Il principe

.: SINOSSI :.

Ogni epoca si è riconosciuta nel Principe, con argomenti sempre diversi. I motivi che lo hanno reso un classico sono ancora oggi attuali: il conflitto tra il desiderio di dominare la realtà politica e la ragione, la percezione di un momento storico indecifrabile, la natura del potere. Il capolavoro di Machiavelli viene qui presentato in una nuova edizione critica, con un ricco commento a piè di pagina, ausili letterari, rimandi culturali, chiarimenti storico-politici e spunti interpretativi.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Tutti hanno sentito parlare, almeno una volta nella vita, di Niccolò Machiavelli e della sua opera più famosa: Il Principe.
Il Principe è una di quelle opere che tutti pensano di conoscere, ma che in realtà pochi hanno letto davvero e compreso.
Partendo dal background culturale dell’uomo politico del suo tempo, Machiavelli stila quello che potrebbe essere considerato un programma che, se seguito, garantirà al principe non solo un periodo di reggenza lungo e sicuro, ma anche fama e ammirazione presso i posteri.
Agli occhi di un lettore contemporaneo certe indicazioni non sembrano solo inattuabili, ma anche incivili e l’esatto contrario di ciò che viene considerato “buon governo” nelle democrazie moderne.
Nonostante si tratti di un testo politico/militare rinascimentale, Il principe offre parecchi spunti di riflessione anche al lettore contemporaneo: non serve infatti essere politici per aver a che fare, più o meno quotidianamente, con colleghi doppiogiochisti o situazioni che richiedono un approccio diplomatico per essere risolte con il minor danno possibile ed è per casi come questi che la lettura de Il principe può risultare valida e tutt’altro che anacronistica.

Nonostante l’edizione della Mondadori a cura di Piero Melograni presenti il testo originario accanto alla parafrasi italiana, la lettura de Il principe così come venne vergato da Machiavelli non è affatto complessa e, anzi, il doversi tenere da un solo “lato” della pagina ha reso la lettura scomoda non permettendo di scorrere le pagine con la fluidità che ci si aspetta da un libro.
Per ovvie ragioni non mi è possibile dare un giudizio a questo testo, ma posso comunque consigliarlo a chi è alla ricerca di un libro interessante sotto molti aspetti: filosofici, politici, etici e storici. Leggere Il principe, infatti, non è solamente un modo per apprendere delle nozioni(più o meno valide o attuabili), ma è prima di tutto affacciarsi su un mondo antico ed affascinante che viveva in senso pieno e totalizzante il senso della cultura riuscendo a creare collegamenti interessanti e calzanti tra letteratura, storia, politica e filosofia.
*Jo

Dai diari di un capitano dell’aria. Il tesoro di Smiley

.: SINOSSI :.

«Quello che state per leggere è il mio diario, il diario del buon vecchio, ma non così vecchio, Capitano Polluce: vaporsaro, viaggiatore, filosofo e combattente.»
«Non scordare modesto.»
«Zitto, giornalista! Dicevo: il libro che state per leggere racconta le avventure mie e della mia ciurma sgangherata, gli inseguimenti, gli amori interspecie. Braccati dalla Confederazione delle Cinque Città, solchiamo le correnti del cielo in questo mondo desertico pieno di mostri.»
«I barzubi sono carini, però, con le guanciotte rosa!»
«Contessa, la prego, sto cercando di fare un discorso serio.»
«Ah-uhm, eh già, per lui non è facile fare un discorso…»
«Comunque, vi starete chiedendo chi sia Smiley e in cosa consista il tesoro. Be’, non voglio rovinarvi la sorpresa, ma se quello che cercate è un romanzo d’avventura dai ritmi serrati, dell’umorismo un po’ Guruvengo e, soprattutto, se siete dei ragazzi che ancora non hanno smesso di sognare, allora questo libro fa per voi.»
«Quindi potete comprarci e basta, anziché leggere il riassunto.»
«Amy, non essere scortese coi lettori! Aspetta almeno che ci abbiano pagato. E voi, che aspettate ad arruolarvi? Che qui si accettano persino i bradipi!» 

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Animato da un umorismo mai banale e da personaggi sempre pronti a sorprendere il lettore, Dai diari di un capitano dell’aria. Il tesoro di Smiley è un romanzo che conquista fin dalle prime righe.
Il libro è genuinamente divertente: letto in un periodo di forte stress mi ha permesso di staccare la testa (e dopo la lettura del romanzo questa metafora assume tutto un altro sapore, ve lo garantisco) e passare ore piacevoli in compagnia di personaggi originali, di un mondo accattivante e una trama che, per quanto classica, è assolutamente imprevedibile.
Sebbene la trama sia quella tipica di un romanzo d’avventura e nonostante Grasso sia molto bravo a lasciare al lettore indizi che rendano semplice prevedere ciò che accadrà da un capitolo all’altro, il sapiente utilizzo dello strumento comico rende ogni scena assolutamente inattesa. Laddove il lettore si aspetta un tipico passaggio dal sapore epico, ecco che una battuta ben piazzata lo rende più goffo riportandolo, paradossalmente, al livello del reale. La particolarità della comicità di Grasso è, infatti, questa: riuscire a rendere anche le storie più assurde vere.

