Contro l’impegno

.: SINOSSI :.

Da un po’ di tempo si è diffusa l’idea che la letteratura debba promuovere il bene, guarire le persone e riparare il mondo. Breviari e “farmacie letterarie” promettono di confortarci e di insegnarci a vivere, i romanzi raccontano storie impegnate a fare giustizia, confermando chi scrive (e chi legge) nella convinzione di trovarsi dalla parte giusta. Ma la letteratura è un bastian contrario che spira sempre dal lato sbagliato: più si tenta di piegarla al proprio volere, e usarla per “veicolare un messaggio”, più lei ci sfugge e porta in superficie ciò che nemmeno l’autore sapeva di sapere. Sostiene il Bene se il Potere lo reprime, ma quando il Potere si nasconde dietro stereo-tipi di buona volontà lei non ha paura di far parlare il Male, di affermare una cosa e contemporaneamente negarla, di mostrarci colpevoli innocenti e innocenti colpevoli. In questo pamphlet militante e preoccupato Walter Siti analizza alcuni autori e testi contemporanei di successo per difendere la letteratura dal rischio di abdicare a ciò che la rende più preziosa: il dubbio, l’ambivalenza, la contraddizione. Non senza il sospetto che l’impegno “positivo” sia soltanto la faccia politicamente in luce di una mutazione profonda e ignota, in cui tecnologia e mercato imporranno alla letteratura nuovi parametri.

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.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Le premesse che accompagnano Contro l’impegno di Walter Siti sono tutt’altro che scontate, provocano e spronano il lettore a riflettere sui libri che oggi, con un ritmo degno di una catena di montaggio brevettata e ben oliata, le case editrici pubblicano ad un ritmo incalzante.
In un periodo storico in cui, fin dalle scuole, ci viene insegnato a leggere le etichette dei prodotti per scegliere quelli biologici, prodotti in Europa o cruelty free; Siti analizza quelli che, utilizzando un linguaggio marketing, sono i trend della narrazione: i temi, i protagonisti, le tecniche e gli espedienti che, oggi giorno, un qualsiasi prodotto a scopo narrativo deve avere per accattivarsi il favore del pubblico e sperare di brillare in mezzo a centinaia di altre produzioni simili.
Dai romanzi al cinema, dalle serie tv alla cronaca; Siti analizza la comunicazione mettendo nero su bianco quelle riflessioni che, forse, almeno una volta ogni lettore si è trovato a fare all’ennesima trama scopiazzata da un’opera di maggior successo. La dialettica è buona e le critiche, tutt’altro che edulcorate, sono tanto taglienti quanto intelligenti: senza temere di attirare su di sé antipatie, o di essere abbandonato a metà lettura, Siti depone dal piedistallo mediatico scrittori famosi e acclamati dal pubblico e dalla critica, si scaglia, con una spregiudicatezza a tratti disorientante, contro quelli che sono i tabù del momento e, infine, affonda 3/4 della letteratura moderna facendo nascere nel lettore una domanda più che lecita: cosa leggere per non rimanere incastrati nei meccanismi e negli espedienti denunciati, non sempre a torto, da Siti?

