L’Eclisse di Laken Cottle

.: SINOSSI :.

Una misteriosa oscurità avanza inesorabile dall’Antartide divorando la Terra. L’umanità è nel panico, i continenti, i Paesi e gli esseri umani vengono cancellati uno a uno, senza possibilità di salvezza. E mentre il buio ammanta il pianeta inghiottendo luoghi, corpi e destini, un uomo cerca disperatamente di tornare a casa a New York dalla propria famiglia. Il suo nome è Laken Cottle, e il viaggio che compie si trasforma presto in una ricerca impossibile di redenzione in mezzo all’orrore puro, avanti verso una meta che sembra sempre più difficile da raggiungere e contemporaneamente a ritroso nella propria memoria, incontro al suo passato, e, forse, al destino che lo attende.
L’eclisse di Laken Cottle, opera magistrale di una delle voci più originali di questi anni, è un romanzo stupefacente, gotico e metafisico al tempo stesso, sul potere delle storie e sulla responsabilità individuale, sulla colpa e sull’oscurità dell’anima umana.
Tiffany McDaniel accompagna il lettore sulla soglia di una fantasmagorica casa degli specchi, in cui la realtà che conosciamo perde progressivamente consistenza e un’altra, inimmaginabile, ne prende il posto.
Grande romanzo americano sulla fine di questo tempo, L’eclisse di Laken Cottle racconta come in un mondo che muore, perdersi è a volte l’unica possibilità di salvarsi.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Leggendo la sinossi, il lettore è portato a pensare che si tratti di un libro, diciamo così, normale in cui i protagonisti, un po’ in stile “la storia infinita” si trovano a dover affrontare un male incalcolabilmente grande, mortale e oscuro che sta distruggendo il mondo intero.
Invece no. McDaniel decide di stupire i suoi lettori con un libro inquietante, folle e totalmente imprevedibile colmo di descrizioni macabre e passaggi che fanno accapponare la pelle. Un libro sicuramente intrigante che mescola l’originalità della scrittura a uno dei trope maggiormente utilizzati in letteratura: quello della scoperta di sé.

La trama ha un avvio molto lento: nelle prime cinquanta pagine il lettore riesce a seguire abbastanza bene lo sviluppo della trama e le prime avvisaglie di stranezza tardano ad arrivare. Poi, all’improvviso, il lettore si trova catapultato in una realtà-irreale a cui è difficile, almeno in principio, abituarsi.
Forse questo è il punto debole del testo: per quanto sia intrigante, il lettore deve essere disposto ad accettare di non capire assolutamente niente per una cinquantina di pagine. Poi le cose si mettono in ordine, i fili vengono tirati e la trama riacquista solidità, ma non mi stupirei se, frustrati da situazioni sempre più bizzarre, molti lettori decidessero di abbandonare la nave e tanti saluti.

Laken, protagonista della vicenda e in effetti unico personaggio che i lettori possono dire di conoscere fino in fondo, è un personaggio dalla psicologia complessa e poliedrica. A dirla tutta, il romanzo si basa specificamente sui ricordi e, soprattutto, sui numerosissimi traumi di Laken che sono al centro di una storia che pagina dopo pagina sembra sempre più assurda fino allo sviluppo finale che lascia inevitabilmente sconcertati.
La scrittura è, passatemi il termine, un vero casino. Trattandosi di un romanzo che abbandona immediatamente il piano del reale, la scrittura è composta da flashback, descrizioni al limite dell’assurdo (case-giostre con i cavalieri dell’apocalisse che prendono vita e vecchiette mangiate da draghi giganti sono solo alcune delle situazioni NORMALI con cui il lettore entra in contatto molto prima di aver capito quello che sta succedendo) e personaggi che, descritti esclusivamente tramite il punto di vista di Laken, risultano inaffidabili e a volte al limite del bipolarismo. Io ho apprezzato moltissimo lo stile, che da spessore, proprio anche grazie a questa scrittura non sempre comprensibile, alla vicenda ma mi rendo conto che non tutti potrebbero pensarla allo stesso modo.

Secondo me il romanzo vale la pena essere letto ma viene quasi sempre classificato in maniera erronea: piuttosto che un romanzo di narrativa lo descriverei come romanzo weird o, se proprio non si vuole toccare questa categoria, thriller psicologico.
A me è piaciuto moltissimo ma, siccome può essere molto disturbante sotto certi aspetti, lo approccerei con la dovuta calma. Per me vale un bel 8.5/10: la difficoltà iniziale inficia il voto perché, lo ammetto, ho dovuto fare uno sforzo molto grande per decidere di non abbandonare la lettura. L’originalità del testo sta nel suo essere completamente al di là di schemi prevedibili e la bravura dell’autrice si ritrova, invece, nella sua capacità di accompagnare il lettore in uno di posti più difficili da esplorare in letteratura: l’anima umana.

*Volpe

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Tutte le feste…~ Booktag

… si porta via!
Anche quest’anno è arrivata l’Epifania che, secondo la tradizione, tutte le feste si porta via (o almeno ci prova considerdo che i più fortunati hanno ancora due giorni di vacanza prima di tornare ai rispettivi luoghi di lavoro).
Per festeggiare con chi ancora è in vacanza e consolare chi, invece, lavorerà anche oggi, abbiamo pensato di proporvi questa booktag dedicata alle festività dell’anno. Siete pronti? Ovviamente, come sempre, aspettiamo anche le vostre risposte!

