Novità sullo scaffale – Settembre 2017

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Come ogni mese, eccovi le maggiori novità in libreria di questo meraviglioso Settembre 2017!

NARRATIVA STRANIERA 

“La colonna di fuoco” di Ken Follett: Gennaio 1558, Kingsbridge. Quando il giovane Ned Willard fa ritorno a casa si rende conto che il suo mondo sta per cambiare radicalmente. Solo la vecchia cattedrale sopravvive immutata, testimone di una città lacerata dal conflitto religioso. Tutti i principi di lealtà, amicizia e amore verranno sovvertiti. Figlio di un ricco mercante protestante, Ned vorrebbe sposare Margery Fitzgerald, figlia del sindaco cattolico della città, ma il loro amore non basta a superare le barriere degli opposti schieramenti religiosi. Costretto a lasciare Kingsbridge, Ned viene ingaggiato da Sir William Cecil, il consigliere di Elisabetta Tudor, futura regina di Inghilterra. Dopo la sua incoronazione, la giovane e determinata Elisabetta I vede tutta l’Europa cattolica rivoltarsi contro di lei, prima tra tutti Maria Stuarda, regina di Scozia. Decide per questo di creare una rete di spionaggio per proteggersi dai numerosi attacchi dei nemici decisi a eliminarla e contrastare i tentativi di ribellione e invasione del suo regno. Il giovane Ned diventa così uno degli uomini chiave del primo servizio segreto britannico della storia. Per quasi mezzo secolo il suo amore per Margery sembra condannato, mentre gli estremisti religiosi seminano violenza ovunque. In gioco, allora come oggi, non sono certo le diverse convinzioni religiose, ma gli interessi dei tiranni che vogliono imporre a qualunque costo il loro potere su tutti coloro che credono invece nella tolleranza e nel compromesso. Dopo il successo straordinario de I pilastri della terra e Mondo senza fine, la saga di Kingsbridge che ha appassionato milioni di lettori nel mondo continua con questo magnifico romanzo di spionaggio cinquecentesco, in cui Ken Follett racconta con sapiente maestria la grande Storia attraverso gli intrighi, gli amori e le vendette di decine di personaggi indimenticabili, passando dall’Inghilterra e la Scozia, alla Francia, Spagna e Paesi Bassi. Ambientato in uno dei periodi più turbolenti e rivoluzionari di tutti i tempi, La colonna di fuoco è un romanzo epico sulla libertà, con un forte richiamo all’attualità di oggi.

“Tutto è possibile” di Elizabeth Strout: La vita di Pete Barton, ad esempio, un bambino di mezza età, eterno custode e prigioniero nella casa di famiglia. O le vite deragliate delle «Principessine Nicely», nomignolo ormai grottesco per promesse giovanili non mantenute. Riprendere quelle vite dopo molto tempo, conoscerle e riconoscerle, dà la stessa lancinante felicità di ogni ritorno a casa. Ad Amgash, Illinois, le vetrine dell’unica libreria ospitano l’ultima fatica di una concittadina, Lucy Barton, partita molti anni prima alla volta della sfavillante New York e mai piú ritornata. E non vi è abitante del paese che non voglia accaparrarsene una copia. Perché quel libro, un memoir a quanto pare, racconta senza reticenze la storia di miseria e riscatto di una di loro, e insieme racconta la storia di tutti loro, quelli che sono rimasti fra le distese di mais e di soia del minuscolo centro del Midwest, con il suo carico di vergogna e desiderio, di gentilezza e rancore. A Patty Nicely la lettura di quelle memorie regala una dolcezza segreta, come avesse «un pezzo di caramella gialla appiccicata in fondo alla bocca». Patty, da bambina tanto graziosa da meritare, insieme alle sorelle, l’appellativo di «Principessina Nicely», è oggi una vecchia e grassa vedova, ancora tormentata dalla vergogna di un antico scandalo familiare e zimbello dei ragazzini della zona. Eppure lei, dal libro di Lucy Barton, si sente finalmente capita. Livida e aggressiva appare invece la reazione di Vicky, sorella maggiore di Lucy, quando, con il fratello Pete, invecchiato in solitudine senza mai davvero crescere, i tre si ritrovano nella casa di famiglia per la prima volta dopo diciassette anni. Vicky, rimasta al palo delle occasioni mancate, non perdona alla sorella scrittrice di aver tagliato i ponti con un passato insopportabile, di avercela fatta, e le parole che i tre fratelli si scambiano sono coltelli che affondano nella carne viva dei loro ricordi di bambini. Eppure Vicky si è presentata all’incontro con un commovente velo di rossetto sulle labbra, e Pete, nel disperato tentativo di rendere la casa casa, ha comprato un tappeto nuovo. Certo, le cicatrici sono quasi piú della carne, per i personaggi di questi racconti, queste storie-capitolo di un’unica biografia collettiva, in dialogo serrato fra loro e con il romanzo che li ha preceduti, Mi chiamo Lucy Barton ; certo, «siamo tutti quanti un casino, e anche se ce la mettiamo tutta, amiamo in modo imperfetto». Ma se ci si può rinnamorare ben oltre i settant’anni su un lungomare italiano, come capita a Mississippi Mary; se si può trovare sollievo dal dolore indicibile dell’esistenza in un momento di assoluta condivisione nella stanza anonima di un bed and breakfast, come capita a Charlie Macauley; se si può scovare un amico, un amico vero, nel retro di un teatrino amatoriale, proprio alla fine di ogni cosa, come capita a Abel Blaine, allora tutto, ma proprio tutto, è possibile.

“Selection day” di Aravind Adiga: E intanto, tra procuratori senza scrupoli, allenatori fuori di testa, un fratello bellissimo e destinato al successo, il giorno dei provini si avvicina… Con Selection Day Aravind Adiga ha scritto un romanzo rutilante, drammatico e divertentissimo allo stesso tempo, degno di un vincitore del Booker Prize. Manju ha quattordici anni ma sa già tante cose: ad esempio sa di essere bravo a cricket – anche se non bravo come suo fratello Radha (forse). Sa che deve avere paura e rispetto di suo padre, un venditore ambulante di chutney. Sa che suo padre è un uomo divorato da un’unica, bruciante ossessione: quella di fare dei suoi due figli dei campioni dello sport cosí forti da poter scappare dai bassifondi di Mumbai dove vivono. Sa che il padre non si fermerà di fronte a nulla, a nessun sacrificio (dei suoi figli), a nessuna privazione (dei suoi figli), per raggiungere il suo sogno (non necessariamente quello dei figli). Manju sa che sua madre se n’è andata tanti anni fa e sa anche che non tornerà piú. Eppure ci sono anche un mucchio di cose che Manju non sa su di sé e sul suo mondo, e che imparerà nel corso di questo romanzo tenero e forte, divertente e drammatico, come solo i quattordicenni sanno essere. Selection Day è un romanzo traboccante di vita e personaggi – dal vecchio talent scout che tutti chiamano Tommy Sir per il suo inglese ridicolmente forbito; ad Anand Mehta, l’investitore tanto ricco di denaro quanto di buffa grandeur ; a Sofia, la giovane amica e tifosa dei due fratelli -, un rutilante affresco sociale come non se ne leggeva da tempo: e se da una parte è un dettagliato spaccato dell’India di oggi, dall’altro, con la sua storia di padri e figli, ambizione e riscatto, ricorda certo cinema italiano dei decenni passati, come Rocco e i suoi fratelli o Ladri di biciclette . Di quei capolavori possiede la stessa vitalità, la medesima potenza visiva, un’uguale capacità di fare ricorso a tutte le tinte dello spettro emotivo, dalla comicità al dramma, dal sentimentale all’epico. Cosí quello che il lettore si ritrova tra le mani è un libro in cui, come scrive il «Washington Post», «ogni paragrafo rimbalza tutt’intorno vivace come una pallina ribattuta a tutta velocità durante una partita in una strada sporca: uno gli dà la direzione generale, ma la storia può cambiare in ogni momento, cosí come in ogni momento si trasformano i personaggi. Selection Day è una riflessione dolce-amara sui limiti delle nostre scelte. Però la voce di Adiga è cosí esuberante, la trama cosí avvincente, che l’amarezza di questa storia rimane appena ai margini del nostro sguardo». «Con Selection Day , – questo è il “New York Times”, – Adiga dimostra che la vittoria del Booker Prize nel 2008 con La Tigre Bianca non è avvenuta per caso. Non è solo un narratore magistrale, ma anche un pensatore, un abile intrattenitore, una spina nel fianco di ogni moralismo e ipocrisia».

“Storie ribelli” di Luis Sepulveda: In queste pagine vibranti di passione affiora di continuo il narratore di razza, con i racconti densi e fulminei che da sempre sono la sua cifra distintiva. Il volume si apre con un breve racconto, 11 settembre 1973: E ‘Johny’ prese il fucile, dedicato alla memoria di Oscar Reinaldo Lagos Rios, il più giovane della scorta che quel giorno maledetto restò fino alla fine accanto al presidente Allende nel palazzo della Moneda, e si chiude con il testo scritto a caldo nel giorno della morte di Pinochet. In mezzo i ricordi di una vita avventurosa, le vicende di cui sono protagonisti amici e «maestri» come, tra gli altri, Neruda, Saramago, le storie in cui filtra il suo impegno per la natura e l’ambiente… E su tutto il piacere di narrare.