Il voto che mi sento di dare a questo saggio lungo, o saggino come l’auotore stesso lo ha definito, è 7.
Ho trovato alcune riflessioni non solo azzeccate, ma anche illuminanti per riuscire a leggere con maggiore consapevolezza la realtà che ci circonda senza rischiare di rimanere abbagliati da eccessi ingiustificati di sentimantalismo o altri stratagemmi adottati da scrittori, sceneggiatori, giornalisti e divulgatori per accattivarsi il favore del pubblico.
D’altro canto, il testo pecca di alcune contraddizioni come, per citarne una, la questione del lettore implicito che, se nelle prime pagine viene introdotta dall’autore nelle prime pagine per spiegare l’insensata tendenza a cambiare o censurare opere che, scritte anni addietro, descrivono comportamenti razzisti/sessisti/omofobi/etc… perfettamente condivisi dai lettori dell’epoca ma non, si spera, da quelli moderni; viene poi dimenticata nel momento in cui Siti si accanisce contro certi espedienti letterari del tutto dimentico, si spera in buona fede, del pubblico al quale certi romanzi sono rivolti.
Altre rimostranze, per esempio la tendenza degli scrittori a mettersi sempre dalla parte delle vittime (extracomunitari, omosessuali perseguitati, lavoratori in cassa integrazione, etc…), mi sono parse un po’ boriose e tese solamente a ribadire, ancora una volta, la posizione anticonformista dell’autore. Certo: che alcune tematiche, come appunto il razzismo o l’omosessualità, siano trattate il più delle volte con una leggerezza disarmante o farcite (cosa ancor più grave) di stereotipi, o casi limite, giusto per aggiungere pathos a situazioni già critiche è un dato di fatto e, in vero, le osservazioni di Siti su questo punto non sono poi così sbagliate. Siti denuncia una letteratura che, scevra di qual si voglia forma di verismo, si concentra sul sensazionalismo facendo iniezioni di scene emotivamente forti quando trama e psicologia dei personaggi iniziano a cedere. Se su questo punto sono più che concorde con l’autore, la sua filippica contro “gli scrittori degli ultimi” mi sembra un po’ sterile e, forse, poco ragionata in relazione al contesto storico in cui ci troviamo. Se oggi, infatti, gli scrittori (come i registi e gli sceneggiatori) possono scegliere da che parte schierarsi e raccontare la storia di una vittima della mafia, piuttosto che le vicende di un trafficante di uomini; questa libertà era impensabile, ed è tutt’ora un miraggio in certi paesi, sotto regimi che promuovevano idee tutt’altro che pacifiche e che, per assicurarsi che nessuno potesse mai conoscere il proverbiale “altro lato del fosso” avevano istituiti ministeri appositi che applicassero la censura e si assicurassero che ogni testo, film, articolo, etc…; non propagandasse idee sovversive contrarie a quelle del partito.
Nel bene o nel male, la letteratura prodotta e distribuita negli ultimi 30 anni (o comunque dalla fine della Guerra Fredda e delle tensioni che da essa derivavano) ha potuto godere di sempre maggiori libertà e ha visto ingrandirsi sempre di più la rosa di argomenti di cui si poteva scrivere proponendo punti di vista nuovi e alternativi.
Nonostante queste riflessioni, il testo resta ugualmente valido pur non essendo alla portata di tutti. L’utilizzo di un linguaggio ricco di arcaismi (anche quando non strettamente necessari) e il continuo riferimento a testi più o meno recenti o, addirittura, passati in cavalleria in sordina e velocemente scomparsi dagli scaffali e dai cataloghi delle librerie non facilita la lettura del saggio che, alla lunga, risulta un po’ spocchioso e porta, inevitabilmente, il lettore a chiedersi se davvero, nelle sue opere, l’autore non abbia mai ricorso ad uno degli espedienti da lui criticati in queste pagine.

*Jo

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Come fare una scheda libro: modelli e suggerimenti per studenti disperati

Tutti gli studenti, all’indomani del ritorno a scuola a settembre, devono cimentarsi in quello che, per molti, rappresenta l’aspetto più antipatico delle odiate e mal sopportate letture: la scheda libro.
Prerogativa dei compiti delle vacanze (estive ed invernali), le schede libro rappresentano per molti studenti uno scoglio e, in alcuni casi, una vera e propria scocciatura. Se, infatti, tutti sanno (almeno in teoria) come svolgere un esercizio di matematica o come scrivere un tema, quello delle schede libro resta un mondo di possibilità inesplorate ed ogni docente sembra avere un’idea più o meno precisa di come una scheda libro debba essere fatta.
Ecco alcuni consigli, ed aiuti, per fare una scheda libro ordinata e, soprattutto, coerente con i compiti assegnati dal vostro professore.

