L’uomo nero

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Se continui così sarò costretta a chiamare l’uomo nero! – Una minaccia, un gioco. Parole dette al solo scopo di mettere paura in un bambino capriccioso.
– E chiamalo! – Una risposta innocente dettata dalla voglia di disobbedire, dalla voglia di giocare.
– Va bene! Che venga a prenderti stanotte!
Le parole fatali, perché l’uomo nero, acquattato tra le ombre che la luce naturalmente produce, sentì.
Era notte fonda quando lui e i suoi amici dagli occhi bianchi e luminosi arrivarono.
Entrarono tutti dalla finestra chiusa, strisciando come ombre nella notte.
La resero ancora più scura con la loro fredda presenza e la promessa di morte.
Erano incorporei, eppure solidi con i loro macabri e lunghi artigli che gremiscono tutto ciò che è circondato dal buio.
Ero ancora sveglia quando entrarono, per tutto la sera mi ero detta che li volevo vedere, ma me ne pentii all’istante quanto la luce da notte proiettò le loro figure longilinee e cupe sulla parete della stanza.
Sembravano camminare, ma i loro passi non facevano alcun rumore sembravano parlare, ma le loro voci erano senza suono.
Mi videro e i loro sorrisi bianchi illuminarono la notte rivelando denti aguzzi. Si avvicinarono a me e mi si fermò il cuore, avrei voluto urlare ma ero paralizzata a letto. Qualcuno, più tardi, mi avrebbe detto che ero solo stata vittima di una paralisi del sonno come tante altre persone.
Che sciocchi.
Mi graffiarono il volto, ero certa volessero mangiarmi la faccia, glielo leggevo addosso, sapevo che volevano partire dagli occhi.
Immagino sia stato per questo che andarono avanti a strisciare verso il letto di mio fratello lasciandomi in pace.
Del resto li avevo chiamati io.
Chiusero di nuovo le loro macabre bocche intrise di sangue fino a quando non giunsero al letto del mio fratellino.
Lì, aprirono tutti insieme gli occhi e sembrarono farsi solidi, non più ombre riflesse sulla parete ma vere nere figure, solide all’ombra della notte, costruite di quella stessa oscurità.
– Svegliati, bimbo mio… – sussurrò l’uomo nero con la voce della mamma.
– E’ ora di alzarsi. – Aggiunse un altro con quella di papà mentre con i suoi lunghi artigli gli dava carezze come facevano i nostri genitori: sulla testa, tra i capelli, sulle guance e sul naso appuntito.
Mio fratello borbottò desideroso di dormire ancora afferrando la mano dell’ombra e stringendola, portandosela alle labbra e succhiandone il dito come se fosse suo.
– Dai, non fare così. – Disse impaziente la voce di mamma mentre lo scrollava con dolcezza. – Ti faccio la colazione buona: ti faccio i pancake.
La promessa servì: ancora non aveva finito di pronunciare quelle parole che mio fratello aprì gli occhi e incontrò quelli bianchi e vuoti dell’ombra.
La sua bocca si spalancò in un urlo muto mentre la voce gli veniva risucchiata dall’uomo nero che la mangiava boccone per boccone, sillaba per sillaba quel pianto svuotandolo di ogni vita fino a rendere mio fratello un’ombra dagli occhi bianchi e vuoti.
Un’ombra che mi guardò.
Mi persi in quegli occhi, in quegli artigli che mi strinsero e mi strapparono tutti i capelli con la cattiveria che solo il buio può avere.
Gridai anche io e il mio urlo lacerò la notte facendo fuggire gli uomini neri e mio fratello.
Mamma e papà non lo trovarono nel letto la mattina dopo.
Mia madre urlò vedendo i miei lunghi capelli neri strappati e su tutto il pavimento, il mio volto cosparso da tagli di unghie ma nessun animale nei paraggi.
Da quel giorno rivedo mio fratello ogni volta che cala il sole: il tramonto è terribile perché da dietro il vetro della finestra spuntano i suoi occhi bianchi.
La sua voce è un canto tremendo, sussurra minacce di morte e parole di odio.
Non riesco più a dormire perché quando spengo la luce lui è lì sulla sedia, sulla scrivania o appollaiato sul comodino e mi fissa con il suo ghigno di morte.
Non riesco più a chiudere gli occhi, a starnutire, tossire o semplicemente lavarmi la faccia.
Lui è sempre lì.
Non bisogna mai giocare con i demoni.

***

Tutto il giorno.
Tutto il giorno a sorbirmi le bugie e le moine di quella ragazzina.
I genitori sostengono sia sana di mente, ma chi mai darebbe la colpa di una sparizione all’uomo nero? Che si aspettava che noi ci credessimo?
Arrivato a casa sento il buon profumo di pollo al curry cucinato da mia moglie.
Nessuno lo fa meglio di lei.
– Ciao tesoro! – Le grido dal corridoio.
Sento che risponde, immagino che sia il solito “Buonasera amore!”.
Ancora me lo chiedo: chi mai poteva credere a quella bambina e al suo uomo nero?
Mi sto togliendo gli scarponi e la giacca della divisa che ho dimenticato di togliermi al distretto di polizia, quando mio figlio si mette a correre per andare a tavola e urta giocoso sua madre che si gira con il mestolo alzato ridendo e facendo finta di volerlo colpire.
Io tossisco e lo guardo dritto negli occhi.
Sorrido prima di parlare schernendo la bambina e le sue stupide paure.
Non esiste nessun uomo nero.
– Attento eh! – Comincio scherzando. – Se lo fai di nuovo chiamo l’uomo nero!

Alzo gli occhi e il mio sorriso svanisce. Dietro mio figlio, nascosto all’ombra della tenda, con denti aguzzi come lame e occhi vuoti, c’è il bambino morto questa notte.

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