“Il mistero Henri Pick” di David Foenkinos: Delphine Despero ci andava quando era bambina e sognava di riuscire un giorno a lavorare in mezzo ai libri e alle storie. E così è stato perché, nemmeno trentenne, Delphine si è già fatta un nome nell’esclusivo mondo dell’editoria parigina. Così quando un’estate torna a trovare i genitori con il fidanzato scrittore, una visita alla biblioteca appare il modo migliore per sottrarsi alle invadenti attenzioni familiari. Tra gli scaffali di quella biblioteca dei sogni infranti e le illusioni perdute, i due si imbattono in un manoscritto dal titolo intrigante: Le ultime ore di una storia d’amore. Delphine decide di seguire il suo fiuto e pubblicarlo. Il manoscritto diventa presto un enorme successo. L’autore si chiama Henri Pick e l’anagrafe dice che è morto qualche anno prima. La vedova giura che il marito non ha mai letto, e tanto meno scritto, una riga in vita sua. Eppure… L’aura di mistero accresce il successo del libro, e il mondo dei lettori non sembra parlare d’altro. Due persone però non si accodano al coro degli entusiasti: Frédéric, il fidanzato di Delphine, che si sente assediato da quel successo che non lo riguarda, e Jean-Michel Rouche, un giornalista che si ostina a non credere alla versione ufficiale. Mentre la trama avanza e gli indizi, ma anche i depistaggi, si moltiplicano, un’unica domanda è sul punto di condizionare per sempre le vite dei protagonisti: chi è davvero Henri Pick?

“Nessun fiore sulle vostre tombe” di Martin Holmén: Eccolo Harry Kvist, ex pugile e ora picchiatore per denaro, intento a sfangare la solita magra giornata in una Stoccolma gelida, anno di grazia 1932. E se non si fosse capito dall’amara ironia che Kvist rivolge a se stesso, lui è sì corteggiato dalle donne, ma talvolta le disdegna per cercare soddisfazione in compagnie maschili. Avete capito bene. Una cosa, a quei tempi, pressoché illegale, ma soprattutto da tenere ben nascosta, vista la sua reputazione di duro. Il nuovo contratto di Kvist? Un poveraccio, certo Zetterberg, deve dei soldi a uno che deve dei soldi a un altro che eccetera eccetera, la consueta catena della sopravvivenza. Un lavoretto facile parrebbe, un po’ di botte tanto per ammorbidire il debitore ed è fatta, domani si passerà a riscuotere. Ma se il tizio l’indomani è morto, questo è un problema. E se la polizia cerca chi è stato l’ultimo a vederlo (e a pestarlo) vuol dire che qualcuno lo sta incastrando in un gioco feroce. Così inizia questo sofisticato noir, il cui titolo suona – a un avvertito lettore – come un laconico omaggio al celebre Sputerò sulle vostre tombe di Boris Vian (1946), romanzo cupo e ai tempi controverso. E in effetti l’eco violento che pulsa in Nessun fiore sulle vostre tombe di Martin Holmén, un libro che fa della crudezza il suo volano instancabile, riconduce la storia dell’ex pugile Kvist a certi modelli dell’hard boiled americano, anche se naturalmente il paragone è improprio. L’altra faccia di questo giallo, invece, ricorda gli straordinari romanzi dell’irlandese John Banville, e il suo talento di leggere nelle anime dei personaggi, con schiettezza disarmante. Un noir che, in definitiva, lascia il lettore non solo con la soddisfazione di aver letto una storia dall’intreccio formidabile, ma con qualcosa di più.

NARRATIVA ITALIANA

“Il mare dove non si tocca” di Fabio Genovesi: “Perché il pesce tuo non te lo prende nessuno.
Nuota strano, nuota a caso, ma eccolo che arriva da te.”
Fabio ha sei anni, due genitori e una decina di nonni. Sì, perché è l’unico bimbo della famiglia Mancini, e i tanti fratelli del suo vero nonno – uomini impetuosi e pericolosamente eccentrici – se lo contendono per trascinarlo nelle loro mille imprese, tra caccia, pesca e altre attività assai poco fanciullesche. Così Fabio cresce senza frequentare i suoi coetanei, e il primo giorno di scuola sarà per lui un concentrato di sorprese sconvolgenti: è incredibile, ma nel mondo esistono altri bambini della sua età, che hanno tanti amici e pochissimi nonni, e si divertono tra loro con giochi misteriosi dai nomi assurdi – nascondino, rubabandiera, moscacieca. Ma la scoperta più allarmante è che sulla sua famiglia grava una terribile maledizione: tutti i maschi che arrivano a quarant’anni senza sposarsi impazziscono. I suoi tanti nonni strambi sono lì a testimoniarlo. Per fortuna accanto a lui c’è anche un padre affettuoso, che non parla mai ma con le mani sa aggiustare le cose rotte del mondo. E poi la mamma, intenzionata a proteggere Fabio dalle delusioni della vita, una nonna che comanda tutti e una ragazzina molto saggia che va in giro travestita da coccinella. Una famiglia caotica e gigantesca che pare invincibile, finché qualcosa di totalmente inatteso la travolge. Giorno dopo giorno, dalle scuole elementari fino alle medie, il protagonista cerca di crescere nel precario equilibrio tra un mondo privato pieno di avventure e smisurato come l’immaginazione, e il mondo là fuori, stretto da troppe regole e dominato dalla legge del più forte. Tra inciampi clamorosi, amori improvvisi e incontri straordinari, in un percorso di formazione rocambolesco, commovente e stralunato, Fabio capirà che le nostre stranezze sono il tesoro che ci rende unici e intanto scoprirà la propria vocazione di narratore perdutamente innamorato della vita.

“La conoscenza di sé” di Luca Doninelli: Una ragazza scontenta della sua normalità comincia a immaginare di essere stata un ragazzo poi diventato una ragazza. Un intellettuale in odore di Premio Nobel dopo trent’anni di lontananza va a cercare il suo vecchissimo maestro, un personaggio leggendario che, a differenza di lui, aveva deciso di tagliare tutti i ponti con il mondo. L’incontro avrà esiti imprevedibili. Una ragazzina di dodici anni, che non conosce la vera storia della sua famiglia, incontra un’anziana signora cieca, che viceversa la conosce bene, ma che decide di non rivelargliela, lasciando al lettore qualche indizio per poterla ricostruire. Una ragazza lesbica, che rimane turbata e incuriosita da un ragazzo che si è innamorato di lei, ha una storia di sesso con lui, poi lo abbandona. Ma non riesce a dimenticare il suo sguardo buono e capisce di desiderare quello sguardo sopra ogni altra cosa.

NARRATIVA GIALLA

“L’uomo che inseguiva la sua ombra” di David Lagercrantz: L’aver portato alla luce un intrigo criminale internazionale, mettendo in mano al giornalista investigativo più famoso di Svezia lo scoop del decennio, non è bastato a risparmiare a Lisbeth Salander una breve condanna da scontare in un carcere di massima sicurezza. E così, mentre a Mikael Blomkvist e a Millennium vanno onori e gloria, lei si ritrova a Flodberga insieme alle peggiori delinquenti del paese, anche se la cosa non sembra preoccuparla più di tanto. È in grado di tener testa alle detenute più spietate – in particolare una certa Benito, che pare avere l’intero penitenziario ai suoi piedi, guardie comprese –, e ha altro a cui pensare. Ora che è venuta in possesso di informazioni che potrebbero aggiungere un fondamentale tassello al quadro della sua tortuosa infanzia, vuole vederci chiaro. Con l’aiuto di Mikael, la celebre hacker comincia a indagare su una serie di nominativi di un misterioso elenco che risveglia in lei velati ricordi. In particolare, quello di una donna con una voglia rosso fiammante sul collo. Nella sua inestinguibile sete di giustizia, Lisbeth rischia di riaccendere le forze oscure del suo passato che ora, in nome di un folle e illusorio bene più grande, quasi sembrano aver stretto un’alleanza per darle di nuovo la caccia. Come un drago, quello stesso drago che ha voluto tatuarsi sul corpo, per annientare i suoi avversari Lisbeth è pronta a sputare fiamme e a distruggere il male con il fuoco che brucia dentro tutti quelli che vengono calpestati.

“Le venti giornate di Torino. Inchiesta di fine secolo” di Giorgio de Maria: Le venti giornate di Torino erano iniziate il 3 luglio di dieci anni prima: la siccità, l’insonnia collettiva, i cittadini che vagavano come fantasmi per le strade del centro storico, le grida misteriose, le statue che sembravano aver preso vita, e soprattutto una orribile catena di omicidi. Poi, dopo venti giorni, tutto era finito, all’improvviso, come era cominciato. E nessuno aveva più voluto parlare di quella storia. Dieci anni dopo, un anonimo investigatore dilettante decide di indagare per scrivere un libro su quella vicenda. Perché l’insonnia di massa? E chi erano, e da dove venivano, le mostruose figure di cui troppe testimonianze raccontano? E soprattutto, che nesso c’era tra quanto accadde e la biblioteca che era stata aperta presso la Piccola Casa della Divina Provvidenza? Una biblioteca assai strana, dove non si trovavano i testi pubblicati dagli editori, ma scritti di privati cittadini, che rivelavano i loro pensieri più intimi e profondi, molto spesso terribili, e li mettevano in condivisione con altri cittadini come loro. Non passerà molto prima che il protagonista si renda conto che quella orribile stagione si è conclusa solo in apparenza, e che le forze oscure che avevano scatenato quei drammatici giorni di violenza cieca sono ancora presenti e vigili. Un romanzo inquietante, profetico in modo inspiegabile, principale opera di un autore ingiustamente dimenticato.