CHE COS’È UNA SCHEDA LIBRO? RECENSIONE VS SCHEDA LIBRO – Pensate alla scheda libro come ad una carta di identità. Su tutti i documenti più importanti sono riportati: il nome, il cognome, la data e il luogo di nascita e, in alcuni casi, informazioni come eventuali segni particolari o il tipo di veicoli che si è autorizzati a guidare.
Spesso confusa con una recensione grossolana di un libro, la scheda libro è, piuttosto, da intendersi come un documento in cui vengono elencate le informazioni principali di un determinato romanzo.
La recensione, che sia redatta da un professionista o da un recensore amatoriale, non si limita a elencare una serie di caratteristiche di una determinata opera ma, se ben fatta, scava tra le pieghe del testo evidenziando punti deboli e punti di forza di un romanzo. Sapere chi sia l’antagonista o quali prove debba affrontare il protagonista per riuscire nella sua impresa è, per un lettore esperto, un dato marginale rispetto ad altri elementi come l’originalità della trama, la caratterizzazione (= psicologia) dei personaggi o le descrizioni dell’ambientazione. Anche lo stile dell’autore è oggetto di studio delle recensioni così come è importante commentare una determinata opera anche in base al contesto storico in cui questa viene pubblicata (non letta!). Da ultimo, ma non meno importante, una recensione non è mai un giudizio tagliente su un’opera e quanto più è bravo un recensore, quanti più punti di forza e collegamenti con altre opere saprà trovare per invogliare altri lettori a cimentarsi con una determinata lettura.
La recensione non è mai un giudizio, ma sempre un commento e un consiglio. Al contrario, una scheda libro, lascia molto più spazio alle opinioni personali e permette al lettore di esprimere i propri pareri anche in maniera critica quando e se necessario.