1. #NATALE – una raccolta di racconti
JO: Le dame di Grace Adieu di Susanna Clarke
VOLPE: Cronache dalla Val Lemuria di Cristiano Demicheli

2.#EPIFANIAun romanzo con protagonista una o più streghe
JO: Raven Boys di Maggie Stiefvater
VOLPE: Io, Tituba, strega nera di Salem di Maryse Condé

3. #SANVALENTINO- un romanzo con una bella storia d’amore
JO: Promettimi che ci sarai di Carol Rifka Brunt
VOLPE: La maledizione del re lupo di Tessonja Odette

4. #HALLOWEEN- un libro con la copertina nera
JO: La collina dei conigli di Richard Adams
VOLPE: Il mago di Somerset Maughman

5. #1MAGGIO- un libro che non hai finito
JO: La bastarda degli Sforza di Carla Maria Russo (l’ho finito, ma ho saltato interi capitoli)
VOLPE: Un giardino semplice di Paolo Perjone

6. #FERRAGOSTO- un libro da leggere tutto d’un fiato
JO: Il grande quaderno di Agota Kristoff
VOLPE: Organica di Laura Marinelli

7. #PASQUA- un libro che ti ha sorpres*
JO: Promessa di sangue di Brian McClellan
VOLPE: Città di spettri di Victoria Schwab

8. #CAPODANNO- una romanzo che è il primo di una saga
JO: Educazione Siberiana di Nicolai Linin
VOLPE: Una Corte di Rose e Spine di Sarah J. Maas

9. #ONOMASTICO (JOLLY) – Un libro scritto in prima persona
JO: Hunger Games di Suzanne Collins
VOLPE: L’apprendista Assassinio di Robin Hobb

Art Mages of Lure. L’artista di maledizioni

.: SINOSSI :.

Briar può maledire con un colpo di pennello. I suoi dipinti mutilano, stregano e distruggono: questo è da sempre il suo lavoro e l’attività di famiglia. Ma Briar non vuole più nuocere ed è decisa a iniziare una nuova vita vendendo maledizioni non letali e piccole vendette. Tuttavia i suoi poteri distruttivi non passano inosservati e Archer, criminale che trasuda carisma, la ingaggia per una missione di salvataggio. Briar vi vede l’occasione per fare ammenda dei propri crimini, ma la sua famiglia sarà d’accordo? La protagonista dovrà affrontare le arti oscure che si è lasciata alle spalle e decidere cosa è disposta a distruggere per un futuro diverso. Jordan Rivet arriva in Italia con la rivisitazione di “Robin Hood”. Pronti a scoprire la leggenda nascosta nella foresta?

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Per quanto possa sembrare assurdo, sì: anche questo è un retelling. Questa volta però non si parla dell’inflazionatissimo “La Bella e la Bestia” ma di una storia che, a parte per la sua versione disneyana, ha avuto poco successo: Robin Hood.

E chi non amava Robin Hood? Il ladro gentiluomo che ruba ai ricchi per dare ai poveri, un affascinante volpacchiotto che strega con le sue parole e incanta con i suoi occhioni: sì, avevo una cotta per lui, ok? Voi no?
Ebbene, la parte bella del romanzo è che questa caratterizzazione si riflette bene sul protagonista maschile. Archer è, infatti un ladruncolo dal cuore d’oro, la battuta facile e un sorriso incantevole. Insomma, se dobbiamo fare un paragone letterario – moderno, ok, ma sempre letterario è -, Archer è un personaggio molto simile all’amatissimo Nikolai Lanstov.
A parte Archer e le sue similitudini con Robin, cos’ha “L’Artista di Maledizioni” in comune con la leggenda di Hood? All’apparenza ben poco, ma se si scava un po’ oltre la superficie e si raggiunge il significato profondo dei due testi si può notare che, in realtà, le similitudini sono moltissime. Insomma, al di là di Archer che è un ladro e un arciere e i richiami a cose, situazioni e persone che sono entrate nell’immaginario collettivo post adattamento Disney, si intende.
“L’Artista di Maledizioni” è un libro che parla di crescita, un tema sicuramente super toccato da tutta la letteratura contemporanea e non, e soprattutto di come il passato di una persona non ne determini necessariamente il futuro. Il lettore, infatti, segue la protagonista, Briar, nel suo viaggio verso l’emancipazione dai genitori e da quello che loro le hanno insegnato: fare del male.
Sicuramente questo è il focus principale della vicenda, molto più che la trama avventurosa, la parte romantica o, ancora, il retelling. Quello che l’autrice vuole effettivamente comunicare è che nessuno e niente, nemmeno quello che sembra essere il nostro destino, può dirci chi o cosa dobbiamo essere.

In generale, la trama è intrigante. Non si può dire che sia sorprendente siccome la maggioranza dei colpi di scena sono individuabili sin dalle prime pagine. Nonostante ciò non mi sono annoiata, ero coinvolta dalla lettura e non vedevo l’ora di vedere come sarebbe andata avanti la vicenda. Questo, forse, anche perché il libro tocca uno dei miei tropes letterari preferiti: la found family. Sì, perché nel suo viaggio per emanciparsi da un passato doloro e per allontanarsi da una famiglia con cui non si sente a suo agio, Briar scoprirà che a volte la famiglia non è quella in cui si nasce ma le persone che sono pronte ad accoglierti, capirti e amarti per quello che sei. In questo hanno giocato un ruolo essenziale l’ottima caratterizzazione dei personaggi, in particolare quella dei comprimari.
Sebbene il focus sia infatti sui protagonisti, Briar e Archer, i personaggi secondari hanno un ottimo spessore e a volte risultano quasi più simpatici dei protagonisti (sì, Lady Mae, sto parlando proprio di te!) dando alla vicenda un colore tutto nuovo.