I personaggi, o meglio i protagonisti, aiutano molto in questo compito tutt’altro che semplice.
Non ci sono eroi in questo romanzo, solo creature (perché di umani non si può proprio parlare) che agiscono, spesso d’istinto e in maniera piuttosto goffa, che non fanno quasi mai quello che ci si aspetta da loro. Paradossalmente, questa è proprio la loro umanità: il pregio di questi personaggi è che per quanto possano sembrare assurdi e per quanto possano pensare e agire in maniera completamente non convenzionale, chiunque si può rivedere in loro.
Non è facile identificare un solo protagonista: il romanzo è scritto dal punto di vista del Capitano Polluce, ma i personaggi si dividono la scena equamente conquistandosi, con i loro pochi pregi e molti difetti, un posto nel cuore del lettore.
Un ruolo fondamentale in tutto il quadro sopra descritto è ovviamente giocato dalla creatività di Grasso che impedisce al lettore di annoiarsi. Anche quando si pensa di non poter essere più sorpresi da niente, ecco che una nuova frase, una nuova idea, ci smentisce.
Lo stile di scrittura è adatto alla storia che viene raccontata: è semplice e senza fronzoli ma, quando serve, è perfettamente in grado di mantenere alto il livello di tensione impedendo al lettore di mettere giù il libro.
Altro punto su cui vale la pena spendere due parole è la costruzione del mondo in cui le vicende di Il tesoro di Smiley hanno luogo. Sebbene si tratti di un romanzo molto breve, si riesce ad avere una idea chiarissima del worldbuilding: il romanzo è ambientato in un futuro non meglio precisato in cui il mondo è cambiato in seguito a una catastrofe, un Evento, come lo chiamano i personaggi. Con esso sono cambiate le creature che lo popolano, la cultura e la tecnologia che viene utilizzata. Una chicca da questo punto di vista è l’utilizzo di parole in guruvengo, una lingua che il capitano Polluce ha forse inventato o forse no, e che Grasso inserisce qua e là nella narrazione.
Ad aiutare il lettore a comprendere meglio l’immaginazione di Grasso, interviene la mano di Marco Calvi: il romanzo è infatti inframmezzato da splendide illustrazioni di luoghi e personaggi che rendono il romanzo ancora più vivo e interessante dando al lettore qualcosa in più con cui poter fantasticare. In questo caso, le illustrazioni non sono solo un accompagnamento alla narrazione quando piuttosto la completano: è facile perdersi ad osservarle mentre si ripensa alla scena che si è appena finito di leggere.

Come avrete capito, ho trovato il romanzo davvero molto valido. In generale il testo si merita un 9/10: la scrittura è ottima e, come ho già detto, la trama non è affatto banale. A dire il vero, spero di poter aver presto il piacere di leggere un seguito!
Consiglio questo romanzo a chiunque voglia leggere qualcosa di divertente, avventuroso e originale così come a tutti coloro che non si fanno spaventare da trame ricche di assurdità e irriverenza.

*Volpe

Pagine e padri ~ Booktag

Per festeggiare tutti i papà del mondo, abbiamo deciso di creare una booktag a tema padri della letteratura.
Dante Alighieri, William Shakespeare, Sir Arthur Conan Doyle e tutti gli altri autori che hanno ispirato le nostre domande sono uomini che hanno dato tanto, e che continuano a dare moltissimo, a tutti i loro appassionati lettori. Per questo, abbiamo deciso di portarli qui in rappresentanza simbolica di tutti i papà che ogni giorno si impegnano per la loro famiglia e per portare un sorriso sui volti dei loro cari.
Ci sono volte in cui non sono pronti ed altre in cui non hanno legami di sangue, ma il cuore di un padre supera tutte le difficoltà e annulla qualsiasi differenza.

1. #DANTEALIGHIERI- una raccolta di poesie
VOLPE: ogni volta che mi baci muore un nazista di Guido Catalano
JO: Poesie d’amore di Hermann Hesse

2. #SIRARTHURCONANDOYLE- un romanzo in cui viene commesso almeno un omicidio
VOLPE: il diavolo è l’acqua scura di Stuart Turton
JO: Assassinio sull’Orient Express di Agatha Christie

3. #EMILIOSALGARI- un romanzo con un’ambientazione esotica/orientale
VOLPE: Balzac e la piccola sarta cinese di Sijie Dai
JO: La città di Ottone di S. A. Chakraborty

4. #WILLIAMSHAKESPEARE – un testo teatrale
VOLPE: Re Lear di William Shakespeare
JO: L’odore assordante del bianco di Stefano Massini

5. #VALERIOMASSIMOMANFREDI- un romanzo storico
VOLPE: I leoni di Sicilia di Stefania Auci
JO: I Viceré di Federico De Roberto

6. #MICHAELENDE- un romanzo fantasy
VOLPE: Il mezzo Re di  Joe Abercrombie
JO: Lo hobbit di J.R.R. Tolkien

7. #BRAMSTOKER- un romano gotico
VOLPE: L’abbazia di Northanger di Jane Austen
JO: Dracula di Bram Stoker

8. #ANTOINEDESAINTEXUPERI- una romanzo che hai letto da piccol*
VOLPE: Le streghe di Roald Dhal
JO: Matilda di Roald Dhal

*Volpe&Jo

Mostri e creature d’Irlanda

Che cosa hanno in comune banshee, selkies, kelpie, leprecauni e changeling? Alcune di queste creature abbiamo imparato a conoscerle grazie a serie letterarie e cinematografiche di successo, altre, invece, le abbiamo sentite nominare in qualche racconto le cui radici si perdono nella notte dei tempi. In questo articolo vogliamo raccontarvi un po’ di loro: le creature che popolano l’immaginario irlandese.

Dullahan
Tutti, almeno una volta nella vita, hanno sentito parlare del temibile cavaliere senza testa: nelle leggende tedesche si tratta di un cacciatore, spesso intento a suonare il suo corno, accompagnato da una muta di cani; in quelle statunitensi è un cavaliere errante alla furiosa ricerca della propria testa che ha sostituito con una zucca intagliata; in quella irlandese è addirittura identificato con l’incarnazione del dio Crom Dubh.
Dullahan è una creatura che porta la propria testa in braccio o sotto la coscia, e che viaggia in groppa ad un cavallo senza testa. Possiede una frusta che si dice essere fatta dalla spina dorsale di un essere umano e ovunque egli smetta di cavalcare, così si dice, qualcuno deve morire. Dullahan chiama, con una voce possente e spettrale, il nome di una persona e quella d’improvviso muore; quando cavalca e non porta morte, sul suo volto è disegnato un sorriso così largo da attraversargli l’intera faccia. 
Sebbene possa sembrare una creatura terrificante, esiste un modo per sconfiggere Dullahan: gli oggetti dorati. Suona strano lo so, ma indossare oggetti in oro o metterne uno sul suo cammino obbligherà Dullahan a scomparire.