– COME SI SCRIVE UNA SCHEDA LIBRO? Su questo punto esistono opinioni differenti e, nel passaggio dalle scuole elementari alle scuole medie prima e dalle scuole medie alle superiori poi, la scheda libro subisce delle leggere variazioni. Il primo consiglio è quello di non scrivere tutte le schede libro insieme e all’ultimo momento, ma di dedicarsi ad ogni scheda dopo aver finito un titolo in modo da essere sicuri di ricordare tutto. Se un libro dovesse essere particolarmente lungo o complicato, potete sempre prendere appunti su un foglio da tenere tra le pagine e usare le vostre annotazioni per compilare poi la scheda libro. Non esiste un formato ufficiale, ma tutte le schede libro, come i dati anagrafici di un documento di identità, si concentrano su alcuni dettagli fissi. Il primo passo da fare per iniziare a scrivere una scheda libro è rispondere ad alcune domande:
– Qual è il titolo del romanzo?
Domanda facile a cui tutti sanno rispondere senza troppo sforzo.
– Chi è l’autore?
Altra domanda piuttosto scontata.
– Chi è l’editore?
Come sopra.
– In che anno è stato pubblicato il romanzo?
Per rispondere bisogna, il più delle volte, sfogliare la prima pagina del libro dove troverete scritto, oltre al numero dell’edizione in vostro possesso, l’anno in cui è stato pubblicato il romanzo.
– Quante pagine ha il libro?
Questa informazione può sembrare scontata, ma in realtà è molto importante: prendere coscienza del “tempo” che un libro richiede per essere letto può aiutarvi, infatti, a scegliere con maggior criterio le vostre prossime letture. Soprattutto per i lettori neofiti, o poco abituati a leggere, muovere i primi passi tra titoli con un numero di pagine simile può aiutarli a prendere confidenza tanto con i libri quanto con le loro capacità di lettore.
– A quale genere appartiene il romanzo?
È un giallo o un fantasy? Racconta una storia d’amore o, piuttosto, le gesta di un personaggio storico? Ogni libro ha il proprio genere e, nonostante negli anni si siano creati sottogeneri e generi letterari ibridi, stabilire a che genere appartenga una determinata lettura è piuttosto facile. Dimostrare di avere capito il genere di un libro non prova soltanto che voi abbiate effettivamente letto quel romanzo, ma è anche un ottimo modo per scegliere le vostre letture future orientandovi verso quei titoli che, per tematiche, assomigliano ad un romanzo già letto che, magari, vi è rimasto nel cuore. In quest’ottica molto utili sono, almeno per iniziare, le saghe: serie di romanzi con sempre gli stessi protagonisti ed ambientazioni che, da un capitolo all’altro, presentano poche differenze.
– Chi sono i personaggi?
Chi è il protagonista e da chi viene aiutato nel corso della storia? Chi, invece, lo ostacola? I protagonisti sono il cuore e le braccia di una storia: sono loro, infatti, che con le loro scelte mandano avanti la trama e scrivono il finale di una storia. Come per le persone in carne ed ossa è importante conoscere il loro nome e cognome e, soprattutto, il loro ruolo a prescindere che sia quello del protagonista, della spalla o dell’antagonista. Tutti i personaggi sono necessari e vanno ricordati.
– Dove e quando è ambientata la storia?
L’ambientazione di una storia non è meno importante dei personaggi che la animano. Un libro senza contesto è come un palcoscenico senza fondali o come un film girato interamente in uno sgabuzzino dalle pareti grige. Stabilire dove una storia sia ambientata è, in genere, facile e, anche quando si ha tra le mani un fantasy, il nome del luogo viene sempre scritto. Più difficile può essere, invece, stabilire il quando. Anche in questo caso solo la lettura effettiva di un romanzo può aiutare a rispondere a questa domanda: se infatti per un fantasy è plausibile sia ambientato in un medioevo fantastico, per alcuni gialli o romanzi introspettivi può essere più arduo e sarà necessario intuire il quando dagli indizi nascosti tra le pagine. I personaggi utilizzano la tecnologia e conoscono i social network? Allora il romanzo potrà essere ambientato ai giorni nostri. Oppure, al contrario, scrivono con la penna d’oca e si spostano utilizzando il calesse? Probabilmente sarà necessario fare un salto indietro nel tempo di un paio di secoli.
– Di cosa parla la storia?
Il riassunto. Che cosa ci vuole? Esiste internet, no? Certo: esiste internet e lo sapete voi quanto i vostri insegnanti. Sarebbe davvero imbarazzante se, a settembre, la vostra scheda libro avesse lo stesso identico riassunto del vostro vicino di banco, non trovate? O se, per sbaglio, voi aveste copiato il riassunto proprio dal blog di recensioni gestito dal vostro insegnante di italiano! Scrivere il riassunto di un libro può sembrare difficile, certo, ma non è impossibile e, se avete risposto alle domande elencate qui sopra, avrete già metà del lavoro fatto. Che parole utilizzereste per riassumere ciò che avete fatto durante le vacanze? Descrivereste i posti che avete visitato e le persone con cui siete stati e, magari, un’avventura che avete vissuto o qualcosa che avete visto o fatto di particolare. Il riassunto di un libro si scrive nello stesso modo: chi sono i protagonisti e dove vivono? Cosa devono, o non devono, fare e perché? Quali avventure vivono? Come finisce il libro? A questa ultima domanda, in genere, è meglio non rispondere ma se vi piace fare spoiler allora sbizzarritevi!
– Come scrivere il commento?
Il commento è, forse, la parte più complicata della stesura di una scheda libro. In questa sezione vi si chiede, in genere, di esprimere la vostra opinione sul libro che avete letto. Se siete alle elementari e alle medie, in genere, esprimere o meno il proprio apprezzamento per un romanzo, portando magari qualche motivazione, è sufficiente ma cercate comunque di non sembrare banali: solo perché siete dei piccoli lettori non vuol dire che non dobbiate impegnarvi!
Alle medie, e ancora di più alle superiori, il mero giudizio non è più sufficiente e il commento deve essere un po’ più articolato: questo non significa che non siete liberi di poter o meno dire se un libro vi è piaciuto, ma tenete conto anche di altri dettagli. Se avete letto altri romanzi di un determinato autore, per esempio, può essere interessante fare un raffronto tra i vari titoli o, se lo scrittore appartiene ad una determinata corrente, paragonarlo a romanzieri simili a lui. L’importante è non esagerare: qualsiasi parola scriverete nel commento deve essere farina del vostro sacco o basterà poco per smascherarvi o trovare il sito da cui avete copiato una determinata analisi. Altro punto che il commento potrebbe toccare è la comunicabilità dell’opera: qual è il messaggio del libro? L’ho trovato interessante e valido? Sono riuscito ad empatizzare con i personaggi o, al contrario, mi hanno lasciato indifferente? La storia è credibile o sembra un susseguirsi disordinato di eventi?

Vi serve un altro piccolo aiuto? Allora cliccate qui e scaricate la nostra scheda libro compilabile!

*Jo

La città di vapore

.: SINOSSI :.

L’ultima opera dell’autore de L’ombra del vento, l’omaggio letterario con cui Carlos Ruiz Zafón ha voluto congedarsi per sempre dai suoi lettori.

