Poesia impossibile – La Rosa Bianca: “Uno spirito forte, un cuore tenero”

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La Rosa Bianca (=Die Weiße Rose) fu un movimento studentesco di matrice cattolica fondato da cinque studenti universitari: i fratelli Hans e Sophie Scholl, Christoph Probst, Alexander Schmorell e Willi Graf a cui si unì il docente di filosofia Kurt Huber.

Il gruppo fu attivo a Monaco di Baviera tra il 1942 e il 1943 e in un anno di attività distribuì nelle città  bavaresi ed austriache sei volantini nei quali invitava i tedeschi ad un resistenza non violenta alla dittatura hitleriana; i membri della Rosa Bianca credevano infatti che i Länder meridionali, essendo di maggioranza cattolica, fossero più ricettivi nei confronti del loro messaggio non violento.
Il sogno della Rosa Bianca era quello di assistere alla nascita di un’Europa federale fondata sui pilastri della morale cattolica, un’Europa dove non vi fosse posto per atti di ingiustizia ed intolleranza e che rifiutasse categoricamente la violenza del regime nazista.
Appellandosi a quella che definivano l’intellighenzia tedesca, la Rosa Bianca citava nei suoi volantini Lao Tzu, Aristotele, la Bibbia e Novalis e così, attraverso queste parole, diffondeva negli atenei tedeschi il suo sogno di pace.
Dopo un periodo di inattività, la Rosa Bianca distribuì, nel luglio 1942, gli ultimi due volantini e dipinse sui muri e sulla cancellata dell’università di Monaco slogan anti-nazisti. Era il chiaro segno di una più chiara e vigorosa presa di posizione contro Hitler e contro una guerra insensata che stava mandando a morte migliaia di tedeschi.
Ad ulteriore conferma di tali prese di posizione, nelle intestazioni dei volantini apparve la scritta “il movimento di resistenza in Germania”; tali provocanti parole stuzzicarono il gauleiter della Baviera , Paul Giesler, che decise, dopo aver letto i volantini del gruppo, di affrontare i “ribelli” nella loro tana.
Nelle prime settimane del febbraio 1943 il gauleiter tenne, presso l’università di Monaco, un discorso volutamente volgare e provocante nel quale esortava gli studenti a combattere anziché “perdere tempo sui libri”, e chiedeva alle studentesse di “rendersi utili […] regalando un figlio all’anno al Terzo Reich”.
In seguito all’intervento di Giesler, seguirono manifestazioni di protesta da parte degli studenti oltraggiati.
Poteva forse la Rosa Bianca rimanere muta davanti all’ennesimo scempio compiuto dai nazisti?
No, e la risposta arrivò il 18 febbraio del ’43 quando Sophie Scholl decise di affacciarsi sull’atrio dell’ateneo di Monaco per lanciare, sugli studenti sottostanti, l’ultimo volantino della Rosa Bianca.
Questa coraggiosa decisione le costò tuttavia cara in quanto un inserviente dell’università, membro zelante del partito dell’NSDAP , la riconobbe e la denunciò alla Gestapo.
Il giorno stesso i fratelli Scholl vennero arrestati insieme al loro compagno Christoph Probst.
Gli altri membri vennero subito fermati e il gruppo, assieme a tutti quelli a loro associati, venne sottoposto ad un interrogatorio da parte della Gestapo.
Fin dall’inizio gli Scholl si assunsero la piena responsabilità degli scritti sperando, invano, di scagionare i membri del gruppo ancora in libertà e di salvare la vita di molti studenti universitari che nutrivano simpatie per l’associazione; i funzionari della Gestapo che li interrogarono rimasero stupiti per il coraggio e la determinazione dei due giovani.

Il 22 febbraio 1943 i fratelli Scholl e Probst si presentarono davanti al Volksgerichtshof presieduto da Roland Freisler.
Il processo fu, come molti altri imbastiti dal giudice Freisler, un processo-farsa dalla sentenza già decisa. Durante la seduta i fratelli Scholl non cercarono in alcun modo di difendersi e rivendicarono con fermezza il loro diritto ad esprimere il loro dissenso verso un regime costruito sulla violenza, la barbara legge del più forte e l’intolleranza di motivazione religiosa.
Al termine del dibattito, durato cinque ore, gli imputati vennero ritenuti colpevoli e condannati a morte per decapitazione. Nel verbale quali motivazioni di tale sentenza venne scritto:

“Gli accusati hanno, in tempo di guerra e per mezzo di volantini, incitato al sabotaggio dello sforzo bellico e degli armamenti, e al rovesciamento dello stile di vita nazionalsocialista del nostro popolo, hanno propagandato idee disfattiste e hanno diffamato il Führer in modo assai volgare, prestando così aiuto al nemico del Reich e indebolendo la sicurezza armata della nazione. Per questi motivi essi devono essere puniti con la morte.”

Prima di morire Christoph Probst, che si era gradualmente avvicinato alla fede cattolica, chiese di vedere un sacerdote per poter ricevere il sacramento del battesimo.
Gli altri membri del gruppo, processati il 19 aprile 1943, furono ritenuti colpevoli e giustiziati nei mesi successivi.

In seguito alla caduta del regime, la Rosa Bianca divenne una rappresentazione della forma più pura di opposizione, senza interesse per il potere personale o l’autocelebrazione.
La piazza sulla quale si affaccia l’Università Ludwig-Maximilian di Monaco è stata battezzata “Geschwister-Scholl-Platz” (piazza fratelli Scholl) in onore di Hans e Sophie.

