La regina delle rose

racconto2

La prima volta che ho sentito questa storia mi è stata raccontata da una rosa che si ergeva solitaria al centro di un giardino dimenticato ormai da secoli.
Era una signora non meno dignitosa e viva di quelle che pigre vegetano tra i banchi delle chiese o sulle panchine dei giardinetti. Un viso petaloso, screziato da qualche macchiolina di ruggine e increspato dalle prime rughe che l’inverno ormai prossimo già disegnava su quella pianta giunta alla fine della sua ultima fioritura.
«Non è rimasto più nessuno.», sospirò mentre il vento le sosteneva il capo pesante per i molti petali e i pistilli ormai sterili. «Nessuno.», ribadì guardando triste la villa che muta si ergeva alle sue spalle avvolta in uno scialle di edera tra cui ancora si intravedeva qualche tenace rametto di glicine.
«E fra poco nemmeno io, nemmeno io.», sospirò continuando quel triste monologo.
Una raffica di vento scosse l’erba del prato incolto facendo fremere l’ultima rosa e gettando scompiglio tra le foglie già sparse tra le aiuole silenti e il cortile addormentato.
«Ma non è stato sempre così.», disse mentre una brezza più gentile la cullava facendole spostare lo sguardo stanco da un angolo all’altro del suo antico reame ormai caduto in mano alle erbacce e ai parassiti aggressivi.
Un gatto passò indisturbato, aprendosi un passaggio tra due cespugli di calicanto su cui già si intravedevano i primi bozzi pronti a diventare gemme e poi fiori. Frustò i rami più bassi con la lunga coda e si mise a scavare tra le foglie umide che coprivano le radici dei due arbusti dando la caccia ad una lumaca.
«E da buon capitano io resto e attendo che l’inverno venga a prendere anche me.», la sua voce era ora ridotta a una nenia che intonava timida seguendo una melodia che il vento le suggeriva o che semplicemente era tornata alla sua secolare memoria
«Non è stato sempre così, no, non è stato sempre così.», ripeté triste mentre un petalo si staccava e scivolando verso il basso si perdeva tra le erbacce come una lacrima che lenta, lasciata l’umida iride, sparisce tra i capelli che incorniciano un volto.
«Questo era un giardino di rose superbe, iris capricciosi, gerbere allegre e timidi gigli.», mormorò ciondolando pigra il capo. «Ed io, io non ero solo una rosa qualunque. Avevo un nome, avevo una corte e l’alloro, il castagno e persino le pratoline parlavano di me come Diletta: la signora di tutte le rose. »
Aspettammo insieme l’inverno e mentre i nuvoloni premevano contro il cielo per cacciare la lunga estate, lei iniziò a raccontarmi del suo reame, delle rose superbe, degli iris capricciosi, delle gerbere allegre e dei timidi gigli.