«Posso evocare i volti dei bambini del quartiere della Ribera con cui a volte giocavo o facevo a botte per strada, ma non ce n’è nessuno che desideri riscattare dal paese dell’indifferenza. Nessuno tranne quello di Blanca.» Si apre così la raccolta di racconti che lo scrittore dell’indimenticabile saga del Cimitero dei libri dimenticati ha voluto la-sciare ai suoi lettori. Un ragazzino decide di diventare scrittore quando scopre che i suoi racconti richiamano l’attenzione della ricca bambina che gli ha rubato il cuore. Un architetto fugge da Costantinopoli con gli schizzi di un progetto per una biblioteca inespugnabile. Un uomo misterioso vuole convincere Cervantes a scrivere il libro che non è mai esistito. E Gaudí, navigando verso un misterioso appuntamento a New York, si diletta con luce e vapore, la materia di cui dovrebbero essere fatte le città. La città di vapore è una vera e propria estensione dell’universo narrativo della saga di Zafón amata in tutto il mondo: pagine che raccontano la costruzione della mitica biblioteca, che svelano aspetti sconosciuti di alcuni dei suoi celebri personaggi e che rievocano da vicino i paesaggi e le atmosfere così care ai lettori. Scrittori maledetti, architetti visionari, edifici fantasmagorici e una Barcellona avvolta nel mistero popolano queste pagine con una plasticità descrittiva irresistibile e la consueta maestria nei dialoghi. Per la prima volta pubblicati in Italia, i racconti della Città di vapore ci conducono in un luogo in cui, come per magia, riascoltiamo per l’ultima volta la voce inconfondibile dello scrittore che ci ha fatto sognare come nessun altro.

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.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Ultima opera dell’acclamato scrittore spagnolo, La città di Vapore ha realmente il sapore di un’opera di congedo e, per questo, la lettura risulta amara.
Lo stile è quello poetico a cui Zafón ci ha abituato fin dal principio caratterizzato da un fraseggio non particolarmente lungo e da una scelta lessicale alle volte estremamente fisica ed incisiva che, nonostante la traduzione in italiano, non perde la sua forza e, anzi, sembra uscirne rinvigorita.
Anche le ambientazioni e i personaggi hanno un non so che di già letto, ma trattandosi di una raccolta di opere inedite, o pubblicate solo su riviste, questa familiarità non è considerabile un difetto e, anzi, permette ai lettori di accomiatarsi come si deve dai personaggi conosciuti negli altri romanzi o, per chi si avvicina per la prima volta a Zafón, al contrario cominciare a prendere confidenza con un mondo popolato di puttane, spie ed assassini, librai ed architetti, inquisitori e figure che sembrano essere sgattaiolate fuori dalle pagine dell’Apocalisse di San Giovanni.

Reduce dalla delusione che mi avevano procurato Il principe della nebbia e Le luci di settembre (che avevo iniziato senza terminarlo), ho atteso un po’ prima di confrontarmi con l’ultima opera di quello che, al momento, è il mio autore preferito. Il tempismo con cui La città di vapore venne pubblicato, a pochi mesi dalla dipartita dello scrittore, mi aveva infatti reso diffidente nei confronti di quella che, a mio (pre)giudizio, era solo l’ultima trovata editoriale per cercare di sfruttare anche le ultime lacrime di inchiostro dell’autore regalando al suo nutrito pubblico un’opera a cavallo tra un “adios” e un testamento.
Come spesso accade in questi casi, avevo altissime aspettative su quest’opera e, leggendola, devo dire che sono state pienamente soddisfatte.
Il voto è un 10-/10: trattandosi di una raccolta, oltretutto pubblicata postuma, il materiale sembra più grezzo rispetto alle altre pagine scritte da Zafón. La caratterizzazione dei personaggi è praticamente assente e anche le descrizioni risultano più frettolose rispetto a quelle presenti in altri scritti ma, di nuovo, trattandosi di racconti brevi questi non sono dei veri e propri difetti e, alla fine, l’opera scorre piacevolemente costringendo il lettore ad un vero e proprio esercizio di autocontrollo per non rischiare di divorare troppo velocemente quella che, ahimé, è l’ultima opera dello scrittore spagnolo.
Forse, un maggior lavoro di editing, sarebbe riuscita a portare questo pugno di pagine allo stesso livello delle altre opere di Zafón, ma la scelta degli editori di non intervenire più del dovuto sul testo è comprensibile, e a suo modo accettabile, considerato il poco lasso di tempo intercorso tra la scomparsa dell’autore e la pubblicazione di quello che può essere considerato il suo canto del cigno.

