La casa torre

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Un dolore improvviso al ginocchio mi bloccò  sulla soglia: somatizzavo tutto da mesi, e non riuscivo più a riposare,  il che mi rendeva terribilmente nervosa, e orribilmente stanca. Rincasavo dal lavoro, ogni volta, pochi minuti prima dell’alba, desiderosa di raggiungere il mio giaciglio e incurante di ogni pensiero ; ma quella notte un brutto presentimento aveva scurito la mia coscienza. Il  portone era stranamente socchiuso e forse un estraneo era penetrato nella pensione. Non potevo chiamare la polizia, data la mia condizione, e neppure dormire per strada. Che fare? Ero arrivata in Italia da neppure un anno: non era stato facile farsi accettare dalla piccola comunità del paesino, ma la mia discrezione, il riserbo e la prudenza avevano avuto la meglio ed ero riuscita a trascorrere serenamente le fresche notti della vallata. Trovai alloggio in una pensione, una specie di casa di cura per anziani; e lavoro in un locale, un pub, che svolgeva la sua attività esclusivamente di notte. La paga non era buona e così conducevo una vita modesta; a differenza dei mie cugini che migrando in terra tedesca, avevano avuto più fortuna. Tuttavia essendo moderatamente pigra, non avevo nessuna voglia di rimettermi in viaggio e sottopormi di conseguenza a tutti i rischi  in cui una donna nella mia condizione potrebbe imbattersi facendosi sbatacchiare qua è là per il continente, rifiutai gli inviti della parte più avveduta della famiglia. Che fare? L’aria della notte, cominci  moderatamente a schiarire, e io dovetti decidermi. Così senza far rumore entrai nell’androne della torre. Poiché proprio in una vecchia casa-torre avevo trovato dimora. Avrei dovuto salire tre piani di scale, prima di potermi chiudere a chiave nella mia stanza. A quell’ora sarebbe stato facile incontrare qualcuno degli anziani già sveglio, ma non potevano essere stati loro a lasciare la porta aperta, perché avevano sempre avuto premura di essere ben protetti, tenendola chiusa con più di una mandata. Erano terribilmente fifoni… data l’età, ogni piccola suggestione li spaventava, ed erano avvezzi talvolta a delle reazioni a dir poco … bizzarre. Quando salendo nel buio sentii delle voci, quindi, dapprima non ebbi paura, provenivano dalla cucina del secondo piano. Agata stava preparando i suoi biscotti, il profumo era inconfondibile, ma lo stesso mi avvicinai senza farmi sentire. Raggiunto il secondo piano non accesi la luce, ma avanzai ancora tra le tenebre. Con chi stava parlando la signora Agata? Ahi! Il ginocchio. L’angoscia mi azzoppò  una volta ancora. Avevo scorto Marco Tullio nella cucina che sorseggiava un limoncello e si faceva servire i biscotti dalla vecchia. Fin dove si era spinto quel seccatore? Maledetto. Che tu sia maledetto, Marco Tullio! La rabbia mi salì alla testa, avrei voluto urlare, ma la prudenza, come al solito la prudenza riuscì a

trattenere il mio impeto. Marco Tullio era uno spilungone dalla testa canuta, sempre vestito di nero, elegante, quarantenne;  con un certo ottuso aplomb. Non perdeva occasione per tormentarmi, mi seguiva ovunque, ed ora era riuscito a violare il mio piccolo mondo. Mi faceva la corte: si sedeva nel locale dove lavoravo e restava fino alla chiusura. Io avevo respinto le sue avance, dapprima in modo gentile, poi con forza, ma sembrava non riuscisse a capire. Da alcuni clienti del locale era apostrofato come… “matto”, ma aveva un buon lavoro, era corrispondente per un grosso giornale, non si trattava quindi di un disadattato.  Non capiva mai quando era sgradito, non toglieva mai il disturbo. Quando gli altri parlavano con lui sosteneva la sua tesi, non importava quale, fino alla fissazione. E quando veniva contraddetto si irrigidiva, il suo volto diventava paonazzo e un rivolo di bava gli scendeva dalla bocca. Si irritava e diventava violento. Non che picchiasse qualcuno, ma la sua violenza era palpabile, forte.. anche se trattenuta. E la sua fisicità sgraziata incuteva un certo timore, era alto… con quella faccia, con quel muso, sembrava un cavallo. A me non faceva paura, devo dire la verità, anche se le mie colleghe erano molto preoccupate, ma allora non mi spaventava, ero serena. Certo seccata: mi telefonava tre volte al giorno, mi faceva dei regali, degli inviti… mi dava dei consigli… suggerimenti… Io lo ascoltavo e non lo ascoltavo. Poi per  cambi  qualcosa. L’ultima notte d’estate, mentre tornavo dal lavoro, lui mi seguì. Io pensavo di essere sola, non c’era nessuno in strada… e avevo fame, morivo di fame, ma le serrande erano ancora tutte abbassate…