Selkie
La leggenda delle (o dei) Selkie è molto particolare. Secondo le popolazioni nordiche, infatti, le foche non sono semplici animali: una volta che raggiungono la terraferma possono togliersi la pelle e diventare esseri umani.
Sono creature innocue, anche se i maschi di Selkie vengono a volte ritenuti in grado di scatenare tempeste e causare naufragi, che spesso vivono assieme agli esseri umani. Nella maggioranza delle leggende, le Selkie sono donne cui viene rubata la magica pelle che permette loro di tramutarsi e sono costrette a restare sulla terra ferma; spesso sono anche obbligate a sposare l’uomo che ha commesso il furto. In queste storie, però, per il ladro non ha mai un lieto fine: che sia lenta o veloce, la vendetta della Selkie arriverà sempre, perché se c’è una cosa che nessuno deve fare in Irlanda o in Scozia è proprio rubare la sua pelle. Non so a voi, ma a me queste leggende fanno pensare una cosa ben precisa.

Leprecauno
Sicuramente, il Leprecauno è la creatura più famosa della mitologia irlandese. Non si sa dove derivi il nome di questo folletto: il Collins english Dictionary deriva il nome dalla parola gaelica leipreachán che vuol dire “piccolo spirito”, mentre l’Oxford English Dictionary ritiene che derivi da leath bhrógan ossia “ciabattino”.
Se sull’etimologia due colossi della lingua non riescono a mettersi d’accordo, chiare sono invece le origini della creatura stessa. I Leprecauni sono considerati parte del popolo fatato e la tradizione vuole che abitassero l’isola ben prima dell’arrivo dei Celti tanto che la costruzione dei “cerchi magici” di epoca preceltica è imputata proprio a loro. In origine, i Leprecauni erano caratterizzati da un abbigliamento rosso intenso e non verde come invece vengono rappresentati adesso: la descrizione sembra essere cambiata nel XX secolo, anche se nessuno sa dare una ragione a queste modifiche.
I Leprecauni sono creature innocue, spesso rappresentate come anziani ometti dediti agli scherzi e alle burle, sono molto acuti e scaltri. La leggenda vuole che siano molto ricchi e che i loro tesori possano essere trovati solo da chi riesce a catturare un Leprecauno e interrogarlo con domande molto specifiche. C’è solo un problema: sebbene i Leprecauni non possano scappare se li si guarda fissi, basta distrarsi un secondo perché essi svaniscano nel nulla. Per questo si dice che i loro tesori siano nascosti alla fine dell’arcobaleno: è solo un modo come un altro per dire che sono introvabili.

Puca
Si dice che i Puca possano essere sia malevoli sia benevoli, che abbiano il manto bianco o nero e che siano in grado di cambiare forma. Sebbene solitamente prendano la forma di animali piuttosto comuni (come lepri, capre, gatti o cani), talvolta possono assumere una forma umanoide che però includa vari tratti animaleschi come lunghe orecchie o una coda.
Nella sua rappresentazione più amichevole, il Puca è d’aiuto nelle fattorie oppure interviene per aiutare gli esseri umani prima che accada loro qualcosa di terribile. Quando invece è rappresentato come creatura maligna, si dice che convinca i passanti a salire sulla sua groppa per poi portarli in una corsa terrificante e senza senso che finisce là dove era cominciata senza che niente di davvero terribile, però, accada al suo cavaliere.

Changeling
Le rappresentazioni dei Changeling nella cultura di massa sono pressoché infinite e sembra che questa creatura non smetta mai di stimolare la fantasia di registi, scrittori o giocatori di ruolo. Ma cosa sono i Changeling secondo la mitologia irlandese? Si tratta di neonati fatati sostituiti a neonati umani nella culla.
Esistono, nelle leggende irlandesi, diversi modi per distinguere un neonato umano da un changeling: per esempio, il changeling non cresce in modo “normale” come gli altri bambini, è molto più intelligente di quanto dovrebbe essere e in qualche caso ha comportamenti anomali come per esempio una parlantina precoce.
Al giorno d’oggi, la comunità medica crede che le storie riguardanti i changeling siano state inventate nel tentativo di spiegare e comprendere le nascite di bambini con deformità o disabilità.
*Volpe&Jo

La leggenda di Vox Machina ~ Streaming and Pijamas

.: TRAMA :.

Sono chiassosi, sgangherati, sbandati reinventatisi mercenari. I Vox Machina sono più interessati ai soldi facili e alla birra scadente che a proteggere il reame. Ma quando il male minaccia il regno, i membri della banda capiscono di essere gli unici in grado di ristabilire la giustizia.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Come molti altri appassionati di Critical Role, forse il più celebre podcast a tema giochi di ruolo, aspettavo con ansia l’uscita di La leggenda di Vox Machina fin dal primo momento in cui era stata annunciata.
Per fortuna, l’attesa è stata ripagata da una serie tv ottima sia nelle sue componenti audio visive sia nell’adattamento della trama, compito decisamente non facile considerata l’ampiezza del materiale originale.

Non bisogna essere appassionati di giochi di ruolo per apprezzare La leggenda di Vox Machina, né essere assidui ascoltatori di Critical Role. La serie è fruibile da tutti coloro che amano l’avventura, tanti colpi di scena, tensione drammatica, comicità e azione. Si deve tenere conto, però, che è un programma televisivo per adulti in cui non mancano scene di violenza, nudità e parole volgari.
Gli archi narrativi selezionati sono due, ma il principale è sicuramente quello che vede il gruppo di mercenari chiamato appunto “Vox Machina” alle prese con Lord e Lady Briarwood, signori di Whitestone e vecchie conoscenze di uno dei membri del gruppo. L’adattamento al mini schermo è molto buono: sebbene non ci si possa aspettare che episodi lunghi meno di mezz’ora abbiano la stessa profondità che si trova in una webserie di quattrocento ore, non sembra mancare niente. I personaggi sono completi e complessi, nonostante a volte tendano a scivolare nello stereotipo; la narrazione è sostenuta da un buon ritmo che alterna momenti tesi ad altri più comici e parodistici lasciando comunque il giusto spazio allo sviluppo dei sentimenti dei protagonisti.
E’ una storia che, oltre a parlare di magia e avventura, parla di amicizia. E’ un’amicizia profonda e adulta quella che lega i membri del gruppo: pur con le loro diversità si sopportano e si supportano vicendevolmente anche nelle situazioni più macabre e tese.
La comicità di La leggenda di Vox Machina è caotica e senza freni: battute spinte, giochi di parole, incomprensioni e una grande quantità di comicità fisica (tra le più difficili da realizzare in una serie animata) creano una atmosfera frizzante dove anche i momenti più drammatici ed eroici possono essere interrotti dalle situazioni più grottesche e i personaggi non ci penseranno due volte a sottolineare l’ironia della cosa.