*Jo

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Sullo Scaffale: Libri per capire la Shoah

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Il giorno della memoria è un’appuntamento importantissimo, istituito il  5 novembre del 2005 dall’Assemblea generale dell’ONU, che ci invita a ragionare e soprattuto ricordare un paragrafo nero della storia del novecento: lo sterminio praticato dai regimi nazista e fascista nei confronti degli ebrei, zingari, omosessuali, disabili e oppositori politici.
Noi di Arcadia abbiamo deciso di consigliare ai nostri lettori alcuni libri di grande importanza che potrebbero aiutare i nostri lettori a dedicarsi a questo tema durante questa settimana.
Per comodità vostra, dividerò i libri in tre categoria per dare un’idea di cosa sia più adatto per ciascuna fascia d’età.

BAMBINI (Circa 8 – 13 anni):

“Un Sacchetto di Biglie” di Joseph Joffo: E’ un romanzo autobiografico in cui viene raccontata la storia di due fratelli ebrei, delle discriminazioni subite e del coraggio che li ha portati a fuggire dalla Parigi occupata dai tedeschi fino alla salvezza. Una storia di speranza e maturazione.

“Diario” di Anne Frank: Questo testo è forse uno dei più famosi su questo tema. E’ il diario stilato dalla tredicenne Anne Frank costretta a passare dalla sua quotidianità, fatta di giornate a scuola e amicizie, alla vita da clandestina, ai rischi e alla paura. Nonostante tutto, la ragazza riesce a mostrarci tutta la sua voglia di vivere rendendo il testo un’importante messaggio di speranza.

“Quando Hitler rubò il coniglio rosa” di Judith Kerr: Anna e la sua famiglia sono costretti a lasciare Berlino a causa delle loro origini ebraiche. La bambina, insieme alla casa, agli amici e alla scuola, lascia anche il suo amato coniglio rosa.
La famiglia viaggia per paesi sconosciuti, per città nuove ma, nonostante la paura non si perdono d’animo decisi a restare tutti insieme.

“La Shoah spiegata ai bambini” di Paolo Valentini e Chiara Abastanotti: Come spiegare la shoah a dei bambini? Cominciando dalle cose semplici, da esempi quotidiani e perfettamente comprensibili. In un paese in cui sembra andare tutto bene, è sconvolgente l’arrivo del “generale coi baffi” che comincia a imporre leggi crudeli e restrittive. Ottimo strumento per cominciare a parlare ai bambini di questo spinoso ma importantissimo argomento.

RAGAZZI (circa 14 anni in su): 

“Un bambino piange ancora” di Ursula Rütter Barzaghi: Storia autobiografica basata sulle esperienze dell’autrice il cui padre, violento e dedito al bere, divenne filo-nazista per poi sparire sul fronte russo lasciando di sé un pessimo ricordo. Questo romanzo tratta di ciò che è stato per molti tedeschi il dopoguerra: il risveglio da un incubo, in un paese completamente devastato e da ricostruire, in cui ci si sente il male del secolo e bisogna rimettersi in piedi.

“Il senso del silenzio. La Shoah raccontata ai giovani.” di Elisa Springer: Se ricordare lo sterminio e gli orrori del nazismo e del fascismo è ormai all’ordine del giorno, meno consueto e soffermarsi a pensare e a notare le ingiustizie che sono intorno a noi all’ordine del giorno. Attraverso il suo racconto di ebrea perseguitata, la Springer ci invita ad avere il coraggio di opporci ad ogni tipo di orrore ed ingiustizia, sia quelle già avvenute sia quelle che avverranno e avvengono.

“La notte” di Elie Wiesel: Cosa accade all’anima di un bambino quando scopre l’esistenza del male assoluto? Questo romanzo ci racconta di uno strazio profondo e ci porta le pene di un bambino del popolo eletto che sente dentro di sé la morte di Dio data dalle persecuzioni e dal dolore.

“L’amico ritrovato” di Fred Uhlman: Due amici vengono improvvisamente separati. L’uno è figlio di un medico ebreo mentre l’altro è un rampollo dell’aristocrazia tedesca. Sono le nuove leggi istituite dal Fuhrer a costringerli a perdersi di vista completamente, e poi a ritrovarsi in modo tragico ma estremamente significativo.

ADULTI:

“Una luce quando è ancora notte” di Valentine Goby: Mila è una giovane apparente alla resistenza francese e con 400 compagne viene deportata a Ravensbruck. Non conosce niente del campo, né le parole né ciò che l’attende, ma lo scoprire che in quel paesaggio di morte è presente una camera per i neonati le dà la forza di continuare a sperare, per se stessa e per il bimbo che porta in grembo.

“Il silenzio di Abram. Mio padre dopo Auschwitz.” di Marcello Kalowski: Un figlio racconta la commovente esperienza del padre e costruisce tra le sua angosce, gli orrori e il male un ponte per parlare con noi e raccontarci ciò che è sempre difficile capire e immaginare.
Un romanzo biografico che racconta cosa sia il coraggio e dà il giusto spessore alle esperienze di un padre e di milioni di persone.

“Il sacrificio di Eva Izsak” di Januaria Piromallo: E’ la storia vera di un’ebrea ungherese costretta al suicidio da una persona  di fiducia e da cui aveva trovato rifugio insieme ad altre persone perseguitate come lei per via delle loro origini semitiche. Lodevole è il lavoro biografico fatto dall’autrice per ricostruire la vicenda di questa protagonista altrimenti sconosciuta.

