L’inventore di sogni

.: SINOSSI :.

Un bambino sogna a occhi aperti e immagina di far sparire l’intera famiglia, un po’ per noia e un po’ per dispetto, con un’immaginaria Pomata Svanilina; oppure sogna di poter togliere al gatto di casa la pelliccia, di farne uscire l’anima felina e di prenderne il posto, vivendone per qualche giorno la vita, soltanto in apparenza sonnacchiosa; oppure sogna che le bambole della sorella si animino e lo aggrediscano per scacciarlo dalla sua camera… Fin dalle prime pagine di questo libro ritroviamo il consueto campionario di immagini perturbanti che sono un po’ il “marchio di fabbrica” di McEwan. Specialmente nella prima stagione della sua narrativa l’autore britannico ci aveva abituato a profondi e terribili scandagli nel microcosmo della famiglia, e in quei mondi chiusi e violenti i bambini e gli adolescenti giocavano sia il ruolo delle vittime e sia quello dei carnefici. Ne “I’inventore di sogni” McEwan ritorna sul luogo del delitto, ma lo fa con un tono e uno spirito completamente diversi, scegliendo il registro sereno e sdrammatizzante per definizione: quello del “racconto per ragazzi”.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Attirata dalle premesse del romanzo, mi sono avvicinata a L’inventore di sogni colma di aspettative che, purtroppo, sono state disattese. 
Sebbene brevissime, le fiabe sono davvero difficili da finire: sono troppo lente, spesso ripetitive. Leggendole con gli occhi e la mente di un adulto le ho trovate estremamente noiose e dunque mi chiedo: se erano noiose per me, e non per la loro prevedibilità quanto piuttosto per la loro pesantezza, come le troverà un bambino? 
I temi trattati sono giusti per il pubblico cui McEwan ha dedicato la sua raccolta: la ribellione contro il bulletto della scuola, la crescente avversione verso i genitori che accompagna la crescita, la perdita di un animale e così via. 
A mio avviso però, i sogni che fa il giovane protagonista sono troppo adulti per la sua età, così come la pesantezza dei suoi ragionamenti non è adatta ad un bambino di dieci anni. Pur essendo intriganti, i pensieri del protagonista sembrano grigi, spenti e senza i colori tipici dell’infanzia; mancano di serenità. Insomma, la sensazione è che se al posto di un bambino ci fosse stato un adulto, niente nel testo sarebbe cambiato. 

Dei personaggi non si sa nulla. Il solo ad essere approfondito è il protagonista che, per altro, il lettore si trova a conoscere solo superficialmente attraverso la sua immaginazione: al di là che ama sognare ad occhi aperti, non saprei proprio dire quali sono gli interessi di Peter né quale sia il rapporto che ha con i genitori e con la sorella. Purtroppo anche il protagonista è un personaggio di carta che non riesce a prendere vita. 

Per quanto riguarda la scrittura non c’è niente che non vada. Lo stile è fiabesco, onirico e delicato; le metafore che l’autore mette su carta sono perfette per descrivere i sogni in tutta la loro surreale assurdità. Le parole di McEwan creano immagini splendide capaci di stimolare la fantasia di ogni lettore. 
Il problema è che secondo me questo stile non è adatto né al pubblico scelto né alla storia che l’autore vuole raccontare. È proprio lo stile, per quanto meraviglioso esso sia, a creare la sensazione di leggere un libro ambientato perennemente in stanze buie, con colori scuri, tetro. A volte sembra di vedere, perché come ho detto la scrittura permette di immergersi molto nel testo e di visualizzare le immagini vividamente, le atmosfere di un film di Tim Burtun in cui però è raccontata una storia dolce e tenera di amore e speranza. 
Credo sia proprio questo scontro tra le sensazioni evocate e i temi trattati a non funzionare e a rendere la raccolta meno vincente. 

In conclusione, il voto che mi sento di dare al testo è 6,5/10. 
Non mi sento di bocciare il testo perché McEwan vuole insegnare ai bambini ad amare, sognare e sperare e questo è, ovviamente, un ottimo intento. Il mio consiglio è di avvicinarsi con la dovuta cautela a questo testo e di non sceglierlo, come invece ho fatto io sbagliando, come primo approccio a questo autore. 

La variante di Luneburg

.: SINOSSI :.