A mio avviso, è una serie che vale la pena vedere. Merita, dal mio punto di vista, un voto molto positivo: 9/10. Visivamente si tratta di un prodotto che cattura l’occhio: i disegni sono interessanti e le animazioni, per quanto sia una vera e propria profana, mi sembrano molto buone e “pulite”. Non ci sono, insomma, scatti fastidiosi o scene che risultano poco fluide. Inoltre, ciascun personaggio è caratterizzato da movenze precise e un codice colore personale: entrambe le caratteristiche aiutano ad affezionarsi più facilmente a loro e a creare delle associazioni tra le diverse personalità e i ruoli che i personaggi interpretano all’interno del gruppo e della narrazione.
Ancora la colonna sonora, che riprende spesso e in diverse varianti “Your turn to roll” ossia una canzone composta dagli stessi interpreti originali, è adatta alla storia raccontata e aiuta a ingaggiare e trattenere lo spettatore.
Per farla breve: mi è piaciuta molto, mi ha intrattenuta e aspettavo volentieri e con ansia gli episodi in uscita settimana dopo settimana. Ora non vedo l’ora che esca la seconda stagione!

*Volpe

Io, Tituba, strega nera di Salem

.: SINOSSI :.

Nel 1692 la comunità puritana di Salem, nel New England, fu lacerata da uno dei più famigerati processi per stregoneria della storia. Le accuse, gli interrogatori, le torture e le condanne che seguirono coinvolsero più di centocinquanta persone e culminarono nella condanna a morte di diciannove imputati, in maggioranza donne. La nera Tituba, schiava di origine caraibica di proprietà del Reverendo Parris, fu accusata di istigare le donne e le fanciulle bianche alla stregoneria e ai commerci con il Maligno; la giovane schiava veniva dalle piantagioni delle Antille, e il romanzo a lei ispirato si apre sul luogo della sua nascita, l’isola di Barbada. Tituba è figlia di una donna nera violentata da un marinaio bianco durante la traversata oceanica e, nel corso delle peripezie che sconvolgono la sua vita fin dall’infanzia, viene iniziata ai riti e alla magia da Man Yaya, una vecchia curatrice africana. Da allora, Tituba ricorrerà spesso ai sortilegi e ai contatti con gli spiriti della sua tradizione, per reagire al disprezzo e ai soprusi dei bianchi: tutto il romanzo è così percorso da un’atmosfera di magia e sensualità, ma al tempo stesso è fondato sulla sanguinaria realtà della schiavitù nelle colonie del Nuovo Mondo, delle rivolte di schiavi e della “caccia alle streghe” del Seicento.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Maryse Condé regala una voce forte e piena di vita a Tituba, una delle più celebri donne condannate per stregoneria durante il processo di Salem. Avvalendosi di documenti storici, Condé è in grado di ripercorrere accuratamente la vita di Tituba: così, il lettore ha la rara opportunità di leggere non solo delle sue origini e della donna che l’ha introdotta alle arti mediche, ma anche alcuni stralci tratti dai resoconti del famosissimo processo alle streghe.
Sebbene a prima vista il testo possa sembrare una biografia romanza di Tituba, tra le parole di Condé si nasconde molto altro. Più volte nel corso della narrazione Condé sottolinea la sua intenzione di fare di questo libro una denuncia dei soprusi che gli schiavi neri hanno sopportato nel corso della storia americana.
Tituba diventa il simbolo di tutte le ingiustizie, passate e presenti, e per questo l’autrice non risparmia al lettore neanche un particolare delle torture che lei e altre donne e uomini neri hanno dovuto subire in schiavitù. Condé si avvale delle capacità mistiche di Tituba per farle “prevedere il futuro”: in queste previsioni Tituba scopre che i processi di Salem saranno dichiarati illegali e tutti condannati saranno assolti. O meglio, quasi tutti, perché nelle sue visioni Tituba vede che per lei e per tutti gli altri neri non ci sarà alcuna assoluzione solo l’oblio, come se la storia avesse deciso di cancellarli per sempre.

Il narratore è in prima persona singolare, uno stile che permette alla scrittrice di dare maggiore profondità al cuore e ai pensieri della protagonista.
La Tituba di Condé è una donna che ama ed è proprio il suo amore, per la vita e per gli altri, a metterla spesso nei guai. Nonostante sia nata schiava in un mondo che sembra desideroso di farle solo del male, Tituba non è in grado di odiare: la sua forza è quella di un albero che anche davanti alle tempeste più forti, resiste.
Proprio questa sua risolutezza le causa non pochi problemi all’interno della narrazione ma, nonostante questo, è interessante vedere come Tituba sia in grado di restare coerente e accogliere non solo i risultati positivi dei suoi comportamenti ma anche e soprattutto quelli negativi.
Gli altri personaggi sono appena accennati: sono ombre che di tanto in tanto incontrano Tituba per poi allontanarsi di nuovo da lei; nessuno di loro spicca davvero nella sua interezza o profondità e tutti lasciano spazio alla protagonista che alle sue riflessioni. Sebbene possa sembrare un difetto, io ho trovato questa scelta narrativa apprezzabile: Tituba è un personaggio molto solitario e, così come non permette agli altri di conoscerla fino in fondo, non vuole andare oltre la superficie delle altre persone che la circondano. Proprio per questo resta spesso fregata e finisce per scoprire che le persone che credeva sue amiche sono in realtà nemici.

Il romanzo è un ottimo testo soprattutto per il messaggio di denuncia che vuole mandare, purtroppo però dal punto di vista stilistico non è altrettanto vincente. Ci sono troppi punti esclamativi all’interno della prosa che spezzano il ritmo narrativo e troppe frasi che si ripetono e danno un senso di “già letto” ad alcune pagine. Per questo, secondo me il romanzo vale un 8/10.
Vale la pena leggerlo per avere un’idea più chiara di cosa furono i processi di Salem o di cosa fosse considerata stregoneria all’epoca.