Ma ora, dopo averne parlato così tanto bene, veniamo alle note dolenti perché tutte le rose, per quanto belle, hanno le spine.
Di contro c’è, purtroppo, una carenza nel worldbuilding: il mondo in cui è ambientata la vicenda, una specie di medioevo inglese, è abbozzato e fumoso. In pratica la vicenda potrebbe svolgersi in qualsiasi parte del globo e non cambierebbe quasi niente.
La seconda pecca è, per l’appunto, il sistema magico. Sebbene l’idea generale sia molto intrigante, il lettore viene lasciato a digiuno di tutti quei dettagli utili a capire il vero funzionamento della magia. Non è chiaro, infatti, se si tratti di una dote innata, parrebbe così ma non è mai approfondito, oppure di un’arte che si può apprendere: l’idea di fondo è molto abbozzata e purtroppo, anche se interessantissima, fa perdere un po’ di credibilità alla storia.

In generale il romanzo mi è piaciuto abbastanza e mi sento di consigliarlo. Si tratta di uno Young Adult ben scritto, che segue una trama abbastanza originale e, sicuramente, coinvolgente. E’ un libro che si legge in un soffio e che alla fine risulta essere una lettura piacevole in grado di far sognare e appassionare i lettori in cerca di un fantasy con un pizzico di romance e una buona dose di avventura.
Il voto che mi sentirei di dare, alla luce ovviamente delle critiche che mi sono sembrate doverose anche se inserite in un quadro più ampio genericamente piacevole, è 8/10. Dategli una chances perché questo romanzo merita davvero!

*Volpe

Mercoledì ~ Streaming and Pajamas

.: TRAMA :.
Perspicace, sarcastica e… un po’ inquietante, Mercoledì Addams indaga su una serie di omicidi mentre conosce nuovi amici e rivali alla Nevermore Academy.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

E va bene: parliamo di Mercoledì.
Ennesima serie tv Netflix, Mercoledì riposta sugli schermi la famiglia più grottesca mai vista in televisione o al cinema (siamo tutti concordi sull’ignorare il film d’animazione uscito qualche anno fa? Ottimo).
L’esordio di Tim Burton nel fantastico mondo delle serie tv lascia un po’ delusi, e, personalmente, ho trovato la produzione priva di quel quid che mi ha fatto apprezzare le sue precedenti opere. Ciò che è certo è che, se se la collaborazione Burton-Ortega continuerà, presto potremmo assistere alla ascesa della nuova Helena Bonham Carter.
A differenza delle classiche famiglie del mulino bianco solitamente rappresentata in televisione, la famiglia Addams si distingue fin dalla sua nascita per i tratti gotici e le caratteristiche macabre al limite dell’horror. Con questo presupposto, viene facile pensare che Burton abbia trovato pane per i suoi denti, e, invece, si resta amareggiati da una regia che non ha (quasi) niente di burtoniano.
Parlando di trama e personalizzazione dei personaggi è doveroso fare una precisazione: la serie tv è chiaramente pensata per un pubblico giovane e, tenendo in considerazione il target a cui è rivolta, in generale Mercoledì risulta essere un buon prodotto che non spicca per sagacia, ma nemmeno così banale da risultare un’offesa all’intelligenza dell’adolescente medio.
Per gli spettatori (con gusti) più adulti, invece, la produzione si dimostra senza infamia e senza lode: fin dal secondo episodio è evidente chi sia l’antagonista e, arrivati al finale di stagione, non resta che dire “oh guarda: è come dicevo io”.
Mercoledì e i suoi amici si ritrovano coinvolti in qualsiasi sfortunato evento accada nel raggio di trenta chilometri dalla scuola di Nevermore (una sorta di Hogwarts per sirene, lupi mannari, vampiri e altre creature sovrannaturali dove i ragazzi sono divisi in confraternite segrete (che poi segrete non sono) e gareggiano tra di loro in squadre che hanno i nomi di racconti di Edgar Allan Poe) e la cosa peggiore è che, esattamente come in Harry Potter, la maggior parte delle loro disavventure si conclude nello studio della preside con un “al prossimo errore sei espuls*” senza che ci sia una vera e propria punizione.
Alla fine il personaggio migliore risulta essere Mano: la/il silenzios* aiutante di Mercoledì che comunica attraverso la lingua dei segni (cosa che ho trovato davvero molto carina).

Per concludere: il voto che mi sento di dare alla serie tv è 7.5/10.
Ho molto apprezzato alcune sottigliezze come, per esempio, il cambio cromatico a cui Mercoledì va incontro a sottolineare il suo percorso e la sua lenta ma costante maturazione, così come ho apprezzato la prontezza di spirito di certi personaggi capaci di smettere i panni da semplice spalla per trasformarsi in veri e propri coprotagonisti.
Nonostante queste doverose menzioni, la serie tv non mi ha fatto impazzire e, a differenza di altre che riguarderei volentieri, mi ha lasciato piuttosto indifferente.

*Jo


La maledizione del re lupo

.: SINOSSI :.