“Ballando nel buio” di Roberto Costantini: 1974. Sono gli anni di piombo, e Mike “Africa” Balistreri è un ventiquattrenne idealista e pieno di rabbia. Studia all’università e si mantiene insegnando karate in una palestra frequentata dall’estrema destra romana. Insieme a Ringo, Benvenuti e Boccino milita in Ordine nuovo, fino allo scioglimento per decreto dell’organizzazione. Crollano allora molte convinzioni di Africa: poter cambiare il mondo facendo a botte coi rossi e la polizia, distinguere nettamente i traditori dai traditi, capire quale tra le due ragazze che frequenta è quella giusta. Sarà una P38 a dividere definitivamente i loro destini. 1986. Nel giorno in cui la mano de Dios di Maradona affossa gli inglesi ai mondiali, la mano della P38 abbatte Ringo, il vecchio compagno di militanza che ha fatto carriera nella Dc. Michele Balistreri, ora commissario della Omicidi, viene chiamato a indagare, nonostante il suo coinvolgimento personale nel caso. Una lunga scia di sangue lo riporterà sul ciglio di quell’abisso del 1974. I nemici che deve affrontare sono tanti, e il peggiore è Africa, quel ragazzino che il Balistreri adulto ha sepolto sotto un cumulo di alcol, tabacco, donne e cinismo. Ma quando l’odio e l’amore si risvegliano e le due ragazze di allora – quella giusta e quella sbagliata – si riaffacciano nella sua vita, non può più voltarsi e fuggire. Per individuare l’assassino dovrà guardare in faccia Africa e il suo passato, mettere in discussione molte delle sue certezze, e capire finalmente che chi nella sua vita non ha creduto e amato almeno una volta disperatamente e inutilmente, morirà senza aver mai davvero conosciuto la vita e l’amore.

YOUNG ADULT

“Shadowhunters. Signore delle Ombre” di Cassandra Clare: Onore, senso del dovere, rispetto della parola data: questi sono i principi che guidano l’esistenza di ogni Shadowhunter. Oltre alla certezza che non esista un legame più sacro di quello che unisce due parabatai, compagni di battaglia destinati a combattere e a soffrire insieme. Un legame che mai e poi mai – questo dice la Legge – dovrà trasformarsi in amore. Emma Carstairs sa bene che il sentimento che la unisce al suo parabatai, Julian Black¬thorn, è proibito e che proprio per questo potrebbe distruggere entrambi. Sa anche che, per non rischiare la loro vita, dovrebbe scappare il più lontano possibile da lui. Ma come può farlo, proprio ora che i Blackthorn sono minacciati da nemici provenienti da ogni dove? L’unica loro speranza sembra racchiusa nel Volume Nero dei Morti, un libro di incantesimi straordinariamente potente su cui tutti vogliono mettere le mani. Per questo, dopo aver stretto un patto con la Regina Seelie, Emma, la sua migliore amica Cristina, Mark e Julian Blackthorn partono alla ricerca del libro, affrontando mille insidie, imbattendosi in potenti nemici ben consapevoli che nulla è ciò che sembra e nessuna promessa è degna di fiducia. Nel frattempo, a Los Angeles, la tensione crescente tra Shadowhunter e Nascosti ha rafforzato la Coorte, la potente fazione interna al Consiglio strenua sostenitrice della Pace Fredda e disposta a tutto pur di impossessarsi dell’Istituto. Ben presto però un’altra, nuova minaccia si fa avanti, sotto le spoglie del Signore delle Ombre – il Re della Corte Unseelie –, che spedisce i propri guerrieri migliori sulle tracce dei Blackthorn e del libro. Con il pericolo ormai alle porte, Julian concepisce un piano rischioso che prevede la collaborazione con un personaggio imprevedibile. Ma per ottenere la vittoria finale sarà necessario pagare un prezzo che lui ed Emma non possono nemmeno immaginare, e che avrà ripercussioni su tutti coloro e tutto ciò che hanno di più caro al mondo.

Un racconto nel cassetto – Storie in viaggio

Raccolta dei racconti brevi che partecipano alla seconda edizione del concorso “Un racconto nel cassetto – Storie in viaggio”.
In questo album e sul sito web della pagina sarà possibile votare i propri racconti preferiti fino a domenica 24 settembre.
Vi ricordiamo che su Facebook è possibile votare solamente attraverso l’utilizzo del “like”, altre forme di apprezzamento non verranno calcolate nel conteggio finale dei voti.

 
 
Info&Regolamento

Link diretto alle storie in concorso:

