L’orma

racconto1

Ecco.
Il piccolo aereo si alza. Una nuvola di terra rossa ci fa da strascico e ci scorta per un tratto verso il blu del cielo.
La memoria torna in fretta alle immagini registrate dalla mente in tre giorni di scorribande pazze nella boscaglia e il cuore torna ancor più velocemente alle emozioni provate in tre giorni di ricerca affannata con la speranza nel cuore.
La terra rossa ci aspettava ad ogni piè sospinto per depositarsi ovunque: sui capelli, sulle scarpe, sui vestiti, negli occhi, ma più di ogni altro luogo si è posata sul mio cuore.
La velocità di questo aereo non riuscirà a spostarla e ancor meno la sposterà la velocità della vita che mi accingo a riprendere.
Ricordo.
Ricordo il sapore di una carne alla brace che sfrigolava nella notte profumata e illuminata da un fuoco di legna in un boma (1) pieno di amici.
Ricordo sempre la stessa terra rossa soffice sotto il mio piede che la calpestava per la prima volta.
E, soprattutto, ricordo il timore per quella sosta nel buio della notte africana.
– Forza! Scendete! Facciamo uno spuntino
Il ranger ci invita: tutti smontano e si radunano attorno ad una torcia accesa e appoggiata sul cofano di una jeep, mentre io resto poco lontana, seduta sul mio sedile, al canto dei grilli, sola.
Timore quasi incontrollato di posare il piede su quella terra così rossa, come se, una volta impressa su di essa la mia orma, nessuno più’ avrebbe potuto dividerci.
Timore delle creature mortali e striscianti su quella terra che avrebbero potuto spezzare la mia pur breve vita con un solo morso, in una manciata di secondi.(2)
I ranger fanno la ronda intorno a noi, al nostro piccolo campo improvvisato, dove si servono carne secca e bibite. Ridono un po’ di me, accarezzando il fucile che imbracciano per difenderci dagli eventuali attacchi di qualche fiera troppo affamata che dovesse avvicinarsi dal folto della boscaglia, poco distante.
Mi sento a disagio; decido di scendere a terra, sfidando la fortuna.
L’auto è alta, un piede sulla ruota ed eccomi a terra.
L’emozione è forte.
I miei compagni sono poco più in là. Un ranger si avvicina: subito non lo riconosco, ma è Ian.
– Beh, allora? Non vieni?
Mi accompagna verso la jeep del festino in corso, ma, dopo un morso alla carne secca, un richiamo irresistibile mi fa uscire dal cerchio luminoso della torcia.
Un richiamo che conoscono benissimo anche i grilli, amici notturni.
Poco più in là, senza la forte luce artificiale, la notte si fa subito buia.
Il frinire è più forte e faccio qualche passo verso l’oscurità, per dimenticare di essere poco lontana dalla civiltà: voglio immergermi completamente in quel canto quasi ipnotico.
D’improvviso la testa si alza senza pensiero cosciente, attirata da una luce che illumina il paesaggio immobile, una luce che adesso illumina anche il mio viso, ma, soprattutto, la mia anima.
Una miriade di stelle brillanti si affacciano da quel cielo reso non più blu scuro dal loro chiarore, un manto di velluto scuro trapunto di luminosissimi diamanti che scintillano di luce propria.
E’ come immergersi in un mare di piccole luci che sembra possano essere facilmente catturate stendendo una mano.
– Sapevo che ti avrei trovata qui! Hai visto che spettacolo? Questa è una delle ragioni per le quali ho lasciato il Natal: le stelle sembrano più vicine viste da qui. Quella è la Via Lattea…
La voce di Ian mi illustra le meraviglie del cielo sotto l’Equatore: perché l’uomo ha sempre bisogno di dare un nome alle meraviglie del Creato?
La spiegazione per me perde presto il suo significato. La voce si affievolisce ed io mi ritrovo a girovagare in quel cielo così chiaro e punteggiato di luci, verso quella meravigliosa strada del cosmo sulla quale mi sembra già di stare camminando, accarezzando una stella più luminosa delle altre. Ed ora eccole, mi vengono tutte incontro…
I grilli.
Torno sulla terra rossa che mi ha tenuta ancorata qui.
Ian se ne è andato, è molto sensibile e credo si sia scoraggiato per il fatto che mi fossi immersa nella meraviglia senza di lui.
– Forza, andiamo! Si torna al campo!
Le auto si rimettono in moto coprendo per un momento il canto dei grilli, i rangers appoggiano i fucili sugli scalmi dei cruscotti mentre tutti noi risaliamo ai nostri posti sulle jeep.
Ho dimenticato i serpenti, i leoni e perfino i grilli: sono stata rapita da una incredibile sensazione di appartenenza e, nello stesso tempo, di distacco e inadeguatezza alla grandezza dell’universo.
Prima di salire raccolgo la grande spina di una acacia da sotto il mio piede.
La mia impronta è durata un attimo sulla terra rossa mossa, stasera, dalle ruote dei nostri mezzi meccanici, domani dal passo veloce di un ghepardo o da quello pesante di un rinoceronte.
Ma l’impronta del cielo stellato africano nel mio cuore durerà per sempre, almeno per tutta la mia vita.
Viriamo.
La terra rossa si protende per un ultimo abbraccio facendo viaggiare verso l’alto i suoi mulinelli.

1) Recinto chiuso. Nei moderni lodge turistici in questo spazio e’ posizionato il ristorante.
2) In questa zona del Sud Africa esiste un tipo di serpente, il Mamba Nero, chiamato anche il serpente dei 5 passi: dopo che un uomo viene morso ha il tempo di 5 passi prima di morire.

Monica Barzaghi

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