Un colpo di pistola chiude la vita di un ricco imprenditore tedesco. È un incidente? Un suicidio? Un omicidio? L’esecuzione di una sentenza? E per quale colpa? La risposta vera è un’altra: è una mossa di scacchi. Dietro quel gesto si spalanca un inferno che ha la forma di una scacchiera. Risalendo indietro, mossa per mossa, troveremo due maestri del gioco, opposti in tutto e animati da un odio inesauribile che attraversano gli anni e i cataclismi politici pensando soprattutto ad affilare le proprie armi per sopraffarsi. Che uno dei due sia l’ebreo e l’altro sia stato un ufficiale nazista è solo uno dei vari corollari del teorema.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Un romanzo breve, lungo poco più di un centinaio di pagine. Un altro dei tanti romanzi consigliatomi al liceo e che, infastidita dall’obbligo della lettura, ho snobbato. Lentamente, sto riprendendo in mano una ad una queste piccole perle: finalmente mi sento in grado di apprezzarle a dovere. 
Ho sempre amato gli scacchi pur non essendo mai stata una grande giocatrice a causa della mia poca pazienza. Di recente, invece, mi sono riscoperta in grado di aspettare e riflettere tra una mossa e l’altra e la passione si è riaccesa tanto da spingermi a riprendere in mano questo libro. 
La scrittura di Maurensig non è affatto semplice. Lunghe descrizioni scacchistiche dove si consumano interminabili attese tra una mossa e l’altra; interi paragrafi dedicati esclusivamente alla presentazione di una scacchiera o di una mossa degli scacchi che resterà sempre un po’ vaga nella mente del lettore non aiutano i più giovani a superare la prima metà del romanzo. Eppure, bisogna avere la forza di andare oltre alle difficoltà iniziali perché ciò che si nasconde dietro quello che sembra solo un delitto difficile da risolvere è importante non solo per il narratore ma soprattutto per il lettore. 
Gli scacchi sono, in un certo senso, una scusa. Una metafora ben congegnata tra il gioco vero e proprio e una partita spirituale che si consuma tra due dei tre personaggi che animano il libro. A loro volta, i protagonisti di questo testo non sono che rappresentazioni, proprio come simboli sono le pedine degli scacchi: da un lato abbiamo un ebreo, dall’altra un ex ufficiale delle SS. I loro nomi non hanno importanza, sono l’effige delle atrocità che si sono consumate durante la seconda guerra mondiale.
Ciò che si nasconde dietro la patina di mistero che permea le prime righe del romanzo è il racconto dell’olocausto. Con stile didascalico e quasi scolastico, Maurensig scrive perché tutto venga ricordato. 

Le parole che ho letto in questo romanzo, le atrocità che l’autore racconta con freddezza e semplicità, sono le stesse che ho sentite durante la visita al campo di Dachau qualche anno fa. Questo mi porta a dire che l’autore ha voluto scrivere un libro che si ricordi non per la storia, ma che aiuti a ricordare la storia.

Pur essendo degli espedienti per raccontare e ricordare, i personaggi non sono piatti né tantomeno inutili: Tabori e Frish sono descritti come anime agli antipodi e si contrappongono tra loro come nemici naturali destinati a scontrarsi solo per il fatto di essere nati; Mayer il terzo personaggio nonché allievo di Tabori nell’arte degli scacchi, è il filo che li unisce. A loro volta, gli scacchi sono il vero motore di tutta la vicenda. Mossa dopo mossa, la trama del romanzo è ricostruita a ritroso: si parte dall’omicidio e poi si torna indietro fino a scovarne le più ataviche motivazioni. 
Non è un romanzo semplice da leggere. Sebbene lo stile non sia complesso, ricordo il motivo per cui l’avevo abbandonato senza riuscire a superare la metà: la scrittura è pesante e la presenza degli scacchi totalizzante. 
Un altro argomento, meno ovvio, è quello della passione: il terzo protagonista, Mayer, è animato da una vera e propria ossessione per gli scacchi. Attraverso di lui l’autore esplora il coinvolgimento emotivo di un hobby che diventa quasi tirannico nella vita di un uomo; descrive la frenesia, l’ebrezza, l’ansia e l’irritazione portando sulla carta personaggi tanto umani da essere incredibile che non siano stati davvero su questa terra. 

Il voto complessivo che mi sento di dare al romanzo, anche e soprattutto per la sua valenza storica, è 9/10. Come testo andrebbe riscoperto e i ragazzi andrebbero aiutati a lasciarsi alle spalle le difficoltà dei primi capitoli in modo da poter accogliere l’intensità della storia raccontata.

*Volpe

I Viceré

.: SINOSSI :.