Il canto dei Puffin

La passeggiata

Linea dritta

Magic Sahara

Radici

Rivoluzione in ritardo

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~ Rivoluzione in ritardo ~

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Domenica di luglio, la stazione di Riccione, un paio di binari che permettono i collegamenti essenziali con le città vicine, è un crocevia: un crogiolo dove si rimescolano pezzi di dialoghi, storie di vacanze e fughe di un giorno verso i caldi lidi romagnoli.
Stranamente gli sguardi dei presenti non si specchiano sugli schermi luminosi degli smartphones, ma guardano in alto verso un monitor su cui, arancio su nero, compaiono i treni in arrivo e il relativo binario.
I più sbuffano, in troppi bestemmiano, mentre i più disperati e risoluti prendono d’assalto la biglietteria esigendo risposte e soluzioni per tutti i problemi creati dal ritardo dei treni: Trenitalia non è nota per la sua puntualità svizzera, ma questa volta ha davvero esagerato.
Arriva un regionale, la direzione non importa basta partire e allontanarsi da questa città che odora di mare, sudore, ansia e nostalgia per il week end ormai finito. In un istante, la banchina della stazione si trasforma nel set di un film western, dove turisti accaldati e stanchi si avventano contro le porte del treno con la stessa ferocia di un esercito di banditi all’attacco del convoglio dei pionieri, manca solo la cavalleria e un regista pronto a gridare “STOP!” prima che la situazione degeneri. Qualche controllore, con l’aiuto di due capistazione e un paio di poliziotti, cerca di mantenere l’ordine e di garantire la discesa dei viaggiatori prima che la fiumana che cerca di scappare da Riccione li intrappoli fino alla fermata successiva.
Salire sul regionale diretto a Piacenza diventa una fatica giobbica e poco ci manca perché i passeggeri si arrampichino anche sul tetto dei vagoni, adottando una tecnica che in India non sembrerebbe né folle né sbagliata.
Poco a poco, treno dopo treno, la stazione comincia a svuotarsi e sui marciapiedi ormai vuoti, dove assenti svolazzano cartacce e biglietti stracciati, restano gli ultimi viaggiatori in attesa degli Intercity e delle Frecce.
Il tempo passa, il sole non si decide a calare e la fame comincia a dare i primi timidi morsi mentre l’altoparlante annuncia un ulteriore ritardo: cinquanta minuti, un’ora, un’ora e dieci.
Si ride per non piangere e si comincia a parlare della destinazione come di un’amante da cui si ha smania di tornare.
Finalmente il treno arriva e, malgrado la prenotazione, è difficile trovare un posto a sedere tra i passeggeri che sono saliti nonostante il biglietto diverso e quelli che sono stati spostati dalle carrozze in cui non funziona l’aria condizionata.
Finalmente si parte e anche gli ultimi si lasciano cadere sfiniti sui sedili, cercando di ritagliarsi uno spazio tra le borse e i passeggeri più invadenti.
Una madre, andando contro il suo istinto materno, relega il figlio nel vano tra le due carrozze e fa accomodare tra le gambe il cucciolo di labrador che, a suo dire, è stressato e ha bisogno della frescura dell’aria condizionata.
Dall’altra parte del vagone due donne battibeccano per appropriarsi del posto a sedere: gesticolano furiose, sbraitano sorde l’una alle ragioni dell’altra. Alla fine una delle due si allontana impettita dall’avversaria ed esclama che, a differenza della contendente, lei è una signora che non si accapiglia per un sedile.
Il viaggio procede, alla stazione di Rimini salgono altri passeggeri e il copione si ripete più o meno uguale: chi ha un po’ di buon senso cerca posto altrove e si accomoda dove e come può, qualcun altro, agitando il proprio biglietto con la stessa veemenza e sicurezza con cui si impugna un contratto, costringe gli usurpatori a sloggiare per farlo sedere.
Il controllore attraversa spedito la carrozza, tenendo lo sguardo basso per evitare di rispondere alle domande dei passeggeri e di inciampare sulle borse abbandonate alla bene meglio tra i sedili e i tavolini ingombri. Se potesse diventerebbe invisibile, ma è solo un controllore di Trenitalia e la sua più grande preoccupazione è quella di non essere linciato dai viaggiatori innervositi dal ritardo.
La madre degenere, stringendo il suo cucciolo di labrador al petto, placca il povero controllore, che cerca inutilmente di sfuggire dalle sue grinfie e rassegnato sorbisce impotente le lamentele della donna, incassa le sue rimostranze e cerca in tutti i modi di contenere l’indignazione della signora che, cagnolino in braccio, continua a lamentarsi del caldo, della gente e di altre scomodità su cui persino il Padre Eterno avrebbe ben poco potere.
Il treno frena bruscamente e il controllore se ne approfitta per riprendere la sua precipitosa ritirata verso la testa del treno.
Frattanto un nuovo problema si fa capolino tra i sedili e, stazione dopo stazione, l’aria all’interno della carrozza si fa sempre più pesante: complice il mix letale di “eau de sudor” e aria condizionata mal funzionante.
In pochi istanti la carrozza sembra trasformarsi in una serra dentro cui svolazzano decine di farfalle di carta colorata. Le vecchiette, con l’espressione di chi ne sa una più del diavolo, sfoderano i loro ventagli e iniziano pigramente a farsi aria, mentre i più giovani ed impreparati improvvisano un ventaglio con quello che trovano: pezzi di carta, biglietti del treno o pagine di una rivista. Per alcuni minuti il rumore di carta svolazzante copre il mormorio sommesso della carrozza, ma è una tregua che dura poco; solo le vecchiette, complice il decennale allenamento della messa domenicale, continuano a sventolarsi con nonchalance e a guardarsi intorno con espressione beffarda.
La stazione di Bologna è ancora lontana e il nervosismo comincia ad essere palpabile: i sedili, così tanto agognati e duramente conquistati, cominciano ad essere stretti e i più impazienti cominciano a scalpitare irrequieti e a lamentarsi più rumorosamente.
Prima che qualcuno possa stemperare la tensione, i luoghi comuni cominciano a concatenarsi in una lunga catena di lamentele tutte volte a rimarcare i numerosi problemi di un paese che sogna in grande, ma campa di stenti.
I più esagitati, quelli confinati su quei vagoni già dalle prime ore del pomeriggio, cominciano a parlare di rivoluzione e le loro idee trovano subito l’appoggio dei vicini di posto che annuiscono compiaciuti come religiosi intenti ad ascoltare una confessione particolarmente interessante.
La situazione comincia a farsi claustrofobica anche per me e, per non essere contagiata dalle idee sovversive dei miei compagni di viaggio, decido di alzarmi e dirigermi verso il vagone bar per prendere una bottiglia d’acqua.
Lungo la strada incrocio il controllore che, per evitare l’ennesimo interrogatorio, mi sfila accanto sempre tenendo lo sguardo basso, per poi cambiare atteggiamento alla mia richiesta cortese e pacata di un sorso d’acqua. Con rinnovata cortesia e speranza nel genere umano, il controllore mi accompagna fino ad un vano tra due carrozze dove a mo’ di barricata (il primo goffo tentativo di rivoluzione?) sono stati abbandonati scatoloni pieni e vuoti.
Mi metto a rovistare tra i sacchetti e i cartoni accatastati, fino a quando, dopo l’ennesima scatola mal piegata, non trovo delle buste di carta traboccanti di generi di conforto quali acqua, biscotti, succo di frutta, fazzolettini e salviette.
La rivoluzione può ancora essere fermata.
Senza pensarci due volte afferro tutti i sacchetti che riesco e torno alla mia carrozza dove inizio a distribuirli.
Improvvisamente mi sento protagonista di un miracolo moderno: una parabola che parla di un treno in ritardo, un popolo in viaggio e dell’eletta che diede loro Oreo e succhi di frutta per affrontare l’esodo.
Il mio buon senso mi impedisce di diventare blasfema e con alcuni compagni di viaggio faccio la spola tra le scorte e il vagone per distribuire a ciascuno il suo sacchetto, condendo lo smistamento con le fantomatiche scuse di Trenitalia. Fortunatamente la fame e la stanchezza fanno sì che nessuno abbia voglia di fare domande e tutti accettano la loro busta di viveri senza questionare sul fatto che una “civile” aiuti il personale di bordo.
A Bologna il treno si svuota e io resto sola con la mia razione di Oreo e il mio libro.
Il vagone è ormai vuoto e la pace è tornata a regnare tra i sedili abbandonati.
A Rovigo i miei compagni di viaggio si contano sulle dita di una mano e, per mia fortuna, nessuno ha voglia di parlare o di lamentarsi: hanno tutti troppo sonno per reagire alla noia e alla stanchezza.
Il libro sul tavolino davanti a me resta chiuso e in silenzio osservo il tramonto sfilare al di là del finestrino, mentre questo treno corre sempre più sicuro e rapido verso oriente andando incontro alla notte.
Una freccia scagliata verso la luna: contro la culla dei sogni e delle fantasie.
Per un attimo il mio animo poetico sembra risvegliarsi e, prima che l’immagine si dissolva davanti ai miei occhi, la segno sul mio blocco per poi lasciare cadere la matita accanto alle pagine ancora intonse.
La mia razione di Oreo è ormai finita e, per non abbuffarmi, mi limito a piluccare le briciole che si sono incastrate tra le pieghe dell’incarto.
Ora che ci penso, qualche biscotto in più non mi dispiacerebbe e, riflettendoci ancora meglio, credo proprio di essermi guadagnata una razione extra di Oreo: dopotutto ho impedito lo scoppio di una rivoluzione.
Ciondolante e affamata mi trascino fino al vagone dove ho trovato i primi sacchetti ma, con mio grosso dispiacere, scopro che qualcuno ha già provveduto a fare razzia, lasciando nei sacchetti i succhi di frutta alla pera.
Delusa torno al mio scomparto, certa di trovarlo nella stessa pigra quiete in cui l’ho lasciato appena pochi secondi prima, ma mi basta aprire la porta della mia carrozza per capire che anche questa mia aspettativa è destinata ad essere delusa.
Attorno ad un sedile un capannello di viaggiatori discute animatamente e, al vedermi, uno di loro si volta verso di me.
“Tu sei mai andata a Venezia in treno?” mi chiede con la stessa urgenza con cui si chiede chi sa praticare un massaggio cardiaco.
“Sì, io ci vivo a Venezia”.
“È vero che a Mestre il treno si divide e che una parte va a Venezia mentre l’altra va a Trieste?”
La rosea visione di Venezia e del mio letto viene bruscamente offuscata dalla raccapricciante immagine di un treno che, come Centipede*, si frammenta in due incurante dei passeggeri che scappano da una carrozza all’altra.
“Questa ragazza dice che è così, che dividono il treno. Ha detto che è un sergente dell’esercito e che vive a Venezia!”
Prima di rispondere alla mia compagna di viaggio, mi fermo ad osservare la militare davanti a me riflettendo sulle conseguenze a cui andrei incontro contraddicendo un’ufficiale dell’esercito italiano e, alla fine, decido di dare fondo a tutte le mie scarse capacità di mediazione per scongiurare il pericolo senza smentire il sergente.
Sono convinta che, tra una sfilata e l’altra, il controllore ci avrebbe avvertito dell’imminente mitosi del treno, ma per essere certa decido di risolvere il problema alla radice rivolgendomi al capotreno e, siccome la mia voglia di Oreo non si è ancora esaurita, ne approfitto per chiedergli se è rimasta qualche sporta di viveri.
Ancora una volta il karma, o chi per lui, decide di premiare il mio senso civico e vengo premiata con scorte da cui nessuno ha tolto i biscotti.
Per mia sfortuna non ho la borsa con me e a malincuore sono costretta a tornarmene a mani vuote nella mia carrozza, che alla stazione di Mestre si svuota completamente lasciandomi libera di agire e fare razzia.
Arrivata a Venezia scendo dal treno con la stessa frettolosa disperazione di un naufrago che, dopo mille peripezie, riesce finalmente a raggiungere la terra ferma e guardando gli ultimi passeggeri scendere dal treno noto che il mio è un sentimento condiviso.
Mi sistemo meglio la borsa a tracolla, cercando di non far scricchiolare troppo i tubi di Oreo mentre passo accanto al controllore e lo saluto con un sorriso e un cordiale “Grazie e buona notte.”
Da qualche parte sento la mia coscienza rimproverarmi per quel furto di biscotti, ma per quella sera decido di non darle ascolto: penserò domani a spiegarle che, avendo sventato un colpo di stato, qualche pacco di biscotti è un compenso più che giusto.
Lentamente mi trascino fino all’embarcadero e abbandono sulla panchina deserta la borsa e la valigia, per poi uscire e controllare l’orario del prossimo battello.
In alto, su un monitor nero, una striscia arancione lampeggia beffarda.
“SERVIZIO SOSPESO CAUSA ACQUA ALTA”.

*Centipede è un videogioco arcade di genere sparatutto in cui il giocatore deve difendersi da un centopiedi e da altri artropodi da giardino.

Annrose Jones

 

 

 

 