«Hai mai immerso le dita nel terreno? Hai mai spinto così a fondo da veder la mano sparire tra quelle fauci di terra e temere di essere a tua volta risucchiato come un naufrago in balia di un gorgo? Se queste sensazioni ti sono sconosciute, difficilmente capirai cosa provai la prima volta che affondai le mie radici contorte in quella piccola aiuola preparata per me e le mie sorelle.
Freddo, come quando provi che la temperatura dell’acqua sia giusta e un brivido ti avverte che devi aspettare ancora un po’. Poi il brivido si tramutò in scarica: un’energia nuova che scosse i miei rami e mi fece vibrare fino alle punte delle gemme. Sperimentai quello che i pollini chiamano con nostalgia “l’abbraccio della madre terra”. Erano davvero dita di madre quelle che mi sfioravano lì dove nessuno mi aveva mai visto? Io non ho mai conosciuto la terra, ma solo il terreno che divenne presto mio amante e mi trascinò in un amore sacro e profano in cui ci alimentavamo a vicenda proprio come ad un banchetto nuziale che si rinnovava ad ogni estate.
Io ero la sposa, io ero la regina, io ero la signora delle rose e ogni primavera intorno a me sbocciava un carnevale di boccioli colorati e profumati.
Ivan il rosso era mio fratello e spesso dovevo rimproverarlo mentre corteggiava Aurora, la screziata gialla e rosa, aprendo per lei i suoi boccioli più belli e baciando con i suoi robusti petali quelli timidi ed arrossati di lei. Ida era rosa, bella e superba quanto me: una figlioccia che poteva benissimo essere polline del mio polline. E poi c’era lei, Anna, gialla come un botton d’oro e vivace più di un girasole.
Ci scambiavamo baci di petali e carezze di foglie, litigavamo scoprendo le spine come cani che snudano le zanne, ci stringevamo come pulcini per difenderci dal freddo e dai parassiti.
La nostra era la corte delle rose: un salotto in cui alcuni ceppi di legno facevano da seggiole e tavolino e in cui la nostra dama di carne veniva a passare del tempo leggendoci storie o scrivendone per nostro diletto.
Che cos’era il mondo? Io non l’ho mai conosciuto e tutto ciò che so, lo so grazie alle rondini e alle farfalle che venivano a raccontarmi dei loro viaggi. La nostra dama di carne era la nostra più fidata consigliera, la mia più tenera amica e la mia intrepida amazzone. Con lei ho sognato, da lei mi sono lasciata tagliare sapendo che ogni ferita mi avrebbe resa più bella e forte. E poi lei morì. Fu di cancro, così mi dissero le zanzare. Noi fiori moriamo visibilmente, ci accartocciamo e periamo sotto gli occhi di tutti, mentre voi uomini morite prima dentro e poi fuori, lentamente come un albero che piano a piano si secca. Lei morì esattamente come un salice o una quercia e noi rimanemmo sole e senza storie a tenerci compagnie. E cos’è una regina senza una corte? Cosa sono delle rose superbe senza qualcuno che si prenda cura di loro e le ami? Nulla, solo rose, solo petali e spine.
Amata avevo avuto un cuore che poteva assomigliare ad un cuore di carne. Sola e abbandonata, costretta a difendermi da sola per sopravvivere agli inverni feroci, lasciai che il mio cuore diventasse di legno.
Non ero più Diletta, non c’erano più Ivan e Aurora, la bella Ida e Anna. Eravamo solo rose.»
La rosa ciondolò triste il capo e una seconda lacrima si staccò dai petali sempre più fragili. Soffriva alla maniera dei fiori: in silenzio e piegati su se stessi come a difendere quel poco di vita che ancora gli scorre dentro.
«La nostra dama di carne era una creatura caparbia e quando si parlava di fiori sapeva essere dannatamente capricciosa e non nego che la cosa mi piacesse.», riprese dopo una breve pausa in cui rincorse un pensiero o un ricordo che non potevo conoscere. «Gli iris entrarono nel mio regno un po’ per capriccio e come figli capricciosi si comportarono per tutti gli anni che la natura gli donò. Non ho mai visto un loro bocciolo, nemmeno un tentativo da parte loro di regalare alla nostra dama un petalo o anche solo un fiore scompaginato. Lei si prendeva cura di loro, li spostava dove avrebbero preso tutto il sole che gli serviva per crescere e diventare belli e robusti e loro restavano nel loro letargo, impassibili e arroganti, buttando fuori qualche spettinata foglia verde troppo esile per trasformarsi in gambo.
Erano la vergogna del mio regno.
Le calle lo sapevano e così le ortensie, persino le violette e le pratoline non osavano disobbedire ad una legge che non impartivo io, ma veniva direttamente dalle labbra del Creato.
Un fiore non può e non deve sbocciare fuori dal proprio tempo, la vanità di chi osa splendere quando il mondo è in mano all’inverno è sempre punita con il freddo e la morte. Ma gli iris non disobbedivano a questa legge: loro dormivano che fosse novembre o giugno e la loro bellezza restava seppellita tra le pieghe dei grassi bulbi. Il sole di dicembre non era poi così diverso da quello che li cullava nelle torride giornate di luglio. Le piogge di ottobre erano dissetanti quanto quelle di agosto. I venti primaverili erano poi così diversi da quelli autunnali?