“Il bambino di Auschwitz” di Suzy Zail: Ispirato ad una storia vera. Ad un bambino, Alexander, viene dato il compito di domare il nuovo cavallo del comandante.
Il pensiero, la speranza, di guadagnarsi il rispetto dei carcerieri gli danno l’idea di sopravvivere, ma sa anche che se dovesse fallire sarà la fine.

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Poesia impossibile – Paul Celan: poesia che interroga il cielo.

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Il poeta ebreo Paul Antschel, in arte Paul Celan, nacque nel 1920 nell’allora cittadina rumena di Czernowitz in una famiglia ebrea ortodossa. Malgrado la miscellanea di idiomi parlati nella regione di Czernowitz, la Bucovina, all’interno della comunità a cui Celan apparteneva si parlava tedesco, lingua in cui il poeta comporrà tutte le sue poesie e i suoi scritti. Le vicende della città di Celan sono complesse e si allacciano con quelle personali del poeta. In seguito alla prima guerra mondiale la Bucovina passò dalla dominazione austriaca a quella rumena per poi essere divisa, nel 1947, tra la Romania a l’Unione Sovietica. Nel 1941 le truppe naziste invasero ed occuparono la Bucovina. Grazie ad una fuga rocambolesca Celan riescì a lasciare Czernowitz e a scampare agli orrori della persecuzione antisemita, mentre una sorte meno fortunata spettò ai suoi genitori che persero la vita nei lager nazisti.
Anche se l’ombra della morte e della distruzione aveva solo accarezzato la sua vita ( solo i genitori morirono durante la prigionia nel campo di concentramento, mentre il fu internato in un Arbeitslager nel 1942 da cui fu liberato due anni più tardi dai russi), gli orrori e la ferocia con cui i nazisti avevano portato avanti il loro progetto di morte avevano lasciato un solco indelebile nell’anima del poeta, il quale si porterà il peso di questa tragedia fino alla fine.

Altra costante della vita di Celan è il viaggio. Al termine della seconda guerra mondiale egli tornò in patria dove rimase fino al 1947, anno in cui si trasferì a Vienna, per poi raggiungere Parigi  nel 1948, dove rimarrà fino alla morte nel 1970.
Nella capitale francese il poeta ricopre la carica di lettore di lingua e letteratura tedesca presso l’École Normale Supérieure, incarico che conserverà fino alla fine dei suoi giorni. Di grande aiuto per il poeta fu l’amicizia con la poetessa Nelly Sachs con cui tenne una fitta corrispondenza in cui affrontava i traumi della sua infanzia e approfondiva la tematica della fede.
Alla fine però il peso e la convivenza con la colpa di essere sopravvissuto alla Shoah divennero un fardello troppo pesante per Celan che, nel 1970, si suicidò annegando nella Senna.

La sua poetica è un intreccio di contraddizioni: l’eros e la morte si rincorrono in una lotta in cui una cerca di non soccombere all’altro, la ricerca di un senso si scontra con la tragedia della storia che si declina nella ricerca di una risposta ad una Grundfrage, le esperienze individuali si intessono con quelle collettive, la terra e il cielo sembrano poste una dirimpetto all’altro in una preghiera disperata.

Dio è un altro Leitmotiv della lirica di Celan. La poesia è una domanda rivolta verso il cielo, una richiesta che sale dal tempo e dalla storia verso l’Eterno a cui vengono chieste spiegazioni per le vicende storiche che hanno segnato l’esistenza del poeta. Le continue richieste che Celan rivolge fanno di lui un nuovo Giobbe, un uomo provato dalla sofferenza che grida al cielo e in cui ‘l’io’ delle liriche si rivolge a un ‘tu’ trascendente imprecando ed esigendo ragioni e risposte. Celan non ripudia il pensiero di Dio, ma lo ricerca senza tuttavia riuscire a scorgere nella storia sua e dell’Europa le sue tracce.

Come ultimo tentativo per riallacciare i rapporti con il Padre, Paul Celan compì nel 1970 un pellegrinaggio in Terra Santa, un viaggio rilevante non solo dal punto di vista poetico ma anche da quello simbolico. Questo viaggio verso la culla della religione e della civiltà ebraica e cristiana riaccende nel cuore del poeta il senso di nostalgia e di bisogno di Dio al punto che, in una lettera ad amici residenti a Gerusalemme, ricordando con rammarico le strade della Città Santa  egli scrive: “Io bisogno di Gerusalemme”.

La poesia che abbiamo scelto è Fuga di morte (trad. Todesfuge) dalla raccolta Papavero e memoria (Mohn und Gedächtnis)del 1947: una lirica composta poco dopo la fine della guerra  che è non solo una delle più celebri poesie di Celan, ma l’emblema della produzione poetica legata alla Shoah.