*Jo

Occhi azzurri

.: SINOSSI :.

Tenochtitlán, 30 giugno 1520. È l’ultima notte degli spagnoli nella capitale dell’impero azteco, ed è passata alla storia come la «Noche Triste». Dopo la «strage del Templo Mayor», l’odio dei tlaxcaltechi verso i conquistadores trabocca come una marea, e si mischia alla pioggia che batte furiosa sulla città, travolgendo gli uomini di Hernán Cortés in disordinata e sanguinosa ritirata. Tanto disperato è il tentativo di salvare la pelle che molti lasciano indietro l’oro dei saccheggi, per correre più leggeri verso la salvezza. Non lui, il soldato dagli occhi azzurri, che non vuole rinunciare, a nessun costo, alla promessa che quel tesoro racchiude, la promessa che lo ha portato fin lì. È il prezzo del suo coraggio, gli ha sacrificato tutto, persino la sua paura. “Occhi azzurri” è una miniatura perfetta in cui una notte di ferro e sangue racchiude il senso di due universi che collidono: nel fragore della battaglia, nel terrore che tutto avvolge nella sua cappa scura di morte, sentiamo il soffio leggero di desiderio, speranza, amore, a rammentarci come le pagine più terribili della Storia riescano spesso a essere – senza cadere in contraddizione – anche «indimenticabili e magnifiche».

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Le pochissime pagine che compongono questo libricino sono cariche di oscurità, crudeltà, sangue. Con lessico tagliente e una prosa priva di fronzoli, l’autore racconta la tragica “notte triste” del 1520 quando gli inca hanno colpito i conquistadores spagnoli in fuga uccidendone e sacrificandone la maggior parte.
Il protagonista di questa storia è un soldato dagli occhi azzurri che, con i suoi compagni, cerca di scappare portando con sé il poco oro che è riuscito a nascondere. Altra protagonista silenziosa e quasi invisibile è la donna inca, concubina del soldato, che ora infesta i suoi ricordi e i suoi sogni.
Il rapporto tra i due, emblema di quello che doveva essere al tempo il rapporto di forza e violenza tra conquistatori e indigeni, è poco più che accennato: non si riesce a capirne la natura né si riesce a decidere se quella che l’autore ha descritto sia una storia d’amore o una storia di violenza e questo, secondo me, è fondamentalmente sbagliato.
In un susseguirsi di brutalità e crudeltà il racconto si chiude dopo a mala pena una trentina di pagine lasciando il lettore preda dell’appendice che, a dirla tutta, è la parte più interessante dell’intero romanzo.
Onestamente la storia mi ha lasciata abbastanza indifferente. Non si tratta di un racconto ben scritto, è molto confuso e alla fine il lettore si trova a pensare che chiunque avrebbe potuto scriverlo: l’autore non ha una vera e propria cifra stilistica né sembra interessato a mandare un messaggio specifico.
Come ho già detto, la parte più interessante è invece l’appendice storica, tipica dei romanzi della Solferino edizioni, che spiega al lettore in modo semplice ed incisivo quali erano le condizioni in Spagna della maggior parte dei conquistadores, cosa ha spinto comuni cittadini ad arruolarsi e come la conquista del nuovo mondo è stata gestita tra violenza, distruzione e orrore. Quelli che l’autore descrive sono poco più che dei ragazzotti di campagna speranzosi di costruirsi, grazie alla conquista del nuovo mondo, una di vita migliore.
In pratica, l’autore si tiene lontano da veri e propri giudizi morali decidendo di non stare né dalla parte dei nativi americani, di cui sottolinea la brutalità e le pratiche schiavistiche messe in atto contro alcune minoranze, né da quella dei conquistadores, che si trasformano in sempliciotti creduloni e violenti. Purtroppo ho trovato questo svincolarsi da giudizi troppo fazioso e poco chiaro: avrei voluto capire meglio il pensiero dell’autore rispetto alla vicenda.

La cosa che questo questo romanzo mi ha lasciato è la voglia di leggere altro su questo argomento per capire meglio una storia che, per quanto ci sia stata raccontata, non ci appartiene del tutto. Per me, il libro vale un 7/10. Troppe poche pagine, una storia raccontata frettolosamente e uno stile non caratterizzante non rendono “occhi azzurri” un romanzo memorabile. Vi consiglio di leggerlo come primo approccio all’argomento, soprattutto in virtù della splendida appendice.