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~ Il canto dei Puffin ~

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Ogni riferimento a persone o fatti realmente accaduti è puramente voluto.
Ebbe luogo, nel lontano agosto del 2008, un viaggio che aveva lo scopo di mostrare a due giovanotti di 12 e 13 anni una parte del globo ancora interamente tra le mani di madre natura. Un idilliaco paradiso nordico in cui animali dal nome delicato ed evocativo avevano dimora da millenni.
L’isola dei Puffin.
Ora, sono certa che ce l’avesse un nome e che si trovasse in Norvegia e non mi interessa se tutte le ricerche condotte in internet a riguardo mi abbiano riportato ad un’isoletta vicino all’Islanda: faranno fede i miei vividi (più o meno) ricordi.
Ma partiamo dall’inizio.
Io, i miei genitori e mio cugino eravamo in crociera ed era giunto il fatidico giorno della visita all’isola dei Puffin.
Gli inserti pubblicitari di quella specifica gita sembravano vergati dalla mano di un poeta: i paesaggi erano descritti con parole altisonanti, probabilmente in disuso dal 1800; l’esperienza che ci accingevamo a vivere era unica ed irripetibile.
Immagino ci dovesse essere una profezia a riguardo, sicuramente, perché una così alta concentrazione di bellezze naturali non poteva non portare con sé la minaccia di non ripetersi per altri 10.000 (diecimila) anni.
Era davvero un’ottima pubblicità che lasciava al pubblico un certo grado di mistero.
Non potevamo non usufruire di quella fortunata coincidenza astrale e terrena.
Dunque, come dicevo, era giunto il giorno della partenza per la gita miracolosa che ci avrebbe portati a vedere i volatili più belli dell’universo.
Arrivati al punto di ritrovo, mentre aspettavamo l’autobus, una sola domanda aleggiava tra i presenti: cosa sono i Puffin?
All’epoca non esisteva ancora il roaming internazionale, i cellulari non avevano internet e l’unico modo per cercare una foto di un adorabile Puffin, o almeno la traduzione del suo nome, era accedere ad uno dei computer fissi presenti sulla nave, pagare e fare la ricerca in internet.
Le aspettative erano alte, la tensione palpabile.
Una vecchia signora, che chiameremo affettuosamente “Signora Joy Fun Travel”, spezzò il silenzio che si era formato nell’attesa del pullman e della guida.
Non ricordo le esatte parole, ma non potrei mai dimenticare la sensazione di smarrimento che provai nell’udire la frase:
– Qui a quanti metri siamo sul livello del mare?
Guardai la nave dalla quale eravamo appena scesi. Guardai la signora Joy Fun Travel e mi chiesi quale intelligenza superiore dovesse averla in quel momento ispirata per porre una domanda cui nessun altro mai (e chissà perché, eh?) aveva pensato.
Non trovò risposta, evidentemente nessuno di noi era abbastanza bravo a calcolare i centimetri ad occhio per dirglielo.
Fortunatamente, a spezzare l’imbarazzo creatosi dopo quella domanda troppo intelligente, fu la guida.
La guida incarnava tutto ciò che una tipica bellezza nordica non sarebbe dovuta essere: era cinese.
La salvatrice ci fece salire sull’autobus e tutti insieme partimmo. La meta? Un secondo porto dal quale avremmo preso la piccola barca rossa che solcava il mare del nord verso l’isola dei Puffin.
Durante il viaggio ottenemmo anche la risposta alla domanda “cosa sono i Puffin”.
Salendo, infatti, tutti quanti potemmo notare che seduto sulla prima fila di sedili e con la cintura di sicurezza ben allacciata, c’era un enorme peluche di una pulcinella di mare.
No, non poteva essere un Puffin, cercammo di consolarci tra di noi.
Non potevamo essere andati a vedere un’isola piena di semplicissime pulcinelle di mare.
Sull’autobus, i più bravi in inglese cercarono di convincere noialtri che i due nomi (Puffin e Pulcinella di mare) erano troppo diversi per rappresentare il medesimo uccello: quel peluche doveva solo essere il portafortuna dell’autista.
E invece no.
Non so dove avessero preso la laurea quei geniacci, ma i Puffin sono assolutamente, totalmente, inequivocabilmente delle pulcinelle di mare.
Rassegnati al nostro destino e con un certo imbarazzo, cercammo di fingerci entusiasti di quella scoperta. La nostra guida, molto cinese e poco norvegese, cercava di raccontarci, in un pessimo inglese, quali prodezze potevano compiere quei pennuti simili a pinguini ma dal nome più bizzarro ancora.
Il falso entusiasmo si trasformò in speranza nel vedere la barchetta sulla quale saremmo dovuti salire: somigliava a un piccolissimo battello di colore rosso che prometteva davvero tante avventure.
E infatti, arrivarono.
La navigazione per raggiungere l’isola dei Puffin (o meglio chiamarle Puffinelle di mare?) sarebbe durata all’incirca un’ora. Forse durò meno, ma me la ricordo abbastanza lunga e soprattutto agitata.
Il mare del nord sembrava voler a tutti i costi impedire a noi impavidi viaggiatori di raggiungere la meravigliosa isola dei Puffin. Era come se volesse tener lontano l’occhio umano da quell’incontaminato paradiso naturale; sottrarre l’isola alla mera logica economica dell’uomo occidentale che rende tutto, anche la perla più preziosa, oggetto del suo consumismo sfrenato.
Con il senno di poi, ritengo che il mare del nord desiderasse solo farci naufragare per risparmiarci una cocente delusione.
Devo sottolineare che durante il tragitto era data la possibilità ai naviganti di scendere sottocoperta e prendere un bicchierino-di-plastica di tè e qualche biscottino, ovviamente a pagamento.
E’ vero che era agosto, ma in Norvegia fa freddo comunque, quindi io e mio cugino decidemmo di godere di quella piccola dolcezza e, dopo aver costretto a pagare due turisti che volevano fare i furbetti, ci accingemmo a consumare il nostro tè.
Ora: io non soffro il mal di mare, lui, sì.
Con la stessa velocità di un battito d’ala di farfalla, il colorito di mio cugino passò da rosa intenso a verde oliva marcia e io ebbi la sensazione che anche la sua vita avrebbe avuto la medesima durata di quella dell’insetto.
A ciò si aggiunse che il tempo peggiorò. La barca si era fermata nei pressi dell’isoletta dei Puffin: uno scoglio senza vegetazione, non più largo di un paio di metri quadrati, e all’apparenza assolutamente privo di Puffin!
Le onde si inasprirono portando la barca a oscillare pericolosamente prima a destra e poi a sinistra, aggravando la nausea del mio povero cuginetto (io dovevo avere uno stomaco di ferro perché gridavo “wiii” correndo da una parte all’altra del ponte seguendo le onde) e mettendo a dura prova i nervi di tutti gli altri passeggeri.
Alle mie grida di giubilo si unirono quelle della guida che cominciò ad indicare un preciso punto dello scoglio sul quale, a suo avviso, era appena comparso un Puffin.
Immagino che tutti gli altri passeggeri fossero troppo occupati a pregare affinché la barca non si ribaltasse per poterlo notare, perché nessuno di noi lo vide.
Quello fu il solo avvistamento.
Per tutto il resto del tempo, la guida continuò a invitarci ad ascoltare il meraviglioso canto del Puffin (che poi immagino fossero le mie grida di gioia ad ogni onda).
Per quanto mi riguarda, fu davvero una gita stupenda, superiore ad ogni mia più rosea aspettativa: oltre ad avere un motivo per prendere un po’ in giro mio cugino, adesso ho un vero e proprio mistero da risolvere.
Dove diavolo sono finiti i Puffin dell’isola dei Puffin?

Rossana Omodeo Zorini

 

 

 

 

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~ La passeggiata ~

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Dietro una curva, l’asfalto bruno non ancora luccicante e tremolante per il caldo, fa da sfondo alla passeggiata mattutina, o meglio, alla prima caccia dal sorgere del sole, di due leoni scortanti di malavoglia due leonesse con le orecchie e i baffi in attesa di cogliere qualche movimento significativo nel bush immobile.
Ci avviciniamo a motore al minimo, il maschio più anziano sembra un sultano che guarda dall’alto il suo harem, ma è stanco e un momento dopo si stende sul manto d’asfalto attendendo un cenno delle femmine.
Sempre con il motore al minimo sorpassiamo i maschi e ci posizioniamo un tratto più avanti, anticipando le leonesse che procedono a passo rilassato sulla strada.
Fermiamo il motore e nel silenzio mattutino della boscaglia, interrotto solo dal richiamo degli uccelli sugli alberi, attendiamo che gli animali ci sorpassino per goderci la loro vicinanza.
Le zampe feline si appoggiano sulla strada senza un rumore, con eleganza, come se fossero dei cuscini di piume che si appoggiano su un divano, i corpi affusolati si muovono in una danza speciale, senza musica, con le criniere appena mosse dalla brezza e le code dondolanti a ritmo sincopato.
Il mio finestrino è spalancato ed io, con la mia macchina fotografica pronta a scattare, resto appiccicata al vano libero godendomi la fragranza mattutina del bush.
Eccoli che arrivano, davanti le due femmine, con le orecchie in movimento e le narici frementi, dietro il maschio più giovane con la criniera appena un pò più scura della peluria da cucciolo e , dietro di lui, il vecchio sultano con la coda pigra che scaccia le mosche svogliatamente.
La prima leonessa si ferma alla nostra altezza, di fianco al furgoncino, mi basterebbe allungare la mano per toccarla.
Immobile, gira la testa verso la discesa al bush quasi a cercare un rumore che possa interessarla, con i baffi frementi nel lieve vento del mattino.
Ora la sua testa si gira verso di noi ed io mi trovo a fissare due occhi gialli, limpidi e crudeli, che sembrano frugarmi dentro, senza che nessun ostacolo si frapponga tra noi.
Il mio sopito istinto di sopravvivenza muove inconsciamente il mio stomaco che si chiude velocemente in un pugno rabbioso.
Le iridi gialle sono finite dentro le mie e le incatenano con una strana malìa che mi impedisce di muovere anche un solo muscolo.
Lei è la cacciatrice ed io sono la preda, lei è la dominatrice e io colei che è dominata, lei è libera e io sono in gabbia, lei è l’Africa e io la spettatrice.
E’ tutto finito, con uno scatto sono tornati nella boscaglia, lontano da noi e dalla nostra curiosità.
Gli arbusti si chiudono alle loro spalle e il loro manto marrone chiaro già li mimetizza completamente al paesaggio, sono diventati invisibili a noi e alle loro future prede.
Un raggio di sole nascente spezza l’incanto dell’intreccio di ombre sui rami di un baobab, filtrando da una nube passeggera nell’alba chiara di un giallo mattino africano.

Monica Barzaghi

 

 

 

 

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~ Radici ~

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“Cosa significa per te la parola viaggiare?”

Ciò mi chiese una volta una mia amica, non seppi che risponde allora ma se me lo richiedesse ora avrei la risposta giusta.