Nero latte dell’alba lo beviamo la sera
lo beviamo al meriggio, al mattino, lo beviamo la notte
beviamo e beviamo
scaviamo una tomba nell’aria lì non si sta stretti

Nella casa c’è un uomo che gioca coi serpenti che scrive
che scrive in Germania la sera i tuoi capelli d’oro Margarete
lo scrive e va sulla soglia e brillano stelle e richiama i suoi mastini
e richiama i suoi ebrei uscite scavate una tomba nella terra
e comanda i suoi ebrei suonate che ora si balla

Nero latte dell’alba ti beviamo la notte
ti beviamo al mattino, al meriggio ti beviamo la sera
beviamo e beviamo
Nella casa c’è un uomo che gioca coi serpenti che scrive
che scrive in Germania la sera i tuoi capelli d’oro Margarete
i tuoi capelli di cenere Sulamith scaviamo una tomba nell’aria lì non si sta stretti

Egli urla forza voialtri dateci dentro scavate e voialtri cantate e suonate
egli estrae il ferro dalla cinghia lo agita i suoi occhi sono azzurri
vangate più a fondo voialtri e voialtri suonate che ancora si balli

Nero latte dell’alba ti beviamo la notte
ti beviamo al meriggio e al mattino ti beviamo la sera
beviamo e beviamo
nella casa c’è un uomo i tuoi capelli d’oro Margarete
i tuoi capelli di cenere Sulamith egli gioca coi serpenti
egli urla suonate la morte suonate più dolce la morte è un maestro tedesco
egli urla violini suonate più tetri e poi salirete come fumo nell’aria
e poi avrete una tomba nelle nubi lì non si sta stretti.

Nero latte dell’alba ti beviamo la notte
ti beviamo al meriggio la morte è un maestro tedesco
ti beviamo la sera e al mattino beviamo e beviamo
la morte è un maestro tedesco il suo occhio è azzurro
egli ti centra col piombo ti centra con mira perfetta
nella casa c’è un uomo i tuoi capelli d’oro Margarete
egli aizza i suoi mastini su di noi ci dona una tomba nell’aria
egli gioca coi serpenti e sogna la morte è un maestro tedesco

I tuoi capelli d’oro Margarete
i tuoi capelli di cenere Sulamith

Todesfuge, inizialmente intitolata Todestango, è un grido impregnato di sofferenza e orrore che denuncia con un linguaggio ricco di simboli i crimini del regime nazista e le riprovevoli condizioni degli internati nei campi di concentramento.

Celan sceglie con cura le parole, gli aggettivi e gli avverbi donando al lettore un affresco in cui le immagini, nitide ed incisive, si susseguono seguendo idealmente la struttura e il ritmo della doppia fuga.
Le anafore che introducono le strofe e i versi imprimono nella mente di chi si avvicina al testo istantanee propedeutiche per comprendere l’orrore, la crudeltà e la routine sfibrante ed umiliante a cui i detenuti erano obbligati.
La lirica si apre con un ossimoro che disarma e disorienta: il ‘Nero latte’ distrugge l’iconografia biblica che vede nel latte un simbolo di benessere e purezza consegnandoci un’immagine tetra che sottolinea le atrocità del campo e gli stenti a cui venivano condannati i prigionieri, primo fra tutti la fame.
L’immagine del ‘nero latte’ viene reiterata dal poeta fino alla nausea e, insieme alla ripetizione strategica di verbi e avverbi, batte il tempo della poesia come a voler ricreare il ritmo monotono con cui procedeva la vita nei lager.
Come in uno spaccato della vita del campo vediamo le condizioni degli internati e dei loro carcerieri.
La musica accompagna nuovamente la descrizione e, come gli ebrei di allora, siamo costretti ad ascoltare ancora ed ancora la fuga di Celan, mentre impietose ci scorrono davanti agli occhi le immagini delle fosse nelle nuvole, i capelli di cenere di Sulamith e l’occhio azzurro del soldato che pensa alla sua donna in Germania.
L’uomo che “gioca coi serpenti” è una SS che scrive lettere a Margarete, la donna dai capelli d’oro emblema della razza ariana, e intanto serve scrupolosamente e fedelmente il nuovo maestro della Germania: la morte; il suo occhio azzurro guarda agli Ebrei intimando loro di scavare le loro tombe nell’aria, unico dono che mai riceveranno, mentre ad altri viene ordinato di suonare, cantare e ballare dolci musiche in onore della morte.
Timidamente, nascosta all’ombra di Margarete, si intravede la taciturna Sulamith con i suoi capelli di cenere e ridotti in cenere, immagine delicata che, insieme alle tombe nell’aria, ci suggerisce l’unico modo in cui si poteva uscire dal campo.
Celan pone dirimpetto le due donne emblema della bellezza e della femminilità per la cultura tedesca ed ebraica: Margarete è la donna tedesca dai bellissimi capelli color dell’oro che viene indicata da Goethe come “l’eterno femminino”[1], mentre Sulamith è la fanciulla la cui bellezza e grazia vengono cantate nel Cantico di Salomone[2], o Cantico dei Cantici.

*Jo

(dopo l’immagine trovate il link alla seconda parte dell’approfondimento)

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[1] L’eterno femminino: cfr J.W.Ghoete, Faust, trad. it. cura di G.V. Amoretti, vol. II, Feltrinelli, Milano 1996, p. 667

