle armi: combatté a Campaldino in prima fila, a cavallo e con la lancia, e di certo in un ruolo del genere non ci si improvvisa. Di questo Dante si innamora Gemma, niente a che vedere con l’immaginetta antipatica presa di profilo che siamo abituati a vedere. Un giovanotto di belle speranze, che vive della rendita dei suoi pochi possedimenti e vuole dedicarsi alla poesia e agli studi. La Divina Commedia è ancora lontana, e sarà il frutto dell’esilio.

Un breve accenno di storia per i nostri lettori: la condanna subita da Dante può essere definita una condanna politica?
Assolutamente sì. Il partito di Dante ha perduto, sono saliti al potere gli avversari, e all’epoca non c’era posto per un civile opposizione, quelli della parte avversa venivano uccisi o messi in fuga, in questo caso usando anche una sorta di “legalizzazione” della persecuzione ai loro danni, cioè accusandoli di ogni nefandezza, reati infamanti di corruzione, di tradimento. Era una prassi consolidata e Dante ne resta vittima anche perché ha davvero cercato, durante il periodo del suo mandato come priore, di fare le cose giuste, senza pensare al suo profitto personale e a mantenere dei buoni rapporti con tutti, ma solo a quello che lui riteneva fosse il bene di Firenze. Si è fatto molti nemici e ha provocato indirettamente perfino la morte del suo più caro amico, Guido Cavalcanti, cosa che gli peserà sul cuore per sempre.

Parliamo ora della donna del tuo racconto. Chi era Gemma Donati?
Gemma è della famiglia dei Donati, più illustre di quella degli Alighieri, imparentata con Corso Donati, l’eroe della battaglia di Campaldino, cavaliere di nobile schiatta, biondo, bello e prepotente. E’ stata istruita dalle monache, sa leggere e scrivere, è una donna tutt’altro che sprovveduta. E la sua tempra le servirà, quando si ritroverà vedova bianca a trent’anni, perché Dante viene esiliato…

A proposito di esilio, viene da chiedersi come mai Gemma non abbia seguito il marito 
Gemma viene messa al confino per un paio d’anni con i figlioli quando Dante viene colto dalla sentenza di bando mentre si trova a Roma dal papa (e non rientra a Firenze, perché sarebbe bruciato vivo). All’epoca tutti i con-sorti (nel senso di familiari) erano coinvolti, in caso di condanna di un membro della famiglia: i figli maschi di Gemma dovranno seguire il padre in esilio al compimento dei 14 anni. Dante si ritrova senza un soldo e senza un posto dove stare e non può tirarsi dietro moglie e quattro figli. Gemma riesce a sopravvivere grazie anche al fatto che lei è una Donati, prima che un’Alighieri, e grazie a una formidabile rete di solidarietà femminile, capace di superare gli schieramenti politici.

Dunque, Gemma Donati viene bandita da Firenze ma ritorna, assieme ai figli, poco dopo.
Sì, grazie ai buoni uffici dei Donati, ma non ha più niente, perché tutte le proprietà di Dante sono confiscate, e dagli atti notarili risulta quanto si diede da fare per sostentare la famiglia, andando in comune a reclamare gli interessi sulla sua dote, che le erano dovuti. E a uno a uno i figli devono seguire il padre in esilio perché, se rimanessero, sarebbero messi a morte. E lei continua a sperare che in qualche modo Dante torni, prima con la discesa dell’imperatore che grazia i fuoriusciti, ma l’imperatore muore. Poi con l’amnistia del nuovo governo fiorentino, che Dante rifiuta perché lo costringerebbe a un atto di umiliazione pubblica in Santa Croce. Passano vent’anni, e intanto Dante scrive la Divina Commedia.