Non avrei mai pensato di andarmene, di sradicarmi completamente per poter mettere radici in un altro posto. Chi avrebbe mai pensato che una semplice ragazza come me che vive in un paesino piccolo potesse arrivare a vivere a Londra? Me lo sto chiedendo ancora e questo viaggio è tutto da raccontare.
Avete mai comprato un biglietto aereo all’ultimo momento senza aver programmato nulla? Ecco io si e mi sembrava pazzesco allora, la cosa più emozionante che avessi mai fatto. Il viaggio era tre giorni dopo.
Poche valigie, due per l’esattezza e l’adrenalina che saliva. L’idea di scappare da un paese che produce sogni ma non un futuro, per nessuno.
Il potere che si sente di avere nell’avere in mano un passaporto e una carta d’imbarco non hanno prezzo, con solo quelle due cose si può andare ovunque. Non credevo mai a chi mi diceva “se lo vuoi veramente succederà”, per me era solamente una frase fatta per dare false speranze alle persone.
Il mio arrivo a Londra fu molto stancante, non avevo mai intrapreso un viaggio così da sola, dove dovevo semplicemente cavarmela da sola, sopportare la stanchezza e il peso delle valigie e andare avanti. Continuavo a dirmi che ce la potevo fare, mancava poco all’arrivo al mio alloggio temporaneo, resisti.
Ammetto di avere avuto voglia di tornarmene quella prima sera, tutto lo stress del viaggio aveva influito sulle mie emozioni, volevo solamente tornare a casa e abbandonare quella stupida idea.
Pensavo a come mi sentivo mentre ero ancora in volo, vedevo il magnifico Regno unito dall’alto, il verde che prevaleva al di fuori delle città era qualcosa di stupefacente, non avevo mai visto così tanto verde in vita mia.
Peccato il brutto tempo, se avessero avuto un clima migliore poteva essere più vivibile, chi non avrebbe voluto vivere li se fosse così? Clima favorevole e lavoro a volontà.
I primi giorni li spesi tutti a fare la turista, la prima cosa che visitai fu Oxford Circus e me ne pentii subito. Non avevo mai visto una strada così affollata, perché tutti si ostinavano ad andare lì mi chiedevo di continuo, non c’era spazio per passare né per vedere le vetrine dei negozi che affollavano quella via famosissima. Non acquistai nulla, non avevo molti soldi con me e non potevo permettermi il lusso di finirli tutti quanti. La seconda tappa era Camden Town, uno dei posti che attualmente amo di più, un quartiere così giovane e così vivo, lo si notava subito dalla metro, solo giovani  avevano come destinazione finale quel quartiere. La prima cosa che notai una volta fuori erano i colori, tutti gli edifici pieni di graffiti e strani disegni.
Alcuni musicisti di strada intrattenevano i turisti con i loro talenti, chi cantava e suonava, chi faceva numeri di magia e chi iniziava un discorso ben studiato per sensibilizzare le persone per qualche strana causa.
L’arte in quel posto era amata e celebrata, non si vergognavano affatto di essere diversi, colorati, dark, punk e così via. C’è sempre posto per tutti a Camden Town, basta avere qualcosa da dare in cambio.

Ero completamente sola e mi organizzavo per conto mio i vari giri da fare, senza però strafare. Notai da subito in quei primi giorni quanto il cibo inglese fosse disgustoso e insapore, non avevano per niente gusto i loro cibi, la loro frutta, qualsiasi cosa si potesse trovare nei loro supermercati, era tutto così diverso dai sapori ricchi della nostra Italia, dover ancora prima di prendere un morso i qualsiasi cosa, si restava li ad occhi chiusi ad annusare il profumo delizioso che ciò emanava.
Qui questo tutt’ora non esiste ed è ciò che mi manca ancora dopo due anni che vivo qui.
Ora posso dire di avere molta più esperienza, di sapere dove andare, dove spendere pochi soldi, dove uscire in compagnia… Eh si Londra non ti lascia mai solo, una volta che ti ambienti è difficile avere momenti per sé, la vita sociale qui è qualcosa di molto importante, gli inglesi hanno la tendenza a festeggiare per qualsiasi cosa, se uno abbandonava un lavoro si festeggiava, qualcuno divorzia? Festa.
E’ sempre festa a Londra e qui la notte non si dorme mai, viene chiamata la città che non dorme mai. La mia Londra ora, un posto che non riesco ancora ad abbandonare, ho ancora molti posti da visitare, il Regno Unito è grande e pieno di meraviglie. Imparate a guardare al di là della vostra porta di casa, fuori c’è un mondo stupendo, non potete perdervelo, dovete solo avere il coraggio di buttare fuori quel piede, uscire dalla propria zona di sicurezza. Osate e sbagliate, solo così potrete dire di aver vissuto veramente.
Viaggiare non vi farà mai invecchiare, crescerete e imparerete molto come io sto facendo ora, mi sento più adulta e più responsabile e ciò non sarebbe mai successo se me ne fossi rimasta dentro alle mie quattro mura di casa.

Kady Ait Ali

 

 

 

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~ Linea dritta ~

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Per chi ha passato tutta una vita in pianura l’orizzonte non è che una piatta linea verde, puntellata qua e là da collinette e palazzi più o meno alti. La montagna è un luogo che sin dall’infanzia pare irraggiungibile, lontano indefinite ore di macchina sul sedile posteriore, scandite da continue nausee e partite a Pokemon Rosso.
Forse per questa idea di irraggiungibilità, quella montagna che distava infiniti tornanti dalla mia casa in pianura ha sempre esercitato una strana attrazione. Il fascino di qualcosa che sai vicino ma non abbastanza da richiedere uno sforzo attivo per raggiungerlo senza una piccola spintarella.
Io e Lorenzo siamo finiti nelle Marche per caso, invitati da amici del posto. Macerata, la loro città, è una spirale di case bianche e gialle arrotolate su una collina, nella quale aria di mare e di montagna paiono fondersi assieme, facendoti raggelare e allo stesso tempo morire di caldo. Dalla finestra della loro casa si vedevano montagne gialle, più lontani, avvolti in una nebbiolina azzurra, i Sibillini.
– Esattamente perché si chiami “della Sibilla” non lo so.- raccontava Leonardo, mentre con una macchina viola ci inerpicavamo oltre Fiastra – Pare che ci abitava una sibilla, per l’appunto, una strega.-
– No, è che c’è la grotta della Sibilla, prende il nome da quello.- ricorda Ludovica, appoggiata al sedile accanto a lui.
La macchina arriva fino all’altopiano di Ragnolo, punto di inizio della nostra escursione, in un assolato e ventoso pomeriggio di fine agosto. Vicino al sentiero, in mezzo ad un prato giallo bruciato da quest’estate torrida, c’è una casetta con il tetto rosso. La fotografo, chiedendomi se Hansel e Gretel siano già passati di là.
Iniziamo a salire per il sentiero, e ad ogni passo un’ondata di freddo ci avvolge: da buona bolognese, che non può pensare ad un agosto senza quaranta gradi all’ombra, ignoro insistentemente il vento gelido che mi passa sotto il kway, mentre il sole continua imperterrito a bruciarmi gli angoli di viso non protetti dal cappellino. Più saliamo, più i piani di Ragnolo si mostrano nella loro bellezza, un mare d’erba gialla che finisce nel cielo, così uniforme e pieno da far venire voglia di farci un tuffo. E’ forse a causa di questo vortice di emozioni, forse perché quando si è tra amici si pensa a tutte le cose più stupide possibili, che decido di fare tutto ciò che i miei genitori mi hanno sempre sconsigliato di fare.
– Perché non andiamo là?- immaginatevi uno dei punti più alti, punto d’incontro tra il blu del cielo e il giallo intenso dell’erba.
– Ma non c’è il sentiero.- protesta Lorenzo, coprendosi gli occhi con la mano per vedere l’altura.
– Vabbè, ma vuoi che ci perdiamo? Mica ci sono gli alberi a fare da schermo.
Segue una buona mezz’ora di andamento in fila indiana in mezzo all’erba alta, costellata di sospiri e animata da un terrore (probabilmente insensato) di serpenti velenosi nascosti nel giallo.
– Pestate i piedi, che nel caso le vibrazioni li mandano via.-
Quando arrivo sull’altura, sudo e tremo di freddo allo stesso tempo, ma la vista lascia senza fiato.
Da un unico punto si vede una distesa verde che sono quattro province delle Marche (Ancona, Fermo, Macerata e Ascoli), e le nuvole che le sorvolano, nascondendo il sole. In lontananza, il mare.
Non vorrei scadere nel classico clichè da studentessa di materie umanistiche, ma sovvien l’eterno a guardare certe cose: sarà stata l’aria di montagna a darmi alla testa, ma era da un bel po’che non mi sentivo così tanto nel momento, presente, consapevole. Lorenzo mi dà la mano, scattiamo un paio di foto, ci sediamo, stanchi, sui sassi.
È proprio in quel momento che le mie fedeli scarpe da montagna, compagne di rarissime escursioni domenicali sin dai tempi delle medie, mi abbandonano, rompendosi irrimediabilmente. Ma d’altronde c’è da capirle: per chi ha passato tutta una vita in pianura l’orizzonte è una linea dritta, puntellata da qualche palazzo. Le Marche sono un’altra cosa.
Irene Generali

 

 

 

