~ Rivoluzione in ritardo ~

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Domenica di luglio, la stazione di Riccione, un paio di binari che permettono i collegamenti essenziali con le città vicine, è un crocevia: un crogiolo dove si rimescolano pezzi di dialoghi, storie di vacanze e fughe di un giorno verso i caldi lidi romagnoli.
Stranamente gli sguardi dei presenti non si specchiano sugli schermi luminosi degli smartphones, ma guardano in alto verso un monitor su cui, arancio su nero, compaiono i treni in arrivo e il relativo binario.
I più sbuffano, in troppi bestemmiano, mentre i più disperati e risoluti prendono d’assalto la biglietteria esigendo risposte e soluzioni per tutti i problemi creati dal ritardo dei treni: Trenitalia non è nota per la sua puntualità svizzera, ma questa volta ha davvero esagerato.
Arriva un regionale, la direzione non importa basta partire e allontanarsi da questa città che odora di mare, sudore, ansia e nostalgia per il week end ormai finito. In un istante, la banchina della stazione si trasforma nel set di un film western, dove turisti accaldati e stanchi si avventano contro le porte del treno con la stessa ferocia di un esercito di banditi all’attacco del convoglio dei pionieri, manca solo la cavalleria e un regista pronto a gridare “STOP!” prima che la situazione degeneri. Qualche controllore, con l’aiuto di due capistazione e un paio di poliziotti, cerca di mantenere l’ordine e di garantire la discesa dei viaggiatori prima che la fiumana che cerca di scappare da Riccione li intrappoli fino alla fermata successiva.
Salire sul regionale diretto a Piacenza diventa una fatica giobbica e poco ci manca perché i passeggeri si arrampichino anche sul tetto dei vagoni, adottando una tecnica che in India non sembrerebbe né folle né sbagliata.
Poco a poco, treno dopo treno, la stazione comincia a svuotarsi e sui marciapiedi ormai vuoti, dove assenti svolazzano cartacce e biglietti stracciati, restano gli ultimi viaggiatori in attesa degli Intercity e delle Frecce.
Il tempo passa, il sole non si decide a calare e la fame comincia a dare i primi timidi morsi mentre l’altoparlante annuncia un ulteriore ritardo: cinquanta minuti, un’ora, un’ora e dieci.
Si ride per non piangere e si comincia a parlare della destinazione come di un’amante da cui si ha smania di tornare.
Finalmente il treno arriva e, malgrado la prenotazione, è difficile trovare un posto a sedere tra i passeggeri che sono saliti nonostante il biglietto diverso e quelli che sono stati spostati dalle carrozze in cui non funziona l’aria condizionata.
Finalmente si parte e anche gli ultimi si lasciano cadere sfiniti sui sedili, cercando di ritagliarsi uno spazio tra le borse e i passeggeri più invadenti.
Una madre, andando contro il suo istinto materno, relega il figlio nel vano tra le due carrozze e fa accomodare tra le gambe il cucciolo di labrador che, a suo dire, è stressato e ha bisogno della frescura dell’aria condizionata.
Dall’altra parte del vagone due donne battibeccano per appropriarsi del posto a sedere: gesticolano furiose, sbraitano sorde l’una alle ragioni dell’altra. Alla fine una delle due si allontana impettita dall’avversaria ed esclama che, a differenza della contendente, lei è una signora che non si accapiglia per un sedile.
Il viaggio procede, alla stazione di Rimini salgono altri passeggeri e il copione si ripete più o meno uguale: chi ha un po’ di buon senso cerca posto altrove e si accomoda dove e come può, qualcun altro, agitando il proprio biglietto con la stessa veemenza e sicurezza con cui si impugna un contratto, costringe gli usurpatori a sloggiare per farlo sedere.
Il controllore attraversa spedito la carrozza, tenendo lo sguardo basso per evitare di rispondere alle domande dei passeggeri e di inciampare sulle borse abbandonate alla bene meglio tra i sedili e i tavolini ingombri. Se potesse diventerebbe invisibile, ma è solo un controllore di Trenitalia e la sua più grande preoccupazione è quella di non essere linciato dai viaggiatori innervositi dal ritardo.