Una stagione poteva durare un anno. Come bandiere le foglie si issavano ogni primavera e per tutto il corso dell’estate restavano tese come le orecchie di una lepre, ascoltando le storie che altri vivevano intorno a loro e sognando corone di petali e colori che non avrebbero mai avuto.
Sapete perché per ogni fiore c’è una sola corolla e così tante foglie? I petali sono i nostri occhi, il nostro cuore in cui accogliamo la vita che il polline ci soffia dentro. Le foglie sono le nostre orecchie e così come voi umani avete un solo cuore e due orecchie, così è per noi. Le foglie ci raccontano il mondo dell’invisibile, captano lo zampettare dei parassiti, intirizziscono per il freddo o sono le prime a seccarsi per il caldo.
Gli iris capricciosi vivevano a metà e a metà sono morti. Occhi estranei li esaminarono a lungo prima di decidere di tagliare quelle esili foglie e strappare i bulbi ingrassati. Vennero tenuti in mano un po’, esaminati e infine gettati per fare spazio a dei gladioli che ripagarono subito il loro debito di vita regalando al mio regno la più bella fioritura che si fosse mai vista. Calici gialli, rossi e bianchi ornarono a festa il giardino, lunghi steli pesanti per i boccioli venivano periodicamente strappati per fare spazio ad altri fiori ancora più belli.
Ogni fiore lo sa e obbedisce a questa legge che non viene da me, ma che esce dalle labbra stesse del Creato: un fiore non può e non deve sbocciare fuori dal suo tempo.»
Il sole non era ancora tramontato e i suoi raggi non riuscivano a scaldare né a consolare quella regina che, sul suo letto di morte ed erbacce, mi dettava le sue memorie con la stessa disperazione di un moribondo che non vuole andarsene senza aver lasciato un segno del suo passaggio.
Diletta guardava triste i cespugli anneriti dal freddo di dicembre e bruciati dal sole di agosto, tremando per il freddo sempre più rigido.
Mi strinsi nel mio cappotto, feci fare un altro giro di sciarpa intorno al mio collo e calzai meglio i guanti di lana. I miei occhi si posarono sulla pianta che, nella penombra del pomeriggio, sembrava ancora più gracile e provata di quanto non fosse in realtà e solo per un attimo ebbi la tentazione di avvolgere la mia sciarpa intorno alle foglie ingiallite e le spine ormai innocue.
La regina delle rose guardava ora la sua corte di rovi e boccioli raggrinziti e, inudibili e impercettibili, esalava i suoi ultimi respiri che subito venivano rapiti dal freddo vento novembrino.
Attese, attesi, attendemmo.
Secondi, minuti, forse ore a scrutare il buio che calava intorno a noi e copriva la villa e il giardino, a cercare tra quelle ombre quella del mietitore supremo.
Per un attimo mi prese la paura e mi accorsi di tremare all’idea di quell’incontro ravvicinato con la morte, quell’appuntamento a cui non ero stata formalmente invitata ma a cui avrei assistito. Ebbi paura, mi vergognai, ebbi nuovamente paura.
Diletta non parlava più, sospirava e di tanto in tanto un altro petalo si staccava e raggiungeva gli altri tra le radici.
Erano ancora colorati, sembravano coriandoli sparpagliati in giro da un bambino particolarmente dispettoso ed esuberante. Ebbi la forte tentazione di toccarli e di raccoglierne uno, mi fermò il pensiero di scoprirli freddi, incolori ed inodori; di riconoscerli membra amputate di un cadavere senza tomba né fiori, andatosene da questo mondo senza canti né preghiere.
Guardai Diletta che, sempre più accartocciata su se stessa, sembrava chiusa sotto una campana di vetro in cui né il gelo né la morte avrebbero potuto toccarla.
«Coltivo una rosa bianca. », dissi iniziando a recitare una poesia ascoltata anni prima e di cui avevo ricopiato qualche verso qua e là, in un bizzarro tentativo di rimetterne insieme le rime e i pezzi. «Questo cuore con cui vivo
Cardi né ortiche coltivo
Coltivo una rosa bianca.»[1]
Il vento si placò per un istante e, fattosi più gentile, si appoggiò come una mano sotto il capo chino di Diletta, permettendole di alzare lo sguardo sul suo regno e su di me: l’ultima cortigiana e l’ultima dama di carne della regina delle rose.
Non parlò, non ne aveva la forza, sorrise ignorando i petali che copiosi si staccavano svestendola inesorabilmente. Sussultò, scossa per l’ultima volta dalla carezza del terreno e della madre terra, e in quel tremito si spogliò di tutti i suoi canidi petali, lasciando andare quel poco di vita, grande come un granello di polline, che aveva conservato per potermi raccontare la sua storia.
Così rimasi, incredula davanti al cespuglio senza vita della regina delle rose.

Ogni fiore lo sa e obbedisce a questa legge che esce dalle labbra stesse del Creato: c’è un tempo per la vita e un tempo per la morte e nessuno può né deve sbocciare fuori dal suo tempo.

[1] Cfr la poesia ” Cultivo Una Rosa Blanca” del poeta cubano José Martí

Annrose Jones

 

Ti è piaciuto questo racconto?
Faccelo sapere votandolo sul nostro sito o andando sulla nostra pagina Facebook. Nell’album “Un racconto nel cassetto” trovi questo e tutti i racconti brevi che partecipano al concorso.

4 pensieri riguardo “La regina delle rose

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...