I Viceré è il romanzo più celebre di Federico De Roberto, ambientato sullo sfondo delle vicende del risorgimento meridionale, qui narrate attraverso la storia di una nobile famiglia catanese, quella degli Uzeda di Francalanza, discendente da antichi Viceré spagnoli della Sicilia ai tempi di Carlo V.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Memore della brutta esperienza di lettura maturata durante il liceo con I Malavoglia, mi sono accostata a I Viceré con la cautela con cui si approccia una materia nuova ed affascinante ma non del tutto innocua.
Superata la difficoltà iniziale per un italiano sì comprensibile ma ricco di arcaismi che suonano strani se non addirittura buffi ad orecchie e occhi poco avvezzi, il libro mi ha assorbita trascinandomi senza chiedere il permesso di un mondo lontano animato da situazioni e personaggi che colpiscono per la loro modernità o, semplicemente, per quella capacità (che è rivelatrice del vero talento dell’autore) di riempire le pagine non di comparse, ma di archetipi e situazioni che risultano familiari tanto ai lettori dell’epoca quanto a quelli contemporanei.

Chi sono, dunque, questi Viceré? I Viceré siamo noi: mia madre, il mio migliore amico e la mia collega, l’anima gentile che legge queste righe, sono io ed è qualsiasi uomo.
Questa famiglia, gretta e a tratti meschina, sempre in vena di zuffe e baruffe e che sembra campare di liti e dispetti tra parenti non è tanto diversa da molte altre famiglie che, magari per questioni meno prestigiose, trovano sempre un pretesto per creare scompiglio o una ragione per impicciarsi degli affari altrui.
I Viceré siamo noi che, al cambiare di un’epoca, cambiamo casacca ed opinioni salvo poi manifestare, in privato, la fedeltà più cieca a idee considerate dai più superate se non addirittura spregevoli.
I Viceré è una versione, romanzata ed “umana”, de L’origine delle specie di Darwin. Se l’opera darwiniana descrive, in sunto, come nel corso dei secoli la capacità di evolversi e mutare abbia garantito la sopravvivenza di determinate specie a scapito di altre, I Viceré racconta le acrobazie compiute da una famiglia per riuscire, nel corso dei secoli a mantenere invariato il proprio prestigio.

In poco più di 600 pagine, De Roberto trascina il lettore in un carosello di nomi e situazioni in cui, in un primo momento, è quasi impossibile orientarsi (io sono riuscita a comprendere il complicato ricamo di nomi, titoli, epiteti e soprannomi grazie a questo albero genealogico trovato su Wikipedia). Dalla prima all’ultima pagina il testo assomiglia, più che a un romanzo in senso stretto, ad un lungo monologo: una carrellata di istantanee che raccontano le vicende dei diversi personaggi riuscendo, nonostante la moltitudine di vicende e la complessità dell’intreccio, a dare ad ognuno di essi il proprio spazio sicché, quand’anche alcuni sembrino sparire per qualche capitolo, al loro ritorno il lettore non ha dimenticato i loro trascorsi.
Fedele a questa forma da “monologo lungo”, De Roberto non si perde in lunghe descrizioni, a meno che non siano necessarie, e lascia al lettore la libertà di immaginare lo sfarzo dei palazzi e delle stanze in cui si muovono i membri della famiglia Uzeda e il loro famigli.
I personaggi, invece, si possono dividere in due gruppi: coloro che mutano al mutare dei tempi e coloro che, al contrario, restano aggrappati alle loro convinzioni incapaci, o risoluti, a non lasciarsi abbindolare da nuove ed incerte prospettive.
La caratterizzazione dei singoli personaggi prescinde dunque da questa divisione: Consalvo, protagonista dell’ultima parte del romanzo, come lo zio Gaspare, protagonista della seconda parte, sono personaggi camaleontici che riescono a sfruttare i loro privilegi per riuscire ad accattivarsi il favore delle folle al fine di raggiungere il più velocemente possibile i propri obiettivi.
Il tratto distintivo degli altri personaggi è, al contrario, un’ostinazione quasi ammirevole che, tuttavia, il più delle volte sfocia in piccole manie che sembrano suggerire al lettore quanto insano e, alla lunga controproducente, sia l’attaccamento eccessivo a determinate opinioni, valori, etc… .
Una menzione va fatta per Teresina (sorella minore di Consalvo): questo personaggio viene introdotto fin dai primi capitoli e descritto come un’anima docile che sembra vivere e muoversi in punta di piedi per non dare fastidio al prossimo. Questo personaggio, mi ha molto colpito per la sua caratterizzazione che sfiora la non-caratterizzazione. Teresina non ha volontà propria e, le rare volte in cui sembra voler esprimere un proprio desiderio, tace ed accetta con uno stoicismo (quasi invidiabile) le conseguenze delle sue non scelte e delle decisioni che altri prendono sulla sua vita.
In un momento in cui la letteratura propone, come personaggi femminili forti donne, amazzoni pronte ad impugnare le armi e a costruire barricate per proteggere i propri diritti e i propri sogni; De Roberto presenta un personaggio femminile talmente “debole”, quasi insignificante, da risaltare tra gli altri per la propria capacità di conservare, anche in situazioni tutt’altro che facili come il matrimonio combinato e la rinuncia al proprio vero amore, una dignità ed una fermezza che iscrivono a pieni voti Teresina nella lista dei personaggi femminili forti.
Si badi bene che questa iscrizione non vuole essere una critica ad altri personaggi della letteratura (contemporanea e non) né vuole esprimere un giudizio su quelle donne che si battono con le unghie e con i denti per veder riconosciuti i propri diritti. Tuttavia, considerato il periodo storico in cui il libro è stato scritto e presi in considerazione l’atmosfera che permea il romanzo e la caratterizzazione degli altri personaggi femminili (per lo più descritte come arpie disposte a tutto pur di mettere le mani su più potere, più denaro e più prestigio), è stato per me impossibile non soffermarmi un attimo di più a riflettere su questo personaggio.