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~  Magic Sahara ~

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I tornanti sembrano non finire più, mentre l’autobus si arrampica sui fianchi brulli dell’Atlante. Marrakech, la città rossa, con le viuzze della kasba invase dai prodotti delle botteghe, le fiumane di turisti sprovveduti, gli incantatori di serpenti e le tatuatrici di henné sulla piazza Jamaa el Fna, invasa al tramonto dai fumi delle bancarelle di carne e verdure grigliate, è ormai alle mie spalle. Villaggetti riarsi, gialli di fango e sabbia, si affacciano di tanto in tanto sulla linea nera dell’asfalto che corre imperterrita verso il nulla. Case piatte che sembrano terminate a metà, con i pilastri che spuntano mozzi dai tetti a terrazza. Venditori di quarzi e fossili, la merce strappata alla terra in bella mostra sulle bancarelle, colonizzano ogni sporadica piazzola di sosta lungo il percorso.
La tentazione di cedere al sonno e riaprire gli occhi una volta giunto a destinazione è forte, ma devo e voglio resistere. Voglio riempirmi lo sguardo di questo panorama brullo e sconosciuto, che non ha nulla da invidiare agli scenari del Far West americano, e non mi meraviglierei troppo se vedessi spuntare all’improvviso un carica di Sioux da dietro un crinale.
Più di dieci ore, tanto dura il tragitto, e procedendo le dune vanno via via sostituendosi ai tavolati di roccia. L’oscurità incombe, e guardando fuori dal finestrino mi accorgo che il deserto ha preso vita. Incalzate dal vento, spire granulose danzano nel crepuscolo, avvolgendosi in sinuosi arabeschi e picchiettando sui vetri. Gli ultimi bagliori del tramonto affondano oltre l’orizzonte, e solo la luce dei fari rimane a rischiarare la via, che si sfalda tra le ondate rossastre.
Ormai mi è chiaro che siamo in mezzo a una tempesta di sabbia, e proprio la sera del mio arrivo! La mia solita fortuna… Aguzzo la vista per scorgere il luogo in cui mi trovo, e dall’oscurità informe vedo emergere strutture granitiche sfumate nel turbine vermiglio. Le esili polle di luce dei lampioni filtrano attraverso la nube di granelli, lasciando intuire che ci troviamo in un centro abitato.
La velocità diminuisce e poi ci fermiamo del tutto, accompagnati dal sospiro di sollievo delle sospensioni.
La voce dell’autista all’altoparlante avvisa che finalmente siamo arrivati all’ultima fermata: M’Hamid El Ghizlane, l’avamposto estremo della civiltà prima del mare di sabbia che si estende fino al capo opposto del continente, tagliandolo da est a ovest. Qui la strada finisce e inizia il deserto.
Scendo esitante, inforcando gli occhiali da sole per proteggermi dalle sferzate della sabbia, che mi feriscono le gambe nude con l’effetto di mille spilli sulla pelle, e caricatomi lo zaino sulle spalle mi guardo attorno alla ricerca della mia guida. Mi si fa incontro un uomo, con il volto intabarrato nella sua tagelmust che lascia scoperti solo gli occhi. Si presenta come Ahmed, e senza perdersi in troppi convenevoli mi fa cenno di salire su un vecchio motorino parcheggiato lì accanto. Salgo in sella, e afferratomi ad Ahmed partiamo alla volta di quella che sarà la mia casa per i prossimi dieci giorni.
Ci lasciamo le rassicuranti luci dell’abitato alle spalle, immergendoci nella notte. Due linee di sassi bianchi, lasciati da un Pollicino berbero, sono l’unico suggerimento per individuare il tracciato. Ogni sobbalzo è un tuffo al cuore, con l’enorme zaino che mi traballa sulla schiena e la consapevolezza che se dovessi cadere la mia avventura qui finirebbe prima ancora di iniziare. I mille metri che separano la cittadina dal bivacco sono una traversata interminabile nella Geenna buia e desolata, con il deserto che ci aggredisce e cerca di seppellirci sotto la sua furia.
Carcasse di cani e dromedari sono disseminati nella terra di nessuno che stiamo attraversando, ossa bianche consumate dal sole che occhieggiano tra le dune, illuminate dal fanale del motorino. Terribili memento mori ad ammonire che il deserto non perdona, e la bellezza può essere mortale.
Un lumicino solitario tremola in lontananza, un faro sperduto nella tempesta. La motoretta curva, seguendo il percorso sconnesso, e si dirige in quella direzione. Deglutisco a labbra serrate, sperando che non manchi molto.
Finalmente ci fermiamo. Tra le tenebre fluttuanti individuo un pugno di bassi edifici squadrati, tirati su con mattoni di fango e sabbia e sparpagliati a casaccio attorno a uno spiazzo centrale. La tenue striscia di luci della città in lontananza è nascosta dalla fitta cortina mulinante.
Lottando contro le raffiche che minacciano di strapparmi dal suolo seguo Ahmed all’interno di una delle costruzioni più grandi.
Ci chiudiamo la tempesta oltre la soglia. Una strana calma regna tra le quattro pareti su cui affiorano steli di paglia mescolati al fango. Una patina di polvere rossa ricopre ogni cosa, stendendo un velo opaco sotto la luce giallognola che piove dalla lampada appesa al soffitto.
Seduti per terra, attorno a un basso tavolo, stanno i miei due nuovi compagni. Anche loro hanno attraversato mezzo mondo arrivando fin quaggiù, in quest’angolo remoto di deserto, per prestare le loro braccia alla costruzione di questo bivacco, in cambio di tre pasti caldi al giorno e un tetto per la notte. Ragazzi come me, affascinati dall’esperienza di vivere e lavorare fianco a fianco in questo luogo così diverso da quelli conosciuti finora, a contatto con una cultura e uno stile di vita tutti da scoprire.
La cena è già in tavola: tajine vegetariano, da mangiare rigorosamente con le mani come da abitudini locali, accompagnato da pane arabo e tè alla menta impregnato di zucchero. Quattro chiacchiere per conoscersi e scoprire cosa ha condotto le nostre strade a incrociarsi in questo fazzoletto sabbioso di mondo, e poi finalmente a letto, per far calare il sipario su questa giornata interminabile.

Il vento, che per tutta la notte ha imperversato contro la porta di ferro, percuotendola come un ospite indesiderato che respinto tenti di buttarla giù, si è finalmente placato, e quando apro l’uscio mi trovo catapultato in un mondo nuovo. Una sanguigna distesa ondulata che prosegue fin dove inizia il cielo, di un celeste tanto intenso che sembra uscito da una tavolozza del Pontormo. La bellezza di questo contrasto è così sconvolgente che mi lascia senza fiato.
Quello che ho di fronte è il vero deserto, quello che mostra la sua faccia più cruda e spietata, riassunto nella frase che Ahmed non si stanca mai di pronunciare: “Sahara no joke”. Siamo ben lontani dal “Coca Cola Desert”, come lo chiama lui con disprezzo, che sorge duecento chilometri più a nord, nell’oasi di Merzouga: cinque chilometri quadrati di sabbia invasi dai turisti, con cessi chimici e distributori automatici. Gli stranieri arrivano in frotte con gli autobus, si fotografano sulle dune e accanto ai cammelli e poi ripartono con il loro photobook da mostrare agli amici a casa. Qui invece di turistico c’è ben poco, come emergono a ricordarmelo le ossa spolpate che ho intravisto ieri sera venendo qui.
Il primo passo sulla sabbia fresca del mattino è una sensazione inconsueta, un varcare l’uscio che separa due mondi, l’inizio di un nuovo cammino.
Ahmed è già in piedi. Ha preparato la colazione e si è recato a M’Hamid a comprare il pane appena sfornato. Il tè alla menta ribolle nella teiera, dal cui beccuccio si srotola un sottile nastro di vapore, carico di profumi e suggestioni.
Appoggiato all’archetto che conduce alla cucina mi saluta con un cenno non appena mi scorge. Un sorriso fugace disegna sul suo volto scuro un reticolo di rughe che sembrano scavate dal vento. Poi torna a fissare il deserto.
– Magic Sahara. – Dice solennemente con il suo inglese essenziale, mentre lo sguardo si perde oltre l’orizzonte di dune. In esso riecheggia quello dei suoi padri, che per generazioni hanno affrontato le durezze del Sahara. Hanno combattuto contro il sole, vento e sabbia, riuscendo a ritagliarsi un loro spazio in queste terre che nessun altro riesce a domare. Romani, arabi, spagnoli, francesi… Nessun popolo conquistatore è riuscito ad avere ragione degli orgogliosi berberi, uomini liberi che fin dall’alba dei tempi percorrono le invisibili vie del deserto. Finché un nuovo nemico non è giunto dall’altra parte del mare. Un nemico subdolo e strisciante, chiamato progresso. Quel progresso che ha eretto una diga a monte per portare l’elettricità alle televisioni in città, e così facendo ha inaridito il Draa, il maggiore fiume marocchino, qui ridotto a un anonimo greto sassoso, condannando le comunità che vi si affacciavano a una lenta morte per spopolamento. Private di acqua le oasi muoiono, i dromedari non possono dissetarsi, le palme da dattero seccano e l’agricoltura di sussistenza che da sempre ha sfamato le popolazioni berbere collassa.
La mia permanenza al bivacco durerà solo dieci giorni, e poi ripartirò all’inseguimento di quel desiderio forse insaziabile di libertà e avventura che mi ha spinto quaggiù, ma Ahmed resterà qui, in questa terra arida dove riposano le sue radici e in cui ha piantato i semi del futuro. Perché la gente del deserto è troppo fiera per arrendersi, e resistendo anche a quest’ultimo invasore continuerà ad abitare gli infiniti spazi sahariani come ha fatto per migliaia di anni, attaccata alle sue storie e tradizioni antiche quanto l’uomo stesso.

FINE

Luca Mencarelli

 

 

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100 libri imperdibili secondo la BBC Big Read

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Qualche anno fa, anzi parecchi ormai, The BBC Big Read, sondaggio d’opinione con relativo Show televisivo, aveva cercato di arrivare a capo di una annosa questione: Qual è il libro più amato del Regno Unito?