*Volpe

La torre del Corvo

.: SINOSSI :.

Per secoli, Iraden è stata protetta dal Corvo, un dio che domina il territorio dall’alto di una torre nella cittadina portuale di Vastai. La sua volontà emana attraverso il Fittavolo, che con il suo tributo di sangue ne tiene in vita il potere. Sotto lo sguardo attento del Corvo, Vastai fiorisce, arricchendosi con i dazi che riscuote dalle navi di passaggio per lo stretto del Mare Interno. Ma il Corvo si sta indebolendo. Il Fittavolo è scomparso e al suo posto ora siede un usurpatore, mentre ai confini si stanno radunando truppe straniere che hanno stretto alleanze con nuove divinità. È in questo momento di pericolo che un dio – uno dei leggendari e temutissimi Antichi – vede giungere Eolo, al seguito di Mawat, erede del vero Fittavolo. E comincia a parlare, raccontando una storia che potrebbe aiutare Eolo e Mawat a fare giustizia. Così, mentre assiste il suo signore, Eolo scopre che la Torre del Corvo nasconde un segreto. Nelle sue fondamenta è celata una vicenda oscura che attende solo di essere svelata… e di mettere in moto una catena di eventi che potrebbe distruggere Iraden per sempre.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Incuriosita da una trama molto promettente e dai numerosi pareri positivi riguardo l’opera più famosa di Ann Leckie, la trilogia Ancillary, mi sono tuffata su La torre del Corvo con aspettative altissime.
Purtroppo, come spesso accade quando si sogna troppo su un romanzo prima ancora di averlo letto, sono rimasta un po’ delusa dal libro perché, pur avendo un retroscena accattivante e un worldbuilding degno di nota, a volte è noioso e non incentivava la lettura.

L’autrice ha scelto di usare uno stile di scrittura molto particolare per il suo romanzo: la seconda persona singolare. Il narratore è interno ed onnisciente e parla per tutto il tempo con un altro personaggio, Eolo, che purtroppo non può né sentirlo né rispondergli. La sensazione è quella di essere una mosca che insegue Eolo, pagina dopo pagina, e lo accompagna nelle sue (poche) avventure. Nessuno dei personaggi è descritto in modo accurato, né fisicamente né psicologicamente, sono tutti caratteri che si finisce per conoscere solo in modo superficiale e nessuno di loro ha un vero e proprio peso sulla trama.
Altra particolarità della misteriosa voce narrante è che essa appartiene ad un personaggio estremamente riflessivo: il lettore è bombardato da righe, paragrafi, pagine e a volte capitoli interi di riflessioni, domande sull’universo, considerazioni più o meno acute su ciò che funziona o meno nel mondo della Leckie. Se questo, da una parte, permette di capire meglio il sistema magico e il rapporto tra uomini e divinità, dall’altra è pesante e non sempre utile a tenere alta l’attenzione del lettore.

La trama del romanzo si muove tra passato e presente. La Leckie racconta al lettore gli antefatti che hanno portato alle vicende de La Torre del Corvo tramite numerosi flashback che spesso sono molto più interessanti della trama “attuale”. La trama che si svolge nel presente è scarna, frettolosa e non succede gran che almeno fin oltre la metà del romanzo. I flashback, invece, sono ricchi di avvenimenti e di riflessioni interessanti e sembrano essere loro i veri protagonisti della storia, quasi come se l’autrice avesse messo molto più impegno a studiare il passato del suo mondo piuttosto che a riflettere su quale futuro e quale finale volesse dare alla sua storia.
Positivo invece il mio giudizio sul worldbuilding: originale, intrigante, comprensibile e soprattutto credibile, il sistema magico è il vero punto di forza de La torre del Corvo. Sono rimasta positivamente colpita dalla capacità della Leckie di costruire mondi, per questo penso che proverò a leggere anche la trilogia di Ancillary.

Complessivamente, il mio voto è un 7.5/10. Le premesse erano buone ma non tutte le potenzialità del mondo creato dall’autrice sono state sfruttate appieno.
Il finale è estremamente frettoloso, la sensazione è che tutte le cose interessanti siano accadute nel passato.

*Volpe

Coraggio!

.: SINOSSI :.