Quando uno scandalo le spezza il cuore e le macchia la reputazione, Gemma Bellefleur cerca disperatamente il modo per lasciarsi il passato alle spalle e concedersi un nuovo inizio. E l’occasione propizia sembra presentarsi quando la sua famiglia si trasferisce nella leggendaria Faerwyae, l’isola governata dai fae. Nel tentativo di procurarsi la tanto sospirata indipendenza, Gemma fa un passo falso e viene catturata da un intrattabile lupo fae pronto a tutto pur di spezzare la maledizione che condiziona la sua vita e quella del suo branco. La ragazza quindi è costretta a contravvenire alla regola più importante: mai stringere un patto con un fae. Tra lezioni di ballo e sotterfugi, tra romanzi d’amore e fiocchi di neve, la ragazza e il re lupo si scoprono sempre più simili, e Gemma si ritroverà impegnata in una disperata corsa contro il tempo per salvare il re lupo e tutto il suo branco.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Se amate i fae e i retelling e state disperatamente cercando un romanzo che sia una rivisitazione de “la bella e la bestia” ma non volete leggere “Una Corte di Rose e Spine” (o lo avete magari già letto), questo è il romanzo che fa per voi!

Tessonja Odette si è lanciata nel mondo dei retelling delle fiabe più conosciute con la sua serie entagled with fae di cui La maledizione del re lupo è il primo volume. Si tratta di una saga composta da romanzi stand-alone, ciascuno dedicato a una fiaba diversa: opera perfetta per chi, come me, magari avrebbe anche voglia di leggersi qualche fantasy con tocchi romance ma non sopporta le trilogie.
Tutti i libri della saga saranno ambientati nello stesso mondo, Faerwyae (decidete voi come leggerlo, io le prime volte l’ho letto “Faerwtf” per poi assestarmi su “Fervye”), ossia un’isola in cui fae e umani convivono in maniera abbastanza pacifica.
Questo romanzo ricalca moltissimo la fiaba de La Bella e la Bestia ma, a mio avviso, la rende più adulta e matura: sarà strano da dire, ma alcune scelte mi hanno fatto apprezzare questo retelling ben più della fiaba originale!

Il romanzo è scritto in prima persona, come sapete uno stile narrativo che personalmente non amo molto, ed è ambientato in quella che sembra essere una regency-fantasy era: ci sono balli, feste dell’alta società, scandali, reputazioni da difendere e gare per accaparrarsi lo scapolo d’oro della stagione unite a fate, magia, maledizioni e mistero. La trama è originale, pur essendo molto simile a quella della fiaba che tutti conosciamo: Gemma è una ragazza che vuole lavorare e conquistarsi una indipendenza in una società che la vuole relegata al ruolo prima di figlia e poi di moglie. E’ proprio questa sua ferrea volontà di emanciparsi a dare il via al romanzo: Gemma viene effettivamente assunta da un datore di lavoro piuttosto bizzarro, per altro il solo ad aver risposto alle sue lettere, ovvero un fae senza nome e vittima di una maledizione che però ha disperatamente bisogno di un amministratore per la sua casa.
Ci sono tre punti che, secondo me, vale la pena di approfondire: il primo riguarda la protagonista stessa, il secondo riguarda invece il rapporto tra Gemma e il padrone di casa e l’ultimo è strettamente legato alla trama.
Andiamo con ordine.

Gemma è un personaggio piuttosto credibile nei suoi desideri e nelle sue convinzioni. Sin dalle prime pagine è caratterizzata a dovere: si tratta di una donna, la sua età è oltre i 20 anni e per questo è praticamente considerata una zitellona nella società in cui vive, che sa quello che vuol, ovvero essere libera. Questo è il suo drive personale e, senza fare spoiler di alcun genere, non la abbandonerà mai nemmeno mei momenti più critici della trama.
La coerenza dei personaggi è importantissima e, per fortuna, Gemma è estremamente coerente. Altra chicca: non solo dice di essere una lettrice avidissima ma, a conti fatti, lo è! Più volte nel corso del romanzo la sorprendiamo a leggere e lei ci racconta quali sono le sue emozioni durante la lettura: questo vuol dire che l’autrice ha voluto caratterizzarla in modo attivo, ovvero mostrando al lettore comportamenti da lettore, piuttosto che in maniera passiva e con il solo fine di renderla simile a Belle. Personalmente è una scelta che ho apprezzato moltissimo.
La seconda cosa è, appunto, il rapporto che si crea tra Gemma e il padrone di casa: come avrete già capito, Gemma non è prigioniera del fae ma lavora per lui. Questa, a mio avviso, è una scelta ottimale che si coniuga perfettamente con il drive principale della protagonista ovvero la sua voglia di essere libera.
Terzo e ultimo punto: il romanzo non è mai noioso. Succedono tantissime cose proprio grazie al fatto che la protagonista è libera e ha grandissima autonomia all’interno della casa del suo fae. Per di più alcune scelte, che non posso dire altrimenti diventerebbe un enorme spoiler e non una recensione, sono a mio giudizio geniali.

In conclusione, il romanzo mi è piaciuto davvero molto. Si tratta di un libro ben scritto e ben studiato che, sebbene segua molto il tracciato de La Bella e la Bestia, spesso ne esce in maniera originale dando tutto un altro sapore al classico che tutti noi conosciamo e amiamo.
Il voto che mi sento di dare al libro è 8.5/10. Per quanto mi sia piaciuto, cosa che sicuramente dalla recensione è passato, per me era un po’ troppo romantico: diciamo che ha comunque avuto il pregio di tenere alto il mio interesse per tutto il tempo perché per fortuna, nonostante ovviamente la storia d’amore fosse piuttosto centrale, il via vai di personaggi, intrighi e inganni era così interessante da non permettermi di lasciare andare il romanzo neanche per un secondo. L’autrice ha ottime capacità di scrittura e, anche se il romanzo non brilla sempre per originalità, sa come tenere il lettore a sé. Non vedo sinceramente l’ora di leggere tutti i volumi perché se somigliano anche solo vagamente a questo ci sarà tanto di cui parlare.