La madre degenere, stringendo il suo cucciolo di labrador al petto, placca il povero controllore, che cerca inutilmente di sfuggire dalle sue grinfie e rassegnato sorbisce impotente le lamentele della donna, incassa le sue rimostranze e cerca in tutti i modi di contenere l’indignazione della signora che, cagnolino in braccio, continua a lamentarsi del caldo, della gente e di altre scomodità su cui persino il Padre Eterno avrebbe ben poco potere.
Il treno frena bruscamente e il controllore se ne approfitta per riprendere la sua precipitosa ritirata verso la testa del treno.
Frattanto un nuovo problema si fa capolino tra i sedili e, stazione dopo stazione, l’aria all’interno della carrozza si fa sempre più pesante: complice il mix letale di “eau de sudor” e aria condizionata mal funzionante.
In pochi istanti la carrozza sembra trasformarsi in una serra dentro cui svolazzano decine di farfalle di carta colorata. Le vecchiette, con l’espressione di chi ne sa una più del diavolo, sfoderano i loro ventagli e iniziano pigramente a farsi aria, mentre i più giovani ed impreparati improvvisano un ventaglio con quello che trovano: pezzi di carta, biglietti del treno o pagine di una rivista. Per alcuni minuti il rumore di carta svolazzante copre il mormorio sommesso della carrozza, ma è una tregua che dura poco; solo le vecchiette, complice il decennale allenamento della messa domenicale, continuano a sventolarsi con nonchalance e a guardarsi intorno con espressione beffarda.
La stazione di Bologna è ancora lontana e il nervosismo comincia ad essere palpabile: i sedili, così tanto agognati e duramente conquistati, cominciano ad essere stretti e i più impazienti cominciano a scalpitare irrequieti e a lamentarsi più rumorosamente.
Prima che qualcuno possa stemperare la tensione, i luoghi comuni cominciano a concatenarsi in una lunga catena di lamentele tutte volte a rimarcare i numerosi problemi di un paese che sogna in grande, ma campa di stenti.
I più esagitati, quelli confinati su quei vagoni già dalle prime ore del pomeriggio, cominciano a parlare di rivoluzione e le loro idee trovano subito l’appoggio dei vicini di posto che annuiscono compiaciuti come religiosi intenti ad ascoltare una confessione particolarmente interessante.
La situazione comincia a farsi claustrofobica anche per me e, per non essere contagiata dalle idee sovversive dei miei compagni di viaggio, decido di alzarmi e dirigermi verso il vagone bar per prendere una bottiglia d’acqua.
Lungo la strada incrocio il controllore che, per evitare l’ennesimo interrogatorio, mi sfila accanto sempre tenendo lo sguardo basso, per poi cambiare atteggiamento alla mia richiesta cortese e pacata di un sorso d’acqua. Con rinnovata cortesia e speranza nel genere umano, il controllore mi accompagna fino ad un vano tra due carrozze dove a mo’ di barricata (il primo goffo tentativo di rivoluzione?) sono stati abbandonati scatoloni pieni e vuoti.
Mi metto a rovistare tra i sacchetti e i cartoni accatastati, fino a quando, dopo l’ennesima scatola mal piegata, non trovo delle buste di carta traboccanti di generi di conforto quali acqua, biscotti, succo di frutta, fazzolettini e salviette.
La rivoluzione può ancora essere fermata.
Senza pensarci due volte afferro tutti i sacchetti che riesco e torno alla mia carrozza dove inizio a distribuirli.
Improvvisamente mi sento protagonista di un miracolo moderno: una parabola che parla di un treno in ritardo, un popolo in viaggio e dell’eletta che diede loro Oreo e succhi di frutta per affrontare l’esodo.
Il mio buon senso mi impedisce di diventare blasfema e con alcuni compagni di viaggio faccio la spola tra le scorte e il vagone per distribuire a ciascuno il suo sacchetto, condendo lo smistamento con le fantomatiche scuse di Trenitalia. Fortunatamente la fame e la stanchezza fanno sì che nessuno abbia voglia di fare domande e tutti accettano la loro busta di viveri senza questionare sul fatto che una “civile” aiuti il personale di bordo.
A Bologna il treno si svuota e io resto sola con la mia razione di Oreo e il mio libro.
Il vagone è ormai vuoto e la pace è tornata a regnare tra i sedili abbandonati.
A Rovigo i miei compagni di viaggio si contano sulle dita di una mano e, per mia fortuna, nessuno ha voglia di parlare o di lamentarsi: hanno tutti troppo sonno per reagire alla noia e alla stanchezza.