[2]Cantico di Salomone (7,1-10): 1Vòltati, vòltati, Sulammita,vòltati, vòltati: vogliamo ammirarti./Che cosa volete ammirare nella Sulammita durante la danza a due cori?/2Come sono belli i tuoi piedi nei sandali, figlia di principe! Le curve dei tuoi fianchi sono come monili, opera di mani d’artista./3Il tuo ombelico è una coppa rotonda che non manca mai di vino aromatico. Il tuo ventre è un covone di grano, circondato da gigli. /4I tuoi seni sono come due cerbiatti, gemelli di una gazzella. /5Il tuo collo come una torre d’avorio, i tuoi occhi come le piscine di Chesbon presso la porta di Bat-Rabbìm, il tuo naso come la torre del Libano che guarda verso Damasco./6Il tuo capo si erge su di te come il Carmelo e la chioma del tuo capo è come porpora; un re è tutto preso dalle tue trecce. /7Quanto sei bella e quanto sei graziosa,o amore, piena di delizie!/8La tua statura è slanciata come una palma e i tuoi seni sembrano grappoli./9Ho detto: «Salirò sulla palma,coglierò i grappoli di datteri». Siano per me i tuoi seni come grappoli d’uva e il tuo respiro come profumo di mele./10Il tuo palato è come vino squisito,che scorre morbidamente verso di me e fluisce sulle labbra e sui denti!

Poesia impossibile – Nelly Sachs: scrivere per ricordare

Poesia impossibile – Nelly Sachs: scrivere per ricordare

16395872_1258489230899916_1853153279_nNelly Sachs (Berlino, 1891 – Stoccolma, 1970) è una delle voci poetiche che, confutando il principio di Adorno (secondo il quale non può esistere poesia dopo la tragedia della Shoah), dimostrò come comporre poesie dopo Auschwitz non fosse un atto barbarico bensì una maniera di ricongiungersi alle vittime per mezzo della lirica. Sachs ha dedicato tutta la sua vita alla stesura di raccolte che affrontassero il tema della Shoah e, pur non avendo vissuto in prima persona l’oppressione nazista, è stata insignita nel 1966 del Premio Nobel per la letteratura. Le furono riconosciuti altissimi meriti riguardanti “her outstanding lyrical and dramatic writing which interprets Israel’s destiny with touching strength”[1].
La poetessa è infatti considerata la portavoce del grande dolore del popolo ebraico, poiché ne ripercorre le tragiche vicende creando analogie tra le immagini bibliche e la storia contemporanea.

Evidente è l’influenza della Torah e della mistica ebraica, tanto che le sue opere sembrano assumere nel complesso la forma di una Kaddish, ovvero una preghiera recitata in ricordo dei morti che è espressione dell’accettazione del giudizio e della giustizia divina e un’invocazione a concedere la pace su Israele. Questo lamento funebre presenta vere e proprie iscrizioni tombali nell’aria (Grabschriften in die Luft geschrieben, ciclo di poesie del 1944) aventi per destinatario il popolo ebraico o un tu indefinito: Sachs pensa alle vittime che non sono state sepolte ma che sono passate “attraverso il camino”, e le cui ceneri sono dunque disperse nell’aria. Si viene così a formare un paesaggio fatto di grida, il quale riflette la paura della poetessa che il dramma della Shoah possa essere dimenticato dall’umanità. Le sue liriche servono dunque a dar voce a chi è stato ridotto al silenzio dal regime, donando loro la possibilità di sopravvivere per sempre attraverso il ricordo. Viene fondata una nuova teologia basata sulla memoria, scritta immedesimandosi nel dolore delle vittime e attraverso la quale si cerca di superare il trauma della Shoah e il senso di colpa per essere scampati alla morte nei lager. L’immagine di Dio oscilla nel paradosso tra il rifiuto del mondo religioso e una Sehnsucht verso lo stesso, così come si può rintracciare una tensione fra un’immagine di Dio lontano, che rimane nascosto e sconosciuto nella sua trascendenza, e un Dio compassionevole e vicino ai suoi figli.

Il tradizionale linguaggio religioso e metaforico viene rivisto e riadattato, in quanto non in grado di raccontare in maniera adeguata le atrocità della Shoah. Lo stile salmodico e profetico, caratterizzato da ripetizioni parallele di concetti e parole, riprende, varia e rafforza il tema della sofferenza, della persecuzione, dell’esilio e della morte del suo popolo. Alcuni critici ritengono tuttavia che questa dipendenza dal linguaggio tipico dell’Antico Testamento impedisca a Sachs di conferire ulteriore linfa ai reiterati temi e motivi, accusandola di “limitarsi alla ripetizione di parole-chiave o una parola-definizione all’inizio di una talora assai lunga strofa e poi anche all’interno di esse”[2] . Ciò nonostante si è costretti ad ammettere che la sua poesia finisce per imporsi grazie al suo tono lento e misurato, originando una meditazione dolorosa e profonda sul mondo Post – Auschwitz.

La poesia che abbiamo scelto per rappresentare questa autrice è Der Chor der Geretteten ( trad.Il coro dei superstiti) ( 1961) Il Coro dei superstiti contenuta nella raccolta Al di là della polvere (trad. Fahrt ins Staublose) (1961), è un amara riflessione sull’impossibilità di chi è sopravvissuto alla Shoah di condurre un’esistenza libera dai traumi inferti dai nazisti al popolo ebraico.

