Il lato nascosto

racconto4

Come dimenticare quello schiaffo e quei calci allo stomaco. I lividi impressi sulla pelle mi ricordano costantemente quel giorno di terrore. Segni evidenti di una violenza immotivata, che testimoniano quanto ancora sia incapace di affrontare la vita. Non ho mai ricevuto una consolazione, né un aiuto. Le contusioni sono tutto ciò che la gente riesce a vedere. Nessuno ha mai provato ad esplorare la mia anima; nessuno mi ha mai aperto il suo cuore. La sofferenza è la sola amica che abbia mai conosciuto; ed è la sola amica che mi stia accompagnando in questo cammino tormentato verso la solitudine. Non ho un obiettivo e non credo nemmeno di volerne trovare uno.
Era impaziente di incontrarmi. Si mise accanto all’entrata della biblioteca comunale, a braccia conserte e con fare minaccioso. Aspettò alcuni minuti, finché non mi vide arrivare. Avanzò qualche passo nella mia direzione e poi si fermò. I suoi occhi iniettati di odio mi stavano opprimendo. Ero così intimidito dal suo sguardo che a stento riuscivo a tenere la testa alta. La porta mi sembrava lontana anni luce, inarrivabile. Allungò una mano sulla mia spalla per impedirmi di entrare; e con un sorrisetto maldicente, piuttosto inquietante, mi domandò:
« Dove va il
giovanotto? » era così che mi chiamava per prendersi gioco di me.
« In biblioteca » risposi freddamente.
Il cuore batteva all’impazzata, la bocca era asciutta. L’ansia mi stava lacerando: mi morsi il labbro inferiore più e più volte, fino a farmelo sanguinare. Non avevo idea di cosa mi stesse per succedere. Da parte sua non c’era alcuna reazione. Respirai a pieni polmoni e provai ad andarmene; ma con violenza mi strattonò un polso e mi spinse a terra. Restò a fissarmi un istante, mentre dentro di sé fermentava una voglia perversa di picchiarmi. Si chinò e mi sussurrò con disprezzo:
« Merda sei e merda rimarrai » e mi diede un calcio allo stomaco.
Mi ricoprì di insulti, colpendomi ripetutamente all’addome, senza alcuna pietà. Pensavo di essere abbastanza forte da potermi far scivolare le sue offese addosso; ma non fu così. Chiusi gli occhi nella speranza di poter cancellare quello sguardo spietato dalla mia testa, mentre il mio esile corpo continuava ad incassare botte dappertutto. D’un tratto, niente più pugni, niente più calci. Rimasi inerme, a terra, senza proferire parola. Solo il silenzio. Poco dopo, mi sollevò di peso e, sbattendomi contro una parete, mi strinse la gola fino quasi a soffocarmi e mi diede l’ultimo schiaffo.
« Tu non sei degno di vivere » mi lasciò cadere, ormai privo di sensi; e si allontanò.
La strada per arrivare alla biblioteca maledetta è costeggiata di ciliegi in fiore. Passeggio con lo sguardo rivolto verso il cielo, mentre il vento mi accarezza i capelli e trasporta quel profumo inconfondibile di primavera. La mente si svuota di ogni paura e di ogni preoccupazione. Il sole cala lentamente dietro alle montagne e lascia spazio alla notte; ma il buio non mi spaventa. Nulla mi spaventa. Mi avvicino ad una vecchia panchina di legno che dà sul lago. Che spettacolo mozzafiato: acqua e cielo, così vasti e così lontani, si chiudono in un abbraccio azzurro infinito. Continuo a sorridere, incurante della gente intorno a me. Una lieve brezza rinfrescante solleva da terra le poche foglie secche rimaste dall’inverno appena trascorso e le fa volteggiare come farfalle. La natura mi circonda delle sue bellezze; ma io non ho nulla da offrirle in cambio: solo amarezza e tristezza. Abbasso gli occhi e sospiro. Guardo le mie gambe dondolare dalla panchina, mentre mi lascio cullare dalla melodia delle onde. D’un tratto, sento una voce chiedermi qualcosa, ma resto con la testa abbassata, consapevole di essere un po’ maleducato. Rispondo con tono nervoso, senza preoccuparmi di chi mi stia parlando. Poi, di nuovo:
« È occupato? »
« No » replico scontroso, e mi volto dal lato opposto.
Quel qualcuno si siede a pochi centimetri di distanza da me, come se la panchina non fosse larga abbastanza per entrambi. Mi scosto un po’ per gentilezza, ritrovandomi a ridosso del bracciolo. Con la coda dell’occhio mi accorgo che si tratta di una ragazza, più o meno della mia età. Fissa l’orizzonte, immobile, come incantata da quello straordinario spettacolo naturale.
« Passeranno » mi dice all’improvviso.
« Cosa? » domando di getto, senza quasi nemmeno rendermene conto.
« I lividi che hai addosso passeranno » e mi sfiora la mano con tanta delicatezza da farmi sobbalzare. Non sono abituato ad essere toccato con quel riguardo: chiunque abbia mai sperimentato un contatto fisico con me, lo ha fatto esclusivamente per il malsano gusto di picchiarmi. Il suo gesto, pieno di affetto e di cortesia, invece, mi ha emozionato a tal punto da non riuscire a descriverlo.
« Le ferite che hai dentro, quelle non guariscono » conclude con appena un filo di voce.
Nella mia mente risuonano incessantemente le sue parole colme di verità. Il dolore causato dai lividi si attenua e lascia spazio alle preoccupazioni dell’anima.
« Mi dicono sempre che il mio non è amore » racconto a singhiozzi.
La ragazza inarca le sopracciglia sconcertata e scuote la testa in segno di disapprovazione.