In principio c’era don Abbondio con il suo “Il coraggio, uno non se lo può dare”. Un grande personaggio illuminato nella sua neghittosa rinuncia a scegliere il bene. Gabriele Romagnoli percorre le strade del coraggio a partire dal senso caldo dell’esortazione che spesso abbiamo conosciuto nella vita: il coraggio che, da piccoli, ci sprona a camminare, pedalare, pattinare, quello che ci invita a non avere paura, o ad alzare la testa. Non si parla in questo libro del coraggio che fa di un uomo un guerriero armato o un cieco cercatore di morte (inferta o subita). Qui si parla del coraggio che la Francia del premio Carnegie dedicava “agli eroi della civiltà”. Fra questi “eroi”, un Antonio Sacco che nel 1936 compie il suo atto di coraggio e poi è dimenticato. Per Romagnoli, “Sacco A.” diventa un’ossessione e solo in chiusura scopriamo con lui, anzi grazie a lui, le gesta di cui fu protagonista. Ma prima di arrivare a quel giorno del 1936, Romagnoli stila un suo personale catalogo di uomini coraggiosi, come Éric Abidal, il calciatore che vince la Champions League pochi mesi dopo la diagnosi di un tumore; il capitano Rowan, incaricato di portare un messaggio al capo dei ribelli nel mezzo della giungla cubana; il senatore Ross, che col suo voto salva la presidenza degli Stati Uniti; o perfino un personaggio letterario come Stoner, e il suo no che finisce con il segnare una vita e una carriera.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Scritto nel 2016 Coraggio! nasce dal proposito di pungolare una società pietrificata dallo spettro del terrorismo che, in quegli anni, aveva colpito a più riprese in Europa e nel resto del mondo.
Per certi versi, Coraggio! è una finestra su un passato recente e cerca, con argomenti più o meno convincenti, di mettere in guardia il lettore da quello che l’autore chiama “il marketing della paura”: quella combo un po’ insita nell’uomo un po’ caldeggiata dalla società che alimenta l’insicurezza e il pessimismo verso il prossimo e verso il futuro.

Con il pretesto di risolvere una “questione privata”, Romagnoli accompagna il lettore attraverso un viaggio nel tempo e nello spazio e lo porta a fare conoscenza con grandi personaggi del passato, ma anche persone semplici il cui nome non comparirà mai su alcun notiziario o sui cui trascorsi nessuno realizzerà un film o uno sceneggiato. Partendo dal presupposto che non esiste un’epoca delle incertezze e che ogni periodo storico ha avuto i suoi alti e i suoi bassi, Romagnoli declina il coraggio presentando esempi eroici, ma anche testimonianze che, apparentemente, non hanno nulla di valoroso o straordinario. L’ideale solitamente prerogativa di martiri e guerrieri, leader e profeti viene trasfigurato e restituito al lettore non come una meta irraggiungibile, ma come un qualcosa di umano e declinabile tanto nella quotidianità quanto nei momenti decisivi della vita.

Il mio voto è 7.5/10: Coraggio! è una lettura piacevole capace di commuovere e stimolare una riflessione, ma perennemente in bilico tra il saggio e l’ennesimo frasario con citazioni motivazionali più o meno incisive. Lo stile è scorrevole e non brilla di originalità: fosse stato un romanzo questa sarebbe stata una grossa penalità, ma non avendo questa ambizione non la posso considerare una pecca imperdonabile. L’approccio di Romagnoli, pur non brillando eccessivamente di originalità, è interessante e provoca il lettore chiedendogli di prendere una posizione sulle piccole e grandi questioni della vita. L’idea, condivisibile e tutt’altro che campata per aria, di Romagnoli è che il coraggio sia solo in rari casi una qualità innata e che, al pari di qualsiasi altra inclinazione, debba essere allenata quotidianamente.
Quella caldeggiata da Romagnoli non è un’esistenza all’insegna della resilienza, ma uno sprone a non lasciar passare nemmeno un istante della propria vita in balia degli eventi: a nuotare, anche controcorrente, invece che lasciarsi trasportare dalle onde in uno stoico e precario galleggiare a tempo indeterminato.
Una lettura attuale che riesce, nonostante sia stata scritta per tempi e situazioni differenti, comunque a comunicare a dovere il proprio messaggio e a smuovere il lettore.

*Jo