Il mio voto è 10+/10. Ho amato, letteralmente, tutto di questo romanzo la cui lettura mi ha rapito come non succedeva da tempo al punto che le 600 pagine mi sono sembrate molte di meno e sono scivolate tra le mie dita fin troppo velocemente.
Sicuramente, rispetto ad altri classici, I Viceré può incutere un certo timore e per la lingua e per la lunghezza: il mio consiglio, per chi si volesse cimentare con questa lettura, è di porsi degli obbiettivi giornalieri di lettura in modo che, dividendo il romanzo in tappe (30, 50 o 100 pagine al giorno p.e.), il numero complessivo delle pagine sembri meno spaventoso e si possa comunque fare l’abitudine ad un italiano arcaico senza rischiare di sedersi a tavola con i propri familiari dando del “voi” e dell'”eccellenza” ai propri genitori.

*Jo

P.S. Da ultimo, ma non meno importante, questa lettura mi ha ulteriormente convinta sulla necessità nelle scuole di tarare le letture proposte sulle effettive capacità degli studenti. Sono stati molti i libri che, costretta a leggere durante gli anni delle medie e del liceo, mi hanno portato a rigettare determinati generi ed autori (I Malavoglia sopracitati sono solo un esempio). Fermo restando l’importanza che autori come Verga, Svevo e Pirandello (per citarne alcuni italiani) hanno per nella storia della letteratura italiana, sono sempre più convinta che l’approccio ai loro testi debba essere fatto con una cautela ed una pazienza che spesso manca rispolverando, perché no, quell’esercizio ormai abbandonato (soprattutto alle superiori) della lettura in classe.

Stai Zitta

.: SINOSSI :.

Di tutte le cose che le donne possono fare nel mondo, parlare è ancora considerata la più sovversiva. Se si è donna, in Italia si muore anche di linguaggio. È una morte civile, ma non per questo fa meno male. È con le parole che ci fanno sparire dai luoghi pubblici, dalle professioni, dai dibattiti e dalle notizie, ma di parole ingiuste si muore anche nella vita quotidiana, dove il pregiudizio che passa per il linguaggio uccide la nostra possibilità di essere pienamente noi stesse. Per ogni dislivello di diritti che le donne subiscono a causa del maschilismo esiste un impianto verbale che lo sostiene e lo giustifica. Accade ogni volta che rifiutano di chiamarvi avvocata, sindaca o architetta perché altrimenti «dovremmo dire anche farmacisto». Succede quando fate un bel lavoro, ma vi chiedono prima se siete mamma. Quando siete le uniche di cui non si pronuncia mai il cognome, se non con un articolo determinativo davanti. Quando si mettono a spiegarvi qualcosa che sapete già perfettamente, quando vi dicono di calmarvi, di farvi una risata, di scopare di più, di smetterla di spaventare gli uomini con le vostre opinioni, di sorridere piuttosto, e soprattutto di star zitta.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Prima di scrivere questa recensione, mi sono posta moltissime domande: ad alcune ho trovato una risposta, altre invece restano insolute. 

