La morte del re

racconto3

La battaglia era persa.
Il colore scarlatto del sangue dei defunti aveva coperto il bel pavimento di pregiato marmo bianco e nero. A tratti, il lago carminio si interrompeva per lasciare posto al corpo rivoltato dell’uno o dell’altro soldato che ormai non avevano più vista per guardarsi intorno o olfatto per sentire il pungente odore che aveva colmato l’aria della stanza.
Guardandosi intorno, il re si rese conto che quella era stata probabilmente la battaglia più devastante che mai avesse deciso di intraprendere: ormai, al suo fianco c’erano solamente un giovane cavaliere venuto da lontano, uno di quei giovani che  cercano una gloria senza fine, e un vecchio arciere la cui mira, un tempo perfetta, si era minata a tal punto che egli poteva tirare soltanto dritto.
Il vecchio re avrebbe voluto dire ad entrambi che avevano assolto il loro compito, che non  sarebbero stati giudicati se avessero deciso di fuggire, che infondo non voleva obbligarli a lasciare che le loro vite si spegnessero per lui che tanto ormai da perdere non aveva più nulla. Tuttavia, sapeva che loro non l’avrebbero mai fatto, l’uno per la sete di fama e per l’età che ancora gli faceva sperare in una vittoria, una come quella delle favole, e l’altro per dovere ed onore. Che onta sarebbe stata, per quel vecchio arciere, fuggire come un vile davanti alla morte?
Gli stettero entrambi accanto fino alla fine e il giovane cavaliere, con un abilissimo inganno, riuscì anche ad uccidere uno degli ultimi soldati nemici, uno dei pochi non ancora impegnato in uno scontro frontale con un altro abile fante, entrambi ignari che il cuore della battaglia era altrove, dove i due Re si sarebbero scontrati, faccia a faccia, petto a petto, spada a spada.
Quando pensarono di essere abbastanza vicini, quando la speranza riaccese persino nel cuore del vecchio re dalla barba bianca la forza per combattere ancora, i tre si trovarono davanti la regina e due arcieri. Del re nessuna traccia.
La regina…
Con dolore, l’uomo distolse lo sguardo dalla donna dai lunghissimi capelli neri legati in una coda, i lunghissimi fili che ricordavano la seta più morbida e luminosa svolazzavano disordinati nel freddo vento che entrava dalle finestre rotte della sala del trono.
I suoi capelli erano così diversi da quelli dorati della sua amata, pensò il re, che erano così belli, così morbidi… quanto avrebbe voluto accarezzarli un’ultima volta, con dolcezza, come avrebbe voluto impedirle di andare con lui.
Sarebbe stata ancora viva, si disse il re, mentre gli occhi cercavano la figura di lei avvolta in quella armatura bianca che non aveva potuto proteggerla dalla punta di una lancia quando si era avvicinata troppo al codardo re , ancora nascosto dietro l’ultima fila dei suoi soldati.
Avrebbe pianto, quell’uomo, se la sua amata regina fosse morta? Lui che guardava da lontano il campo come se nulla lo toccasse davvero? Avrebbe mai cercato la vendetta al vedere il corpo esanime della giovane regina dai capelli neri?
La realtà lo risvegliò da quei pensieri bruscamente. Si insinuò tra quelle effimere immagini, quasi dolci, con un grido che spezzò spezzato l’aria riempiendola di un dolore forte, intenso e acuto quanto la voce del giovane: il cavaliere era caduto, disarcionato dal proprio cavallo che, ferito, gli era ricaduto sulle gambe schiacciandogliele sotto il suo enorme peso.
Non c’era sangue, non sarebbe morto per quello, ma non avrebbe più potuto cavalcare o combattere. Quando uno degli arcieri, accanto alla regina nera, colpì il giovane in mezzo al petto, sembrò quasi un atto di benevolenza.
Un’altra freccia, più inaspettata, andò a colpire il vecchio arciere che cercava, quasi disperatamente, di proteggere il proprio re. A quella prima, ne seguirono altre tre prima che il vecchio cadesse a terra, supino, il sangue che lentamente si faceva largo sulla stoffa bianca dei suoi abiti.
Il Re alzò gli occhi in quelli castani della giovane donna, la spada ancora stretta in pugno, l’arco di uno degli arcieri puntato al petto.
In un momento di rapida follia, il re prese a camminare, ma non procedette verso di loro, non corse, in un ultimo gesto di eroismo, a cercare di uccidere la donna e i suoi uomini.
Si diresse verso un altro punto di quell’assurdo e sanguinoso campo di battaglia.
Doveva andare da qualcuno di molto più importante.
Con gli occhi lucidi, si fece largo tra i cadaveri, uno degli arcieri lo colpì: la freccia gli trapassò l’armatura all’altezza della spalla e l’uomo sentì la vista appannarsi mentre un forte dolore al braccio destro gli fece quasi perdere la presa sull’elsa spada. Tuttavia non si fermò.
Finalmente le arrivò accanto, si lasciò cadere in ginocchio mentre le mani si avvolgevano attorno al corpo senza vita della sua amata, la strinse forte al petto, ignorando completamente il forte dolore al braccio. Con le lacrime agli occhi, quasi non si accorse della spada che calava togliendogli la vita, le sue iridi pallide per l’età per sempre unite a quelle brillanti della sua amata moglie.

*

– Scacco matto! – Il ragazzino pareva estremamente soddisfatto mentre i suoi occhietti verdi e vispi guardavano i propri pezzi tenere sotto scacco il mio re.
Sorrisi anche io mentre osservavo il mio unico pezzo che, nonostante tutte le insidie, ero riuscito a portato esattamente sulla casella in cui la regina era morta.
Aveva davvero vinto lui o aveva vinto l’amore?

Sher Jones

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