*Volpe

“La moglie di Dante” e le altre donne nascoste, Conversazione con Marina Marazza

Lo scorso anno, in occasione dei settecento anni dalla morte di Dante Alighieri, Marina Marazza, la “narratrice delle donne nascoste”, ha voluto raccontare la storia della donna più importante nella vita del sommo poeta: Gemma Donati. Marazza vuole restituire dignità a questa donna per lungo tempo rimasta nell’ombra: in effetti di Beatrice molto si parla, ma di Gemma pochissimo, al punto che molti ignorano la sua esistenza. 

Con La moglie di Dante, pubblicato da Solferino e di cui le abbiamo chiesto di parlarci oggi, Marazza riporta non solo Gemma Donati ma anche tutte le donne che sono state dimenticate dalla storia al posto che spetta loro di diritto. 

Ciao Marina, per prima cosa ti ringraziamo di averci concesso parte del tuo tempo per questa breve intervista. Conoscendo te e le tue opere, la prima cosa che viene da chiedersi è se La moglie di Dante sia una sorta di biografia romanzata di Gemma Donati così come è stato per Caterina da Broni in Io sono la strega e Caterina Buti del Vacca in L’ombra di Caterina.
Direi di sì. Io uso la mia formula preferita, documentandomi come se dovessi scrivere un saggio e poi proponendo la storia in forma narrata e in prima persona, in modo che sia la protagonista a raccontare le proprie esperienze, le sensazioni, le emozioni. Attraverso tutti i dettagli della quotidianità ricostruisco l’epoca, in questo caso un Medioevo meraviglioso e terribile, di castelli e di tornei, di menestrelli e di poeti, di commerci e di alleanze, di imperatori e di cavalieri, di crociate e di Inquisizione, di grandi artisti e di grandi guerre, odi e fazioni, nella quale le donne contano molto poco e pagano duramente il clima di guerra civile della Firenze prima guelfa e ghibellina e poi bianca e nera.

Leggendo il romanzo, il lettore si accorge immediatamente che il Dante che tu descrivi è diverso da quello istituzionale, una diversità che non prende solo il carattere ma anche l’aspetto fisico.
Lo descrive Boccaccio, che fu il suo primo biografo, quando Firenze, dopo la morte di Dante in esilio, lo incaricò di rivendicare la fiorentinità dell’autore di quella Commedia che il Boccaccio stesso definì Divina. Dante era di media statura, con la barba scura e i capelli ricci, la pelle olivastra, occhi grandi e modo di fare riservato. Un bel tenebroso, tenendo conto che doveva avere un fisico allenato alle armi: combatté a Campaldino in prima fila, a cavallo e con la lancia, e di certo in un ruolo del genere non ci si improvvisa. Di questo Dante si innamora Gemma, niente a che vedere con l’immaginetta antipatica presa di profilo che siamo abituati a vedere. Un giovanotto di belle speranze, che vive della rendita dei suoi pochi possedimenti e vuole dedicarsi alla poesia e agli studi. La Divina Commedia è ancora lontana, e sarà il frutto dell’esilio.

Un breve accenno di storia per i nostri lettori: la condanna subita da Dante può essere definita una condanna politica?
Assolutamente sì. Il partito di Dante ha perduto, sono saliti al potere gli avversari, e all’epoca non c’era posto per un civile opposizione, quelli della parte avversa venivano uccisi o messi in fuga, in questo caso usando anche una sorta di “legalizzazione” della persecuzione ai loro danni, cioè accusandoli di ogni nefandezza, reati infamanti di corruzione, di tradimento. Era una prassi consolidata e Dante ne resta vittima anche perché ha davvero cercato, durante il periodo del suo mandato come priore, di fare le cose giuste, senza pensare al suo profitto personale e a mantenere dei buoni rapporti con tutti, ma solo a quello che lui riteneva fosse il bene di Firenze. Si è fatto molti nemici e ha provocato indirettamente perfino la morte del suo più caro amico, Guido Cavalcanti, cosa che gli peserà sul cuore per sempre.

Parliamo ora della donna del tuo racconto. Chi era Gemma Donati?
Gemma è della famiglia dei Donati, più illustre di quella degli Alighieri, imparentata con Corso Donati, l’eroe della battaglia di Campaldino, cavaliere di nobile schiatta, biondo, bello e prepotente. E’ stata istruita dalle monache, sa leggere e scrivere, è una donna tutt’altro che sprovveduta. E la sua tempra le servirà, quando si ritroverà vedova bianca a trent’anni, perché Dante viene esiliato…

A proposito di esilio, viene da chiedersi come mai Gemma non abbia seguito il marito 
Gemma viene messa al confino per un paio d’anni con i figlioli quando Dante viene colto dalla sentenza di bando mentre si trova a Roma dal papa (e non rientra a Firenze, perché sarebbe bruciato vivo). All’epoca tutti i con-sorti (nel senso di familiari) erano coinvolti, in caso di condanna di un membro della famiglia: i figli maschi di Gemma dovranno seguire il padre in esilio al compimento dei 14 anni. Dante si ritrova senza un soldo e senza un posto dove stare e non può tirarsi dietro moglie e quattro figli. Gemma riesce a sopravvivere grazie anche al fatto che lei è una Donati, prima che un’Alighieri, e grazie a una formidabile rete di solidarietà femminile, capace di superare gli schieramenti politici.

Dunque, Gemma Donati viene bandita da Firenze ma ritorna, assieme ai figli, poco dopo.
Sì, grazie ai buoni uffici dei Donati, ma non ha più niente, perché tutte le proprietà di Dante sono confiscate, e dagli atti notarili risulta quanto si diede da fare per sostentare la famiglia, andando in comune a reclamare gli interessi sulla sua dote, che le erano dovuti. E a uno a uno i figli devono seguire il padre in esilio perché, se rimanessero, sarebbero messi a morte. E lei continua a sperare che in qualche modo Dante torni, prima con la discesa dell’imperatore che grazia i fuoriusciti, ma l’imperatore muore. Poi con l’amnistia del nuovo governo fiorentino, che Dante rifiuta perché lo costringerebbe a un atto di umiliazione pubblica in Santa Croce. Passano vent’anni, e intanto Dante scrive la Divina Commedia.

