~ Linea dritta ~

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Per chi ha passato tutta una vita in pianura l’orizzonte non è che una piatta linea verde, puntellata qua e là da collinette e palazzi più o meno alti. La montagna è un luogo che sin dall’infanzia pare irraggiungibile, lontano indefinite ore di macchina sul sedile posteriore, scandite da continue nausee e partite a Pokemon Rosso.
Forse per questa idea di irraggiungibilità, quella montagna che distava infiniti tornanti dalla mia casa in pianura ha sempre esercitato una strana attrazione. Il fascino di qualcosa che sai vicino ma non abbastanza da richiedere uno sforzo attivo per raggiungerlo senza una piccola spintarella.
Io e Lorenzo siamo finiti nelle Marche per caso, invitati da amici del posto. Macerata, la loro città, è una spirale di case bianche e gialle arrotolate su una collina, nella quale aria di mare e di montagna paiono fondersi assieme, facendoti raggelare e allo stesso tempo morire di caldo. Dalla finestra della loro casa si vedevano montagne gialle, più lontani, avvolti in una nebbiolina azzurra, i Sibillini.
– Esattamente perché si chiami “della Sibilla” non lo so.- raccontava Leonardo, mentre con una macchina viola ci inerpicavamo oltre Fiastra – Pare che ci abitava una sibilla, per l’appunto, una strega.-
– No, è che c’è la grotta della Sibilla, prende il nome da quello.- ricorda Ludovica, appoggiata al sedile accanto a lui.
La macchina arriva fino all’altopiano di Ragnolo, punto di inizio della nostra escursione, in un assolato e ventoso pomeriggio di fine agosto. Vicino al sentiero, in mezzo ad un prato giallo bruciato da quest’estate torrida, c’è una casetta con il tetto rosso. La fotografo, chiedendomi se Hansel e Gretel siano già passati di là.
Iniziamo a salire per il sentiero, e ad ogni passo un’ondata di freddo ci avvolge: da buona bolognese, che non può pensare ad un agosto senza quaranta gradi all’ombra, ignoro insistentemente il vento gelido che mi passa sotto il kway, mentre il sole continua imperterrito a bruciarmi gli angoli di viso non protetti dal cappellino. Più saliamo, più i piani di Ragnolo si mostrano nella loro bellezza, un mare d’erba gialla che finisce nel cielo, così uniforme e pieno da far venire voglia di farci un tuffo. E’ forse a causa di questo vortice di emozioni, forse perché quando si è tra amici si pensa a tutte le cose più stupide possibili, che decido di fare tutto ciò che i miei genitori mi hanno sempre sconsigliato di fare.
– Perché non andiamo là?- immaginatevi uno dei punti più alti, punto d’incontro tra il blu del cielo e il giallo intenso dell’erba.
– Ma non c’è il sentiero.- protesta Lorenzo, coprendosi gli occhi con la mano per vedere l’altura.
– Vabbè, ma vuoi che ci perdiamo? Mica ci sono gli alberi a fare da schermo.
Segue una buona mezz’ora di andamento in fila indiana in mezzo all’erba alta, costellata di sospiri e animata da un terrore (probabilmente insensato) di serpenti velenosi nascosti nel giallo.
– Pestate i piedi, che nel caso le vibrazioni li mandano via.-
Quando arrivo sull’altura, sudo e tremo di freddo allo stesso tempo, ma la vista lascia senza fiato.
Da un unico punto si vede una distesa verde che sono quattro province delle Marche (Ancona, Fermo, Macerata e Ascoli), e le nuvole che le sorvolano, nascondendo il sole. In lontananza, il mare.
Non vorrei scadere nel classico clichè da studentessa di materie umanistiche, ma sovvien l’eterno a guardare certe cose: sarà stata l’aria di montagna a darmi alla testa, ma era da un bel po’che non mi sentivo così tanto nel momento, presente, consapevole. Lorenzo mi dà la mano, scattiamo un paio di foto, ci sediamo, stanchi, sui sassi.
È proprio in quel momento che le mie fedeli scarpe da montagna, compagne di rarissime escursioni domenicali sin dai tempi delle medie, mi abbandonano, rompendosi irrimediabilmente. Ma d’altronde c’è da capirle: per chi ha passato tutta una vita in pianura l’orizzonte è una linea dritta, puntellata da qualche palazzo. Le Marche sono un’altra cosa.
Irene Generali

 

 

 

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