*Volpe

La lotteria

.: SINOSSI :.

Il racconto di Shirley Jackson intitolato “La lotteria” ricorda da vicino, per la fama che lo circonda, la famigerata lettura radiofonica della Guerra dei Mondi di Orson Welles. Fama non immeritata, giacché la pubblicazione sul “New Yorker” nel 1949, scatenò un pandemonio. Molti lo presero alla lettera, reagendo all’istante e poi per lungo tempo con missive indignate o atterrite alla redazione. Certe cose non potevano, non dovevano succedere. Eppure la storia si presenta in tutta innocenza quale pura e semplice descrizione della lotteria che si svolge nell’atmosfera pastorale, quasi idilliaca, di un villaggio del New England in un luminoso mattino di giugno, come ogni anno da tempo immemore. Ma giunto al termine di questo racconto, come degli altri che compongono l’intensa silloge qui proposta, il lettore scoprirà da sé, in un crescendo di “brividi sommessi e progressivi” – come diceva Dorothy Parker che cosa li rende dei classici del terrore. Secondo un altro illustre ammiratore della Jackson, oltre che maestro del genere, Stephen King, lo sono perché “finiscono con una svolta che porta dritto in un vicolo buio”.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Ho preso La Lotteria, raccolta di racconti di Shirley Jackson edita Adelphi, a causa della prima frase del racconto che dà, appunto, il titolo alla raccolta. “La mattina del 27 giugno…” recita la prosa, ed era proprio una mattina di un 27 giugno quella in cui ho letto questo incipit.
L’ho preso come un segno del destino, ho comprato il libro e l’ho lasciato sulla libreria fino ad ora quando, finalmente, non ho deciso di leggerlo.

Mi aspettavo altro. La sinossi, leggermente fuorviante, mi aveva convinta che la lettura sarebbe stata inquietante, ansiosa, meravigliosamente ottobrina. In realtà è stata una lettura abbastanza leggera: sì, la prosa ha delle componenti ansiose che spingono il lettore a leggere sempre più freneticamente per comprendere cosa stia accadendo. Sì, l’autrice ha uno stile impeccabile, in grado di creare con pochi aggettivi (per fortuna, anche nelle descrizioni Jackson con abusa mai di questo potentissimo strumento) un clima bizzarro, fastidioso.
Eppure non abbastanza, almeno per me, per farmi emozionare davvero. E’ stata una lettura che è rimasta in superficie, che non mi ha colpita e sarà destinata, purtroppo, a perdersi nella memoria piuttosto che a rimanere. Lo considero un vero dispiacere e per questo spero di tornare su questa raccolta tra qualche anno, con meno aspettative, e poterla apprezzare un po’ di più.
Non è un brutto libro, solo che le aspettative erano altissime: presentato come un libro che ha fatto scalpore tanto quanto “La Guerra dei Mondi”, mi aspettavo qualcosa di terribile che mi avrebbe scosso fin nelle ossa e, ovviamente, quando non è stato così la delusione ha preso il posto dell’eccitazione.

So di essermi approcciata alla raccolta con l’animo sbagliato: la scrittura di Jackson è bellissima, la sua prosa immaginifica e in effetti i racconti scorrono velocissimi uno dietro l’altro. Purtroppo, però, non mi hanno emozionata quanto avrei voluto e, siccome sono una lettrice che ama emozionasi, questo rende il libro un po’ meno bello ai miei occhi.
Il voto finale è un 7.5/10. Un voto nella media, tutto sommato. Consiglio di leggere la raccolta senza altissime aspettative, così da poterla, forse, apprezzare un po’ di più.

*Volpe

Pandora

.: SINOSSI :.

Londra,1799. Un tempo rinomato, l’Emporio di Antichità Esotiche dei Blake, racchiuso fra un caffè e la bottega di un merciaio, ha da offrire soltanto opere contraffatte, armature scalcagnate e ninnoli privi di valore da quando è finito nelle mani di Hezekiah Blake dopo la tragica morte di suo fratello Elijah. Stimati archeologi e collezionisti, Elijah Blake e sua moglie Helen sono rimasti uccisi dal crollo di uno scavo in Grecia. L’incidente ha lasciato illesa Pandora, la figlia della illustre coppia, ma ha determinato la sciatta decadenza dell’Emporio, rapidamente divenuto una bottega di polverose cianfrusaglie nelle mani sbagliate di Hezekiah. Gli anni sono passati e Pandora, detta Dora, è ora una giovane donna che sogna di diventare un’artista orafa. Un sogno che lei coltiva con caparbietà mentre trascorre le sue ore nell’Emporio in cui l’inettitudine e l’oscura attività dello zio trascinano sempre più il nome dei Blake nell’infamia e nell’oblio. Un giorno, di ritorno al negozio, una scena spaventosa si schiude davanti agli occhi della ragazza: di fronte all’Emporio giace, ribaltato, un carro. Il cavallo, sdraiato sul fianco, sembra illeso, Hezekiah, invece, è intrappolato sotto l’animale. Attorno a lui tre uomini malvestiti, con il terrore negli occhi e l’odore salmastro dei marinai addosso, armeggiano e imprecano alla scalogna mentre fissano una cassa incrostata di molluschi rimbalzata sul selciato. Nei giorni successivi Hezekiah, malconcio e sospettoso, chiude la cassa a chiave nello scantinato e vieta alla nipote di accedervi. Che cosa c’è in quella cassa? Perché Hezekiah è impallidito quando la nipote glielo ha domandato? E per quale motivo ordina a chiunque di non mettere piede nello scantinato?
Incapace di tenere a freno la curiosità, Dora si avventura nello stanzino buio e umido per imbattersi in qualcosa che cambierà per sempre la sua vita. Ambientato nella Londra georgiana, in cui splende l’astro del neoclassicismo e si diffonde l’irresistibile attrazione per il mondo antico, Pandora è un avvincente mystery tradotto in numerosi paesi e acclamato dai lettori, catturati da una scrittura capace di ricreare in ogni dettaglio lo spirito di un’epoca affascinante e di una storia d’amore e di inganni, di segreti e speranze. 