No perdonatemi, cari amici, non voglio ancora ricordare quel momento disgraziato, spenderei troppe parole dolorose. Torniamo piuttosto al nostro racconto, come vi dicevo ero appostata nel buio e osservavo sbalordita il comportamento disinvolto di Marco Tullio, che parlava di me con la signora; quando, sembra assurdo: mi si spezzò  il tacco, e mi feci udire. Entrai velocemente in una stanza vuota e mi nascosi sotto il tavolo. Marco Tullio, mi venne dietro e accese la luce, non mi aveva ancora vista, ma intuiva la mia presenza:  cominci  a camminare nella stanza, e a parlare: ora che i vecchi non potevano sentire mi diceva cose orribili, ogni suo insulto mi faceva rabbrividire. Sapeva quel maledetto come farmi paura, aveva con lui un oggetto ben appuntito e  minacciava di conficcarmelo nel petto. Che potevo fare? Chi poteva aiutarmi? I vecchi dell’ospizio?  Ma come mi ero cacciata in una situazione del genere? Forse il fatto che fossi sola e schiva, gli faceva pensare che fossi una facile preda. Io una preda? Quel pensiero mi lasci  perplessa, non mi ero mai sentita in quel modo. Forse era proprio quel pensiero che mi dava tante noie, tanti dolori, tante ansie. Se avessi continuato così, prima o poi mi sarei ammalata: dovevo trovare una soluzione. Quel bestione andava a dire in giro che ero un essere spregevole, un mostro: attirava l’attenzione su di me. Nel paese non si parlava che di me da qualche settimana. Forse sarei dovuta partire, andare in Germania dai miei cugini. Ma non volevo dargliela vinta. Non volevo farmi schiacciare. Non volevo farlo sentire forte. …E poi mi avrebbe seguito, persino in Germania, tanto si era accanito contro

di me. Cosa ci faccio sotto il tavolo, mi chiesi? Ora esco e lo affronto, pensai, ma la signora Agata lo richiamò  in cucina e Marco Tullio andò  via; e io ebbi modo finalmente, di salire l’ultimo piano e di raggiungere la mia camera; ma lasciai volontariamente la porta aperta e aspettai in silenzio. Come pensavo Marco Tullio non si fece aspettare. Io mi ero premurata di chiudere bene tutte le imposte, come sempre, per evitare che luce del giorno disturbasse il mio riposo; e lui approfittando della penombra arrivò  nel centro della stanza e sollevando con una mano la sua arma appuntita con l’altra aprì il coperchio della bara. Quando si accorse che non c’era niente, per lui fu troppo tardi, gli saltai alle spalle e gli tolsi la vita con un terribile morso. Poi gli andai sopra e lo mangia pezzo a pezzo: ci volle tutto il giorno. Era tanto tempo che non capitava più: si trattava di vecchie abitudini del passato, si trattava di antichi istinti che la mia famiglia, andando incontro alla civiltà, aveva abbandonato, ma ora non avevo scelta.  L’ultima notte d’estate Marco Tullio mi aveva visto mangiare dei topi nella piazza, e da allora aveva preso l’abitudine di girare con un piccolo paletto di frassino ben acuminato nella borsa. Ora la sua arma giaceva sul pavimento, vicino ai suo resti. Finalmente avevo ritrovato la pace? No, una premonizione, arrivò  alla mia mente: si trattò  di una breve e misteriosa visione: una scintilla che animava una piccola fiamma. Che strano, pensai, e continua a cancellare le ultime macchie di sangue, sul mio viso, quando mi resi conto che la porta della stanza era rimasta aperta. Ahi, il ginocchio. Forse qualcuno aveva visto? Spalancai la porta e scesi le scale, ma le fiamme mi accolsero crudeli. La signora Agata aveva dato l’allarme e terrorizzati gli abitanti della pensione avevano deciso di appiccare il fuoco a tutta la casa e ora riuniti in strada osservavano il rogo, mentre i soccorsi impotenti tentavano invano di salvarmi.

Ora una volta ogni anno il mio spirito passeggia per queste strade, senza aver altro da fare che ricordare la sua storia e di tanto in tanto raccontarla a qualche curioso passante di questo mondo.

FINE

Emanuele Carboni (racconto postumo).

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