Da questa ricerca emerse una lista di 100 titoli che comprende molti grandi classici della letteratura mondiale. Ne traduco i titoli qui sotto per voi!

1.  Il signore degli anelli, J.R.R. Tolkien
2. Orgoglio e Pregiudizio, Jane Austen
3. Queste oscure materie, Philip Pullman
4. Guida galattica per autostoppisti, Douglas Adams
5. Harry Potter e il calice di fuoco, J.K. Rowling
6. Il buio oltre la siepe, Harper Lee
7. Winnie The Pooh, A.A. Milne
8. 1984, George Orwell
9. Il leone, la strega e l’armadio, C.S. Lewis
10.  Jane Eyre, Charlotte Bronte
11. Comma 22, Joseph Heller
12. Cime Tempestose, Emily Bronte
13. Il canto del Cielo, Sebastian Faulks
14. Rebecca, Daphne du Maurier
15. Il Giovane Holden, J.D. Salinger
16. Il Vento tra i salici, Kenneth Grahame
17. Grandi Speranze, Charles Dickens
18. Piccole Donne, Louisa May Alcott
19. Il mandolino del Capitano Corelli, Louis de Bernières
20. Guerra e Pace, Lev Tolstoj
21. Via col Vento,  Margaret Mitchell
22. Harry Potter e la pietra filosofale, J.K. Rowling
23. Harry Potter e la Camera dei segreti, J.K. Rowling
24. Harry Potter e il prigioniero di Azkaban, J.K Rowling
25. Lo Hobbit, J.R.R. Tolkien
26. Tess dei d’Uberville, Thomas Hardy
27. Middlemarch, George Eliot
28. Preghiera per un amico, John Irving
29. Furore, John Steinbeck
30. Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie, Lewis Carroll
31. La storia di Tracy Beaker, Jaqueline Wilson
32. Cent’anni di Solitudine, Grabriel Garcia Marquez
33. I pilastri della terra, Ken Follet
34. David Copperfield, Charles Dickens
35. La fabbrica di cioccolato, Roald Dahl
36. L’isola del tesoro, Robert Louis Stevenson
37. Una città come Alice, Nevil Shute
38. Pesuasione, Jane Austen
39. Dune, Frank Herbert
40. Emma, Jane Austen
41. Anna dai capelli rossi, L.M. Montgomery
42. La collina dei conigli, Richard Adams
43. Il grande Gatsby, F. Scott Fitzgerald
44. Il conte di Montecristo, Alexandre Dumas
45. Ritorno a Brideshead, Evelyn Waugh
46. La fattoria degli animali, George Orwell
47. Canto di Natale, Charles Dickens
48. Via dalla pazza folla, Thomas Hardy
49. Goodnight Mr. Tom, Michelle Magorian
50. I cercatori di conchiglie, Rosamunde Pilcher
51. Il giardino segreto, Frances Hodgson Burnett
52. Uomini e topi, John Steinbeck
53. L’ombra dello scorpione, Stephen King
54. Anna Karenina, Lev Tolstoj
55. Il ragazzo giusto, Vikram Seth
56. Il GGG, Roal Dhal
57. Swallows and Amazons, Arthur Ransome
58. Black Beaty, Anna Sewell
59. Artemis Fowl, Eoin Colfer
60. Delitto e Castigo, Fedor Dostevskij
61. Noughts and Crosses, Malorie Blackman
62. Memorie di una geisha, Arthur Golden
63. Racconto di due città, Charles Dickens
64. Uccelli di rovo, Colleen McCollough
65. Morty l’apprendista, Terry Pratchett
66. The Magic Faraway Tree, Enid Blyton
67. Il Mago, John Fowles
68. Buona Apocalisse a tutti!, Terry Pratchett e Neil Gaiman
69. A me le Guardie!, Terry Pratchett
70. Il signore delle mosche, William Golding
71. Profumo, Patrick Suskind
72. I filantropi vestiti di stracci, Robert Tressell
73. Night Watch, Terry Pratchett
74. Matilda, Roald Dahl
75. Il diario di Bridget Jones, Helen Fielding
76. Dio di Illusioni, Donna Tartt
77. La donna in bianco, Wilkie Collins
78. Ulisse, James Joyce
79. Casa Desolata, Charles Dickens
80. Double Act, Jaqueline Wilson
81. Gli Sporcelli, Roald Dahl
82. Ho un castello nel cuore, Dodie Smith
83. Buchi nel deserto, Louis Sachar
84. Gormenghast, Mervyn Peake
85. Il dio delle piccole cose, Arundhati Roy
86. Vicky Angel, Jaqueline Wilson
87. Il mondo nuovo, Aldous Huxley
88. Cold Comfort Farm, Stella Gibbons
89. Il signore della magia, Raymond E. Feist
90. Sulla Strada, Jack Kerouac
91. Il Padrino, Mario Puzo
92. Ayla – figlia della terra, Jean M. Aurel
93. Il colore della magia, Terry Pratchett
94. L’alchimista, Paulo Coelho
95. Katherine, Anya Seton
96. Caino e Abele, Jeffrey Archer
97. L’amore ai tempi del colera, Gabriel Garcia Marquez
98. Girls in Love, Jaqueline Wilson
99. The princess Diaries, Meg Cabot
100. I figli della mezzanotte, Salman Rushdie

Come ogni lista, questa è molto personale e sono sicura che ciascuno di voi ha la propria che sarà anche in completo disaccordo con questa! Nella mia, ad esempio, ci sono molti più autori italiani e francesi.

*Volpe

Coraggio!

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CORAGGIO!

Autore: Gabriele Romagnoli
Casa Editrice: Feltrinelli
Anno: 2016

.:SINOSSI:.

In principio c’era don Abbondio con il suo “Il coraggio, uno non se lo può dare”. Un grande personaggio illuminato nella sua neghittosa rinuncia a scegliere il bene. Gabriele Romagnoli percorre le strade del coraggio a partire dal senso caldo dell’esortazione che spesso abbiamo conosciuto nella vita: il coraggio che, da piccoli, ci sprona a camminare, pedalare, pattinare, quello che ci invita a non avere paura, o ad alzare la testa. Non si parla in questo libro del coraggio che fa di un uomo un guerriero armato o un cieco cercatore di morte (inferta o subita). Qui si parla del coraggio che la Francia del premio Carnegie dedicava “agli eroi della civiltà”. Fra questi “eroi”, un Antonio Sacco che nel 1936 compie il suo atto di coraggio e poi è dimenticato. Per Romagnoli, “Sacco A.” diventa un’ossessione e solo in chiusura scopriamo con lui, anzi grazie a lui, le gesta di cui fu protagonista. Ma prima di arrivare a quel giorno del 1936, Romagnoli stila un suo personale catalogo di uomini coraggiosi, come Éric Abidal, il calciatore che vince la Champions League pochi mesi dopo la diagnosi di un tumore; il capitano Rowan, incaricato di portare un messaggio al capo dei ribelli nel mezzo della giungla cubana; il senatore Ross, che col suo voto salva la presidenza degli Stati Uniti; o perfino un personaggio letterario come Stoner, e il suo no che finisce con il segnare una vita e una carriera. Romagnoli ci accompagna in questa strada dandoci del tu, ci vuole a fianco, perché tutti si possa riconoscere l’umiltà e la bellezza di un coraggio che fa della vita una vita giusta. Dopo Solo bagaglio a mano, un altro necessario esercizio di filosofia dell’esistenza.

Il coraggio ha questo potere perché non è un’idea, ma un atto. Supera la prova dei fatti. Si mostra. Viene a dirti: ecco, ci sono uomini che non si fermano, non si adeguano, sono tuoi simili. Se vuoi, puoi essere come loro.

.:IL NOSTRO GIUDIZIO:.

Questo libro è stato davvero di grande ispirazione per me. Romagnoli è un giornalista ma in questo brevissimo libro si rende autore di grande talento.
Non ha alcuna difficoltà a creare una buona trama, che ha inizio da un episodio personale, e a svilupparla tramite racconti di diversi episodi.
E’ molto bravo a creare descrizioni efficaci e capaci di stimolare l’immaginazione del lettore: a volte, durante la lettura, si ha la sensazione di essere stati presenti ad un determinato evento.
Il leitmotif di questo libro non è difficile da individuare: il titolo lo esprime  gran voce accompagnandolo ad un punto esclamativo.
Coraggio!
Una parola semplice che tutti noi usiamo quotidianamente e il cui significato dalle mille sfaccettature è analizzato per filo e per segno da questo capace giornalista. Si comincia analizzando proprio le notizie recenti riportate dal giornale: notizie che parlano di morte, sciagura e, soprattutto, di paura. Sembrano tralasciare quasi volutamente gli aspetti positivi, i piccoli esempi di coraggio che accompagnano sempre una disgrazia.
Romagnoli ci fa una carrellata di esempi di coraggio quotidiano presentandoci eroi di cui probabilmente non abbiamo mai neanche sentito parlare: ci racconta le loro vicende e ci mostra come, fino ad un secondo prima di compiere il gesto coraggioso, fossero esattamente come noi.
Il senso del romanzo? Darci speranza, credo. Farci vedere che siamo noi i primi a poter cambiare le cose, che non serve essere speciali per fare qualcosa di grande o di buono.

Io a questo brevissimo romanzo do un voto di 9/10. Mi è parso che il finale, naturalmente incentrato sulla vicenda personale dell’autore, fosse troppo affrettato. Immagino la causa sia la privacy, ma ammetto che avrei voluto conoscere di più.
E’ un libro semi-filosofico, lo consiglio a chi ama scavare nell’animo umano.

*Volpe