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Pandora è il libro esordio di Stokes-Chapman: si tratta di un romanzo ben costruito, interessante e intrigante, in cui mitologia e mistero si fondono sullo sfondo dell’Inghilterra di inizio ottocento.
E’ un romanzo che mi ha incuriosita e la trama, sebbene presenti qualche piccola ingenuità, mi ha tenuta letteralmente incollata: dopo mesi in cui non riuscivo a trovare una storia appassionante, questo libro è stato una vera e propria ventata di aria fresca!

Ovviamente, sebbene sia stata una lettura piacevolissima, non è un romanzo perfetto: si vede che è il primo libro di questa scrittrice che, però, dimostra grandissimo talento. Sono certa che in futuro i suoi romanzi saranno ancora più belli, originali e intriganti di questo!
La trama, in generale, fila via liscia e senza intoppi: non ho trovato parti noiose o superflue. Chiaramente rallenta un po’ verso il centro per poi accelerare verso la fine, ma trattandosi di un romanzo dai toni mystery lo trovo assolutamente appropriato. I personaggi sono interessanti e quasi tutti abbastanza approfonditi: partendo da Dora, la protagonista, fino ad arrivare all’antagonista principale, il lettore riesce a conoscere i dettagli della loro psiche e seguirne le motivazioni così da poter, in un certo senso, scegliere da che parte stare. Anche se leggermente macchiettistici, e mi riferisco in particolare all’antagonista che presenta una caratterizzazione tendente al disneyano, i personaggi sono comunque molto interessanti. Il mio preferito è Cornelius che, pur non essendo uno dei protagonisti, è una figura fondamentale all’interno della trama: nonostante il colpo di scena che lo riguarda sia pressoché ovvio fin dal primo incontro con il personaggio, l’autrice è riuscita a renderlo interessante e a seguirne bene l’evoluzione psicologica.
A rendere il romanzo un po’ meno bello sono alcune ingenuità legate alla scrittura. Il libro presenta una quantità smisurata di “!” e “…” all’interno della prosa che rendono la scrittura a tratti quasi infantile: nella maggioranza delle situazioni, la punteggiatura poteva essere semplicemente eliminata o, al massimo, sostituita da una riformulazione della frase che avrebbe reso meglio l’emozione provata dai protagonisti. Un vero peccato, perché onestamente Stokes-Chapman è davvero molto brava nelle descrizioni, specialmente in quelle degli ambienti che risultano visibili e tangibili sia nel loro aspetto fisico che in quello olfattivo o uditivo.

In generale, il romanzo mi è piaciuto davvero molto. “Pandora” è coinvolgente, interessante, cattura il lettore perché l’autrice è riuscita a inserire il mito del vaso di Pandora alla perfezione nella sua trama giocando molto con la fantasia dei suoi lettori. Leggendo Pandora ci si chiede in continuazione se la maledizione di cui tutti parlano sia vera oppure solo frutto dell’immaginazione dei protagonisti: questo è un dubbio che coinvolge il lettore dalla prima fino all’ultima pagina. Ho apprezzato moltissimo il fatto che nel romanzo la protagonista conoscesse il greco: Pandora, infatti, ha origini anglo-elleniche e la lingua, in questo caso, è stata utilizzata molto bene per dare spessore al personaggio e renderlo forse anche più credibile.
In generale, mi sentirei di consigliare il libro a chi ama la mitologia greca ma vuole una storia che non sia un retelling quanto piuttosto un’originale racconto all’interno del quale si fa riferimento al mito di Pandora. Lo consiglio anche a tutti coloro che si sentono “bloccati” in una situazione che non gli appartiene: la storia di Dora è proprio quella di una donna che cerca di emanciparsi in un mondo che non la vuole libera. In questo caso ho anche prezzato la love story tra i due protagonisti, forse perché è solo accennata e lasciata da parte rispetto alla trama principale nonostante comunque sia presente.
Il voto finale che mi sento di dare al romanzo è 8.5/10. Ci sono, appunto, cose che lo avrebbero reso migliore ma devo essere sincera dicendo che comunque è una lettura che ho apprezzato tantissimo.

*Volpe

Ponte di Anime

.: SINOSSI :.

Sia come sia, Cass potrebbe avere un talento per scovare gli spiriti inquieti. Insieme a Jacob, il suo migliore amico fantasma, è sopravvissuta a due città infestate mentre era in viaggio per il programma televisivo dei suoi genitori. Tuttavia nulla potrebbe prepararla a quel che la attende a New Orleans, un luogo che pullula di antiche magie, società segrete e terrificanti sedute spiritiche. Ma la sorpresa più terribile è un nemico che Cass non avrebbe mai sospettato di dover affrontare: un messaggero della Morte in persona. Sarà all’altezza della sfida? E a cosa dovrà rinunciare per vincerla?