A proposito della Commedia. E’ proprio quest’opera ad aver reso famosa Beatrice e ad aver invece affossato la fama di Gemma Donati. Come mai Dante non parla mai di sua moglie?
Dante non parla della sua famiglia nei suoi scritti. L’autobiografismo di Dante è trasfigurato. Anche quando parla in prima persona, non sta descrivendo se stesso, ma quella figura poetica che quel se stesso rappresenta. Dante non cita mai sua madre Bella, che morì quando lui era bambino, né suo padre Alighiero, né la sua matrigna Lapa, perché suo padre si risposò, né la sua cara sorella Tana, né il suo fratellastro Francesco, tutte persone importantissime nella sua vita, sia da un punto di vista affettivo sia da un punto di vista pratico. In compenso ha reso celebre Beatrice, che forse è riconducibile a Beatrice Portinari coniugata de’ Bardi, alla quale lui nemmeno rivolse mai la parola, destinata a passare come una meteora, morta a 24 anni di parto, completamente trasfigurata in un personaggio che ha la funzione di portare il protagonista della Commedia alla salvezza, come dice anche il suo nome: colei che conduce alla beatitudine. Niente a che vedere con la vita reale. Nessuno quindi di cui poter essere gelosi. Beatrice è un simbolo, Gemma una donna in carne e ossa che con Dante ci ha mangiato e dormito, come si suol dire. Questo non vuol dire che Gemma non abbia dovuto essere gelosa di altre donne, dal momento che il Sommo era anche, in gioventù, un discreto tombeur de femmes.

Dalle tue parole, così come dai tuoi libri, si evince perfettamente che anche quando parli di Campaldino e di come Dante combatté e fu ferito, non è la Storia delle battaglie sul campo quella che ti interessa.
Mi appoggio a un nome celebre… diceva Manzoni nella sua lettera a Monsieur Chauvet   sul vero poetico: “Perché alla fin fine, che cosa ci dà la storia? Ci dà avvenimenti che, per così dire, sono conosciuti soltanto nel loro esterno, ci dà ciò che gli uomini hanno fatto. Ma quel che essi hanno pensato, i sentimenti che hanno accompagnato le loro decisioni e i loro progetti, i loro successi e i loro scacchi, i discorsi coi quali hanno fatto prevalere o hanno tentato di far prevalere le loro passioni e le loro volontà su altre passioni o altre volontà, coi quali hanno espresso la loro collera, hanno dato sfogo alla loro tristezza, coi quali in una parola hanno rivelato la loro personalità, tutto questo o quasi la storia lo passa sotto silenzio, e tutto questo invece è dominio della poesia… Spiegare quel che gli uomini hanno sentito, voluto e sofferto attraverso quel che hanno fatto, in questo consiste la poesia drammatica”. Cioè, per me questo è lo scopo del romanzo storico: guardare dentro il cuore di chi ha vissuto prima di noi. 

Ora vorremmo ampliare il discorso. Esiste un fil rouge tra le protagoniste dei tuoi romanzi? C’è qualcosa che lega Gemma Donati a Caterina da Broni, la strega di Milano, a Caterina, madre di Leonardo Da Vinci, e alla figlia della monaca di Monza?
La resilienza. Cambiando le epoche, perché ciascuna di loro appartiene a un periodo storico diverso e si va dal Rinascimento leonardesco alla controriforma di Caterina da Broni e di Alma e indietro fino Medioevo trecentesco di Gemma, hanno dovuto tutte far fronte a una vita che definire avventurosa è un eufemismo. Ovviamente non erano periodi difficili solo per le donne, e ci sono moltissime figure maschili nei miei romanzi, che finiscono sempre col diventare un po’ corali, nella ricostruzione di un luogo e di un tempo dove tutti, dagli umili ai potenti, devono combattere una battaglia quotidiana, che è la più importante.

Ringraziamo Marina per il tempo che ci ha dedicato e speriamo che le sue parole vi aiutino a riflettere in questo giorno non di festa quanto di commemorazione.
Marina racconta “le donne nascoste” dalla storia anche per permettere alle donne di oggi di uscire allo scoperto.

*Volpe & Jo

Women’s books ~ Booktag

L’8 marzo, giornata internazionale della donna, è da sempre una data importante. A volte scambiata per una festa, deve essere l’occasione per ragionare su temi sociali importanti che purtroppo ancora coinvolgono le donne come ad esempio la disparità salariale o di assunzione.
Oggi vogliamo proporvi un gioco: una booktag a tema donne. La sfida è quella di trovare solo romanzi in cui le donne la fanno da padrone o, se questo non è possibile, scritti da donne.

1. #SORELLEBRONTE- un romanzo con una bella storia d’amore
VOLPE: Pomodori verdi fritti al caffè di whistle stop, Fannie Flagg
JO: non pervenuto

2. #MICHELAMURGIA- un romanzo con tematiche sociali
VOLPE: Ragazze elettriche di Naomi Alderman
JO: Il principe di Niccolò Machiavelli

3. #JKROWLING- un romanzo fantasy
VOLPE: Il mago di terramare di Ursula Leguin
JO: Fidanzati dell’inverno di Christelle Dabos

4. #ANNERICE – un romanzo gotico
VOLPE: Cose che succedono la notte di Peter Cameron
JO: Il principe Lestat di Anne Rice

5. #SUSANNATAMARO- un libro che hai letto da piccol*
VOLPE: Nina la bambina della sesta luna, di Moony Witcher
JO: Ascolta il tuo cuore di Bianca Pitzorno

6. #MARINAMARAZZA- un romanzo storico
VOLPE: L’ombra di Caterina di  Marina Marazza
JO: La regina di sangue di Joanna Courtney

7. #CAMILLALACKBERGun romanzo giallo
VOLPE: L’imprevedibile piano della scrittrice senza nome di Alice Basso
JO: L’imprevedibile piano della scrittrice senza nome di Alice Basso

8. #ISABELLEALLENDE- una biografia
VOLPE: Io, Caterina di Francesca Riario Sforza
JO: La bastarda degli Sforza di Carla Maria Russo

*Jo&Volpe

Encanto diventerà il nuovo Frozen?