A proposito della Commedia. E’ proprio quest’opera ad aver reso famosa Beatrice e ad aver invece affossato la fama di Gemma Donati. Come mai Dante non parla mai di sua moglie?
Dante non parla della sua famiglia nei suoi scritti. L’autobiografismo di Dante è trasfigurato. Anche quando parla in prima persona, non sta descrivendo se stesso, ma quella figura poetica che quel se stesso rappresenta. Dante non cita mai sua madre Bella, che morì quando lui era bambino, né suo padre Alighiero, né la sua matrigna Lapa, perché suo padre si risposò, né la sua cara sorella Tana, né il suo fratellastro Francesco, tutte persone importantissime nella sua vita, sia da un punto di vista affettivo sia da un punto di vista pratico. In compenso ha reso celebre Beatrice, che forse è riconducibile a Beatrice Portinari coniugata de’ Bardi, alla quale lui nemmeno rivolse mai la parola, destinata a passare come una meteora, morta a 24 anni di parto, completamente trasfigurata in un personaggio che ha la funzione di portare il protagonista della Commedia alla salvezza, come dice anche il suo nome: colei che conduce alla beatitudine. Niente a che vedere con la vita reale. Nessuno quindi di cui poter essere gelosi. Beatrice è un simbolo, Gemma una donna in carne e ossa che con Dante ci ha mangiato e dormito, come si suol dire. Questo non vuol dire che Gemma non abbia dovuto essere gelosa di altre donne, dal momento che il Sommo era anche, in gioventù, un discreto tombeur de femmes.

Dalle tue parole, così come dai tuoi libri, si evince perfettamente che anche quando parli di Campaldino e di come Dante combatté e fu ferito, non è la Storia delle battaglie sul campo quella che ti interessa.
Mi appoggio a un nome celebre… diceva Manzoni nella sua lettera a Monsieur Chauvet   sul vero poetico: “Perché alla fin fine, che cosa ci dà la storia? Ci dà avvenimenti che, per così dire, sono conosciuti soltanto nel loro esterno, ci dà ciò che gli uomini hanno fatto. Ma quel che essi hanno pensato, i sentimenti che hanno accompagnato le loro decisioni e i loro progetti, i loro successi e i loro scacchi, i discorsi coi quali hanno fatto prevalere o hanno tentato di far prevalere le loro passioni e le loro volontà su altre passioni o altre volontà, coi quali hanno espresso la loro collera, hanno dato sfogo alla loro tristezza, coi quali in una parola hanno rivelato la loro personalità, tutto questo o quasi la storia lo passa sotto silenzio, e tutto questo invece è dominio della poesia… Spiegare quel che gli uomini hanno sentito, voluto e sofferto attraverso quel che hanno fatto, in questo consiste la poesia drammatica”. Cioè, per me questo è lo scopo del romanzo storico: guardare dentro il cuore di chi ha vissuto prima di noi. 

Ora vorremmo ampliare il discorso. Esiste un fil rouge tra le protagoniste dei tuoi romanzi? C’è qualcosa che lega Gemma Donati a Caterina da Broni, la strega di Milano, a Caterina, madre di Leonardo Da Vinci, e alla figlia della monaca di Monza?
La resilienza. Cambiando le epoche, perché ciascuna di loro appartiene a un periodo storico diverso e si va dal Rinascimento leonardesco alla controriforma di Caterina da Broni e di Alma e indietro fino Medioevo trecentesco di Gemma, hanno dovuto tutte far fronte a una vita che definire avventurosa è un eufemismo. Ovviamente non erano periodi difficili solo per le donne, e ci sono moltissime figure maschili nei miei romanzi, che finiscono sempre col diventare un po’ corali, nella ricostruzione di un luogo e di un tempo dove tutti, dagli umili ai potenti, devono combattere una battaglia quotidiana, che è la più importante.

Ringraziamo Marina per il tempo che ci ha dedicato e speriamo che le sue parole vi aiutino a riflettere in questo giorno non di festa quanto di commemorazione.
Marina racconta “le donne nascoste” dalla storia anche per permettere alle donne di oggi di uscire allo scoperto.

*Volpe & Jo