« Amare non significa solo provare attrazione per qualcun altro » afferma convinta, cupa in volto. Poi, cercando approvazione nei miei occhi gonfi di lacrime, mi conforta ancora una volta:
« Amare è volersi bene incondizionatamente. »
Le sue parole mi arrivano dritte al cuore. Il mio animo macchiato da una colpa innocente, ha trovato un modo per ripulirsi, dopo anni di mero supplizio. Scoppio in un pianto liberatorio incontrollato, mentre la ragazza mi rassicura e mi accarezza i capelli. Ci scaldiamo in un abbraccio solenne, colmo di serenità, e ci perdiamo ad ammirare l’immensa suggestività del tramonto.
È diventato un appuntamento fisso. Ci incontriamo su quella stessa panchina da alcuni mesi, senza mai esserci presentati formalmente. Non conosco il suo nome, né le sue origini: mi sembra tutto così superfluo, dannatamente frivolo. Poco prima del nostro rendez-vous, dei bulletti si sono avvicinati per darmi qualche pugno e per deridermi pubblicamente, schedandomi come malato e pazzoide. Ciononostante, il desiderio di incontrarla è smisurato e nulla può abbattermi dal punto di vista emotivo: così, mi lascio tutte quelle offese alle spalle e continuo per la mia strada. Raggiungo la panchina, con diversi lividi sul viso ed il naso ancora sanguinante; ma il dolore è sopraffatto dall’entusiasmo e poco mi interessa delle lesioni. In un attimo, arriva anche lei: la vedo zoppicare e con numerosi graffi sul collo. Corro a soccorrerla, ma declina il mio aiuto e subito mi allontana. Ci sediamo in silenzio.
« Cosa ti è successo? » domando in fretta.
Senza alcuna esitazione, mi chiede a sua volta:
« A te cos’è successo? »
« Solito » rispondo con tono altezzoso.
La ragazza cerca di contenere la sua risatina bizzarra, usando la sciarpa per nascondere il viso. Istintivamente mi sento di condividere un sorriso e la accompagno in quel momento di ilarità.
« Ma davvero non ti accorgi di quanto sia cambiato? » mi chiede incredula.
Coglie subito il mio smarrimento; perciò, riprende il discorso e precisa:
« Prima non facevi altro che abbandonarti al dolore, mentre adesso sei così spensierato. »
« Già » mormoro piano, quasi imbarazzato.
Incomincio a picchiettare nervosamente le dita delle mani le une contro le altre, come se volessi impedire alla mia preoccupazione di prendere il sopravvento; ma cedo. Le domando un’altra volta cosa le sia successo, nella vana speranza di ottenere delle spiegazioni. Il suo sorriso radioso si rabbuia e si trasforma in un’espressione tormentata. Inspira profondamente, come se volesse raccontarmi tutto, ma la interrompo ancor prima che incominci a parlare.
« Per favore, non sentirti in obbligo » mi scuso, cercando di tranquillizzarla.
Ammira l’infinità del lago, alla ricerca dei suoi ricordi; e con posatezza, mi rivela:
« Sono cieca, sai? »
Inveisco contro me stesso per non essermene mai accorto.
« … ma sono grata a Dio per questo. Certo, non vedo le cose come appaiono realmente, ma posso vedere i colori del mondo attraverso gli occhi del mio cuore. »
Mi mostra una busta, senza darmi alcuna delucidazione. Non dimenticherò mai il suo sguardo carico di dolore; le lacrime versate per la disperazione; la voce rotta dall’incredulità. La stringo al petto, come per proteggerla da quel mondo che tanto ci disprezza. La avvolgo in un abbraccio compassionevole, ignaro della gravità reale della situazione. Riesco a tranquillizzarla: il suo pianto si trasforma lentamente in un sorrisetto forzato, che lascia trapelare tutta la sua inquietudine. Con un cenno, mi invita a leggere il contenuto della busta; e resto impietrito.
« Questa volta mi sono arresa io » mi confida con rammarico.
Il respiro ansimante soffoca tutte le mie parole. Solo un urlo straziante si fa spazio tra gli affanni:
« Non devi abbandonarti alla vita » e mi alzo bruscamente.
« Ma non mi sto abbandonando alla vita » obietta subito.
Si interrompe un istante per riordinare i suoi pensieri; e, con una posatezza inverosimile, continua:
« … è la vita che sta abbandonando me. »
Cammino con passo deciso, avanti ed indietro. La tensione sembra non volermi abbandonare e la mente, offuscata dalla rabbia, mi fa perdere il controllo: impulsivamente, scaglio un pugno contro un albero lì vicino, fratturandomi la mano. Crollo a terra, arreso alla disperazione.
« Sei il mio unico fisso » le confido, piangendo.
La ragazza si avvicina pian piano, come se riuscisse a vedermi. Poi, si inginocchia accanto a me; e con la stessa dolcezza di una madre, mi rincuora:
« Sarò sempre al tuo fianco, te lo prometto. »
Passeggiando per quel sentiero, la sento ancora accanto a me: nel vento, quando scuote le chiome fiorite degli alberi; nelle onde, quando mi soffermo sulla nostra panchina ad ammirare il lago; nelle voci dei bambini mentre giocano e si divertono insieme. La luna si leva solitaria, distendendo poco a poco il velo notturno. Le nuvole si disperdono per lasciare spazio alle vicine stelle, che si accendono fulminee ed impreziosiscono il cielo. Fra i miei pensieri, nostalgici di una felicità ormai sfumata, riecheggia ancora quella domanda a cui non ho mai saputo rispondere lealmente. Spesso mi chiedeva quale fosse il mio lato nascosto; ebbene, solo ora mi rendo conto che il mio lato nascosto sei sempre stata tu.

Alessandro Valeri

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