A circa due mesi dalla sua uscita al cinema e sulla piattaforma Disney+, Encanto resta sulla cresta dell’onda confermandosi come un successo e restituendo un po’ di notorietà alla Disney (non Pixar ndr) reduce, tra live action e storie con più buchi di uno scolapasta, da un periodo tutt’altro che florido.
Naufragate definitivamente le speranze di un ritorno all’animazione tradizionale, Encanto riesce ugualmente a convincere e ad appassionare conquistando grandi e piccini grazie ad un approfondimento psicologico e una trama capaci di coinvolgere tutti; cosa che, per esempio, non è riuscita con Raya e l’ultimo drago e solo parzialmente con i due capitoli di Frozen.

Volenti o nolenti, tutti conoscono (almeno a grandi linee) la trama di Encanto ma, per fugare ogni dubbio, la riproponiamo brevemente.
Mirabel Madrigal, la protagonista, è l’unica della sua famiglia a non avere un talento (=un potere magico) e per questo si considera, ed è considerata, la pecora nera della famiglia. Quando qualcosa minaccia il miracolo (la fonte dei poteri della famiglia Madrigal), Mirabel decide di indagare e di salvare il miracolo sperando, in cambio, di ottenere finalmente a sua volta il proprio talento.

A differenza della maggior parte dei film Disney (dove l’attenzione si concentra sul legame tra due massimo tre personaggi) Encanto è un arazzo dove ogni personaggio risulta necessario senza essere indispensabile: tutti i membri della famiglia Madrigal hanno una loro caratterizzazione che riesce ad emergere a prescindere dal tempo che trascorrono in scena.

A capo della famiglia Madrigal c’è Alma Abuela” (= nonna) Madrigal: una donna spigolosa come il suo profilo. Abuela non è esattamente la nonna che passa le caramelle ai nipoti all’insaputa dei genitori, al contrario è una donna con un forte senso del dovere, che preferisce le certezze alle sorprese e che riversa sul resto della sua famiglia quel che traborda delle altissime aspettative che ha, prima di tutto, verso se stessa.
Controcanto di Abuela è Mirabel: un’adolscente come tutte le altre, letteralmente dal momento che non ha poteri magici, che sprizza energia e creatività da ogni poro e che vuole dimostrare alla nonna, prima che a se stessa, che anche senza talenti anche lei è capace di fare qualcosa di bello e di buono per gli altri. Empatizzare con Mirabel è naturale per via della sua caratterizzazione umana: da “vera” adolescente; a differenza dei protagonisti a cui non solo la Disney ci ha abituato, e che abbondano per esempio nella letteratura per i giovani adulti, Mirabel non ha bisogno di affrontare pericoli e avventure, e l’unica sfida che affronta (con successo a differenza di altri personaggi adulti del lungometraggio) è quella che la porta a scoprire, comprendere ed amare ciò che si nasconde dietro alle apparenze dei suoi familiari: cominciando dalle sorelle per finire con Abuela stessa.
Trattandosi di un film Disney, introdotti questi due personaggi, dagli altri non ci si aspetta che qualche comparsata occasionale giusto per creare qualche pretesto o riempire i buchi di trama, e invece no: anche i personaggi secondari di Encanto hanno una dignità.
Accanto a Mirabel troviamo la sua famiglia: Julieta, la madre, che guarisce con il cibo e funge un po’ da “grillo parlante” per il resto della famiglia cercando di mediare, essere la voce della coscienza e l’interprete dei bisogni dei suoi familiari, il padre Augustin (unico altro “normale” insieme al cognato Felix), e le sorelle maggiori Isabela e Luisa.
Isabela è, almeno all’apparenza, la principessa Disney per eccellenza: tutta rosa e fiori (letteralmente dato che il suo vestito è rosa e il suo potere è quello di far sbocciare ogni pianta e fiore), aggraziata e bellissima; è la pupilla di Abuela che spera di poterla presto accasare con un giovane della città di Encanto per garantire alla famiglia una nuova generazione di talenti (cosa che io ho trovato un po’ cringe). Dietro la sua vita apparentemente perfetta, tuttavia, anche Isabela è infelice e si sente prigioniera tanto dei progetti della famiglia su di lei, quanto del suo stesso potere che l’ha ufficialmente consacrata come la “perfettina” di casa essendo, oltretutto, uno dei talenti più vistosi della famiglia.
Luisa, invece, è la sorella di mezzo e ha la forza di Ercole, Maciste e Sansone messi insieme. All’apparenza instancabile e invincibile, anche Luisa ha, come Mirabel scoprirà, delle debolezze che ha soffocato per non deludere le aspettative che la famiglia ha su di lei.
A chiudere il cerchio di questa prima carrellata di Madrigal ci pensa Augustin Madrigal, il padre delle tre ragazze, che, essendo a sua volta un “senzapoteri” come la figlia più piccola è sempre pronto a darle il suo sostegno e a proteggerla da chiunque provi a farle pesare la sua diversità.
Dall’altra parte troviamo Pepa Madrigal (sorella di Julieta e di Bruno) la più emotiva della famiglia al punto da riuscire ad influenzare il meteo con il suo stato d’animo. A differenza di Julieta e Bruno, Pepa replica all’intransigenza della madre con la propria emotività riuscendo, così, a scansare o almeno alleggerire il carico delle aspettative su di lei. Al suo fianco troviamo il marito Felix di nome e di fatto: Felix è un “senzapoteri”, ma non si lascia impensierire da questo impegnato com’è ad essere, in ogni situazione, l’anima della festa.
I figli di Pepa e Felix sono, in ordine, Dolores, Camillio e Antonio. Dolores è la tipica persona che non si sente, non si vede, ma sa comunque sempre tutto sulla famiglia: compito facile quando si ha il superudito come talento, tuttavia Dolores non utilizza questo suo dono per spettegolare o civettare, è anzi molto timida e riservata e condivide solo le informazioni che ritiene possano tornare utili anche al resto della famiglia (spesso non pensando alle conseguenze che queste potrebbero avere).
Camillo è forse il meno abbozzato dei membri della famiglia Madrigal: il suo potere è quello di cambiare forma e assumere le sembianze di chi ha visto almeno una volta di persona. Come il padre sembra essere sempre allegro e pronto allo scherzo e forse per questo, essendo già presente un gallo nel pollaio Madrigal, rischia di passare quasi innoservato.
Antonio è il più piccolo dei Madrigal e, come un principino Disney, ha il dono di parlare con gli animali sfruttando queste sue capacità comunicative per svelare i piani dai quali gli adulti vorrebbero tenerlo fuori. Inizialmente Antonio risente molto delle aspettative da parte del resto della famiglia, la sua cerimonia del talento (un evento a cui partecipa tutto il paese, giusto per non mettere altre pressioni, durante il quale i Madrigal ricevono il loro potere) è la prima dopo quella di Mirabel andata a rotoli e, per questo, tutti guardano a lui come ad una cartina torna sole per sapere se il miracolo è ancora “funzionante”. Antonio è tanto timido ed insicuro con le persone (ad eccezione di Mirabel), quanto spigliato con gli animali: siano essi innocue scimmiette, un feroce leopardo o un serpente.
Non si nomina Bruno! E invece sì, spendiamo due parole anche per Bruno (nome contro cui tanto la Disney quanto la Pixar sembrano accanirsi volentieri). Bruno è il “gemello di mezzo” (se così si può dire) tra Julieta e Pepa e il suo dono è prevedere il futuro. Timido ed introverso, viene spesso frainteso e bistrattato al punto da essere temuto e odiato da tutti che lo considerano un uccello del malaugurio.