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

In questo volume, terzo e ultimo della saga di Cassidy Blake, finalmente Schwab torna se stessa. “Ponte di Anime” ha la stessa freschezza di “Città di Spettri” e per fortuna nulla della monotonia di “Tunnel di Ossa“: la trama è molto diversa, nonché decisamente più complessa, e coinvolge un numero piuttosto alto di personaggi che, con le loro particolarità e molte qualità, accompagnano la piccola protagonista nella sua avventura contro l’Emissario della Morte.

Non posso, tuttavia, dire che sia un libro perfetto. Forse per paura di scontentare i suoi giovanissimi lettori o nel timore di tirare fuori un libro troppo complesso, Schwab non ha sfruttato appieno gli indizi che lei stessa ha disseminato nei precedenti romanzi. Alcuni spunti narrativi, specialmente riguardanti la storyline di Jacob, a mio avviso sono stati lasciati fumosi e frettolosamente risolti nei capitoli finali con un escamotage che, per quanto tenero, non è stato del tutto soddisfacente. Anche i genitori di Cassidy, che decisamente avevano il potenziale per diventare due personaggi favolosi, sono stati messi da parte in favore di altri personaggi adulti che hanno svolto un ruolo più importante all’interno della vicenda. Allo stesso modo, alcuni escamotage narrativi utilizzati per mandare avanti la trama sono un pochino ingenui ma, se si tiene presente il pubblico di riferimento, adatti.
Ciò detto, per il resto non ho molto di cui lamentarmi: la trama è avvincente e finalmente la protagonista non si trova coinvolta in una “caccia al fantasma” quanto piuttosto nella fuga dalla Morte stessa.
In questo suo viaggio scoprirà l’esistenza di una misteriosa società segreta e conoscerà altre persone dotate di poteri paranormali, cosa che rende l’universo di Schwab più completo e realistico. I personaggi che l’autrice mette di fronte al suo lettore sono colorati, animosi, pieni di vita e semplici da ricordare: ciascuno presenta specifiche caratteristiche che lo rendono unico e memorabile.

Naturalmente il focus del romano è l’amicizia, trattandosi comunque di un libro per ragazzini pre-adolescenti. In questo caso il tema è trattato molto bene tanto che alla fine, lo ammetto, mi sono anche un po’ commossa. Il sentimento viene rappresentato nella sua interezza prendendo in considerazione sia i lati positivi (rappresentati di solito tramite la costante elencazione delle “regole dell’amicizia” che Jacob sembra inventarsi un po’ ad hoc come scusa per aiutare sempre e comunque la protagonista, cosa che ho apprezzato tantissimo) sia i lati negativi ovvero quelli del dolore e della perdita.
E’ un romanzo frizzante, non troppo complesso e che si legge in poche ore e perfetto a tenere compagnia in un pomeriggio autunnale magari non troppo freddo e buio. Sicuramente rispetto ai volumi precedenti la percentuale di horror è leggermente superiore anche se l’atmosfera non è mai né troppo cupa né troppo spaventosa.
In sostanza, siamo tornati a dare un voto più che positivo al finale di questa saga! Penso che questo si meriti un bel 8/10. Ancora una volta, comunque, trovo inconcepibile aver trovato più di un errore di battitura e l’ignoranza della protagonista (non sa cos’è il pane al cioccolato, ma dai!) ha raggiunto livelli davvero troppo alti per dare un voto in più al romanzo.

*Volpe

L’Unica Innocua Meraviglia

.: SINOSSI :.

“Vedranno il nostro brillare e sapranno la verità. La cosa che quel vecchio elefante non capiva – e come avrebbe potuto? – è che gli umani non sono sempre interessati ad affrontare la verità.” All’inizio del XX secolo un gruppo di operaie del New Jersey moriva per avvelenamento da radiazioni. Nello stesso periodo, un elefante veniva condannato a morte per elettrocuzione a Coney Island. Così è scritto sui libri di storia. Brooke Bolander intreccia i due eventi per dare vita a un futuro alternativo, un passato mitologico, una storia di rabbia e ingiustizia, di catene che si spezzano e sorellanze inaspettate, di elefanti che brillano nel buio e del futuro che possiamo creare.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Questo libro mi ha fatto piangere, senza ritegno, sulla banchina della stazione ferroviaria mentre aspettavo il treno che mi avrebbe riportata a casa. Immaginate la scena: state aspettando il vostro treno (che ha un ritardo approssimativo di mezz’ora), siete irritati, nervosi e stanchi e a occupare il solo posto a sedere (scusate, sono arrivata prima) c’è una tizia che sta piangendo LACRIMONI, con tanto di fazzolettino in mano e occhioni rossi, su un libro minuscolo con la copertina nera e blu, piuttosto bizzarra.