Noi superstiti
dalle nostre ossa la morte ha già intagliato i suoi flauti,
sui nostri tendini ha già passato il suo archetto –
I nostri corpi ancora si lamentano
col loro canto mozzato.
Noi superstiti
davanti a noi, nell’aria azzurra,
pendono ancora i lacci attorti per i nostri colli –
le clessidre si riempiono ancora con il nostro sangue.
Noi superstiti,
ancora divorati dai vermi dell’angoscia –
la nostra stella è sepolta nella polvere.
Noi superstiti
vi preghiamo:
mostrateci lentamente il vostro sole.
Guidateci piano di stella in stella.
Fateci di nuovo imparare la vita.
Altrimenti il canto di un uccello,
il secchio che si colma alla fontana
potrebbero far prorompere il dolore
a stento sigillato
e farci schiumare via –
Vi preghiamo:
non mostrateci ancora un cane che morde
potrebbe darsi, potrebbe darsi
che ci disfiamo in polvere
davanti ai vostri occhi.
Ma cosa tiene unita la nostra trama?
Noi, ormai senza respiro,
la nostra anima è volata a lui dalla mezzanotte
molto prima che il nostro corpo si salvasse
nell’arca dell’istante –
Noi superstiti,
stringiamo la vostra mano,
riconosciamo i vostri occhi –
ma solo l’addio ci tiene ancora uniti,
l’addio nella polvere
ci tiene uniti a voi.

Si tratta di un’unica strofa libera di 37 versi, cioè non regolata da schema metrico, ritmico o rimico, in cui le frasi sono corte e ricche di punteggiatura per consentire una lettura lenta e meditata; tale scelta viene giustificata dalla convinzione che dopo l’Olocausto la parola e l’esperienza non possano essere trasmesse avvalendosi delle tradizionali convenzioni linguistiche (e poetiche), ma che sia necessario fondare un nuovo metodo comunicativo.

Partendo dal titolo è possibile notare un riferimento alle tragedie teatrali greche, in quanto il termine ‘coro’ rimanda a quell’elemento fondamentale che aveva il compito di ricapitolare e commentare gli eventi della tragedia. Al verso 1 la locuzione “noi superstiti” (che si ritrova anche ai versi 6, 10, 13 e 32) serve alla Sachs per porre distanza tra la condizione delle vittime a quella dei sopravvissuti; tuttavia si tratta di un’opposizione apparente in quanto entrambi sono accomunati da un marchio incancellabile: il dolore che grava su vittime e sopravvissuti dalla repressione nazista.

Nei primi cinque versi è possibile rintracciare la “danza macabra”, un motivo iconografico medievale in cui degli scheletri richiamano alle danze con i loro strumenti musicali uomini di diverse condizioni sociali. In questa lirica la morte intaglia flauti dalle ossa dei superstiti e passa l’archetto del violino sopra i loro tendini: essa assume il ruolo di musicista, mentre i superstiti diventano personificazione degli strumenti da suonare (correlazione tra i tendini e le corde del violino e le ossa e i flauti).

Al verso 4 è presente un neologismo: nachklagen è una parola coniata appositamente per la poesia combinando i termini nachklingen (trad. risuonare, echeggiare, si intende come farebbe un violino dopo che si è passato l’archetto sulle corde) e klagen (trad. lamentarsi). Nachklingen si riferisce ai corpi dei sopravvissuti i quali “risuonano lamentosamente” con la loro musica mutilata (vv. 4-5), una metonimia che riporta l’immagine della musica che la morte ha suonato con i superstiti mutilandoli come descritto precedentemente. I successivi quattro versi (vv. 6-10) presentano due immagini brutali : dei cappi che sventolano vuoti nel cielo ai quali dovevano essere appesi i superstiti e clessidre riempite del loro sangue.
Sachs dipinge poi la condizione tipica del sopravvissuto: l’estrema difficoltà di continuare a vivere sopportando il peso che molti altri non ce l’hanno fatta, diventando poco a poco morti anch’essi (v. 10: “divorati dai vermi dell’angoscia”). Al verso 12 “la nostra stella” è la stella di Davide, la quale giace sepolta nella polvere dei corpi bruciati nei capi di sterminio. In realtà la parola tedesca Gestirn significa propriamente costellazione, con chiari rimandi astrologici alla correlazione tra costellazione e fato; di conseguenza questo verso potrebbe avere la funzione di memento mori, poiché implica  che anche il destino dei superstiti è morire. Da notare che altri elementi astronomici (il sole e le stelle) si ripetono successivamente ai versi 15 e 16.
Inizia poi la preghiera alle vittime dell’Olocausto (vv. 13-26) di insegnare ai superstiti a vivere ancora. I sopravvissuti ebbero un’esperienza ravvicinata con la morte, e il ricordo dei morti rende loro difficile apprezzare la vita stessa. Semplici esperienze della vita di tutti i giorni (udire il canto di un uccello, riempire un secchio alla fontana) potrebbero spezzare il loro fragile equilibrio e farli “schiumare via” così come tutto ciò che richiama alla memoria l’esperienza nei lager (v. 23: “cane che morde”, riferimento ai cane di guardia nei campi di concentramento che venivano sistematicamente rilasciati per dare la caccia agli internati) potrebbe letteralmente disintegrarli in polvere. La ferita è talmente profonda  che se il dolore non è ben sigillato, può scoppiare a causa di cose quotidiane e insospettabili.
Negli ultimi dieci versi (vv. 27-37) la scrittrice chiarifica di che materiali siano fatti i sopravvissuti, se a un minimo input rischiano di “tornare alla polvere”. Aperta da una domanda retorica riguardante la natura dell’uomo, l’indagine verte sulla lacerazione tra corpo e spirito: immedesimandosi nella voce dei superstiti, i quali sono rimasti “senza respiro”anche se il corpo si trova fisicamente ancora sulla Terra, Sachs constata che  la nostra animaè volata a Dio “a Mezzanotte” (metafora del buio e dell’oscurità a cui è stata relegata l’umanità durante il nazismo) per mezzo di un’Arca dell’istante. Due parole sono legate in questo passaggio alla sfera religiosa, Arca (quella costruita da Noè secondo le indicazioni di Dio per salvarsi dal diluvio universale e l’Arca dell’alleanza, simbolo della presenza di Yahweh tra il suo popolo) e respiro (Dio soffia l’alito di vita su Adamo). Quando si verifica la separazione dell’anima dal corpo avviene la morte della persona, ma non per  i superstiti i quali continuano a vivere unitamente alle vittime; l’incapacità di dimenticare le vittime “uccide” in parte quelli che vivono e permette agli uccisi di vivere, quantomeno nella memoria.