Il libro sul tavolino davanti a me resta chiuso e in silenzio osservo il tramonto sfilare al di là del finestrino, mentre questo treno corre sempre più sicuro e rapido verso oriente andando incontro alla notte.
Una freccia scagliata verso la luna: contro la culla dei sogni e delle fantasie.
Per un attimo il mio animo poetico sembra risvegliarsi e, prima che l’immagine si dissolva davanti ai miei occhi, la segno sul mio blocco per poi lasciare cadere la matita accanto alle pagine ancora intonse.
La mia razione di Oreo è ormai finita e, per non abbuffarmi, mi limito a piluccare le briciole che si sono incastrate tra le pieghe dell’incarto.
Ora che ci penso, qualche biscotto in più non mi dispiacerebbe e, riflettendoci ancora meglio, credo proprio di essermi guadagnata una razione extra di Oreo: dopotutto ho impedito lo scoppio di una rivoluzione.
Ciondolante e affamata mi trascino fino al vagone dove ho trovato i primi sacchetti ma, con mio grosso dispiacere, scopro che qualcuno ha già provveduto a fare razzia, lasciando nei sacchetti i succhi di frutta alla pera.
Delusa torno al mio scomparto, certa di trovarlo nella stessa pigra quiete in cui l’ho lasciato appena pochi secondi prima, ma mi basta aprire la porta della mia carrozza per capire che anche questa mia aspettativa è destinata ad essere delusa.
Attorno ad un sedile un capannello di viaggiatori discute animatamente e, al vedermi, uno di loro si volta verso di me.
“Tu sei mai andata a Venezia in treno?” mi chiede con la stessa urgenza con cui si chiede chi sa praticare un massaggio cardiaco.
“Sì, io ci vivo a Venezia”.
“È vero che a Mestre il treno si divide e che una parte va a Venezia mentre l’altra va a Trieste?”
La rosea visione di Venezia e del mio letto viene bruscamente offuscata dalla raccapricciante immagine di un treno che, come Centipede*, si frammenta in due incurante dei passeggeri che scappano da una carrozza all’altra.
“Questa ragazza dice che è così, che dividono il treno. Ha detto che è un sergente dell’esercito e che vive a Venezia!”
Prima di rispondere alla mia compagna di viaggio, mi fermo ad osservare la militare davanti a me riflettendo sulle conseguenze a cui andrei incontro contraddicendo un’ufficiale dell’esercito italiano e, alla fine, decido di dare fondo a tutte le mie scarse capacità di mediazione per scongiurare il pericolo senza smentire il sergente.
Sono convinta che, tra una sfilata e l’altra, il controllore ci avrebbe avvertito dell’imminente mitosi del treno, ma per essere certa decido di risolvere il problema alla radice rivolgendomi al capotreno e, siccome la mia voglia di Oreo non si è ancora esaurita, ne approfitto per chiedergli se è rimasta qualche sporta di viveri.
Ancora una volta il karma, o chi per lui, decide di premiare il mio senso civico e vengo premiata con scorte da cui nessuno ha tolto i biscotti.
Per mia sfortuna non ho la borsa con me e a malincuore sono costretta a tornarmene a mani vuote nella mia carrozza, che alla stazione di Mestre si svuota completamente lasciandomi libera di agire e fare razzia.
Arrivata a Venezia scendo dal treno con la stessa frettolosa disperazione di un naufrago che, dopo mille peripezie, riesce finalmente a raggiungere la terra ferma e guardando gli ultimi passeggeri scendere dal treno noto che il mio è un sentimento condiviso.
Mi sistemo meglio la borsa a tracolla, cercando di non far scricchiolare troppo i tubi di Oreo mentre passo accanto al controllore e lo saluto con un sorriso e un cordiale “Grazie e buona notte.”
Da qualche parte sento la mia coscienza rimproverarmi per quel furto di biscotti, ma per quella sera decido di non darle ascolto: penserò domani a spiegarle che, avendo sventato un colpo di stato, qualche pacco di biscotti è un compenso più che giusto.
Lentamente mi trascino fino all’embarcadero e abbandono sulla panchina deserta la borsa e la valigia, per poi uscire e controllare l’orario del prossimo battello.
In alto, su un monitor nero, una striscia arancione lampeggia beffarda.
“SERVIZIO SOSPESO CAUSA ACQUA ALTA”.

*Centipede è un videogioco arcade di genere sparatutto in cui il giocatore deve difendersi da un centopiedi e da altri artropodi da giardino.

Annrose Jones

 

 

 

 

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