La prima e più importante domanda è: a chi è indirizzato questo saggio? Il mio giudizio può cambiare moltissimo a seconda del pubblico per cui Murgia intendeva scrivere. Il saggio è una raccolta di temi cari al femminismo ma, sebbene le argomentazioni di Murgia siano interessanti, manca totalmente di approfondimento. Dunque, se il testo è rivolto ad una platea neofita o comunque poco informata sul tema, Murgia ha fatto centro; se, al contrario, era sua intenzione scrivere un testo di approfondimento, dove accostare al proprio vissuto delle argomentazioni da sviluppare, allora il saggio risulta meno convincente.
A causa dello stile, spesso irriverente, sarcastico e quasi da social network, posso supporre che il suo intento fosse quello di raggiungere il grande pubblico cercando di attirare l’attenzione sia di femministi e femministe convinti, sia di quelle persone che pur non dandosi una definizione sono interessate ad approfondire la tematica.
Ogni capitolo, composto da dieci pagine o meno, tratta un argomento diverso che Murgia introduce partendo da esperienze personali o da fatti di cronaca nazionale. Sono queste le pagine in cui, secondo me, i suoi ragionamenti emergono al meglio e con tutta la loro forza; nel tentativo di portare più esempi di frasi simili a quella introduttiva, Murgia termina i capitoli con tre o quattro paragrafi pieni di esempi affatto approfonditi. I temi da lei scelti sono importanti, a volte anche molto pesanti, e ridurli ad un elenco di frasi non è, a mio giudizio, una mossa vincente.
É questa mancanza di profondità a rendere il saggio buono ma non all’altezza delle mie aspettative. 

La seconda domanda è: aveva intenzione di proporre nuove riflessioni o solo di introdurre al suo lettore ideale argomenti già affrontati e approfonditi da altri attivisti? Ecco il secondo grande problema di questa saggio: per una persona che su questo argomento ha già letto, è banale.
Certo, leggere le esposizioni di Murgia è sempre bello e tra le sue pagine si trovano risposte più che perfette (sarcastiche quando serve e serie quando si suppone che l’interlocutore abbia un po’ di sale in zucca) da dare a chi, consapevole o meno, perpetra stereotipi fastidiosi e perniciosi. Tuttavia Murgia non porta riflessioni davvero originali e, a volte, si limita a rimandare il lettore ad altri saggi che trattano i vari argomenti in modo più completo. 
Ho sempre apprezzato l’umiltà di lasciar parlare persone che si ritengono più competenti, solo che se ho acquistato un saggio firmato Murgia vorrei leggere le sue riflessioni e non essere caldamente invitata a leggere il libro di qualcun altro. 

La terza e ultima domanda prima di tirare le somme: dove sono i dati? É giusto parlare di femminismo, è giusto portare sulla carta i temi del gender pay gap, della sotto-assunzione femminile e del femminicidio, ma trovo sbagliata la mancanza di dati a riguardo. In un mondo in cui situazioni gravissime vengono costantemente sminuite o tacciate di falsità sarebbe stato meglio inserire i dati oggettivi (disponibili su siti come ISTAT) che avrebbero dato forza e vigore all’argomentazione. Sebbene io mi renda conto che inserire numeri e cifre avrebbe reso il testo più pesante, è anche vero che gli avrebbe dato più spessore.

Il voto che mi sento di dare, proprio a causa di questa incertezza di intenti e mancanza di approfondimento è 7.5/10. Può facilmente diventare 8.5/10 nel caso in cui il pubblico di riferimento fosse composto da persone da introdurre al tema del femminismo.
Il testo è stimolante e permette di iniziare intense riflessioni autonome o condivise: Jo ed io abbiamo passato intere giornate a discutere animatamente degli argomenti trattati da questo saggio. L’autrice non cerca di imporre la propria visione ma incoraggia il suo lettore a sviluppare un proprio pensiero critico aiutandolo qua e là dove è necessario. 
Per quanto riguarda i contenuti, mi sono trovata d’accordo con la maggior parte delle riflessioni di Murgia che, talvolta, hanno persino dato corpo a pensieri personali che non ero stata però in grado di sviluppare completamente in autonomia. E’ un saggio che consiglierei volentieri ai giovani che vogliono provare un primo approccio soft alle tematiche legate al femminismo senza rischiare di incappare in un testo pesante. Altri punti decisamente a suo favore sono la sua brevità, e la sua scorrevolezza che, grazie allo stile discorsivo e ironico, risulta piacevole se non addirittura facile.

*Volpe