*Jo

(dopo l’immagine trovate il link alla prima parte dell’approfondimento)

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[1] Trad:la sua radicale e drammatica scrittura lirica, che interpreta il destino di Israele con forza toccante.

[2] cfr. L.Mittner, Storia della letteratura tedesca. Dal realismo alla sperimentazione (1820-1970) Dal fine secolo alla sperimentazione (1890-1970) Tomo terzo, Piccola Biblioteca Einaudi, Torino, 1971, pg. 1634

Poesia impossibile – La poesia di Auschwitz

Poesia impossibile – La poesia di Auschwitz

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Scrivere dell’Olocausto è un compito difficile: chi vuole parlare della vita nei campi di concentramento, della soluzione finale o dei milioni di vittime della follia nazista deve necessariamente rendersi conto di avventurarsi su un terreno minato. Per riferirsi al genocidio degli Ebrei durante la seconda guerra mondiale si utilizzano due espressioni i cui significati presentano però diverse sfumature. Il vocabolo Olocausto risale al greco antico olokaustos (trad. arso tutto intero) e designa un sacrificio religioso in cui l’oggetto sacrificale viene completamente bruciato; Shoah deriva invece dall’ebraico Hashoah (trad. catastrofe o distruzione), forse più adeguato ad indicare lo sterminio del popolo ebraico. Alcuni ritengono infatti che la parola Olocausto possa suonare in questo contesto inappropriata, in quanto si trova offensivo paragonare l’uccisione di milioni di ebrei a un’ offerta a Dio. La tendenza più diffusa è tuttavia quella di utilizzare i due termini in maniera interscambiabile e così sarà fatto anche in questa trattazione.

Come accennato, affrontare il tema dell’Olocausto è complicato: da esso dipendono limitazioni estetiche e soprattutto morali ben precise, la cui trasgressione è da giustificare nel contesto del racconto, nella volontà ultima dello scrittore o nella natura stessa del testo.

Per quanto riguarda la forma, si sottolinea la problematicità di alcuni artifici retorici come l’ironia, aventi per base e scopo il comico e il riso: parlare della Shoah significa misurarsi con la tragedia più grande della storia dell’umanità, un giudizio basato su considerazioni riguardanti non solo il numero delle vittime, ma anche il carattere della strage (una pianificazione organizzata e sistematica per eliminare chi minacciava la purezza della razza ariana); di conseguenza l’utilizzo di tali figure retoriche è molto ridotto. Sono anche evidenti restrizioni lessicali: termini come “felicità”, “bello” o “ottimismo” sono generalmente evitati, considerando il dolore e la sofferenza generati. La finzione narrativa stessa è inoltre uno strumento da usare con cautela, in quanto può suscitare dibattiti più o meno aspri: esemplare è il caso di Frantumi: Un’infanzia 1939-1948,  finto romanzo autobiografico di Binjamin Wilkomirski che descrive la sua (presunta) esperienza nel campo di concentramento di Auschwitz. Lo scrittore fu smascherato nel 1998 dal giornalista Daniel Ganzfried con un articolo pubblicato sul settimanale Die Weltwoche: il giornalista provò che Frantumi era semplicemente un collage di esperienze di vari sopravvissuti sapientemente cuciti insieme da Wilkomirski (pseudonimo di Bruno Dösseker), che quindi non aveva effettivamente vissuto l’esperienza della Shoah. Ganzfried scrive: “Binjamin Wilkomirski  alias Bruno Dösseker kennt Auschwitz und Madjanek nur als Tourist[1]”. Lo scalpore negli ambienti letterari europei fu grande e le discussioni vertevano principalmente su due questioni: essendo l’Olocausto una ferita ancora aperta, come si era osato spacciare per vere delle vicende inventate? E in secondo luogo come ci si è potuto arrogare il diritto di mettere in dubbio testimonianze sulla Shoah? Queste domande si legano chiaramente alla questione della commemorazione delle vittime: tra vent’anni non si avrà più l’occasione di ascoltare le testimonianze dirette di chi in quei campi ha vissuto, non ci saranno più i sopravvissuti, e allora come si potrà rendere giustizia alla loro memoria? Mantenere accesa la fiamma del ricordo è possibile attraverso i media (interviste televisive a chi ha tatuate le sofferenze e i dolori della vita nei lager; conferenze e dibattiti tra vecchia e nuova generazione; promozione di eventi commemorativi; filmati che documentino quanto accadeva in quei luoghi di morte); attraverso la creazione di luoghi della memoria (non distruggendo i lager in cui si è consumata la tragedia, ma ergendoli a monito per l’umanità di non commettere più simili atrocità; costruendo monumenti in ricordo delle vittime come il Mahnmal für die ermordeten Juden Europas a Berlino); ma soprattutto attraverso la scrittura, in quanto raccontare significa ricordare, dare alle storie una dimensione di realtà: se non venissero tramandate, sarebbe come se non fossero mai accadute. Su questo principio si muove l’urgenza di alcuni scrittori di svelare al mondo il dramma della Shoah: Primo Levi ad esempio, incalzato da tale necessità, si dedicò febbrilmente alla stesura di numerosi romanzi concernenti la sua esperienza ad Auschwitz; egli era consapevole che per prevenire il ripetersi di simili genocidi ci si doveva impegnare a ricordare, raccontare e far conoscere la verità al mondo. Come scrive nel romanzo Se questo è un uomo (1947), “il bisogno di raccontare agli ‘altri’, di fare gli ‘altri’ partecipi aveva assunto fra noi, prima della liberazione e dopo, il carattere di un impulso immediato e violento, tanto da rivaleggiare con gli altri bisogni elementari: il libro è stato scritto per soddisfare a questo bisogno, in primo luogo quindi a scopo di liberazione interiore”[2]. Ma fino a che punto ci si può spingere? È accettabile scrivere dell’Olocausto sulla base del semplice sentito dire, senza avere avuto esperienza diretta, e venderla come verità? Un riflesso della realtà basta a colmare l’esigenza di sapere e di ricordare? Non sempre, non per tutti.