Rispetto a Frozen, ultimo film Disney incentrato sulla famiglia e sui rapporti tra i vari membri, Encanto offre allo spettatore una rosa di personaggi per i quali simpatizzare e con i quali immedesimarsi; questa varietà non è un mero espediente per guadagnare pubblico, ma permette al film di trattare tematiche che raramente riescono ad essere sviluppate adeguatamente in un film per bambini.
Se già in Frozen il personaggio di Elsa aveva introdotto l’archetipo di persona insicura e prigioniera del suo ruolo (e del proprio potere), Encanto approfondisce la tematica scendendo ancor più nel dettaglio e svelando quei meccanismi che, spesso inconsapevolemente e senza cattiveria, si instaurano nelle famiglie normali. Luisa rappresenta la figlia (solitamente la maggiore) iper responsabilizzata, che va avanti come un treno senza fermarsi davanti a niente e nessuno per risultare sempre degna della fiducia dei propri cari. Isabela è la pupilla della famiglia quella che, per intenderci, ai pranzi di natale risponde “bene” alla domanda “e il fidanzatino?”, che prende voti altissimi in tutte le materie (se solo non fosse per quel 9 in educazione fisica che le rovina la media!), è brava coi bambini, fa volontariato nel gattile locale ed è stata scelta per rappresentare la scuola ai campionati regionali di nonsisabenecosa. Dietro la sua perfezione, tuttavia, si nasconde (come spesso accade per i/le “ragazz* prodigio” ) una persona costretta a sacrificare tanto per non deludere mai nessuno e che, nel fiore degli anni, comincia a sentire il peso della propria abnegazione.

La varietà e la cura dei personaggi non è l’unico elemento a rendere Encanto un capolavoro dell’animazione.
Rispetto a Raya e l’ultimo drago e i due capitoli di Frozen, graficamente parlando Encanto risulta più maturo e gradevole da guardare. Rispetto ad altri film Disney, le location sono minori e gran parte delle scene si svolgono tra le strade di Encanto o in casa Madrigal; in un primo momento questa povertà di scene può sembrare il frutto di una scelta “al risparmio”, ma (ri)guardando il film è possibile accorgersi di tanti particolari che, probabilmente, non sarebbero stati altrettanto curati avendo da gestire più scenari. Anche la cura dei personaggi è davvero impeccabile; i rami della famiglia Madrigal sono infatti caratterizzati da palette diverse: bluastro/viola per la famiglia di Julieta (con Augustin, Isabela, Luisa e Mirabel), arancione/giallo per quella di Pepa (con Felix, Dolore, Camillo e Antonio), verde per Bruno e viola/magenta per Abuela. Queste distinzioni cromatiche sono necessarie nel momento in cui si hanno tanti personaggi, per lo più imparentati tra loro, in scena, ma non è questo il solo indizio che testimonia la cura messa dalla produzione nella realizzazione dei personaggi. Ogni personaggio ha, infatti, un abbigliamento con dettagli che richiamano il suo potere: l’abito di Isabel è ricoperto di balze e di fiori, quello di Luisa ha un motivo che ricorda dei bilanceri, mentre Mirabel ha un abito con una fantasia estrosa e molto colorata; Dolores ha un decoro simile a delle onde sonore che le fregia il colletto della camiciola, Camillo un poncho con dei camaleonti e Antonio un gilet con diversi animali ricamati sopra. Anche Julieta e Pepa hanno, rispettivamente, un grembiale con diverse varietà di fiori ed erbe medicamentose ricamate sopra e un lungo vestito con un motivo a gocce di pioggia coronato da un ampio colletto che sembra un po’ una nuvola un po’ un sole splendente.

Tuttavia, ciò che davvero colpisce, e conquista, di Encanto è la colonna sonora creata da Lin-Manuel Miranda: compositore del musical Hamilton oltre che delle musiche di Oceania (tit. originale Moana), de Il ritorno di Mary Poppins e voce, in lingua originale, della scimmietta Vivo nell’omonimo lungometraggio.
La colonna sonora di Encanto è un mix di suggestioni latinoamericane che fa venire voglia di mettersi a ballare e cantare. A differenza di altri film Disney, dove solo una o due canzoni riescono a “bucare lo schermo” e ad entrare in testa allo spettatore fino a diventare un tormentone (vi ricordate Let it go? ci siamo capiti); le canzoni di Encanto sono, dalla prima all’ultima, non solo orecchiabili ma coinvolgenti per via del mix ben calibrato tra musica, ritmo e testo che, anche nelle versioni tradotte, non perde il proprio potere. Anche l’animazione ha un ruolo importantissimo: abbandonate le coreografie improbabili e impossibili da realizzare senza un oceano senziente o vagonate di ghiaccio manco fossimo alle olimpiadi invernali; il film propone, per tutte le canzoni, dei balletti facilmente replicabili che sembrano essere stati “ricalcati” da un musical per via della loro coerenza con il brano a cui sono accoppiati (una vera chicca sono le prove fatte da ballerini professionisti per aiutare i disegnatori a creare le animazioni).

Per noi il film, nonostante non sia del tutto privo di nei, ha soddisfatto le aspettative che i vari trailer avevano alimentato. Voi cosa ne pensate? Lo avete visto?

*Jo