Immaginate di avvicinarvi a me, in quel momento, e sorbirvi questa recensione come se ve la stessi raccontando con le emozioni di quel momento: anche se ormai è passata quasi una settimana è difficile parlare in maniera del tutto distaccata di questo romanzo. Quindi continuiamo questa piccola finzione letteraria e godetevi questa recensione un po’ bizzarra.
Il romanzo prende spunto da due eventi storici, la morte di un gruppo di operaie a causa di avvelenamento da radiazioni e l’elettrocuzione di un elefante in un parco divertimenti. Naturalmente, i due eventi non hanno niente a che fare l’uno con l’atro ed è qui che la fantasia di Bolander inizia a lavorare creando uno spaventoso filo conduttore tra i due eventi.
Le voci narranti sono tre, quattro se si conta quella mitologica delle matriarche elefantesse, e sono quelle di Regan, l’ultima delle operaie che stanno lentamente morendo, la quale deve insegnare a Topsy, seconda voce narrante ed elefantessa, il lavoro: leccare pennelli che hanno tracce di polvere radioattiva. Come dice lei stessa “insegnarle a morire” lentamente e in maniera orribile. La terza e ultima voce è quella di una ricercatrice che cerca di costruire un mondo futuro in cui gli uomini e gli elefanti possano convivere.
La cosa interessante è come i diversi capitoli sono scritti: non è mai segnalato il cambio di punto di vista, eppure è chiarissimo perché ciascun personaggio ha una voce molto potente e che si distingue bene dalle altre. Sono tutte molto musicali ed è un vero piacere assaggiare la capacità comunicativa di Bolander.
Le descrizioni, per quanto ovviamente poche, sono molto evocative e estremamente piacevoli da leggere rendendo il romanzo valido non solo dal punto di vista delle tematiche, ma anche da quello della scrittura.

I temi principali sono la schiavitù, le discriminazioni, ingiustizia e, ovviamente, la libertà. Questo libricino è un inno alla Libertà con la L maiuscola che non arriva come forse noi tutti vorremmo, ovvero con la giustizia e la rivalsa, quanto piuttosto con la vendetta e la consapevolezza che un singolo gesto possa, talvolta, cambiare le sorti del mondo.
La storia di Regan e Topsy è alla base del nuovo futuro descritto da Bolander: se loro due, insieme, non avessero compiuto determinate scelte, il mondo sarebbe rimasto uguale. Invece due schiave, condannate ad una morte oscena, sono state in grado di lanciare un sasso che lentamente si è tramutato in valanga dando una specie di sentore di speranza nonostante il finale del romanzo lasci un sapore dolceamaro in bocca.

Si tratta di uno dei libri più belli letti in questo 2022. Penso che chiunque potrebbe prendersi un pomeriggio per leggerlo attentamente e ascoltare la voce di Bolander che insiste sul significato della parola giustizia e su quello della parola ingiustizia. Il voto che mi sento di dargli è, naturalmente, un 10 pieno con i complimenti ad autore e traduttrice per essere riusciti a farmi piangere così malamente. Aspetto il risarcimento per i danni emotivi, però.

*Volpe

Tunnel di Ossa

.: SINOSSI :.

Cass è nei guai. Ancora più del solito. Insieme a Jacob, il suo migliore amico fantasma, Cass si trova a Parigi, dove i suoi genitori stanno girando il loro programma televisivo sulle città più infestate del mondo. Certo, mangiare croissant e visitare la Tour Eiffel è un vero spasso, ma sotto Parigi, nelle raccapriccianti Catacombe, c’è in agguato un pericolo spettrale. Quando Cass risveglia un poltergeist terribilmente potente, deve affidarsi alle sue abilità di cacciatrice di spettri, ancora tutte da dimostrare, e chiedere l’aiuto di amici vecchi e nuovi per svelare un mistero. Se fallirà, le forze che ha ridestato potrebbero rimanere a infestare la città per sempre. L’autrice Victoria Schwab torna al mondo di “Città di spettri”, regalandoci nuove avventure e una lezione sull’amicizia (perché, a volte, anche i migliori amici fantasma hanno segreti…).

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Rispetto al primo volume della saga, ovvero Città di Spettri, Tunnel di Ossa è un po’ sottotono. La trama è pressoché la stessa: la ragazzina, assieme ai genitori e all’amico fantasma, arriva in una nuova città infestata da un pericoloso fantasma. Anche in questo caso ci sono alcune comparse, ovvero i membri della troupe, e anche in questo caso compare una seconda ragazzina che aiuterà la nostra giovane protagonista nella sua attività di cacciatrice di fantasmi. Di base, niente di nuovo.

E’ chiaro, a mio avviso, che questo sia un volume di passaggio. Durante la lettura non ho percepito come importanti i fatti che l’aurice descriveva tra queste pagine, quanto piuttosto gli indizi lasciati qua e là per permettere al lettore di incuriosirsi riguardo la storia di Jacob, l’amico fantasma di Cassidy Blake.
Da una parte, quindi, la leggera monotonia della trama è giustificata, dall’altra non toglie il fatto che, rispetto al primo volume, il libro sia noiosetto e non abbia effettivamente molto da dire.

Lo stile è sempre molto semplice, adatto sia alla storia raccontata sia al pubblico di riferimento: non ci sono grandi descrizioni tuttavia i luoghi sono ben delineati e si riesce a seguire la storia piuttosto bene. Il romanzo è comunque molto scorrevole e piacevole e tiene ottima compagnia in un paio di pomeriggi autunnali in cui ci si vuole riposare per bene, magari sotto una copertina e con una tazza di te caldo tra le mani!
Sono curiosa di sapere come sarà il terzo volume: spero che gli indizi lasciati dall’autrice non cadano nel vuoto e siano utili per costruire una trama più originale in cui l’amicizia e la volontà di difendere le persone care prendano davvero il sopravvento.
Fino ad allora, posso solo giudicare questo volume. A mio avviso è nella media: né brutto né bello. Direi sufficiente, dunque il mio voto è 6.5/10, nella speranza che il terzo della saga mi riporti all’entusiasmo che avevo provato con il primo!

*Volpe