Per quanto riguarda la questione morale, ogni testo sull’Olocausto suscita profonde diatribe, alcune delle quali già menzionate precedentemente. Di particolare interesse è il dilemma se sia giusto o meno produrre cultura dopo la Shoah, in quanto la ferocia nazista sembrava avere spazzato via ogni fede nell’umanità. Th.W. Adorno sostiene che “nach Auschwitz ein Gedicht zu schreiben, ist barbarisch, und das frisst auch die Erkenntnis an, die ausspricht, warum es unmoeglich war, heute Gedichte zu schreiben[3]. Secondo il filosofo tedesco Auschwitz è inconfutabilmente la prova del fallimento della cultura: nonostante la Germania fosse la patria della filosofia, delle scienze illuministiche, dell’arte, fu anche culla del nazismo e del conseguente genocidio. Di conseguenza “tutta la cultura dopo Auschwitz, compresa la critica urgente ad essa, è spazzatura”[4]. La dichiarazione di Adorno provocò reazioni infuocate: in molti (tra cui Hans Magnus Enzensberger, Nelly Sachs, Paul Celan, Heinrich Böll) hanno messo in risalto quanto sia invece importante la poesia come monito per le nuove generazioni. Una tale asserzione non può che essere confutata: senza le opere dei sopravvissuti non saremmo a conoscenza dei dettagli riguardanti la vita nei campi, le procedure di sterminio e le relazioni che si creavano trai deportati. Impedire la stesura e la creazione di una nuova cultura della memoria, sarebbe stato come voltare le spalle ai milioni di morti ingiustamente, dare un ulteriore schiaffo alla loro dignità, infangarne il ricordo e rendersi complici dei crimini nazisti. Non è possibile relegare una simile tragedia nel passato, bisogna fare i conti con essa ogni giorno, anche nel presente. In altre occasioni Adorno ha trattato questo cruciale argomento della scrittura del dopoguerra, sostenendo che “il dire che dopo Auschwitz non si possono più scrivere poesie non ha validità assoluta, è però certo che dopo Auschwitz […] non ci si può neppure immaginare un’arte serena”[5]. Queste parole sono un’integrazione a quanto affermato dal filosofo tedesco precedentemente circa la possibilità della poesia dopo Auschwitz: egli voleva risvegliare le coscienze assopite dei suoi concittadini e invitarli a rielaborare il dramma della Shoah attraverso la scrittura e fondare  nuove e più convincenti forme estetiche. La parola è uno strumento di testimonianza fondamentale, in quanto permette alla memoria di essere tramandata alle nuove generazioni.
In molti hanno intrapreso questo cammino del ricordo, sviluppando il tema dell’Olocausto attraverso vari generi letterari quali romanzo e racconto autobiografico o storico, dramma teatrale e poesia.

In questa giornata dedicata alla memoria, vogliamo proporre un modo diverso per commemorare e ricordare. Una via che, attraverso la parola e la rima, ci racconta il dramma della Shoah attraverso la poesia di chi ha vissuto sulla propria pelle l’orrore della follia nazista.
Nelly Sachs e Paul Celan saranno le nostre guide e i loro testi ci costringeranno a confrontarci con questa pagina nera della storia europea, a riflettere sulle Shoah contemporanee e, infine, ci chiederà di rispondere ad una domanda: può la poesia curare le ferite degli uomini?

*Jo

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[1]Trad: “Binjamin Wilkomirski alias Bruno Dösseker conosce Auschwitz e Madjanek solo come turista.”

[2] cfr. P. Levi, Se questo è un uomo, Einaudi, Torino, 1947, pagg. 7-8.

[3]Trad: “Scrivere una poesia dopo Auschwitz è una barbarie, e intacca anche la conoscenza che riguarda il perché oggi è impossibile fare poesia”.

[4] cfr. Th. W. Adorno, Dialettica negativa, Einaudi, Torino, 1975, pagg. 330-331.

[5] crf. Th. W. Adorno, Note per la letteratura 1961-1968, trad it. di E. de Angelis, A. Frioli. Einaudi, Torino 1979, p.277.